Come per tutte le immagini

acapoverso

Senza sapere cosa stavo facendo ho ottenuto la sottostante immagine elaborando un carattere Word Art: per la precisione un punto seguito da altri punti. Era lineare quando ho visto il risultato. Non era male ma non mi convinceva del tutto così, l’ho modificata come si vede. Simbolicamente parlando era meglio a cerchio ma nella pagina diventava straripante, così l’ho lasciata in questa forma. Scelgo un’immagine e non un altra ascoltando l’emozione che mi comunicano. So che è quella giusta quando sento di aver eliminato ogni obiezione. Agisco così anche quando scrivo.

asepara

infinito

asepara

Leggendola a posteriori ne ho tratto questo significato: la vita è un principio che viene dal Principio e che dal nostro torna al Principio. Per restarci? Non è necessariamente detto. Sono giunto a spiegarmi l’immagine, anche grazie a questi ragionamenti. Dell’immagine, il punto con il cerchio alla sinistra è stato il primo della serie, quindi, un punto di principio. Elevando il pensiero, è diventato il punto del Principio.

asepara

ilprincipio

.asepara

Nell’emanazione della sua potenza, il Principio della vita ha originato il nostro principio a sua Immagine: la vita. Essendo prima, e quindi sovrana, l’immagine del Principio dice il suo essere di Assoluto. Ciò che è dell’Immagine della vita è anche della vita a sua Somiglianza. Differenza vi è, nella condizione della rispettiva vita: assoluta quella del Principio e relativa al suo stato quelli della Somiglianza. Il principi della vita sono il Bene per la Natura, il Vero per la Cultura, il Giusto per lo Spirito. L’unione del Bene con il Vero per quanto è Giusto allo Spirito, “spinge” i principi della nostra vita (il bene per la Natura, il vero per la Cultura, il Giusto per lo Spirito) verso i principi del Principio. E’ una “spinta” che termina solo se ammettiamo a termine la vita, ma una vita a termine, non necessariamente pone temine anche a quella del Principio. Ne consegue che neanche la nostra è necessariamente a termine. La vita del nostro principio, infatti, tornando  Principio, continuerà l’esistenza (prossima o non prossima a quella vita) in ragione di quanto sarà riuscita a vivere il suo bene, il suo vero, il suo giusto. Non sarà un’esistenza secondo Natura, ovviamente. Lo sarà, però, secondo Spirito: forza della vitalità naturale e vita della culturale che avremo raggiunto vivendo. La culturale, sarà la stessa? Poiché, vita, è stato di infiniti stati in continua

asepara

corrispondenza di Spirito

triangolo

tra Potenza                              e                              Conoscenza

non lo credo.

amezzosepara

I silenzi dell’urlo

acapoverso

Ho messo a cuocere gli spaghetti. Sto mangiando na’ roba che chiamano formaggio. Sto pensando ad A. T’ho appena scritto che è piattola per il mio spirito. Più di una volta gli ho detto di uscire dalla mia vita, non dal tuo blog, come gli è piaciuto pensare. Potrei anche essere l’ultimo degli scalzacani, ma, sulle pagine del mio Blog, dirmi il primo dei principi. Come principe, dopo di te, ovviamente! Chi può verificare, infatti, se sono vero, o solo uno che la racconta bene? Tuttavia, dove non sappiamo la verità, la sentiamo attraverso le emozioni che ci comunicano. C’è verità, dove ci fanno stare bene. Non c’è, dove ci fanno stare male. Non entro nel merito delle ragioni di A. (tutto è opinabile, tutto è discutibile) ma solo nella forma in cui le ha espresse. La prima emozione che leggo in quella forma, è il caos. Può essere della disordinata che non sa frenare (per razionalizzare) le sue emozioni. Può essere della con – fusa nelle sue emozioni. Dopo il caos ho sentito l’urlo. L’urlo della bestialità che cerca vittime? Lo escluderei. Se non altro, perché anche una bestia deve porre ordine nelle sue emozioni se non vuol morire di fame. Ho sentito, piuttosto, l’urlo della ferita. In primo ho pensato a me e alle mie urla. Poi (e me ne dolgo per l’ordine) ho pensato all’urlo dei violati e delle violate. A quello degli abbandonati e delle abbandonate. Ho pensato all’urlo che ci sono nei lutti. Anche in quelli che salgono alla “morte” di un’idea di sé. Ho pensato al muto urlo della solitudine. A proposito di solitudine, A. dice di avere amici, o un’amica, non ricordo. Ma, quando si urla, come credo urli, A, non si hanno amici. Al più, compagni, o complici, o amorosi cerotti.

amezzosepara

Giugno 2006

“per Damasco”

arossogrigio“per Damasco” è il prodotto di un’emozione che per anni m’ha portato quasi mai dove sapevo. Al momento di dargli parola, infatti, mi agiva con una potenza raramente gestibile! Diventava gestibile quando si attenuava. Ad attenuazione avvenuta mi capitò di non riconoscere più quello che avevo scritto; non in tutti i casi, per fortuna, ma certamente in troppi. Da anni sto compiendo le necessarie verifiche: finiranno quando finirò. Nel frattempo si consideri originale e “ultimato” solo il lavoro in Rete.

aneogrigia

Pensando a me ho pensato a chi ha perso i suoi principi. A chi non gli corrispondono gli ereditati. A chi non li ha trovati in altre vie.

