E intanto il tempo se ne va cantavano ieri sera al Flexo di Padova

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Consenzientemente traviato da un amico, l’ho accompagnato, ieri sera al Flexo di Padova. Il Flexo è un cruising bar con dark room. I non interessati alle godurie gay, si accontentino di capire l’inglese! Il locale non è male. Ha qualche pretesa architettonica. Anche riuscita, direi, e comunque sia, ho visto ben di peggio. Qualche giovane a parte, è frequentato da età adulta. Come succede già da mo’, gli amici che accompagno vanno a cercare il romeo e/o la giulietta dell’occasione. Non trovandolo/la, si rompono le palle. Io, invece che vado cercando vita, la trovo sempre, così, me le conservo integre. Qualche giorno fa, non mi ricordo più da chi, ho letto che solo un grande dolore può buttarti fuori dalle coazioni a ripetere. E quello ho avuto. Ci imprigioniamo nelle coazioni a ripetere, tanto quanto viene frustrata l’idea che muove la nostra ricerca. Con altre parole, tanto quanto non accettiamo (e/o riconosciamo) le verità denunciate dai riscontri che riceviamo. Perché non cerco sesso, in un esplicito locale da sesso? Perché mi sento come chi è appena uscito di galera. Ci ritornerò? Non so. Ci vorrà un atto d’amore.

Dicembre 2007

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Ho incontrato Legione

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Sono quasi le due e mezza sul piazzale della stazione. Non c’è nessuno. Come sempre, in periodo di Arena fanno dei bei ripulisti. Un momento. C’è qualcuno. L’andatura è caracollante. Tipica dell’arabo. Di quelli che mi incuriosiscono, almeno. Già da distante lo vedo di sana e robusta costituzione. Mi avvicino. Felpato. Ammesso che lo si possa con i pedali. E’ sui trenta. Niente male. Strafatto. Mi vede. Mi guarda. Mi chiede: tutto a posto? Interesse per i miei bagoli sentimental esistenziali? Neanche per idea! Intende solo chiedermi se ho qualche desiderio da soddisfare. Fumo e/o coca per età più giovani. Sesso per la mia. Si, gli dico, rallentando la bici. Si avvicina. Odio piantarli lì. Un po’ per delicatezza (anche se, molto probabilmente, non gliene frega più di tanto) e un po’ perché non si sa mai. Sono più che leggermente descamisado. Mi accarezza il petto. Che belle tette, mi dice. Sa bene che gli uomini hanno il petto e non le tette. E’ che mi vede come uomo ma non come maschio, quindi, donna. Non pochi si sono accorti di aver visto male ma lo lascio credere a tutti quanti. Un po’ perché non me ne frega niente, un po’ perché il farlo è buona tattica. Si spogliano prima e senza problemi. La cosa non mi dispiace, ovviamente, ma da cosa, non sempre si sa cosa nasce, così, accenno un allontanamento. Ciao bello, mi saluta. Gli rispondo e vado. Giro di qua, giro di la, e ritorno in stazione. La foresta richiama. Lo rivedo, appoggiato ad un tavolino del chiosco che è lungo il Camuzzoni. Arrestato da un misto fra interesse sessuale e personale, gli chiedo se sta bene. Mi dice di si. Si avvicina. Mi dice che poco prima era stato avvicinato da un altro uomo, e che voleva fargli questo e quello, ma che lui l’ha allontanato perché non è piaciuto il comportamento di quella persona. Vero? Ma neanche per idea. Mi racconta il fatto per farmi capire che non ignora certe cose, e che se incontra chi gli piace, le vive anche. Andiamo sotto, il ponte mi dice, ci facciamo un giro di coca e poi voglio provarti il culetto!

