Caro Ugo: entrando in cucina…

altroinfinito

Caro Ugo: entrando in cucina ho ritrovato il disordine che avevo lasciato quando sono andato a letto. Ancora una volta mi sono chiesto (come te lo chiedi tu) come mai non riesco più a pulire la casa! Oggi, finalmente mi sono risposto: non ci riesco più, perché sono giunto a capire che degli identitari decori culturali e sociali (sovrastrutture che abbiamo anche patito in quanto soggetti variamente a margine) non c’é ne può fregar di meno! Solo ci resta la cura di noi stessi, ma anche questa sempre meno importante, come è sempre meno importante la risalita a chi (dalla fine del suo pozzo) gli basta la vista della luce in alto (o della luce in Alto) per sentirsi fuori. Questo significa che ci stiamo sentendo fuori dalla vita, e che quindi, stiamo vivendo una forma rassegnatamente suicidaria? Per chi crede solo in questa vita, direi di si. Per chi crede in un altra vita, direi di no. Indipendentemente dalle basi culturali, per chi crede in un’altra, tutto è vita. Anche dove, qui, ci sta mancando, come pure anche dove, qui, gli stiamo formalmente mancando. Mi stai dicendo che non esiste nessun’altra vita? Va bé! Vorrà dire che non saprò mai di essermi sbagliato.

Colpa di Eva

In un post di Massimo Fini, Colpa di Eva, un commentatore sostiene che la donna è conservatrice della specie. Ho sempre accettato quest’affermazione senza discutere. Questa sera invece la vedo in altro modo.

*) in primo la donna conserva il piacere di sè; ovviamnete, ad ogni impedimento escluso

*) in secondo, conserva il piacere di chi e/o di che specie di piacere la fa vivere;

*) in terzo, conserva la specie di vita, conseguita dall’appagamento dei motivi al punto 1 e 2.

Il dovere della conservazione della specie, messo come primo compito della donna, quindi, altro non è stato (e altro non è) che l’imposto contratto, in cui non ha potuto non diventare un bene (vuoi nel senso di capitale che di proprietà) a forzosa disposizione della specie più forte: individuo o società che sia. Ma la donna sta rifiutando il carcere in cui si trova destinata già per il solo fatto di essere donna; e da tempo lo sta dimostrando la crisi motivata dalla ricerca di una alleanza basata su di uno scambio di piaceri paritari, con non precostituiti doveri. La questione non è nuova, ma Maschio avvisato di nuovo, mezzo salvato di nuovo.

Cocomeri o meloni?

Mauro ed io parlavamo di cocomeri e tu sei intervenuta parlando di meloni. Ora, se non hai capito che si sceglie di vivere o di non vivere l’omosessualità, cosa hai capito degli amici Omosessuali che frequenti? Occasionali convenevoli a parte, io non frequento più nessuno. Questo non m’ha impedito di capire che

VITA SI NASCE . NEL TUTTO DI DIVENTA

Coccole, confronti, sentimenti.

Credo di aver ereditato da Cesira, una certa riservatezza, una quasi ritrosia nel manifestare i miei sentimenti: amorosi e/o affini. Dalla mia sessualità, invece, ho ereditato una sorta di preventiva censura. La manifestazione del sentimento, infatti, inevitabilmente rivelava l’anomalia. Così, pur essendo di temperamento caldo, mi ritrovo refrigerato: vuoi da eventi interni, vuoi da quelli esterni. Cosa, scioglie la mia brina? Per quanto riguarda il corpo, me lo scioglie una passione condivisa; condivisa, sia pure con un amore a ore. Per quanto riguarda la mente, il pensiero condiviso. Esiste coccola nel pensiero condiviso? Direi che un pensiero condiviso, (tanto quanto è condiviso), è già di per sé coccola perché è un moto di vita, (mentale ) che afferma reciprocamente, e direi, pressoché immediatamente, la parità di valore fra i due corrispondenti. Dove non afferma reciprocamente, vuol dire che è presente una multiforme specie di riserva, e che per tale presenza, anche la coccola si riserva di esprimersi in pieno. Della non affermazione per disparità di pensiero, e della conseguente non coccola, tutt’ora, sono vittima (quando non la ricevo) e carnefice quando non la concedo. E’ anche vero che per quanto sostengo lo siamo tutti vittime e carnefici; il più delle volte inconsapevoli, sia come feriti da mancata coccola per mancata comunione, sia come feritori per mancante coccola per mancante comunione.

Scrissi: che meraviglia, la mano, che passando dice t’amo anche se mente. E chiaro che se non mente, è ancora più meravigliosa, ma, temo di non essere mai stato preda di cotanta sincerità. Lagne a parte, come manifesto ed accetto la coccolazione fisica? Date le tre righe di sopra, direi che l’accetto come accetto qualsiasi discorso: anche i meno convincenti. Se sono falsi, la responsabilità morale è del coccolatore falso, mica mia! Come comunico la coccola fisica? In primo, senza alcuna parola d’accompagnamento. In secondo: coccolo il corpo dell’amato come fosse una carta geografica, e le mie dita, (o la mano) come chi cerca la strada per arrivare a… Capisco di essere arrivato a Coccola City, ogni volta sento che l’amato fa le fusa. Credetemi, riesco a far fare le fusa anche ai mestieranti. Come ricevo la coccola fisica? E’ presto detto: con il piacere di chi non crede hai suoi occhi! Si può comunicare e ricevere una coccola via web? Sì, per la comunione di pensiero. No, per una comunione fisica, evidentemente impossibile. Per tale impossibilità la coccola via web, è un amare a metà! E’ un amare a metà, perché la restante metà, è mano che resta prima del vetro.

  Febbraio 2007

Che mi faccio da mangiare stasera?

Entro in cucina con nessunissima voglia di farmene. Sullo scafale sopra il fornello guato la minestra di pollo; inquilino delle stie della Star sino a prima di finire in busta, ma proprio non ho proprio voglia di star lì a girare un miscuglio, dispettoso come il latte non appena ti giri! Guato una scatola di fagioli borlotti. Di quelli rossi. Sulla scansia che ho sotto la finestra dondola una mezza cipolla. Su un contenitore di vetro, non pochi residuati d’aglio circondano uno spicchio. Guardo il tritatutto sul tavolo della cucina. Apro il trita, ci metto i fagioli, la cipolla, l’aglio, del peperoncino, le olive verdi sgusciate che si erano nascoste dietro il vasetto delle acciughe, e vai a trecento all’ora come tutt’ora canta il rugato Morandi! Ne è venuta fuori una malta niente male! Consiglio la ricetta agli amanti del gusto rustico, e anche a quelli che di rustico hanno l’amante.

