Tu e l’Anoressia

Non so, se possiedo il diritto di fermarmi, come tu stai facendo. Solamente so, che che la vita ha un suo diritto: vivere. Ma, per vivere, è anche necessario chiudere, seppellire. Qualsiasi giardiniere lo sa. Che forse, non chiude la terra, sul seme che ha sepolto? Vivere, quindi, è anche accettare il ruolo del seme, sepolto da infinite insufficienze; è anche accettare il dovere, di seppellire il seme, di quelle insufficienze. Tanto più, se ammuffiscono il seme, che è la tua vita. Non posso sostituirti nel dovere di seppellire il tuo seme, come non posso sostituire la tua volontà con la mia. La vita, non è una legge tanto pesante se l’ascolti, ma, se non l’ascolti, è una legge, che tu, fai pesante. Non resistergli! Il dolore per sé stessi è un cibo magro. Come hai potuto constatare, non nutre te, come non nutre la vita. Se, suo malgrado dolendoti, la morte t’ha resa ancora bambina, volgiti verso la vita, e, per quanto reputi giusto alla volta, nutriti come fanno i convalescenti: con cibo semplice per il corpo, e di facile ingestione per lo spirito. Usa il sonno, come il seme usa la terra: senza timore. La vita farà la sua parte. Ti porterà dalla sua parte. E solo questione di tempo. Non farne una questione di tempi.

Riviste e modernità riviste

Già dal primo numero della vostra rivista, mi sono sentito come una Cenerentola in ciabatte al ballo del Principe. A parte qualche momento di respiro, le pubblicazioni seguenti hanno confermato il mio disagio. Se voi foste una drogheria, andrei a far la spesa da un’altra parte senza nulla dovervi, ma, a voi, sento necessario spiegarvi perché non posso aderire ai vostri incontri. Nei vostri monti privi d’acqua per la mia sete, non mi ritrovo. Non mi ritrovo fra impervi stili. Non mi ritrovo in mezzo a picchi di parole, che sembrerebbero pietre, ma sono solo calcare. Non mi ritrovo dove soffia il fiato, ma niente respira. Non mi ritrovo, nei verbi deserti. In non rare occasioni mi è venuto il rabbioso istinto di picchiare sulle voci che pubblicate. Giusto per vedere se soffrono. Giusto per sentire un: hai! Un umanissimo:hai! Mi domando se ne sarebbe uscito del sangue. Dubito. Nelle vostre proposte sento solo capacità e fatica. Non mi bastano. Il “tanto tuonò che non piovve”, per quanto ammaliante, mi pare in qualche modo truffaldino. Vi siete mai chiesti cosa sente un povero mortale che vi legge? O può leggervi solamente chi è aduso a stratosferiche altezze? Pensate veramente che un povero mortale possa capire, sentire, imparare, cercare qualcosa di sé, in voi? Secondo voi, a quale muto date parola? Quale vista, al cieco? A quale entità, sollievo? A ciò che è vile, quale, la condanna? Non temete di chiudervi in un cerchio, unico ma non unificante? Sono ottocentesco? Questo mi dice come un’ombra cinese dice. In verità, credo e pre – tendo ad un moto, se volete, ingenuo, non sofisticato, non colto ma fatto di vita come un “tossico” si fa della sua “roba”. Le stranezze stilistiche, invece, dicono l’eterno, come sempreverdi in moplen.

All’Amministratrice del Condominio

Questa mattina, in data (02/1219) nell’appartamento n° 7 hanno iniziato un lavoro sul muro dove dalla mia parte ho il contatore del gas, la caldaia, e le tubature dell’acqua. L’hanno fatto con il martello pneumatico. Dopo più di un oretta di continuo martellamento (hanno iniziato verso le nove e hanno finito oltre le 11) sono andato a suonare il campanello di quell’abitazione. All’operaio che mi ha aperto ho detto che non era il fracasso che mi disturbava, bensì un pensiero: le ripercussioni dei colpi su muri di sasso, inevitabilmente si sarebbero ripercosse su tubature di piombo di almeno un settantennio. L’operaio non vede il problema (delle possibili microfratture su quelle del gas e dell’acqua e poco male per queste ultime) perché i muri sono larghi 50 cm. L’obiezione è inconsistente. A tutto pensavo, infatti, fuorché alla caduta del muro! L’operaio non sa (o se sa gli ha fatto comodo non sapere) che i sassi non assorbono i colpi, anzi, li amplificano. Da colpiti in quel modo, infatti, a loro volta colpiscono pressoché di netto, dal momento che una malta di più di settantanni ben poco può fare se non sgretolarsi sotto i colpi. La situazione è certamente meno conseguente se si opera con il solo scalpello e martello. Guaio è, che ciò aumenta sia la fatica dell’operaio che i tempi di lavoro. Del guaio, dovrebbe farsene carico il Condominio? A me non risulta. A lei risulta? A continuazione del martellamento, suono un’altra volta. All’operaio di prima chiedo di mettere una mano sul rubinetto del mio lavello mentre il collega dall’altra parte agisce il martello. Gli ho chiesto di farlo perché aprendo il rubinetto ho avvertito delle preoccupanti vibrazioni. Non l’ha fatto perché aveva finito il lavoro, ma posso o non posso dirmi che non l’ha fatto perché si sarebbe chiaramente reso conto che non parlo per niente? L’inquilina mi dice che deve pur mettere su la caldaia! Non mi risulta di averlo impedito come non mi risulta di aver proibito alcunché agli operai, ma, le richiedo: per quali motivi le difficoltà inerenti a un lavoro devono necessariamente ripercuotersi nella “mia” abitazione? Ora, guaio riparabile se il martellamento pneumatico giunge a procurare delle microfratture nelle canne dell’acqua: ipotesi che non direi campata per aria vista la loro età! Guaio riparabile, anche se succedesse in quelle del contatore del gas o nelle sue canne, ma non di certo immediatamente! E nel frattempo? E se nel frattempo diventasse un grosso guaio per me, chi e cosa esclude che non lo possa diventare anche per i restanti condomini? Indipendentemente se veloce, lenta o lentissima, infatti, un’espansione di gas dentro un muro va e penetra dove ci sono crepe. Gioiscano i condomini se presenti solo da me, ma quanto possono dirsi sicuri che non penetrerà anche da loro? Le richiedo infine: la salute di un condominio è legata al caso, oppure lo si può gestire? Alla vostra riflessione.  Con i miei saluti, il condomino Vitaliano.

C’è un caldo boia! Sono distrutto!

Il solito giornalaio è chiuso. Vado da uno che è dietro l’Arena. Arrivo sotto il residuo che chiamano ala. Sono in bici. La velocità è quella di chi sta retto per motivi che non ho mai capito. Una maestra che guida un gruppo molto sparso di ragazzini mi veda arrivare. Devo essergli sembrato un camion e rimorchio perché si mette ad urlare: state uniiiitiiii! Ci sooono leee bicicletteeee! Le bicicletteeee nOOoooOOO!!! ribatte una voce dal gruppo. Signur: perché non c’è più niente come una volta!

