Rapina a Rete armata?

Non so. Al momento, di chiaro c’è solo la fattura.

apenna

Vedo accumularsi la polvere sui mobili con estrema indifferenza ma non ne sopporto un granello nei programmi del Pc. Ogni tanto, allora, (pari – pari a isterica casalinga) Canc! Canc! Canc! Per questa pur lodevole sollecitudine verso il Pc, per anni sono stato reddito fisso per più di un tecnico. Da qualche tempo, però, sarà la vecchiaia, sarà la minima, sono diventato più tollerante verso il byte grigiume, ma un qualche residuo mi deve essere rimasto nei file mentali se la faccenda Canc! mi è capitata, ancora una volta, una quindicina di giorni fa. Non ricordo cosa ho cancellato, ma nel farlo mi è sparito il Microsoft Office Picture Manager: niente in tutto, ma per le mie esigenza, più che bastante. (L’ho ritrovato proprio ieri. Era tornato a casa: in Office.) Questo però non lo sapevo quando sono andato a cercare in Rete un qualcosa di gratuito. Ne ho trovato quintali; tutti facili, simili, e semplici secondo chi li raccomanda, ma per me, complessi. Nel girare fra siti, da una pagina che quale non ricordo, si accoda, a mio avviso con insistenza, un certo Italia – Programmi Service. Ma questo, che vuole, mi chiedo?! Lo chiudo ma mi riappare in altra ricerca. Lo richiudo. Non se ne va. Molti siti chiedono l’iscrizione per darti informazioni, ed io mi iscrivo per sapere di cosa si tratta. Mi basta un’occhiata per capire che non capisco cosa offra ma che di quello che offre non mi interessa in alcun modo. Cip e passo! La pensavo finita, invece, è solo cominciata! Da quel sito, ricevo questo sollecito. Non capisco il sollecito dal momento che non ho sostenuto spese d’acquisto, ma tant’è!

afreccia1

Tu e l’Anoressia

Non so, se possiedo il diritto di fermarmi, come tu stai facendo. Solamente so, che che la vita ha un suo diritto: vivere. Ma, per vivere, è anche necessario chiudere, seppellire. Qualsiasi giardiniere lo sa.

apenna

Che forse, non chiude la terra, sul seme che ha sepolto? Vivere, quindi, è anche accettare il ruolo del seme, sepolto da infinite insufficienze; è anche accettare il dovere, di seppellire il seme, di quelle insufficienze. Tanto più, se ammuffiscono il seme, che è la tua vita. Non posso sostituirti nel dovere di seppellire il tuo seme, come non posso sostituire la tua volontà con la mia. La vita, non è una legge tanto pesante se l’ascolti, ma, se non l’ascolti, è una legge, che tu, fai pesante. Non resistergli! Il dolore per sé stessi è un cibo magro. Come hai potuto constatare, non nutre te, come non nutre la vita. Se, suo malgrado dolendoti, la morte t’ha resa ancora bambina, volgiti verso la vita, e, per quanto reputi giusto alla volta, nutriti come fanno i convalescenti: con cibo semplice per il corpo, e di facile ingestione per lo spirito. Usa il sonno, come il seme usa la terra: senza timore. La vita farà la sua parte. Ti porterà dalla sua parte. E solo questione di tempo. Non farne una questione di tempi.

Datata

Verso il bene

L’anelito universale (e universalizzante) è nella tensione verso il Bene, verso il Vero, verso il Giusto. Dopo di che, ognuno scrive gli aneliti particolari, secondo la propria calligrafia.

apenna

Mi distinguo dal pensiero che citi per un particolare. La vita, è dialettica, non lotta. Il fatto che l’abbiamo resa lotta, non appartiene alla vita: appartiene al carattere della nostra. La vita è un impulso di fame. Il male, è in ciò che mangi o in come mangi. Distanziarsi dall’impulso, rende anoressica la mente. Il che vuol dire, con buona pace del Budda, che quelli che seguono il suo insegnamento rischiano di vedersi costretti a riaccostarsi alla mensa (la vita) cioè, a ridoversi cibare di ciò che hanno scartato. La conoscenza rende liberi (non mi ricordo più chi l’ha detto, però concordo in pieno) infatti, solo la conoscenza attuata dal costante discernere sui cibi, può effettivamente liberare il karma dalla fame di vita, e, quindi, dal dover tornare a questo ristorante. Il messaggio di Cristo tratta innanzi tutto di un Dio padre. Il fatto che sia buono, è, per Cristo, una logica conseguenza di Padre, ma non è il primo attributo. E’ una logica conseguenza, perché è inverosimile, per Cristo, che il Dio che attua la vita, sia cattivo. Se lo fosse, per principio avrebbe attuato il dolore. Dio non può attuare due principi. Essendo assoluto, non può, infatti, che concepire il suo assoluto, e, secondo me, il suo assoluto principio è il Bene. Al significato di sottomissione che dai dell’islam, preferisca abbandono. Nella sottomissione è implicita la cultura del padronaggio. Nell’abbandono, la cultura della fede. La seconda, è dei mistici sufi. La prima, dei mullah. Sai bene che non sono la stessa cosa, né stessa cosa  sono gli impliciti.

Ho detto ti amo solo una volta

Non mi stancherò mai di dire: ti voglio bene.
apenna

Se non come voce di una certezza affettiva, almeno come voce di una speranza effettivatizzante. [Se effettivatizzante non è nel vocabolario, passamelo per amor di tesi.] Mi è capitato più volte, di trovarmi a voler bene a personalità “Pabloz” ma l’ho fatto come personalità “Mauro”: generalmente razionale. Ebbene, in casi come quelli fra Mauro ed il Pabloz, la mia razionalità, pur non negando nulla all’integrità della personalità “Pabloz”, da Mauro si sarebbe aspettata, non dico, una presa di posizione, ma almeno un riparatore distinguo. Libertà, Pabloz, a mio avviso è poter dare dell’idiota agli idioti, ma, libertà, sempre a mio avviso, è proibirsi di dar dell’idiota a chicchessia. Allora, per riparatore distinguo, intendo dire, che se qualcuno da dell’idiota a me, come minimo, mi aspetto che un libero ricordi all’offensore, che non può permettersi quella libertà, se non ledendo il concetto che tu stesso possiedi. Non per il Mauro, quindi, avresti dovuto intervenire, ma per difendere il valore che anche sei. Chi non lo fa per questa ragione, ne può trovare delle altre per difendere il suo concetto di libertà, ma non può, sempre a mio avviso, non cercarne. Sostenere la personale indipendenza da altri e/o da altro, è certamente un gran valore, ma, se questo valore comporta l’esclusione della scelta, di dover anche, partecipare, mi domando, allora, se è l’indipendenza spirituale che difendiamo, o se è dal dolore altrui, che ci difendiamo. Può anche essere che ci difendiamo, rimanendo sopra le parti, dalla paura di essere esclusi, o da una, o dall’altra parte. E’ indubbio, che i tuoi post dimostrano ampiamente la tua partecipazione al dolore altrui. E’ un dolore, però, che per la gran parte, rimane oltre un vetro. Ogni tanto, però, ci sono dolori che lo superano, e che chiedono, almeno una nota di presenza. Quando succede, l’ideale non può non congiungersi con il reale. Per fare questo, non si può non scendere a patti fra ciò che siamo, e ciò che il nostro prossimo è. Almeno coscientemente, non era mia intenzione farti questa sorta di predica, ma, come ho detto ad Ewan in un commento a te diretto, la questione mi ha preso il cuore, e al cuore, non si comanda.
Ottobre 2007

Quanti sassi in Gerusalemme

Ci sono stato via web. Prima di leggere quanto ti racconto ti ricordo che nella stesura delle lettere sono come un cieco in un labirinto. Dagli e ridagli prima o poi finisco il giro ma non chiedermi come perché non ci vedo.

