Each man kills the thing he loves

Ognuno uccide quello che ama: la ragione per poter avere o l’amante per potersi avere.

Ogni genere uccisione è l’estrema ricerca di liberazione da ciò che ferma una volontà di vita. Direi, ancora, che si uccide anche quando l’amore (o meglio, una passione) diventa ciò che fissa l’arbitrio. Quando intossicano un arbitrio di fissazione, tutte le passioni diventano droghe. Con le sentimentali, anche le politiche, e anche le religiose: giusto per citare le maggiori “bustine”: in genere, sconsideratamente “tagliate”. Nessuna passione é vera (tanto meno l’amore) tanto quanto si propone il cosciente fine di fissare una vita altra alle proprie condizioni. In prevalenza succede sia perché vi sono soggetti che esistono a sé stessi solo se schiavizzano lo spirito altrui, e solo perché trovano soggetti bisognosi di una schiavitù che può giungere a costituirsi come una fondante ragione di vita. Una qualsiasi fondante ragione è un amore solo se coscientemente condiviso, e tanto quanto è condiviso. Vuoi da una parte o dalla controparte, in assenza della volontà di paritaria condivisione (e nella volontà di perseguire comunque la la ragione della dipendenza fra le parti) si origina lo stupro della volontà altra, quando non lo stupro della totalità della vita altra. Chi uccide la causa di una intossicata e intossicante passione (pur avendone bisogno) altro non fa che sostituire la causa di tossicodipendenza da fissata passione con un’altra fissante passione: l’accecamento del fallimento. Per quanto riescano ad uccidere chi amano, i tossicodipendenti da qualsiasi bisogno rischiano di condannarsi ad un ergastolo che trova fine nella loro fine: esistenzialmente totale che sia, o parziale che possa diventare.

Festival degli Eunuchi

Mi rivolgo alle donne, perché gli uomini non sanno guardare, o non sono interessati a guardare, o hanno paura di guardare.

Avete visto gli occhi di questo giovane indiano? Non è l’effeminato che una qualche ragione potrebbe anche aver motivato il dolo, o il sacrificio religioso, o il mercato della prostituzione, o l’insieme delle cose. E’ una forza ancora maschia, quella che traspare dallo sguardo; tanto che lo dico, di chi non ha avuto scelta; rose sui cappelli, ora. Per coprire il fronte, oro (giusto per tacitar la mente) e oro sulle orecchie giusto per tacitar l’udito.

Fra mondo e mondo

DA “PERCORSI PRIMA”

Finite le elementari mi ritrovai molto colto in orazioni e riti da messa ma con il resto a zero. Al cancello di uscita dal collegio, così, ci trovai l’angoscia di chi è ben cosciente  della pressoché totale impreparazione. Ci trovai anche la Cesira. Sul treno a vapore che da Feltre mi portava a Padova, ne ebbi lucida coscienza:  “non so guadagnarme na’ ciopa de pan!”. Ricordo che bestemmiai! Non ne vado fiero: è andata così. Sono capitato alla porta e nella foto, solo perché passeggiavo nel salone. Indossavo la giacca che mi avevano fatto le suore. Mi dicevano principino da quanto mi stava bene. Anche secondo me, devo dire. Quella giacca rischiò di finir male! Fui scelto dal Cantù per partecipare ad una gara su chi si sporcava meno di zabaione e sporcava di più l’altro; l’altro la perse, e io persi il titolo di principino e la preferenza delle suore. Ci tenevo alla giacca (blu e di panno) e non ero così sciocco da non prevederne la fine, visto il genere di tenzone. Sciocco non doveva esserlo neanche il Cantù, invece, sostenne quella parte! Per malignità? Probabile. Il prete in prima fila sulla destra è il mio seduttore. Il prete in mezzo con i bambini davanti è Don Paolo: il suo animo era come la sua faccia: magro. Nessuno salutò quando arrivai in quel collegio e nessuno salutò quando me ne andai: non si salutano le robe che entrano ed escono dai magazzini delle Pie Opere.

La vita è della Vita

DA “LE ESPERENZIALI”

Ho sofferto di solitudine tanto quanto il mio Fare non giustificava il mio Essere; così per opposto caso. Giustificati e collegati, non so cosa sia la solitudine pur essendo vecchio e pur non avendo compagnie. Non soffro di solitudine, inoltre, perché ho la mia storia come compagna della vitalità che mi rimane, e perché, non dipendendo da nessun sentimento fissatore di stato e/o di vita, nulla di esistenzialmente altro mi condiziona. A mio pensare, ovviamente, vive una solitudine maggiormente pesante chi non supera il lutto per la morte della personale vitalità, se per morte accettiamo l’idea che non consista solo nella definitiva cessazione del respiro. Supera indenne quel lutto chi, ponendosi nel Tutto, accetta di essere dal Tutto gestito. Si, la vita non è nostra: la vita è della Vita.