Senza averne conoscenza

arossogrigioSenza averne conoscenza (figuriamoci coscienza) ho iniziato questo viaggio la notte di Capodanno del 1985 con una storia privata. Nel proseguo delle faccende si è rivelata di fondamentale importanza. Terminato quella storia nel Febbraio del 1991, nella primavera dell’anno sono andato avanti con questa, pensandola e vivendola “a palpeto”, come si dice in veneto quando si caccia rane negli stagni: modo altro per dire a caso. A storie scritte, però, tutto si è rivelato necessario. In questa strada, oltre alle mie peste racconto anche le mie corna. Non ho potuto non farlo perché in una seduta medianica (ci si creda o no, non è questo il punto) una presenza mi raccomandò di dire sempre la verità. Si riferiva ad una verità superiore? All’epoca non era fra i miei pensieri. Al più, e meglio adesso, conosco le mie verità. Si riferiva a quelle? Non gliel’ho chiesto. Nel proseguire l’esperienza, però, ho capito che non mi avrebbe risposto. Facendolo avrebbe influito sulle mie decisioni. Non facendolo, invece, m’ha lasciato libero di pensare quello che ero in grado di sapere e di capire: all’epoca non poco, pensavo sbagliando.

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Madonne?

arossogrigioNon per far ballare i tavolini, o per cercar Madonne mi sono ritrovato nei gironi della medianità, ma per ritrovare, anche su quel piano di vita quello che avevo perso. Mi è stato virgilio, un amico che non sapevo possessore di quella facoltà. In occasione di un incontro, mi zittisce. Punta la penna su di un foglio, e quella disegna una figura di donna con un bambino in braccio. Certamente si può dubitare di tutto. Io non ho mai smesso di farlo. Quella “penna” però, sapeva bene quello che faceva. Tanto è vero che tracciò le figure, velocemente, senza mai sollevarsi dal foglio e senza passare due volte sul segno già tracciato. Una “presenza” di nome Francesco ci disse onorati per la visita della Madonna. Lo sguardo delle due immagini era diretto verso di me; ed era di puro odio. Mi domando: che Madonne e che figli girano da quelle parti?!

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Settembre 2006

Vita: do ut des.

arossogrigioQuando ho iniziate le ricerche inerenti la mia sessualità mi sono domandato: dove? Come? Con chi? Non avendo risposte, mi sono proposto. Quindi, in quel posto e non in quell’altro. Alla data ora è peggio della successiva? In macchina, o a piedi? O, che sia meglio in bici? E, vestito come? Di così o di cosa? Capelli corti, o capelli lunghi? Cosa succedeva? Succedeva che se andavo in un posto, la speranza era in un altro! Se andavo alla data ora, forse era venuta prima o forse verrà dopo. Se andavo dopo, forse viene più tardi! Se andavo in macchina, non trovavo niente! Se andavo a piedi, la macchina non ce l’aveva l’altro! Se andavo in bici, oddio, la poveraccia! Se non andavo da nessuna parte, era là che m’aspettava! Per anni! Adesso, scusatemi (devo avervela già raccontata) ma fa parte della storia! La notte di Capodanno dell’85 vado in stazione. Un freddo da cani, o meglio, che aveva mandato via, anche i cani! Sotto un albero un giovane! Siamo stati “assieme”, (nelle curve e nei burroni compresi) per cinque anni! Un sentimento assoluto. Almeno da parte mia. Da parte sua, eravamo in tre: noi due e l’eroina! Sareste mai riusciti ad organizzare un party così, partendo dal puro caso, o destino che dir si voglia? Scusatemi la sfiducia, ma ne dubito fortemente! Morale della favola? E’ presto detto: mentre si vive sé stessi, la vita ti da di che vivere quello che in quel dato momento è giusto: che tu lo sappia o no! Al che, a che serve tendere e contendere?! Ad un accidenti! O forse meglio, a procurarci degli accidenti, che forse era meglio se li beccava qualcun altro! Per l’insieme di questi motivi, le classifiche, proprio non mi prendono! Non mi prendono perché fanno parte di quello che voglio io, ma quello che voglio io, non è detto che lo voglia la vita! Al punto, anche l’effetto collaterale della morale di questa fola è presto detto: se sono in cima è giusto, se sono in ultima è giusto, e se non ci sono affatto, è altrettanto giusto! Già che ci sono, un’ultima nota: se mi date dello stronzo, mi fate pensare o mi fate ridere! Se mi dite che sono “più bello che pria” mi preoccupate, perché questo vuol dire che a voi manca qualcosa dal momento che la trovate presso di me. Quindi, per favore, non datemi preoccupazioni! Adesso la pianto. Sono quasi le nove e devo ancora prepararmi. Voglio andar a ballare.

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Datata

Don Ottorino

arossogrigioSono passati degli anni dal suo trapasso, ma, tuttora, Don Ottorino ha un posto particolare nei miei pensieri. Era parroco ai Filippini. Amareggiato con me e con il mondo, gli parlai dei miei problemi di  pecorella che si sentiva non poco nera. Mi guardava e mi diceva: lassa fare a Lu! Non c’era altra partita! Per Don Ottorino, in qualsiasi caso “ghe pensa Lu!” Ci eravamo persi di vista quando andai a chiedergli un aiuto per gli associativi problemi della “per Damasco”. Mi disse che non poteva fare nulla. Vidi la sua tonaca consumata. Potevo non credergli? Ci salutammo e ci lasciammo. Sento che mi rincorre. Mi raggiunge e mi dice: ma ti, non te si quelo del vissietto! Glielo confermai. Ne ridemmo di gusto. Ogni volta lo penso, sorrido ancora. I Servi più beati, a mio avviso sono questi!