apenna

Nonostante gli abbigliamenti religiosi e militari con mitra, l’ho trovata più araba che israeliana. L’ho trovata per niente araba, invece, nella basilica della Natività. Fra la ressa ho potuto vedere dei turisti (immagino) manifestare una religiosità gestualmente più vicina alla santeria. L’arabo, invece, quando non deve gridare pubblicamente la sua fede, è raccolto, intimo: da solo anche se fra centinaia. A proposito di vita e di vitalità in Gerusalemme, non m’ha disturbato più di tanto vedere dei venditori da sopravvivenza come vu cumprà fra turisti palesemente infastiditi. M’ha disturbato non poco, invece, vedere nelle sue vie più di qualche richiedente carità. Veder tarlato dalla povertà un tal vissuto storico non lascia indifferenti. Durante il giro ho visto anche molte bandiere israeliane. Non conosco il significato ufficiale della bandiera di Israele ma non lo cercherò perché non voglio filtrare il mio che inizia con i miei discorsi sugli stati e i principi della vita: Natura, Cultura, Spirito. Li sviluppo più ampiamente nel blog.Ho collocato quei principi su un triangolo equilatero. Al vertice ho posto la Natura. Alla base sulla sinistra la Cultura. Al lato opposto lo Spirito. Fra altre cose, nel mio pensiero (trinitario_unitario) sostengo che la Natura è il principio del Bene, la Cultura è il principio del Vero, e lo Spirito è la forza della vita che si origina dalla corrispondenza fra i tre stati. Ti allego in fine il link del riassunto. Ora se rovesci la geometrica immagine vedi i principi opposti: il male nella Natura, il falso nella Cultura, e lo Spirito come forza opposta alla vita. Ammessa l’ipotesi, la bandiera di Israele mi dice che rappresenta il luogo dove sventolano, sia i tre principi nella stessa forma e misura, che, rovesciandola, gli opposti. E’ anche concretamente vero che i principi sventolano (sia dritti che rovesci) per ogni dove già al principio della vita.

Si può anche dire, allora, che siccome quei principi sventolano per ogni dove già al principio della vita, ogni dove ebraico (interiore come esteriore) è Israele. Per questo si può ulteriormente dire che se dove c’è un Ebreo c’è Israele, ne consegue che è mantenuta promessa di terra la sua stessa vita, indipendentemente dal luogo di vivenza. Sempre affermando per emozioni dovute a informazioni conosciute qua e là, direi che Israele prima dell’Olocausto lo sapeva bene. Per quel sapere molto sopportava: non sono pochi i sassi sulla strada degli eletti. Dopo la tragedia che l’ha sconvolto ha creduto di potersi difendere da altri olocausti (sia come Persona che come Popolo) imponendosi su una terra non solo sua. Così facendo, ha implicitamente rinunciato all’empatia del mondo perché si è tolto dagli ultimi “che saranno primi” dove, senza dirglielo, l’aveva collocato quello Spirito. L’ha potuto (togliersi dagli ultimi per auto modificata collocazione) perché ha confinato la sua elezione dentro il campo dell’arroganza. Così facendo però, ha venduto il suo spirito per trenta denari di ingigantita potenza. Ammessa l’ipotesi, ne consegue che anche questa potrebbe stare fra le origini dell’aumento di chi rifiuta Israele sia come Persona che come Stato. Israele sembra aver dimenticato che per ogni genere di gigante la vita si fa fionda. Quasi mai si sa in che mano mette il sasso. Tantomeno di chi è la mano, come neanche dove la mano lo raccoglie. Quello che so, è che in Gerusalemme i sassi non mancano, e che niente ti difende se dalla vita non ti fai difendere.

La geometria della vita

Non sei la prima persona che mi dice la sua perplessità sulla geometria dei concetti “per Damasco”. Al proposito, ti ho appena spedito un commento. Nell’opera “per Damasco”, parlo della trinitaria – unità della vita. Avendo sentito la necessità di far capire meglio questi concetti, li ho posti in un triangolo. Tutti i lati di un triangolo sono eguali, perché di valore eguale devono essere le corrispondenze fra gli stati della vita. Gli stati della vita convergono al centro. Il che sta a dire che dalla trinità si passa all’unità. Nel sito, sono parco di parole perché parlo di principi, ma nulla dico su quei principi. Giusto per spiegarmi meglio, dico che il Bene è il principio della Natura. Per Natura intendo il corpo della vita comunque effigiata. Ebbene, se comincio a dirti cos’è il Bene, in primo, non la finisco più, in secondo, comincio a de_formare, il tuo concetto del Bene che fa stare bene. Il che vuol dire, che ti sono cattivo maestro perché ombro la tua vita con la mia.

apenna
Giugno 2006

Quello che amiamo, è?

Molti anni fa attorno ad un mio amico gravitava un giro di militari. All’epoca uscivano in divisa e tutte le streghe avevano l’ospitale casetta sia per il cambio che per il contraccambio.
apenna

Per amor di compagnia, più che di seduzione, accompagno un paio di quelli a casa loro: nel pavese. Arrivati. se ne vanno per i fatti loro. Io resto lì, in un bar. Forse perché novità in un piccolo paese, vengo avvicinato da un gruppo di ragazzi/e. Se ciacola, si ride. I militari tornano, saluto la compagnia, saliamo in macchina per tornare a Verona. Sto per avviarla, quando una ragazza apre la porta, mi bacia, la rinchiude. Resto al volante, o meglio, non so più se sono al volante! In quel dato momento, a puttane tutte le mie sicurezze sessuali! Qualche giorno dopo, discuto la faccenda con uno di loro. Gli dico: ma cosa si aspetta da me, quella ragazza? Non di certo, fisicità! Mi risponde il ragazzo: cosa vuoi che sia! Mentre sei con lei, puoi anche pensare ad un uomo! Cacchio, Maluna, sono andato a puttane, un’altra volta! Non solo perché mi sono riscoperto di tutto fuorché lo scafato che mi credevo, ma anche perché non vi è consiglio che non nasca da esperienza: propria o d’altri che sia. Morale della favola: visto da vicino, nulla è normale! Oppure, non capiamo e non viviamo più la vita, perché c’è l’hanno messa troppo distante per vedere com’è!

Giugno 2006

Non sei solo

nonseisolo

Vi sono personalità incompiute che si suicidano perché sono sole o anche perché si sentono sole. Userei questa bozza di idea, allora, per comunicare emozioni di vicinanza. A mio pensare, l’idea dovrebbe essere attuata sia da tutte le sedi ArciGay che da quelle prossime agli stessi intenti ausiliari. Cordialità, Vitaliano.

apenna

Riscontri ricevuti? Zero

Nell’Isola che non siamo: visioni e visionari.

A vedere del poeta (ed anche a mio vedere) nessun Uomo è un’isola. Secondo la visione di quel veggente, quindi, tutti siamo parte del Tutto. Cogliamo parte di quel Tutto, tanto quanto siamo coscienti dell’esistenza di quel Tutto. In ragione, dello stato della corrispondenza, fra noi ed il Tutto, si diventa in grado di cogliere anche la Sua emozione, e quindi, di cogliere nelle nostre parole anche la Parola. Siccome, vita, è l’emozione di chi dice sé stesso, allora, per la premessa sottolineata, vita, è anche la parola del Tutto. Ben venga il pensiero ma, occhio: la mente che non procede secondo i suoi passi, vede la strada ma non i sassi.
apenna

Giugno 2006
Rivista e modificata nell’Agosto 2018

L’alcol passa. La negazione resta.