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Capirai che culetto! Ad un passo dalla pensione! Nicchio. Con leggerezza. La sua recita è buona ma per me è scontata. Gli sorrido lo stesso. Lo merita. Magari, i diavoli fossero brutti! Difendersi, sarebbe anche troppo facile. Non è facile, invece, con i brutti diavoli. Non è facile con i poveri diavoli. Lui era un misto. Lo chiamerò Legione. Era alla mia destra. Mi si mette più vicino. L’ho sentito aderente all’albero del bene e del male. Come quel serpente. Non mi ritraggo. Non devo fargli vedere che temo. Non si deve aggiungere benzina ai fuochi. Mi accarezza le cosce. Non si avvicina all’inguine. In genere, lo fanno quando si sentono sicuri di non essere giudicati, di non essere ridotti, di non essere sessualmente parificati. Mi accarezza ruvidamente. Pesantemente. Neanche fossero la spalliera del ponte lì vicino. Incapacità di carezza? Ma neanche per idea. Lo fa, perché il passaggio pesante delle mani, non fa rilevare il passaggio leggero verso le tasche. Nella tasca destra ho il telefonino. Ci siamo, mi dico, però il tipaccio ferma l’esplorazione, passa alla mia sinistra, e la riprende da quella parte. Naturalmente, ci risiamo. Da quella parte ho un portamonete e le sigarette, e da quella parte, il Legione continua a considerare le possibilità. So già tutto. So già come andrà a finire. Mi invita sotto il ponte ancora una volta. Ancora una volta nicchio. Un tantinello più fermamente. Gli dico che sono vecchio, che sono stanco, e che proprio devo andare a casa. Vero, solo il primo caso. Ci salutiamo e ci lasciamo. Metto le mani nella tasca sinistra. Come volevasi dimostrare, c’è solo la tasca. Nel porta monete c’era poco niente. M’ha rotto di più le palle, il furto delle sigarette. Il telefonino non ha fatto la fine del resto. Strano. In casi del genere, non è che stanno lì a far distingui. Al caso, lo fanno, quando l’incontro diventa più personale. Vorrei poter dire, allora, che sono stato risparmiato del furto del cell, grazie alla mia affascinante personalità. Temo, invece, che il quanto sia dovuto, solo al fatto che il Legione ha trovato più tentante il mio petto. Anche i diavoletti ne hanno bisogno.

Giugno 2008

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A proposito di “Fuori”

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Più di una ventina di anni fa passeggiavo con l’amato in piazza Bra. Ad un certo punto, come se l’avesse fatto un altro, mi sono scoperto a fermare la mano: gliela stavo posando sul sedere! L’immaginate la scenetta? Per me, era solo confidenza, sentimentalità, condivisione di un eros. Ma, e per chi vedeva quel gesto? Per la gran parte di quelli che lo vedevano, era sesso. Era lussuria. Era finocchieria. Era scandalo! Perché non mi avrebbero inteso come io ho inteso quel gesto? Perché, per secoli, siamo stati dipinti molto male. Perché, per secoli, ci siamo anche dipinti, molto male. Cosa intendo per dipinti molto male? Per i “nostri” pittori intendo, con falsa luce. Per chi si è dipinto molto male, invece, con eccessiva luce. Trovare la luce giusta, (tale perché non irrita la “vista”) è rientrare dentro il nostro quadro; ed è un venirne “Fuori” con più equilibrati cromi. E’ mettere anche, chi vede i nostri Quadri, in condizione di leggerci secondo la misura della loro capacità. Anche la realtà insegna che se in una conca da tre litri noi ne versiamo cinque, quella travasa. Con altre parole, ci rifiuta. Non per tutto questo intendo dire che dobbiamo tornar a reprimere la nostra personalità. Intendo dire invece, che è vi è dissidiante conflitto fra atto ed ambito, così come è dissidiante fra atto ed ambito, l’andar a far la spesa in mutande. Naturalmente, non trovo conflitto fra atto ed ambito quando l’atto è carnevalesco e l’ambito è un carnevale, ma, nelle altre logiche, dovremmo trovare le ragioni per fermare la mano.

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Amore, amorevolezza, madri, figli, amanti, cimiteri, spiriti.

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L’altra notte ho sognato l’Amato. Era a letto. Uno di quei letti in tubolare che si trovano negli ospedali o in isole comunitarie. L’ho visto dimagrito in viso. Pallido ma non cereo e con la barba di più di qualche giorno. Lo ricordavo glabro! Dormiva ma non respirava. Sentivo il senso del mio corpo in modo vago. Come figura non c’ero presso il letto. C’era solo la mia capacità di vederlo. Mentre lo sto guardando, si alza molto rapidamente. Viene verso di me. Mi si mette di fronte, e all’altezza del petto (come se quello fosse il suo armadietto) estrae un paio di scarpe. Fatto questo si gira ed esce imboccando un corridoio. Mi sveglio avvertendo una sensazione di rimprovero. Neanche lo stessi abbandonando. Direi si e anche no. Non è vera perché è ben raro che passi giorno senza pensarlo, ma è anche vera perché (lo voglia o no) lo “vuole” la vita. A quella volontà si può opporre solamente chi vive di solo dolore, ma anche in quel caso, prima o poi la vita allontana da quella scelta, allontanando le emozioni che ancorano al dolore. Simbolicamente parlando le scarpe rappresentano gli strumenti atti al cammino. Siccome sono vecchie, quelle del sogno, allora rappresentano gli strumenti dei vecchi cammini. Quelli, cioè, che faceva prima che diventassi l’”armadietto” dove li aveva sentimentalmente rimessi. Se vera l’interpretazione, il senso dell’abbandono che ho provato al risveglio non riguardava il mio allontanamento da lui, ma, in toto o in parte, il suo allontanamento da me. Anche lui, però, non può diversamente.

