C’è voluto il suo tempo

afrontelineaC’è voluto il suo tempo ma ho dovuto rendermi conto che, salvo eccezioni, le mie lettere a l’Arena erano impubblicabili. In più casi non a torto. Non mi era possibile non scrivere quello che sentivo, e quello che sentivo ha imperato sulla mia ragione per anni: ero straripante! L’ho travasato negli scritti (e in giro, non so più dove o presso chi) più di quanto mi piaccia ammettere. Me ne rendevo conto ma riuscivo a fermarmi, solo quando la mente aveva raggiunto il silenzio. Dovrei rivederli tutti, ma per farlo dovrei tornare a immergermi nelle emozioni che li hanno motivati: generalmente indebolite dalla mia scolastica ignoranza, oltre che dalla caterva di dissidi: personali e no. Non me la sento. Non ancora. Non so quando. Certamente un po’ alla volta. Constato, intanto, che ci sono delle copie. Lascio tutto come sta. Con la memoria che mi ritrovo potrei togliere anche quelle che non lo sono.

abianca

C’è chi scrive e chi descrive.

afrontelinea

A decenni di distanza mi chiedo ancora dove ho trovato la conoscenza di quello che non avevo coscienza di sapere prima di scriverla. In un altro stato della mente? In un altro stato della vita? Mah! Mi vedo ancora mentre arranco verso un’idea della quale non avevo alcuna idea! E’ come se avessi dovuto disegnare un cerchio senza assolutamente sapere com’è fatto. Oltre che a casa, molte volte sentivo di dover scrivere anche quando non potevo farlo. L’introduzione ai discorsi sullo Spirito e agli annessi e connessi, ad esempio, l’ho pensata (di colpo e quasi completa) mentre stavo al secchiaio delle trattoria dove all’epoca lavoravo. Ridevano e scuotevano la testa i colleghi quando mi vedevano partire in tromba alla ricerca di carta e penna. Avevano capito, però, (e accettato) che in quei casi dovevo scrivere e che niente mi avrebbe fermato. Non m’ha fermato neanche la paura di non ricordare quanto sentivo di dover districare: le accavallate emozioni che mi giungevano. Certo! Hanno dato un senso a una vita da uomo senza più niente, e certamente ho avuto più di quello che ho dato! Nonostante questo, tutto voglio fuorché rifare quegli anni, ma siccome sento di doverlo, al mio posto ho messo un altro: lo chiamo “per Damasco”. Da distante lo vedo mentre patisce quello che pativo: ora ambedue sempre meno. Lettere recenti a parte, ho scritto questi pensieri nel corso di un trentennio. Solo adesso la ragione di allora ha raggiunto quella di ora. La segue ancora con difficoltà, è vero, tuttavia, senza essere gravata oltre misura.

abianca

Da un blogger deluso, ricevo.

adivisorio

Mi sarei aspettato una considerazione più profonda, da uno che sul suo blog scrive tante saggezze”, mi dice, temo deluso, Ispanicoroma. Vediamo un po’, ora, se riesco ad essere più profondo. Ognuno di noi, a mio avviso, è via (Natura) della verità (Cultura) della propria vita. Questa strada è soggettiva. Questo non esclude delle corrispondenze fra vita e vita, ma questo esclude che una data vita possa inserirsi in un altra al punto da deviare un soggettivo percorso. Credo, inoltre, che, vita, sia una infinita serie di domande alle quali dobbiamo dare le nostre soggettive, risposte. Allora, se per capire che cos’è “vita”, si sceglie di percorrere una data strada, chi sono io (o cosa ne so, io) per disquisire se giusta o sbagliata quella scelta, o addirittura per fermarla? Credimi, almeno per quanto mi riguarda, non è un girarsi dall’altra parte, è un guardare, accompagnato da un doloroso dover tacere per quanto detto sopra. Non condividere, per me, si dovrebbe limitare a non percorrere quella strada se non la si sente come corrispondente al proprio momento esistenziale. Ti faccio un altro esempio sul mio modo di pensare. Io sono contrario all’aborto, tuttavia, ho votato a favore. Allora, vi è maggior saggezza nell’opporsi all’aborto, o vi è maggior saggezza nel non opporsi all’altrui diritto di scelta? Altro esempio: se io compio un errore che coinvolge solo me le paghi tu le mie “spese”? Se tu fai una cosa giusta li godo io i tuoi guadagni? No, li perde o li guadagna la vita. E’ chiaro che quanto sostengo ha infinite implicazioni e sfumature, ma è altrettanto chiaro che che questo commento è una risposta al tuo, non, una tesi di laurea che non saprei fare. Ciao.

Maggio 2007

adivisorio

Nella quasi totalità degli scritti

adivisorio

Nella quasi totalità degli scritti, e cominciando da un’epoca che non credo di aver ancora finito non sapevo neanch’io cosa stavo pensando mentre scrivevo. Anche perché, quando scrivo, nella mente ho solo silenzio. Giunsi anche a domandarmi se c’ero ancora con la testa. Mi capita di chiedermelo anche adesso, sia pure non sempre. Non sempre perché, dagli oggi e dagli domani, un qualcosa ho imparato. In tutti i discorsi mi sono inoltrato nella terra come si inoltra la trivella che usiamo per cercare l’acqua. E’ noto che prima della pulita esce quella mista a fango. In quest’acqua non penso di averlo tolto del tutto. Anche perché, passata l’emozione che me li “detta”, mi ricordo solo malamente cosa ho scritto. Così. ammessa l’emozione come vera maestra, devo anche ammettere di essere un alunno da un tanto al franco;  meno quando scrivo.  Di più quando parlo. I primi testi in particolare (l’emozione in quelli era irrefrenabile) sono degli indigeribili polpettoni. Li lascio, sia perché sono fra i fondatori di questa storia, sia perché non devo tacere nulla. Mania di grandezza, o no che sia, sono soggetti da studio. Non saprei dire se da avanzata letteratura, o se da avanzata psichiatria. Non per la prima volta la vita ci presenta questi “strani compagni di letto!” Non so più cosa inventarmi per rendere maggiormente agibile la lettura di questi scritti: decisamente tanti. Per i testi non citati nei Menu non mi resta che subire la scelta di invitare a vedere il Carteggio. Non poche lettere del Carteggio sono ancora da rivedere. Vita permettendo le sistemerò.