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Casa dolce casa

arossogrigioIeri c’era il Mercatino dell’Antiquariato, qui in s.Zeno. E’ un antiquariato del pressappoco ma lo stesso attira un futtìo di persone. In quell’occasione vengono transennate le strade. Il Piccolo che non ha la residenza a casa mia è rimasto bloccato. Mi telefona, mette il viva-voce. La vigilessa sente quando gli dico il nome della via dove deve venire e lo fa passare. Giunto a casa me la racconta ghignando e mi dice: non so come farò quando non ci sei più! Sempre ghignando gli rispondo: quando non ci sarò più neanche tu ci sarai più! Rimane un attimo lì! Pensavo alla casa, mi dice. Il che mi conferma che è diventata come casa sua. Pensava alla casa ma ha pensato anche a me? Se sono diventato la sua casa, si.

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Come messaggio in bottiglia?

arossogrigioLa mia età si sta avvicinando allo stato di veneranda e all’accettata conclusione: conclusione che faccio fatica ad accettare se penso a questo più che trentennale lavoro. Che ne sarà? Finirà nella Rete come il messaggio in bottiglia che sarà raccolto per caso? E’ questo che vuole il Caso? E se in ambo i casi fosse il caso, devo stare con le mani in mano? E se facendo qualcosa devio il caso del Caso? Il mantenimento dell’opera in Rete sarebbe certamente favorita se trovassi il modo di far pagare l’abbonamento a WordPress allo stesso lavoro. Per fare questo, però, l’unico sistema (almeno al momento) consiste nell’appoggiarsi alla pubblicità, oppure, trovare un Ente sponsorizzante. Di quale genere di pubblicità e/o Ente? Per quanto tempo? Nella decisione e per gli scopi, condizionabili o no? Dell’opera rispettosi o no? Modificanti o no? L’ideale sarebbe se l’opera (oltre che mantenuta) diventasse nota al punto da non poter essere variata. Non per questo non discussa, ovviamente. Non so: tutto considerato, bottiglia e caso rimangono ancora le opzioni di perpetuazione più certe. Sarà quello che sarà. Come mi dico sempre: se sono un interesse della vita, la vita farà i suoi interessi. Ad esempio, sussurrando ai visitatori di stamparsi in proprio i testi che apprezzano. Sulla riva del loro mare, sarà come se avessero trovato la bottiglia. Sento pace anche in questa speranza.

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Credo, confido, diffido.

neocapoversoCredo nel Padre: del suo principio (la vita) assoluto generante. Confido nel Cristo Maestro. Non lo riconosco come Figlio del Padre. Un Principio assoluto può generare solamente l’assoluto che è: il Cristo evangelico non lo era (Assoluto) e non lo è. Neanche è possibile che un Assoluto si incarni in un non assoluto. Ad un Assoluto è possibile invece, incarnare il suo principio: la vita che da vita. Riconosco Cristo prossimo al Padre in ragione della sua conoscenza sul Principio. Non lo riconosco come Dio. Non ci può essere un altro Dio. Un assoluto ricongiungimento fra un Assoluto e un non assoluto non è possibile.  Certamente lo riconosco al vertice dei Figli che per principio tutti siamo in quanto portatori di vita: facoltà generante del Padre. Come forza e potenza della vita del Principio credo nello Spirito. Apro una parentesi: secondo me non vi è scontro fra religioni, tanto meno uno scontro fra i Maestri che diciamo Profeti. I Maestri ricongiunti con la forza e la potenza dello Spirito, nello Spirito annullano sé stessi in ragione del loro stato di spirito. In ragione dello stato di coscienza sulla vita del Padre, lo fanno tutti quelli che si riconoscono figli dei principi del Principio. Vedo, invece, uno scontro fra religiosi: scontro motivato dal bisogno di supremazia (spirituale, sociale, politica) degli “esecutori testamentari” dei Maestri, nel tempo diventati (e/o fatti diventare) dei fiancheggianti poteri quando non proprio potere.

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A motivo di ulteriori conoscenze l’ho riscritta nel Dicembre 2020
Agosto 2006