L’alcol è il “medico” che cura la depressione di chi non vede potente la propria identità: vuoi in sé stesso, vuoi nel sentimentale, vuoi nel Sociale, vuoi nell’insieme dei casi. La depressione può avere origine naturale, ad esempio, una deficienza fisica: vera o presunta che sia. Può avere origine culturale, ad esempio, l’impossibilità a vivere una propria idea: vera o presunta, presente o passata che sia. Il vario insieme delle impotenze può generare una più totalizzante depressione: quella dell’essere. Con questa analisi è come se ti avessi detto tutto e niente: me ne rendo conto.
apenna

Ti ho detto tutto perché ti ho mostrato com’è fatta una macchina, ma non ti ho detto niente perché non ti ho detto il nome, (la specifica causa della depressione), della macchina – depresso. Anche se potessi dirti qual’è lo specifico nome, comunque sarebbe sbagliato dirlo. Vuoi perché i modelli di personalità sono infiniti, vuoi perché ognuno deve essere il proprio modello. Per tale scopo, ognuno deve farsi secondo l’idea di sé, non, secondo l’idea di altri. Se ognuno deve farsi il proprio modello secondo l’idea di sé e non secondo l’idea di altri, a che servono queste righe? Secondo me, vorrebbero ricondurre la mente di chi ha perso di vista il proprio capo (l’originale sé) entro delle generali linee guida.

Poiché la parte inconscia di noi è largamente maggiore della conscia, non sempre sappiamo chi è il nostro sé originale, tanto più, quando non lo vogliamo sapere, o, sapendolo, non lo vogliamo accettare. La negazione di noi è una delle maggiori cause di depressione. Depressione che conduce alla mania di persecuzione, (paranoia), che conduce alla violenza come mezzo di evasione da una insufficienza vissuta come una gabbia. L’alcool sembra guarire la depressione perché sotto effetto tutto si semplifica, però, l’effetto semplificante dell’alcol passa, ma, la negazione resta. Il che significa che l’alcol è la medicina che prima illude e poi delude. Alla constatazione, si innesta il giro vizioso di chi, non volendo o non sapendo risorgere da sé stesso in altro modo, allontana la delusione ricorrendo costantemente all’illusione, ma a questo punto, l’alcol serve solo a sé stesso. Come per tutte le droghe, d’altra parte.

Una volta presa la ragione fisica e psichica dell’individualità per mezzo dell’alcol, la malattia che è stata la culturale negazione di noi, sarà costantemente “guarita” da un’alcolizzata negazione di noi. Tornare daccapo, è sperimentare daccapo la vita: è tornare come i bambini che assaggiano la vita, allo scopo di dargli il nome che distingue ciò che a loro è giusto e/o sbagliato. Per sperimentare sé stessi non occorrono dei grossi muscoli, tutt’al più, occorrono delle grosse palle. L’ideale sarebbe poter avere grandi muscoli e grosse palle, ma, non da oggi abbiamo capito, che nella vita non si può avere tutto! Se può consolare, di per sé, nessuno ha delle grosse palle. Le palle ci diventano grosse, solo se troviamo il coraggio di affrontare le bestie che ci dilaniano: i dolori e gli errori.

Giugno 2006

Metti che nel tuo giardino

Metti che nel tuo giardino sia spuntata una pianta felice ai tuoi occhi. Ebbene, quella pianta è il caso che la vita ha posto fra i tuoi piedi, ma non è tua, in alcun modo, maniera, ironica proprietà, ecc, ecc.
apenna

Non vorrei sembrarti un esaltato mentre te lo dico, ma, mi considero proprietà della Vita, (nel senso del tutto sino dal Principio) e di nessun altro principio. Ti devo l’affermazione, perché non mi posso permettere di essere inteso (dai più fragili, dai più deboli, o da quanto d’altri puoi mettere fra i fragili ed i deboli) come un doppione di te. So molto bene, come e cosa tu intendi per anche tuo e sfondo. Visto che culturalmente parlando ti stimo, la cosa non può che farmi un personale piacere, tuttavia, al proposito, fermati! Io non sono solamente Vitaliano, sono anche “per Damasco”, quindi, se il Vitaliano può permettersi di sbrodolare dal compiacimento che gli deriva dalle tue affermazioni, lo stesso non può permettersi “per Damasco”. Allora, vi sia netta separazione fra io ed Io! D’altra parte, nel mio giardino la vita ha messo anche altre piante! Non mi sono mai sognato di circoscriverle con nessuna forma di proprietà, e/o di appropriazione.

Giugno 2006

Alfa o Beta il maschio gay?

Premessa necessaria. Paragono la verità ad un arancio. Come dell’arancio vediamo gli spicchi che abbiamo davanti gli occhi, così, è della verità, e così, la scelta, necessariamente contenuta delle mie opinioni su “Contro Natura?”
apenna

Qualsiasi genere di potere si costituisce e si mantiene per mezzo di regole divisorie: giusto o ingiusto, vero o falso, bene o male. Di queste regole pretende di essere il maestro di significati, vuoi per la Natura della vita (il sentire) vuoi per la sua Cultura: il sapere. Per il potere sociale la fissazione delle regole si pone lo scopo di formare il cittadino. Per il potere religioso di formare il credente. Il concorso fra poteri si prefigge lo scopo di formare la città di Dio nella città dell’Io. Chi aderisce alle regole di quei poteri è secondo norma tanto quanto è in grado di aderire: vuoi sinceramente, vuoi ipocritamente. Chi non aderisce non è secondo norma (vuoi per scelta, vuoi per limiti) tanto quanto non vuole o non sa aderire. La norma, certamente pone separazione fra cittadini, ma non deve essere l’essere il soggetto coinvolto nella separazione, bensì, il fare. A priori del fare, quindi, siamo tutti normali, perché, né contro la natura della vita (il sentire, appunto) né contro la sua cultura: il sapere. Su una qualsiasi identità, quindi, ogni giudizio deve essere a posteriori, e, già che ci siamo, (visto che è tipico della Cultura normale) non sul posteriore! Se a priori del giudicabile fare, né l’eterosessualità e neanche la sessualità in Lgbt sono contro la natura della vita, come mai viene presa di mira la sola realtà in Lgbt? Semplice, direi! Perché ogni genere di potere fortifica le sue fondamenta gettandovi (e/o non impedendo che si getti) delle vittime create ad arte; ed è appunto per questo bisogno di vittime che il Gatto sociale e la Volpe religiosa impediscono al Pinocchio in Lgbt, di possedere, paritariamente, i diritti dei Pinocchi in Etero.
apenna

Chiederci se siamo o non siamo contro Natura, a mio capire è sterile, non tanto perché lo sia, ma perché è domanda rivolta a ragioni che della sordità verso una via della vita hanno tratto di che sussistere. Attuale tragedia vuole che i detentori dei poteri non possano diversamente, perché ogni potere sottomette chi lo serve. Anagraficamente parlando sono nato nel 44, ma a me stesso, a Verona nel 71. Avevo 26 anni e non poca conoscenza come non poca deficienza, ma lo stesso, tutto ero fuorché (fondamentalmente parlando) una bella addormentata! Così, non ci ho messo molto per capire il genere di cella che mi aspettava se solo avessi cercato di praticare la regola (sociale e religiosa) che pretendeva la rinuncia della mia umanità. All’epoca, sentivo chi ero ma ancora non lo sapevo bene cosa ero, tuttavia, sia pure nella generale incertezza, sapevo di non essere di Monza e men che meno monaca. Sapevo altresì di non voler diventare un’altra sepolta viva! Non lo sono diventato, perché, fra la mia realtà e la realtà ho messo mediazione. Proseguendola e sempre di più affinandola, sono giunto a costituire me stesso con quanto mi era prossimo, e a difendermi da ciò che non mi era prossimo rifiutandomi di subire i patimenti da erroneo influsso. Fra i maggiori quelli a me non corrispondenti del Principato. Fra i maggiori, quelli a me non corrispondenti della Religione. Per mia difesa da erronee corrispondenze ho messo il Principato fuori dalla porta di casa. L’ha raggiunto anche la Religione! Non per questo li ho esclusi dalla mia vita, ma per questo li faccio entrare caso per caso e solo per il tempo dovuto a un dato caso, dopodiché, Fuori! Saremo meno esiliati dal sociale e dalla religione tanto quanto ci rifiuteremo di essere capri da esposizione su banchi da macellai. Dobbiamo farlo, non come la volpe che dice non buona l’uva solo perché non ci arriva. Dobbiamo farlo (caso per caso) perché non è buona la vigna! Punto! Vuoi per forza, vuoi per necessità, vuoi per acritica abitudine ma in Omosessuale e Gay non mi sono mai riconosciuto. Non per rifiuto di me come si può intendere, ma proprio perché accetto le etichette solo se appartengono al mio esistenziale bagaglio. Rifiuto quelle definizioni, anche per un ulteriore ed importante motivo. Le vedo, infatti, come tizzoni per falò! Liberi di opinare sulla quantità e qualità del genere, tuttavia, io sono un maschio. Se proprio devo riconoscermi in una etichetta, quindi, mi direi che sono un Beta. Non Alfa, è vero, tuttavia, caso volendo, nella possibilità di esserlo. So bene che è difficile cambiare strada. Per più di un motivo, ma se da froci, culattoni e busoni siamo passati a gay, da gay possiamo anche proseguire verso nomi che disattivino la violenza contro la Persona, evitandone la superficiale ed inutile emersione del genere.

