Cortese Signore

Cortese Signore: suppongo che abbia letto le mie note. Dubito però, che abbia visto le foto allegate. Di quelle, tutto si può dire fuorché immagini di carne “magra, tenera, succulenta che non è mai stopposa alla masticazione”. Non me ne voglia ma la sua affermazione m’ha portato alla mente il soldato Alberto Sordi che nel film la Grande guerra commenta il rancio schifoso dicendolo ottimo ed abbondante al generale imbecille. Come appartenente al sistema che la dirige, lei, tutto può essere fuorché non fiancheggiatore. Non le avevo chiesto di farmelo capire: tanto meno di farmi ridere. Io non sono particolarmente schifiltoso. Ho mangiato in ambiti di lusso ed in osterie. In collegi ed in orfanotrofi, a militare, e a casa, cresciuto più che altro a spaghetti al pomodoro e/o a panà (versione padovana della pearà) con mortadella come secondo: non sempre la mortadella. Dati i precedenti, per necessità o meno adattato a molto, c’è ne vuole perché giunga a lamentarmi di quanto mi è stato servito! Non ricordo quando ho iniziato a fruire del servizio pasti. Ricordo però, di un pomodoro eccellente, e di un ragù più che notevole. Ultimamente, invece, il pomodoro è generalmente meno che mediocre, ed il ragù fatto con carne cotta, è indigeribile! La pasta, poi, è generalmente stracotta. Oggi, invece, il pomodoro è buonissimo e la cottura della pasta, passabile. Mi si dirà, che la pasta mi giunge stracotta perché continua a cuocere anche una volta messa nei contenitori. Vero, ma allora, perché non è sempre così visto che nei contenitori c’è la mettono sempre? Può essere caso? Può essere! Può essere diversa la mano che prepara? Può essere, come può essere diversa la capacità professionale, come può essere diverso l’interesse verso il lavoro. Per anni, tutti i mercoledì sera ho preparato la pasta per gli abbandonati assistiti dall’Associazione Amici di Bernardo. I volontari ebbero a dirmi che fra i presenti, non pochi venivano solo il mercoledì. Cuocevo la pasta per non più di tre minuti. Nel pomodoro, un po’ di aglio, rosmarino, olio (ovviamente ma non vaga traccia) e piacere di farlo in quantità. Mi rifiuto di pensare che sia proprio quest’ultima salsa quella che manca alla cottura dei cibi! Mi dice, Dottore, che la carne non è mai stopposa alla masticazione. E’ vero. Una carne stracotta, infatti, non lo può essere. Succulenta, Lei dice. I casi sono due: o mangiamo diversa carne, o Lei non ha mai mangiato la carne che mi portano: dura e morbida come suola di poliuretano. E’ vero: la dietologa mi aveva parlato di problemi sulla gelatina, ma, mica mi ero lamentato di quel particolare! E’ vero, avevo ordinato cavoletti. L’ordine, però, non è che l’utente lo fa tutte le settimane e a me c’è voluto del tempo per capire che l’indurimento al ventre che provavo dopo mangiato era proprio dovuto ai cavoletti, (i cavoli no, stranamente) come all’insalata, appunto perché ambedue molto fibrosi. Appena capito l’ho detto ai consegnatari. Il più delle volte inutilmente. E’ vero, con la frutta ho reputato di inutile spreco la consegna del pane, e dei dessert. A differenza del contorno in oggetto, questa richiesta è stata generalmente ascoltata. Con gaudio di altri utenti o quanto meno dell’Istituto, spero. Da quanto sopra esposto tragga le sue conclusioni, Dottor V. Non mi aspetto di saperle. Non è necessario. Per me, il discorso finisce qui, ma se mai dovrò avere la necessità di riaprirlo, Lei sarà il primo a saperlo.

Signor Direttore

Busso, signor Direttore, ad ogni porta che la vita mi pone davanti. Quando l’oltrepasso, però, non sempre mi trovo nella stanza che cercavo. Alla Biblioteca Civica, oggi, ad esempio, nelle edizioni dell’Arena di qualche giorno fa cercavo altro, invece, mi sono ritrovato in questa: Matrimoni gay: la condanna delle sacre scritture. Presa in affitto dal signor Gianni Toffali, la stanza (coabitata da Santi e Padri della Chiesa) è ammobiliata con attestati, (Bibbia, Antico e Nuovo testamento) che, a mio vedere, di verificato hanno solamente l’età, e di sacro, nulla di credibile se non per fede: conoscenza della sola speranza. Non che a me manchi la fede. Mi manca, piuttosto, l’assoluta incapacità di volerla cieca, e meno che meno muta sulle schifezze che gli epistolatori cattolici che nei secoli si sono succeduti, non hanno mai denunciato come trave, preferendo, invece, stracciarsi le vesti per casi da pagliuzza, tipo la questione gay. Non me ne voglia il pensiero gay ma non amo “gay”. La pronuncio sempre con una ripulsa da senso d’ingiustizia per pochezza. Se proprio proprio devo sentirmi definito secondo natura da qualche etero_imbecille, a Gay preferisco Finocchio. Non vedo, infatti, perché, con gay, devo far dimenticare gli omicidi dell’umanità, a quella parte della società (politica e religiosa) che si purificava le nari gettando nei falò i semi dell’ortaggio mentre, in nome di Dio e della norma compiva i suoi delitti con croce, ferro e fuoco. A fronte di queste vergogne di impossibile assoluzione storica, (diversamente dal Toffali, per la divina non sono interessato a preveder pene) che mai ti va a rilevare il suddetto signore? Il suddetto signore ti va a rilevare uno scandalo che, diversamente da quello scoppiati nella chiesa, pro causa sua, non ha mai martirizzato nessuno, cioè, una riconosciuta alleanza fra personalità naturalmente simili. Proprio non capisco tutta questa preoccupazione per il Finocchio cattivo che vuole diventare buono a dir del Toffali. Il tono e l’insistenza dell’astio vaticano e delle sue penne, pardon, tastiere, fa proprio pensare che non sia possibile permettergli il diritto di sentirsi società, non tanto perché in ciò si potrebbe legalizzare un temuto (o invidiato?) stile di vita Sodoma&Gomorra, ma perché se lo togliamo dalla lista dei cattivi, chi e/o quale altro capro usare per impedire alla “ggente” di rendersi conto che a sottometterla, esistenzialmente quando non analmente, non sono i Finocchi come urlano gli untori a voce troppo grossa per essere vera, bensì, il Principato, (a livello sociale) e la Religione, (a livello spirituale anche se sarebbe meglio dirlo spiritico) ed il Mercato a livello economico. Al Mercato, però, sta certamente bene ogni culo, per quanto non sia da quello dei Finocchi, che proviene la puzza del denaro sporco. Devo il riconoscimento di Principato e Religione al mai dimenticato padre Aldo Bergamaschi: ex Ordinario della veronese Scienza dell’Educazione di qualche anno fa. A confronto con i burattinai testé citati, quale importanza possono avere i Finocchi. se non quella di un qualsiasi cittadino dal quale si differenzia, più che altro per un alterno ma stracopiato uso del sedere? Il Mercato se ne frega degli usi impropri del sedere purché gli dia un reddito e la minor spesa. Tutto considerato, se ne frega anche il Principato, o quanto meno, il problema non gli è prioritario. Non se ne frega affatto la Religione, invece. Il sedere è mio è lo gestisco io, gli ricorda troppo la rivendicazione del femminismo; gli ricorda troppo quanto abbia cambiato il pensiero personale e quindi sociale. Uomo o donna che sia, etero o omo che sia, chi prende coscienza della totalità di sé, potrebbe non essere più disposto a dar ad altri la vita in cambio di trenta palanche di patentata verità. Di fronte a questa temuta neo riforma del potere religioso sull’animo umano (cattolico o no che sia) la risposta della controriforma e’ poco ascoltata. Ecco così, che si riaprono crociate, si usano crociati che si fanno usare, si grida “Dio lo vuole”, si citano Bibbie, Vangeli, Santi, Padri. Da tanto sbandierar denunce, solo i crociati che non si fanno sottomettere sanno che un bene agito come potere ha, del male analoga faccia! Banale sino a che si vuole ma sempre omicida.