Tutti gli scritti del Blog sono frutto del compensante lavorio dell’ostrica che copre l’intrusione nella sua valva con la medicamentosa perla.

Per dire la mia conoscenza ho dovuto preservare la mia ignoranza. Con l’Italiano penso di esserci particolarmente riuscito.

Il Sito è in costante verifica, modifica, e completamento.

Si stenda un pio velo sui congiuntivi tarocco e su tutti gli altri u.f.o della lingua italiana.

Solo in rari casi capisco (in altri Blog) come e dove ricambiare l’apprezzamento che ricevo. Come navigatore, a dirla in napoletano,  sono parecchio storduto. Tanto è vero che ho pulsato followin per tutti i presenti senza minimamente sapere cosa stavo facendo: mi suonava bene!

Non sono in grado di sapere quali temi si sceglie di capire, così, sia pure col rischio di annoiare, ho dovuto ripetere gli stessi pensieri anche in altre pagine.

adivisorio

Cupido mi ha scocciato!

adivisorio

Ho filtrato liquami per anni, e l’ho chiamato amore, ma l’amore non è una fossa di decantazione, e l’amante infermiere non può non veder malato l’amore. L’ho sempre saputo, a dire il vero, ma allora, da quale nuova filosofia spunta, questa novità! Da nessuna, in particolare. Mi sono solamente rotto le palle di un’arte che mi fa recitare sempre la solita parte. Tutto considerato, invecchiare non è poi sta gran disgrazia se una riacquistata ragione mi permette di dire basta alchimie, basta intrugli, basta inciucci! Cosa mi darà la nuova maestra in cambio di quello che mi ha fatto buttare? Al momento, m’ha dato una non minata capacità d’attesa: neanche fosse una fede.

adivisorio

Navigando verso la nostra verità

adivisorio

“Vorrei solo capire se la mia barchetta di carta un giorno riprenderà a navigare come ha sempre fatto, oppure meglio che l’abbandoni per mettermi a navigare su fiumi diversi…”

Mi sono posto le tue domande per anni, e per anni mi sono dato infinite risposte. In tutto questo mio firmamento di ipotesi, quale, la Stella Polare che m’ha condotto alla mia verità? Se avessi dato retta alla mia Mente, starei ancora cercandola! L’ho trovata, invece, dando retta al mio Corpo: dove c’è dolore, non può esserci verità, tanto quanto vi è dolore!

adivisorio

Nei festivi di molti anni fa

adivisorio

Nei festivi di molti anni fa (oddio! mi pare tutto di molti anni fa!) ho lavorato come cameriere in casa di certi conti di Verona. In un lato della sala bigliardo, posta nel seminterrato, c’erano appesi dei proclami dell’Impero d’Austria. In questi, l’elenco di oppositori italiani, definiti sovversivi e banditi, da mettere alla forca, o quanto meno in galera. Meglio o peggio non si può dire, tuttavia, senza di questi “banditi”, non saremmo Italia, non saremmo italiani. E, questo, credo valga anche per i “banditi” iracheni, che non vogliono imperi d’austrie, in casa loro! Mentre si recava alla ghigliottina, una, nonmiricordopiùqualedama, ebbe a dire: libertà, libertà: quanti delitti in tuo nome! Parafrasando, si può dire: Mercato, Mercato: quanti delitti in tuo nome! Non ultimo delitto: il potere di gestire la Menzogna, come potere. Per questa capacità di delitto del Mercato, noi, “vasi di coccio”, vediamo quello che, i Poteri, vogliono farci vedere, dire, e, a sua utilità, amare od odiare. Fai e senti quello che vuoi, Ewan, ma sappi verificare se nel tuo fare sei gestore o gestito: é questione di Essere.

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Come tanti

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Vi è stato chi non ha creduto al mio profilo social, così, c’è stato chi m’ha preso per illuminato, profeta, guru, e via similando. A questi, ho dato un’unica risposta: macché, macché, macché! In me, non c’è nulla di diverso da altri. Neanche la mia sessualità, tutto considerato non è diversa da quella etero. Ho amato l’uomo, infatti, come uomo che ama una donna, e/o, come donna che ama uomo. Di diverso, forse, ho un superato uso degli attributi, o degli orifizi, ma è una diversità che ha fatto scuola anche agli etero, quindi, è andata a ramengo anche quella mia specificità in amare. Allora, tolto di mezzo le quisquilie, io sono quello che sono, non quello che sembro, Ma, perché, posso sembrare un illuminato, o profeta, o guru, e via similando? A mio avviso, (e forse, forse, e ancora forse), perché dico cose vecchie, in modo non vecchio; forse, perché non dico, sulla vita, ciò che è delle minestre riscaldate. [Almeno, non mi pare.]