Maggio 2007

Crocifisso e crocifissioni

Cortese signore: mi hanno lasciato perplesso i toni, ma non per questo non ho condiviso alcune sue prese di posizione sulla questione del Crocifisso. Avrei voluto dirglielo già allora, ma solo in questi giorni ho saputo, per caso, il suo recapito.

A mio vedere, la Croce senza il Crocifisso è il pedagogico memento che simbolizza il peso della Natura (corpo della vita comunque raffigurata), sulla forza (Spirito della vita comunque agita) della nostra Cultura: pensiero della vita comunque concepito. Non c’è Natura, Spirito, o Cultura che sia esente da cadute sotto i pesi che ci addossano e/o ci addossiamo. Della Croce, pertanto, direi che è l’universale memento, (e monumento), che commemora e riguarda tutti i caduti a causa della propria umanità. Ricorda la caducità umana, inoltre, anche a quelli che credono di possedere la facoltà, (vuoi in nome di un IO, vuoi in nome di Dio) di mettere in croce la vita altrui. Per questo senso, è monito che segnala l’errore all’affamato di qualsiasi genere di ambizione, ed è l’avvertimento che riconduce ogni esaltata umanità, al comune piano ed al comune valore. La Croce con il Crocifisso, invece, a quanto sopra sostengo aggiunge una particolare identità e storia. Se ho capito bene, la sua religione sostiene che il Crocefisso è un falso storico. Non ho basi per smentire e né per affermare: e neanche ci provo. Porre affermazioni in fatti e discorsi originati in lontani contesti storici e culturali, infatti, può sconvolgere il proprio quanto l’altrui pensiero; può procurare dei dissidi così gravi da addolorare per epoche  anche le future generazioni. Si può scegliere di porre pace, però, tanto quanto la nostra parola accetta di lasciare l’ultima, alla Vita. Nell’accettare di lasciar alla Vita l’ultima parola, e nel gesto dell’amore e dell’amicizia che è “nel porgere l’altra guancia”, vedo concordanti, (nello spirito della vita personale come in quello delle genti), le finalità pacificatrici del Profeta e del Cristo. Nell’augurarmi per queste opinioni di non risultarle uno strano cristiano, e nel confermarle che se vedo la paglia nell’occhio islamico, non per questo non vedo la trave in quello cattolico, la saluto.

Cortese Brigliadori

Tra il vorrei dire ma non posso a questa lettera alla signora Brigliadori mi ha risposto non so chi. Forse chi gli curava la pagina. Del poco detto non ricordo nulla. Rileggendo la lettera non posso non convenire su un’altra causa di quella ritrosia. Anche la stesura originale di questa lettere, infatti, stava in bilico fra chiarezza e non chiarezza. Rileggendola, ho posto luce.

Cortese Brigliadori: non so per quale percorso sia giunta a pensare la vita secondo spirito. In genere, giunge a pensarlo chi ha avuto esperienze di medianità. Fra queste, lo spiritismo, sia nel solo caso culturale, sia nel caso di agito e/o subito. Secondo il mio pensiero, lo Spirito è la forza della vita comunque agita; forza che paritariamente vivifica gli altri due stati della vita che sono la Natura (il corpo della vita comunque formata) e la Cultura: il “corpo” della mente comunque raggiunto. Immagini che si sia una goccia d’acqua, agente nella maggiore (l’oceano che è la vita) in parte pura e in parte inquinata. E’ certamente vero che lo spirito della goccia opera a favore della sua purezza, come è altrettanto vero, che quell’opera è condizionata dai nostri inquinamenti. La goccia, può negarsi all’influsso della parte negativa dell’oceano? A mio pensare, no. A meno che la goccia non si tolga in toto dalla massa delle gocce che lo compone. Tentativo conventuale molto illusorio visto che neanche i frati del convento cistercense del Monte Rua (nel padovano) sono riusciti a liberarsi dal’influsso dei dissidi. Tanto è vero (a dire del frate portinaio) che capita loro di litigare per il caffè quando è di ordinaria povertà. Se ogni goccia ha parte evidente agli occhi (con altro dire alla coscienza) e parte meno, può giungere (la goccia individuale) a curare (e curarsi) la parte di sé variamente in crisi a causa di dissidi comunque motivati? Se è vero che la mente della persona non può liberarsi totalmente dalla sua condizione di goccia inquinata, altrettanto è vero che la mente, per mezzo del discernimento concesso dalla ragione ha facoltà antidoto. Come per ogni medicina non si deve superare i dosaggi, così anche con l’assunzione dell’antidoto discernimento + ragione. Nella medicina discernimento + ragione  corrispondente alla persona in dissidio, quando vi è giusto dosaggio? Direi, quando l’eliminazione di un dissidio non ne genera altri. A ciò deve badare anche chi, indipendentemente dal come e perché, soccorre il dissidiante.

Cortese Babilonia

L’istituzione romana della chiesa cattolica italiana continua a valutare il Finocchio per come usa il sedere anziché per come usa la vita. A meravigliarmi, però, non è l’opinione di questa chiesa, ma quella dei Finocchi che nonostante tutto vogliono aderirvi. Cosa cerca questa gente in questa chiesa? Se cerca la Parola, è più che evidente che nel cattolicesimo romano la trova addomesticata per il solo senso eterosessuale della vita. Dunque, questo sempiterno senza Padre che è il Finocchio cattolico, cosa cerca nel boia della sua sessualità? Cerca l’universalizzazione della sua condizione, per adesione all’universale struttura spirituale che dice di essere il cattolicesimo? Se la può sognare! Tanto più, perché l’istituzione ecclesiastica può sospettare, che i Finocchi che bussano alla sua porta cerchino una legittimazione sociale e politica oltre a quella religiosa. Per quanto mi riguarda, sono entrato in me stesso (nella mia chiesa) dopo esser andato fuori dalla chiesa. E’ stato come evadere da un carcere! Cucù, che rientro in qualsiasi altro! Quello che è andato bene per me, non è detto che non possa andar bene anche per altri, quindi, fuori gente, Fuori!

Un amore a gonfie mele

A Montorio, prima di arrivare al Carcere dove lavoro, confinante con la strada c’è una villa con campi. Dietro la villa ma sempre lungo la strada, c’è uno spiazzo dove hanno collocato un riparo per attrezzi ed uno per un cavallo: nero, possente. Virile, mi veniva da dirlo. Sento di poterlo dire per quel cavallo anche perché lo diciamo di non pochi asini. Come compagnia ha due capre e due galline. Le ignora. Si muove con passo lento è pesante. Per quello che ne so, tipico di quelli da traino, ma a me mette non poca tristezza quel suo andar confinato in quel centinaio di metri, dalle capre rasi di ogni erba. Non che io abbia mai brucato in quelle condizioni o identità, ma lo stesso m’ha ricordato i miei collegiali confinamenti; le mie tristezze di orfano. Ho sempre avuto paura dei cavalli.