 

Devo “Principato e Religione” al mai dimenticato Ordinario di Scienza dell’Educazione dell’Università di Verona: l’esodato padre Aldo Bergamaschi.

Un giovane di Destra

Un giovane uomo di Destra ci frequentava, noi, gruppo di Finocchi con infinite sfumature di femmininità come di virilità. Non andava a donne, non andava a uomini (stava assieme a una donna che ha preferito una donna) ma non era di animo cattivo, così l’abbiamo accolto nel gruppo come si accoglie un amico. Non ricordo per quale discorso, ma una volta, imperativo, ebbe a dire: si deve fare così! Come? Tu, umanamente nullo (benché fascista) ti permetti di imporre un qualcosa a qualcuno?! Via, via! Non per le sue idee politiche, sia chiaro, ma per la sua volontà di imposizione! Fascismo, per me, è questo. Devo amaramente riconoscere che “fascista” è uno spirito molto trasversale. Tanto è vero che indossa cravatte non solo nere. Tanto è vero che indossa anche dei bianchi collarini di plastica.

apenna

Aprile 2008

Brenda

Non sei morta perché sei un travestito, Brenda. Sei morta, perché travestiti erano quelli che si accompagnavano a te. Si accompagnavano a te, non di certo per soddisfare il piacere nell’uso di tette over size, ma perché di over size amano il pendulo che non trovano nella donna, e sono così poco virilmente vigliacchi contro sé stessi da non cercarlo nell’uomo.  

apenna

Non lo cercano nella figura maschile, forse perché il maschio non completa il loro eros, forse perché non hanno il coraggio di ammetterlo, forse perché le maschie confusioni sessuali che li travestono, consentono loro di specchiarsi nell’acqua che amano credere limpida. Non esiste acqua limpida se non esiste la capacità (e la volontà) di vedersi e di vivere per quello che siamo. Intorbida quell’acqua, ogni via di fuga da sé stessi. Intorbida quell’acqua, ogni compensativo ponte, ogni compensativa zattera di salvataggio: artistica, religiosa, politica o di un potere comunque espresso. Non zattera, al più zatteroni, ti permettevano di proseguire a vista nel tuo mare. Solo zatteroni perché tu eri Brenda: inequivocabilmente e visibilmente Brenda. Lo sei stata, però, in un mondo che non ammette chiari colori. Lo sei stata in un mondo che per te ammette solamente il netto colore della notte: luogo di zanne che solo la luce del giorno può far sembrare denti. Non solo la gatta che tanto va al lardo ci lascia lo zampino. Dei travestiti da impropria identità, ce lo lascia anche la falsità: vera manina, fra le possibili che hanno bruciato, forse quello che tu non eri completamente riuscita a fare: la tua vita. Ti sorrida ancora il sole che hai lasciato. Se non quello della verità, almeno quello del tuo Brasile.

brenda

La mia emozione

non ha mai confuso un suo parere con la verità: men che meno con la Verità.

apenna

Parere è quello che ognuno pensa. Di quanto si pensa, verità, è ciò che è universalmente provato. Di universalmente provato sui miei argomenti non c’è assolutamente nulla. Certamente li credo veri, ma perché li ho veramente vissuti e veramente li dico. Ne tengano conto gli stracciatori di vesti. Mica voglio fare la fine che hanno fatto fare a Cristo, e che fanno fare a tutti i poveri cristi che osano dissentire dagli spacciatori di Verità. Dei tanti generi di spacciatori di droga (è droga tutto quello che fissa l’arbitrio, e quindi, anche una fede quando fissa la ragione) quelli in buonafede sono i più pericolosi: a tutti i livelli! La storia lo conferma da secoli. Mi si dirà: ma, nelle questioni di fede non si può non superare la ragione! E’ vero, ma dove la fede turba la ragione, o la ragione turba la fede, bisognerebbe imparare a seguire il credo che dice: “dove non si può dire, è meglio tacere.” Ricordino i contestatori della religione altrui, che nel silenzio alberga la pace, e che vi è pace dove non vi è dissidio, e dove non vi è dissidio tace ogni parola. Non è forse per questo che la diciamo il luogo della Parola? Non è forse per questo che Cristo ha taciuto quando gli hanno chiesto: cos’è la Verità?

Quando hanno cominciato a morire gli dei?

Giorni fa, un pensatore dal nome che direi di origine polacca, (se non altro per le y e k nel suo cognome) si stava chiedendo se lo Stato può sopravvivere senza il sostegno della Religione. Secondo me, la domanda da porsi é quella contrari. Si chiedeva, inoltre, se esiste la morale laica, e se sia di bastante, e/o alternativo sostegno sociale.

apenna

A mio avviso, la risposta è si, per ambo le domande. Perché? Perché il concetto di bene (personale e sociale) è pre – religioso. Nel senso che ha preceduto e contribuito a fondare ogni idea religiosa. Il concetto di bene, è correlato al concetto di sopravvivenza: quella del corpo in primo. Funzionale alla sopravvivenza fisica, fu la scoperta del concetto di vero. E’ vero, infatti, ciò che favorisce il bene. Funzionale al concetto del vero, fu la scoperta del concetto di giusto. E’ giusto, infatti, il bene che favorisce il vero (se giudichiamo un dato atto dal punto di vista naturale) come è giusto il vero che favorisce il bene, se giudichiamo un dato atto dal punto di vista culturale. La corrispondenza dei concetti fra il bene, il vero ed il giusto, ha motivato la scoperta del concetto di giusto. Ciò che non è giusto perché non da piacere di bene e di vero, ha originato il concetto di dolore (sotto l’aspetto naturale) di errore (sotto l’aspetto culturale) e di male, sotto l’aspetto dello Spirito: forza della vitalità  nella Natura e di vita della Cultura. Mi direte: quello che è bene per me, non necessariamente è vero, e quindi, neanche giusto per un altro piacere. Verissimo. Dalla constatazione, infatti, sono nati due concetti: il soggettivo, e l’oggettivo. Nel contesto, per oggettivo considero un piacere relativo solamente a me, ed oggettivo, un piacere relativo ad altri da me. Allo scopo di permettere la coesione fra specifiche individualità, (onde permettere la sopravvivenza del bene collettivo) fu necessario fissare delle norme comuni: le oggettive. L’adeguamento a quelle norme formò la prima morale collettiva; e fu naturale, quella iniziale morale, perché nacque dalle esigenze di vita del corpo: vuoi singolo, vuoi collettivo. Tanto quanto servì alla sopravvivenza della vita singola e collettiva, e tanto quanto la morale naturale, allora codificata, divenne vera, e quindi, giusta. Quello che è vero e giusto sulla carta, però, raramente rimane vera e giusta nella vita. Perché? Perché il bisogno di sopravvivenza (di un singolo e/o di una collettività  che sia) è un piacere che può trasformarsi in potere, ed il potere, può mutarsi in sopraffazione: vuoi di singolo su singolo, vuoi di collettività  su collettività. Il potere che porta alla sopraffazione, cassa i valori della morale naturale che ha originato la culturale, ed in seguito la religiosa. Nel pessimismo provocato dal riconoscere che la morale naturale non è bastante difesa contro i soprusi del potere, (della natura e/o dell’uomo) gli Antichi sentirono il bisogno di maggiori ausili. Chiamarono Dei, quegli ausili, e li fecero a propria immagine e somiglianza.

