Li trovo in ambiti deserti

adivisorioble

Carissima: trovo i miei arabi in ambiti deserti. Non tanto perché senza case, quanto perché senza cose. E, non, sai, che loro siano incapaci di averne, di cose, ma perché incapaci di uscire dalle loro “case”. Così, ci vado io. Naturalmente, non ci resto. Loro invece ci restano. Non più come prima, però. No. Non preparo kebab nella mia cucina, anche se qualche volta mi è capitato che si spogliassero in cucina. Il kebab, è un po’ come loro: molta carne (vitalità) e molti sapori, (emozioni) ma pane molle. Piatto, il loro pane. Un po’ come la terra prima di scoprire che è rotonda. Come in tutte le culture pre moderne, (qualsiasi cosa voglia dire, pre moderno) lasciati lì per lì, i miei arabi tornano dalle donne quando devono compiere la funzione fisica, e/o la funzione sociale. Prima o dopo di quello, sono pastori in cerca di pastura.

adivisorioble

In questa ricerca non vanno tanto per il sottile, circa il… campo. L’importante, è che ingrossi e/o ingrassi la parte maggiore del “kebab”. Vuoi un esempio fresco di giornata? Viene a lavorare un marocchino sui trenta. Gli spiego la difficoltà di comunicare delle informazioni anche complesse, a chi non mi intende. Lo capisce. Mi guarda sorridendo. Appoggia una gamba sulla mia. Mi chiede: durerà per sempre il mio lavoro? Malignaccio, mi dirai, sarà stato un caso, quella gamba appoggiata alla tua! Sarà, ma, perché non ha ritirato il caso? Idioma dal suono meraviglioso, dici? A me ricorda il grattare di un meccanismo non oliato. Mi risulta come dici, invece, quando ti parlano all’orecchio per arrivare al cuore: suono che avrebbe delle meraviglie se solo il cuore potesse crederci.

adivisorioble

Amanti dopo

Allo scopo di togliermi qualche ragnatela all’apparato decido di uscire. Prima, però, rispondo ad un commento. Il rinvio permette l’arrivo di un periodico amante. Sale, mi abbraccia e via facendo. Terminato il facendo con reciproco piacere mi diventa l’estraneo che solo la confidenza non esclude dal bacino finale, ma se dovessi seguire quello che sento, lo manderei a rivestirsi in cortile!

Maggio 2007

asepara

Non sempre ballo da solo

Ho iniziato a mettermi a nudo nel 71. Sia pure con affrontabili difficoltà è stato più semplice togliermi gli abiti che togliermi i precedenti pensieri. Certamente sono stato aiutato dall’abitudine di abbassare la luce nella stanza, e la luce della verità nella mente. Sai bene, che troppa luce offende gli occhi e troppa verità allontana la capacità di accoglierla senza traumi. Spogliati oggi e spogliati domani, un po’ alla volta ho iniziato ad accettare la mia verità fisica, e la mia verità mentale. Oggi, posso girare per la stanza come mamma m’ha fatto, e girar per la mente, proprio come la verità m’ha voluto. Per la mia stanza, però, non sempre giro da solo come non sempre trovo (per non dire quasi mai) chi, come me, ha attraversato le mie stesse stazioni (e stagioni) di conoscenza. Torno allora, ad abbassare ambedue le luci, onde permettere all’occasionale fortunato di vedermi e di vedersi come è in grado di fare o di accettare.

