A proposito di Morgan

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e del rifiuto di ospitarlo in Arena, al giornale locale scrivo il mio disaccordo: l’ha pubblicato.

Come le sarà noto, la perla si produce a causa della scoria che è penetrata nella valva dell’ostrica. Analoga elaborazione medica succede nelle personalità d’arte. Anche in loro è penetrata una scoria; ed anche loro, come le ostriche, si curano dalla scoria elaborando il materiale che li fa perle, cioè, artisti. Non si chieda all’artista di essere una perla normale; calibrata cioè, secondo esigenze di vario generi di mercato. L’arte, non è normale. L’arte, non è normalità. Non per questo non è norma, ma, sua sponte. Vero è che ci sono anche delle perle di allevamento. A questo punto, però, credo sia lecito porsi una ferma domanda: cosa merita la città di Verona? Delle perle naturali o delle perle di allevamento? Con altre parole, delle perle degne della ricca signora che è la città di Verona, o con delle perle degne delle città che lo vogliono sembrare? Mi firmo: un sessantaseienne che sul mio essere perla accetto qualsiasi opinione: a parte quella di coltivata provenienza.

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Altezza e Profondità: pericoli.

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Non si aspetti che la pace dello Spirito (il personale dato il divino) le venga ipso fatto solo perché ha compreso un po’ di concetti. Il mare della vita è sempre mosso e ogni onda può nascondere lo scoglio che può far affondare la quiete più inaffondabile.

Se non le saprei dire le volte che sono emerso, così non le saprei dire le volte che sono andato a picco da tanto sono innumerevoli. Navigare fra i marosi (le false corrispondenze) non è facile, ma lo Spirito, essendo mediatore, è una forza, che rende il “giogo leggero”. Credendo di liberarsi del giogo della Natura, molti sono usi reprimerla o sublimarla. Nel farlo, credono di liberarsi da ciò che considerano della zavorra. Diversamente, rendono maggiormente sofferta la loro esistenza. La Cultura che si aliena dalla sua Natura, può ascendere a piani spirituali anche estremamente rarefatti, ma, la Cultura che si eleva sino a quei piani, è soggetta, come la Natura di chi sale senza ossigeno dove l’aria è più rarefatta, a vertigini culturali che possono giungere anche al delirio. Alla quota di rarefazione spirituale cui può giungere una Cultura separata della sua Natura, lo Spirito umano può vaneggiare sia per eccesso di ascesa verso il Bene, che per eccesso di discesa verso il Male. La Natura è lo strumento “tecnico” che permette alla vita della Cultura di elevarsi verso la Vita dello Spirito secondo l’unità della trinità dei suoi stati, non secondo un solo stato, cioè, per Natura della Cultura, (il pensiero), o per Cultura della Natura: il soma. Come nessun palombaro, scendendo, si sognerebbe di togliersi lo scafandro, e nessun astronauta, salendo, di togliersi la tuta, non si capisce, come mai, per raggiungere la Vita, si debba porre in sottordine lo stato che fisicamente ci avverte, quanto ci stiamo dirigendo verso il Vero detto dal Bene che fa stare bene, o quanto ci stiamo dirigendo verso il Male: dolore naturale e spirituale da errore culturale. Chi si appella alla conoscenza della sola mente, è un amante che sa l’amore ma non lo sente, quindi, è un amante che per metà conosce e per metà immagina.

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Luglio 2006

“Molte sono le dimore del Padre”

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asepara

In altri discorsi sostengo che c’è la Chiesa dell’Amore, e c’é la chiesa del Potere. Tu non abiti sopra il fico da dove è sceso un certo gabelliere, vero? Parto dal presupposto, quindi, che per quanto sai e puoi conosci questa realtà almeno quanto me. Per questa conoscenza, sai che la chiesa del potere ha fatto strame di infinita vita e di infinite verità. Questo non è un mio giudizio: è il giudizio della storia. Per quanto mi riguarda, allora, io non credo nella chiesa che si è fatta potere di vita sulla vita. Credo, invece, nella vita come universale casa di quanti amano, rispettano, e la perpetuano secondo una ragione, amante anche se completamente scollegata da ogni fideistica visione del Padre. Da questo universale punto di vista posso vedere che tutto è storia e storie, ma senza naufragare.

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Giugno 2006 – Rivista, tagliata e meglio mirata nel Marzo 2020

Devo proprio dirti

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asepara

Caro Francesco: il cristianesimo tornerà ad essere quello di Cristo, tanto quanto, pur tenendo di vista il Padre (il Principio che determina la vita sino dal principio) tornerà a viversi come Madre: Principio che accoglie la vita sino dal principio.

ps. Mi sto chiedendo a quale Cristo sto pensando. A quello storico? C’è ben poco di convincente. A quello evangelico? E’ maestro di cose già dette. A quello teologico? Roba da preti in cerca di aureole. A quello detto da Saulo di Tarso? Nasce da una esaltata immaginazione. Se non di vero, almeno di verosimile, chi resta?   Resta l’idea di un principio, Padre di ogni idea di Padre sino dal principio; e qui colloco la mia vera idea di Cristo.

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“E Gesù diventò Dio”

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asepara

Caro Francesco: non sono uno studioso e manco ho studiato, tuttavia, so ben capire che della figura in questione ne hanno fatto una ribollita di non si sa più quale carne. Al più, si sa non poco sulla inattendibile pentola che l’ha cotta; ed è appunto per questo che concordo con le tesi del libro anche se non l’ho letto. Non concordo, però, dove lo dice (e/o lo fa pensare) come esaltato. Non può essere mentalmente e spiriticamente esaltato chi chiede agli altri chi è. Viene da dirlo depresso invece. Di ambo le letture, però, non abbiamo prove umane e/o storiche: abbiamo delle certezze per fede spacciate per verità in odore di eresia: è Gesù divento Dio, è la più culturalmente assurda. Ameno che non si ammetta che la chiesa, pur di avere un solo Dio in Cristo, abbia dovuto fargli uccidere il Padre. Dubito, però, che nei piano alti della vita si persegua la legge del taglione!

gesu

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La mia simpatia

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asepara

Caro Francesco: la mia simpatia nei tuoi confronti nasce dalle emozioni che ricavo da fotografie e video più che dalle parole che generalmente apprezzo se riguardano i principi ideali, ma che non rempre condivido quando li vedo bagnati nel reale.

Nasce anche dal fatto che, sia pure collocato presso antichi confini, in parte ti trovo alla ricerca di un Centro. Eresia, eresia, dicono i tuoi contestatori: poveretti perché anche loro (come d’alta parte tutti) sanno quello che fanno ma non sanno quello che dicono. La simpatia che sento per te, allora, potrei dirla mossa da istintive ma non confermate ragioni. Comunque sia il caso, ti manifesto quel sentimento, secondo quello che sono, posso, e conosco: poco, purtroppo. Di questo, me ne dolgo e me ne pento. Volevo mandarti una lettera ma non mi è stato possibile farlo perché lo dovrei per posta. Guaio è, che non ho la stampante e che data l’odierna situazione, sono chiusi i negozi dove poterlo fare. Potrei scriverla a mano ma non riesco più a tenerla ferma: é l’eta! Attenderò tempi migliori. Un’organizzazione. net che opera per te mi dice “Caro fedele”. Molto probabilmente lo dice a tutti ma lo stesso mi ha irritato. Perché darlo per scontato! Ho dovuto precisare a quella e lo preciso anche a te, che riservo la mia fedeltà (la direi petrea) solamente al Principio della vita che tutte le religioni dicono con altro Nome. Non di meno, per la sua principiante opera. Per tutte le altre forme di esistenza, invece, ho collocato la mia fedeltà nella cartella che ho nominato DIPENDE. Nell’indirizzo della lettera che ti manderò, dovrò dirti Sua Santità. Mi si rovesciano le viscere già al pensiero! Non per causa tua, ovviamente, ma perché (secondo ideale) aborro anche il solo odore di quanto è vano quando non vanesio. Nel reale, invece, mi rassegno, quindi, lo farò.