Vi è conflitto fra morale naturale e morale religiosa? Dipende dal piacere di chi segue l’una o l’altra morale. Se in chi segue l’una o l’altra morale, il piacere gli diventa potere, ed il potere, ricerca di supremazia di uno o dell’altro pensiero, allora, vi è inevitabile conflitto! Può, la morale naturale, esser causa di conflitto con la morale religiosa? A mio avviso, no. La morale naturale, infatti, è molto più tollerante della morale religiosa, perché calibra ciò che è giusto al vero con il bene, mentre, la morale religiosa, calibra, ciò che è giusto al bene con un vero, del quale si reputa unica detentrice. La morale naturale, non sostiene di sapere cos’è la verità. Diversamente, lo sostiene la morale religiosa. Legittimo punto di vista, ma come la sostiene? Con un atto della fede. La fede non ha corpo, quindi, è provata solo dalla speranza in un Credo. La morale naturale non si oppone alla speranza in un Credo, al più, non ci crede. Questo scetticismo, certamente non invalida la sua capacità  di poter concorrere alle necessità  unificatici dello Stato, e neanche la sua ricerca verso il bene individuale e sociale. Non trovandola in conflitto con la morale religiosa, quindi, (o quanto meno, con la mia morale religiosa) non vedo perché non debbo accoglierla, ed al caso, difenderla. Tanto più, perché non mi risulta che abbia un debole per le crociate e neanche per le crocifissioni. Questa debolezza li ha fatti morire.

Ottobre 2007

Rapina a mente armata

Non mi occorreva niente ma devo pur trovare un motivo per muovermi, così sono uscito di casa per fare un po’ di spesa. Passo davanti un’edicola. Sulla porta, appesa una locandina del giornale di Verona. Leggo: anziano pestato per 40 euro!

apenna

Direi evidente, che la diversa importanza di una somma rapinata diventa diverso giudizio.  Non mi interessa sapere che il diverso giudizio consisterà nel dare del mona al delinquente per i pochi euro rubati, e del furbo a quello da mille! Quello che mi interessa, invece, è il nome che la legge darà a quel genere di rapina  subita da impossibilitati a difendersi, vuoi per età, vuoi per sesso, condizione fisica, ecc, ecc. Se fossi la legge, certamente non sarei imbecille come la sclerotica! Sarei duttile, e, consentitemi l’immodestia, anche nuovo. In quanto autore di nuova legge, rubricherei fra le rapine più scellerate anche questa in tema. La direi, cioè, RAPINA A MENTE ARMATA. Di cosa, se, al caso, non ha coltello, pistola, e/o altra contundente arma?

La mente delinquenziale e’ armata dal disprezzo verso la vita altra:
è armata di una forza fisica generalmente superiore;
è armata di motivi fortemente egocentrici;
è armata di viltà;
è generalmente armata da droghe che lo aiutano a superare la sua viltà.

Non per ultimo (e non per un ultimo genere di rapina) è armato di quel surrogato dell’intelligenza che diciamo furbizia! Dobbiamo proprio ammetterlo: la Legge, oggi, è come un ombrello retto da due mani: la prima lo tiene per ripararsi dall’acqua, mentre la seconda lo tiene per tenere sott’acqua la prima.  L’idea di una giustizia come bilancia non è una novità e mi sta bene. Mi sta bene anche se bendata se ciò segna la sua imparzialità, ma non mi sta bene la sua imparzialità, quando è impotenza da cecità. Nel mio piccolo ci posso fare qualcosa? Temo di no. Va beh! Andrò a fare la spesa anche domani!

Nello zoo che ci ritroviamo

Le scrivo, non perché spinto da una fame di giudizio sul caso Cucchi e/o gli analoghi che sono stati e che ancora succederanno, temo, ma per il bisogno di capire che ha sempre mosso la mia vita.

afinepag

Mi sono occupato di tossicodipendenze per anni, e di quel problema conosco l’emerso (la loro vita e quanto di collegato al recupero a sé stessi ed al sociale) come il sommerso: la violenze che si ritrovano a subire da quanti sono deputati al contenimento (quando non all’impedimento) di un agire illegale verso sé stessi ancora prima che verso lo Stato. Dei deputati al loro contenimento nelle carceri, quanti, sono effettivamente idonei all’incarico? E, quanto la normativa che li guida all’incarico li rende idonei operatori? A fronte del rifiuto di rientrare in una cella, cosa effettivamente possono fare gli operatori carcerari, qualora una dialettica persuasione non bastasse per un detenuto in preda di sconclusionate emozioni, provocate magari da un rifiuto del personale destino di “tossico”, più che di una cella come provvisorio destino? O preda, magari, da deliri da astinenza, inscindibilmente amalgamati con i deliri psicologici che in genere colpiscono (vuoi perché lasciati a sé stessi, vuoi perché la tossicodipendenza altro non lascia che l’esser presi da quegli infernali gironi) tutti i fuoriusciti dall’alveo sociale, principalmente per motivi di droga. In soldoni: un operatore carcerario che non può, e/o se non è messo in grado di agire secondo una professionalità che non può essere scissa da umanità, cos’è e/o cosa diventa, se non il cinico guardiano di un bestiario (a suo giudizio) da contenere comunque, in ogni caso, e/o in ogni modo?

Novenbre 2009

Insciallah

biblio

Cortese signore: reclamare giustizia mentre si compie un atto di violenza, (mi riferisco al comportamento dell’aggressore di suor Lina della Caritas di s. Zeno), può risultare ben folle alla nostra cultura, ma, non lo è per quella del nordafricano (prevalentemente islamica) portato (in genere) a credere oggettivo anche quello che è solamente soggettivo. Questa stranezza, (in loro, l’ho riscontrata involontaria perché naturale come il respiro) la direi causata da una religione ha conformato la loro psicologia. Tutte le religioni lo fanno. Di più le fondamentaliste. L’Islamico crede nel Grande in modo assoluto. Ogni atto della volontà personale, quindi, viene assolutamente addebitata all’assoluta volontà divina. Da ciò ne consegue nulla, ogni distinzione fra volontà divina e volontà personale. La totale mancanza di filtri d’alcun genere, (arbitrio e/o discernimento) rende assoluto tutto quello che credono vero. Certamente, la volontà personale può mal interpretare quella divina, ma, poiché il Grande è Clemente e Misericordioso, l’errore viene giustificato nel momento stesso in cui viene compiuto. Con questo, certamente non intendo sostenere che l’islamico sia senza morale o amorale, ma solo che, in virtù di clemenza e di misericordia, il Grande li libera dal senso della colpa nel momento stesso che la compiono. Non provando senso di colpa, è chiaro che si sentono innocenti di tutto quello che, a noi, risulta colpa. Il Grande conosce solamente la volontà di verità. Siccome la loro coscienza viene reputata appartenente alla coscienza del Grande, ne consegue che anche loro appartengono alla verità del Grande, quindi, se sbagliano, è perché il Grande l’ha voluto. Quello che per loro è assoluta coerenza, a noi risulta fanatismo. Capiremo che non è fanatismo, solamente se li pensiamo come bambini. Non perché infantili (sia ben chiaro) ma perché, come quelli innocenti perché si rimettono totalmente a quel Grande che, a dire di Saulo o di Paolo, il Cristo ci ha fatto conoscere col nome di Padre.