Storie di amore e di amorevolezza

neocapoversoAttraverso l’amico tramite, lo spirito dell’Amato mi ringraziò “per la mia amorevolezza“. A dirla tutta ci stetti pure male! Mi sarei aspettato un ringraziamento per il mio amore ma aveva ragione. D’altra parte, dicendo amorevolezza anziché amore come mi sarei aspettato, mi ha comunicato la vera essenza del reciproco trasporto e dunque una verità. Se quello spirito è effettivamente nel male, cosa gli costava dirmi una pietosa bugia, cioè, ringraziarmi per il mio amore? Allora, perché ha detto una verità? Perché, almeno in quel caso, non poté mentire o perché non volle mentire? Se precisando la realtà di quel sentimento sapeva di ferirmi, lo fece per amore della malizia o per amore di verità? Se non lo fece per malizia, allora quello spirito è anche capace di verità? Se lo è, allora ciò significa che se anche è stato nel male, tuttavia, almeno in quel caso seppe anche dissentire da quel volere e, dunque, seppe acconsentire a quello del bene? Ammesso e non concesso che lo possa sostenere, anche se lui è stato solamente il passivo strumento del mio discernimento sull’amore e sull’amare, pure, se lui non ci fosse stato, dell’amore e dell’amare io non ne sarei stato lo strumento attivo. Lo dico passivo, quello spirito, perché indurmi a capire non era certo sua intenzione. Se lo avesse fatto, avrebbe si, guadagnato una amicizia, ma avrebbe perso la possibilità di ottenere, amorosamente, ciò che al momento gli interessava di più: la sua ” roba “. D’altro canto, pur guadagnando una amicizia, anch’io avrei perso la mia ” roba “: il desiderio per la sua Natura. Non sopportavo di vedere che il suo desiderio per il male che lo faceva stare bene pur facendogli male (la droga) lo divideva dal mio desiderio di lui: nel bene e nel male, una ”droga” con il quale tentavo non solo di ”farmi” facendomi amare ma anche di distoglierlo dal suo male. Ma se lui sapeva anche fare a meno del mio bene, tuttavia, non sapeva fare a meno del suo, che indubbiamente, trovava più facilmente presso il mio. Da buon scafato, lui sapeva navigare meglio di me nei marosi dati dalle false corrispondenze: invece, io affondavo, nel senso che quasi sempre cedevo al do ut des che mi imponevano lui e la sua amante: l’eroina. Non era certamente del bene la mia accondiscendenza ma, nei confronti di quella persona, “sapevo resistere a tutto fuorché a me stesso”. A dirla tutta, indipendentemente dal mio desiderio, non sempre la mascherina riusciva ad incantarmi, tuttavia, quasi sempre fui un giocatore incurante dei costi: non solo di quelli economici. Pur sapendo che il nostro capitale affettivo era sempre più povero e gli schemi del gioco sempre più scontati, andavo sempre a vedere le sue carte. Più volte gli manifestai l’esigenza di porre chiarezza. Sull’esigenza della chiarezza in genere glissava. Una volta che non gli riuscì di farlo mi confessò: “l’equivoco è sempre stata la mia difesa!” Sarà anche stato perché gli volevo bene ma in quell’affermazione non vidi solamente chi si serve dell’equivoco per proteggersi dal male a costo di farsi e fare del male, ma vidi anche un essere così indifeso, da non aver altro (o da non essere capace di altro) se non la sua “roba” per difendersi da ciò che non sapeva affrontare se non da “fatto”. Almeno sino a quando era in vita non ho mai preso in considerazione l’idea che se si faceva e faceva del male era perché avrebbe potuto esservi diretto sia da sé che dal male. Adesso ne ho più di qualche sospetto ma, nel dubbio… Se avesse messo chiarezza nel nostro rapporto, ammesso e concesso solo col senno del di poi che sarei stato pronto ad accettarla, (ciò avvenne, quando l’avanzare della sua malattia e la vicendevole amorosità che in qualche modo era spuntata dalla nostra storia insignificò la mutua “tossicodipendenza”) comunque la mia intenzione d’amore si sarebbe scontrata coll’impossibilità di raggiungerla. Al punto, comunque avrei capito l’amore e l’amare attraverso la fallacia dei miei intendimenti ma, avrei capito quanto ho capito giungendo con lui sino alla soglia fra uno stato della vita e inizio dell’altro? Comunque sia e, comunque possa essere interpretata questa storia, fra di noi c’è stata anche della verità.

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Marzo 2007

Non basta conoscere i tumori

neocapoversoVenerdì! Come al solito colazione al giardino ma in ritardo più del solito. Di fronte a me un’altra panchina. Tre pensionati tubano sotto una torrida luce. Sulla panchina alla mia destra, in piena ombra, stanziali, due extracomunitari. Non hanno l’aria di essere gravati dalle preoccupazioni conseguenti la precarietà nel vivere. Lo paiono di più i tre colombi seduti di fronte. Sotto l’aspetto umano non mi considero diverso dai due extracomunitari. Generosità di cuore, questa, che non credo ricambiata se solo sapessero il genere di umanità che gliela concede, ma non è questo il punto. Il punto è che mi hanno irritato. Perché? Perché, livello umano a parte, nulla hanno fatto o dato, per guadagnarsi il diritto di sedere all’ombra, lasciando i tre vecchi colombi al sole. E già che ci sono, neanche per lasciare me, al sole. Potevo cambiare panchina, mi direte? Vero, ma è bastato un’occhiata, per capire che solo quelle al sole erano libere! Potevo andar mangiare a casa, mi direte? Vero, ma perché devo rinunciare all’usufrutto di quello che ho pagato con le tasse sul mio stipendio?! Se la panchina in ombra fosse stata occupata da italiani, la penserei allo stesso modo?! Certamente no! Anche loro, hanno il diritto di sedere all’ombra, perché l’hanno pagato come me. Se fossero stati due stranieri, chiaramente lavoratori, avrei pensato la stessa cosa? No, perché anche loro si stanno pagando il diritto di stare all’ombra. Se avessero lasciato il loro posto ai tre colombi mi sarei irritato perché non l’hanno lasciato a me? Ci si può incazzare di fronte alla generosità? Certamente no. Quindi, comunque sarei rimasto al sole, ma almeno non irritato. C’è del razzismo in questo post? Non lo so, ma non l’escludo: non basta conoscere i tumori per essere tutelati dai tumori.

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Giugno 2007

Cosa sto combinando?

neocapoversoIl Futuro dirà. Al momento, vedo che sto parlando di tre principi assoluti. Di quei principi non entro nel merito di quanto in opera ne deriva. Lascio quell’errore alle Teologie della Rivelazione. Sarà difficile far capire a quelle Teologie che si stanno esponendo alla Verità, e che la Verità acceca chi pretende di vedere in quella Luce. Quanto è successo a Saulo sulla strada per Damasco non ha dato da pensare proprio a nessuno?

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Ve lo giuro! Ho bevuto solo un paio di 45!

neocapoversoMusica decente, questa sera al Romeo: house ma buona! Sono arrivato presto. Da casa, in bici ci impiego poco! Bevo qualcosa. Già al primo, mi sento quasi subito deragliato! L’alcool è un antidepressivo ed io non sono un depresso. Forse, è per questo che lo reggo poco! Un po’ alla volta entrano le Immagini. Sono poche. La nebbia fa vittime anche quando non uccide! Rimangono aggrappate al banco del bar: sponda sicura per tutte le ombre. Guardano, cercano, scelgono, sperano. Nessuno si muove! Tutti pronti, a dire: no! La paura di dirsi ho fame è troppa. E, l’alcol ancora poco. Vedo un ragazzo bellissimo! Sta guardandosi attorno. Noto il suo modo di guardare: sta giudicando. Gli faccio cenno di avvicinarsi. Lo esclude, seccato! Volevo solo dirgli di essere meno severo: visto così, nulla sta in piedi. Lo lascio come l’ho trovato. Giovinezza, non avere paura della vita degli altri! E’ pur sempre, umus per la tua! Qualche volta sterco, è vero, ma si può non verificare e dirsi di capire? Una checca impazzita attraversa la pista urtando. Per una volta, passi! Per due, anche! Alla terza, irrigidisco il braccio e gli faccio capire che qui non si attracca! Sono quasi le quattro. Rientro pian pianino. Non ho fretta di raccontarvi questa storia. Può aspettare il vostro risveglio. Mi sono alzato adesso: buon giorno, Blog!