Ho accolto con tenerezza

Ho accolto con tenerezza la tua manifestazione di simpatia ed il tuo affettivo abbandono nei miei confronti ma le occhialute occhiate destra – sinistra che ci dava Alberto (sembrava un ” carabbbiniere ” in servizio non stop quanto un granchio che ha occhiato un riccio) mi ha costretto ad una ritrosia che, oltre che forzosa, non mi è consona: tanto più, quando non giustificata. Siccome i galletti sono sempre sul chi vive anche quando non è l’evidente caso, per chiarire la situazione gli ho telefonato. Nel nostro colloquio (nella prima parte, personalmente imbarazzante perché da parte sua tendente al gnorresco) gli ho detto che la tua simpatia non segnava una voglia d’uomo ma di padre. Tanto per confermare che ogni tanto non dico sciocchezze m’ha detto che a te era mancato presto o, non ricordo, “che non l’avevi mai avuto”. In occasione degli assedi cui lo sottopongo per disperazione da mia computeristica ignoranza, gli ho chiesto se ne avevate parlato. Nel confermarlo, ha precisato che, per il motivo detto, anche tu escludevi la mia ipotesi. Alberto ha creduto che la voglia di padre che rilevavo in te fosse rivolta nei suoi confronti e non nei miei come gli avevo detto (lapsus freudiano?) e, siccome puoi averlo pensato anche tu, così, ho deciso di scriverti. Mia cara, se è ben vero che con la tua affermazione hai inteso smentire la mia ipotesi, è anche vero che lo fa solo per un terzo. Infatti, sia pure naturale, un principio paterno l’hai ben avuto. Ciò che ti manca, allora, sono gli altri due terzi di padre: ossia, la parte padre fonte di cultura e quella che è fonte di forza, cioè, di Spirito. In genere, a provvedere all’assenza di questi due terzi vi sono figure putative. Possono essere una persona, delle informazioni culturali, (le cogliamo via via si cresce e ci aiutano o al caso impediscono a farlo) quanto, anche delle emozioni, che sono non meno importanti delle informazioni culturali. Pensa che anche degli odori quanto dei sapori o dei colori ci possono essere padri di informazioni cultuali e spirituali: lo sono, in particolare, per il nostro periodo infantile. Se la mia teoria ti persuade (talaltro, non scopre nulla di nuovo) non puoi non trarre la conclusione che di padri ne hai avuto di che stufarti, ma, forse, sia pure in abbondanza di padri culturali e spirituali, il tuo sentimento per la vita si sente ancora orfano dell’emozione visiva, vocale e tattile concessa dalla realtà umana del padre. Se fosse, è chiaro il tentativo che fai, (in identiche situazione lo facciamo tutti), di curare il dolore di quella mancanza attraverso figure che ti suscitano delle emozioni, (quanto consce o quanto inconsce è tutto da verificare), che desidereresti avere dal padre ideale che ognuno configura per se. Le emozioni sono il verbo del nostro Spirito. Lo Spirito si esprime con tre parole: depressione, esaltazione, pace. La pace è il verbo dello Spirito del Principio. Lo è perché pace è assenza di ogni dissidio e, dove non vi è nessun dissidio non può non esservi che verità. La dove vi è la Verità, non può non esservi che il silenzio. Per questo, la pace è l’unica parola dello Spirito del Principio e, per questo, è il suo Verbo ed il silenzio il Suo luogo. Ma scendiamo a piani meno spiritualmente rarefatti! Siccome la nostra vita è stato di infiniti stati delle parole ” depressione “, ” esaltazione ” e ” pace “, ne consegue che anche il verbo del nostro Spirito è stato di infiniti stati. Se in me hai colto emozioni di pace, anche al punto da consentire alla tua forza, (al tuo spirito), di adagiarti sul mio e, se la pace (silenzio per raggiunta verità data la cessazione dei dissidi), è ciò che tu desidereresti dalla figura del padre che ti manca, ergo, tu in me, hai sentito la figura di padre. Dico sentito e non ri – conosciuto, perché la Natura di una vita, ( il suo corpo), sa sempre ciò che non sempre sa la sua Cultura: la mente. Ciò è possibile perché non sempre la Cultura sente ciò che sa, mentre la Natura, che sente sempre, dunque, sempre sa anche se non sa ri – conoscere ciò che sente. Se, diversamente dalla Cultura, la Natura non sempre sa definire ciò che sente, tuttavia, ciò non toglie che gli manchi la sua parola, appunto, l’emozione data dalla forza della sua vita. Per ri – conoscere il padre che ti manca, allora segui le tue emozioni. Indipendentemente dalla figura e/o dal concetto e/o dal fatto che te le procurano, se te ne viene del bene naturale, del vero culturale e della giustizia spirituale, vuol dire che l’hai trovato. Siccome anche la figura di padre è uno stato che ha infiniti stati di vita, allora, ogni qual volta hai sentito uno stato di bene, di vero e di giusto, in mancanza del tutto che è il padre, comunque, hai trovato uno stato di padre. Come vedi, ragionando in questi termini nessuno può dirsi orfano che, in mancanza di figure, ad essergli padre e madre è la stessa vita. Lasciatelo garantire da me che una certa esperienza c’è l’ho. Non per niente ho avuto due madri e tre padri. Se da tanta abbondanza parentale comunque non me ne rimasto il senso di ” orfanità “, (d’abbandono), è appunto, perché mi sono sentimentalmente adagiato nella vita, così come tu ha sentito di poterlo naturalmente fare contro il mio fianco. D’altra parte, non potevi agire diversamente. Non per niente, come semplificazione del mio nome, mi chiamano Vita. Ora che ci ripenso: é molto bella l’idea di essere ” fianchi ” (sostenitori quanto difensori) della vita altrui.

