I percorsi prima

Sono al matrimonio di Francesca: figlia di amici. Mancata la Cesira, erano, di fatto, il familiare ricovero di un senza arte e ne parte. Ora che mi guardo (a 73anni compiuti) non posso non ammettere di sembrare un porta jella. Alla mia sinistra, Dario. Un amico e un amore già dall’infanzia. Quando glielo espressi mi pensai cresciuto: sbagliai. Dietro a Dario, Sandra: della famiglia ma solo a suo modo. Alla destra di Francesca, la madre e la zia: di carattere riservato ma non chiuso. Riguardando la madre di Francesca sento una grande tenerezza. In effetti, non era donna da averne bisogno più di tanto: almeno all’apparenza. Il bisognoso ero io, invece. Sospetto così, di non saper più per chi sento questa mesta voglia di pianto.

Operaio delle pulizie al Filarmonico di Verona. Tanto per cambiare non mi ricordo in che hanno è stato. 1985/90 direi. Con uno spruzzino dovevo mantenere l’umidità nel palco, in modo che la polvere non giungesse ad irritare le canore ugole. Lunghi e tediosi i tempi fra un compito e l’altro eguale, così, a me un libro non mancava mai e al Filarmonico non mancava mai un trono. Vista la mia personalità, nessun maschiaccio macchinista si è mai sognato di salutarmi sul lavoro. Di sorridermi, poi, non se ne parlava proprio! Saluti è sorrisi solo fuori: quando nessuno poteva vederli! Un bel giorno i macchinisti decidono di mettere del vino nello spruzzatore. Me l’hanno detto anni dopo. Non me n’ero accorto. Come, d’altra parte, neanche mi accorgevo dei solo saluti e dei loro sorrisi extra attività. Odio far beneficenza! L’ho sempre trovato umiliante. Sarà perché l’ho subita.

Al tempo della foto lavoravo in un albergo di Abano. Rifatti i proprietari. Non ricordo l’anno, ma ricordo di essere stato licenziato a causa delle proteste del cuoco perché già all’epoca avevo il vizietto di nominare tesoro tutto e tutti. Non sono il suo tesoro, mi ha obiettato il malnominato. Non ci faccia caso, gli ho risposto, io dico tesoro anche alle merde che trovo per strada! Sul momento l’ha intascata, tuttavia, senza prenderla bene visto che più tardi lo stesso titolare si è messo a gridare “licensiè el poeta!” Ho dovuto andarmene nel giro di un’ora! Magro, lo stipendio dei liberi. Non è stato il primo. Venivo dalla Val di Non. Avevo finito la stagione invernale. Per giungere all’albergo dalla stazione di Abano presi un taxi. Una stupenda Citroen bianca. Il tassista mi fa scendere all’ingresso principale. Entro, dico chi sono e cosa avrei dovuto fare. Apriti cielo! Agitati, scandalizzati e di furia mi dicono che devo entrare dalla porta di servizio! Che cavolo ne sapevo di porte di servizio! Negli orfanotrofi mica ci sono! Se mi avessero detto dalla ruota avrei capito subiro! La macchina (lussuosa all’epoca) non era mia.

Fattorino in una ditta di pubblicità Mi chiamavano Flash perché non facevano in tempo a dirmi dove andare che già ero tornato. La M.B non esiste più da decenni. Soffocata dai fai da te in grafica. Durante una cena aziendale mi rifilano il bambino di Pietro: un responsabile della ditta che io chiamavo Piter. Il bambino non sembra particolarmente convinto di quella scelta ma regge la parte. Io mi adeguo.