E’ iniziata da bambino: quando andavo ad Asiago con le Colonie della Croce Rossa. Colonia Rondinella, ricordo. Come ricordo quella brodaglia di riso al latte che ci davano il giorno d’arrivo. Passeggiavamo sino al Ponte di Canove. Tranquilli e ciarlieri nell’andata, ma terrorizzati (ed anche affascinati, devo dire) da un mulo che aveva l’insana passione di correre dietro a quanti passavano. Non l’ho mai visto quel folle ma questo è quanto dicevano le suore e le inservienti che ci accompagnavano. Certamente un mulo non è mica un cavallo, ma la paura mica si nutre di dettagli! Così, assieme all’astio per la Colonia (sempre la stessa) e per il riso al latte (sempre lo stesso) mi è rimasta anche la paura per i cavalli. Non per questo cavallo. Passo due volte al giorno e ormai da diversi mesi davanti a quel campo, e da diversi mesi mi domando: che faccio per quell’orfano? Ho iniziato facendogli pss, pss! Come ignorava capre e galline, così, ignorava anche me, ma se lui è un cavallo, io sono un ariete, così, pss, pss! Raramente mi sono sentito così cretino, ma chi l’ha dura la vince! Ha finito col guardarmi, qualche volta. Giusto come ci si domanda: e chi è quello lì!

Giorni fa, mi salta in testa l’idea di portargli due mele. Fatalità, il cavallo è vicino al recinto: sembrava mi aspettasse. Il recinto è alla sua altezza, ma io sono pur sempre un metro è ottantasette più un metro di braccio, così, oltre la rete gliele passo pur facendogliele cadere accanto. Gradisce ma non si sbilancia coi ringrazziamenti: vedo che è diffidente. Mi mancano pur sempre due gambe! Il giorno dopo, è già vicino al recinto. Pare aspettarmi. Cacchio non ho le mele, ed in più, sono in ritardo! A dopo, a dopo, gli dico, sentendomi sempre più cretino! Come cacchio si fa a dire, a dopo, ad un cavallo, con la speranza che ti capisca! Verso le 20 e trenta, finito il lavoro, sono davanti al recinto con le mele. Pss, pss! Non esce dal capanno. Insisto: pss, pss! Niente. Insisto, usando il campanello della bicicletta. Si fa vedere appena ma non esce. Vuoi vedere che si è incazzato! Prendo le due mele, gliele lancio nel campo e vado verso casa. Il giorno dopo sono ancora lì. Si è proprio incazzato, penso, ma poi mi accorgo che per non farlo avvicinare alla rete hanno messo dei fili di plastica; ecco perché le ha lasciate lì! Mi domando come superare l’inghippo ma al momento non posso alcun tentativo: mi aspetta la mensa. Faccio quello che devo fare, finisco, e mi fermo al recinto: pss, pss, drin, drin! Ullalà: esce subito! Mi guarda. Direttamente. A testa alta. Gli faccio vedere la mela. Si muove per raggiungermi ma poi ritorna al capanno. Lo fa, come per farmi vedere che non può avvicinarsi. Ci sono quegli accidenti di fili! Non mi resta che una soluzione: lanciare la mela verso il capanno. Lo faccio mentre è distante dal ricovero. Mica sa che è una mela, infatti. Potrebbe spaventarsi. Cerca vicino a sé, ma, ovviamente non la trova. Come far a dire ad un cavallo che gli ho lanciato la mela alla sua destra?! Di là, di là, gli dico! Si va là, di là, di là! Mi guarda con aria perplessa. Non capisce, ovviamente, ed io mi sento come un Tarzan che deve far capire a Cita dove cavolo è finita la banana! Un momento! Dove non ci son parole, ci sono pur sempre i gesti! Così, a braccio semi teso, sposto verso destra la mano. Mi capisce! Torna verso il capanno e trova la mela! So che ha gradito il pensiero perché muove la coda con tranquilla eleganza. Domani, mi sa che dovrò portarmi una mela anche all’andata! Lo faccio per il cavallo ma lo faccio per me.

 

Lo specchio Zen: a Simone.

Antefatto:

Cercavo un numero di cellulare che mi è sparito dall’aggeggio quando la ricerca “Simone” (in questo caso il tecnico del mio Computer) m’ha riportato una lettera diretta a Simone: mio corrispondente in Blog.it. Secondo fato e seconda coincidenza, è datata 2006-08-26: esattamente 14 anni fa. Nulla aveva di che farsi ricordare ed io non la ricordavo. Ho usato il concetto di specchio riflettente ma non giudicante per smentire la favola teologico_biblica del Giudizio Universale.  Nell’opinione di Merton ora ci trovo di che indirizzarla ma all’epoca l’ho accolta così come dice. In questa mia epoca, la lascio come sta: non si cancellano le origini, tuttavia, nulla vieta di chiarirle. Lo faccio nella parte fra parentesi e con diverso carattere.

Questa mattina sono andato in una libreria. Sul banco delle cianfrusaglia a prezzo ridotto, mi cade l’occhio su di un titolo: Lo Zen e gli uccelli rapaci di Thomas Merton. Molti anni fa, di Merton (un mistico cattolico) avevo letto La Montagna delle sette balze. Di quella Montagna mi era mancato il fiato già alla prima balza, pertanto, di certo non posso spacciarmi come un suo studioso! Per quale titolo, allora, parlo di questo? Passami il titolo di una maggiorata conoscenza: quella che hai conosciuto nel mio sito. Dottorato di questo, apro il libro in questione. Fra altro, leggo:

“La coscienza Zen è paragonata ad uno specchio. Lo specchio è senza io e senza mente. Se arriva un fiore, riflette il fiore. Se arriva un uccello riflette un uccello. Mostra bello un oggetto bello, mostra brutto un oggetto brutto. Rivela ogni cosa di com’è. Non ha mente discriminante, e né coscienza di sé. Se arriva qualcosa lo specchio lo riflette; se scompare lo specchio lo lascia scomparire… e non rimane alcuna traccia. Tale non – attaccamento (lo stato di assenza mentale, o la funzione veramente libera di uno specchio) è qui paragonato alla pura e lucida saggezza del Budda” [dice Zenkei Shibayama in: On Zazen Wasan, kioto, 1967, p.28]”

Se ho ben capito, dello Specchio Zen si può dire che è una forma di vita, “in attesa di…”, sia quando non riflette, che quando riflette. Lo è anche quando riflette, perché la coscienza Zen (illustrata dall’immagine dello specchio) non distingue, non inquadra, non schematizza, non giudica, non distingue, ecc, ecc.

(Esattamente come il Principio della vita che dico Capoverso. Diversamente dall’idea espressa da Merton, la funzione del Capoverso non è quella di essere una coscienza Zen “in attesa di…” Se mai, è quella di essere l’I immagine in cui la Coscienza Zen (dal Merton rappresentata come Budda) si riflette secondo la sua “visione”. Non essendoci altro specchio oltre lo Specchio, il Principio della vita può specchiarsi solo in sè stesso. Come tale (qui dissento dal Merton) non può non riflettere anche quando non riflette. Tra Vita e vita, infatti, non vi degli stati di vuoto “in attesa di…” Ammetterne la possibilità, significa affermare che il Principio può anche originare degli stati di nulla: non lo può. Pensarlo, significa ammettere che il Principio concepisce anche il nulla, ma ciò significa ammettere anche che nel Capoverso esistono stati di nulla. Per un assoluto, è impossibile: un Assoluto genera solo il suo assoluto, e quindi, solo ciò che in assoluto è: vita. Zen o no che sia, la Coscienza è una conseguenza.)