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In ragione di infinite emozioni

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asepara

Caro Francesco: in ragione di infinite emozioni (rare le veramente capite) tutti agiamo (e siamo agiti) da due tensioni: l’ideale e la reale. La prevalenza dell’ideale su il reale può originare un santo come un fanatico. La prevalenza del reale, un razionale quanto un cinico.

E’ equilibrata la personalità che agisce i piatti mantenendoli allo stesso livello. Ciò vale anche nella sessualità. Tornando a quanto più ti interessa, constato che nel sacerdozio odierno pesano di più i piatti del reale, con ciò intendendo della sua umanità. Perché succede? Mi sono risposto: succede ogni qual volta una missione si fa professione. Nella professione, l’ideale è un ricordo che fa da sfondo alla recita sacerdotale, ma non da sfondo al sacerdote quando scende dal palco. Da sfondo al sacerdote che scende dal palco, c’è una fame di vita (anche sessuale) tanto maggiore quanto l’ideale l’aveva contenuta. Se vere le ipotesi, ti ritrovi, allora, a dover operare per la ricostituzione di due inseparabili fronti: rinnovare l’ideale per fermare la sessualità che tracima. Per fermare la sessualità che tracima, però, è necessario che tu non faccia la parte del medico pietoso che ti vediamo fare. Dove c’è affermata cancrena, inutili i cerotti. Sopratutto quelli che la chiesa (ogni chiesa) crede di poterci mettere sugli occhi. Caro Francesco: dove in una sessualità idealizzata c’è cancrena perché l’anticorpo che è l’ideale ha perso la sua facoltà, devi (perdonami l’imperativo) avere il coraggio di separare l’arto dal restante corpo. I se, i ma, i distinguo, i perdoni che lasciano il tempo che trovano, altro non fanno che favorire lo sviluppo dell’infezione. Separare non per giudizio, però, ma per riportare la capra al suo prato. Vediamo, invece, che sinora la sposti di ovile: aperti o chiusi secondo i casi. Se in quelli chiusi, la disattivi, ma muri anche un percorso di vita, che, come ha detto bene il Maestro dei cristiani (lo sono ma non secondo chiesa) dobbiamo bere sino alla feccia. Non ha detto per conoscere noi stessi e la vita. Penso, che l’avrebbe detto se solo gliene avessero lasciato il tempo. Penso, inoltre, che per rinnovare un ideale che sta scadendo, sia indicazione per niente male.

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a Marco P.

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Sulla Sofferenza, sul Crocefisso, sulla Croce, sullo Spirito che è Mediatore e sulla autenticità del Mistico.

E’ ben vero che si esalta e/o si eleva anche la complessità della vita della Cultura quando si esalta la sofferenza e/o comunque la si eleva, tuttavia, lo si può solo a scapito della vita della Natura. In ragione dello stato della sottomissione, una Cultura – propria o altra – che sottomette la Natura (propria o altra) non può non alterare lo Spirito: la forza della vita propria o altra. Se nessun squilibrio può essere buon consigliere, quanto può essere mistica guida?

Il Crocifisso, simbolo del sacrificio di Colui che amò la vita oltre sè, oltre i suoi tempi, ed oltre il loro modo, per un verso è l’immagine di un amore e di un amare e per altro è quella della conseguenza del rifiuto del sentimento proposto. Se un dato amore e/o modo di amare origina dolore in sè e/o in altri da sè, e/o nei tempi in cui si ama e/o nei modi, ciò può essere perché (poco o tanto che sia) non lo si capisce, o non lo si condivide. Se non lo si capisce, e/o non lo si condivide può essere perché lo si propone in maniera non corrispondente (e, dunque, erronea) alla coscienza (luogo della vita del se, del modo di viverla e del tempo in cui la si vive) di ciò che è alla conoscenza dei destinatari del messaggio. Se fosse, allora il Crocefisso, potrebbe non essere, solamente segno della negazione degli atti di quel amore, ma anche il segno dell’errore nel modo di comunicarli. Al punto, se in amore e/o in amare esistono i sacrifici può anche essere perché ad ogni se, ad ogni modo e ad ogni tempo, non è dato il suo. La Natura (peso nella vita della Cultura sulla forza dello spirito non necessariamente significa la sofferenza. Può significare anche la fatica che é nel vivere. La fatica diventa sofferenza quando il peso è dose in over. Le sofferenze da overdose di fatica sulla Natura, sulla Cultura o sulla vita sono possibili tanto quanto non ascoltiamo le indicazioni date dalla forza del nostro Spirito. Esse sono: la depressione (peso sulla Natura), l’esaltazione (peso sulla Cultur ) e la pace. La pace è giustizia: bene per quanto al vero è giusto nella corrispondenza fra la Natura (al Principio, il Bene), la Cultura (al Principio, il Vero) e lo Spirito: al Principio, il Giusto. Se la corrispondenza fra gli stati della Natura, della Cultura e dello Spirito è carente (sia per eccesso come per difetto) anche la vita che originano non può non esserlo. Se la vita che ne viene è carente, carente è la forza di Spirito che si procura agli stati della alla vita.

Lo Spirito, allora, è si, la forza della vita che ne origina il principio ma la condizione di vita dello stato originato (la vita) è detta qualità del ricevimento della sua forza. Lo Spirito, dunque, non può non essere che il mediato (dagli stati) mediatore degli stati della della vita che promuove. In questo senso è Paraclito. Lo Spirito è in pace quando tutti gli stati della vita hanno lo stesso stato di vita. Lo stesso stato di vita si raggiunge tanto quanto una vita è in comunione sia con il proprio sè che con altro da se. Vi è comunione con se stessi e con la vita tanto quanto si sanno tacitare i dissidi sia fra gli stati propri che con quelli altri. Nella pace che segue alla tacitazione dei dissidi non può non esservi silenzio. Chi ha raggiunto il silenzio della pace (e dunque la verità avendo fatto cessare i dissidi) non la può non emanare. Allora, per quanto è (Natura) di quanto sa (Cultura) per ciò che la forza del suo Spirito fa sentire alla sua vita, l’autenticità del mistico è data dallo stato di verità (silenzio perché pace) del mondo che di volta in volta vive e con il quale convive.

L’autenticità data dalla pace nel silenzio per la raggiunta verità, non può non implicarne la costante emanazione. Qualora ciò non fosse, allora, non è autenticamente in pace e, dunque, neanche autentico mistico, chi non sempre emana pace. Con questo non intendo dire che questo Papa non sia vero o non sia mistico ma che lo è secondo lo stato dei suoi stati di pace (verità nella Natura, nella Cultura e, corrispondentemente, nella vita propria quanto con l’altra) e non lo è secondo lo stato dei suoi stati di dissidio: errore nella Natura, nella Cultura, nella vita propria quanto con l’altra. Il dirlo “mistico autentico” per quanto libera espressione di ciò che lei conosce, comunque implica una conoscenza di assoluto che, probabilmente, non solo lei non ha del Papa, ma, forse neanche di sè lo stesso Paolo 2°. Così, pur accogliendo la sua opinione, non mi sento di condividerla. In ogni caso, la pregherò di accogliere anche questa.