In Prato della Valle a Padova con la Guzzi e un amico di Dolo: la Dolo_rosa per l’ostilità verso la donna. Di ritorno dal giro la Guzzi mi lasciò senza fanale! Giunto nei pressi di Verona città, a causa di una doverosa frenata (non avevo visto i fanalini posteriori dell’auto davanti) derapò sino a farmi appoggiare sulla targa di quell’auto. Sietro di me un’altra aveva frenato di brutto giusto per non investirmi. La guidava un prete: non era il mio tempo. Delle ragazze la preferirono a un Benelli 125 nuovo di bottega! L’amico speranzoso ci stette proprio male! Non ricordo che fine gli feci fare: non all’amico, alla moto.

Correva il 1966 mi pare. Mary gestiva il ristorante NSU del Cavallino di Venezia. Io ero Lagunare a s. Nicolò. Per la festa del reggimento mi spostano nel suo ristorante. A fine naja mi assume. Ci faccio due o tre stagioni, non mi ricordo. Ci lasciamo male, più per problematiche mie che per le sue. Niente di sessuale, naturalmente, anche se una volta m’ha usato per calmare le sue tensioni come ho capito dopo. Pensavo che non stesse bene. No, non ero uno stupido, ma un po’ mona certamente si! Di recente la Mary è venuta a visitarmi: nella mente o in un sogno non ricordo. Mi apparve con il solo volto. Era ritratta in carboncino. Aveva tratti maturi, potenti, e le labbra rossissime! Mi guardò con l’espressione di chi, mentre si rende conto di aver avuto ragione a pensarla così, si chiede come ha potuto non capirlo meglio e prima. Le labbra rosse della Mary mi dissero, infine, che la sua passione sessuale è ancora viva. Non per me, ovviamente.

Preso da impossibilità di scelta avevo occupato una casa del Comune a Borgo Nuovo. Le… amiche, diplomarono l’azione concedendomi il nomignolo parafrasato dal titolo dall’opera di Puccini: La Vitaliana in Algeri. Giusto per dire l’ambito e l’inquilinato: allora totalmente composto dal nostro Sud. Riuscii ad occuparla inventandomi una storia. Mi vestii bene. Andai da un noto ferramenta. Dissi di aver perso le chiavi di casa. Potevano aprirmi la porta? All’epoca non avevo la macchina. L’operaio mi ci portò con la sua: una ottocentocinquanta sullo sganghèr! Aprì la porta. Mi diede la chiave. Comunicai la faccenda all’Agec e gli spedii un primo affitto: trentamila lire. Era quello che pagava una signora allo stesso pianerottolo. Seguì una faccenda legale: andò avanti. Mi offrirono una seconda casa: indecente. Accettai la terza offerta. Ci abito dal 79. Stavo lavorando solo nei festivi, in quel periodo. Certamente non mi andava di lusso, così, dove non mi assolse la legge mi assolsi io.

Sono seduto alla finestra del Du Lac di Bardolino: ora scuola alberghiera. Di spalle il capo cameriere. Mi dicevano che io lo sembravo più. Ero preso dal barista: un biondino pavese. Non so più quanti caffè ho bevuto pur di continuar a vederlo. Capii di averlo persino nauseato solo quando per analoghi motivi finii nauseato anch’io da una eccessiva insistenza. Correva il 71/72. Io, da nessuna parte: la Gilera doveva ancora venire.

Con colleghi de lavoro che io operavo come magazzinier (più facchino che magazziniere) sono al Carnevale di Venezia. Secondo il comune intento dovevamo sembrare la Banda Bassotti. Più convincente una trota mascherata da crocai. Mi dicevano che portavo i pacchi come si portano i vassoi. Non sembrava un complimento ma non ho sindacato.

La prima casa: in seminterrato 6×3 con una sola finestrella. Ci sono stato otto anni. L’ho trovata, favorito dalla conoscenza di un veronese: la Simona che a sua volta conosceva un attore mantovano (dello Stabile di Genova) che avevo conosciuto all’hotel Aleramo di Asti dove ho lavorato come cameriere. Subii non pochi furti in quella casa. All’epoca non sapevo ancora distinguere “i cani sperduti senza collare” che mordevano da quelli che mordevano: la conoscenza mi costò non pochi televisori. In lavanderia non mettevano sigla alla mia roba: l’odore di muffa la rendeva facilmente riconoscibile. In quella casa ho patito una pericolosa intossicazione da gas. Non fu mortale proprio per un soffio di gas in meno!