Che fare? Non so. Vivere, presumo!

Dici:”… la vita tua l’hai fatta …” Piano! Non dar per scontato che sia finita! C’è non poco di vero in quello che dici. Dimentichi un solo particolare: siamo in Democrazia. O, quanto meno, in un qualcosa che somiglia a quell’ideale. Proprio nel pomeriggio stavo pensando al concetto di “democrazia”: governo di popolo, dovrebbe essere il significato. Comunque sia, il governo più o meno democratico di un dato momento storico è diventato, o come tale viene avvertito (solo da me?) il “ricatto” sociale e politico che una maggioranza pone ad una minoranza. Indipendentemente dalla parte politica personalmente congeniale, a bagna, ci siamo tutti e due. Che fare? Non lo so. Vivere, presumo! Per quanto riguarda l’ano_terapia (una vecchia battutaccia) la caldeggio sia per la Sinistra che per la Destra. Non vorrai mica far godere solamente una parte del tuo popolo, vero? Saresti antidemocratico!

Non vorrei sembrarti banale, ma quanto mi esponi, è vita, cioè, circolazione arteriosa, e circolazione venosa! Concordo sul fatto che il giovane dovrebbe essere più interessato alla vita che lo circonda, oltre che alla propria. Ripensando a me, giovane, però, mi par di aver finito di essere stupido, forse da ieri! Quindi, non in grado di dar lezioni a nessuno, e consigli con estrema cautela. Certamente, per quanto so e posso, adesso (62 anni suonati) sto facendo un qualcosina per i Crescenti. Chiaramente, lo faccio a mio modo: modo che avrai constatato sul blog. Certamente, adesso vedo le cose “con un po’ più di distacco”, ma non c’è distacco che tenga di fonte agli schizzi del dolore! In questa incapacità di proteggermi dal dolore, sono, forse, ancora giovane, e quindi, in grado di sentirti. Dico sentirti e non capirti, perché se fossimo frutti lo saremmo di piante di diversi climi, e quindi, di maturazione non contemporanea. Indipendentemente da questo, nulla ci vieta di porre clemenza nel giudizio che diamo su atti, non sempre all’altezza che vorremmo. Fanno parte del sistema venoso di capire la vita.

Giugno 2005

Cesira aveva due sorelle

Cesira aveva due sorelle. Maria (quella che visitava) e un’altra che non visitava mai. Con la prima bicicletta avuta, su indicazioni della Cesira, ci andai io. Aveva marito fruttivendolo, e tre figli mi pare. Dei tre, ricordo bene solo due. Zia Maria (probabilmente la maggiore e la più ricca tra le tre) abitava alla Lupia (o Luppia) di Saletto di Ospedaletto. Segalina, sempre vestita di nero, disponibile al sorriso. Era sposata con uno stradino dagli atteggiamenti padronali: lo ricordo ancora. Quand’era in casa (lo nomino per attività perché non ho mai saputo come si chiamasse) non doveva volare una mosca! Più che una casa era una colonica. Davanti aveva un grande cortile di mattoni. Alla destra del vialetto di ingresso alla proprietà, una grande vigna. Alla sinistra della casa, la stalla con sopra il fienile e il ricovero dei mezzi.  La porcilaia di fronte. Affiancata alla destra, la casa del figlio che si era sposato. Anche il figlio lavorava come stradino. Ricordo graziosa e simpatica quella sposa. Non so perché ma non correva buon sangue fra padre e figlio. L’avevo capito persino io! A lato della casa del figlio (si chiamava Armido ed era bellissimo!) un paio di campi: dietro anche. Per i campi, non poche le galline. Mi aveva preso il vezzo di andare nella vigna a cercare le uova. Trovate, le stringevo fra le mani sino a romperle! Maria e Cesira erano persino spaventate daconseguenze di quel gioco! Guai, se l’avesse saputo lo stradino! Quando vidi la zia arrabbiata e mia madre preoccupata, smisi! Per gli occhi e le mie fantasie circoscritte  dalle aride vie di Este, la casa di Maria (superlativi, i suoi fagioli in umido) era il luogo che nascondeva i cavalieri dei miei desideri: lo giravo, cercandoli! Mai trovati, ovviamente. Non per questo rinunciavo. La vidi per l’ultima volta quando andai a comunicargli la morte di Cesira. Mi disse che dovevo trovare una brava ragazza, che dovevo sposarmi, ecc, ecc. Cosa mai potevo dire di sincero a quella donna? Scelsi, così, di sparire. Solo dopo anni passai davanti a quella. C’era ancora! Raso al suolo tutto il resto: ho pianto!

 

Certo, Marco! Alla domenica sono libera tutto il giorno.

Sto leggendo il giornale su una panchina dei bastioni.. Alla mia destra, su un’altra panchina siedono un uomo ed una donna dell’Est. Lei è sulla trentina. Lui è un filibustiere. So quello che dico. Li ho desiderati. Anche amati. Non sento chiaramente quello che si dicono. Sembra una sorta di elencazione delle difficoltà. Lei elenca. Lui sa. Ad un certo punto la donna prende il telefonino e chiama. Tutta cara la voce, la sento dire: “certo, Marco alla domenica sono libera tutto il giorno. Possiamo prendere un caffé e parlare.” Saluta e chiude. Girandosi verso l’accompagnatore fa il gesto che significa: hai visto? Che ci vuole?! Poveri uomini, e povero me che non penso mai hai fatti miei!