VERSO LA VITA E ALTRE STORIE

Squilibri e/o squilibrati

Squilibri e/o squilibrati di vario genere a parte, non credo che l’avversione verso una data umanità sia prevalente nell’italiano. Non prevalente ma indubbiamente presente, invece, l’avversione verso alterne forme culturali e/o di vita, indubbiamente motivata dalla nostra ignoranza sugli usi e costumi di popoli da noi emigrati. Motivata anche, però, dall’ignoranza in cui ci lasciano gli emigranti fra di noi. Ulteriormente motivata, la nostra ignoranza, anche da un isolamento, che se da un lato è necessario all’emigrante per preservare la sua identità di origine, dall’altro lo rinchiude in un errore perché contribuisce a mantenere la separazione fra umanità, e quindi, il proseguo della reciproca avversione che chiamiamo razzismo, che chiamiamo xenofobia; razzismo e xenofobia, che se infettano la mente italiana, non di meno (amara constatazione) infettano la mente straniera, rendendo l’infezione sempre più reciproca. Tanto quanto l’emigrante sa rendersi in comune con il paese e la cultura che l’ospita, e tanto quanto contribuirà alla cessazione del razzismo e della xenofobia, non solo nella mente italiana, (come sostengo) ma anche nella sua, che vedendosi rifiutata, a sua difesa reagisce con razzismo e xenofobia. L’emigrazione non può essere composta solamente da un trasferimento di una volontà di lavoro e di guadagno da un paese ad un altro, ma anche dall’interiore trasferimento di una volontà di vita da rendere comune cultura, comune paese. Se noi, Paesi ospitanti, abbiamo il dovere di pulire la nostra mente da multi motivate avversioni verso le culture altre, non di meno l’emigrante deve farsi carico del dovere di aiutarci (e non per ultimo, di aiutarsi) a pulire la nostra mente da quegli ostracismi. E’ un dovere, questo, che non può essere solamente delegato ai Centri ausiliari l’emigrazione e/o al Volontario; è un dovere che l’emigrante deve affrontare, anche semplicemente adeguando i suoi quotidiani bisogni e il suo quotidiano vissuto, ai quotidiani bisogni e ai quotidiani vissuti in cui si trova a convivere, e/o a lavorare. Lo deve fare per il suo presente, e non di meno per il futuro dei suoi figli; ed è al futuro dei figli degli emigranti che in questo momento penso, e che più pesantemente mi preoccupa. Chi ausilia l’emigrante (Centro o Volontario che sia) è come un medico. Capita ai Centri di Volontariato e/o ai Volontari, di non poter far nulla per una data situazione, così come i medici si ritrovano a non poter far nulla verso una data malattia, o verso il dato malato. Come un medico in inguaribili realtà subisce dei grossi moti di una impotenza che rischia di essere vissuta come un personale fallimento, così, anche il Centro assistenziale, così, anche il Volontario. E’ tutto fuorché facile dire di no ad un bisognoso; e se un no può essere talmente pesante da porre in sofferenza l’esistere di un emigrante, non di meno pone in sofferenza, quel no, l’esistere del Centro e/o di un Volontario. Sappia e ricordi, l’Emigrante, che un Centro assistenziale e/o un Volontario non è uno stipendiato passacarte, e buona notte al secchio se non ci riesce! Sappia e ricordi, l’Emigrante, che, con le carte che necessariamente passiamo, c’è il nostro amore per la vita, e non di meno, per la sua.

Mortifero il silenzio?

Mortifero il silenzio? Ma neanche un po’! Se la parola è l’emozione della vita che dice sè stessa, (e, quindi, le sue azioni), il silenzio è l’emozione (e azione) della vita che sente la sua emozione. Sentiamo la nostra emozione (parola e verbo della forza della nostra vita: lo Spirito) tanto quanto sappiamo cassare il dissidio dalla nostra mente. Io non casso il dissidio dalla mia vita per mezzo della meditazione. Lo casso per mezzo del rifiuto di ogni meditazione, di ogni altro ascolto che non sia il quasi inavvertito fluire di una placida acqua. Avrai ben sentito i calmanti effetti di una vasca con l’acqua alla giusta temperatura. Ecco, il silenzio che intendo è vasca, e chi sta in silenzio, immerso nella vita e nella vitalità, a giusta temperatura. La temperatura del silenzio è giusta, quanto la mente ha gli stessi gradi del corpo. In tale bagno, ciò che pare morte è solo un acquietamento della vitalità. E’ certamente morte, quel bagno, per chi intende il vivere come una indefessa dimostrazione di sè. L’annullamento del dissidio che attua il silenzio, permette di raggiungere una conglobante condizione di totalità. In quella totalità, si perde il senso dell’azione fisica e culturale. Non si perde, però, il senso dell’essere. Caso mai, si rischia di perdere il senso dell’esserci. Nella ricerca dell’emozione attuata dal silenzio, il raggiungimento dell’essere è dose, ma overdose di ricerca il perdere il senso dell’esserci. Anche il perdere il senso dell’esserci può essere inteso come una morte. Da più di qualche anno sospetto che una delle cause della tossicodipendenza consista nella perdita del senso dell’esserci, provocata dalle droghe quando sono sedative: vedi l’eroina, o più blandamente, il fumo psicotropo. La perdita del senso dell’esserci (in questo caso non come morte ma come la totalizzante comunione di sé) è un Nirvana, che, se ha sedotto i mistici, figurati se non riesce ad avvinghiare i tossici. Nell’ipotesi ti sia sfuggito, parlo del Principio e di principi, cioè del massimo ideale sul piano spirituale e del massimo ideale sul piano culturale. Dopo di che “scendo dal fico”, cioè nel reale che non ignoro e non nego. Il principio dell’amore, pertanto, nell’ideale è la verità. Il principio del nostro amore e del nostro amare, invece, è nella nostra capacità di mettere in comune le nostre verità. Immaginati mentre hai l’incarico di scrivere su un certo tema. Immaginati, mentre delle personalità diverse fra loro, te lo dettano contemporaneamente. Ognuna di esse è un sè con propria caratterialità, conoscenze, motivazioni, ecc. ecc. In quella situazione è chiaro che la tua scrittura diventa di tutto fuorchè lineare! La capacità d’espressione che hai notato come affascinante, ed anche tempestosa, credi, più che un volontario stile di scrittura, è, appunto, il cercar di mettere ordine in una caciara di voci, che solo recentemente riesco a gestire. Sia nel tempo dei diluvi verbali (e verbosi) che in questo delle pioggerelle, quando scrivo ho la mente assolutamente vuota. Sento che ho terminato un dato scritto (e che era il corretto che intendevo dire) quando sono giunto a placide acque, quando, cioè, nessun concetto, parola, o rigo, contiene del dissidio: luogo di non verità, perché il dissidio è il Divisore che impedisce sia l’unità della nostra trinità che la comunione con la Trinità della vita. Divinamente bella, la definizione che, in Tommaso, il Cristo da di sé: Io sono l’Indivisore. Se la Chiesa praticasse l’indivisione avrebbe tutti ai suoi piedi! Per amore, però, non perché maschio o mastio degli infelici. Se per cattolico intendi appartenente alla chiesa cattolica, sbagli. Non mi riconosco appartenente a nessuna chiesa, perché, in quanto luoghi dello Spirito del Principio, di per sé noi siamo chiesa. Diversamente, nel senso di universali, sono cattolici i miei discorsi. A proposito di universalità della vita, ti rimando al significato del simbolo culturale per Damasco e alla sua storia. Certamente la chiesa cattolica è stata il mio in_vaso. Dei miei scritti puoi fare quello che vuoi: non li considero proprietà personale, così come un dattilografo non è proprietario del testo che batte. Mandami l’indirizzo di dove li collochi: lo metterò fra i Preferiti, e li troverò più facilmente. In Rete c’è la versione parziale della mia opera. Se può interessarti la generale, dammi un indirizzo di posta che ti mando il Cd. Credo di potertelo spedire anche via Rete, ma non ho ancora capito come si fa. Dal sen sfuggita, anche a me è parsa misteriosa quella volontaria rinuncia ad uscire dal pozzo. L’ho sentita più che capita, solo dopo, credo. Dico che vi è giustizia, nel non uscire dal pozzo della coscienza che contiene la chiarezza che corrisponde al nostro stati di vita, perché la troppa luce (o verità) in alcuni esalta lo spirito al punto da elevarli sino al fanatismo. In altri li acceca, e quindi impedisce la visione che la Verità intenderebbe dare. In altri, ancora, altera la personale capacità di vedere ed in questo ne altera l’identità. In definitiva, la rinuncia ad uscire da pozzo è il rifiuto di uscire da noi. La mente che precede i passi, infatti, vede le stelle ma non i sassi, e la vita di una Natura separata dalla sua Cultura, non può non diventare ipocrita: cioè, non più vita di sè, ma esercitata vita di altro da sé. Non grata di insuperabile metallo ci deve fermare per non andare fuori (con la mente), ma grata di libera ragione, e non intimo divieto religioso, ma intimo divieto di una conoscenza, che può travalicare la sua mente (luogo del vero umano) solo snaturando il suo corpo: luogo del bene umano. La conoscenza del vero superiore (nostro e della Vita) verrà. Avendola qui, dobbiamo capitalizzarla per il dopo, non agirla, ma, se proprio pensiamo di doverla agire, che sia in modo da non recare dolore. Il dolore (subito o procurato che sia) è male naturale e spirituale, da errore culturale. Non volermene, ma nella definizione dell’amore, non concordo con Platone: almeno come principio. Che poi gli amori si basino anche su motivazioni che si rivelano erronee, va beh!, nessuno è perfetto, ma non per questo l’amore è povero, al più, poveri gli amanti, ma di che ricchezze hanno bisogno quelli che si amano? Non per questo sostengo che a due cuori basta una capanna. Sostengo però che una grossa Mercedes non elimina la povertà in amore, se poveri di motivazione sono i cuori che ci viaggiano. A mio avviso Platone ha compiuto l’errore di dare al soggetto (l’amore) la condizione dei soggetti, o forse ha nominato amore la sua condizione di amante, che, per quello che ne so, non mi risulta pienamente attuata. Se baglio, correggimi. Per amoroso baratto, intendo uno scambio di sentimenti veicolati da interessi con prezzo. Non mi capisci sino in fondo, non per mancanza di sapere, ma per mancanza di un sentire, che, se è stato la mia tragedia, ora, a raggiunta attenuazione del dolore, sta diventando la mia commedia. Per quanto siano state tragedie, non mi piace presentar commedie ma sento che lo devo fare. Prima o poi, capirò il perché, o se avrò sbagliato. Temo che la mia luce ti risulti come quella che si vede proiettata sui muri della galleria mentre il treno la percorre, perché condenso i miei pensieri: vuoi per una non chiara ritrosia, vuoi per non risultare prolisso. Per informazioni del piacere, intendo le sensuali e sessuali che il corpo comunica alla mente. Ho bisogno anch’io di avere un interlocutore, così, visto che mi chiedi di soffrire ancora, ti lancio questa mattonata.