Era l’epoca dei maxi cappotti: stupendi! L’avevo in simil velluto: nero. Sembravo un prete. Una professionista che batteva in Stazione lo pensava. Quando mi vedeva si nascondeva perché aveva un figlio al Don Calabria. Temeva ritorsioni.Di maxi avevo anche un soprabito bianco di tela cerata. L’avevo comperato al Coin. Aiutando un’anziana a rialzarsi da una caduta, mi capitò di lasciarlo andare a terra! Il titolare di una verniciatura per auto vide la faccenda. “E pensare che i ghe dise su”, lo sentii dire. Già: pecato chel sia culaton! Lè tanto un bravo ragasso! Ferita vecchia: si è quasi rimarginata del tutto.

La Gabì: elegante orefice in Valeggio sul Mincio ucciso da dei nessuno per la vita ma non per la polizia. Non ho foto della Gabì. Solo immagini mentali: nessuna sbiadita. Gli sia leggera la terra. La prima volta che mi vide mi disse Silvio Pellico e le sue prigioni. (Sono ritratto da Giancarlo M. di Este)

Le amiche culandre dicevano che stavo diventando la cognata degli zingari! In nessun vocabolario si trova “culandre”. Lo direi l’insieme fra cul (sedere) e andro: in riferimento all’età.  Sommando i significanti, allora, il mondo gay dice culandra del vecchio omosessuale dal sedere passivamente vecchio. Non mi ricordo se il termine l’ho appreso dalle culandre, o se (spiegazione a parte) il titolo girava già. Ricordo ancora, invece, la sincerità di quell’amoroso. Ricordo anche che la vissi con leggerezza. Forse perché non ancora in grado di capirla, forse perchè scetticizzato dallo scetticismo delle culandre, forse perché non capivo la sua parte come del resto neanche la mia. Non mi piaccio mentre le guardo così. Oltre che alla leggerezza trapela un qualche senso di superiorita. Quel giovane non la meritava ed io non capisco da dove, irritante, sia saltata fuori!  Sono sicuro che non ci ha fatto caso! Il suo piacere non aveva dubbi e/o genere. Nonostante la sua giovinezza, neanche lui.


Si avvicina il Carnevale di Venezia: non ricordo di che anno. Decido di esserci. Lavoravo alla “Vaca de to zia”, all’epoca: il nome dice la classe. La composizione finale del costume dice la mia. Di stile simil russo forse perché avevo letto un libro della Blavasti. Per le conoscenza dell’epoca (pressochè scarse quando non nulle) mi risultà un indigeribile polpettone. Sia come sia mi lascio affascinare da un 80×80 di un velluto viola che dicono imperiale. Stupendo per un mantello ma con un 80×80?! Lo compero lo stesso! La sarta ed io cogitiamo un corpetto. Le misure sono bastate per la parte davanti! Si va bè, e mo’? E mo’ ci vuole il resto! Unito resto a resto (non manco di fantasia) è venuto fuori un costume dallo strascico di quasi un metro e mezzo. Tanto per restare in tema é in damasco viola con disegni in oro. Mi è costato un capitale! Sconvolto da cotanta nobiltà, il tassista che m’ha portato alla stazione dei treni non riusciva ad accettare l’idea d’aver visto uscire una tal madonna da una casa popolare! Mi porta in stazione. All’entrata, tutti hanno fatto finta di non vedermi. Non ci bado più di tanto. Giungo a Venezia: ovviamente in prima classe.  Ci trovo una giornata indecentemente invernale. Vestita di solo damasco non vi dico il freddo che ho patito. Per calli andando solo dei giapponesi hanno fatto caso a me. No, adesso che ricordo: a me aveva fatto caso anche un teppistello. Con l’esperienza che già all’epoca mi ritrovavo, figuriamoci se non sapevo riconoscere un soggetto armato da voglie di rapina. Così, col cacchio che sono entrato nei portici dove mi aspettava anticipando il mio passo. Gazzabinskaja sì, scema no! Almeno, non per quel tanto di poco per il quale m’è piaciuto dargli qualche speranza. Aveva dimenticato, l’illuso, che a Carnevale ogni scherzo vale. Per cena entro in una rinomata osteria. I presenti hanno ripreso ad essere presenti solo quando sono uscito perché non c’era posto. A Verona mi aspettava la casa: era ancora come quella di prima.