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Datata

Capra e Cavoli

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Caro Francesco: da più parti ti segnalano che la Capra pedofila ti sta mangiando i Cavoli che non riesci a tener chiaramente protetti. Mi sto domandando perché oggi ci riesce di più, e cosa una volta riusciva a trattenere meglio il suo appetito. Tanto o poco, tutti agiamo (e siamo agiti) da due tensioni: l’ideale e la reale. La prevalenza dell’ideale sul reale può originare un santo come un fanatico. La prevalenza del reale sull’ideale, un razionale quanto un cinico. E’ equilibrata la personalità che agisce i piatti mantenendoli allo stesso livello. Ciò vale anche nella sessualità. Tornando a quanto più ti interessa, constato che nel sacerdozio odierno pesano di più i piatti della sua umanità. Perché succede nei preti che vivono la sbilanciatura dei piatti?Mi sono risposto: succede ogni volta una missione si fa professione. Nella missione, l’ideale è il carisma che ancora fa da sfondo alla ritualità sacerdotale. Nella mestierata, invece, il carisma agito non ha più alcuna fondamentale emozione. Giusto per farti sorridere, è come se gli avessero spento l’aureola! Ecco, così, che nel prete mestierante emerge una compensante fame di vita (anche sessuale) tanto maggiore quanto l’ideale (invano castrato per il Regno dei Cieli) l’aveva contenuta.Se vere le ipotesi (e le credo vere) ti ritrovi, allora, a dover operare per la ricomposizione (ideologica e di fede nella verità che rappresenti) dei momenti di un sacerdozio che non contiene più l’uomo. Per fermare la sessualità dell’uomo che tracima nel prete, è necessario che tu non faccia la parte del medico contraddittorio che ti vediamo fare. Dove c’è affermata cancrena, infatti, inutili i cerotti. Sopratutto quelli che la chiesa (ogni chiesa come ogni società) crede di poterci mettere sugli occhi, senza accorgersi, che di fatto, li sta mettendo sui propri.Caro Francesco: dove in una sessualità idealizzata c’è cancrena perché l’anticorpo che è l’ideale ha perso la facoltà di opporsi alle immuno deficienze che colpiscono anche lo spirito che non può non vivere anche il suo reale, devi (perdonami l’imperativo) avere il coraggio di separare l’arto dal restante corpo. I se, i ma, i distinguo, i perdoni che lasciano il tempo che trovano, altro non fanno che favorire il  pascolo della Capra.Vediamo, invece, che la sposti di ovile: aperti o chiusi secondo i casi. Se in quelli chiusi la disattivi forzosamente, se in quelli aperti, altro non fai che allarmarla, e quindi, renderla più  vigile. Non è detto che questo basti a fermarla. Secondo me, devi accettare l’idea che tutto è via per capire la vita: anche quella di Capra pedofila. Nessuna Capra pedofila, però, deve essere giudicata a priori. Ci sono anche di quelle che rifiutano di cibarsi dell’erba consona al loro stato sessuale. Tutto si deve fare fuorché di ogni erba un fascio! Nessun genere di umanità lo merita!Non so se tu abbia idea delle sofferenze psichiche ed esistenziali che subisce la Capra pedofila (sia del tuo gregge o no) che castra la sua sessualità per il rifiuto di godere del regno del’IO. Sofferenze psichiche, certamente più facilmente contenibili in una Capra dalla sessualità (pedofila come no) vitalmente tiepida. Per via di analoghe sofferenze, ne sappiamo ben qualcosa noi Omosessuali, castrati dal tuo regno e dai regni della terra, almeno sino a quando non diciamo BASTA! ad ambedue.I religiosi che ti dicono “io riesco a contenermi sessualmente” che ne sanno della loro vitalità al momento di una scelta sacerdotale, magari avvenuta in giovinezza, quando ancora non si è certi sul genere di Capra che si diventerà in età maggiormente consapevole? “Beati” i sessualmente tiepidi, allora, che più facilmente potranno spacciarsi per virtuosi. Tieni in debito conto, però, che non sono attendibili.Io sono Via, Verità, e Vita, ebbe a dire il tuo Maestro. E’ anche il mio ma qualche volta ci litigo. Anche se figli dello stesso Padre, fra fratelli succede. Non preoccuparti più di tanto, Francesco, lo faccio con tutti quelli che amo.Da buon Arabo (egocentrico e tendenzialmente fondamentalista) quello che pensava di sé, resta comunque un’immagine suprema. Non di meno, vale anche per noi poveri cristi. Anche noi, infatti, siamo vie della verità della nostra vita nella Vita, e per capirle, dobbiamo percorrerle, faccia comodo o no al Principato e/o alla Religione.Amo pensare, che prima o poi avrebbe precisato il punto che ti sto dicendo, ma come sai bene gliel’hanno impedito. Per fortuna la vita è come l’acqua: oltre che carsica, la fermiamo solo in apparenza.

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Poesia: parola e verbo.

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Può il linguaggio della poesia essere portatore di una carica universale e non contestualizzata? Direi che lo è sempre stato.

Avevo letto, da qualche parte (concordando), che poesia&profezia. Vuoi perché un poeta reca nuova parola, (nel senso di nuove emozioni) vuoi perché reca nuovo verbo: nel senso di ambasciare nuovi principi. Naturalmente, (almeno a mio avviso) Poesia è massima Dea: ma non sempre è massima “messa”, e messe, quella che un poeta eleva, (quando non trascina) lungo gli scalini dove, alla fine, siede la Musa. Ma, pare, che anche la Poesia si sia democratizzata, per non dire desacralizzata. Infatti, oggi ci accoglie, anche senza chiedere particolari studi, o titoli. Purché, gli si dimostri che il suo credente sa vedere più avanti, o sa vedere più dentro. Non per questo, non riserva il suo alloro, anche a quelli che dicono Parnaso, la punta del loro naso.

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Dicembre 2006

E’ andato in America

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Un mio amico è andato in America. Ha trovato un compagno e dopo 18 anni di convivenza hanno dichiarato pubblicamente la loro alleanza, o a dirla con la Santaché, hanno avuto voglia di imborghesimento; dopo 18 anni di convivenza! Per protrarre sé stessa, la vita si serve di infinite vie! Anche di queste! Il mondo religioso che le chiude, erra contro lo Spirito! Avrei voluto dire, pecca, ma non credo ai peccati. Credo, invece, agli errori. In particolare, a quelli che dopo ti fanno dire: che peccato! Cordialità, Vitaliano.

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Ti scrivo sulle Unioni civili

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Ti scrivo sulle Unioni civili per due questioni. In primo, perché i papisti più papi del Papa mi fanno serenamente pena. In secondo, perché di quelle Unioni (etero o homo che siano) forse non hai colto la valenza spirituale.

Ai papisti più papi del Papa dovresti ricordare che se una nave ha bisogno di chilometri per non rovesciarsi quando vira, tanto più la tua Barca necessita di tempo; e siccome al comando ci sei tu, facciano il piacere di non fare come i trasportati che sommergono di contrastanti quando non isterici consigli il guidatore. Posso anche capire che non hanno in te la fede che dicono di avere in Dio, ma, a che serve, incrinare la fede di quelli che, pur avendola in Dio, l’hanno anche in te? Per salvare la fede, dicono! Mi facciano il piacere! Riflettano piuttosto se è la loro anima in gioco, o se è con il potere della fede che giocano! Ti dirò, ora, quanto sai anche tu, ma che forse non altrettanto sanno quelli che leggeranno questo papiro! La vita al principio che nominiamo Dio è uno stato sovrano perché assoluto. Sovrano ed assoluto perché i suoi stati di vita hanno raggiunto il massimo stato della corrispondenza fra tutti e in tutti i suoi stati, cioè, l’Uno! Quali siano gli stati di Dio lo credo ma non lo so. Al che, glisso la questione. Ora, se noi siamo a Sua immagine, anche in noi non può non esserci la tendenza all’unità che si origina dalla corrispondenza di vita fra gli stati della vita, vuoi l’umana, come vuoi per l’umana che si eleva alla superiore. Negare, ridurre, falsificare, osteggiare e via elencando, altro non significa che l’impedire alla vita di ricongiungersi nella sua ricerca di unità, e, quindi, di essere, per quanto sa, può, o vuole, a Sua immagine. I libri raccontano che Dio ha Dato vita alla vita (inizialmente, materia) insufflando la forza del Suo spirito. Negare, ridurre, falsificare, osteggiare e via elencando, allora, è, a mio credere, un errore verso la forza del Creatore: errore, che in tutti i casi è capitale quando non mortale. Mi dirai: caro Vitaliano, una qualche regola la dobbiamo pur mettere! Vero, ma se non può essere contro lo Spirito della vita, su quale altra complementare verità? Mi rifiuto anche qui di essere più papa di te. Al più, ti ricordo che dove c’è dolore non può esserci verità. Il dolore, infatti, è il male naturale e spirituale da errore culturale. Contro il male, c’è un solo antidoto: l’amore. E l’amore è comunione. Se al principio, il Principio ha potuto diventare l’Uno, è perché ha amato ogni stato dei suoi stati. Secondo te, stiamo facendo la stessa cosa? Al momento, direi che ci stiamo provando, ma un po’ istericamente, perché lo concepiamo come un lenzuolo ad una piazza, per un letto che la vita ha fatto ad infinite piazze. Al che, o universalizziamo il lenzuolo in modo che copra tutte le piazze, o siamo destinati a combattere per il letto. Terza via non vedo, se non quella dello Spirito Paracleto, generalmente noto (almeno spero) come mediatore.