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Anche Morfeo ha le sue preferenze

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Sono nei pressi della Camera di Commercio. Trovo rifugio nel suo porticato. In un angolo del pavimento, due, dormono. Sono Sri Lanka. Ci sono abbandonati anche fra di loro. Le cucine straripano di quegli operai. Sono totalmente generici ma anche svegli. Tanto che nel giro di qualche prova, vuaaaalà: cuochi pagati da lavapiatti! Sono vicini. Molto vicini. Sembrano dopo l’amore. In verità, sono molto vicini perché hanno una sola coperta. Su di uno, gli si è quasi arrotolata attorno. L’altro, è pressoché scoperto. Anche Morfeo ha le sue preferenze.

Luglio 2008

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Siamo stati ospiti (l’Amato ed io)

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Siamo stati ospiti (l’Amato ed io) di un amico di Merano. Assieme a noi, una banda di sciagurati per un verso e per un altro. Dopo esser saliti per non si sa quanta strada al buio, ci siamo fermati proprio sul dosso di un’alta collina o di un piccolo monte che sia stato. Di vetro, l’aria. Per decine di kilometri di fronte a noi circondati, una platea di montagne, con luci cadute, pareva, da una collana di diamanti. Come in terra, così in cielo. Basso il cielo. Di un indaco così intenso da parer soffitto. Basso pareva, quasi da far venire il timore di poterci battere la testa! Incantati, saremmo rimasti lì non si sa per quanto, ma il cenare chiamava ed eravamo già in forte ritardo. Come serata volle arrivammo al ristorante! Nella sala, clientela numerosa e gia’ molto brindata. Siamo stati dirottati a parte. Non credo per malizia. Nessuna di noi era scandalosa, né in qualsiasi maniera fatta di qualsiasi cosa. Non sino all’aperitivo, perlomeno. Del mangiare non ricordo nulla. Probabilmente, perché molto mediocre, probabilmente, perché moto birrato, e dopo, anche molto cannato! Festa scontata, si sa, ma bisogna divertirsi se no che festa è! Solo il Signore sa se non le odio. Non tanto le feste, quanto il doversi divertire perché cosi’ si fa vedere che ci si diverte. A me, che già allora cominciavo ad amare il silenzio, interrotto da rumori, si, però, attenuate per favore: attenuate! Fatto sta che ho lasciato andare il comune che non sono, ed ho recitato la mia parte. La ricordo a rari sprazzi, devo dire. Di netto, ricordo solo che l’Amato rideva come non l’avevo mai visto. Si, so ben recitare quando lo devo. Non ricordo com’è finita la serata. Ricordo solo che ad un certo punto i nostri fuochi si sono spenti e che siamo tornati a terra venati di malinconia. La stessa che colpisce gli angeli quando toccano il suolo con le ali.

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La pelle nera del Finocchio bianco

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“Ma proprio non vedo cosa c’entri l’omosessualità nella visionarietà di Pasolini è uno dei tanti fattori che l’hanno costruito… e basta.”