  Maggio 2007

Cazzi acidi per tutti

se fossi in Palestina


Nell’ultimo viaggio turistico che ho fatto (era anche il primo, e mi sa che sarà anche l’ultimo) sono capitato a Roma. Per un paio di notti ho alloggiato in una casa diroccata in cima al Monte dei Cocci, al Testaccio. Giusto per dirti che quando si tratta di classe non mi faccio mancare nulla! Mi aveva alloggiato un piccolo (piccolo per i miei sentimenti materni, non piccolo per età) che avevo trovato al Colosseo fra un infinito odore di piscio di cavallo. Chiedo al piccolo di farmi fare un giro per Roma. Mi carica su di un paio di tram, è oplà, accontentato nel giro di manco due ore. Preferiva andare a Ostia, lui! Per fartela corta, su di uno dei tram, il guidatore mi dice: qui non si fuma! Giusto! Quello, però, aveva in bocca un sigaro acceso! Non saprei dirti da dove mi sia saltata fuori quell’arroganza da Romoletto a Castro Petrorio, fatto stà, che l’ho sfidato, (lui, un armadio a tre ante rispetto a me) accendendo immediatamente una sigaretta! Morale della favola: lui non ha buttato il sigaro ed io non ho buttato la sigaretta. Punto! Piccolezza, mi si dirà. Vero, ma, quell’atteggiamento mi è saltato fuori anche in altri più seriosi casi. Capitano, nei gironi della notte.  Non sono forte fisicamente. Cosciente di questo rifuggo lo scontro fisico. Sono certo, però, che saprei trovare anche della forza per affrontarlo (mi è capitato) ma, generalmente, mi manca il detonatore principe: l’odio verso l’altro. In Palestina non è che manchi. E se fossi palestinese, anche mio malgrado mi ci troverei alimentato. Non avendo forza fisica (come dicevo) ho dovuto supplire. Così, sono sempre uscito dai miei guai usando due armi che conosco bene: la parola, e la maniera di porla. Cazzi acidi per i miei avversari, se fossi in Palestina, armato di odio, di parola, e di maniera di porla.

Giugno 2007

Catene e Chiavi

Quando ho iniziato ad occuparmi di tossicodipendenze mi sono ben presto reso conto che le dipendenze che ci intossicano, pur essendo infinite, tuttavia hanno un comune denominatore: la fissazione del discernimento. Al punto, è “droga” tutto ciò che fissa ad un dato stato, il discernimento di un dato stato. Se ciò che fissa un discernimento può essere naturale non di meno può essere culturale o spiritico: lo spirituale non fissa. Liberarsi dalla tossicodipendenza naturale è “semplice”. E’ da quella culturale che è più difficile. Non le dico da quella spiritica! In tutti i casi, liberarsi da ogni intossicante dipendenza, significa ritrovare la libertà di se stessi. L’affermazione non è una novità. Tutte le Culture (laiche o religiose) la sostengono. Guaio è, che tutte affermano sia di essere la libertà dalle catene, che di aver titolo per gestire l’uso delle Chiavi: concetti che sono liberatori, purché, a loro volta, non fissino l’arbitrio.

Luglio 2006

Casa dolce casa

Ieri c’era il Mercatino dell’Antiquariato, qui in s.Zeno. E’ un antiquariato del pressappoco ma lo stesso attira un futtìo di persone. In quell’occasione vengono transennate le strade. Il Pccolo che non ha la residenza a casa mia è rimasto bloccato. Mi telefona, mette il vivavoce. La vigilessa sente quando gli dico il nome della via dove deve venire e lo fa passare. Giunto a casa me la racconta ghignando e mi dice: non so come farò quando non ci sei più! Sempre ghignando gli rispondo: quando non ci sarò più neanche tu ci sarai più! Rimane un attimo lì! Pensavo alla casa, mi dice. Il che mi conferma che è diventata come casa sua. Pensava alla casa ma ha pensato anche a me? Se sono diventato la sua casa, si.

Più che altro

Caro Vitaliano: essere buoni più che altro un fatto di buone circostanze. Il più delle volte chi subisce un danno non diventa più buono.

C’è del vero in quello che dici, ma, io la metterei così. Se la vita ti spacca una gamba, che fai? Ti rifiuti di curarti? Alla stregua, se ricevi un’offesa, che fai? Ti rifiuti di liberarti la mente da quella frattura? In fondo ma non tanto, l’Essere buono appartiene a chi é guarito dalle fratture nella mente!

Caro Sior: Dio l’è nel creato

Caro Sior: Dio l’è nel creato come un so’ scrito no’ l’è Eugenio ma quel che l’ha dito. E, Dio l’ha dito: vita.  Che la sia deventà na rosa, l’è tutta n’altra cosa da quel che sè restà, respiro primo, là!

Poteva, Dio, esclamare un qualcosa di diverso dalla cognizione di Sé? A mio avviso, no, perché la parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. Se così è nella Somiglianza, così non può non essere nell’immagine. Non per questo intendo dire che Dio non è in grado di dire “rosa”, ma per questo intendo dire che essendo l’assoluto Principio dell’emozione di ogni vita, è Parola, non parole; è Nome, non nomi; è Universale, non particolari. Sento di poter affermare, pertanto, che Dio è vita, (atto della creazione data la Sua emozione), ma non è nella vita, (atto dell’evoluzione corrispondente alla creazione), se non come volontà di creato. Con altre parole, è atto della rosa, non, vita della rosa. Chi ammira Dio nel creato ha la bellezza della rosa come maestra. Chi ammira Dio nella vita, ha la bellezza della verità come rosa. Quale, la rosa giusta? Siccome so ben distinguere la conoscenza per speranza dalla conoscenza per ragione, quello che io credo non è quello che io so. Quello che certamente so, invece, è che devo badare alle spine che ci sono nella nostra rosa.

A Eugenio S.

Ho spedito uno sproposito all’Accademia Svedese delle Scienze

Come cantava Doris Day: que sera sera.