Datata

asepara

Capodanno non ricordo di che anno

All’epoca avevo un furgoncino senza riscaldamento (giusto per non far mancare nulla al caso) ma lo stesso avevo deciso di festeggiare la notte andando in stazione a leggere un libro. C’era freddo, neve per terra, e nessuno a parte me (e l’Amato che è stato) sotto un albero davanti la chiesa della stazione. Era il suo compleanno: e se io non avevo voglia di festeggiare con amici e varie canonicità, lui altrettanto. Per cause di forza maggiore mi mancò nel febbraio del 91. Mancandomi l’Amato mi mancò tutto, ma l’assenza del tutto che si ama (faccio ancora fatica a dire morte) non è assenza di vita. Per quanto ferita, la vita ti obbliga a guarire, ameno che, non  ci diventi vivere la conservazione del dolore che c’è, come sostituto della conservazione dell’amore che non c’è. Non mi è mancata neanche questa fase, ma prima o poi si attenua se, così, è alla vita e non al dolore che rivolgiamo lo sguardo e gli intenti. Alla guarigione ha certamente contribuito il bisogno di raccontare una storia che ho chiamato “per Damasco” per similitudine di incontro (indipendentemente dall’identità che si è dichiarata, che comunque è inverificabile) con uno spirito della vita: quello dell’Amato nel mio caso; l’incontro fu medianico. Proseguendo la mia strada e l’amorosa corrispondenza, però, ho sentito che il mio fato (l’Amato) non aveva per niente cambiato il suo intendere la vita; a questo ci sono giunto con gli anni, e anche con i litigi (la sua forza sulla mia e il mio rifiuto di accettarla) che non sono mancati. Il mio procedere il percorso in compagnia dello spiritello ancora birbantello ma non più accettato come tale, m’ha portato a desiderare uno spirito più certo. L’ho trovato in quello della vita. E’ accaduto, come accade quando, delusi da un amore, se ne cerca un altro, o non avendo un padre se ne cerca uno. L’incontro è stato culturale, ovviamente. Quindi, niente tuoni, niente lampi, niente magie e alberelli che prendono fuoco; è stato tutto un discorso (e qualche volta un pianto) fra la mia vita e la Vita. L’incontro è stato anche spirituale, ma per quanto è possibile al mio spirito: ora tot, ora meno tot, ora più tot, ora niente tot. Adesso, sento il birbantello molto meno di prima e solo in certi casi. Avrà iniziato anche lui la sua strada, e visto che di litigi è da parecchio che non ne facciamo, suppongo che la stia percorrendo con la pace che in vita non aveva mai avuto se non da preso dal suo unico amore: l’eroina.

ps. Dev’esser stato prima del 1991

asepara

Passione e racconti brevi

Suonano. E’ quasi l’una: è l’indianino. E’ la quinta volta che viene a reclamare il suo piacere. Nel reclamare il mio presso di lui, ho meno pretese. Non per questo non le desidererei. Capisco, però, le infinite differenze che ci sono in una differenza, quindi, accantono. Ciò che è quasi pacifico per la mia ragione, non lo è, però, per la mia emozione. Sicché, mi ritrovo a dirgli di non rompere le palle. Non per questo, riesco a zittirla completamente. Nel primo incontro, ho esclamato 13! Nel secondo, sia pure sorridendo, 11. Nel terzo, a sorriso quasi piatto, ha detto: 9. Nell’ultimo incontro è arrivata a contare non oltre il 6 +. Ricordo ben altre storie; infrastrutturate, però, da ben altra storia. Dal che si può dire, che è la storia, che regge per sempre le storie che ci racconta la passione. Amiamo per sempre, allora, tanto quanto sappiamo costruirci una storia per sempre. In assenza di questa costruzione, però, non per questo dobbiamo disdegnare i racconti brevi. Li rintracceremo, nel romanzo che verrà.

Dicembre 2006

asepara

Polca a s. Cristina di Ortisei

asantacristina

Questa è la giacca alla napoleonica che ti dicevo, Pabloz. L’ho ritrovata in un album: nell’unico che ho, a dirla tutta. Non ricordavo più di averla. L’originale è in bianco e nero. Copiata con la cam è venuto fuori (miracoli del caso) proprio il color cammello originale. La luce alla sinistra è un effetto della lampada che ho sul tavolo. Quel tantinello di volto femminile che vedi a destra, invece, la potrei dire, l’esatta quantità di emozione che io provavo per quella ragazza: non molto munita nella capa, ma, con delle gambe che raramente ho visto se non su strapagate modelle. Eravamo in una baita dalle parti di s. Cristina di Ortisei. Erano tempi da tralicci divelti, all’epoca. Terrorismo al borotalco, se lo confrontiamo a quello di adesso, anche se avrà certamente fatto le sue vittime. Non è che eravamo molto graditi, in mezzo a loro, noi, italiani, ma risolvevano la questione, i nativi, facendo conto che non ci fossimo se non come spazio tolto in pista, se si può chiamare pista una sorta di pavimento ad assi di un legno che ricordo grezzo, o quanto meno reso grezzo dal ballo di generazioni di scarponi. Polka, ti dicevo, ma a me, evidentemente, anima troppo sensibile, pareva piuttosto un agitar di anche e di spalle, di orsi che non avrei saputo distinguere dalle orse da tanto, complice la snaps, erano avvinti, stretti, appiccicati. Non sapevo ballare la Polka, e quella ragazza me l’ha insegnata. Non m’ha insegnato altre polke, quella ragazza perché non mi sono mai illuso e non ho mai illuso. Dico, illuso, perché non pochi partecipanti alla mia sessualità sperano che il profumo di donna sia taumaturgico per i problemi di non accettazione di sé, ma, alzi la mano chi non ha mai sperato nei miracoli. In particolare modo a vent’anni.