Marzo 2007

Il tuo paradiso sia nei monti che amavi

agirafreccia

Nel condominio dove abito, Francesco stava al secondo piano. Non chiedeva niente a nessuno, salutava sempre per primo, ti raccontava le ultime novità del giorno. Si rallegrava se era sereno, e se pioveva o faceva freddo: tempo, mati e siori, i fa sempre quelo che i vole lori. Amava Roki: il suo gatto. Lo nutriva di quantità industriali di prodotti in scatola, al punto da renderlo persino rognoso. Avevo provato a dirgli l’errore, ma l’avvisarlo di quell’errore era come un togliergli di che sentirsi per qualcuno, per qualcosa. Non mi sono sentito in condizione di raccomandargli una minor quantità di cibo perché anche a me è capitato di eccedere per amore: pasienza per il gatto. Francesca aveva un figlio ma viveva da solo. Sarà inciampato, sarà stato uno sbalzo della pressione, è caduto in casa: femore andato. Ha battuto sul muro tutta la notte, ma, fatalità, la vicina non c’era. Io non l’ho sentito perché abito al primo. Rientrata, la vicina lo sente il mattino. Pompieri per accedere all’abitazione, e autoambulanza per l’ospedale. Sono venuto a conoscenza del fatto solo questa mattina. Me l’ha raccontato una volontaria che lo seguiva per quanto glielo permetteva il Francesco: carattere di felina indipendenza, certamente più del Roki. Gli aggiustano il femore, penso, ma la vitalità è quella che è. Lo portano, così, all’ospedale di Marzana. Da quello che m’ha detto la signora, è una specie di sala d’aspetto ante RIP. Ho saputo di sondini per l’alimentazione forzata. Ho saputo che l’hanno legato al letto perché non voleva il sondino in gola. Ho saputo di gastroscopie che non voleva fare. Era sui 90anni. Un sopravvissuto alla ritirata di Russia. Gli erano ritornate le paure di guerra, mi diceva la signora. Paura di essere chiuso in cella, (ricordo di Germania) mentre, invece, era in una camera d’ospedale, che certamente può diventare detentiva come una cella se non tolgono manette alla volontà neanche quando si sta per prendere l’ultimo sonno. Ora non ci sono sondini e neanche gastroscopie, o celle da buone intenzioni in cima ai tuoi monti, Francesco.

Ottobre 2009

Lo Spirito e Israele

Hai dimenticato qual’è stata la tua forza, Israele? E’ stata quella dell’eletto, disposto a sacrificare il figlio. E che cos’è, un figlio? E’ vita in futuro. E poiché siamo “nati dalla terra”, ogni vita è una promessa di terra, come anche una terra promessa se gli diamo futuro. Dipende dal punto di vista in cui comincia la tua certezza o la tua speranza. Devo proprio pensare che l’hai dimenticato?!

apenna

Non conosco la Qabbaláh. Conosco il mio grano e quello macino.

Gennaio 2009

Abusi e abusatori nelle Organizzazioni Umanitarie: perché?

Repelle anche al solo pensiero che nelle Organizzazioni Umanitarie vi siano soggetti che rimuovono l’ideale per potersi permettere di abusare un soggetto, reso per più motivi e/o cause in stato di sudditanza.

apenna

Dell’abuso si può dire che è un atto penetrante anche dove lo strumento costrittore è una mente. Si può parlare di abuso con violenza, allora, anche in assenza di qualsiasi costrizione fisica.  Una mente è culturalmente penetrante tanto quanto il dominio che attua su l’altrui volontà non trova ostacoli, o perché il dominante non li “vede”, o in ipotesi, perché, forzato oltre misura dal desiderio, li rimuove. Cosa impedisce l’abuso perché ostacola? Vedo la prevalente barriera  da abusi nel cosciente confronto fra contestuali e prevalentemente paritarie condizioni di vita: l’anagrafica, la culturale, la sociale, l’economica. Direi, allora, che vi è induzione all’abuso dove un abusante non può, non sa, non vuole o non è in grado di confrontare ciò che è con ciò che l’altro/a è. Le Organizzazioni Umanitarie operano in ambiti fortemente diversi da quelli degli Operatori. La coscienza dell’Operatore non preparato, così, subisce e/o attua, sulle proprie, delle molteplici abrasioni culturali e psicologiche. Paragonerei le abrasioni in ipotesi a quelle che restano sul corpo dei tatuati che vogliono togliere (o modificare) i segni in cui non si riconoscono più. Nel violentatore sono tatuaggi da abradere i principi morali che la cultura di provenienza gli aveva tatuato. La rimozione per abrasione della cultura morale di provenienza, lo riporta a prima delle morali tatuature: a quando, cioè, non ne aveva nessuna. Avendole tolte da sé, e non sapendo (e/o volendo riconoscere) che il corpo di ogni cultura ha le sue identificative tatuature, tutte gli appaiono libere dalle prefissate norme per segni tatuate; in vero gli appaiono libere, tanto quanto desidera che lo siano.  Ciò che all’abusante appare libero (perché non segnato secondo gli schemi che ha cancellato su di sé) gli libera la volontà prevaricante sinora contenuta dalla marchiatura attuata dal desiderio conforme alla norma sociale di provenienza. Si può dire, infine, che il paritario confronto fra vita e vita (e la conseguente e cosciente accettazione di una parte verso l’altra) ben distingue la seduzione omosessuale dalla pedofila.  In malafede per delinquenza culturale chi fa di ogni erba un fascio.

Mio caro: siamo state due stronze? Si e no.

Mio caro: l’atteggiamento che hai avuto con tua madre stamattina mi ha irritato. Passerei oltre se ti vedessi ancora bambino. Vedendoti prossimo uomo, non posso.

apenna

Ogni volta ha dovuto pagare delle salate bollette, per anni, tuo padre si è sempre chiesto cosa avevamo di tanto importante da dirci, tua madre ed io. Meno male che non ci ha mai sentito, perché era di lui, che quasi sempre parlavamo. Parlavano, forse non rende bene l’idea. In effetti, lo squartavamo; e senza anestesie di sorta. Non solo lui od altro, a dir la verità, ma, di lui in particolare modo, e con particolare ferocia.

Non ferocia cattiva, ma non per questo senza spargimento di sangue. Per un niente in tutto che è stata un’ironia di tua madre, oggi, però, ti sei eletto difensore di papà, e ci hai detto (a tua madre in particolare) che lo stavamo criticando ingiustamente, e che tua madre doveva dirmi tutte le cose, prima di parlare. Giusto?! Si e no. Giusto, nel sapere tutte le cose prima di parlare, ma, sei sicuro di poterti dire di sapere tutte le cose? Secondo me, no; ed ora provvedo.

Per anni (saranno almeno una ventina) tua madre ha travasato su di me non pochi dissidi, malesseri, ombre: ed io ascoltavo. Qualche volta dicevo. Qualche volta aggiungevo. Qualche volta chiarivo. In virtù di questo, il saluto di fine telefonata, era più leggero di quello iniziale. Questo, cosa vuol dire? Questo vuol dire, che alleggerendo lo spirito di tua madre, quelle telefonate hanno contribuito a reggere il suo compito di donna e di moglie, e che alleggerendo quel compito, gli hanno permesso di reggere ulteriormente la sua presenza presso i figli. In definitiva hanno contribuito a salvare un matrimonio, ed hanno contribuito a tener unita una famiglia.

Allora, ti pare ancora gratuitamente stronzo verso tuo padre il nostro comportamento, o è stata stronzagine necessaria? Non te ne parlo per menare vanto, ma giusto per darti di che riflettere, prima di parlare. Quando sei andato a riprendermi la borsa, tua madre mi ha detto che stai rovesciando su di lei delle costanti ostilità. Hai ventanni. Alla tua età, li ho avuti anch’io verso mia madre. Ricordo una volta di avergli dato della cretina. A mia madre! Se c’è un inferno, lo merito anche fosse solo per quello. Non so se sia una giustificazione: ero imbecille!