DA “LE FAVOLE”

Non tanto tempo fa, Alberello di Bosco, in sé turbato, chiede udienza al re dei Boschi. Gli fu concessa nella sala degli ”Alberi che ora possono”. Giunto alla presenza del re s’inchinò scuotendo con deferenza le sue foglie…

SEGUE

La Gazzabinskaya

Da Fotostory – Percorsi prima

Si avvicina il Carnevale di Venezia: decido di esserci. Mi lascio affascinare da un 80×80 di un velluto viola che dicono imperiale. Stupendo per un mantello ma con un 80×80?! Lo compero lo stesso! La sarta ed io cogitiamo un corpetto. Le misure sono bastate per la parte davanti! Si va bè, e mo’? E mo’ ci vuole il resto! Unito resto a resto (non manco di fantasia) è venuto fuori un vestito russo dell’800. Lo strascico sul metro e mezzo. Tanto per restare in tema é in damasco viola con disegni in oro. Mi è costato un capitale! Sconvolto da cotanta nobiltà, il tassista che m’ha portato alla stazione dei treni non riusciva ad accettare l’idea d’aver visto uscire una tal madonna da una casa popolare! Sia come sia parto: ovviamente in prima classe. Giungo a Venezia in una giornata indecentemente invernale. Vestita di solo damasco non vi dico il freddo che ho patito. Per calli andando solo dei giapponesi hanno fatto caso a me. No, adesso che ricordo: a me aveva fatto caso anche un teppistello. Con l’esperienza che già all’epoca mi ritrovavo, figuriamoci se non sapevo riconoscere un soggetto armato da voglie di rapina. Così, col cacchio che sono entrato nei portici dove mi aspettava anticipando il mio passo. Gazzabinskaja sì, scema no! Almeno, non per quel tanto di poco per il quale m’è piaciuto dargli qualche speranza. Aveva dimenticato, l’illuso, che a Carnevale ogni scherzo vale! Per cena entro in una rinomata osteria. I presenti hanno ripreso ad essere presenti solo quando sono uscito perché non c’era posto. Giunta a Verona, la casa mi aspettava ancora popolare.

Devo il ritratto

Da “PER DAMASCO” CHI?

In uno svaccato autunno dell’83 (mi pare) mi ero fermato alla Libreria_Galleria Ghelfi di via Roma (da  anni non esiste più) perché non avevo voglia di andare a casa: non ne avevo particolari motivi. All’epoca, ero pressoché rassegnato a vivere allo stesso modo. Cambiò tutto nella notte di Capodanno del 1985. Non cito il nome del pittore perché non lo ricordo e non riesco a decifrare la firma.

Cara Luisa: oggi mi sono detto…

Da “PER DAMASCO CHI?”

Cara Luisa: oggi, mi sono detto che il lavoro è come l’eternità: ci sarà anche dopo di me. Così, ho dato quattro link agli sciacquini che mi sono rimasti, e sono tornato a casa. Avevo un qualcosa d’incompiuto nella mente, a tuo riguardo, così, sei stata il mio primo pensiero di ferie, non prima di essermi spogliato dagli abiti di lavoro. Ivi compreso, quelli mentali. Ora, davanti a te, sono qui come mamma mi ha fatto. Per fortuna mi senti, che se mi vedessi, ti raccomando l’arabo! Del mio sito, ti ha colpito l’essenzialità. La mano alla destra in basso, è un omaggio post era, che ho fatto ad una presenza: un certo Robert Kaufman, filosofo di Brema in epoca Rivoluzione, mi diceva. Non hai idea di quanti effetti avevo saputo decorare le mie pagine. Tutti splendidi, ma non sino al giorno dopo. Il giorno dopo, già invadevano le parole con le loro emozioni. In un certo senso, le sfrattavano. E, allora, ho buttato via tutto: parole a parte, ovviamente. Leggendo il tuo ultimo post, ho provato lo stesso desiderio: via tutto, parole a parte, ovviamente. Ho desiderato di buttare via tutto, lì da te, perché, in testi particolarmente elevanti, si dovrebbe dar spazio al silenzio. E’ il silenzio, che ti permette di avvicinarti alla farfalla per vederne tutta la trama delle ali, tutti i cromi. Lo potresti facendo casino? Indubbiamente no. Quindi, per ammirarle in pieno, è necessario eliminare “il rumore”, cioè, le estranee emozioni. Ieri, non solo mi hai portato sul tuo K2, ma se è possibile (e lo è stato) mi hai fatto andare oltre la cima. In quel testo, però, le immagini erano emozioni che reclamavano la mia attenzione, così come un bambino reclama il suo spazio nel dialogo fra due adulti. E’ chiaro che dobbiamo darglielo. Altresì è chiaro, però, che sta rompendo le palle! Non volermene, ma ieri, le foto che intercalavano le parole, per la mia sensibilità, sono state come quel bambino: che palle! Negli altri tuoi testi, anche le foto dialogano da adulto, ma non ieri. Non ieri. Non fra dei regali che parlano a dei vicari.

Lamento di un tessitore del cucù!

Ho precisato più volte che il vero autore di tutto questo ambaradam di testi è l’emozione. Guaio è, che la ricevo a matassa! Che trovando il bandolo la devo sciogliere; che sciogliendola devo eliminare i nodi e che solo a nodi sciolti posso filarla. Guaio è, che da quanto della matassa ho sciolto, non tutti i nodi ho eliminato. Non per incuria li ho lasciati. Li ho lasciati perché non sono capace di toglierli più di così. Se non credessi nel contrario mi verrebbe da pensare che la vita non sa proprio quello che fa!