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Novembre 2006 – Post editato in primo in Blogs.it

Accidenti e poca memoria

neocapoversoHo iniziato i miei scritti nella Primavera del 1991. Ero sulle 800 pagine quando le ho contate anni fa. Saranno almeno un centinaio di più, adesso. Giusto per fare un CD, le ho convertite in HTML Di media, ogni conversione necessita di 7/8 operazioni, se tutto va bene. Naturalmente, non tutto va bene perché, sbagliare delle operazioni è fisiologico! Consideriamo, allora, la media di dieci operazioni per pagina. 800×10= 8000 operazioni. Un lettore napoletano starà certamente pensando: che cagamiento e….! Non è mica finita qui, però. Il fatto è che le devo organizzare secondo attinenza fra argomenti. Immaginate che in tutti questi anni, le abbia collocate in una ventina di cassetti. Per qualche anno più o meno come mi sembrava, ma poi, come mi sembrava meglio, quindi, meglio su questo: si prima e no dopo anche decine di volte. Su quell’altro cassetto forse ma vediamo. Su questo senza dubbio oggi, ma con più di qualche dubbio domani, ecc, ecc. Naturalmente, devo ricordare sia le pagine che le collocazioni precedenti se voglio poi ritrovarle per spostarle! Vi sta venendo una qualche idea sul quel po po’ di casino?! Cosa mi fa sapere che ho risolto il casino? L’ho risolto, quando, guardando sia le pagine che i cassetti, non sento alcun dissidio! Ecco! Questo vale anche per le nostre pagine, argomenti, conversioni, mariti, figli, amicizie, e non per ultimo noi. Dove non sentiamo più il dissidio, abbiamo raggiunto la nostra verità. Se non lo sentiamo più in noi e con chi ci corrisponde, abbiamo raggiunto la verità della vita. A proposito di verità, devo proprio accendermi una sigaretta!

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Ho detto ti amo solo una volta

neocapoversoSe non come voce di una certezza affettiva, almeno come voce di una speranza effettivatizzante non mi stancherò mai di dire: ti voglio bene. [Se effettivatizzante non è nel vocabolario, passamelo per amor di tesi.] Mi è capitato più volte, di trovarmi a voler bene a personalità “Pabloz” ma l’ho fatto come personalità “Mauro”: generalmente razionale. Ebbene, in casi come quelli fra Mauro ed il Pabloz, la mia razionalità, pur non negando nulla all’integrità della personalità “Pabloz”, da Mauro si sarebbe aspettata, non dico, una presa di posizione, ma almeno un riparatore distinguo. Libertà, Pabloz, a mio avviso è poter dare dell’idiota agli idioti, ma, libertà, sempre a mio avviso, è proibirsi di dar dell’idiota a chicchessia. Allora, per riparatore distinguo, intendo dire, che se qualcuno da dell’idiota a me, come minimo, mi aspetto che un libero ricordi all’offensore, che non può permettersi quella libertà, se non ledendo il concetto che tu stesso possiedi. Non per il Mauro, quindi, avresti dovuto intervenire, ma per difendere il valore che anche sei. Chi non lo fa per questa ragione, ne può trovare delle altre per difendere il suo concetto di libertà, ma non può, sempre a mio avviso, non cercarne. Sostenere la personale indipendenza da altri e/o da altro, è certamente un gran valore, ma, se questo valore comporta l’esclusione della scelta, di dover anche, partecipare, mi domando, allora, se è l’indipendenza spirituale che difendiamo, o se è dal dolore altrui, che ci difendiamo. Può anche essere che ci difendiamo, rimanendo sopra le parti, dalla paura di essere esclusi, o da una, o dall’altra parte. E’ indubbio, che i tuoi post dimostrano ampiamente la tua partecipazione al dolore altrui. E’ un dolore, però, che per la gran parte, rimane oltre un vetro. Ogni tanto, però, ci sono dolori che lo superano, e che chiedono, almeno una nota di presenza. Quando succede, l’ideale non può non congiungersi con il reale. Per fare questo, non si può non scendere a patti fra ciò che siamo, e ciò che il nostro prossimo è. Almeno coscientemente, non era mia intenzione farti questa sorta di predica, ma, come ho detto ad Ewan in un commento a te diretto, la questione mi ha preso il cuore, e al cuore, non si comanda.

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Datata

Appena prima di svegliarmi sogno

neocapoversoSto aprendo la cassetta della posta: è piena di carta grigia. Simbolicamente parlando, il grigio rappresenta l’area fra la verità senza dubbi (quella “bianca”) e quella verosimile alla bianca tanto quanto il grigio è chiaro. Da cotanto grigiore emergono due fogli particolarmente bianchi. Uno grande e uno più piccolo. Sul grande, leggo: signor nome e cognome, lei non ha ricevuto il Nobel. Scritta in corsivo con inchiostro nero, il carattere (grande) è elegante e senza fronzoli. Verrebbe da dirlo quello di servizio di un mittente che cura la forma della sostanza che fa pervenire. Con lo stesso carattere e le stesse caratteristiche, sul foglio piccolo leggo: non è stata solo una scelta. L’affermazione mi suscita una marea di ipotesi: tutte verosimili e nessuna accertabile, quindi grigie nel senso sopraddetto. Mi sveglio un tantinello irritato, non tanto per il Nobel mancato ma perché quella parte della missiva m’ha lasciato nell’indefinito. L’ho perimetrato con la formula che uso in questi casi: que sera sera.