D’altra parte, era lei il principale riferimento per la crescita della mia identità di uomo. Ed era lei, che dovevo distruggere, per diventare me. Che idiota, che ero! Era della cultura e/o un modo di vivere che non mi apparteneva, che dovevo distruggere, non, lei! Lei, però, era quella che in quel dato momento della mia storia, rappresentava quello che dovevo distruggere. Così, si è presa i pugni che in alcun modo doveva prendersi. Solo simbolici, per destino o per fortuna, ma non per questo, meno dolorosi da subire.

Nel vedere te, ho rivisto me, senza padre, se non lei. E’ ben vero che tu non sei mica orfano! E’ anche vero, però, che l’influsso educativo paterno viene molto dopo quello materno. Nei primi tempi di un figlio, la madre è anche padre. Tanto più, quando ai figli capitano delle madri psicologicamente forti, o con altre parole, determinanti. Considero carattere maschile, la determinazione della propria volontà sulla vita altra. Pur avendo particolare femminilità, tua madre è sempre stata un maschiaccio, e quindi determinante, e quindi padre. Allora, per la visione che ho della tua età, e per la visione che ho di tua madre, mi viene da pensare che i tuoi conflitti verso di lei, altro non sono che i normali conflitti che ogni crescente manifesta contro l’autorità.

Per trovare la propria, lo deve. Non tutti, agiscono allo stesso modo verso l’autorità, ma limitiamo il discorso a noi. Tu dici che a tua madre non gliene frega di niente e di nessuno. C’è del vero, in quello che dici. Almeno per quanto riguarda il suo aspetto caratteriale di prevalenza, appunto, il maschile, che rende, direi necessariamente, egocentrici. Il potere paterno, infatti, è per sua natura, centrale; non per niente lo è il suo Io. Oltre che uomo, però, tua madre è anche donna. Come tale, nutrice. Come nutrice, maestra di sentimento verso la vita. La tua accusa, quindi, se da un lato è giusta, dall’altro, è profondamente ingiusta. O meglio, è lacerantemente ingiusta.

Ti ricordo bene da bambino! Eri uno spacca coglioni di rara capacità, ma, per la situazione che t’ha colpito e che ben conosci, non ti si poteva dire nulla! Una qualsiasi opposizione, infatti, poteva scatenare delle pericolosissime ansie, e questo, peggiorare le tue forme asmatiche. Per anni, allora, tua madre, altro non è stata che il materasso sul quale scalciavi le tue emozioni; emozioni distruttive, appunto perché senza alcuna forma di inibizione. Tu non prendevi pappe da lei. Tu prendevi vita! E tuo padre non c’era. Non sai, perché non ci fosse, ma perché ai padri, non mestiere adatto, il far da nutrice; perché i padri devono andar a lavorare.

Adesso che sai un qualcosina di più su tua madre, sei ancora dell’idea di prima? In tua madre, il conflitto fra il carattere maschile ed il femminile ha preso lo stomaco. E’ una somatizzazione, molto probabilmente. Il saperlo, però, non necessariamente significa guarirla. Non ci credo, ma, forse, lo potrebbe un’analisi di anni. Il guaio è, che lo stomaco di tua madre potrebbe colassare prima di finir l’analisi. Se l’ipotesi avvenisse, come la metti?

Mente e stomaco di tua madre, trovano guarigione allontanandosi periodicamente da voi. E qui, succede un po’ quello che è successo fra me e mia madre; colpivo lei perché lei era fra me e quello che dovevo veramente distruggere. Vostra madre, colpisce voi, (allontanandosi) perché voi siete proprio davanti a quello che in effetti dovrebbe distruggere per guarire. Ciò che dovrebbe distruggere, è quell’infinito e commisto insieme dei fattori che l’hanno incanalata in quello che è e che fa, ma, non secondo la verità  della sua identità, bensì, secondo la famigliare e/o sociale che l’ha formata. Hai presente che grovigli dovrebbe sciogliere un ipotetico psicologo per tua madre? E mica lo deve fare in una bambina, vero? Lo deve fare in una donna, che ti può lessare uno psicologo, ancora prima che tu finisca di fare una pisciata, mio caro!

Giunti al punto, sintetizziamo! Tua madre t’ha portato agli anni che ti ritrovi. Sia pure a vista, il risultato non mi pare male, pertanto, sei in grado di camminare con le tue gambe anche se non c’è l’hai sempre dietro il culo, anche se non ti è sempre a tiro di braccia! Tua madre è costantemente lacerata fra il bisogno di essere presso di te, (e non di meno di tua sorella, a te minore d’età  anche se con il suo bel caratterino) ed il bisogno di essere anche per sé! Si ritrova così a dover scegliere (da debole perché malata) fra due bisogni di sopravvivenza: il vostro ed il suo. Domandatevi, figli, chi amate di più, e saprete di chi è, il bisogno maggiore.

Dicembre 2007

Piramidi come?

Alla Cortese attenzione della Dirigenza e a chi in interesse. Stavo guardando un filmato francese sulle piramidi. Si sostenevano le varie ipotesi sul come siano riusciti a costruirle ecc, ecc. Mentre lo guardavo capendone ben poco (purtroppo) mi è venuta un’idea. Se già espressa, come non detto.

apenna

Noi costruiamo gli edifici partendo dal basso. Lo stesso modo di agire l’abbiamo addossato ai costruttori egiziani; e se invece fossero partiti dall’alto, cioè, dalla cima? Non so assolutamente disegnare (altro purtroppo) tuttavia, penso sia abbastanza “semplice” intuire il proseguo dell’immagine che non so fare, come anche “vedere” la semplificazione di molti problemi. Non per ultima considerazione, ogni Faraone (sul carattere umano capisco un poco di più) avrebbe potuto vedere la sua opera, sia all’inizio della decisione sia “finita” con la sua vita per la parte attuata. Non solo, l’ultimo che l’ha vista definitivamente compiuta avrebbe potuto dirsi e dirla come opera di sé Dio, in opera “incarnata” per la totalizzante volontà dei Faraoni dei che l’hanno preceduto. Per altro dire: Dio in Dei. Della Piramide, allora, si potrebbe dire che è l’imperituro sacrario del percorso, nella loro vita, della vita degli Dei che si reputavano in vita, ma che in fine, come tutti, bisognosi dell’aiuto che potevano procurarsi e che ancora vediamo. Certo, partendo dalla cima, ogni parte della piramidale struttura non sarebbe stata quella totale che noi vediamo oggi, tuttavia, sarebbe stata la totale che il dato faraone avrebbe visto compiuta, non, lasciata per interrotto cantiere per interrotta vita. Immagino questa ipotesi, anche perché non so proprio immaginare l’amarezza di un Dio che non può non sentirsi meno Dio alla vista di un’opera in perenne cantiere. Divinità confermata secondo il suo tempo, invece, procedendo come penso. Come penso, maggiormente affrontabile anche l’aspetto economico; graduale se graduale l’opera, e quindi, di minor peso sulle spalle di chi l’avrebbe pagata. Se come adesso, quelli che stanno alla base di ogni genere di piramide. Termino qui il mio visionario delirio, anche perché mi pare non poco fantasioso. Con i miei più cordiali saluti.

inlavoro

Mi sa che ho pensato una fesseria. Cosa fatta capo avrà!