Quale, l’attesa di… nello spirito Zen? Risalendo ai principi primi, direi, della volontà di vita che di volta la riempie di che riflettere, e, quindi, di che far vedere, capire, agire, ecc. ecc. Quale, la volontà di vita che di volta in volta riempie lo specchio della coscienza? A mio avviso, è la fede nella Volontà della vita che ha attuato la vita.

Collocati in quella fede, ci trovo una Donna che l’accolse senza condizioni. Ci trovo la fede in un Amore senza condizioni, (quella di Cristo verso il Padre e quella di Pietro nei confronti di Cristo) e ci trovo la fede senza condizioni nel Riconosciuto dal Profeta. Naturalmente, ci trovo anche lo Specchio, (la Coscienza) che riflette tutto questo. Fantasticando sono andato un po’ fuori tema. Guaio è, che quando inizio devo tornare all’Inizio.

Politica come carta igienica

Mi hanno detto: mi pulisco il sedere con qualunque carta igienica, purché abbia il doppio velo. Intuendo le non espresse tendenze politiche del soggetto gli ribatto: occhio! Con una marca qualunque rischi di pulirti il culo con il velo che preferisci: quello di Destra.

La notte no: non più.

Mi capitano solo brutte avventure, diceva un figlio delle stelle alla vicina sorella. Mia cara, gli rispose quella. Neanche i firmamenti che sinora hai illuminato sia pure con luce riflessa, sono come quelli di una volta! C’era la costellazione della speranza, una volta, e sia pure distante anni luce, il pianeta futuro. Ora, l’atmosfera si è rarefatta. Questo ci affatica il respiro. Appesantisce il passo del nostro gravitare attorno ad asteroidi che dicevamo astri, non tanto perché brillanti loro, ma perché incantati dalla nostra voglia di brillare su di loro. Appena sotto la chimica del nome di quegli astri, ora c’è solamente del sasso, coperto da una polvere che li rende friabili come meringhe anche per noi, stelle non cretine se non per parte presa in quella parte che diciamo nelle nostre storie, o che raccontano le nostre tragedie. No, figlio delle stelle. La notte no. Non più.

Un operaio inizia il lavoro

Un operaio inizia il lavoro. E’ del Sri Lanka. Un orsettino color caffè. Come tutti i miei “amori” suscita la mia mater – paternità. Donne, lo direste un gianduiotto! Ha ventanni! Lo mando a pulire le scale. Si punge con una siringa usata. Mi incazzo come una jena. Compero un gessetto da muratori: rosso Ferrari! Che si veda bene! Salgo all’ultimo piano delle scale (abitualmente usato da tossici di merda) e sul muro scrivo: mi sono punto quattro volte! Oggi, si è punto un mio operaio! Siete degli assassini!!! Con tutta la forza del mio spirito vi auguro di crepare!!! Occhio!!! Da oggi siete a rischio!!! E che cazzo! Non si può mica digerir di tutto! Anni dopo ho saputo che era sieropositivo già da prima. La merda non è un isola.

Novembre 2006

Della Bibbia considero la storia

Di Dio, non considero i riti. Se mai prenderò il Covid, quindi, non sarà perché sono andato a messa. Un blogger m’ha rivelato che con imbecille si intende “microbo bisognoso di aiuto”. Per questo significato vedo piena di imbecilli la politica sociale di chi (per fazioso contrasto con il Governo) taglia il ramo dove é seduto. Pur da seduta sullo stesso ramo, la stessa chiesa parla di negazione del culto, quando il vero soggetto è la negazione degli assembramenti comunque motivati. Penso, invece che (a chiese già meno frequentate) il vero motivo sia la paura che gli italiani possano perdere l’abitudine “religiosa” che sinora occupa (o meglio, occupava) almeno un oretta della domenica mattina. L’aperitivo mica si può prendere alle nove, vero! Per fortuna Francesco ha messo a posto le voci bisognose! L’ha potuto, sia perché gesuita (e quindi, capace di maggior vista) sia perché non appartenente al sistema clericale pur appartenendo a quello evangelico. La chiesa è un’idra dalle molte teste. Francesco potrà anche trasferire le contrarie ma non le può decapitare nel senso di obbligarle al silenzio! Ne farebbe i martiri del loro bisogno. Tornando alla Bibbia. nel libro si racconta che i popoli dell’epoca raggiunsero tali vette di potere e di vanità, da farli crollare sotto il peso di quelle vette e di quelle vanità. Come sempre succede nei casi di maggior disastro, i religiosi (quelli pieni di vanità quando non di voglia di potere) addebitano quel genere di crolli alla giustizia di Dio. Ben diversamente, inconsapevoli artefici del crollo sono state (prese da deliri di potenza e di conoscenza) le stesse vittime. Tolti alla storia biblica tutti i fantasiosi orpelli di ordine fideistico, cosa distingue quel crollo da quello che stiamo subendo nell’odierna Babele di voci e di fatti? A mio vedere, solamente l’edile modernità della Torre.

Aveva sedici anni

Pare il titolo di una canzone, invece, è il titolo di una tragedia. Ragazzo a livello biologico, ma donna a livello emozionale, si suicida in una comunità di soli uomini. Si chiama Alice quel paese delle meraviglie! Prevalentemente abitato da ospiti nord africani. Lo preciso, mica per questioni di razza, ma per il pensiero maschile di quella cultura. Molto meno accogliente del nostro, anche se sessualmente disponibile verso la transessualità femminile, perlomeno tanto quanto il nostro, e perlomeno tanto quanto il nostro purché non si sappia purché non si veda. Non la voleva nessuno, dice l’assistente sociale. Lei era difficile! Mi domando come possa essere facile crescere da transessuale, ad Agrigento! “Abbiamo fatto quello che abbiamo potuto, dice l’assistente.” La sento sincera. “L’Arci gay, da noi interpellato, non ha fatto niente!” Un Arci gay ad Agrigento, già fa tutto per il solo fatto di esistere, penso! In quella Comunità, Paolo&Loredana, era in prova. Che prova? Prova di recupero?! Recupero di che?! Recupero di cosa?! Alla virilità di origine? MA, SIAMO IMPAZZITI?! Naturalmente, adesso si indaga per capire come sia stato possibile mettere una figura del genere in una comunità del genere, e chi l’abbia consentito! Si, auguri e figli maschi! Ti sia leggera la terra, Loredana.

Dicembre 2007

Sono andato in banca

Sono andato in banca a controllare una spesa. Alla Marta (simpaticissima sirena nel suo ruolo) dico che ormai la memoria sta andando a ramengo, e che porti pazienza se, al caso, si sentirà rivolgere delle domande già fatte. Uscendo, saluto lei e la collega commentando così la mia mnemonica situazione: bella cosa, in fondo, che alla vitalità andante, la vita tolga la memoria. A fronte di diversi e/o anche pesanti contro, infatti, c’è n’è uno a favore: ci impedisce di ricordare quanto siamo stati deficenti, vuoi contro di noi, vuoi contro altro da noi. Più che una vita matrigna, allora, in quel caso vedo una vita capace di misericordia.