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Cortese Realtà: mia madre mi diceva: Vitaliano, se proprio devi annegarti fallo in un mare grande. Non trovando mare più grande del vostro, qui annego il mio pensiero. Per quanto perplessa, Cesira sarebbe d’accordo.

lettereperdamasco.com

è l’opera nella quale esprimo il mio ideale pedagogico: capire e vivere la vita secondo lo Spirito che gli è forza secondo Natura e potenza secondo Cultura. Pongo il vero su quanto sostengo sullo stato della Pace. Vi è pace tanto quanto riusciamo ad estirpare il dissidio: emozione naturale e culturale che conduce al delirio spirituale quando non allo spiritico. Il sito è in italiano. Per fortuna c’è Google! Nella mia segnalazione è presente un problema: non riesco a capire se è dovuta ad una ispirazione (qualsiasi ne sia la fonte) oppure ad una mania di grandezza. Lascio ai posteri l’ardua sentenza. 🙂 Lo stavo dimenticando: culturalmente e socialmente parlando sono un Nessuno. E’ un’opinione che personalmente non condivido. 🙂 Con i miei più distinti saluti.

Dall’Italiano all’Inglese tradotta con Google

Courteous Reality:
my mother said to me: Vitaliano, if you really have to drown yourself, do it in a big sea. Finding no sea greater than yours, here I drown my thoughts. However perplexed, Cesira would have agreed.

lettereperdamasco.com

it is the work in which I express my pedagogical ideal: to understand and live life according to the Spirit who is strength according to Nature and power according to Culture. I put the truth on what I say about the state of Peace. There is peace as much as we manage to eradicate the conflict: natural and cultural emotion that leads to spiritual delirium, if not spiritually. The site is in Italian. Luckily there is Google! In my report there is a problem: I cannot understand if it is due to an inspiration (whatever its source) or to a mania of greatness. I leave the arduous sentence to posterity. 🙂 I was forgetting it: culturally and socially speaking I am a Nobody. It is an opinion that I personally do not share. 🙂 With my best regards,

 

Caro Perdamasco

La tua mail ha una straordinaria densità non solo di pensiero, ma anche di stile espressivo, nobile e antico, che mi avvince. Sono molto lontano ormai da un tipo di esperienza dell’assoluto così profonda come la tua, ma non così distanziato da non riuscire a sentirla e farmene affascinare. Non so se hai visto che ho pubblicato in uno dei miei blog l’inizio della tua mail, ma prima di procedere voglio chiederti il permesso di pubblicarne ancora via via dei pezzi che credo possano piacere ed interessare anche altri. Mi è rimasto un po’ misterioso il motivo dell’arresto, alla fine della risalita dal pozzo, davanti all’uscita. Mi è venuta in mente la storia dell’indiano Joe, nelle avventure di Tom Sawyer, che viene ritrovato morto proprio in una situazione di questo tipo, davanti all’uscita dalle miniere, ma era stato fermato da una grata insuperabile di metallo. Nel film di Bunuel “L’angelo sterminatore” i fedeli sono invece impediti dall’uscire dalla chiesa da un intimo divieto religioso. A queale delle due immagini assomiglia di più la tua situazione? Io non credo che per amare abbiamo bisogno di verità, credo, piuttosto, che l’amore, che già Platone aveva definito figlio della Povertà, sia anche umanissimo figlio dell’errore. Mi affascina che tu parli di “informazioni del piacere”, ma vorrei capire di più il senso di questa definizione.

“Per aver deciso di tornare al mio calice, mi ritrovo ora nella stessa posizione di partenza: quell’assolutamente normale, che sono stato e detto, dallo sciagurato che ho desiderato, con una passione talmente forte da poter sembrare amore, ma l’amore è comunione. Il mio “amore” verso di lui, invece, amoroso baratto”.

Qui forse comprendo di più, ma non fino in fondo. Il tuo discorso è un corrusco lampeggiare, accompagnato da lampi e scrosci nelle tenebre, ma la luce trascorre troppo rapida per consentire all’osservatore di riconoscere nelle frazioni di secondo i luoghi non noti che dischiude. Ti sento molto compenetrato da una cultura cattolica, dalla quale mi sono distaccato “or è gran tempo” e non riesco a condividere l’idea della pace come cessazione di ogni dissidio e assoluto, mortifero silenzio: identifico la pace in un conflitto misurato, ritualizzazo, perchè considero il conflitto (e il dolore) ineliminabile dalle cose umane. Certamente, se l’umanità ha zittito dio per le troppe parole, io sono tra quelli che hanno parlato e parlano troppo. Mi piacerebbe tuttavia che il nostro dialogo continuasse e aspetto di rileggerti presto. Un caro saluto.

Settembre 2006

Caro Mattia

Non escludere le verità della favola.


Tutti quelli/e che hanno degli scarsi rapporti con la vita propria, altra e/o con il mondo, pensano di essere gli unici a soffrire: vuoi per infiniti accadimenti, vuoi per il rifiuto di sé e la conseguente non accettazione della realtà personale e dell’ambito in cui ci ritroviamo a vivere, vuoi per delle complessive quando generalizzate insoddisfazioni. Queste nuvole nei nostri cieli originano molte forme e casi di invalidante disistima. Per decenni ho patito anch’io di quel egocentrico masochismo. Avrei dovuto confidare meglio nell’insegnamento detto dalla favola del Brutto Anatroccolo! Con queste breve escursioni fra le mie non semplici realtà di orfano e di adottato, intendo confermarti che, in quanto a Brutti Anatroccoli, sei (ironizzando) in buona compagnia da tanto è composta da tanti. Vero è che quell’intruppamento mica l’abbiamo voluto. Vero è, pero’, che dobbiamo fare in modo di uscirne, se vogliamo diventare i Cigni che, tutti, in potenza siamo. Come? Affrontando e provando quello che siamo da bambini_ragazzi, cioè, Anatroccoli, il più delle volte caduti e/o buttati fuori dal nido. Nella tua situazione come a suo modo è stato per la mia, tutto pensiamo fuorché di poter diventare bianchi, e di riuscir a coprirci di belle piume. La pensiamo così (lasciatelo dire) solo per il pessimistico giudizio che ci diamo anzitempo! E che cavolo! E’ come dire che è brutto un libro che stiamo leggendo da poche pagine. Confermerai poco intelligente una affermazione del genere, eppure, è la stessa, che fanno (rendendosene conto o no) le personalità che non si amano. Ne so qualcosa. L’ho fatto anch’io! L’amore, Mattia, è comunione. Di sé è con sé, in primo luogo. Ogni pessimismo su di noi, origina una corrispondente disistima; è quella che ci mostra, pur dicendoti che è oro, dell’insoddifacente ottone! Lo può, (la disistima) perché diamo ascolto alle nostre paure, alle nostre presunte pochezze; lo può, perché la vita ci è matrigna, ebbe a dire il Leopardi anatroccolo. Il Leopardi del dopo, invece, solo il piacere dei gelati gli ricordava di essere stato figlio di cotanta madre. Poesia e grande pensiero, invece, mostrarono, in Cigno, l’avvenuta metamorfosi. Non dubitare mai della tua possibilità di mutamento, perché se è vero che la favola che ti ricordo è stata scritta da un uomo, è anche vero che, a quell’uomo, gliel’ha dettata la vita. Si, è anche Madre. Quale la differenza fra Matrigna e Madre? La differenza sta nella parte che decidi di abbracciare!