Per fare una vita ci vuole una vita

Don Ciotti ebbe a dire: la Tossicodipendenza è una domanda che attende molte risposte. (Cito a memoria.) Implicita nella sua affermazione, un’altra: non esiste la Risposta. Da chi si occupa del problema, quindi, mi aspetto uno spirito para evangelico. In particolare, mi riferisco alla parabola del Buon seminatore.

apenna

Per il Buon seminatore non è fondamentale dove cade il seme: è fondamentale la volontà di semina. Non è fondamentale neanche il tipo di grano; è fondamentale la volontà di farsi grano. Checché ne dica la Società proprietaria del campo, il Buon seminatore sa bene che a priori non esiste un grano risolutore. Certamente esiste il Buon raccoglitore, ma a priori, neanche quello sa di essere tale. Tale lo diventa in ragione della capacità di somma fra le domande che pone alla sua vita, e le risposte offerte dalla vita, ma, anche in quella capacità, per farsi o non farsi di vita, ci vuole pur sempre una vita; e per capire la vita, neanche dalle droghe si può escludere la strada, se non escludendo a un sapere, la pienezza di sé: dolorosa o no, o sociale o no che sia. Esperienza mi conferma che uno spirito samaritano può di più di uno spirito psichiatra. Può di più perché è compagno ma non giudice; può di più, perché non impone la regola sociale del do ut des. La fuga dalla droghe, è stabilmente possibile, tanto quanto, un sapere, vanifica un piacere, e ciò può succedere, tanto quanto, un (o una) tossico_amante di quella “madre”, si rende definitivamente conto che è l’indifendibile puttana che gli sta abortendo la vita. La rinascita di sé, quindi, implica la ricerca di un ventre, diversamente originante. Può essere in un altro grano. Può essere in un’altra semina. Quello che non deve essere, è negare (o che si neghi) al Tossicodipendente (o alla t.d) la possibilità di farsi del suo raccolto. A noi, ridurre i danni. A noi, sollevare dalle cadute.

Sentiamo raggiunta la mediazione fra gli stati

Sentiamo raggiunta la mediazione fra gli stati tanto quanto siamo in pace. La “voce” che conferma la pace nel nostro principio è quella del nostro spirito. Non può essere quella dello Spirito perché lo Spirito (trinitaria parte dell’Assoluto) non può non avere lo stesso stato di vita del Principio.  Uno Spirito assoluto non può operare alcuna variabile del suo stato, quindi, non può dare più o meno spirito, oppure, a questa vita sì e a quella vita no: almeno secondo la logica che espongo.

apenna

Per fede, invece, ognuno pensi ciò che crede. Ogni umanità è via delle verità della sua vita. Non per questo l’umanità non può accostarsi ad altre vie, ma l’umanità non corrispondente ad una data via non deve far deviare dalla propria quella che si è accostata. La volontaria sovrapposizione di spirito su spirito “è un errore che non sarà perdonato.”

Se lo Spirito dell’Assoluto già da un massimo che non può ripetere o quantificare, quale altro Spirito può operare nell’umanità? Se non lo Spirito del Principio, lo spirito attuato dallo Spirito, cioè, il nostro; vuoi di questo stato della vita, vuoi di un ulteriore stato.

Ne tenga conto la fede che millanta crediti o il possesso di “carismatici” doni dello Spirito. Solo gli spiriti di un ulteriore stato di vita possono operare quei “doni” ma gli spiriti sono inverificabili , e quindi, di inverificabile motivazione i “doni”. Gli spiriti sono inverificabili perché il male può fingere il bene molto bene tanto quanto è male. Ne consegue che il male può essere maggiore dove maggiore la rivelazione. E’ rivelazione bassa se uno spirito è ancora prossimo a questo stato della vita. E’ rivelazione alta quella di uno spirito, sì di potente manifestazione, ma non per questo, necessariamente prossimo al Principio.

Soccorso per genitori con figli di altro letto

Stavo su una panchina a fumarmi una sigaretta (non dovrei!) quando, alla mente mi è tornato il ricordo che le racconto. Lo faccio, vuoi per la sua Cortese attenzione, vuoi per soggetti che sono come anch’io sono stato: figlio di un padre da seconde nozze.

apenna

Sono passati più di sessantanni ma ricordo ancora la mia antipatia per l’essere che inaspettatamente si era messo  fra me e mia madre. Quando mi confermò che c’era, impulsivamente pensai: ma, ci sono io! Capirai che sostegno potevo dare a mia madre, io, inesistente per più motivi e casi e forse meno che decenne! Non poca acqua è passata sotto i ponti che ho attraversato, qualche volta temendo di finirci sotto, qualche volta temendo di buttarmi sotto. Solo adesso, che so distinguere, direi pienamente, quando va’ a coppe e quando va a spade, sento di poter dire la mia; e quella (lei consentendo) girerei ai figli e ai padri che sono forzatamente e ostilmente legati dal comune sentimento verso una donna: chi da figlio (quel sentimento) e chi da marito. Visto che solo i patti chiari permettono una vita lunga, ho strutturato la lettera come fosse un contratto notarile. Quello che propongo ad un padre per caso, è valido anche per una moglie per caso.

Contratto d’Alleanza fra i figli di una moglie, è il marito che legalmente parlando diventa padre di prole da altro sangue:

Punto primo:

io non sono tuo padre naturale ma la Legge mi obbliga ad esserti padre culturale culturale, indipendentemente dal fatto che fra di noi ci sia della condivisa stima e affettività;

Punto secondo:

Il compito di gestire la famiglia è delle figure anagraficamente maggiori. Valuteremo assieme quando non umanamente, o quando immaturamente.

Punto terzo:

L’autorità derivata dalle norme sociali, non autorizza me (come neanche tua madre) a diventare i tuoi secondini. Le stesse norme, però, obbligano te a non metterci in quella condizione;

Punto quarto:

Nella tua vita può entrarci solo tua madre. Io, a tua richiesta;

Punto quinto:

Comunque tu decida di viverti, tua madre ed io lasceremo al tuo discernimento il compito di valutarlo con giudizio. Se lo vorrai, dove il tuo giudizio manca della debita esperienza, aggiungeremo il nostro.

Punto sesto:

Fa in modo che la tua famiglia non debba mai patire il giudizio della società. Mi riferisco a quello non legale. Quello di altri generi e/o fonti trova il tempo che cerca. Dovesse succedere, comunque resterai nostro figlio, ma per il solo dovere, e solo perché la Legge c’è lo impone. Di fatto, e a ipotesi successa, non potremmo non viverti come un proliferante tumore. non necessariamente maligno, ma comunque portatore di “malattia”. Su questo punto, tua madre la pensa allo stesso modo.

Le domande della vita

A P. ho detto che la vita, è solo Bene. Mi dirai, allora,  perché ne troviamo gran poco, o quanto meno, da non bastarci mai?

apenna

Per vita, intendo, il Bene della Natura, il Vero della Cultura, il Giusto dello Spirito. Questi, i principi del Principio. Da questi principi del Principio, si è originato, il vivere. Come dire che la Potenza, (la Vita), ha originato l’Atto, che è la nostra vita. Il vivere, è stato di infiniti stati della corrispondenza fra i nostri stati. Gli stessi del Principio. Ciò che differenzia gli stati del Principio, dai nostri, non è una diversa quantità di stati, ma la diversità dello stato: supremo nel Principio; quello che è, nel nostro principio. Il Principio della vita, (la vita che in molti modi chiamiamo Dio) non può contenere che sé stesso. Se contenesse altro da sé, non sarebbe Assoluto, in quanto conterrebbe due principi. Se il Principio contiene la vita; e se, in quello, la vita è assoluta corrispondenza di stati; e se il Bene è il suo stato di principio, ne consegue, che non può contenere il male. Per “male”, intendo, dolore naturale e spirituale, da errore culturale. Può, un principio assoluto, contenere uno stato di vita a sé opposto? Non so voi, ma io non c’è lo vedo proprio! Può un principio conseguente all’Assoluto, contenere degli opposti principi, cioè, il male opposto al bene? Direi di sì! Perché? Perché la vita attuata ha due principi: quello del Principio, (la vita come potenza), e quello del proprio principio, appunto, la vita, come atto in atto. Allora, per favore, Palarosa, quando parliamo di dolore nella vita, facciamo a meno di alzare gli occhi al cielo. Guardiamoci dentro! A me non risulta, “che la vita ci chiede di soffrire”. A me risulta, che ci chieda di vivere! E, se il nostro vivere ha della sofferenza, che centra, la vita, che di per sé, è solo Bene! Se è, solo Bene, (smentiscimi l’affermazione, per favore), posso non pensare che l’implichiamo nella nostra sofferenza, perché la posizione di vittima è più “comoda” di quella di imputato?