asepara

Basta lo dici tu! Certamente non conosco l’animo omosessuale, personale, di Pasolini, tuttavia, se me lo permetti, conosco, sulla mia pelle l’animo dell’omosessualità rifiutata! Ti garantisco, che non è rifiutata e basta! Come non è accettata e basta! Hai ben visto come è stato accettato l’animo omosessuale di Pasolini! E, tu mi dici, e basta? Nell’animo dell’omosessualità rifiutata vi è un costante bisogno di “riento”. Non cessa mai! Forma, quel bisogno (o al caso deforma) l’identità omosessuale in tutti i suoi atti: vuoi comuni, vuoi visionari. L’animo omosessuale anela al rientro (intendi rientro nel senso più ampio dei significati) e lo compie, quanto non totalmente, infiltrandosi per infinite vie, modi, emozioni. E’ un animo “negro”, quello dell’omosessualità rifiutata! E la cosiddetta gayezza, è il suo blues. Dove un animo omosessuale (ma, a questo punto, anche eterosessuale anche se meno pesantemente gravato dal suo segno) sente “stretto” al suo spirito l’alveo a cui tende “la pargoletta mano”, per quanto può lo cambia, dove non riesce a cambiarlo lo “sogna”. Maggiore il sogno, maggiore il Visionario. Lo “sogna” al punto, da diventargli, anche fissazione; da diventargli anche “malattia”! Sono stato chiaro quanto basta! Io non sono un tuo amico. Sono un tuo corrispondente: spero educato, spero civile, spero capace di esprimersi. Se non ci riesco come vorrei, me ne dolgo. In un prossimo futuro, spero di tornare anche più calmo. Non mi interessa chi sia il tuo ex amico, ne le ragioni della vostra separazione: punto! Non sono l’alter ego di nessuno: punto! Tanto meno di una persona che non apprezzi più: punto! Non vedo, pertanto, cosa tu debba sperare, “sopratutto per me”. Tanto meno vedo, perché decidi, tu, come e dove collocare la mia vita, cioè se presso i tuoi amici graditi, o se presso quelli sgraditi: punto! Nessuno ti ha chiesto niente, quindi, tu mi lasci dove sto: punto! Già che ci sono: dei tuoi giudizi e delle tue idee su di me non me ne frega niente: punto! Riserva a te, quindi, delle speranze che a mio indirizzo sento condizionanti e pertanto, a me improprie! Punto!

Giugno 2006

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Vi piacciono le rose?

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Dove abito, al piano terra abitavano degli aderenti alla mia stessa confraternita: la s.Frocio. Uno dei due amava il giardino. L’aveva ricavato mettendo terra su delle pietre. Le piante dovevano aver capito quell’amore perché crescevano da far dispetto ai soliti pollici. A lato del cancello aveva piantato una mimosa. Un sorta di ragnetto per i primi anni, poi un caspo di giallo che era una cura per l’anima. Si sono trasferiti. La mimosa è morta. Da allora non sono più capace di regalare mimose, come non sono più capace di accostarmi ad un giovane dopo la morte dell’Amato che avevo lasciato crescere nella mia vita. Vi piacciono le rose?

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L’Amato mi dice

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L’Amato mi dice: mia madre ti vuole conoscere. Sacramento un po’ ma ci devo andare. Entro in cucina. Mi siedo al tavolo. Sua madre mi “annusa”. All’improvviso, mi spara: ho saputo che è un amico di mio figlio! Siccome non mi piace girare tanto in tondo, preciso: io non sono l’amico di suo figlio, io sono l’amante di suo figlio! Se le va bene, è così, se non le va bene mi dica la porta che me ne vado! Mi è mancato nel Febbraio del 91, ma con sua madre, ancora ci sentiamo, ancora ci vediamo. Ci regge, non solo un passato, ma il godere della reciproca stima. Questo per dire, che anche quando non c’è l’amore ideale, c’è pur sempre un amare. Problemi?

Giugno 2006
In qualche giorno dell’Agosto 2020
La madre dell’Amato è morta. Una settimana dopo i funerali, nel dormiveglia ho sentito nella mente la sua inconfondibile voce. Ha pronunciato due nomi: quello del marito della figlia ed il mio. Anche in vita diceva il necessario. Anche in vita quasi mai lo spiegava.