 

Caro il mio fichissimo

Negarmi ai tuoi  inviti è come negarmi a un bellissimo figo. Come quel bellissimo figo non riuscirà mai a capire il mio rifiuto (ma come si permette sta’ vecia marantega in decomposizione!) così, non ci riusciresti tu, se la tua fichezza fosse estetica. Ci riuscirai, invece, perché è intelligenza. Non ti sarà sfuggito il fatto, che io sono uno strano coso (a livello identitario) è molto probabilmente, uno strano caso a livello psichiatrico. Fatto sta, che su queste pagine, scrivo quello che sento, non quello che so. Se dovessi scrivere quello che so, in Blogs.it avrei cazzate più che post! Per scrivere quello che sento, però, devo assolutamente restare quello che sono. Mi dirai: ma questo, che centra con il mio invito! Nessuno ti vuole cambiare! Centra, centra! Centra, come deviazione dalla strada che percorro: la mia come perdamasco. Centra per il ruolo che svolgo: tabella indicatrice di questo pensiero. Centra per quello che sono, perché, in un qualunque modo, sia pure anche minimo, un altro incarico può disturbare il mio equilibrio, inserendo un senso d’importanza che devo combattere come un nemico. Mi è chiaro che non è nelle tue intenzioni, il darmi quel senso, tuttavia, volere o volare, rischio di subire la tentazione di addossarmelo, al che: vade retro mi è l’usuale forma di scongiuro. Ricordi, il mio sminuire i complimenti che ricevo? Ecco, il motivo era quello, non, il perseguire una qualche forma di modestia.

Carissimo Vitaliano, così mi fai diventare rosso… Tu sei come quegli angolini tipici che si scovano in qualche mare della Grecia, o in mezzo alle montagne, e poi quando tutti ci vanno, per vedere gli angolini tipici, non sono più tipici. Tu stai difendendo il tuo diritto ad essere “tipico”, “fuori dal gregge”, “eccentrico” – tutte cose preziose, e utili. Hai un tuo cammino da seguire, un tuo percorso: io ci provo, ogni volta, a tirarti dentro, ma so già che non succederà… lo faccio per dirti: guarda che l’unico motivo per cui non ci sei, è perché sei tu, che non lo vuoi, quindi, non ti preoccupare, ti apprezzo – tanto, forse di più – sempre! Besos e a presto pablito

“… lo faccio per dirti: guarda che l’unico motivo per cui non ci sei, è perché sei tu, che non lo vuoi…”

Caro Pabloz: avevo capito che sentivi di dover lasciare a me la responsabilità di escludermi. E’ chiaro che escludersi non è mai un piacere, ma non è che lo voglio, o meglio, lo voglio perché lo devo. Non tanto per i motivi che dici (ci sarebbe dell’antipatico preziosismo, in questo) ma perché, se metto radici in altra terra, c’è il rischio che possa cambiare la natura del mio albero. E’ è un rischio che non posso permettermi di correre.

Giugno 2007

Caro il mio

Caro il mio: se per te è vero che concordare con un opinione si diventa avvocati della persona con cui si concorda vorrà dire che quando concorderò con te non te lo farò sapere, giusto per non dare ad altri l’impressione di farti da avvocato. E’ questo che vuoi? Se è questo che vuoi, perché mai mi hai accusato di defilarmi dal tuo blog? Allora, deciditi, o intervengo da te, avvocato di chicchessia, oppure, non mi resta che defilarmi. Dopo di questo, vediamo di chiarire un punto che è molto importante se vogliamo parlare; che se invece vogliamo urlare, è anche vero che non conta un cazzo! Un discorso, è come una casa. Questa casa deve avere un tetto, ed è la tesi. Deve avere, inoltre, ciò che prova quella tesi; e chiamiamole mura portanti. Nella generalità dei tuoi post, vedo tetti ma non mura. Semplificando, vedo tesi ma non probanti argomenti.

Dei tuoi tetti, si può ben dire che stanno come sospesi per aria, con per aria intendendo la mancanza di una obiettiva base. Vedo, inoltre, che tendi a sostituire la ragione probante con affermazioni che del probante hanno solo la forza delle tue personali convinzioni. Su queste, è chiaro che non vi è proprio nulla da dire! Ma le personali convinzioni, non accompagnate dalle mura che le reggono, più che a razionali discorsi sono degli atti di fede. Nessuno intende mettere in discussione i tuoi atti di fede: vuoi religiosa, vuoi politica. Permettimi di dirti, però, che non puoi aspettarti che altri seguano dei ragionamenti così basati. Vuoi perché possono avere altra fede, vuoi perché contrari ad ogni fede, o perché, magari non gliene frega niente di qualsiasi fede. Ciò che frega a tutti, invece, è concordare, almeno per quanto è possibile, con altri pensieri. Per giungere a questo non ci resta che il razionale discernere sulle cose. Non ti sfugga, caro Gigio, una lezione della vita della Natura. La vita della Natura non ha messo le palle né a Destra, né a Sinistra: le ha messe al Centro. Ed eccoti spiegato perché, pur essendo di Sinistra, sono un centro sinistra. Non so se ci va il trattino, ma se non me ne frega a me, a maggior ragione, penso, non te ne freghi a te. Ho detto che la Natura ha messo le palle al Centro, ovviamente, mica per fare mercato per quella posizione politica, ma solamente, per dirti, che la vita, a mio avviso, concepisce sé stessa in quel luogo; luogo, che indubbiamente può essere interpretato come il ricongiungimento fattuale del prodotto dei lombi: simboli di floridezza per quanto concerne il naturale protrarsi della vitalità, e non di meno, della vita.