Normalità

Eterosessuale:

è la Personalità naturale – culturale – spirituale, che si allea con corrispondenti umanità, onde, nella propria, perseguire il Principio della vita: vita, in tutti gli stati per quanto sa, vuole, e/o può.

Omosessuale:

è la Personalità naturale – culturale – spirituale, che indipendentemente dalla genialità della Personalità sessuale scelta per il proprio completamento (purché cosciente di sé, dei suoi desideri, e delle conseguenze espliciti come implicite) si allea con corrispondenti umanità onde perseguire la propria, e per quanto sa, (vuole e/o può) perseguire il Principio della vita: la vita.

La vita dalla nascita all’adolescenza:

nello stato famigliare per la conoscenza sensuale e sessuale dell’individuale Natura.

La vita dall’adolescenza alla giovinezza:

dal gruppo famigliare al gruppo di corrispondente relazione, per lo stato della conferma dell’originale Natura sessuale, data dalla rivelazione dell’individuale Cultura, in forza della vita data dallo Spirito.

La vita dalla giovinezza alla piena coscienza di sé:

dalla conoscenza dell’Io sensuale e sessuale: dal gruppo di relazione corrispondente al Crescente, all’adesione del corrispondente gruppo di acquisita identità sessuale.

In ogni stato di vita:

l’Amore e la Comunione quale alvei incanalanti la vita sessuale dell’Individuale e Sociale personalità.

Per ciò che è il Bene della Natura, il Vero della Cultura ed il Giusto della vita, lo Spirito, essendo calibro della Natura che forma, arbitro della forza che concede e giudice della vita che ha dato, è maestro. Lo stato Umano per lo stato Sociale nello stato Spirituale, allora, non può essere educato che da canoni che rispettino la trinitaria – unità della Persona. In ragione della trinitaria unità della persona e secondo la guida del suo Spirito di vita si evidenzia che la sessualità della Personalità umana, sociale e spirituale è data dai principi di vita cui si corrisponde sia in sé che con altre Personalità a sè corrispondenti. Da ciò ne proviene che la distinzione sessuale della Natura non è data in ragione del soggetto Etero o Omo genitalmente scelto, ma dalla vita spiritualmente scelta: Etero se corrispondente con i dissimili anche a livello culturale, e Omo con i simili anche a livello culturale. Vita, però, é stato di infiniti stati di vita. Ne consegue che i generi di corrispondenza fra simili come fra dissimili sono infiniti. Dove e come è impedita la con_fusione fra principi che (si può ipotizzare) potrebbero far perdere all’identità la propria particolarità culturale, sociale, e elevando il pensiero, spirituale? Direi, nel soggettivo bene dato dal vero per quanto è giusto. Indipendentemente dal soggettivo stato, così pensando e agendo, l’Identità sarà confermata dall’assenza del dolore e del dissidio: mali naturali e spirituale da errori culturali. Secondo questa visione delle cose, quale sarà il destino di ogni particolarità? Il destino di ogni vita sarà quello di con_fondere la propria vita (la particolare) con quanto è universalmente proprio della Vita.

Per altro:

dove non è assente l’errore perché presente il dolore, l’identità sessuale data dalla culturale con la spirituale, sta, nello Spirito della Vita, secondo lo stato di spirito dato dalla vita propria in quella sociale.

L’alcol passa. La negazione resta.