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Sajonara da Verona

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Dalla Sajonara, notturna ragazzaglia condivideva stesse notti, stessi letti, stessi ricordi. Era d’Autunno quel 71. O, era il 72? Entro in pizzeria. Mi sento la burba in mezzo ai nonni. Pugnalate e coriandoli fra tavolo e tavolo. Mi dicono di non preoccuparmi: è la solita sfida di burletta! Un amico, la Simona, (odontotecnico con trapano a pedali) mi presenta alla corte dicendo: questo è Silvio Pellico e le sue prigioni. No, dice un tizio che non conoscevo (la Gabì) è la Gazzabinskaja! Così battezzato, sono stato quell’avatar per tutta la primavera di giovane uomo, di giovane Finocchio, di giovane in tutto. Avevo 26 anni. Si chiamava Marco, il battezzante. Orefice. Rapinato da balordi, (un cesso di amante fra quelli) ha dimostrato di avere dei coglioni che molti etero si sognano. Ma non sono bastati. Pugnalato e legato ad un albero, era riuscito a liberarsi dalle corde, ma non dalle ferite. E’ morto poco dopo. Con fatica da lottatore, mi è stato detto. In quella compagnia c’era un trentenne. Spaventato insegnante. Non tanto dalle materie spaventato, quanto dal materiale scolastico che trattava. Nessun minorenne, tuttavia giovani. A lui non piacevano i giovani, se non come bellezza in sé. Temeva il loro giudizio, però. Non tanto per sé stesso, quanto per le conseguenze sull’insegnamento e sulla professione. Si armava, così, di grandi occhiali scuri, e di arcigne commedie! Non ci credeva nessuno. Si chiamava Gigi: Gigeria per gli amici. La sera di Natale (non mi ricordo di quale anno) la Gigeria ed io siamo andati a vedere gli Aristogatti. Eldorado di risa la scena del notaio sulle scale; tre passi avanti e sette indietro, mentre, trepidante, svanita ma di classe, la Signora l’aspettava sulla cima. Siamo in Piazza Bra. La Gigeria aveva una cinquecento gialla. Tenuta a puntino. Antistante la Gran Guardia, incauta, una macchina aveva parcheggiato un 50 centimetri dal marciapiede. Noi arriviamo. La Gigeria vede la macchina parcheggiata. La strada non è larga meno di una trentina di metri. China sul volante, (neanche guidasse un chissà quale tir) comincia a dire: oddio, ghe vago dosso, oddio, ghe vago dosso, oddio, ghe vago dosso; e ci siamo andati!! A non più di 20 all’ora! Guidatrice da Singer, la Gigeria! Dopo anni, (ci eravamo persi di vista) la amiche mi hanno detto che è morta d’infarto. Stava passeggiando in riva al lago in compagnia di un amante militare.

Giugno 2007

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Siamo diversi perché noi stessi o perché no

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Avrete notato che non vado tanto per il sottile per definire la mia sessualità. Mi sono domandato, però, se questa mia franchezza non possa alterare una qualsiasi forma di rapporto fra me ed i miei eguali: Omo o etero che sia. Risolvo la questione una volta per tutte. Gay, per me, è il nome del moderno fondo tinta, che, lungi di favorire l’accoglienza che spetta ad ogni Identità non a-sociale, la rende, al più, globalmente sopportabile! Gay, per me, è il nome del moderno fondo tinta, che copre, le tumefazioni che il volto dell’Omosessuale, (e con lui, l’identità Omosessuale), ancora subisce, sia pure per educate forme, e civili maniere. Gay, per me, è il nome che sortisce l’indesiderabile effetto, di sbiancare le scritte, che l’hanno storicamente condannato, a subire l’ultimo sfregio del lancio dei semi di finocchio, perché, quando li bruciavano: accidenti, che puzza! Ed io, dovrei contribuire, a far dimenticare, quanto la norma sociale e religiosa, possa essere infallibilmente omicida, nei confronti dei Fuori?! Ma, neanche per idea! Io sono un Finocchio! Non vi vado bene? Sopravvivremo!

Giugno 2006
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Le sponde della sessualità

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Ovviamente non tutti in una volta, ma, mi è capitato di avere sessualmente relazionato con persone di destra, sinistra, centro, secessionisti, anarcoidi e anche con quelli socialisticamente maleducati. Come l’ho potuto, se non sono etero, giovane, bello, ricco e neanche tanto forte? Evidentemente, latente e/o palese che sia stato, fra me e quelle figure fu galeotto un comune momento sessuale. Un comune momento, certamente non fa una sessualità, tuttavia, prova che essa è come un fiume che può toccare più stati. Si può normalizzare quel fiume, la sessualità? Direi solamente convogliando la sua vita in quel canale artificiale che abbiamo chiamato norma sessuale. Vita, è lo stato di infiniti stati del suo stato. Anche una “diversa” sessualità, quindi, è via della vita, (vita è bene per la Natura e vero per la Cultura per quanto è giusto allo Spirito), in ogni sua parte. Deviare da questa normalità, non può non deviare la vita. Tornando alle dichiarazioni di F., se vi sono degli omosessuali che ancora tollerano di non sentirsi chiaramente accettati dal suo partito, allora, l’autolesionismo che evidenziano, prova il loro bisogno di essere posseduti nonostante i costi. Per questo psicologico e politico desiderio di passività, anche se l’omosessuale che lo vota non fosse di quelli che lo prendono in fondo alla schiena, comunque, scegliendo quella ideologia, temo sarà fra i destinati a prenderlo… nella vita. Buon pro faccia a questo genere di amanti, è ben amaro augurio di ogni felicità. Comunque vada a finire la storia, il signor F. ha ragione di temere quelli che, etero o homo, hanno il coraggio di viversi per quello che sono anche al di fuori del privato. Laica, politica e/o religiosa che sia, per chi ha fame di regime, i liberi, sono sempre dei pessimi soggetti.