Non vedo in M. nessun ghigno. Vedo, piuttosto, che sei tu, ad aver bisogno che lo si interpreti come ghignante. In M, invece, (come vedo in chi la pensa come lui) una risposta ad un lacerante dilemma: e preferibile non far nascere, o far nascere quello che è destinato a non vivere? M, che non crede in una vita ulteriore, logicamente, dal suo punto di vista dice: è meglio non far nascere. Ma, lo dice, perché è contrario all’inutile dolore, non perché è un cinico! Tu, invece, che credi in una vita ulteriore, dici: la vita deve fare il suo corso; ed io la penso esattamente come te, ma, mi dico anche, per quale diritto dovrei sovrapporre la mia verità a quella di altri? Quindi, ad ognuno la sua via, ad ognuno la sua verità, ad ognuno la sua vita. Ed è per tale regola che posso fare da avvocato a M. quando concordo con lui, come lo posso fare a te quando concordo con i tuoi pensieri. Ci vedi contraddizione? A mio avviso, no. A mio avviso, mi vedrei contraddittorio, (ma con la vita, non con voi due) se per quanto so e posso non cercassi il peso netto in ogni peso lordo. La ricerca del peso netto, mi ha portato a queste conclusioni: il prodotto di un concepimento ha gli stesso diritti di ogni altro prodotto di qualsiasi forma di concepimento, ma, c’è un ma. Il ma che ho trovato consiste in questo: il concepito ha coscienza del suo corpo e del suo spirito, ma non ha ancora coscienza della sua mente. Il che significa, che è un essere vivente, ma non è ancora un essere umano dal momento che è la nostra proprietà della mente, ciò che distingue un concepito da noi, da un qualsiasi concepito dal regno animale. E per via dell’innocenza, poi, ci possiamo dire innocenti solamente in presenza del senso di ciò che non lo è! Ti pare che un concepito abbia il possesso di questo senso? A mio avviso, no. Questo non vuol dire che non è innocente. Vuol dire, però, che non è consapevole della sua innocenza, ed in questo e per questo, non può ancora dirsi Persona! Al più, siamo noi, che possiamo considerarlo Persona, ma questa considerazione, è una gratuità del Diritto alla vita, che comunque non muta le cose: quell’identità, è speranza della vita e del nostro vivere, non Uomo, o Donna: al più, è Natura maschile, o Natura femminile. Infine, i tuoi rispettabilissimi punti di vista non saranno mai sufficientemente chiari se non ti decidi a renderli sufficientemente chiari, in quanto atti di un percorso intellettivo, non di un persorso sbrigativamente fideistico, generalmente motivato dalla formula: io credo, dunque, so! Questo ragionamento, è proprio dei fanatici, mio caro! Consapevoli di esserlo, o non consapevoli di esserelo che sia. E se non lo possiamo dire (quel fanatismo) aderente alle cose di Dio, figurati se può essere aderente, all’immagine a Sua somiglianza! Nel solo pensarlo possibile, c’è di che far crepare dalle risate, non solo i polli. Fine della requisitoria! Vado a farmi una birra! Ciao, Vitaliano.

Luglio 2007

 

 

Caro Don Farinella

Caro Don Farinella: innanzi tutto non mi metta dove crede lei. Dove credo io ci sto più che bene! Non per ultimo chiarimento: il Cristo originale era indubbiamente ebreo e con la pelle probabilmente bronzea, ma il Cristo che dal Saulo in poi è stato reso cattolico, no. Quello l’avete fatto diventare romano e bianco! Da certe immaginette, poi, lo si direbbe persino svedese! Ora, chi offende questa donna, a quale identità religiosa suppone di appartenere? A quella originale che neanche si può dire cristiana perché al Cristo non è mai passato per la testa nessuna balzana idea, a parte quella (a vostro dire) di lasciarsi crocifiggere per i nostri peccati? Ma neanche per idea! Pensa, invece, al Cristo dalla pelle bianca che ci avete inculcato da secoli! Capisci, adesso perché non provano alcun senso di colpa nei confronti di Cristo se agiscono non cristianamente? Se ancora non lo capisci te lo dico io: non provano alcun senso di colpa nei confronti di Cristo originale perché seguono il cristianesimo della copia.

Caro Doberman

Se (come dici) la coabitazione forzata data dalla carcerazione riesce a tirar fuori il meglio degli inquilini, perché non salta fuori in più libera coabitazione? Perché è sociale? Perché estranei a quel sociale? Perché culturalmente estranei al sociale? Perché lo siamo normativamente? Perché lo siamo sessualmente? Perché, consapevolmente o meno, si autocarcera chi ha un multiforme bisogno di ambiti esistenziali esclusivamente maschili? Perché?

 

Caro amico ti scrivo

Ci siamo incontrati dopo leggeri disguidi, ma ci siamo trovati. Mi dirai la tua prima impressione di me. Intanto ti dico la mia. Dico “chiocciola” le personalità simili a te. Lo dico, perché mi sei passato davanti (e superato) lentamente, e con un occhiata fra il mesto ed il pacato. Non l’hai fatto perché non avevi fretta di raggiungermi, (come poteva sembrare) quanto perché tendi (nel tuo presente momento storico) a raggiungere le mete senza fretta: tendenza che poi mi hai confermato. Certamente, c’era anche il chiocciolo timore che sentiamo verso ogni genere di incognita. T’ho detto che la giovinezza è come uno champagne: frizzante. T’ho anche detto, che se quel vino non è incanalato in una funzione di vita, (nella sua bottiglia) prima o poi finisce scipito come aperti spumanti; ed è per questo che pur preferendo il giovane, non lo preferisco champagne se non per il solo piacere di saperlo francese. Almeno in etichetta. Deliri che ora riservo alla vista. E’ ben vero che una volta lo preferivo, ma, una volta non capivo i vini: li bevevo. Sei un vino da pasto, tu. Da quando capisco i vini, quelli da pasto (e non da super mercato che non sei) mi sono di più adatta funzione. Preferisci i vini invecchiati, tu. Meglio ancora con la polvere del tempo sulla bottiglia; ed io che la tolgo, almeno per apparire di più recente vendemmia, ancora una volta non ne faccio una giusta! Se poi, pensi che come cameriere (ex da decenni, in vero) mai avrei fatto un sacrilegio simile, dimmi un po’ tu che cavolo sono invecchiato a fare! Non vi è dubbio: il momento che stai attraversando (con lo scopo impegnativo che ha) occupa gran parte della tua mente e del tuo tempo. Non per questo mi sento secondo. Tanto meno ruota di scorta. Fai quello che devi. Al proposito, non ho frenesie, e non certo per indifferenza verso di te. Non c’è l’ho, perché un detto ricavato da un romanzo di fantascienza letto per puro caso (esiste, il caso?) m’ha acquietato ogni tensione emotiva in eccesso. “Chi ama sa attendere”. Sarei ben scemo se ti dicessi che ti amo già. Mica perché non potresti esserne degno, ovviamente. Scemo sarei, proprio per il mero dimostrar di non capire un cazzo: giusto per sintetizzare! Intendi “attendere”, allora, nel senso di aver cura. Indipendentemente da noi, e/o da ciò che ci riserveremo di decidere, fondamentalmente, questo faccio. Da sempre.