Datata

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Schemà Israele

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Arrivo subito al dunque: sei, in uno stagno! Ne uscirai con le bombe? Illuso! Con gli omicidi mirati? Illuso! Ne uscirai con l’appoggio del Mondo Occidentale? Sino a che servi! Tu, hai solo un modo per uscire dal pantano in cui ti trovi: bonificarlo. Come? Togliendo acqua ad antichi odii, e ponendo verità in antiche credenze.

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Luglio 2006

Madri: Donne o Femmine?

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Punti di vista

Hai presente un caleidoscopio? Da piccoli, quando lo ero io, perlomeno, lo si faceva mettendo della stagnola colorata fra due vetri. Poi si inseriva i due vetri all’interno di un cartone a tubo. Girando quel cannocchiale si componevano delle forme e ci si divertiva ad interpretarle. Anche di una identità si può dire che è un caleidoscopio. Infatti, assume forme diverse in ragione dei punti di vista. A proposito della tua remissività caratteriale nei confronti della donna ti dirò ciò che via – via ho visto nel tuo caleidoscopico essere. Ovviamente, non affermo ciò che è ma solo ciò che vedo. Per quel poco che ho conosciuto di tua madre e di tuo padre, direi che la forza del tuo carattere verso l’uomo e la vita l’hai acquisita dal lato materno, mentre, una certa acquiescenza verso la donna l’hai acquisita dal lato paterno. Se ne convieni, si può dire che sai affermarti presso l’uomo e la vita per l’insegnamento di tua madre, e, non sai dire di no alla donna per l’insegnamento di tuo padre che, non sempre ma in prevalenza, non sapeva dire di no alla donna_madre. Metto la differenza fra la donna – non madre e la donna madre, perché, mi pare, che è alla seconda che non sai dire di no, mentre, sai dire di no alla prima. Cosa che molto probabilmente faceva anche tuo padre. Non sapendo dire di no alla donna – madre, si può anche dire che non sai dire di no a tua madre. Perché? Per il tuo carattere maschile, o perché, non avendola mai trovata, né come aspetto di tuo padre, ne come aspetto di te figlia, la “cerchi” ancora sia come padre che come figlia? Ho messo cerchi fra virgolette, perché cercare una donna è anche cercare il suo aspetto sessuale, ma la sessualità è anche affettività, e, è a questo aspetto della tua ricerca di donna – madre, che ti penso ancora ingrippata. Morale della favola? Non è solo l’influsso di un genitore che devi eliminare, ma, tutti e due! Della serie quando siamo sfigati, siamo sfigati!

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Luglio 2006

Caro Perdamasco

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La tua mail ha una straordinaria densità non solo di pensiero, ma anche di stile espressivo, nobile e antico, che mi avvince. Sono molto lontano ormai da un tipo di esperienza dell’assoluto così profonda come la tua, ma non così distanziato da non riuscire a sentirla e farmene affascinare. Non so se hai visto che ho pubblicato in uno dei miei blog l’inizio della tua mail, ma prima di procedere voglio chiederti il permesso di pubblicarne ancora via via dei pezzi che credo possano piacere ed interessare anche altri. Mi è rimasto un po’ misterioso il motivo dell’arresto, alla fine della risalita dal pozzo, davanti all’uscita. Mi è venuta in mente la storia dell’indiano Joe, nelle avventure di Tom Sawyer, che viene ritrovato morto proprio in una situazione di questo tipo, davanti all’uscita dalle miniere, ma era stato fermato da una grata insuperabile di metallo. Nel film di Bunuel “L’angelo sterminatore” i fedeli sono invece impediti dall’uscire dalla chiesa da un intimo divieto religioso. A quale delle due immagini assomiglia di più la tua situazione? Io non credo che per amare abbiamo bisogno di verità, credo, piuttosto, che l’amore, che già Platone aveva definito figlio della Povertà, sia anche umanissimo figlio dell’errore. Mi affascina che tu parli di “informazioni del piacere”, ma vorrei capire di più il senso di questa definizione.

“Per aver deciso di tornare al mio calice, mi ritrovo ora nella stessa posizione di partenza: quell’assolutamente normale, che sono stato e detto, dallo sciagurato che ho desiderato, con una passione talmente forte da poter sembrare amore, ma l’amore è comunione. Il mio “amore” verso di lui, invece, amoroso baratto”.

Qui forse comprendo di più, ma non fino in fondo. Il tuo discorso è un corrusco lampeggiare, accompagnato da lampi e scrosci nelle tenebre, ma la luce trascorre troppo rapida per consentire all’osservatore di riconoscere nelle frazioni di secondo i luoghi non noti che dischiude. Ti sento molto compenetrato da una cultura cattolica, dalla quale mi sono distaccato “or è gran tempo” e non riesco a condividere l’idea della pace come cessazione di ogni dissidio e assoluto, mortifero silenzio: identifico la pace in un conflitto misurato, ritualizzato, perché considero il conflitto (e il dolore) ineliminabile dalle cose umane. Certamente, se l’umanità ha zittito dio per le troppe parole, io sono tra quelli che hanno parlato e parlano troppo. Mi piacerebbe tuttavia che il nostro dialogo continuasse e aspetto di rileggerti presto. Un caro saluto.

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Settembre 2006

Non dalle tue parole

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Non dalle tue parole ho tratto le mie conclusioni, ma dall’enfasi imperativa che usi con ripetuta insistenza. Può essere una mia eccessiva sensibilità, può essere che non sai temperare lo spirito nelle tue convinzioni. Tu non puoi dire, (se non diventando presuntuosamente arrogante), che un tuo interlocutore, (mi riferisco a Zoccolandia), “non capisce nulla” (totalizzante giudizio che nullifica il valore altrui), al più, puoi dire che non ti ha capita. Sempre interpretandoti per mia sensibilità, mi sei sembrata nella fase esperienziale di chi sente prevalentemente sé stessa, ed in altri, cerca solo sè stessa. E’ tipico della giovinezza, è tipico di quella forma di “autismo” spirituale, che denuncia un io ingabbiato dalle sue convinzioni. Oltre che della giovinezza, è tipico degli “innamorati” di sé, degli ideologicamente fanatici, dei fondamentalisti, e quanto di similia. Ti ripeto, è sensibilità la mia, non verità, però credo valga la pena di un tuo pensierino. Non lo farai? Non mi tange! Non sono io a pagare i tuoi debiti, come non sono io, ad impossessarmi dei tuoi guadagni. Tuttavia, potrò non essere lieto, se questo mio indurti in riflessione, potrebbe aumentare i tuoi guadagni perché potrebbe ridurre i tuoi debiti?

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Cara Luisa

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Cara Luisa: oggi, mi sono detto che il lavoro è come l’eternità: ci sarà anche dopo di me. Così, ho dato quattro link agli sciacquini che mi sono rimasti, e sono tornato a casa.