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Occhio! Diluviano virgole!

adivisorio

Per la verifica dei post lunghi non ho ancora fiato. Mi limito, così (troppa grazia s. Antonio!) a rivedere la parte iniziale dei corti. Misericordia: quante virgole! Ne giustificavo la presenza dicendole necessarie alla comprensione dello stato d’animo che descriveva un dato momento e/o caso. Sono lo strumento che battono il passo all’emozione, mi dicevo. Sono il regista che muove i soggetti in scena, mi dicevo; si mi dicevo ma perché ora mi dico: che palle, Vitaliano!! Forse perché è cessato il bisogno di mettere in scena le parole secondo vissute tragedie? Forse perché, direttamente al petto, ora miro la vita?

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I miei studi

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Considero i congiuntivi come si considerano gli U.F.O. C’è chi li vede. A me non è mai capitato. Dopo le elementari in collegio, verso i trentacinque (anno più anno meno) ho conseguito la licenza media e la prima superiore studiando alle serali. Siccome errare è umano e Ariete perseverare, in mezzo a ragazzi che gridavano alle ragazze ”col c…., col c…., è tutto un altro andazzo” e alle ragazze che gridavano ai ragazzi ”col dito, col dito, orgasmo garantito“, iniziai a perdere i capelli e cominciai il biennio. Successe alle Montanari di Verona. Mi distinsi in religione, in un test dell’insegnante di Pedagogia nel quale risposi: ”quasi sempre” o ”quasi mai” alle domande, e perché mi si chiamava papà. Molto francamente, se i miei studi sono proseguiti, più che alle mie capacità lo devo alla carità degli insegnanti. Quando non ho potuto non ammettere che la vergogna di accettarla era maggiore del fine per cui l’accettavo (capire e capirmi) ho lasciato la scuola. Da qualche parte dell’Emilia devo avere una abilitazione ad una terza superiore: ci stendo un pio velo.

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Non sono farina da ostie

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Non sono farina da fare ostie, e quando Patrizia mi ha allontanato dalla sua corrispondenza perché assomigliavo ad un Amico che l’aveva disgustata gliene ho dette quattro! Ma, il tempo è galantuomo e Patrizia ha ragione! Ha ragione verso quella persona, però, non verso di me! Ora, a mia volta provo verso di quella lo stesso disgusto che prova Patrizia! Capisco che un disgusto possa orbare un giudizio, ma, serenamente, non capisco, dove stia somiglianza, fra me e quello. Questo, non per dire chi sia il migliore, ma solo per dire la diversa identità di vita ed il ben diverso modo di rapportarsi con gli altri! Se fossi anche lontanamente eguale a quello non avrei scritto, nel mio profilo, le mie scomode verità, ma per l’amicizia lunga io sono per i patti chiari. Per questo sono stato me stesso, anche dove non richiesto, anche dove non necessario. Ovviamente, per il disgusto che provo anche al solo pensiero, non collocherò alcun mio scritto sul Blog di quello, e se commenti farà su di me, (vuoi positivi, vuoi negativi), li considererò estremamente falsi! Liberi i presenti di pensare ed agire, come capiscono, sanno, credono, o vogliono. Siccome non cerco approvazioni, e le disapprovazioni sull’argomento non mi toccano, credo superfluo ogni commento.

Faccenda da Blog.it

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Normali timori

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Più dei delinquenti ho temuto i comuni. Il delinquente può anche toglierti la vita, ma i normali possono togliere brandelli di vivere, sia per tutta la loro vita, che per quella dello sbranato da una voglia di carne che pretendono di agire usando verità e giustizia come denti.

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“Cani sperduti senza collare”

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Al Mercato dello Stadio, un giovane che stava friggendo del pesce si gira e mi vede. Sorride un ciao. Sembri un marinaio, mi dice. Si, di acqua dolce, gli rispondo, a mia volta sorridendo ma con strascico di passo in avvio veloce. Ma dove cazzo devo andare di corsa?! E perché cazzo devo sempre sminuire le dimostrazioni di stima: amicale, affettiva, o comunque amorosa che poi contiene sia l’amicale che l’affettiva! Avete presente i cani battuti che si ritraggono alla sola vista di una mano in avvicinamento? Ad alcuni di quelli capita di mordere: a me capita di mostrare i denti.

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Ogni tanto un pensiero

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Ogni tanto un pensiero mi gira per la testa come un volo dentro una gabbia: devo occuparmi delle cose del Padre mio. Non sussultare che adesso mi spiego. Cosa significa, occuparsi delle “cose” del Padre? Per me significa questo: il Padre ha (ed è) una sola cosa: vita. Occuparsi delle cose del Padre, allora, è occuparsi della vita che ha originato. Vi è vita del Padre, vi è la nostra. Per quanto riguarda la vita del Padre, chi più eletto di Lui ad occuparsene? Quindi, non mi rimane che occuparmi della sua opera. Per quanto so e posso, ovviamente. Vi è l’opera che è diventata Vitaliano. Vi è l’opera che è diventata “per Damasco”. Ora, mettiamola così: Vitaliano si occupa della vita e “per Damasco” si occupa della Vita. Avendo principio dallo stesso Principio, è chiaro (almeno per me) che occupandomi del mio principio (della mia vita) mi occupo anche della vita del Principio. Siccome il Principio della vita è il Padre della vita, ne consegue che, occupandomi della vita e della Vita mi occupo delle cose del Padre. Più o meno consciamente (e/o intenzionalmente) è quello che facciamo tutti.

Maggio 2008

adivisorio

Pensione e liberazione

adivisorio

Il mondo non da problemi mi dice l’amico tossicodipendente, e se hai problemi è perché te ne fai tu. Accolgo la sentenza di chi non ha e non si fa problemi se non altro perché li seda più volte al giorno. Diversamente da lui, io li sedo isolandomi, come chi si isola in un proprio convento, o in un proprio convenuto. Non so se si possa dire bello il periodo della pensione in quanto stacco dal mondo, ma per me lo è. Dal mio punto di vista, infatti, pensione, è il certificato sociale che mi conferma l’avvenuta liberazione dalle infezioni per conflitti; è ciò che mi permette di uscire dall’ammalatorio dove sinora sono stato ricoverato. Per un cosiddetto vivere dovrei rientrare? Perché mai? Per infettarmi ancora? Ma neanche per idea!