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Ossigenazioni

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Avevo del fango da ossigenare così, sono andato al “Romeo”. Il parcheggio è quasi vuoto. Strano. Non è serata da nebbia! Entro. Vedo le solite trippe. Sarei tornato indietro. La musica è diastole e sistole, ma per chi viaggia in bicicletta non c’è molta scelta. La gente è poca. Un girapiatti riesce pure a svuotare la pista. Mi rassegno. Aspetto un’emozione non stantia. Sono in ciabatte. Vedo commenti di scandalizzate. Me ne sbatto. Chiudo gli occhi. Sono da altra parte. Un Srilanka, in un angolo, vibra. Gli sorrido. Vorrei dirgli: che fai, lì! Buttati! Mi evita. Paura di vecchio Finocchio. Un altro rovinato. Bevo un 45. Sono ubriaco da non reggermi dritto! Per un solo 45?! Strano. Mi lascio prendere dal tam – tam. Ne ricavo di che dire. Attorno a me, solamente coretti. Sopra di me, raggi di luci ed occhiate. Non mi toccano. Grazie al cielo sono fuori mercato! Vedo conflitti fra manze. Ancora?! Mi rompo le palle! Esco. Salgo sulla carolina e vado a casa. Casa dolce casa non fu mai così vera. Mi sbafo del pane con del lardo aromatizzato: stupendo. Sulla finestra, il minestrone. Sbafo anche quello! “Domani, è un altro giorno!”

Dicembre 2006

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Mio caro, ad ogni equino la sua greppia.

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Pur correndo il rischio di sembrarti un asino mi vedo costretto a rinunciare alla tua presenza fra i miei Amici. Lo faccio, perché in FaceBook come d’altra parte in Blogs.it, in primo grado esprimo la mia cultura d’uomo pur in quella comprendendo la non omogenea sessualità (che è anche la tua) e che non è un mistero per nessuno dei miei corrispondenti. Ogni accostamento a pagine nelle quali, invece, si esprime (direi prevalentemente) il personale gusto sessuale, non può non rischiare di allontanare dei lettori dalla mia conoscenza; e se posso permettermelo come nome, non posso come pseudonimo. Con altro dire, se nel mio reale me ne posso sbattere le palle del giudizio altrui, altrettanto non posso per il mio ideale. Per la ricerca del mio reale non ho escluso nessun genere di sito e, a parte i falsi a sé stessi, nessun genere di persona. Nella mia vita, però, (sino alla presente data, ovviamente, che il domani è fra le braccia degli dei) ho concesso ad una sola persona e alla sua cultura di mescolarsi con la mia ma è stata l’eccezione. Per ogni altra normalità, roa, roa, tuti a casa soa! Con ciò intendendo, ogni cosa ha il suo posto e deve stare al suo posto. Niente mutande e calzini nello stesso cassetto, quindi. Nella speranza di essere capito quando non condiviso, ti saluto.

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Storia di dipendenza e di liberazione