L’alcol è il “medico” che cura la depressione di chi non vede potente la propria identità: vuoi in sé stesso, vuoi nel sentimentale, vuoi nel Sociale, vuoi nell’insieme dei casi. La depressione può avere origine naturale, ad esempio, una deficienza fisica: vera o presunta che sia. Può avere origine culturale, ad esempio, l’impossibilità a vivere una propria idea: vera o presunta, presente o passata che sia. Il vario insieme delle impotenze può generare una più totalizzante depressione: quella dell’essere. Con questa analisi è come se ti avessi detto tutto e niente: me ne rendo conto. Ti ho detto tutto perché ti ho mostrato com’è fatta una macchina, ma non ti ho detto niente perché non ti ho detto il nome, (la specifica causa della depressione), della macchina – depresso. Anche se potessi dirti qual’è lo specifico nome, comunque sarebbe sbagliato dirlo. Vuoi perché i modelli di personalità sono infiniti, vuoi perché ognuno deve essere il proprio modello. Per tale scopo, ognuno deve farsi secondo l’idea di sé, non, secondo l’idea di altri. Se ognuno deve farsi il proprio modello secondo l’idea di sé e non secondo l’idea di altri, a che servono queste righe? Secondo me, vorrebbero ricondurre la mente di chi ha perso di vista il proprio capo (l’originale sé) entro delle generali linee guida. Poiché la parte inconscia di noi è largamente maggiore della conscia, non sempre sappiamo chi è il nostro sé originale, tanto più, quando non lo vogliamo sapere, o, sapendolo, non lo vogliamo accettare. La negazione di noi è una delle maggiori cause di depressione. Depressione che conduce alla mania di persecuzione, (paranoia), che conduce alla violenza come mezzo di evasione da una insufficienza vissuta come una gabbia. L’alcool sembra guarire la depressione perché sotto effetto tutto si semplifica, però, l’effetto semplificante dell’alcol passa, ma, la negazione resta. Il che significa che l’alcol è la medicina che prima illude e poi delude. Alla constatazione, si innesta il giro vizioso di chi, non volendo o non sapendo risorgere da sé stesso in altro modo, allontana la delusione ricorrendo costantemente all’illusione, ma a questo punto, l’alcol serve solo a sé stesso. Come per tutte le droghe, d’altra parte. Una volta presa la ragione fisica e psichica dell’individualità per mezzo dell’alcol, la malattia che è stata la culturale negazione di noi, sarà costantemente “guarita” da un’alcolizzata negazione di noi. Tornare daccapo, è sperimentare daccapo la vita: è tornare come i bambini che assaggiano la vita, allo scopo di dargli il nome che distingue ciò che a loro è giusto e/o sbagliato. Per sperimentare sé stessi non occorrono dei grossi muscoli, tutt’al più, occorrono delle grosse palle. L’ideale sarebbe poter avere grandi muscoli e grosse palle, ma, non da oggi abbiamo capito, che nella vita non si può avere tutto! Se può consolare, di per sé, nessuno ha delle grosse palle. Le palle ci diventano grosse, solo se troviamo il coraggio di affrontare le bestie che ci dilaniano: i dolori e gli errori.

Del Dolore e del Lutto

La Cultura della Natura (il corpo) sente dolore tanto quanto (secondo infiniti stati e casi) è offesa la Natura della Cultura: la vita. In ragione della corrispondenza fra gli stati, ogni ferita nel corpo (luogo della Natura della vita) diventa ferita nella mente (luogo della Cultura della vita) ed ogni ferita nella mente diventa ferita nel corpo. Ogni ferita nel Corpo della Mente ferisce la forza della vita: lo Spirito. Sentire è il principio della Natura. Sapere è il principio della Cultura. Secondo lo stato della corrispondenza fra il sentire della Natura ed il sapere della Cultura, lo Spirito è il principio della vita che ne corrisponde. Il Bene è il principio della vita della Natura. Il Vero è il principio della vita della Cultura. Lo Spirito, è il principio della vita del Giusto che nel Bene corrisponde al Vero. Nella corrispondenza fra gli stati della vita, ciò che la Natura sente è ciò che essa sa; ciò che la Cultura sa è ciò che essa sente. Ciò che la Natura sente e la sua Cultura sa è vita (forza dello Spirito) per quanto sente e sa. Il dolore, (male naturale e spirituale per l’errore culturale) è, quindi, una mancanza di vitalità e di vita causata da corrispondenze erronee, vuoi del dolente, vuoi subite dal dolente. Lo Spirito è ferito quando la sua forza è depressa o eccitata. Dal dolore nella Natura si origina l’urlo. Dal dolore nella Cultura si origina il pianto. Dal dolore nella forza della vita si origina il lutto. Come la vita è stato di infiniti stati di forza, così, il lutto, è lo stato di infiniti stati di sofferenza. Il lutto è afflizione naturale, culturale e spirituale della Natura della Cultura della vita, mortificata nel corpo, nella mente e nello Spirito: forza della vitalità della Natura e vita della Cultura. Vi è dolore nella vitalità della Natura quando per propria e/o derivata causa, ad essere mortificato è il suo sentire il bene. Vi è dolore nella vita della Cultura quando per propria e/o derivata causa, ad essere mortificato è il suo sapere il vero. Vi è lutto nella vita quando per propria e/o derivata causa, ad essere mortificata è la forza dello Spirito: vita che riconosce ciò che è giusto perché, nella giustizia, il vero non può corrispondere che con il bene. Da ciò ne consegue che la Natura è via della verità della Cultura della sua vita. La verità è nella tacitazione dei dissidi. Tanto quanto sono conflitti, i dissidi nella vita della verità sono la Cultura dell’errore. Tanto più è considerevole la perdita del bene nella Natura, del vero nella Cultura, e nella forza della vita e tanto più è rilevante lo stato del lutto. Tanto più, ciò che ha provocato il lutto è rilevante e tanto più la ferita allontana dalla vita. Tanto più una vita è lontana dal suo principio (il bene nella Natura, il vero nella Cultura ed il giusto nello Spirito) e tanto più è vicina al male: principio del dolore nella Natura, dell’errore nella Cultura e dell’ingiustizia nella forza della vita. Nel Dolente, la sofferenza separa ciò che è bene dalla sua Natura, ciò che è vero dalla sua Cultura e ciò che è giusto dal suo Spirito. Secondo lo stato del lutto, una sofferenza può allontanare la forza di una vita anche sino al punto da fermarla. Quanto una sofferenza è tale da prevaricare una vitalità, a decidere di allontanarsi dalla vita, può essere lo stesso Sofferente. In ragione dello stato del patimento, il Sofferente può fermare la corrispondenza di vita o con parti quanto il tutto di sè e/o con parti quanto il tutto che gli è prossimo. Tanto il sofferente è separato da se stesso e dalla vita e tanto il suo lutto è febbre. Come la febbre non è malattia ma indicatore di patologia, così, lo stato del lutto, dice lo stato di separazione dalla vita. Ogni stato di separazione dalla vita ha in se uno stato di morte. Tanto quanto una vita è in lutto e tanto quanto questo stato è soglia di mortalità. La mortalità data dagli stati in lutto, può motivare delle affezioni nel corpo, (luogo della Natura), nella mente, (luogo della Cultura) nella forza della propria vita: luogo dello Spirito. Il lutto nello Spirito (sofferenza nella forza della propria vita) è causa della debolezza dell’essere e dell’esistere. Ciò che discerne sugli stati da porre in vita (comunione d’amore fra i suoi stati) è il giudizio, ma, nel lutto l’arbitrio delira, così, il bisogno di vita leso nel giudizio dal lutto, non può porre in atto che la vita che c’è: comunione con il dolore la dove non trova quella con l’amore. Quando ciò succede, la Persona si allontana dal suo bene anche al punto da avere nel solo dolore il suo punto di riferimento. Il dolore, anche quando fa essere perché comunque fa sentire, comunque non può non essere che uno stato di morte. Non può non esserlo, perché ogni separazione fra bene e bene (fra vita e vita) è dolore; ogni dolore è lutto; ogni lutto è separazione dalla vita ed ogni separazione dalla vita è morte nella vita. La comunione con il dolore, corrispondenza che secondo lo stato di unione può anche diventare amore, è un sentimento verso la morte e/o le cose morte.