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Ore otto e qualche minuto

adivisorio

La srlankiana collega mi dice che l’operaio se n’è già andato perché aveva mal di pancia. Morale della favola: quasi tutto da fare. Panico! Trovo altri due operai, ma, da lunedì, perché prima vengono gli amici! Etica invidiabile, ma intanto che faccio? Glielo racconto alla polvere?! In qualche modo tampono. Finisco nel tardo pomeriggio. Avete presente le acciughe? Sono così! Vado a prendere sigarette e giornale. Voglia di andare subito a casa? Zero! Voglia di farmi da mangiare? Zero! Vado dal mio Kebaccaro. Gli ordino una porzione grande di patate fritte. C’è un caldo boia, all’interno del 2 x 2 che osa chiamare negozio. Prendo una sedia e mi siedo sul marciapiede. Apro la prima birra. Pardon, la seconda! Non potrei stare sul marciapiede, ma per fortuna, il vigile che può confermarlo non passa, o deve ancora nascere. Passa una vecchia culandra. E’ la versione maschile della vecchietta con i due cagnetti che avrete visto in Un pesce chiamato Wanda. Mi cade l’occhio sui suoi pantaloni: la riga è perfetta. Rifletto sull’età, e sul rifiuto di arrendersi. Passa un’anziana accompagnata dalla figlia. Non l’ombra di un grasso nell’anziana in emiparesi facciale. Non l’ombra della figa che deve pur esser stata la figlia: ora, madre compita ma, sepolcreto della passera. Mi capita di vedere ogni tanto delle donnone africane o latine, più larghe che alte, eppure, ancora così femmine! Cos’è, che abbiamo sbagliato?! Ordino la terza birra e una porzione piccola di patate. Dico all’amica commessa, e filarino dello spacciatore di farinacei, non sposarlo! E’ un bandito! Ride. Deve già saperlo. La capisco. E pakistano, lo sciagurato! Ti sorride come fossi l’amante della sua vita mentre ti pugnala il fegato con un olio che te lo raccomando, e che tu sai mentre fai finta di non sentire i rigurgiti dei suoi delitti! Dio, se almeno lo facesse alla Bin Laden, in qualche modo potrei anche difendermi, ma chi mai si è difeso quanto basta dagli Arsenio Lupin?!

E ordino la quarta birra.

Passa un ragazzo sui venti. Tutto a puntino. Ivi compreso la cinghia bianca dei regolamentari Gabbana: pantaloni che paiono cadere dalle anche ad ogni passo, ma che non è vero pericolo (sostengono le chiappe) smentite complici (d’induzione a reato) dal fatto che il ragazzo continua a tirarseli su. Lo stesso tic anche nelle ragazze che portano le mini. O meglio, delle giustificazioni che spacciano per sottane. E che cazzo, ragazzi! Abbiate il coraggio delle vostre opinioni! O su, o giù! Che in mezzo, oltre che alla virtù, c’è anche l’ipocrisia! Così ragionando, dico di no alla quinta birra e me ne torno a casa. Giusto per recuperare il fiato andrò a dormire un po’. Al risveglio, vedrò di fare in modo di alimentare le illusioni di qualcuno.