Arte è la Grande Carota

Arte è la grande Carota, il grande Nirvana, il Grande Paradiso. Da Ginepraio è tragedia. Qualche volta commedia. Non sempre divina. Si, vie dell’arte sono fra il vero ed il falso,  tra sopra e sotto. C’è chi li dice gironi. Non ci sono più febbri che consumano? Non ci sono più corpi che si consumano? La febbre ci ha consumati troppo in fretta? Chi anela ogni giorno? Forse quelli che non sanno che Carota, Nirvana, Paradiso, Ginepraio, Tragedia, Commedia, passano tutti sotto un unico ponte: quello dei sospiri.

Come decidere sulla vita degli altri?

 

Stupendo incontro mi sono detto quando ho visto il depliant di “Decidere per gli altri”. “Dibattito in equilibrio tra arte, filosofia, medicina, giurisprudenza, religione ed etica per una scelta consapevole”. Bellissimo! Decido di andarci e ci vado. In sala ci sono già un centinaio di presenze: in maggioranza anziani mi è parso. Laici (credente cattolico secondo il Devoto – Oli) e cattolici a confronto, dice la signora Bozzeda. Fra gli uni e gli altri non vedo differenza di pensiero e di finalità, se non la talare con tutto quello che comporta la talare. Va bè! Nessuno è perfetto! Incontro multiculturale, leggo da qualche altra parte del depliant. Multiculturale fra laici e cattolici, non è un po’ come dire multiculturale la differenza fra comunismo russo e comunismo satellitare il russo? Gli interventi sono premessi da un film che tratta di in risveglio da coma. Dibattito equo vorrebbe, un film dove non c’è nessun risveglio dal coma. Ipotesi non presa in considerazione, direi. L’incontro inizia alle 17. Leggo dei relatori dalle ore 18. La questione trattata dal professor Riccardo Pozzo in “lavorare in un comitato etico” è encomiabile, ma, di quale etica parlerà? Quella della scienza secondo coscienza di scienziato, o secondo quella di scienziato, ma anche cattolico? Le sarà chiaro in fine perché non rispondo a questa domanda. Il punto di vista medico “curare l’uomo, sempre. Umanesimo del vivere e del morire” viene trattato da Alfredo Anzani di stretta area cattolica. Dal mio punto di vista di cattolico eretico perché credo in un solo Dio e in nessun io, (professorato o no che sia quell’io) curare l’uomo sempre e in ogni caso è disumanesimo non, umanesimo. Ricordo l’Amato, che dall’ospedale di malattie infettive di Legnago avrebbe dovuto andare a Mantova in autoambulanza (o a Villafranca, non ricordo) per fare una gastroscopia. Una gastroscopia ad una persona di 49 chili a 29 anni, malato in aids conclamato e pochi giorni prima di morire. Sarebbe questo il bell’esempio del curare sempre perché umanesimo del vivere e del morire? A mio vedere, l’umanesimo è detto dal Cireneo: simbolo della compassione di chi rialza l’umanità caduta sotto i mali del vivere, non, il simbolo di chi cura il caduto così che possa soffrire più a lungo ma curato. Comunque la si pensi, “quel curare sempre” rivela inequivocabilmente quanto, sul fine vita, sia già stato deciso da tutti fuorché deciso dagli interessati. A che è servito, allora, quell’incontro? Per me, è servito a farmi vedere la sede: molto bella. Il tema del monsignore che viene dopo del professore è “Libertà morale nella cura di sé e degli altri”. Dopo il tema del professore, e il millenario tema della cattolicità, quale altra libertà può sostenere il monsignore se non quella pro domo sua? Le implicazioni giuridiche sono trattate da un professore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e della Pontificia università lateranense. Può sostenere un etica contraria all’area di fede propria questo professore? Direi proprio di no. Anche questo, allora, ha già deciso per gli altri che non la pensano secondo cattolicità pur non pensando secondo ciò che l’avversa: mi riferisco cioè, a tutti i non aderenti alle “piantagioni del potere”: principato e religione secondo la mai dimenticata prolusione, e il mai dimenticato Padre Aldo Bergamaschi Ordinario di Scienza dell’Educazione dell’Università di Verona di qualche anno fa; prolusione che pronunciò davanti a dei disagiati impresari di quelle piantagioni, subito prima di tornare in convento. Non si è mai saputo se l’abbia deciso lui, o, se anche in questo caso, sia stato deciso da altri. Preso atto del programma e della banalità del bene così chiaramente indicato dalle figure dei relatori oltre che dai temi, non mi è restato che tornare a casa. A maggior ragione, quando, nel programma, sono arrivato a leggere il tempo a disposizione per il cosiddetto dibattito dei relatori con il pubblico: 20 minuti. Cosa sono 20 minuti in un programma del genere, se non le perline di Colombo?

Anche il cielo ha le sue opinioni!

Ero ad una cinquantina di metri dal Ponte Navi. Vedo due pattuglie dei vigili urbani in mezzo all’incrocio. Speriamo non si sia fatto male nessuno, mi dico. Nessun incidente. Un vento molto forte aveva buttato a terra quattro transenne. Vigili e vigilesse intervenuti stavano pensando a come risolvere la questione. Più che altro ci giravano attorno senza costrutto. Rendendosene conto, il colonnello del battaglione allarga le braccia ed esclama: facciamo una cosa intelligente…  E ti viene giù un diluvio della madonna!

I tonni e la tonnara

Greenpeace mi scrive sulla pesca del tonno. Invita il singolo ad informarsi su quello che i produttori della tonnara, che (a nostra volta tonni) rinchiude nelle sue reti per meglio darci mangimi di una qualità che osano chiamar cibo. Lo sa Greenpeace che non esiste ambito (rare le eccezioni) dove vi sia almeno una decente qualità? Non esiste perché nella tonnara dove viviamo e che ci da vivenza (e che per questo il Mercato vive) ci sono troppi tonni, troppe tartarughe, non poche mante, e una infinità di squali; e tutti mangiano tutto di tutti, e tutti hanno bisogno di tutto da tutti e da tutto! D’altra parte, anche di fronte a sufficiente conoscenza sul tonno, quanti, possono permettersi di acquistare un pesce, che se trattato e pescato come auspicherebbe Greenpeace, costerebbe come il caviale? Salutandoti, caro Greeneace, ti lascio con un ultimo pensiero: abbiamo iniziato la vita mangiando anche i nostri simili. Pessimismi, forse cosmici, fanno temere che così la finiremo, anche perché tutti siamo tonni, ma non ci sono tonni per tutti.

Ps. Scusami se non ti ho compilato il questionario: mi è mancato il cuore.

Dolore, è il sostantivo del male.

Dolore, è il sostantivo del male naturale e spirituale da errore culturale, ma per quanto di controverso percorso, comunque, ogni via è destinata alla verità del giusto Spirito: dove non secondo Cultura, secondo Natura. Non procede secondo Natura, secondo Cultura e neanche secondo Spirito, la via che al bene reca la voce del Male: contro i principi della vita, dolore da massimo errore.