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Eravamo in un corridoio degli uffici del condominio Palladio dove gestivo le pulizie, l’ultimo “amato” ed io. Lo rimproveravo perché non stava pulendo il pavimento come, in virtù di responsabilità, gli avevo detto di fare. Guardandomi con ghigno di sfida e continuando a sbattere la radazza ora qua, ora là mi ha risposto: io non faccio quello che tu dici! Lo farò licenziare. So già che non è possibile. Gli farò avere una lettera di preavviso! Esco dal corridoio da arrabbiato. Non di meno arrabbiato, mi sveglio. A calma raggiunta, la sua risposta mi lascia confuso. Che mai gli avrei detto da motivare un opposizione del genere! Non gli avevo detto mai nulla neanche quando, per anni, si era fatto di eroina a mie spese! Vero è che in vita l’avevo fatto lavorare al Palladio con me; giusto per riempirgli le ore fra la pera della mattina e quella della sera. Vero è, che usava l’aspirapolvere sullo stesso metro quadro e oltre misura di tempo. Non se ne ebbe a male quando decisi che così non andava proprio! Tanto che la faccenda non mutò lo stato della nostra “unione”, Si, è vero: claudicante da ambo le parti. Se in vita non gli ho mai detto nulla, certamente gli ho detto dopo il ripristino dell’unione, in coscienza permessa dalla medianità. Sentivo (e quindi sapevo la sua presenza) a motivo di una pressione sulla scapola destra. Essendo uno dipendente da l’altro sino alla rispettiva tossicità (nel mio caso “droga” perché quella passione mi aveva fissato l’arbitrio) ho sempre figurato quella pressione come la “scimmia” da tossicodipendenza. Dopo il suo trapasso, è chiaro che non ero più il suo tossicodipendente. Non lo sono più stato di nessuno. Da allora, solo qualche leggera e occasionale “bustina”. Immutata se non addirittura rafforzata, però, una dipendenza da affettività, o come ebbe a dirmi via tramite, da una amorevolezza che ancora sentimentalmente praticavo, incurante degli invalicabili limiti che stanno fra questa vita e l’ulteriore. Sconsiglio quel genere di superamento. Chi lo fa, rischia di restare preso, nel pensiero se non di fatto. Vai avanti gli dicevo ogni volta lo sentivo. Devi percorrere la tua strada! Se avesse iniziato a percorrerla, direi necessariamente, quando non più, avrei perlomeno sentito meno la pressione e/o meno volte. Continuando le pressioni (qualche volta leggere, qualche volta forti, in rari casi imperiose) presi atto che non lo stava facendo. Anche in questo caso di “lavoro” decisi “che così non andava proprio!” La vita non mi aveva liberato dall’umana versione di una siringa per poi mettermi nella condizione di continuare la tossicodipendenza con la versione spiritica, ma altro non avevo e più niente tenevo, così, continuai a farmi della “roba” sentimentale che mi iniettavo, felice da una parte e amaramente rassegnato da l’altra: prima o poi capita a tutti i “tossici”! Anche durante il nostro percorso ho sempre saputo la sua “chimica” e di quali tagli morali fosse composta la sua “bustina”. Lo giustificavo perché tossicodipendente. Lo facevo, inoltre, se non altro perché ogni scarafone è bello a mamma sua! Figuriamoci, poi, quando la mamma decide di rendersi cieca! Vero è, che durante i suoi ultimi quindici giorni di ospedale non ci fu nessuna intossicante dipendenza fra di noi: solo sentimento per libera scelta. In quel piccolo mare (quindici giorni su cinque anni) affogai per per più di un decennio. Tutto fuorché dolcemente. La dolcezza venne dopo. Si manifestò nei ricordi belli come negli errati e/o luttuosi. Si manifestò nelle malinconie da inutilità e da solitudine. Si manifestò nei pianti. Si, anche fra l’amore di uomo con uomo si piange. Vita dimostra, che tutte le lacrime sanno dello stesso sale. Sanno dello stesso sale anche quando è scipita la ragione. Senza più niente e nessuno, chi mai restava al mio desiderio di vita? Dallo spirito dell’amato che avevo perso (credevo) passai così allo Spirito che non perde e non si perde. Vi trovai quello ho scritto e sto scrivendo. Malgrado la separazione, l’elevazione del pensiero non mi ha del tutto allontanato dallo spirito che avevo amato perché la memoria continua ad operare come passaggio fra il prima e il dopo. Questo consente a quello spirito di raggiungere il mio. Solo un cambiamento di spirito permette la chiusura del passaggio. Ci sto operando. Paradosso vuole, aiutato anche dall’ostilità dello stesso ex amato senza condizioni. Sul mio spirito di ora, l’ostilità che gli si origina dal rifiuto di accettare quello che gli dico, incide solamente con qualche fastidio: alterandomi la fase precedente al sonno agendo la pressione sulla scapola, ad esempio. Altro non può perché conosco bene la mascherina come anche le mascherine. Altro non può o possono le mascherine perché ora posso togliere le maschere.