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Mi dispiace per chi ha dimenticato cosa comporta avere le palle

neocapoversoPotrei anche dire che ho sofferto la povertà da quando sono nato se non prima. Prima, perché certamente l’ho sofferta in quella della madre biologica che ho avuto (erano tempi di guerra) ed anche dopo perché (tempi di guerra o no) povera lo è sempre stata la madre adottiva. Nel mio crescere ho sofferto la povertà che c’era negli orfanotrofi, poi quella nel collegio per orfani, e giusto per non farmi mancare niente, in quella dei miei tempi personali e sociali. Potrei anche dire che non è ancora finita, ma vuoi per fortuna o per assuefazione, ora, dell’assenza di ogni ricchezza, non ne soffro più. Non solo: quell’assenza, alla lunga m’ha fortificato. Ora, la realtà pandemica che tutti costringe a far i conti con una rinnovata povertà non mi coinvolge più di tanto: direi, anzi, quasi per niente. Da fortificato (potrei anche dire da “vaccinato”) dal Covid_povertà, dal Covid_pandemia vedo sorgere un problema da superare. Si presenta così: c’è l’hai ancora le palle che avevi quando affrontavi la povertà con fatalità e, molto probabilmente, con meno lamenti, o le hai perse? Per quanto mi riguarda, alla domanda, posso rispondere che c’è l’ho ancora. Non tanto perché sono fra gli “improduttivi”, e quindi per Assistenza sociale conservate, ma perché, di quello che sono stato non ho dimenticato nulla. Essendo, quel ricordo, ormai privo di sofferenza, privo di sofferenza posso tornare a viverlo. Nella mia povertà, ho avuto un’unica ricchezza: il pianto. Ma anche quello ha fatto il suo tempo. Certamente non è così per il compartecipativo dolore per i lutti e per le sofferenze. Per le cose che ora non posso avere pur avendole avute, invece, non ho inutili lacrime.

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La mia emozione

neocapoversoLa mia emozione non ha mai confuso un suo parere con la verità: men che meno con la Verità. Parere è quello che ognuno pensa. Di quanto si pensa, verità, è ciò che è universalmente provato. Di universalmente provato sui miei argomenti non c’è assolutamente nulla. Certamente li credo veri, ma perché li ho veramente vissuti e veramente li dico. Ne tengano conto gli stracciatori di vesti. Mica voglio fare la fine che hanno fatto fare a Cristo, e che fanno fare a tutti i poveri cristi che osano dissentire dagli spacciatori di Verità. Dei tanti generi di spacciatori di droga (è droga tutto quello che fissa l’arbitrio, e quindi, anche una fede quando fissa la ragione) quelli in buonafede sono i più pericolosi: a tutti i livelli! La storia lo conferma da secoli. Mi si dirà: ma, nelle questioni di fede non si può non superare la ragione! E’ vero, ma dove la fede turba la ragione, o la ragione turba la fede, bisognerebbe imparare a seguire il credo che dice: “dove non si può dire, è meglio tacere.” Ricordino i contestatori della religione altrui, che nel silenzio alberga la pace, e che vi è pace dove non vi è dissidio, e dove non vi è dissidio tace ogni parola. Non è forse per questo che la diciamo il luogo della Parola? Non è forse per questo che Cristo ha taciuto quando gli hanno chiesto: cos’è la Verità?

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Del prete in oggetto

neocapoversoDel prete in oggetto ho già scritto QUI ma questa mattina mi sono maggiormente ricordato un’altra delle sue: mai dimenticate. Eravamo in classe. Non ricordo per quale precedente discorso ma in fine citò Lutero.  Ci disse che morì al cesso in conseguenza della perdita delle viscere. Ora, immaginate un bambino che sente dire possibile quella causa di morte. Ora, immaginate un bambino che deve andare al cesso e che teme di non avere abbastanza fede su quanto la chiesa (per mezzo di rappresentanti di quel genere) gli va insegnando su Dio. Non ricordo se da allora sofrii di stitichezza ma non è così impensabile. Non mi fu facile allontanare quella disturbante fantasia. Neanche ricordo come ci riuscii. Certamente mi aiutò il disprezzo che da allora ebbi per ogni forma di terrorismo. Quello verso quel prete (allora chierico) inizio da prima ma da allora ombrò dello stesso disprezzo (più o meno totale) tutti quelli che conobbi in seguito. Dal mio disprezzo si salvò solamente Don Ottorino. In Don Ottorino, il suo essere prete non aveva terrorizzato il suo essere Uomo.

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Cara Paola

neocapoversoCara Paola: per via del più alto è possibile, ma per via del più grande di te, è tutto da vedersi. Ammesso che il problema, (o i problemi) inerenti la crescita dell’adottato sia un lutto, (o è anche la morte di un’idea) l’ho superato da un bel pezzo, tuttavia, capisco il senso della tua ricerca, ma per quanto detto prima, non le sento più. Non sentendole più, non mi sento neanche mosso dalle motivazioni (pur condividendole) che agiscono te. Mi trovi, pertanto, come un soldato, che pur capendo il senso della guerra, non sente il senso della tua battaglia. O, per altra immagine, come il soldato, che, avendo terminato la sua guerra, ora, vuole la sua pace. Il mio pensiero potrà anche sembrarti egoistico. Da qualche parte forse lo è, ma, direi, nel senso di ego confermato. E’ ben vero che altri non lo sono, ma per quelli, ci sei tu. La mia odierna strada, mi porta a provvedere (naturalmente, per quanto so e posso) per quelli che sono orfani di principi, se non di vita propria. Mi porta, quindi, a farli ritrovare un padre culturale e/ spirituale, vuoi interno, o vuoi esterno a loro. Sempre di orfani si tratta, è vero! Allora, io commenterò da te, e tu commenterai da me. Qualcosa ne verrà. Ciao, Vitaliano.