Avevo un qualcosa d’incompiuto nella mente, a tuo riguardo, così, sei stata il mio primo pensiero di ferie, non prima di essermi spogliato dagli abiti di lavoro. Ivi compreso, quelli mentali. Ora, davanti a te, sono qui come mamma mi ha fatto. Per fortuna mi senti, che se mi vedessi, ti raccomando l’arabo! Del mio sito, ti ha colpito l’essenzialità.  La mano alla destra in basso, è un omaggio post era, che ho fatto ad una presenza: un certo Robert Kaufman, filosofo di Brema in epoca Rivoluzione, mi diceva. Non hai idea di quanti effetti avevo saputo decorare le mie pagine. Tutti splendidi, ma non sino al giorno dopo. Il giorno dopo, già invadevano le parole con le loro emozioni. In un certo senso, le sfrattavano. E, allora, ho buttato via tutto: parole a parte, ovviamente. Leggendo il tuo ultimo post, ho provato lo stesso desiderio: via tutto, parole a parte, ovviamente. Ho desiderato di buttare via tutto, lì da te, perché, in testi particolarmente elevanti, si dovrebbe dar spazio al silenzio. E’ il silenzio, che ti permette di avvicinarti alla farfalla per vederne tutta la trama delle ali, tutti i cromi. Lo potresti facendo casino? Indubbiamente no. Quindi, per ammirarle in pieno, è necessario eliminare “il rumore”, cioè, le estranee emozioni. Ieri, non solo mi hai portato sul tuo K2, ma se è possibile (e lo è stato) mi hai fatto andare oltre la cima.  In quel testo, però, le immagini erano emozioni che reclamavano la mia attenzione, così come un bambino reclama il suo spazio nel dialogo fra due adulti. E’ chiaro che dobbiamo darglielo. Altresì è chiaro, però, che sta rompendo le palle! Non volermene, ma ieri, le foto che intercalavano le parole, per la mia sensibilità, sono state come quel bambino: che palle! Negli altri tuoi testi, anche le foto dialogano da adulto, ma non ieri. Non ieri. Non fra Dei regali che parlano a dei vicari.

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Nella decimillesima edizione odierna ho tolto quell’immagine.
Ottobre 2007

Fuori dai denti

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Permettimi di dirti fuori dai denti (almeno di quelli che mi sono rimasti) che la tua opinione su l’opera di Luisa mi ha lasciato perplesso.

Mi scuso dell’eventuale errore perché ti cito a memoria; hai detto che gli scritti di Luisa non portano da nessuna parte, e che quindi sono sterili. Anche dell’errore, lo si può dire sterile, eppure, è il muro sul quale, battendo la testa, capiamo cosa non è errore. Direi, pertanto, che nulla è sterile, al più, non tutto porta dalle nostre parti, o nei nostri porti. Oserei dire, che almeno in questo caso, hai dato ascolto all’ingegnere più che al poeta che sei, pure a tuo modo. Quello squilibrio, mi ha sorpreso al punto che l’ho allontanato e non l’ho commentato, ma, evidentemente, rugava. Sono andato a mangiare fuori. Ho fatto i miei soliti giretti in città. Ascolto le facciate dei palazzi. Quello che mi dicono le case. Che mi raccontano i negozi. Le voci dai passanti, il più delle volte mi irritano. Il più delle volte sono banali, quando non alterate ma è Lunedì anche per la città, stasera. In giro, quasi nessuno. Così, nulla mi ha impedito di ascoltarmi Luisa, dentro. Luisa, tesse parole, si può dire, ma, la parola, è l’emozione della vita che dice sé stessa. Dal momento che non nasciamo sotto i cavoli, si può anche dire che Luisa non narra solo sé stessa, quindi, narra anche altre voci della vita. Voci senza volto, ma non per questo, senza segno! Luisa, è la Grande Tessitrice, su queste pagine. Non è l’unica, ma è quella più vicina alla mia sensibilità: non sempre ma non è in lei, il punto. E’ che ci si abitua anche ai Paradisi, e su queste pagine, chi più, o chi meno, chi per un verso o chi per un altro, tutti, siamo costruttori di Olimpi. Qualche volta, anche in competizione! E’ umano. Lo siamo, anche perché ci sei tu. Lo siamo, anche perché c’è lei. Lo siamo, inoltre, perché girando nei vostri giardini, capiamo meglio cosa vogliamo per fare il nostro giardino. Per tutto questo, Pabloz, puoi ancora dire che Luisa “non porta da nessuna parte”? O che tu, non porti da nessuna parte? Certo che lo puoi! Negando, però, quello che fai, per portarci dalle nostre parti, e nei nostri porti.

Nel post scrivo di Luisa Ruggio, “tessitrice” in Blog.it ora chiuso. La lettera è datata. Non la mai opinione.

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Ottobre 2007

Avvocato da cause perse

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Per i due giornali di Brescia. Scritta per un amico proprietario di Discoteca.

La colpa, signor Direttore, è proporzionale allo stato di coscienza. In quanto presidente ed in quanto proprietario di Discoteca, vedo (e mi vedo) nolentemente “colpevole” di ospitare una gioventù, a sua volta “colpevole” di una vitalità generalmente in eccesso, a vuoi a causa di una esasperata ricerca di un più ampio completamento amicale – sentimentale, vuoi per segnare meglio uno stacco fra la vita che vivono e quella che vorrebbero vivere, vuoi a causa di “ausiliari” supporti: droghe monopolizzate dallo Stato, e droghe monopolizzate da altri stati. Una causa non esclude l’altra. La gioia di vivere è un’acqua che disseta. Non vi è acqua, che possa dirsi pura. Alla stregua, non vi è ambito e/o prodotto, che possa dirsi puro. Preso atto dell’universale impurità di quell’acqua, comunque non ci pare atto intelligente, il chiudere i bacini che la contengono. Intelligente, è filtrarla. Intelligente è controllare i bacini. Nessuna delle Discoteche che rappresento si è mai rifiutata di applicare i più idonei filtri e/o controllare il proprio ambito. E’ certamente vero che una maggiorata conoscenza, permette l’applicazione di maggiori filtri e di miglior controllo; e neanche di queste azioni, nessuno di Noi, rifiuta. Il genere di filtro che noi applichiamo nelle nostre Discoteche nasce dalla nostra esperienza. E’ chiaro (c’è ne rendiamo ben conto) che non basta. Non basta, perché vi sono impurità che si sanno ben mimetizzare fra le non impure. Chi, è in grado di distinguerle meglio? In teoria, molti addetti ai lavori di pulizia? del sociale, ma in pratica, e a priori, nessuno. Ci ritroviamo così, Noi discoteche, ad essere l’involontario territorio di guerra, non solo, delle vittime di sé stessi, ma anche di chi dovrebbe aprioristicamente impedire, nella giovinezza, l’emergere di istinti inconsciamente suicidari. Come non bastasse, siamo involontario territorio di guerra dove, maggiormente si dimostrano le carenze operative, vuoi dei deputati alle politiche giovanili, vuoi dei deputati al controllo sui risultati di quelle politiche. Nessuno di noi, Associazione, si è ma sognato di chiedere la chiusura di un Sert ad ogni morto per droga. Nessuno di Noi, Associazione, si è mai sognato di chiedere la chiusura di un Commissariato perché non ha saputo fermare lo spaccio (o lo spacciatore) che ha provocato quel morto: pure, sanno molto più di noi. Pure, possono molto più di noi.

Cosa ci ritroviamo a vivere, invece? Ci ritroviamo a vivere un rischio di fallimento per ripetute chiusure, perché, onde separare l’acqua sporca dalla pulita, altro mezzo non si trova, oltre al chiudere i bacini. Per quale colpa, dal momento che se da un lato abbiamo ben coscienza del problema, dall’altro, non possiamo essere coscienti dei problemi che possono albergare in una data coscienza? E, se i deputati alle politiche giovanili ed al controllo, chiaramente, non possono essere i maghi che ipso fatto risolvono il problema della devianza sociale nella giovinezza, (e/o nel dato giovane) per quale mai potere possiamo esserlo noi, che se per malaugurata idea di permettiamo di allontanare un soggetto dai nostri ambienti, anche solo delicatamente accompagnandolo verso l’uscita, rischiamo una denuncia penale per maltrattamento? Il Ministro di un precedente governo ebbe a dire: dobbiamo imparare a convivere con la Mafia. Noi, non le abbiamo scritto questa lettera perché vogliamo convivere con l’acqua sporca, ma perché vogliamo imparar a separare acqua da acqua, in quanto invasi, non solo dalla marea di fango che tutto invade (se già non ha tutto invaso) ma anche delle chiare insufficienze di chi, ben più efficacemente di noi, dovrebbe difendere anche noi. Vorremmo sapere, inoltre, se e come, i deputati al problema devianza nella cultura giovanile intendono risolvere il Problema, senza per questo aggiungere danno a danno. Chiudere le Discoteche, infatti, non è, risolvere il Problema. Più che altro; ci pare la terapeutica volontà di chi non vuole avere problemi. Il non aver problemi perché si tacita il Problema chiudendo le Discoteche, è giustizia di chi può, ma non è la giustizia di chi sa. A proposito dell’inquinamento nei valori nella Giustizia, anche ogni atto che sa di sopruso è una melma. Non per questo chiediamo la chiusura della Giustizia. Solamente gli chiediamo, di dare ad ognuno il suo, bilanciando i suoi piatti ed i suoi pesi, con più mirato equilibrio.