Luglio 2007

adivisorio

Masticavo una brioche mentre andavo girando pensieri

adivisorio

Per andare al lavoro passo davanti la chiesa di s. Zeno. Specialmente nei festivi, sul marciapiede della strada che porta alla piazza della chiesa si siede una zingara. Saluta. Ricambio il saluto. Non do mai nulla. Se mi dicesse: portami una spesa lo farei. Mi costerebbe, certamente molto di più di un 50 cent di superiorità ma molto di più il piacere. Molto di più, il senso dell’uguaglianza fra poveri, al di là del fatto che in quel dato momento uno dei due possa maggiormente almeno all’apparenza. Odio far la carità! Mi umilia. Davanti l’ingresso laterale della chiesa, staziona un altro povero. Sui quaranta. Solido, di struttura. Prima di quello c’era la donna che si è trasferita nella strada dove passo. Ancora prima di quello, c’era un giovane mutilato: romeno, mi è parso. Per qualche giorno c’è stata anche un’altra donna: sparita. Strano. Non che si trovino in tutti i cantoni, i posti in cui la mercificazione della povertà può rendere non poco. Comunque sia, quello c’è e ci rimane. Non mi piace quella figura. E’ una forza che sento non provata da fatica da lavoro, o da disgrazia. Mettendomi al posto delle anziane e degli anziani che vanno a messa, la sento intimidente. Non che faccia qualcosa per spaventare, ma, sappiamo che può far spaventare anche un semplice modo di posizionarsi sia con il corpo che nel dato luogo. Ho il terrore dei cavalli. Lo domino, ma è più forte di me. Sulla sponda dell’Adige, nella zona che chiamano Lazzaretto, ogni tanto passa qualche cavaliere. Un pomeriggio, ne viene uno verso di me. Cacchio! L’argine che in quel posto permetteva il passaggio non era largo più di un tre metri. Da una parte e dall’altra le rive erano era ripide. Troppo per una ritirata strategica, così, a piede più o meno fermo, aspetto l’inevitabile sorpasso del cavallo. Il cavaliere non era un problema. Neanche il piacere di una tentazione, devo ammettere. Mano a mano che il cavallo s’avvicina, mi irrigidisco. Non posso farne a meno. Mica posso fare una crisi isterica! Ad un due passi da me, il cavallo rallenta, tituba. Quasi si ferma. Dal centro del passaggio si scosta sino alla ripida alla sua destra. Mi guarda, rovescia quasi l’occhio, (come a dire, se ti muovi ti fulmino, ma lungi da me l’idea di provarci) nitrisce, si scrolla. Ripreso dalle redini del cavaliere, passa: mi sa che abbiamo sospirato tutti e due! Non saprei dirvi se quel cavallo ha sentito la mia paura o come, tuttavia, penso che l’abbia sentito (il mio irrigidimento) come una possibile forma d’aggressione. Me lo fa pensare, il suo momentaneo fermarsi, il suo scostarsi da me per passare, lo scrollo della criniera ed il nitrito. Allora, se un cavallo è in grado di sentire lo stato d’animo di una forza non espressa, a maggior motivo, direi, lo può una persona. Tornando a quel povero, se fossi il parroco gli avrei chiesto di non mettersi proprio su quello stretto passaggio. Il fatto che sia quasi a ridosso di chi passa, in qualche modo è costrittivo perché riduce gli spazi del libero movimento del passo. Quella riduzione dello spazio e del movimento del passante, a mio sentire, diventa anche una riduzione dello spazio del movimento della volontà di quel dato passante, cioè, da caritatevole per libera volontà, può diventare condizionante sino ad una mentale costrizione. Fisime? Può darsi. Un paio di giorni fa, seduti al tavolino della birreria all’angolo della piazza dove usualmente passo, c’erano tre giovani. Due ragazze ed un ragazzo. Tutti sui venti, direi. Ci guardiamo. Il ragazzo ed io. Mi guardano, le ragazze. Sono Sinti. Nei tempi del c’era una volta non esisteva la prostituzione (maschile e/o femminile che sia) presso i Sinti. O se esisteva, non con estranei a quel gruppo, o se con estranei a quel gruppo, non come mestiere. A suo tempo ho avuto non pochi amanti Sinti, ed il soldo, era ultima e non necessaria cosa. Più dal soldo, erano sedotti dalla personalità del seduttore: volente o nolente che sia. Cercavano un’ospitalità, più del cuore che della casa. Cercavano forme d’affetto, amorevolezza. Non sono una figura così smaccata di Finocchio, ma certamente sono smaccatamente diverso dagli anziani standard. Però, per quel gruppo tribale (ma anche per il nostro, devo dire!) ogni diverso da usuali schemi è necessariamente un Finocchio. Per quei tre ragazzi, allora, altro non è passato che un diverso Finocchio. Tanto più, perché hanno notato che ho guardato il ragazzo più che le ragazze! E’ il nostro difetto e’ fabbrica, ebbe a dire l’amante napoletano di una mia mia… amica ai suoi amici. Comunque sia, vaglielo a dire che stavo pensando al lavoro e non al sesso! Comunque sia, un giovane uomo sinto, che si sente non colto da un altro uomo ne trae la conclusione che non è piaciuto. Il che non sarà importante, tuttavia, li scoccia un po’. Conclusioni, certamente non scientifiche, le mie, pure, proprio stamattina (guarda caso) c’è stata una riprova, Lungo il mio percorso c’era un ragazzo più giovane. Mi saluta. Lo saluto. Proseguo. Lo avrei detto dai 16 ai 18 anni, ma, avrebbe potuto averne anche 14. E’ fortissimo, in loro, il divario fra età somatica ed età anagrafica. Il fatto che debbano affrontare la vita (la loro e la nostra) ancora in età infantile (ammesso, e ne dubito, che abbiano avuto il possesso di quell’età) li rende, anche fisicamente precoci, oltre che esperenzialmente. Non per tale fatto sono uomini, ma per tale fatto li dico miraggi uomo. Sbagliano, gli assetati di sesso e/o d’affetto, e/o d’amore (?) che non sanno (e/o rimuovono) che i miraggi d’uomo, (o di donna) appaiono come veri dove il percorso sessuale di un’età maggiore è deserto.

Marzo 2008

adivisorio

L’idea che seguo

adivisorio

Come perdamasco e come persona, seguo l’idea del Padre (il Principio della vita sino dal suo principio) e l’idea del Principio della vita è la vita: il Bene per la Natura, il Vero per la Cultura, il Giusto per lo Spirito. Se lo stato che segna la verità della vita è lo Spirito, e lo Spirito è la forza della vita sino dal principio e, pertanto, del Principio, allora, procedendo oltre l’idea cristiana, perseguo il principio dell’idea del Principio: lo Spirito che ha dato forza all’idea.

adivisorio

“Sei pazzo o sei un genio!”

Dopo aver visto la stesura delle prime immagini dei concetti che dico in quest’opera (preso dalla rivelazione le mostravo a destra e a manca) me lo disse un angelico biondino dall’aria simil prete. Mi capitò nella trattoria dove lavoravo. Fu per caso? Non so, ma ho sempre avuto il sospetto che venne per annusarmi su incarico. La stessa curiosità (sempre anonima) si manifestò (dal Vescovado) al Referente del Sert veronese. La fecero qualche giorno dopo la pubblicazione (nel Giornale locale) della richiesta di una annuale messa solenne per i tossici morti per over dose. A parte la telefonata del prete al Sert (chiesero chi fossi) e una messa comune solo per quell’anno, altro seguito non ci fu: neanche dal biondino che già alla prima occhiata mi parve soggetto_oggetto da preti: se non di fatto, in potenza. Una cliente della Trattoria aveva il fratello prete. Di quell’uomo (nulla di che per via di mascolinità) mi risultò sedotta sino alla sessuale infatuazione quando vennero tutti e due in trattoria. Figuratevi se mi facevo scappare l’occasione, così, mostrai il malloppo anche a quel prete. Ebbene, le disse perfettamente cristiane. Non me n’ero proprio accorto! Comunque sia, da cotanta affermazione altro non sorse; che io sappia, almeno.