Circa la Metempsicosi

Vi sono due generi di Metempsicosi. Vi è quella attuata dal Principio della vita, che “incarnando” la sua forza (incarna nel senso di porre vita nella materia) la mette in vita, e vi è quella degli spiriti che hanno vissuto questo piano dell’esistenza. Naturalmente, il Principio della vita incarna il suo Spirito, non la sua identità. Essendo assoluto perché l’Uno, infatti, non può ripetersi in altro principio. Non solo: solo il Principio può contenere il suo principio. Si può dire, allora, che il Principio della vita è la sempiterna incarnazione del suo principio: la vita. Si può dire, inoltre, che la sua “metempsicosi” durerà sino a che durerà la vita. Oltre non “vedo”. Lo spirito che incarna la sua forza in un’altra forza è invasivo tanto quanto lo fa e lo può. Si può pensare allora che vi sono spiriti con intento dominante, e spiriti che dico compartecipi. I compartecipi influiscono ma non condizionano la volontà della vita che inconsapevolmente li ospita. Siccome agiscono secondo Spirito (i non condizionanti e/o comunque interferenti) li si può dire spiriti Alti ma di inverificabile… altezza. Secondo stati di infiniti stati, la metempsicosi avviene nella carne per lo spirito che sente di dover ripercorrere le emozioni del corpo. Avviene nella mente, per lo spirito che sente di dover ripercorrere le emozioni del pensiero. Avviene nello spirito, per l’anima che sente di dover ripercorrere le emozioni della forza. Avviene nel corpo, nella mente, e nell’animo, per lo spirito che sente di dover ripercorrere il suo vissuto. Tanto quanto ne sente il bisogno e tanto quanto può diventare invasivo sino al dominio della vita che inconsapevolmente lo ospita. A maggior ragione se fra lo spirito ospite e l’ospitante si stabilisce un “cosciente” rapporto di reciproco uso. E’ quello che in genere succede nei casi di più eclatante medianità. Non tutti gli spiriti rivelano la loro presenza. Lo fanno i dominati dai dissidi fra ciò che erano e facevano e ciò che credono di essere e di poter fare. Lo possono fare anche spiriti “mistici” a vari livelli e condizioni. Come tali (o tali si credono) sono i più influenti, ma non per questo non spiritualmente dominanti. Diventano spiritualmente dominanti, non perché invadono intenzionalmente il nostro spirito, ma perché glielo permettono i nostri bisogni da superiori rivelazioni. Per infiniti stati di vita, lo spirito che cerca il bene, il vero, e il giusto si reincarna secondo spirito di verità, ma quale stato di conoscenza hanno della Verità? Non di certo dell’Assoluta.

E’ inevitabile, quindi, che siano portatori di parziali quando non del tutto erronee verità. La forza che anima il corpo (luogo della Natura della vita) e la mente (luogo della sua Cultura) è lo Spirito. La vita dello Spirito (la Natura della sua Cultura) è il principio della vita della mente a cui da vita. Sia nel supremo che nell’ultimo, vita, è rapporto di corrispondenza fra Natura (il corpo), Cultura (la mente) e Spirito: la forza che si origina dalla corrispondenza fra i due stati. Lo Spirito origina la vita secondo la sua forza ma la vita originata persegue il proprio spirito secondo la sua. Da ciò ne consegue, che la vita originata dall’influsso dello Spirito delibera il suo inizio naturale ed il suo principio culturale e spirituale secondo quanto stabilisce di accogliere dello Spirito della vita che l’ha principiata. Ciò che delibera lo stato dell’accoglienza dello Spirito è il rapporto di corrispondenza fra gli stati della vita principiata. Lo Spirito che origina la vita, è il corpo interiore (l’anima) che anima ciò che anima. Ciò che si anima per la sua forza (per la sua Natura) e per la sua vita (per la sua Cultura) è il corpo esteriore dello Spirito animante. Del corpo esteriore, allora, si può dire che è l’anima materiale che contiene l’anima spirituale (il corpo interiore) della forza della vita: lo Spirito. Siccome vi è la forza dello Spirito (l’anima che anima la vita del Principio) e la forza degli spiriti (l’anima che anima la vita dei principiati dalla forza del Principio) allora, vi sono due stati di Metempsicosi: quella dello Spirito che si “incarna” nella vita, e quella degli spiriti che si incarnano nella vita originata dalla Vita. La Cultura della Natura dello Spirito (ciò che sa sulla sua forza) origina il corpo naturale. La Natura della Cultura dello Spirito (ciò che sa sulla sua vita) origina la vita: corpo naturale che, dato lo spirituale, corrisponde con il culturale. Poiché Metempsicosi è trasferimento di un corpo in un altro ed il ha corpo tre stati

sia sul piano sovrumano che su l’umano, da ciò ne consegue che lo stato della reincarnazione ha tre stati di vita: la naturale, la culturale e la spirituale.

Nella Metempsicosi data dallo stato supremo della vita (quella del Principio soprannaturale) lo Spirito incarna la forza (la sua Natura) della sua vita (la sua Cultura) ma della sua Cultura ne incarna il principio: la vita. Nella metempsicosi data dagli stati della vita che sono conseguiti al Principio, in ragione dello stato del loro stato (soprannaturale o naturale) anche gli spiriti incarnano la forza (la Natura) della loro vita (la Cultura) ma incarnano il principio di spirito che sono, cioè, la loro vita. L’unità della trinità degli stati della vita è solo dello stato supremo: il Principio della vita. Data l’unità della trinità dei suoi stati, la metempsicosi dello Spirito, è reincarnazione della sua totalità: la vita. Gli stati principiati sono unitari tanto quanto si corrispondono. Da ciò ne consegue che solo lo Spirito incarna la vita (unità dei suoi stati) mentre gli spiriti incarnano stati di vita, cioè, parti di sé. Lo stato della reincarnazione è corrispondente allo stato dell’influsso: supremo quello dello Spirito e, secondo stati di infiniti stati di vita, corrispondente al loro stato quello degli spiriti. Lo stato dell’influsso è corrispondente allo stato della corrispondenza con lo stato in corrispondenza. Tanto quanto lo sono, la Metempsicosi avviene fra spiriti affini. Siccome l’affinità di spirito fra vita e vita è stato di infiniti stati di vita, da ciò ne consegue che anche gli stati della metempsicosi sono infiniti. Lo stato della forza dello Spirito dice lo stato della vita. Lo stato della vita (corrispondenza fra Natura, Cultura e Spirito) dice lo stato della forza. In ragione dello stato della sua forza, vita, è bene nella Natura, vero nella Cultura e, giusto nello Spirito. Se uno spirito di valore cinque (tanto per dire la misura di uno stato di vita) si colloca presso lo Spirito del Principio in diversa misura, (ad esempio: quattro o sei), avendo subordinando la ragione della sua Cultura (il vero) al bene, sarà ingiusto sia verso lo Spirito che verso il suo Spirito. Per il male naturale e spirituale che è in ogni errore culturale, dunque, sarà sofferente sino a che non si collocherà nello stato che gli corrisponde: il cinque in esempio. Per quanto è a conoscenza della loro coscienza, da ciò ne consegue che: in ragione del confronto di vita fra la forza dello Spirito e la loro, gli spiriti che tornano allo Spirito, si collocano presso quello stato secondo il loro stato di spirito, cioè, secondo lo stato della forza della loro vita.