 

 

I sogni in politica risvegliano la politica

Pur non essendo leghista in senso partitico e neanche politico (al più lo sono in senso spirituale se non altro perché credo nell’alleanza fra vita e vita) ciò non mi impedisce di vedere che la “Padania” potrà anche non diventare uno stato di diritto, ma da oggi, comunque è uno stato di fatto. I suoi “cittadini” potranno essere tanti o pochi ma questo è una variabile del fatto non di uno stato, almeno in potenza, comunque in atto. Con la costituzione della Lega il Bossi ha istituito il suo stato politico, e con la “Padania” il suo stato sociale. Con la Sinistra, la Destra ed il Centro, dunque, è altro polo. I “progetti virtuali” (a dire d’altri, la costituzione della Padania) sono l’opera di chi li immagina, tuttavia, se l’opera di chi li immagina li fa immaginare, allora, sono dei progetti in corso per condivisione dell’immagine. Tanto più i progetti suscitano sentimenti di condivisione e tanto più sono in corso.  Per questo motivo, anche se la Lega fosse dichiarata fuori legge, comunque, la sua forza (il suo spirito) essendovi condivisori, non cesserebbe. Definire “virtuale” lo stato di questo fatto, allora, potrebbe essere una mera supponenza culturale come anche una miopia politica quanto storica. La Cultura della Lega sarà quello che è, ma il Bossi ha risvegliato dell’essere. Indipendentemente se elementare o altro, il risveglio dell’essere è dei maestri e dei capi: una parte non elide l’altra. Non so se volente o di conseguenza, il Bossi ha capito che in politica, il seguito lo si ottiene facendo sognare. Quello che la controparte politica non ha capito, è che solo con un altro sogno (tanto più se reale e non verosimile) si può risvegliare chi sogna secondo Bossi. Piaccia o no, il Bossi è veicolo di storia. Dove porti il veicolo “Bossi” lo si vedrà mano a mano. Collettivo interesse è fare in modo che non porti la storia fuori dalla Storia.

I sistemi della vita

Negli anni 80, su di un giornale un po’ promiscuo rispondeva un giornalista: poi, donna. Gli diceva Tizio: ho visto un bel ragazzo. Mi sono eccitato! Non sarò mica Finocchio, vero? Gli diceva Caio: ho dato la mano ad un uomo, ed il cuore mi è andato a mille. Non sarò mica Finocchio, vero? Ad un certo punto il giornalista si rompe le palle e Tizio e Caio ha risposto: Cari signori! Per essere Finocchi bisogna farsi un culo così! Ecco, conosco di più perché la vita m’ha fatto un culo così!

I riti della vita contro i riti della morte

L’iniziativa promossa dall’Associazione Nazionale alla Lotta contro l’Aids (accendere una luce in memoria di una vita che si è spenta) è degnissima, tuttavia, mi permetto di ricordare che se i riti del ricordo sono importanti, i riti della vita che allontana il ricordo (se ricordare è dolere) sono indispensabili. Sono riti di vita, quelli che ci riconducono a viverla con amore anche attraverso le vie di ciò che rinnovano il piacere di riamare la vita. Il piacere, è la via naturale del principio culturale dell’amore, non la fine: è ciò che da calore, gioia.  Ricordare la persona amata con gioia, perché si riprende a ricordare la vita con piacere, significa riaccendere quel principio di calore, oltrochè presso la vita nostra, anche in quella di chi, comunque ci è vicino se comunque amiamo.

I Pompieri non solo a Viggiù

Questa mattina devo essermi alzato un po’ rincoglionito perché ho perso le chiavi di casa. Vallo a trovare un fabbro di sabato! Ci provo locstesso Ne chiamo due. Rispondono le segreterie. Non sapendo da che parte girarmi chiamo i Pompieri! Assuefatto al generale distacco umano che si trova andando per uffici e/o servizi pubblici mi aspettavo niente di diverso, invece, già al centralino, ho trovato premura capacità, cortesia. Così, nel giro di quanto è stato possibile per precedenti impegni mi sono trovato sotto casa una equipe di operatori che stava pensando di aver finito il turno di lavoro. Per fargliela breve, sono stati più veloci a provvedere, loro, che io a trovar le chiavi di riserva una volta entrato nell’abitazione. Ovviamente, ho chiesto al Capo squadra quanto dovevo. Mi ha risposto: nulla, grazie, buon Natale. Non è facile lasciarmi senza parole. Loro ci sono riusciti. Risulterà meglio a lei che a me, che l’Italia sta affondando in un mare di grigiume. Trovare, invece, delle aree di servizio sociale ancora felici, (come questo gruppo di lavoro) è sprazzo di speranza che andrebbe testimoniato pubblicamente. Nel salutarla, (e nel ringraziarla per quanto le sarà  possibile fare ) rinnovo la mia riconoscenza a quella Squadra. Non conosco i nomi dei componenti, ma pare che non importi perché il centralinista della Caserma m’ha confermato che il grazie diretto ad una, è  diretto a tutte le Squadre. Si sentono un unico Corpo, loro.

Dicembre 2007

Hai presente l’Albero della vita?

Non ho rilevato alcuna acrimonia nel tuo scritto. Al più, un continuar a volermi rinchiuso nella stessa tomba della Madre (la Chiesa cattolica) che ho ucciso per legittima difesa. Ho la sensazione che ti stai comportando con me, come il giornalista che basa le sue tesi solamente sulle convinzioni personali. Questo a parte, vedo la vita (il tutto dal Principio che ognuno è in grado di concepire e scegliere) come un grande albero. Di questo Albero, io sono un ramo con foglie. Tutti lo siamo e abbiamo, ovviamente, ma sto parlando di me. Essendo parte del tutto dell’Albero perché dovrebbe sorprenderti se in me si trovano pensieri biblici, evangelici, cattolici, ed altri a tua volontà cercando? Dove starebbe, la mia contraddizione spirituale? E se invece fosse un’amplificazione quella che dici contraddizione? Mi stai dicendo che non si può dire amplificata, bensi contradditoria, la produzione di un pero che frutta anche mele! Ne convengo (se pensi che a non poterlo fare sono gli alberi della nostra vita) ma che ne sai tu di quello che può o non può fare l’Albero della vita? Non affermo e non ho mai affermato di conoscere la verità. Suppongo la stessa cosa anche per te, quindi, il confronto fra i nostri pensieri potrebbe dilungarsi sino all’esaurimento fisico di entrambi. Per fortuna c’è il punto!

Novembre 2006

Guerra e Pace: scelte di spirito.