Quindi,

cornupia

Carissima: balla anche con me.

Riservo l’uso del linguaggio aperto, quando mi ritrovo a relazionare di persona, o quando ho una buona confidenza (personale e culturale) con il dato interlocutore. Ulteriormente lo uso, quando parlo di me. Parlare di sé stessi su queste pagine, (come fra amici, ecc,) vuol dire lasciar sempre aperta la porta di casa. Può entrarci l’amico/a, (ossia, la gratificante opinione) ma può anche entrarci il ladro: con ciò intendendo, l’opinione impoverente_distruttiva. Chi non ne mette in conto la possibilità, la paga. Chiudere un blog perché abbiamo ricevuto un’opinione negativa è rifiutarsi di pagare una lezione, e questo, a mio avviso, dice la fragilità (o un momento di fragilità) di chi chiude un blog. Non riconoscere la lezione è una difesa? E’ un errore? Ad ognuno il suo pensiero.

Dicembre 2007

Cari uomini e caro te

La Donna, cari uomini, è la “costola” che accoglie la vostra vitalità e ne fa una ragione di vita ma, mentre la vostra vitalità le giunge per la ragione de qualche scorlon, (quando non, per qualche illusion e poi, generalmente, finire lì) la ragione della donna porta avanti la vostra vita, per mesi prima, e per la vita dopo. Nell’ovvia differenza, non può non risultare che la Donna è un animale più complesso dell’animale uomo. Come, complessivamente, amare la donna, oltre ai sempre più calanti quattro scossoni nella vostre parti basse? In un suo post, R. ha elencato una serie di modi. Non avendo al sua cultura sarò più sintetico: la Donna va amata come amate voi stessi! Non vi amate abbastanza, tanto da saper amare abbastanza? Allora andate a Figa! Male non fa! Sono certo che vi state dicendo: ma come si permette sto’ Finocchio di mettere lingua in argomenti che non lo riguardano?! Cari uomini, quando la smetterete di sindacare sul dove l’Omosessualità mette il suo sedere, io la smetterò di sindacare sul dove (ma, soprattutto sul come) voi mettete il vostro potere!

Settembre 2006

Cari amici vicini e lontani

 salutava Nunzio Filogamo


Sono le 22. Ho appena finito di cerar pavimenti. Ho fatto un breve giro nella notte: da cerare anche quella. Ora, a casa, un piccolo mangiar di qualcosa ed eccomi da voi come trota finita non si sa come in un suo mar dei Sargassi! E che cazzo! Qualcosa di più mi par di sapervi dire, invece, mi sento eguale a dei pezzi d’orologio sparsi sul banco dell’orologiaio. Ci sono rondelle ma non vedo dadi. Ci sono due o tre corone: sono sdentate. C’è una molla senza ciò che la contiene, senza ciò che deve spingere o allentare. Insomma, se almeno puzzassero potrei direi che è un periodo di merda! Neanche quello! Con altra immagine mi direi giunto ad una stazione, dove sto in attesa di una coincidenza. Non so quando arriverà o da dove arriverà. Neanche so dove andrà. Un blogger mi dice: ben tornato! Grazie, ma non sono tanto sicuro di sentirmi effettivamente tornato. Insomma, sto come quelli che in sospeso stanno! Dantesca immagine mi par di ricordare. Grandiosa se non sapessi sospesi anche i salami. Mah!

ps. So bene che nel Mar dei Sargassi ci finiscono le anguille e non le trote, ma vi pare che a me possano capitare delle faccende normali?

Marzo 2008

Cardini e Cardinali

Con un condomino non particolarmente brillante oggi ho parlato della minaccia a don Bagnasco. Diceva, il condomino: pensa, Vitaliano, stì schifosi, i ga mandà na’ pallottola al cardinale! Mentre parlava, vedevo uscire la C di cardinale, sempre più grande da quella bocca. La grandezza della C diceva il genere di sudditanza al titolo di Cardinale di quell’uomo. Non da oggi, più è grande un titolo, più orgogliosi i servi! A dirla fra di noi, mi era venuta la tentazione di domandargli se sapeva cosa significava Cardinale, ma non ho osato: far fare la figura del fesso a chi ti paga lo stipendio: quasi mai è buona politica.

Cardinale deriva da cardine: base, sostegno, fondamento, per lo più di una concezione o di un organismo di notevole importanza. [ Devoto – Oli ]

Nelle porte, vi è un cardine in alto ed uno in basso. Simbolicamente parlando, di un Cardinale, quindi, lo si può dire, fondamento di due ragioni: quelle del cielo e quelle della terra. Quale la Ragione fra Cielo e Terra? I cardini sostengono l’uscio. Sempre simbolicamente parlando, possiamo dire che sostengono la porta (chiamiamola verità) che apre o chiude il passaggio fra i due Regni. Una porta si può aprire per spinta, o usando la maniglia. Possiamo dire, pertanto, che anche la porta della Verità si può aprire allo stesso modo: per spinta, o per impugnatura. Vedo l’apertura per spinta, come una forzatura della porta, (e, quindi, della Verità) sia che la si spinga posando la mano in alto, (cioè, a favore del Cielo) come posandola in basso, cioè, a favore della Terra. Lo vedo, perché spingendola in alto si forza il cardine in basso. Lo vedo, perché spingendola in basso, si forza il cardine in alto. Allora, dove è più giusto posare la mano sulla porta fra i due Regni? Direi, dove, in genere, i Cardinali non manomettono i cardini.