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Lettera aperta alle Arance quando non sono arancione

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Nella corrispondenza fra Blogger, capita che un’affermazione pacifica venga intesa come contundente. Succede perché sentiamo solamente le emozioni che, noi, diamo alle parole che riceviamo. L’impossibilità a sentire le emozioni del corrispondente, ci obbliga ad interpretarle.

L’interpretazione, può risultare anche non condivisa, perché filtrata da soggettivi stati d’animo. Al che, i possibili guai! Certamente non vi è guaio, (qui parlo solo di me, ovviamente) quando ricevo un: Vitaliano, ti voglio bene. Come nel caso detto sopra, però, so, ma non sento, quello che l’altro/a mi scrive. Al che, posso dire che tale dichiarazione mi risulta a metà. Ho un solo modo per sentirla completamente, e, cioè, sovrapporre su quella, il ricordo delle emozioni ricevute e ricambiate. Per questo, però, se è vero che da un lato non è più una dichiarazione a metà, dall’altro diventa una dichiarazione affettiva a tre, cioè, fra chi la manda, chi la riceve, e il soggetto amoroso che mi ha permesso la comunione fra il sapere cos’è ti voglio bene, ed il sentire cos’è ti voglio bene. Non amo gli amori a tre. Sarà perché non capisco chi sia il tradito dalla parola. Sarà perché non amo pensare di esserlo io. Sarà perché non amo pensare di essere io, il traditore della parola. Morale della favola: a casa mia, il colore delle arance non può essere che arancione.

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Caro Gigio: mentre stavo facendo colazione…

agirafreccia

Caro Gigio: mentre stavo facendo colazione nel mio giardino, sei capitato fra le mie emozioni Quando mi capitano queste visite, so che devo scrivere a chi e/o a cosa mi visita. Mi sono detto: adesso leggo il giornale e poi lo faccio. Non ci sono mai riuscito una volta! Prima, devo scrivere!
asepara

Inizierò con il raccontarti una “visita” di ieri sera, o meglio, di questa mattina dal momento che erano le quattro passate. Vedo arrivarmi incontro una figura. La riconosco. E’ un “tossico”. In Aids conclamata. Ha il viso pieno di ferite. Sarà stato picchiato. Avrà truffato qualche dose ad uno spaccia. Credo stia ancora in piedi, solo per il Metadone che prende, o forse, anche per qualche pera che ancora si fa. Pensa alla potenza di quelle due chimiche! Riescono a fermare, persino il proseguo della sindrome Aids. La persona in quelle situazioni, non muore delle malattie che compongono la sindrome: muore, per generale crollo. Ti dirò, (anche con un po’ di vergogna) che avevo fatto finta di non vederlo. Tutt’ora, non mi è facile reggere quel genere di vista. L’Amato, è finito allo stesso modo, sia pure in ben diverso modo: da amato! Questi, invece, non ha più nulla e nessuno. Così, stavo per tirare diritto. Mi chiama. Mi fermo. Mi sento un po’ merda quando gli sorrido: sono falso. So bene che è lui che mi costringe ad esserlo, tuttavia, questo non cambia il fatto. Inizia la solita tiritera sul lavoro che manca ( non ha forza, neanche per spostare una farfalla da qui a lì ) sulla casa che non c’è, ecc. ecc. Del lavoro non si è mai preoccupato! E, della casa, solo come non indispensabile necessità. Capisco che vuol farsi commiserare a scopo di accattonaggio. Perdo la pazienza, e vado giù di piatto: “Mio caro! Tu hai bisogno di un ricovero. Se rifiuti questa possibilità, perché preferisci la libertà di “farti”, allora, prima o poi ti raccoglieranno da qualche parte! Non vedo, altre banane!” Sa, che è così! Annuisce. Mi chiede una sigaretta. Ne ha un’altra posata sull’orecchio! Gliela do. Ci lasciamo. Cosa intendo farti capire con questa storia? Che dopo averti scritto questa lettera, usando i toni della franchezza che ho usato con quel Tossico mi sentirò una merda, ma lo devo! Ho avuto modo di dirti, che non leggo i tuoi post perché li urli! Mi hai detto: carattere! Vero! Ma cosa motiva quel carattere?

L’urlo, Gigio, è voce del dolore, ed è anche, auto incoraggiamento nei casi di battaglia. Comunque tu lo veda, in ambo i casi è sintomo di una aprioristica e riconosciuta possibilità di debolezza. Mi domando, se non sia anche per questo, che non sopporto l’urlo negli uomini! Per me, gli uomini non urlano! Al più, sono “i miei uomini” che urlano. So già, però, che sono dei vinti. Ed è anche perché l’urlo è curativo, che li lascio urlare. Per me, gli uomini, parlano. Certamente si accalorano, (e ci mancherebbe) ma non urlano, se non appunto, perché in molti modi feriti. Ferito, il Gigio? Il Gigio ha moglie, figli, interessi. Sì, ci sarà anche qualche battostina da qualche sacramento, ma non vedo ferite da urlo. Ferite da urlo, le vedo solo nella tua ideologia politica. Segno di forza? Per quanto sostengo, segno di debolezza! E, la tua debolezza la si legge benissimo, Gigio! La si legge, ogni volta l’urlo esclamativo, è inarticolante al punto, da non rendere articolato il concetto! Hai avuto modo di dirmi, che sei più pericoloso quando taci. Concorderei, ma aprendo una “finestra” sul discorso. Per come la sento io, non vi è dubbio che diventi più pericoloso come forza fisicamente avversa, ma come forza culturalmente avversa, non direi proprio. Non spaventeresti neanche me, che politicamente parlando sono ancora in età da pannolino, e che molto probabilmente, ci resterò anche sino all’età da pannolone! Più di una volta, leggendoti, mi sono detto: ma non è possibile che il Gigio sia così! Ti ho anche pensato come una figura “d’arte”: di quelle cioè, che usano la paglia della violenza verbale, per cavare dal buco, dei ragni socialmente velenosi! Ma se non sei quel genere di figura d’arte, permettimi di dirti che la tua parte personalmente politica, non fa nessun favore alla tua parte socialmente politica. Anzi! Recentemente, il Mauro ha ammesso una mia intuizione su di lui. Gli avevo detto, che in fondo in fondo, è una personalità di Destra, e che in questo senso, fatte salve le soggettive manifestazioni del personale pensiero, aveva con te dei punti in comune. Il Mauro è personalità di Destra, non certo per significati storici propri della Destra che è stata (significati che, a mio avviso avvelenano ancora l’oggi di Destra, ma lo stesso si può dire anche di qualche aspetto della Sinistra ) ma perché, di prevalenza, psicologicamente conservatore. A differenza di te, però, il Mauro, giunge anche a concordare con altri pensieri. Lo spingerlo per altre strade potrà anche essere una faticaccia, ma lo fa. Lo stesso potrei dire di Ewan. Tu, invece, sei come un elastico. Certamente sei capace di allungarti verso un altro pensiero, ma, appena quel dato pensiero ti molla, torni al punto di partenza. E, questo, è anche giusto, purché, almeno un qualcosina ci rimanga dentro, del pensiero condiviso prima del ritorno al tuo punto di partenza. Dalla lettura dei tuoi post, questo qualcosina non si sente. Il che, potrebbe anche rivelare un’autodifesa delle proprie posizioni. Sentire l’altra parte, però, (anche quando non la si capisce ) in qualche modo permette di abbassare i toni del confronto, perché, direi intimamente, si capisce che anche le nostre verità, hanno dello spurio. Tu, a parole lo ammetti, ma l’urlo, rivela che tendi a negare quello che non puoi non ammettere. Tornando a prima, l’urlo non è un segno di potenza: di nessun genere di potenza.
Ottobre 2007

Rapina a Rete armata?