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Novembre 2006

Parola e parole

neocapoversoDel Salmo, Il Signore è il mio pastore, salvo solo la prima quartina; solo lì ci trovo la Parola. Nel resto, parole. Come distinguere la Parola dalle parole? Se è vero (come credo vero) che il principio della vita è l’Amore, e che l’Amore è Comunione, allora, dove vi è comunione vi è la Parola, e dove vi è divisione ci sono le parole. Parola, è l’emozione della vita che dice se stessa. Quale, la prima emozione di Dio? Direi, vita. Allora, dove vi è vita data dalla Comunione vi  è la Parola, dove non vi è vita nonostante la comunione vi sono le parole. Niente di difficile, mi pare.

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Ottobre 2007

Polvere siamo e polvere torneremo. Si, ma come?

neocapoversoSono soggetto a possibile ischemia. Per accertare una eventuale presenza di grassi nelle arterie del collo dovevo fare un elettrocardiogramma con sforzo. Vado a prenotarlo a Cardiologia di Borgo Trento (VR) La segretaria mi dice che il “medico è stanco, anziano, prossimo alla pensione e che riceve solo gli ospedalizzati”. Il che vuol dire che devo andare in provincia, oppure rivolgermi a qualche clinica privata. Come se da altre parti non ci fossero gli stessi problemi! Non me la sento di andare in provincia perché il mio fiato mi permette di superare i cento metri solo fermandomi per riprenderlo. Non posso ricorrere ai privati perché ho ha minima. Come non bastasse il mio medico di adesso m’ha sconsigliato di fare il vaccino contro l’influenza: a parte l’anno scorso non l’avevo mai fatto. Viste le cose, quale altra soluzione mi resta? Al momento solo una: decidere liberamente di usufruire della cura di tutte le cure: tornare la polvere che sono stato. Deciderà il cuore come, quando e dove. In tutti i miei casi l’ha sempre fatto. Delle sue decisioni non mi sono mai lamentato più di tanto: non comincerò a 76 anni.

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In_verso proverbio

Quando capitano occasioni amorose a venerande età, si constata giunto l’amaro fato: chi ha denti non ha pane (la giovinezza) e chi ha pane non ha denti: la vecchiaia. E’ anche vero che una vecchiaia sessualmente vissuta (etero o omo che sia, o che sia ancora concretamente attiva) lo cita ghignando e senza alcun rimpianto. Ieri sera tornavo dalla spesa con una borsa un tantinello pesante. Dal cancello di casa (stava entrando) mi vede arrivare il 56enne piccolino che con me la abita pur avendo la sua di proprietà. A 56 anni ancora piccolino? No, piccolino no perché è della mia stessa altezza (un metro e 87) e piccolino no perché (a proposito di proverbi) ti sa togliere i calzini senza levarti le scarpe! Lo dico ancora piccolino perché lo misuro con il metro mater_paternale che mi possiede da sempre, e che variamente lo possiede da una quindicina d’anni. Sesso no, per carità: ne ho due palle così! Mi viene incontro, dicevo. Mi libera dalla bicicletta e dalla sporta. Ti ho comperato le sigarette, mi dice. Lo ringrazio. Ci sorridiamo come lo fanno i coniugi ancora affettivamente complici, e procediamo affiancati verso casa. No, non è vero che chi ha denti non ha pane (la giovinezza) e chi ha pane non ha denti: la vecchiaia. E’ vero, invece, che per il nostro pane, la vita ci offre sempre quello che i denti possono masticare. E’ vero, la vita non offre caviale tutti i giorni. E’ anche vero, però, che lo possiamo allevare. A noi saperlo piccolino: anche a 56anni.

E mo’?!

Non immaginavo niente di tutto questo quando ho iniziato a scrivere questa strada da confuso, disorientato, perplesso e, cosciente dei miei limiti culturali e di vita, non di meno preoccupato. Di quello che sono stato qualche volta ne sorrido, adesso: per niente all’epoca! Rivedendomi, adesso, mi pare di essere stato come il fornaio in preda al panico perché vede l’impasto tracimare dal contenitore pur avendoci messo solo tre cucchiaini di lievito! Immaginatelo ancora, mentre si rende via via più conto che l’impasto, dopo aver riempito il negozio, gli sta finendo in strada; e nulla lo sta fermando. Men che meno lo può il fornaio. Ad opera pressoché finita, per altra immagine mi rendo conto di essere stato il bambino che senza aver alcuna idea su quello che stava combinando ha tolto tre mattoncini (tre matt – on – cini!) dalle Cattedrali del potere: sociale e/o religioso che sia. Immaginatelo mentre le vede vacillare, forse anche crollare: e mo’!?

Vitaliano: il de_scrittore.