adivisorio

Le facoltà culturali date dal “corpo calloso”

Mi ero perso il tuo commento sul “corpo”, (non so cosa sia ma mi fido di te), che avrei più “calloso” dei maschietti, e alla pari con le donne. E, tu, che ti lamentavi, quando ti presentavo la mia parte femminile! Adesso capisco! Era invidia! Ma, dall’alto del mio maggior callo, derivato dal fatto che sono naturalmente maschio e culturalmente uomo, ed in contemporanea, culturalmente donna, e quindi, meglio di chi è normale, posso connettere più a fondo i due emisferi cerebrali, (ed in ciò, di utilizzare assieme il pensiero intuitivo, emotivo, e razionale), posso essere clemente, e far finta di nulla.

adecoro
Giugno 2006

Capire come un colombo

Quando un colombo si trova ad aver a che fare con un grosso boccone di pane lo becchetta a misura della sua gola. Così, quando ho a che fare con grossi bocconi di sapere li becchetto a misura della mia mente. I commenti che lascio in giro, pertanto, sono briciole che ho potuto ingoiare senza strozzarmi.

adecoro
Giugno 2006

E’ questione di nettare

Ho ballato tutta le sera. Mentre io facevo Salomè il Piccolo se ne stava indeciso fra il due o il tre. Da parte mia nessun senso d’abbandono! Sapevo cosa facevo. Sapevo anche che deve crescere e che crescere significa sacrificare chi fa crescere. Uscendo dalla discoteca mi sono scoperto ubriaco. O forse no se il primo pensiero è stato: il Signore è il mio pastore. Lo porto a casa. La notte non si cura se vado seguendo le curve come i lampioni perché in fondo c’è il giardino. Non mi dispiace se non ci trovo amante: conosco il contante. Nel giardino, un giovane mi chiede una sigaretta. Ci siamo baciati; è questione di nettare.

adecoro

Datata

Forse nei cieli grigi

adivisorio

Sono scomodamente seduto al McD. Mi passa davanti. Sta portando una bici che più scassata di così non si può; non che lui sia messo meglio. E’ al telefono. Saprò dopo che sta parlando di lavoro con una ausiliatrice di non so che gruppo o se in proprio. E’ stracotto come neanche un brasato: ne ha anche il colore. Non ricordo se di trentatré o trentasette anni. Era un fringuello quando l’ho conosciuto un paio di estati fa. Sta diventando un piccione. O meglio, piccione nel corpo ma ancora fringuello nell’animo. Non mi vede. Lo chiamo non mi sente. Gli faccio un trillo. Guarda chi è e poi gira la bici. Mi vede. Sorride. Gli faccio uno sberleffo. Atteggia le labbra. Mi manda un bacio. Non vede la gente. Non gliene frega niente. In quel momento, neanch’io. Non si può censurare la spontaneità. Quando è sincera e pulita, meno che meno. Era notte quando l’ho conosciuto. Stavo seduto all’ingresso del mio Giardino. Gli do la sigaretta che mi chiede. Cerchi compagnia mi dice. Gli dico non ho soldi. Non sono caro, mi risponde. Lo accompagno alla pianta dove ha la camera. Non so cosa mi gira ma cammin facendo m’incazzo! Mi sono rotto i coglioni di far crescere uccelli, gli urlo. E’ molto meglio far crescere un uomo!!! Degli zingari che dormivano in un altra camera si sono alzati per vedere chi era la pazza che gridava a quell’ora! Quando m’hanno riconosciuto non si sono dimostrati sorpresi. Strano! Non ho mica gridato così tutte le settimane. Zingarescata a parte, non ricordo come sia andata a finire quella sera, se non verso mattino. Ricordo che l’ho spogliato. Mi riferisco alla mente, non, alle braghe. Devo avergli detto delle cose giuste (o che gli sono parse giuste) perché da allora mi chiama il suo angelo. Naturalmente, io gli dico che è il mio diavoletto! Chissà se gli angioletti e i diavoletti si possono amare. Forse nei cieli grigi.

adivisorio

Venga un accidenti al Romanticismo!