Uno spirito è vita nello Spirito, secondo lo stato di somiglianza fra la sua vita e quella dello Spirito: immagine del Principio della forza. Tanto più uno spirito è somigliante allo stato Spirito e tanto più è vicino al principio della forza: lo Spirito. Di converso, tanto più uno spirito non è somigliante allo stato dello Spirito e tanto più è lontano da quel principio. Tanto più è lontano dal principio della vita (la forza dello Spirito) e tanto più è vicino al proprio principio: la forza del proprio spirito. Tanto più gli spiriti sono vicini allo stato dello Spirito e tanto più presso di quello si identificano. Tanto più si identificano nello Spirito e tanto più sono identificati dallo Spirito. Tanto più sono identificati dallo Spirito e tanto più sono lontani dal loro. Tanto più sono identificati dal proprio spirito e tanto più non lo sono dallo Spirito. Secondo stati di infiniti stati di vita (e secondo infinite corrispondenze fra gli stati di Natura, Cultura e Spirito) uno spirito, meno è somigliante all’Immagine dello Spirito e più conserva l’immagine del proprio stato di spirito. Lo stato della Metempsicosi, dunque, è corrispondente allo stato dello Spirito che si incarna. Lo Spirito, dando la sua forza ad ogni stato di vita, necessariamente, è via di congiunzione (dallo Spirito al nostro e dal nostro allo Spirito) fra il Suo stato ed il nostro. Poiché lo è di ogni stato di vita, sia sul piano naturale quanto soprannaturale è via di congiunzione sia di quella spirituale (spiritualità è diretto rapporto fra la vita umana e quella del Principio) che di quella spiritica. La vita spiritica è rapporto fra spiriti: forze naturali della vita e che è, e che furono in questo stato di vita. Nello stato soprannaturale gli spiriti sono forze che ancora conservano degli stati di spirito dell’umana identità che furono. Nello stato naturale, invece, gli spiriti umani sono forze che ancora conservano degli stati della spiritualità della vita che li ha originati sino dal Principio. Lo Spirito non può non essere continua emanazione di forza in quanto la vita non può concepire stati di interruzione.

Non lo può perché ogni stato di interruzione sarebbe uno stato di morte della vita, ed in ciò, estrema contraddizione con il suo principio: la vita sino dal Principio. Ogni volta lo Spirito concede la propria forza (la Natura della Sua vita) concede la Sua totalità. Non può diversamente se non aprioristicamente discernendo come, a chi, o se dare più o meno forza. Questo, però, significherebbe che lo Spirito predetermina la vita che ha originato ma la predeterminazione si scontra col principio dell’arbitrio: giudizio che è libero solamente se condizionato dallo spirito di chi discerne. Il condizionamento dell’arbitrio della Vita (l’Universale) sulla vita principiata (la Particolare) si ovvia perché se è vero che lo Spirito da vita agli stati della vita è altresì vero che la vita determina la propria secondo la forza dello spirito che si origina dallo stato della corrispondenza fra i suoi stati. La vita originata che segue le indicazione della giustizia nella sua forza (la pace) non per questo è predeterminata verso quella meta spirituale. Lo Spirito del Principio, essendo l’origine della forza che proviene dal giusto che corrisponde dal vero che è nel bene, necessariamente, non può non guidare che secondo il suo principio. Non per questo, però, Lo Spirito predetermina la vita a cui da vita, in quanto la vita originata corrisponde fra di se secondo il proprio. Si può dire, allora, che in ragione dei principi adottati (quelli di bene e/o di male) la vita umana si predetermina in ragione dello stato di vita di prevalente scelta. Gli spiriti che tornano a questo stato di vita, se seguono il Principio della vita (lo Spirito) reincarnano la loro forza, ma, se seguono il principio della loro vita, il loro spirito, si reincarnano come Natura (forza) della loro Cultura: vita. Gli spiriti che tanto più conservano il proprio stato di vita, tanto più influiscono della propria personalità, la vita in cui si incarnano. Pertanto, nel bene come nel male, sono elevati gli spiriti che influiscono la loro forza e sono bassi gli spiriti che influiscono la loro vita. Citando un mio sogno, paragono lo stato dello Spirito ha un palazzo di cristallo.

Si può pensare di poter entrare in quelle stanze (stati della Vita) con le scarpe (il discernimento) ancora sporche d’incoscienza? Con questo non intendo dire che lo Spirito impedisce l’ingresso alla vita che vuole entrarci ma che sarà questa che si impedirà di farlo. Infatti, alla luce di un rinnovato giudizio (quello dato da una più cosciente conoscenza di se) confrontando la propria stanza (lo stato della propria vita) con quella dello Spirito (lo stato della Vita) si impedirà di farlo ogni volta constaterà una mancata corrispondenza di spirito (di forza) fra la vita dello Spirito e la sua. Nella vita dello Spirito, ogni differenza dallo Spirito è differenza di vita fra il nostro stato ed il Suo. In quanto ogni differenza è separazione fra Vita e vita, allora, ogni divario di vita fra i due stati non può non essere che dolore da separazione dal Principio: la vita di origine. Poiché la differenza è dolore e, poiché il dolore essendo separazione dalla Vita non è vita tanto quanto è dolore, ecco che si è lontani dal Principio della vita tanto quanto l’ingiustizia nel nostro spirito ci ha reso dolenti. Poiché il dolore dato da ciò che non è stato giusto al nostro spirito si è originato dal male dato dalle erronee corrispondenze fra i nostri stati, ecco che, allo scopo di annullare (nel senso di chiarire ciò che impedisce di entrare nel Palazzo) ciò che è male per la Natura, falso per la Cultura e conseguentemente ingiusto allo Spirito della vita personale quanto verso quello della vita Universale, non si può non tornare a questo principio di vita. Non si può non tornare perché, presso la vita dello Spirito non vi può essere dolore in quanto il dolore, essendo un male, presso il Bene non può essere del Giusto. Uno spirito può arbitrariamente spostare il suo stato verso uno più elevato? Direi che non lo può. Non lo può, perché quell’azione di egoistico bene non corrisponderebbe a ciò che è vero al Vero, e quindi giusto al Giusto. Per quanto uno spirito non voglia capire e/o accettare ciò che è bene, vero e giusto, comunque non può modificare l’evoluzione del suo discernimento se non fermando la sua vita allo stato di prevalente scelta. Può fermare la vita della sua conoscenza (ed in ciò separare la sua Natura dalla sua Cultura) solamente lo spirito che non vuole vivere ciò che sa.