Non so. Al momento, di chiaro c’è solo la fattura.

apenna

Vedo accumularsi la polvere sui mobili con estrema indifferenza ma non ne sopporto un granello nei programmi del Pc. Ogni tanto, allora, (pari – pari a isterica casalinga) Canc! Canc! Canc! Per questa pur lodevole sollecitudine verso il Pc, per anni sono stato reddito fisso per più di un tecnico. Da qualche tempo, però, sarà la vecchiaia, sarà la minima, sono diventato più tollerante verso il byte grigiume, ma un qualche residuo mi deve essere rimasto nei file mentali se la faccenda Canc! mi è capitata, ancora una volta, una quindicina di giorni fa. Non ricordo cosa ho cancellato, ma nel farlo mi è sparito il Microsoft Office Picture Manager: niente in tutto, ma per le mie esigenza, più che bastante. (L’ho ritrovato proprio ieri. Era tornato a casa: in Office.) Questo però non lo sapevo quando sono andato a cercare in Rete un qualcosa di gratuito. Ne ho trovato quintali; tutti facili, simili, e semplici secondo chi li raccomanda, ma per me, complessi. Nel girare fra siti, da una pagina che quale non ricordo, si accoda, a mio avviso con insistenza, un certo Italia – Programmi Service. Ma questo, che vuole, mi chiedo?! Lo chiudo ma mi riappare in altra ricerca. Lo richiudo. Non se ne va. Molti siti chiedono l’iscrizione per darti informazioni, ed io mi iscrivo per sapere di cosa si tratta. Mi basta un’occhiata per capire che non capisco cosa offra ma che di quello che offre non mi interessa in alcun modo. Cip e passo! La pensavo finita, invece, è solo cominciata! Da quel sito, ricevo questo sollecito. Non capisco il sollecito dal momento che non ho sostenuto spese d’acquisto, ma tant’è!

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Tu e l’Anoressia

Non so, se possiedo il diritto di fermarmi, come tu stai facendo. Solamente so, che che la vita ha un suo diritto: vivere. Ma, per vivere, è anche necessario chiudere, seppellire. Qualsiasi giardiniere lo sa.

apenna

Che forse, non chiude la terra, sul seme che ha sepolto? Vivere, quindi, è anche accettare il ruolo del seme, sepolto da infinite insufficienze; è anche accettare il dovere, di seppellire il seme, di quelle insufficienze. Tanto più, se ammuffiscono il seme, che è la tua vita. Non posso sostituirti nel dovere di seppellire il tuo seme, come non posso sostituire la tua volontà con la mia. La vita, non è una legge tanto pesante se l’ascolti, ma, se non l’ascolti, è una legge, che tu, fai pesante. Non resistergli! Il dolore per sé stessi è un cibo magro. Come hai potuto constatare, non nutre te, come non nutre la vita. Se, suo malgrado dolendoti, la morte t’ha resa ancora bambina, volgiti verso la vita, e, per quanto reputi giusto alla volta, nutriti come fanno i convalescenti: con cibo semplice per il corpo, e di facile ingestione per lo spirito. Usa il sonno, come il seme usa la terra: senza timore. La vita farà la sua parte. Ti porterà dalla sua parte. E solo questione di tempo. Non farne una questione di tempi.

Datata

Verso il bene

L’anelito universale (e universalizzante) è nella tensione verso il Bene, verso il Vero, verso il Giusto. Dopo di che, ognuno scrive gli aneliti particolari, secondo la propria calligrafia.

apenna

Mi distinguo dal pensiero che citi per un particolare. La vita, è dialettica, non lotta. Il fatto che l’abbiamo resa lotta, non appartiene alla vita: appartiene al carattere della nostra. La vita è un impulso di fame. Il male, è in ciò che mangi o in come mangi. Distanziarsi dall’impulso, rende anoressica la mente. Il che vuol dire, con buona pace del Budda, che quelli che seguono il suo insegnamento rischiano di vedersi costretti a riaccostarsi alla mensa (la vita) cioè, a ridoversi cibare di ciò che hanno scartato. La conoscenza rende liberi (non mi ricordo più chi l’ha detto, però concordo in pieno) infatti, solo la conoscenza attuata dal costante discernere sui cibi, può effettivamente liberare il karma dalla fame di vita, e, quindi, dal dover tornare a questo ristorante. Il messaggio di Cristo tratta innanzi tutto di un Dio padre. Il fatto che sia buono, è, per Cristo, una logica conseguenza di Padre, ma non è il primo attributo. E’ una logica conseguenza, perché è inverosimile, per Cristo, che il Dio che attua la vita, sia cattivo. Se lo fosse, per principio avrebbe attuato il dolore. Dio non può attuare due principi. Essendo assoluto, non può, infatti, che concepire il suo assoluto, e, secondo me, il suo assoluto principio è il Bene. Al significato di sottomissione che dai dell’islam, preferisca abbandono. Nella sottomissione è implicita la cultura del padronaggio. Nell’abbandono, la cultura della fede. La seconda, è dei mistici sufi. La prima, dei mullah. Sai bene che non sono la stessa cosa, né stessa cosa  sono gli impliciti.

Ho detto ti amo solo una volta

Non mi stancherò mai di dire: ti voglio bene.
apenna

Se non come voce di una certezza affettiva, almeno come voce di una speranza effettivatizzante. [Se effettivatizzante non è nel vocabolario, passamelo per amor di tesi.] Mi è capitato più volte, di trovarmi a voler bene a personalità “Pabloz” ma l’ho fatto come personalità “Mauro”: generalmente razionale. Ebbene, in casi come quelli fra Mauro ed il Pabloz, la mia razionalità, pur non negando nulla all’integrità della personalità “Pabloz”, da Mauro si sarebbe aspettata, non dico, una presa di posizione, ma almeno un riparatore distinguo. Libertà, Pabloz, a mio avviso è poter dare dell’idiota agli idioti, ma, libertà, sempre a mio avviso, è proibirsi di dar dell’idiota a chicchessia. Allora, per riparatore distinguo, intendo dire, che se qualcuno da dell’idiota a me, come minimo, mi aspetto che un libero ricordi all’offensore, che non può permettersi quella libertà, se non ledendo il concetto che tu stesso possiedi. Non per il Mauro, quindi, avresti dovuto intervenire, ma per difendere il valore che anche sei. Chi non lo fa per questa ragione, ne può trovare delle altre per difendere il suo concetto di libertà, ma non può, sempre a mio avviso, non cercarne. Sostenere la personale indipendenza da altri e/o da altro, è certamente un gran valore, ma, se questo valore comporta l’esclusione della scelta, di dover anche, partecipare, mi domando, allora, se è l’indipendenza spirituale che difendiamo, o se è dal dolore altrui, che ci difendiamo. Può anche essere che ci difendiamo, rimanendo sopra le parti, dalla paura di essere esclusi, o da una, o dall’altra parte. E’ indubbio, che i tuoi post dimostrano ampiamente la tua partecipazione al dolore altrui. E’ un dolore, però, che per la gran parte, rimane oltre un vetro. Ogni tanto, però, ci sono dolori che lo superano, e che chiedono, almeno una nota di presenza. Quando succede, l’ideale non può non congiungersi con il reale. Per fare questo, non si può non scendere a patti fra ciò che siamo, e ciò che il nostro prossimo è. Almeno coscientemente, non era mia intenzione farti questa sorta di predica, ma, come ho detto ad Ewan in un commento a te diretto, la questione mi ha preso il cuore, e al cuore, non si comanda.
Ottobre 2007