La dicevo napoleonica questa giacca. Non ricordavo più di avere quella foto. L’originale è in bianco e nero. Copiata con la cam è venuto fuori proprio il color cammello originale. La luce alla sinistra è un effetto della lampada che ho sul tavolo. Quel tantinello di volto femminile che vedi a destra, invece, la potrei dire, l’esatta quantità di emozione che io provavo per quella ragazza: non molto munita nella capa, ma, con delle gambe che raramente ho visto se non su strapagate modelle. Eravamo in una baita dalle parti di s. Cristina di Ortisei. Erano tempi da tralicci divelti, all’epoca. Non eravamo molto graditi in mezzo a loro, noi, italiani, ma risolvevano la questione, i nativi, facendo conto che non ci fossimo se non come spazio tolto in pista, se si può chiamare pista una sorta di pavimento ad assi di un legno che ricordo grezzo, o quanto meno reso grezzo dal ballo di generazioni di scarponi. Polka, ti dicevo, ma a me, evidentemente, anima troppo sensibile, pareva piuttosto un agitar di anche e di spalle, di orsi che non avrei saputo distinguere dalle orse da tanto, complice la snaps, erano avvinti, stretti, appiccicati. Non sapevo ballare la Polka, e quella ragazza me l’ha insegnata. Non m’ha insegnato altre polke, quella ragazza perché non mi sono mai illuso e non ho mai illuso. Dico, illuso, perché non pochi partecipanti alla mia sessualità sperano che il profumo di donna sia taumaturgico per i problemi di non accettazione di sé. Alzi la mano chi non ha mai sperato nei miracoli. In particolare modo a vent’anni.

Ristorante “Al Sangon”. Portava il nome del bizzoso fiumiciattolo che scorreva nei pressi. Una volta straripò. L’acqua mancò di poco il pavimento della stanza. Un collega mi svegliò allarmato. Mi girai dall’altra parte e continuai a dormire. All’epoca, nulla turbava i miei sonni. Anche adesso, molto raramente. Allora, Mina cantava Renato – Renato e Cuore la Pavone. A Moncalieri ho comperato il mio primo Oscar Mondadori, una macchina fotografica con un “percussore” da colpo di pistola, e il primo orologio: un Lanco. Vivevo con le mance. Con il primo stipendio che gli ho mandato, la Cesira si comprò una radio Allochio Bacchini. Dopo tempo rividi il paese ma non la radio; finita al Monte dei Pegni, penso. In un successivo periodo ho lavorato anche all’Aleramo: chissà se c’è ancora! L’Aleramo c’è ancora. Non ho foto di quando c’ero io.

Per questa, infine, ricordo il luogo (il giardino del Ristorante) e pezzi di storia che ora guardo come all’epoca guardavo le fette di torta lasciate nei piatti alle feste di matrimonio.

Di fashion da mettermi quella sera non avevo proprio niente, così, ci sono andato con indosso una tuta da Karate che avevo comperato in un saldo solo perché mi era piaciuta.