Maggio 2007

Cardinali sotto scorta

Sul portone del Duomo di Genova, hanno scritto: Bagnasco, vergogna. Intesa come una minaccia, il presidente della Cei è stato messo sotto scorta. A mio vedere, non c’è alcuna minaccia in quella scritta. Al più, un memento: ad ogni azione, corrisponde una reazione eguale e contraria. Temperi le parole che dice, il don Bagnasco, e vedrà temperate le “pallotole” che riceve. Non per ultimo, la chiesa che si fa carabiniere di quanto insegna sortisce il solo effetto di aumentare la fuga dei così galerati. A proposito di scorte! Ricordo ai dediti alle santificazioni che al Vescovo Romero, il precedente papa non ha dato alcun genere di scorta! Quelle date post mortem non sono difese: quando non opportunismo, sono sensi di colpa.

Aprile 2008

Cara Platinette

Una vita non vissuta in tutte le sue parti, è come uno stomaco con delle anse da riempire, o con quello che vivrà, o con quello che gli sostituisce quello che non sa, o non può, o non vuole vivere. Vedo che sei giunto al punto da ammalarti perché hai delegato al frigo il compito di psicologico angelo consolatore. Nelle stesse condizioni, (sia pure non così pesanti) un mio amico percorreva le ore della notte (affacciato alla finestra che dava sulla strada) in compagnia di vasetti di cipolline. Cercare in frigo di che riempire quelle ansie non è una buona idea: lo stai constatando. Stai anche constatando (ma forse non ancora del tutto) che non è una buona idea neanche quella di riempirle con protesi di due prevalenti generi: quelli che reggono quello che intellettualmente sei, e quelli che reggono quello che di te sopporti e vivi sia nella parte di burattinaio a tuo favore, che in quella di burattino: sempre a tuo favore. Quando ti renderai conto che nel tuo teatro la parte del capo comico non comprende quella del burattino, aprirai il frigo solo a ragion sentita.

Mia cara: la parola è l’emozione della vita

che dice sé stessa.


Dalle parole, quindi, si ricava l’identità emozionale di un dato momento di vita: quello che racconti. Domanda: come senti quel momento? “Molto vivo, però, dibattuto fra tante parole.”

Domanda: piluccando fra tanti piatti (fra tante emozioni) comunque puoi dire d’aver fatto un pasto completo? Se no, scegli una parola e cibati di quella.

Giugno 2006

Capodanno 1985

All’epoca avevo un furgoncino senza riscaldamento (giusto per non far mancare nulla al caso) ma lo stesso avevo deciso di festeggiare la notte andando in stazione a leggere un libro. C’era freddo, neve per terra, e nessuno a parte me (e l’Amato che è stato) sotto un albero davanti la chiesa della stazione. Era il suo compleanno: e se io non avevo voglia di festeggiare con amici e varie canonicità, lui altrettanto. Per cause di forza maggiore mi mancò nle febbraio del 91. Mancandomi l’Amato mi mancò tutto, ma l’assenza del tutto che si ama (faccio ancora fatica a dire morte) non è assenza di vita. Per quanto ferita, la vita ti obbliga a guarire, ameno che, non  ci diventi vivere la conservazione del dolore che c’è, come sostituto della conservazione dell’amore che non c’è. Non mi è mancata neanche questa fase, ma prima o poi si attenua se, così, è alla vita e non al dolore che rivolgiamo lo sguardo e gli intenti. Alla guarigione ha certamente contribuito il bisogno di raccontare una storia che ho chiamato “per Damasco” per similitudine di incontro (indipendentemente dall’identità che si è dichiarata, che comunque è inverificabile) con uno spirito della vita: quello dell’Amato nel mio caso; l’incontro fu medianico. Proseguendo la mia strada e l’amorosa corrispondenza, però, ho sentito che il mio fato (l’Amato) non aveva per niente cambiato il suo intendere la vita; a questo ci sono giunto con gli anni, e anche con i litigi (la sua forza sulla mia e il mio rifiuto di accettarla) che non sono mancati. Il mio procedere il percorso in compagnia dello spiritello ancora birbantello ma non più accettato come tale, m’ha portato a desiderare uno spirito più certo. L’ho trovato in quello della vita. E’ accaduto, come accade quando, delusi da un amore, se ne cerca un altro, o non avendo un padre se ne cerca uno. L’incontro è stato culturale, ovviamente. Quindi, niente tuoni, niente lampi, niente magie e alberelli che prendono fuoco; è stato tutto un discorso (e qualche volta un pianto) fra la mia vita e la Vita. L’incontro è stato anche spirituale, ma per quanto è possibile al mio spirito: ora tot, ora meno tot, ora più tot, ora niente tot. Adesso, sento il birbantello molto meno di prima e solo in certi casi. Avrà iniziato anche lui la sua strada, e visto che di litigi è da parecchio che non ne facciamo, suppongo che la stia percorrendo con la pace che in vita non aveva mai avuto se non da preso dal suo “vero” amore: l’eroina.

Capire secondo zappa

E’ necessario, non solo capire (ci mancherebbe!) ma qualche volta accettare anche quello che non si capisce. Non solo, perché accettazione della vita, (o della Vita secondo credenza) ma anche perché vi sono casi in cui non si capisce, perché troppo presto per capire. Mi è capitato di capire dei miei scritti molti anni dopo. Perché non subito? Direi, perché quelle intuizioni avevano bisogno di ulteriori accadimenti per diventare ragioni.  Per altra immagine, il capire è un piantare la zappa nell’orto. Se la pianti con misura sollevi il terreno. Se la pianti in eccesso blocchi la zappa! Cosa ti dice che hai piantato la zappa in eccesso? Se oltre misura, te lo dice il continuo rovello sul caso zappato.

Febbraio 2007