Lo spirito che separa la sua Natura (la sua forza) dalla sua Cultura (la sua vita) è uno spirito basso in quanto agisce secondo il principio di un bene, legato al principio del suo vero, ma slegato dal principio del Vero. Un giudizio che non è definitivo se non quando viene espresso da chi si giudica, necessariamente, ha degli stati sosta: quelli concessi dai tempi dati dalla volontà e dalla capacità di discernimento. Nella sosta, il discernimento giudica ciò che è giusto perché vero al bene. Ogni stato di sosta, essendo arresto dell’elevazione verso il Bene data dal discernimento è purgatorio: luogo della pena della Cultura della vita che sosta la sua strada. Purgatorio non è condanna, ma stanza (stato) nella quale si attende alla giustizia secondo ricerca di verità. Per quel bisogno di verità secondo giustizia, allora, ci si reincarna sino a quando la si è raggiunta. La reincarnazione, dunque, può anche essere intesa come l’appello che il giudice di primo grado (il nostro spirito) rivolge allo Spirito: il giudice di supremo grado. Direi, che la definitiva collocazione presso lo Spirito (e, dunque, la cessazione delle metempsicosi) succede quando uno spirito ha compiuto il suo discernimento sulla Vita, mentre il ritorno verso questo stato di spirito (di vita) succede perché uno spirito non lo ha ultimato. In ragione delle reincarnazioni e/o del loro stato, quando si torna a questo principio di vita, vi si torna con ciò che in precedenza si fu: le identità date dagli stati che si è vissuto. Siccome le identità che abbiamo vissuto possono essere infinite, allora, può esserlo anche l’identità spirituale e/o spiritica. E’ normale alla vita che vi sia reincarnazione di forza ma anormale che vi sia invasione di vita. Infatti, i rapporti di interferenza fra Vita e vita, cioè, fra lo Spirito e uno spirito, sono invasivi tanto quanto ingerenti sia sul piano soprannaturale che su quello naturale. Lo è perché un’invasione di vita devia e/o altera un percorso che non può non essere che personale. Come impedire l’invasione di vita? Direi che l’integrità della vita personale (stato dell’unicità dato dalla corrispondenza con i soli suoi stati) è già, ciò che la impedisce. Anche lo spirito più collocato nella Vita dello Spirito comunque conserva l’identità dello spirito che nel bene e nel male è, in quanto, è l’identità dell’essere che è ciò che lo distingue dall’identità dell’Essere che in assoluto è. Nelle manifestazioni spiritiche, (elevate e/o basse che siano e comunque avvengano) e nei casi di manifesta reincarnazione e, al caso, di accettazione e seguito da parte della vita ospitante, questo dovrebbe essere un ulteriore e grosso motivo di riserva culturale e spirituale.

Esistono gli spiriti?

Avevo risposto a questa domanda dicendoli esistenti ma non attendibili. Ulteriori riflessioni mi portano ad ampliare i pensieri. Lo Spirito della vita è una forza, o con maggior dire, una potenza. In ragione dello stato del proprio stato, somigliante allo Spirito ogni forza e/o potenza emanata da quel principio. Come lo Spirito non ha identità corporea, così le forze e/o potenze emanate da quel principio. Lo Spirito è una potenza che tutto pervade. Così le potenze a quel principio somiglianti. Giunto al punto, mi sento di affermare che gli spiriti (per l’idea che ne hanno sia quelli che li dicono esistenti sia quella di chi li dice non esistenti) non esistono. Esistono, invece come potenze prossime o non prossime alla primigenia fonte della vita: lo Spirito. Gli stati di principio della vita sono il Bene per la Natura, il Vero per la Cultura e il Giusto per lo Spirito.

A quelli somiglianti, i nostri principi. Le potenze della vita corrispondono con la potenza della nostra per affinità di potenza. Non possono diversamente perché (come nell’Immagine) dato il bene, il loro vero deve corrispondere al giusto. La vita, però, è stato di infiniti stati di vita. Ne consegue, pertanto, che il vero può essere ombrato dal falso; che il giusto può essere ombrato dall’ingiusto: che il bene può essere ombrato dal male: dolore naturale e spirituale da errore culturale. Lo stato delle soggettive ombrature sui loro principi della vita formano il “corpo” di quelle potenze. Quei corpi diventano visibili come “ombre” e/o “macchie” nelle persone di vissuta medianità, quando la potenza del proprio spirito si trova a corrispondere (ne sia cosciente o no) con un’ulteriore ma equivalente potenza. E quando appaiono come identificabili figure? Le figure delle potenze hanno il “corpo” dato dallo stato della loro potenza, non, lo stato di quello che sono stati. Poiché non sappiamo più nulla di quello che sono stati, neanche sono identificabili. Lo sono, invece, quando, per inverificabili motivi (comunque inattendibili) ci appaiono per quello che erano. Ma, così ci appaiono, oppure, così c’è li fa apparire il bisogno di vederli che è in chi (direttamente o indirettamente) pratica lo spiritismo da medianità?

Per quella possibilità, quelle potenze possono essere viste anche da chi è influito da bisogni di conferme variamente spirituali come anche da conferme religiose. Nei casi di più laceranti lutti, anche da chi necessita di consolatori bisogni. Da molte parti ho scritto che la parola è l’emozione della vita che dice sè stessa. Come, per diventare vita, la parola è agita dall’emozione, così, corrispondenti emozioni permettono la vista delle “visioni” che diciamo soprannaturali. In quanto tali, quelle presenza sono indubbiamente soprannaturali. In quanto apparizioni, però, sono figure (date e dette) dai nostri bisogni: Con altro dire, vediamo ciò desideriamo vedere. Può succedere anche nei casi di paura, così, chi è spaventato dalla vita vedrà quello che la sua paura gli farà vedere; e se la sua paura è mostruosa, un mostro o più mostri vedrà. Chi (nel timore di non vivere con sufficiente coerenza la propria cultura religiosa) addebiterà al male quello stato di colpevole incoerenza, un diavolo o più diavoli vedrà. Dove una persona non li vede ma lo stesso si sente ghermito da ciò che non vede, si formano i casi di una possessione della mente (si manifesta come ossessione) e/o del pensiero (si manifesta come il desiderio di Satana che porta al satanismo.

La possessione dello spirito personale porta a manifestare delle potenze spiritiche estranee al proprio spirito. Poiché nessuna potenza può totalmente invadere un’altra, più che di subita medianità, direi da malattia chi è preso da quella sofferenza. Ciò che permette le visioni, permette anche la scrittura automatica, come anche le voci nei casi di trance. Le potenze causano le possibilità, ma non sono in grado di manifestare in proprio. Di fatto non hanno corde vocali o mani per scrivere. Lo possono, invece, influendo il dedito alla medianità come anche allo spiritismo, influendo con la propria potenza il dato medium e/o sul dato spiritista, il quale parlerà o scriverà (in ragione di quanto emozionalmente riceve) quanto gli detta la forza influente. Perché gli spiriti (le potenze) tanto o poco invadono il nostro spirito? A mio sapere, perché non possono far diversamente! Come la potenza dello Spirito ha i limiti posti dalla sua potenza, così le potenze. Se possono intrufolarsi nella nostra abitazione, quindi, è perché lasciamo aperta la porta di casa! Quando è aperta la nostra porta di casa? Il nostro spirito è aperto quando il nostro vero, scisso dal nostro bene, vive nel dolore. Il dolore è il male naturale e culturale che porta la nostra potenza fuori strada sia per depressione che per esaltazione.