adivisorio

Ho riletto i pianti sulle Are del Foscolo, e la sua voglia di essere eternato si è congiunta con la mia voglia di non essere uno sparito, così, nel Foscolo ancora giovane ho scoperto il mio essere di Foscolo adulto. Non rifare gli esami qualche volta è un peccato! Come privatista ho ottenuto la licenza media in una scuola della provincia di Verona. Non mi ricordo in che età. Di certo, barbuta! L’esaminante, che non sapeva trattenere l’allegria davanti ad un alunno in ciclo da carampana mi dice: parli del Foscolo! Apriti cielo! Alzo gli occhi al soffitto, mi faccio cadere le braccia, e, in perfetto padano, rispondo: Oh, signur! El Foscolo! El pianxe su l’isola! El pianxe su so’ mare! El pianxe su le are! Insomma, el pianxe sempre! Sono stato promosso con Distinto. Ti credo! Quando mai gli era capitato un esaminato del genere! Scenografie e regie a parte, il mio fastidio per il Romanticismo nasce da quell’epoca. Nulla di scientifico, sia chiaro: è tutto viscerale! Mi è viscerale il fastidio per i Romantici troppo presi dai loro pensieri per non vergognarsi di farsi mantenere dalle mogli e trascurare i figli! Mi è viscerale il fastidio per i Romantici in piedi su gli scogli di fronte ai marosi della vita ma capaci di perdersi in un bicchier d’acqua! Ma, soprattutto, mi è viscerale il fastidio per i Romantici per l’esempio di giustificata evasione che offrono ai Crescenti; Crescenti che impareranno a loro spese che per i colpi della vita il Romanticismo è barriera di coccio! I giovani che si sono appellati a quella barriera, al crollo del Coccio passano allo Scetticismo, dallo Scetticismo al Cinismo, dal Cinismo anche ad un Nulla senza alcuna potenzialità di vita, se non si affrettano ad aggrapparsi a quel salvagente da artistiche perdite di tempo che è il Reale; reale come conoscenza del proprio mondo, reale come conoscenza del Mondo. Il Romanticismo, lo abbiamo beccato tutti! Come la Scarlattina! Per fortuna, il romanticismo_scarlattina, lo becchiamo da giovani! E’ noto infatti, che il Romanticismo beccato a più avanzata età, come la Scarlattina può essere invalidante! Può anche essere mortale!

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Procopio di Torrecupa

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Ho conosciuto Procopio di Torrecupa quand’ero in collegio. Non è mai stato un mio amante: solo, il primo amore!

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L’ho ritrovato, poi, al paese. Completamente dimentico del mondo, ricordo di essere stato con lui, nella biblioteca dell’oratorio, da dopo pranzo sino a quasi le sette di sera. Mi aspettavano al lavoro alle quindici e trenta. Non sapevano più dove ero andato a finire. A dirla tutta, neanch’io! O meglio, sapevo di essere andato alle Crociate con Procopio. Non solo con Procopio, cazzo! C’era anche un cretino di texano che lo seguiva sempre! Un certo Jonny! Alto, magro, mentuto, storduto, biondo, e sempre fra i piedi! E’ vero che Procopio considerava me, e solo con angelica sopportazione Jonny, ma, questi, era come certi commenti nel Blog: fuori tono, fuori luogo, fuori tutto! Io, Procopio, lo volevo solo per me! E, anche delle Crociate non me ne fregava un cazzo! A me, bastava guardarlo, seguirlo, e che vincesse sempre! Procopio era piccolo: sulla trentina, direi. Le gambe ad arco. Non ne ero certo, ma doveva essere del Meridione: aveva un aria, così scugnizzosa! Non era bello ma simpatico. Il sorriso come la spada: generalmente nel fodero, ma sempre pronta. Mi era stato presentato dal Vittorioso! Chissà dov’è andato a finire, il Vittorioso: l’unico amico che sapeva la mia debolezza per Procopio! L’unico con il quale parlavo. Per anni, ho amato solamente dei Procopi! Omosessuali si nasce, o si diventa?

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Agosto 2006

Lontano da me qualsiasi genere di fanatismo

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Velatamente, ma quasi sempre dogmaticamente, il mio pensiero spirituale viene accatastato con quelli dei fanatici. Lo fanno anche quelli che di me conoscono solo qualche titolo di post. Urge, allora, questa precisazione.

“per Damasco” non detiene alcuna verità; men che meno la Verità. Non per questo non conosco il luogo della Verità di ogni verità. L’ho trovato nella pace dello Spirito: la forza della vita sia del Principio, che del nostro principio. La pace dello Spirito, e nel nostro spirito, è luogo di verità (e al Principio della Verità) perché la pace è il luogo del silenzio che subentra alla cessazione di ogni dissidio. Se tutto questo vi pare fanatismo, allora, sono un fanatico che non sa di esserlo. Attendo lumi!

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In Lgbt: usi e costumi.

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Non pochi anni fa ero alla porta di un bar gay qui a Verona. Con l’intento di entrare, un giovane, si avvicina femminilizzandosi non poco. Non mi pare il caso, gli dico, sia perché Verona è quello che è, sia perché è meglio “non smarassare el can che dorme”, cioè, risvegliare la negativa opinione su di noi che quel ragazzo stava reclamizzando. Tanto più se può offrire fianco a imbecilli reazioni contro la proprietà in questione. Il ragazzo incassa il rilievo, ma uscendo dal bar mi dice che sono una checca repressa! Anni fa a Verona girava una figura stupendamente femmina. Ricordo di averla vista con un fasciante vestito nero e un grande cappello di paglia. Vista davanti aveva la barba: questo, ancora prima della nascita della Conchita. Ho visto ridere molti di quelli che, magari nolenti loro, godevano di un paso doble così elegantemente folle da non offrire fianco al disprezzo. Il gay che dimentica la differenza che c’è fra l’originale eleganza che molto può permettere, e la qualunquità personale che vive, o viene “dal monte del sapone”, oppure è una cretina! La cretina che si è rilevata in quel giovane non può esprimere che opinioni cretine! Mi auguro che non sia rimasta tale. Non l’ho più visto. Se mi capitasse di rivederlo glielo chiederò.

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Adelante, Pedro.