L’enfasi (per non dire esaltazione) con la quale chiedevi giustizia a Titti per dei fatti che, per quanto spiacevoli, perlomeno meritano l’attenuante dell’inesperienza in chi li ha compiuti, mi ha fortemente preoccupato. Lo ha fatto al punto da sentire (della serie quando niente e spero quando non troppo) di doverti scrivere. La Vita, ci comunica la Sua verità facendola sentire alla nostra Natura (e, dunque, capire alla nostra Cultura) come pace. Lo può, perché, “pace”, è cessazione di ogni dissidio. Dove cessa ogni dissidio subentra il silenzio. In qualsiasi contingenza, dunque, ancora prima di appurare dove o chi ha una data verità, dovremmo ascoltare i nostri stati d’animo. Se con noi stessi e con altri siamo in dissidio, comunque può essere che ci sia della verità in un dato atto e/o nella nostra vita ma, non essendoci pace, certamente non c’è la verità della Vita. Il problema “verità”, pertanto, si pone in questi termini. Se vogliamo vedere confermata la verità della Vita (l’Universale) non possiamo non abbandonare tutto ciò che ci pone in dissidio. Diversamente, se vogliamo perseguire le nostra verità (la Particolare) allora, non possiamo che sorbirci i corrispondenti conflitti. Al punto, più di una qualsiasi assemblea associativa, direi che il dolore (male naturale da errore culturale e spirituale) dato dai conflitti, può essere la cartina di tornasole che rivela l’errore. Ammesso l’errore in questione, è legittimo risolverlo attraverso altri conflitti o è legittimo assorbirlo tacitandolo con la pace? A te ogni scelta.

Guerra e pace fra i principi maschili e i femminili

Siccome non vi possono essere culturali contenuti, la dove, prima, non vi è il suo contenitore (il corpo) allora la Natura è lo stato di principio della vita di ogni vita. Se il principio di vita è della Natura, ciò che la principia non possono che essere i suoi naturali strumenti: la genitalità maschile e femminile. La genitalità dell’Uomo è quella che gli consente di penetrare la vita che gli è rappresentata dalla Donna. La genitalità della Donna è quella che gli consente di accogliere la vita dell’Uomo. Per avere vita (forza del suo Spirito) la Natura non può non corrispondere con la sua Cultura. Così, per volontà di vita, nell’Uomo, la penetrazione naturale è determinazione culturale e, nella Donna (per la stessa volontà) l’accoglienza naturale è determinazione culturale.

La determinazione della volontà implica la remissività della parte che corrisponde con chi emana la volontà. Stante le cose sembra che la posizione della Donna sia seconda rispetto all’Uomo, ma, non è così, perché, vita è corrispondenza di stati e, dunque, corrispondenza di vita fra gli stati della determinazione culturale maschile (anche femminile quando accoglie ciò che ha originato) e quelli dell’accoglienza femminile: anche culturalmente maschile quando determina ciò che è da accogliere.

Necessariamente, ogni corrispondenza di vita deve avere un punto di principio; ed il principio della vita di ambedue gli stati non può non essere che quello del Principio della vita: la vita. Se parto dal presupposto che il principio della vita (la determinazione della volontà di originare vita) è maschile, non è certo per la storia di Adamo, ma perché, per primo, cioè, al principio di ogni vita (così come in ogni atto della vitalità ) vi è la volontà di determinare ciò che è vita penetrando i suoi naturali, culturali e spirituali significati e, solo in seguito vi è la volontà di accogliere i significati che il principio primo (il maschile) ha determinato. Pertanto, se prima non vi è l’Uomo (emanazione della forza della vita, lo Spirito, che per determinazione della sua volontà di vita si è fatta corpo) dopo, per la stessa ma complementare emanazione (la determinazione accogliente) non vi è la Donna: se prima non si determina, nulla nulla vi è da accogliere.

Una determinazione (uno stato maschile) che non trovasse uno stato che l’accoglie, non potrebbe che determinare di accogliere se stesso ma allora non vi sarebbe che il proseguo di quella vita. Una accoglienza (uno stato femminile) che non trovasse lo stato determinante non potrebbe determinare che la sua accoglienza, ma allora vi sarebbe il proseguo di quella vita, non della Vita.

Per permettere il proseguo della vita, ecco allora, sia la necessità di ambedue gli stati che della loro corrispondenza. E’ chiaro che presso il Principio della vita il prima (la determinazione maschile) o il dopo (l’accoglienza femminile) non hanno senso tanto il Principio universale della vita (la Vita) è unitario, ma, è altresì chiaro che questa differenza esiste presso di noi: è una differenza, però, che cessa tanto quanto, a nostra volta, siamo unitari sia in noi che fra noi.

Se il principio della vita è la determinazione culturale data dal suo spirito (la naturale può anche essere legata al solo piacere e, pertanto, presso noi può anche essere di soggettiva facoltà e/o importanza) è chiaro (dove non vi è pacifica intesa fra le parti) che ogni qualvolta vi è rovesciamento del ruolo guida (il femminile sul maschile) iniziano le guerre ideologiche fra i due sessi.  Iniziano, non perché insite nello stato della vita, ma perché prodotte da un pensiero (religioso e/o sociale) in erroneo modo.

Premesso il Principio della vita che sta a monte della tua questione, non posso non chiederti: a proposito di principi, come sei messa? Ti sei mai domandata se le cause del dissidio fra te e tuo marito non siano provocate dal fatto che, più che dell’accoglienza, il tuo principio di vita non sia piuttosto la determinazione? Se fosse, è chiaro che il tuo matrimonio è “omoculturale”, in quanto, si è costituito fra due simili anche se uno dei due è donna. Dove questo genere di relazione non motiva conflitti è giusta alleanza di vita come qualsiasi altra relazione nella quale non ve ne siano, ma, dove genera conflitti, chiaramente, non può essere giusta. Nel qual caso, la morale che si ricava dalla tua storia può essere questa: o ti decidi ad agire secondo femmina e Donna (cioè, prima accogli e poi determini) o il tuo matrimonio durerà sino a quando saprai tollerare, o le malattie somatizzate dai tuoi conflitti, o il tuo stesso matrimonio. Siccome le due cose sono corrispondenti, o modificando il pensiero curi le somatizzazioni e dunque il matrimonio, o “curi” il tutto facendo cessare le somatizzazioni perché fai cessare il matrimonio.

Non occorre che ti ricordi che le tue somatizzazioni (o malattie nel caso non lo fossero) si evidenziano maggiormente nella pressione. La pressione segnala la misura della tensione della vitalità della vita. Come sai bene, la tua ha notevoli sbalzi fra un alto che può anche essere intesa come eccessiva proiezione di sé, e un basso che può anche essere inteso come eccessiva (perché te passiva o perché te violentemente indotta) rinuncia della tua volontò di vita.

I tuoi disturbi si evidenziano anche nei reni: ciò che naturalmente filtra (discerne) ciò che fa bene da ciò che fa male di ciò che naturalmente, culturalmente quanto spiritualmente è bene o male. Il fatto che l’anomalia ai reni possa essere ereditaria non modifica più di tanto l’ipotesi di somatizzazione che sostengo. Tutt’alpiù prova che con la Natura, anche la Cultura è via di passaggio di proprietà dell’altrui al proprio sè. La via culturale, infatti, non è meno strada di vita della naturale. Il fatto che tua madre (o era tua nonna?) abbia lo stesso tuo carattere e, indipendentemente dagli stati, guarda caso, gli stessi tuoi disturbi, non ti dice proprio niente?