Ancora al MazooM

Serata post festiva. Il personale più della clientela. Non mi accorgo che mi hanno fotografato. Me lo fa notare il fotografato assieme a me. Poso la mano sulle perle: come da copione.

Al Ber Aurora di Este. Anni dopo l’ho visto trasformato in una drogheria con pretese da modernità. A quella vista mi mancò il cuore: non si finisce mai di morire. La titolare mi aveva in antipatia. La temevo ma non la capivo. Ho riconosciuto quel genere di antipatia nei soggetti avioprivi. Sia nel senso di avio maschile che, latente o no, di quello femminile. Il titolare (Aldo) era una pasta d’uomo. Ha insistito perché prendessi la patente e m’ha fatto far pratica con la sua 600. L’aveva appena comperata. La patente (40 mila lire) l’ha pagata lui. Io ne percepivo otto alla settimana. Non ricordo come ho fatto, sia a ridarglieli che averne da portare a casa. Di fronte al Bar c’era la Pensione Cavallino: anche casino si mormorava. L’ultima volta che l’ho visto (anni fa) ho trovato una concessionaria al suo posto. Ricordo i brulè che portavo nelle serate d’inverno. Pesante il vassoio e drammatico il passo: dovevo andar velocemente per non farli raffreddare, e dovevo non far cadere tutto. Salivo, per una di quelle scale che adesso ci sono solo nelle case d’epoca: quelle con scalini di pietra da lavare in ginocchio con spazzola e varechina. Finite le scale si entrava nel salone: a sinistra un tavolo grande circoscritto da sedie. Un poco prima del tavolo un paio di poltrone. Il tutto dava l’idea di un usato mai usato. Alla destra del salone, la porta della cucina/sala da pranzo. Attorno al tavolo, uomini, donne, e palpabili disagi. Nell’abbigliamento delle donne nulla suggeriva alterne pratiche. Negli atteggiamenti degli uomini nulla diceva la presenza del desiderio da tanto mi apparivano mesti. La Merlin capitata in quella cucina avrebbe detto: ho sbagliato porta! Dell’Aurora ricordo i pomeriggi domenicali con il bar pieno di ragazzi e ragazze; tutti e tutte vocianti e continuamente presi dalle lacrime sul viso che Bobby Solo spandeva dal jukebox: senza interruzioni dalle 14 e 30 sino alle 18 e 30!

Verso i venti (forse meno) sono stato cameriere al Gabinetto di Lettura di Este. Ore assolutamente vuote, nel pomeriggio. E dalle sale grandi, inquietanti silenzi mi venivano incontro. Mi spaventavano. Quasi sempre li subii restando immobile. Solo una volta li contrastai schiacciando a casaccio i tasti del piano.

Arriva un socio: Carlo. Giovane. Vitale. Bello. Fra i miei vani sospiri. (Non più di tanto, devo dire: non ero poi così cretina.) Studiava a Padova da avvocato. Carlo era Interessato ad una donna che era interessata a me. Con la donna, Carlo andò in bianco. Con me, in bianco ci andò la donna ma all’atto in pratico seppi salvare sia la sua faccia che la mia. Non sapevo che sapessi suonare, mi dice Carlo. Ricordo di avergli servito il caffè. In quel posto mi trovai a subire le pesanti ostilità di un responsabile. Non capivo i perché. Non sapevo oppormi a quegli atti. Avrei almeno dovuto prenderlo a schiaffi, ma con cosa? Con i rosari che ancora avevo nella mente? Carlo se ne accorse e prese le mie difese. Molti anni dopo seppi che era morto, vittima di un incidente stradale. Non ne gioii e non me ne dolsi di quell’estinta ignoranza. Settantanni dopo lo ricordo ancora. Si chiamava Capuzzo. Era sulla trentina. Fisicamente scadente. Le amiche veronesi che vennero l’avrebbero detto ” l’è na una fata… mal!”. Non gli auguro una terra leggera; anche perché non me ne può fregar di meno.