A decenni di distanza mi chiedo ancora dove ho trovato la conoscenza di quello che non avevo coscienza di sapere prima di scriverla. In un altro stato della mente? In un altro stato della vita? Mah! Mi vedo ancora mentre arranco verso un’idea della quale non avevo alcuna idea! E’ come se avessi dovuto disegnare un cerchio senza assolutamente sapere com’è fatto. Oltre che a casa, molte volte sentivo di dover scrivere anche quando non potevo farlo. L’introduzione ai discorsi sullo Spirito e agli annessi e connessi, ad esempio, l’ho pensata (di colpo e quasi completa) mentre stavo al secchiaio delle trattoria dove all’epoca lavoravo. Ridevano e scuotevano la testa i colleghi quando mi vedevano partire in tromba alla ricerca di carta e penna. Avevano capito, però, (e accettato) che in quei casi dovevo scrivere e che niente mi avrebbe fermato. Non m’ha fermato neanche la paura di non ricordare quanto sentivo di dover districare: le accavallate emozioni che mi giungevano. Certo! Hanno dato un senso a una vita da uomo senza più niente, e certamente ho avuto più di quello che ho dato! Nonostante questo, tutto voglio fuorché rifare quegli anni, ma siccome sento di doverlo, al mio posto ho messo un altro: lo chiamo “per Damasco”.  Da distante lo vedo mentre patisce quello che pativo: ora ambedue sempre meno. Lettere recenti a parte, ho scritto questi pensieri nel corso di un trentennio. Solo adesso la ragione di allora ha raggiunto quella di ora. La segue ancora con difficoltà, è vero, tuttavia, senza essere gravata oltre misura.

Dei miei 77 anni, la mente a monte.

Per anni non ho badato alle montagne russe praticate dal cuore. Non avevo tempo per farlo: dovevo lavorare! Lo sto ascoltando, invece, da quando sono in pensione. L’ha fatto al punto da costringermi a contattare una specialista. La dottoressa mi accerta un’ischemia in peggioramento. Mi ordina una medicina e mi avvia al Reparto Cardiologia di Borgo Trento per un’ulteriore verifica. Ricevo l’appuntamento quando non l’aspettavo più. Scrivo la data, ringrazio, saluto e chiudo la telefonata. Mai, però, che riesca a chiudere la mente! Mi dice: Vitaliano, hai 77 anni e quasi tutti li hai vissuto senza riserve. Sei presso ché a zero sia con i rimpianti che con desideri non vissuti. Sei a zero anche perché non saprei dirti cosa non hai già vissuto. Posso dirti, però, che sei diventato uno dei tanti che è diventato uno dei troppi! E vero: sei in questa situazione anche perché, la Medicina, se da un lato salva i naturalmente destinati alla fossa e solo a rimandare la fossa per quelli ammalati da vecchiaia, dall’altro contribuisce a scavare la fossa alla Terra. Ora, o ti rendi conto che stiamo diventando i becchini di quella vita, oppure devi renderti conto che riuscirai ad impedirti di scavargli la fossa solo accettando di tornar a vivere secondo Natura, dove vivere secondo Cultura potrebbe diventarti oltremodo gravoso; non solo per te, ovviamente! A quel bivio, si presenteranno due prevalenti scelte: accettare passivamente (quando non amaramente) di percorrere la via generalmente priva di compensanti perché, o passare alla vita di chi resta quanto ti resta. A fronte della donazione di parte del tuo mantello già sento l’obiezione dei Tuttologi in religione: lei, Vitaliano, non può donare quanto non le appartiene! Ai Tuttologi rispondi con un fondante particolare: io non sto pensando di dare a chi resta l’evangelica moneta che ho ricevuto: mi sarebbe impossibile! Io sto pensando di dare a chi resta solo quanto mi resta del guadagno che sono diventato facendo fruttare il capitale ricevuto. Chiarito questo, lascia dire al Proprietario della moneta se il guadagno che sei diventato è tanto o poco o se fallimentare o no. Ti invito a pensare, però, che stia acconsentendo: circa la Verità ha taciuto ancora.

Le regole nella vita: educare fa male.

Ho bisogno di parlare col nuovo operaio. Lo chiamo al cell. Risulta occupato per più di mezz’ora: sul lavoro! Gliel’ho detto e ripetuto non si sa quante volte che non voglio un uso privato del cell durante l’orario di lavoro. Risposta: Ci, ci ci, ci! I Sri Lanka quando si mettono a parlare fanno più casino delle anare (anitre) e i par de le betoneghe: intraducibile! Folclorismi a parte, non voglio commenti dai Condomini sui miei operai! Parto dai pressi della Bra, e piombo al Palladio: 62 anni in bicicletta. Immaginatevi la scena. Arrivo, e gli provo che mi racconta balle quando mi dice che non è vero. Mi hanno sentito urlare sino all’undicesimo piano! In sintesi, sento che non mi posso più fidare! Gli faccio ridurre l’orario di assunzione, da completo a parte time. E se funziona ancora, gli darò altre ore, e se non funziona, saranno cazzi suoi! Sono stanco di essere derubato dei miei sentimenti! Così, dove se ne fregano delle regole dell’amore, (filìa, mi raccomando, non pedofilia) imporrò quelle del timore! Che amarezza, dover educare così! Non credano i figli che il genitoriale dovere di educare sia un piacere. Il più delle volte fa soffrire gli educatori.

Novembre 2006

La sincerità come vincolo

Non so mentire, non perché non ne abbia la capacità (o, al caso non ne veda gli interessi) ma perché trovo estremamente comodo essere sinceri: vuoi perché non ho molta memoria, vuoi perché mi è consono farlo, vuoi perché è più riposante dire ciò che è o tacere. Non per ultimo, non mi piace perdere la faccia. Data l’attitudine, non mi risultò chiaro perché, in un incontro medianico con “Francesco”, quell’entità mi raccomandò di fare ciò che comunemente faccio. Quello spirito, non precisò quale verità avrei dovuto dire, cioè, quella mia o quella del soprannaturale che mano a mano andavo scoprendo, così, giusto per semplificare le cose, le dico tutte e due. In vita, Francesco era stato lo zio dell’amico medium: era stato un barista