Giugno 2007

abianca

A me piace la donna

Dopo il piacere il pakistano mi dice: a me piace la donna! Ha troppo bisogno di quest’affermazione per star lì a piantar discorsi, però, avrei voluto dirgli: si ama la Donna per il comune progetto di vita; si ama l’Uomo per un progetto di piacere, che, in comune, può durare anche una vita. L’importante, è sapere cos’è Scarpe e cos’è Zoccoli; non confondere Scarpe con Zoccoli; sapere quando indossare le Scarpe, e quando gli Zoccoli; non indossare una Scarpa e uno Zoccolo; non rimpiangere le Scarpe quando indossiamo gli Zoccoli, o non rimpiangere gli Zoccoli quando indossiamo le Scarpe. In primo, non rinunciare a vivere le Scarpe perché qualche volta fanno male ai piedi, e non rinunciare a vivere gli Zoccoli perché fanno rumore.

abianca

Sono andato al bar

Fra gli amici, una Trans. Raccontava delle botte che aveva preso dalle suore perché, giocando con le bambine, assumeva ruoli da bambina. “Non capivo perché mi picchiassero!” Raccontava di quella volta che l’avevano chiusa, per ore, fra gli scuri ed i vetri della finestra: al terzo piano! Perdonare non è per niente facile. Neanche a quelli “che non sanno quello che fanno”.

Datata

abianca

Sindrome Sansone

Quando vengo impoverito anche della mia voglia d’amare divento distruttivo, ma, si può far crollare un tempio solo per schiacciare qualche filisteo? No. Non si può. Mi difendo, (e difendo il tempio, allora) ritirandomi nella mia realtà. In quella, aspetto che passi la piena. Solo per questo non ho ancora risposto al vostro pensiero. Lo faccio, solo adesso, perché mi pare stia calando il livello del fango; mi par di rivedere, ancora, possibilità d’acqua pulita. O, quanto meno, una rinnovata voglia di bere alla fonte, nonostante gli inevitabili inquinamenti da terra. Pur tornato sui miei passi, però, ancora non mi sono inginocchiato; ancora non ho avvicinato le labbra all’acqua. La bocca non ha ancora dimenticato il sapore di fango che la mente, non da oggi conosce ma che la mia vita, non da oggi rifiuta se non quando si ritrova assetata.

Datata

abianca

Penna e pena in Sandro

afrontelinea

“La bellezza di quelli che non sanno, non è più bella di quelli che sanno?”

alinealiberty

Sandro Penna, qui declama la bellezza e la forza fisica dei suoi amori e/o amanti. L’amava, perché fonte della vitalità, a suo pensare (penso) da incontaminata naturalità. E’ la bellezza di chi ricorre alla forza muscolare come sostituto della debole quando non mancante forza culturale. Sia pure generalizzando, prova ad accostare il fisico di un muratore con il fisico di un impiegato e capirai meglio. Tanto più se non ti fai deviare l’occhio dall’opera di adulteranti palestre. Di naturale, gli adulterati da palestre non hanno più la psiche da origine, ammesso che l’abbiano avuta. Ripensandoci, anche gli adulterati da filosofie e/o religioni di vario genere hanno perso la psiche virile di prima: ammesso che l’abbiano avuta. L’ho constatato confrontando le immagini dei miei ragazzacci con quelle degli oranti visti a Telepace. Belle anche queste, per carità, ma comuni sans sel. Il dispiacere m’ha ricordato: “Beati i diversi essendo loro diversi. Guai ai diversi essendo loro comuni.” Non penso si riferisse solamente al mondo gay. I poeti registrano anche altri universi.

abianca

C’é Penna e penna

alinealiberty

penna

C’è similitudine da sessualità amorosamente e liberamente coatta tra il Penna e me. Questo può aver generato dei moti simili. Principale differenza: io non desidero i suoi “fanciulli”, e neanche li amo se non come la vita che sono all’interno di disegni che mi hanno reso, tendenzialmente pater_maternale. Come gusti in amore sono stato e sono più vicino al Pasolini, anche se distante dai suoi “borgatari”. In odierna prevalenza, i miei sono arabi, quindi, paesi, villaggi, tribù, tende, case abbandonate, o stelle. In alternativa un altro amare: il mio. Oltre a questa differenza vi è il soggettivo percorso.

alinealiberty

ioinetà

Come Pasolini si è disinnamorato dei suoi amati (tutti abbiamo l’intrinseco difetto di crescere) così, per certi aspetti anch’io.  Il fatto è, che prima o poi diventano adulti, e quindi, non più vaghi e/o vaganti. Di conseguenza si allontanano. Tanto più, se, volenti o nolenti, siamo stati delle navi scuola. E’ nella norma della vita far si che ognuno prosegua nella sua strada. Etero o omo che sia stata importa molto meno di quello che temiamo. La vita bada più al percorso che alle stazioni di passo.

abianca