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Stragi di baùchi nelle tane delle volpi

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Esco. C’è un cielo che pare un celeste veneziano. Sulla panchina davanti la chiesa di s. Zeno sta seduto un srilanka. Sono le tre, quindi, non ha lavoro: ci indovino. Mi sorride. A chi lo fa? Al Finocchio? All’uomo? Ad una speranza che porta la mia faccia? Sorrideva a quest’ultima. Ha quarant’anni. Li porta sulla pancia e attorno i fianchi. Per venire qui ha lasciato la moglie e due figli. Non sa l’italiano. Mi dice di capirlo. Accerto che non ha ben chiara la differenza fra il non capire ed il poco sapere. Ha patente di guida per bus. O la converte o non gli serve a niente. Glielo dico. Mi aiuti, mi dice. Torna a casa, gli dico. Naturalmente non può! Per venire qui s’è mangiato 12 mila euro, o meglio, glieli ha mangiati chi gli ha detto ci_ci_ari_ari vieni qui che c’è il bengodi!!! Nulla di nuovo. Il linguaggio della miseria e di certa miseria è transnazionale. L’istinto di sopravvivenza dei baùchi suggerirebbe l’uccisione di tutte le volpi, ma, come si fa, quando si capisce che non c’è baùco che non provi a far la volpe, e non c’è volpe che non gli capiti l’occasione di poter fare il baùco? La povertà bisognerebbe uccidere! Succederà? Quando la volpe che è di noi, sbranerà l’ignoranza del baùco che è in noi, si, ma le volpi non hanno fretta e i baùchi si credono volpi. Su l’ordine del giorno, così, non c’è scritto ancora nulla.

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Solo il Signore sa

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Solo il Signore sa quanto mi sono sentito vero e nel contempo falso quando, all’Arabo con un taglio sulla guancia che gli donava non poco ho detto che preferivo fargli crescere la vita anziché l’uccello! Uscendo dal giardino non ho potuto non rammentare il detto, ogni lasciata è persa, invece, ho ricevuto un suo messaggio: buona notte angelo. E’ proprio vero: un desiderio che non passa si trasforma sempre in ciò che passa.

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Vie e verità

afrontelinea

Dove l’amore per la vita mi diventa principio, penso secondo il Padre; dove mi diventa Maestro penso secondo Cristo; dove mi diventa abbandono nel Padre penso secondo Maometto; dove mi diventa percorso penso secondo Budda; dove diventa vita penso oltre me; dove mi diventa vita penso secondo me, ma, vita, è lo stato di infiniti stati della corrispondenza fra i suoi stati, quindi, non posso non essere anche stato degli stati di quelli che mi hanno indicato la via delle loro verità.

Novembre 2006

abianca

Prassitele, forse.

Lo vedo sul davanzale di casa. L’avevo conosciuto qualche tempo prima. Ci aveva uniti una reciproca malìa. Ogni tanto ci si vedeva. Ci si salutava. Sta parlando al cell. E’ in calzoncini. Aderenti. Tanto aderenti. Quasi superflui. Questione di un giro di pedali e non lo vedo più. Non con gli occhi. Potrei dirvene ogni linea. Se potessi farvele scorrere con le dita, vi commuovereste. Anche la bellezza può essere un pianto. Non da tutti. Non per tutti. Prassitele, forse.

Luglio 2006

adivisorio

WordPress come li da i numeri?

afrontelinea

Alle 18 e 51 del 3 del 5 constatato 150 visualizzazioni, 36 visitatori e 11 mi piace. Rivista quella notifica alle 19 e 47 la vedo mutata in 29 visitatori anziché 150. 10 visitatori anziché 36, e 0 mi piace anziché 11. Non capisco questi abracadabra!

abianca

Quando la Luna è rossa

afrontelinea

La sorella di mia madre abitava vicino a Este in un paesetto in mezzo ai campi. Aveva marito e tre figli. Ad uno (banditesco il sorriso) stavo particolarmente simpatico. Anche se non mi mancavano le intuizioni (o desideri in albore) non provai quanto particolarmente: ero un ragazzino. Del minore lo ricordo biondino, monello in apparenza ma a suo modo più grande dell’età. Il marito (ricordandolo da adulto, simpatica canaglia) aveva il vezzo di strizzarmi il petto sino a farmi male; e rideva, rideva. Ne ero imbarazzato ma anche compiaciuto. La zia sembrava averlo intuito. Il maggiore non mi piaceva più di tanto. Forse perché non mi badava più di tanto. Amava cantare questa canzone. Mentre la cantava (si piaceva mentre lo faceva) guardava se lo guardavo. Nonostante l’emotiva distanza che mi faceva sentire da lui (penso non volutamente) ne ero compiaciuto. Se durante il canto sembrava vedermi, per qualcuno c’ero, quindi! Lo ricordo forse per questo. Non credo mi vedesse come l’agognata che non c’era sul balcone ma all’epoca che ne sapevo, mentre camminando affiancati, nei pensieri non tanto distrattamente  abbandonato, alla stessa speranza domandavo si aspiett’a me: All’epoca, nebuloso il chi.

alinealiberty