Quanti sassi in Gerusalemme

Ci sono stato via web. Prima di leggere quanto ti racconto ti ricordo che nella stesura delle lettere sono come un cieco in un labirinto. Dagli e ridagli prima o poi finisco il giro ma non chiedermi come perché non ci vedo.

apenna

Nonostante gli abbigliamenti religiosi e militari con mitra, l’ho trovata più araba che israeliana. L’ho trovata per niente araba, invece, nella basilica della Natività. Fra la ressa ho potuto vedere dei turisti (immagino) manifestare una religiosità gestualmente più vicina alla santeria. L’arabo, invece, quando non deve gridare pubblicamente la sua fede, è raccolto, intimo: da solo anche se fra centinaia. A proposito di vita e di vitalità in Gerusalemme, non m’ha disturbato più di tanto vedere dei venditori da sopravvivenza come vu cumprà fra turisti palesemente infastiditi. M’ha disturbato non poco, invece, vedere nelle sue vie più di qualche richiedente carità. Veder tarlato dalla povertà un tal vissuto storico non lascia indifferenti. Durante il giro ho visto anche molte bandiere israeliane. Non conosco il significato ufficiale della bandiera di Israele ma non lo cercherò perché non voglio filtrare il mio che inizia con i miei discorsi sugli stati e i principi della vita: Natura, Cultura, Spirito. Li sviluppo più ampiamente nel blog.Ho collocato quei principi su un triangolo equilatero. Al vertice ho posto la Natura. Alla base sulla sinistra la Cultura. Al lato opposto lo Spirito. Fra altre cose, nel mio pensiero (trinitario_unitario) sostengo che la Natura è il principio del Bene, la Cultura è il principio del Vero, e lo Spirito è la forza della vita che si origina dalla corrispondenza fra i tre stati. Ti allego in fine il link del riassunto. Ora se rovesci la geometrica immagine vedi i principi opposti: il male nella Natura, il falso nella Cultura, e lo Spirito come forza opposta alla vita. Ammessa l’ipotesi, la bandiera di Israele mi dice che rappresenta il luogo dove sventolano, sia i tre principi nella stessa forma e misura, che, rovesciandola, gli opposti. E’ anche concretamente vero che i principi sventolano (sia dritti che rovesci) per ogni dove già al principio della vita.

Si può anche dire, allora, che siccome quei principi sventolano per ogni dove già al principio della vita, ogni dove ebraico (interiore come esteriore) è Israele. Per questo si può ulteriormente dire che se dove c’è un Ebreo c’è Israele, ne consegue che è mantenuta promessa di terra la sua stessa vita, indipendentemente dal luogo di vivenza. Sempre affermando per emozioni dovute a informazioni conosciute qua e là, direi che Israele prima dell’Olocausto lo sapeva bene. Per quel sapere molto sopportava: non sono pochi i sassi sulla strada degli eletti. Dopo la tragedia che l’ha sconvolto ha creduto di potersi difendere da altri olocausti (sia come Persona che come Popolo) imponendosi su una terra non solo sua. Così facendo, ha implicitamente rinunciato all’empatia del mondo perché si è tolto dagli ultimi “che saranno primi” dove, senza dirglielo, l’aveva collocato quello Spirito. L’ha potuto (togliersi dagli ultimi per auto modificata collocazione) perché ha confinato la sua elezione dentro il campo dell’arroganza. Così facendo però, ha venduto il suo spirito per trenta denari di ingigantita potenza. Ammessa l’ipotesi, ne consegue che anche questa potrebbe stare fra le origini dell’aumento di chi rifiuta Israele sia come Persona che come Stato. Israele sembra aver dimenticato che per ogni genere di gigante la vita si fa fionda. Quasi mai si sa in che mano mette il sasso. Tantomeno di chi è la mano, come neanche dove la mano lo raccoglie. Quello che so, è che in Gerusalemme i sassi non mancano, e che niente ti difende se dalla vita non ti fai difendere.

La geometria della vita

Non sei la prima persona che mi dice la sua perplessità sulla geometria dei concetti “per Damasco”. Al proposito, ti ho appena spedito un commento. Nell’opera “per Damasco”, parlo della trinitaria – unità della vita. Avendo sentito la necessità di far capire meglio questi concetti, li ho posti in un triangolo. Tutti i lati di un triangolo sono eguali, perché di valore eguale devono essere le corrispondenze fra gli stati della vita. Gli stati della vita convergono al centro. Il che sta a dire che dalla trinità si passa all’unità. Nel sito, sono parco di parole perché parlo di principi, ma nulla dico su quei principi. Giusto per spiegarmi meglio, dico che il Bene è il principio della Natura. Per Natura intendo il corpo della vita comunque effigiata. Ebbene, se comincio a dirti cos’è il Bene, in primo, non la finisco più, in secondo, comincio a de_formare, il tuo concetto del Bene che fa stare bene. Il che vuol dire, che ti sono cattivo maestro perché ombro la tua vita con la mia.

apenna
Giugno 2006

Quello che amiamo, è?

Molti anni fa attorno ad un mio amico gravitava un giro di militari. All’epoca uscivano in divisa e tutte le streghe avevano l’ospitale casetta sia per il cambio che per il contraccambio.
apenna

Per amor di compagnia, più che di seduzione, accompagno un paio di quelli a casa loro: nel pavese. Arrivati. se ne vanno per i fatti loro. Io resto lì, in un bar. Forse perché novità in un piccolo paese, vengo avvicinato da un gruppo di ragazzi/e. Se ciacola, si ride. I militari tornano, saluto la compagnia, saliamo in macchina per tornare a Verona. Sto per avviarla, quando una ragazza apre la porta, mi bacia, la rinchiude. Resto al volante, o meglio, non so più se sono al volante! In quel dato momento, a puttane tutte le mie sicurezze sessuali! Qualche giorno dopo, discuto la faccenda con uno di loro. Gli dico: ma cosa si aspetta da me, quella ragazza? Non di certo, fisicità! Mi risponde il ragazzo: cosa vuoi che sia! Mentre sei con lei, puoi anche pensare ad un uomo! Cacchio, Maluna, sono andato a puttane, un’altra volta! Non solo perché mi sono riscoperto di tutto fuorché lo scafato che mi credevo, ma anche perché non vi è consiglio che non nasca da esperienza: propria o d’altri che sia. Morale della favola: visto da vicino, nulla è normale! Oppure, non capiamo e non viviamo più la vita, perché c’è l’hanno messa troppo distante per vedere com’è!

Giugno 2006

Non sei solo

nonseisolo

Vi sono personalità incompiute che si suicidano perché sono sole o anche perché si sentono sole. Userei questa bozza di idea, allora, per comunicare emozioni di vicinanza. A mio pensare, l’idea dovrebbe essere attuata sia da tutte le sedi ArciGay che da quelle prossime agli stessi intenti ausiliari. Cordialità, Vitaliano.

apenna

Riscontri ricevuti? Zero

Nell’Isola che non siamo: visioni e visionari.

A vedere del poeta (ed anche a mio vedere) nessun Uomo è un’isola. Secondo la visione di quel veggente, quindi, tutti siamo parte del Tutto. Cogliamo parte di quel Tutto, tanto quanto siamo coscienti dell’esistenza di quel Tutto. In ragione, dello stato della corrispondenza, fra noi ed il Tutto, si diventa in grado di cogliere anche la Sua emozione, e quindi, di cogliere nelle nostre parole anche la Parola. Siccome, vita, è l’emozione di chi dice sé stesso, allora, per la premessa sottolineata, vita, è anche la parola del Tutto. Ben venga il pensiero ma, occhio: la mente che non procede secondo i suoi passi, vede la strada ma non i sassi.
apenna

Giugno 2006
Rivista e modificata nell’Agosto 2018