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Si, “adelante, Pedro, con juicio” ma sono un provocatore. Ero ancora all’inizio della mia strada di Associazione contro la droga (ma non contro i Tossicodipendenti) quando il Dottor S. ebbe a dirmi che sono un provocatore. Non vengo “dal monte del sapone” e so benissimo che per molte motivazioni, tutti i Gruppi (e di tutti i generi) prima o poi finiscono con l’incasellarsi all’interno strutturate opinioni; opinioni che a loro volta incasellano poteri, vuoi per la conferma espressa e/o latente di una singola identità, vuoi per la conferma dell’identità del Gruppo. Oltre che non venire dal “monte del sapone”, neanche sono l’elefante in un negozio di chincaglierie! Mi muovo, quindi, badando bene sia chi sono, dove sono, e con chi ho a che fare. Per questo e con questo stile, ho mandato una recente provocazione al Gruppo Genitori Adottivi. L’ho fatto in privato, e gli ho lasciato (se pubblicarla o no, se condividerla con il Gruppo o no) ogni decisione. M’ha scritto: adesso leggo. Naturalmente, non gli ho imposto data di scadenza, vuoi perché ha famiglia, vuoi perché ha lavoro. Perché allora sto vivendo uno stato d’abbandono? Lo stesso che ho vissuto presso il Centro vincenziano dove agivo come ausiliario o in altri casi? A mia amara constatazione, perché dove vi è incasellamento da potere, si adottano delle altre verità. Non più per bisogno di verità fine la verità, ma per il bisogno di verità, fine l’opportunità. C’è una situazione altra? Non l’ho vista da nessuna parte.

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L’amore è comunione. Cosa fare quando è rivoluzione?

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Domani mattina viene a trovarmi un toso di Vicenza. Sulla trentina. Non so quanto m’abbia conosciuto via trancio di blog che ho in Libero, ma per la foto che ha visto (la stessa di qua) dice che sono da coccolare. Da coc – co – lare! Direi evidente che mi guarda con i suoi occhi. Direi evidente che io non mi guardo con i suoi. Da coc – co – lare! Il Signore sa quanta cioccolata ho dato nella vita dei miei amanti/amori. E sempre Lui sa, che il più delle volte mi sono impiastricciato le dita, che mi sono dovuto pulire da me, per potermi dire: amo. E arriva lui! Ed io? Che me ne faccio di tutti i vivi e di tutti i morti che ho nella mente? Li metto in cantina? Che me ne faccio dell’Arabo che viene a cuccia come gatti che non trovano lisca, e che sino alla settimana scorsa aveva due amici, ma passata quella gli è rimasto solamente Vita? Che m’aspetta un’altra speranza? Ancora?! Chissà se quel toso si rende conto di quanti cimiteri deve attraversare per raggiungermi. Non può rendersene conto. Ed io che me ne rendo conto, che faccio? Gli preparo un alveare? Per una vita a venire?

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Datata

Elo quelo de l’Ovo?

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La Cesira ed io eravamo nei pressi del Ponte s.Francesco a Este quando abbiamo incontrato una vecchia signora. Le vecchie signore dell’epoca sembravano prefiche anche quando non piangevano ai funerali. Parlano delle solite cose (stai bene? come va?) poi mi mi guarda (la signora) e a mia madre domanda: elo quelo de l’Ovo? All’affermazione della Cesira, si rivolge a me: “te racomando seto. Volaghe tanto ben parché la gà fato tanto par ti!” Detto questo, ci salutò e se ne andò. Colgo un’espressione di disagio nella Cesira. Ci sto pensando adesso. Più di sessantanni dopo. Sapevo da sempre, o meglio, sentivo, che ero e non ero suo figlio, ma quella benintenzionata impicciona, con la sua domanda, aveva scoperchiato una condizione che prima mi stava chiusa nella mente. Me ne venne una immediata stretta allo stomaco: una immediata paura. Si vedeva così tanto che non era vero il sentimento che gli volevo?! Mi vennero dubbi: c’è la farò a volergliene di più e veramente? Mi vennero domande: come devo comportarmi? Cosa devo fare e quando? Accadde di peggio; accadde che l’affetto per la Cesira (allora, nulla sapevo circa l’amore) venne schiacciato dall’obbligo. Sostengo che l’amore è comunione. Adottivo o no, nessun bambino sa cos’è l’amore: è troppo occupato a chiederlo per star lì a filosofeggiare. Quella rivelazione, invece, rovesciò i parametri. Da allora, fui troppo occupato a filosofeggiare, anziché essere un bambino. La mia fanciullezza, così, fini! Penso sia iniziata allora, la mia incapacità di rapportarmi con i bambini e con i fiori. Capisco bene che fiori e bambini hanno bisogno di alimenti per crescere, ma, pur sapendo quali o dove cercarli, non so come darli o quando. Non tanto quelli naturali, quanto, ai bambini, gli affettivi. Si, per essere felici genitori è necessario essere stati felici bambini. Quelli, che, sia pure per amore, recitano la parte dei felici bambini che non sono storicamente stati, dell’amore verso i figli, comunicheranno la recita di quello che non hanno potuto e/o saputo essere. Brutta bestia, la riconoscenza per obbligo. Il bambino che sente di doverla perché non si sente libero di concederla per incondizionata volontà, è destinato ad essere ipocrita in tutte le sue manifestazioni sentimentali, e indipendentemente dal genere, dal valore, dall’importanza. Mi rivedo dietro il carro al funerale della Cesira: c’ero e non c’ero. C’ero per titolo di figlio e non c’ero come figlio. Se mai avessi desiderato essere da qualche altra parte, neanche avrei saputo dire dove o come. Di fatto, il rito della riconoscenza dovuta era finito, e io andavo, all’epoca finito, per aver finito un dovere. In tutti i miei sentimenti è successo sempre la stessa cosa: finito il dovere perché finito l’amare, finita la storia: più o meno d’emblée! Non è stato così in un solo caso; un amare che mi aveva fatto sentire e vivere come eguale, pur fra le tante erronee cose che facendo morire anche il mio essere di bambino, in fine, mi hanno fatto diventare grande. Mi rendo ben conto della diversità fra i miei tempi e questi. Dal lordo di queste memorie, allora, si tolga ogni tara. Io non posso.

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