Le tue somatizzazioni, inoltre, si evidenziano nel cuore: pompa che, se è malata, come forse non sai ancora bene perché non lo hai sentito ancora bene, potrebbe esserlo per uno squilibrio dato dal mal funzionamento di una pressione che, probabilmente, preme nei reni quando è in eccesso, o li disattiva (nel senso che li lascia a secco) quando è in difetto di forza. Terminato di fare il pensatore ed il medico, riprendo la veste dell’amico. In quella veste e, dal momento che ci tengo per fartela conservare presso di te, fammi il favore di non fare l’uomo con me. Primo perché non sono tuo marito e, secondo ma non per ultimo, perché sono uomo. Spero non ripeterai l’errore.

Ogni volta lo farai (se non per celia) mi vedrò costretto a rifiutarti. Lo dovrò fare, perché, se è ben vero che desidero l’uomo secondo la mia Natura, è anche vero che non lo amo secondo la mia Cultura: tanto meno se in veste di donna. Secondo i miei principi culturali e spirituali, è la Donna quella che mi rappresenta la vita ed è, dunque quella (poiché amo la vita) la figura culturale che culturalmente amo. Ti dirò anzi di più. Più della Donna, sia naturalmente che culturalmente e spiritualmente, amo la forza dello Spirito: vita che, dandomi forza mi determina come Padre e, accogliendo la mia, è la Donna che come Madre mi determina figlio e uomo. Accogliendo il principio della Vita (la vita) amo la vita come Donna. Penetrando la sua accoglienza per la conoscenza dei significati del Suo principio (la Vita) l’amo come uomo. Scoprire tutto questo a cinquanta e passa anni potrebbe essere un po’ tardino per ricominciare, ma, meglio tardi che mai.

Maria Grazia L.

Frati e fraternità

altroinfinito

Caro Padre: fra gli ospiti della mensa di S. Bernardino vi è un mio amico nord africano. Con lui, altri. Vuoi della qualità del cibo, del comportamento dei suoi addetti, (volontari o comunque preposti) non ha nulla da rilevare: anzi! A lasciarlo perplesso, caso mai, è il comportamento di un suo confratello: lo dice moldavo. (?) Ad opinione del mio amico, verso i suoi conterranei, e/o di analoghe terre e/o cultura, quel suo confratello ha un comportamento preferenziale, mentre, verso gli ospiti nord africani ha un comportamento, più o meno ed in vari modi- avverso. Fra le tante cose che si possono pensare, (vere od erronee che sia), mi limito a supporre che una tal disparità di comportamento possa essere guidata da una carente, e/o erronea interpretazione del ruolo, nel non facile compito di gestire quel genere di mensa e i vari caratteri e culture di chi ne usufruisce. Mi rendo ben conto che le sto riportando le opinioni di chi potrebbe vedere le cose (sue e/o di altri) secondo una personalissima e/o alterata interpretazione, tuttavia, la capacità di vedere oltre ciò che appare di questo mio amico mi ha sorpreso in più di un caso. Non per questo gli credo per principio, ma, per questo, ho cominciato a valutare anche la sua visioni delle cose. Non solo sua, a dirla tutta, dato che anche dei suoi conterranei traggono, dall’agire di quel suo confratello, le sue stesse conclusioni. E’ anche possibile che si influenzino a vicenda, ma, potrebbe anche non essere così. Per esperienza personale ho potuto constatare che, mentre noi basiamo la nostra forza nella giustizia, il nord africano, invece, (come, in genere, anche per il cittadino dell’Est), basa il suo concetto di giusto sulla giustizia della forza: comunque espressa. Stante la loro visione della giustizia, quindi (la ragione é del più forte) non vorrei mai che il perdurare dell’improprio atteggiamento di quel suo confratello, dovesse motivare delle reazioni di forza, (singola e/o di gruppo), da parte degli “ultimi”, (e/o dei lasciati ultimi), in questione. Da un tal genere di giustizia, gli “ultimi” non ricaverebbero di che essere ancora più ultimi! E’ appunto per questo, che il nostro senso della Giustizia, non può non cercare il modo di impedire, che debbano ritrovarsi ulteriormente vittime del loro senso della giustizia. La prego, pertanto, di far in modo che nella sua mensa torni la serenità, che generalmente c’è, quando non c’è quel confratello. Mi sto rendendo conto, adesso che ho finito la lettere, che l’ostilità di quel suo confratello verso i nord africani, abbia il fine di dividere il grano dalla pula, se, per grano intendiamo chi non delinque e per pula intendiamo chi delinque. Non mi risulta che la Carità abbia mai messo questo compito nella sua norma. Sempre che sia vera la mia ipotesi, per quale titolo pensa di poterlo fare quel suo confratello?

Caro Ugo: entrando in cucina…

altroinfinito

Caro Ugo: entrando in cucina ho ritrovato il disordine che avevo lasciato quando sono andato a letto. Ancora una volta mi sono chiesto (come te lo chiedi tu) come mai non riesco più a pulire la casa! Oggi, finalmente mi sono risposto: non ci riesco più, perché sono giunto a capire che degli identitari decori culturali e sociali (sovrastrutture che abbiamo anche patito in quanto soggetti variamente a margine) non c’é ne può fregar di meno! Solo ci resta la cura di noi stessi, ma anche questa sempre meno importante, come è sempre meno importante la risalita a chi (dalla fine del suo pozzo) gli basta la vista della luce in alto (o della luce in Alto) per sentirsi fuori. Questo significa che ci stiamo sentendo fuori dalla vita, e che quindi, stiamo vivendo una forma rassegnatamente suicidaria? Per chi crede solo in questa vita, direi di si. Per chi crede in un altra vita, direi di no. Indipendentemente dalle basi culturali, per chi crede in un’altra, tutto è vita. Anche dove, qui, ci sta mancando, come pure anche dove, qui, gli stiamo formalmente mancando. Mi stai dicendo che non esiste nessun’altra vita? Va bé! Vorrà dire che non saprò mai di essermi sbagliato.

Colpa di Eva

In un post di Massimo Fini, Colpa di Eva, un commentatore sostiene che la donna è conservatrice della specie. Ho sempre accettato quest’affermazione senza discutere. Questa sera invece la vedo in altro modo.

*) in primo la donna conserva il piacere di sè; ovviamnete, ad ogni impedimento escluso

*) in secondo, conserva il piacere di chi e/o di che specie di piacere la fa vivere;

*) in terzo, conserva la specie di vita, conseguita dall’appagamento dei motivi al punto 1 e 2.

Il dovere della conservazione della specie, messo come primo compito della donna, quindi, altro non è stato (e altro non è) che l’imposto contratto, in cui non ha potuto non diventare un bene (vuoi nel senso di capitale che di proprietà) a forzosa disposizione della specie più forte: individuo o società che sia. Ma la donna sta rifiutando il carcere in cui si trova destinata già per il solo fatto di essere donna; e da tempo lo sta dimostrando la crisi motivata dalla ricerca di una alleanza basata su di uno scambio di piaceri paritari, con non precostituiti doveri. La questione non è nuova, ma Maschio avvisato di nuovo, mezzo salvato di nuovo.