E’ possibile Dio dopo Auschwitz?

Vediamo di capirci: non ho alcuna intenzione di rompere la mia amicizia con te: in nome di nessuno! Tanto meno in nome di Dio che a me non risulta proprio di essere il suo portavoce. Non ho detto che è gesuitico pensare che Dio si occupi delle mie o delle tue rogne, ma che è gesuitico l’argomento sostenuto dagli atei per provare l’inesistenza di Dio, e cioè, se certe ingiustizie succedono, e Dio non interviene, ciò prova che non esiste. Ora, a questa tua domanda:

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“è possibile Dio Dopo Auschwitz? O meglio: è sostenibile l’idea di un Universo in cui ci stiano, contemporaneamente, un Dio onnipotente e un bambino tra le braccia nude di una donna, un attimo prima che qualcuno li uccida entrambi?”

apenna

rispondo di si, anche nel caso di donna con braccia non nude.

Secondo la mia visione culturale, infatti, Dio, è il Principio della vita che ha attuato il Suo principio: la vita. Lo chiamo Principio perché a me non piace nominare invano. Permettimi di sottolinearti il punto: la vita, caro Paolo, non, il vivere di ciò che quel Principio ha attuato. Con altre parole, Dio è responsabile del nostro principio, non, di quello che il nostro principio attua. Perché sostengo questa idea? Lo sostengo perché un principio primo (e per questo assoluto) non può originare che principi primi ed assoluti. Ora, quale il principio primo della nostra vita? Quello che noi facciamo? Ma neanche per idea: è quello che noi siamo. Ora, eliminando da noi tutti i minimi termini che ci resta come principio assoluto? Ci resta il nostro essere vita. Da questo principio, si emana il nostro essere in vita, e, quindi, il nostro vivere. Ovviamente questa mia visione non si concilia per niente con la visione cattolica di Dio, quindi, è un’idea eretica. Detta da me, poteva mai essere una visone normale? Chiaro che no! Non conosco abbastanza Dio per sapere se è una entità superiore. D’altra parte, nessuno ha mai sentito nulla di proveniente da Dio. Certamente vero, però, che essendo vita al principio della vita, la si può dire superiore se non altro perché prima. In quanto tale, non può esser detta bassa, così come tuo figlio non può esser detto di natalità superiore (o prima) della tua. O, no?  La fede, Paolo, è un credo che la ragione non può accettare perché è un vero e proprio salto nel vuoto. Nessuno infatti può dire di conoscere Dio, quindi, verso chi ci buttiamo? O, islamicamente dicendo: a chi ci dedichiamo? D’altra parte, quando mai un allievo paracadutista impara a diventarlo se non prende il coraggio di buttarsi dalla torre di allenamento? Ecco, della fede, inoltre, si può dire che è coraggio. Certamente coraggio dell’incoscienza (dal punto di vista della ragione atea o no che sia) o coraggio dell’in_coscienza dal punto di vista della fede. Per quanto mi riguarda, riconosco un solo principio della vita: il Principio; e a questo penso come Dio. Tutto il resto è teologia: in vero, scienza dell’ignoranza su Dio, non, della conoscenza. Sul fatto che pregarlo sia sensato o no, ad ognuno la sua fede. Per quanto riguarda la mia, a me viene di pensarLo solo quando ho momenti di felicità. Come vedi, non sono ortodosso neanche qui!

Datata

“Non reddito per tutti ma lavoro per tutti”

Caro Francesco: bagnata nell’Arno dell’umana realtà, quest’idea non può risultare che un velleitario pour parler. Ha valore mediatico perché, detta da te, fa girar di più le rotative.

apenna

Nessun santo proposito, infatti, è mai riuscito a trasformare l’ambizione con denti da carnivoro che è della voglia di potere (vero lupo in ogni uomo, la voglia di potere) in un’ambizioni di potere, che, o dovrebbe avere denti eguali per tutti, o tutti senza denti. Nessun comunismo, c’è riuscito. Nessuna democrazia. Nessuna comunità. Nessuna chiesa. Nonostante questo, sento che la tua affermazione ha un qualche valore profetico. Si realizzerà (forse) quando la vita (il tutto dal principio) ci farà capire che continuando a mangiare l’odierna minestra, ci ritroveremo fuori dalla finestra. Non prima. In attesa di tanto, crepi Cassandra, si spera. Non creperà.

afreccia1

Antonello

“L’importante è, che tu sia infelice.”

apenna

Antonello Venditti è un autore che non ho mai particolarmente seguito: uno dei miei tanti errori, scopro. Nella sua biografia, il Venditti dice del rapporto con sua madre: a più livelli castrante. Racconta anche, come sia rinato dalle castrazioni che inibivano il suo diritto alla felicità, e che è proprio a sua madre che deve quella riuscita. Non tanto perché fosse il chiaro proposito di quella donna, ma proprio perché, la negazione della felicità è stata la cartina di tornasole che per confronto gli ha fatto capire cos’è e com’è la felicità. Per quella nolente lezione ora l’ama come non l’ha amata sino a che era in vita. Lezione tortuosa, è vero. Un po’ mi ricorda la mia: ho riconosciuto la strada del mio bene, proprio perché una vita matrigna (credevo) mi ha messo in quella del non bene che porta all’infelicità. Quello che è successo ad Antonello è successo anche a me. Ho potuto scrivere la mia “canzone” appunto perché messo nell’infelicità. Se non fosse stata un’importante necessità non avrei scritto nulla, come non avrebbe scritto nulla Antonello, e alla stregua, neanche l’Arte avrebbe composto qualcosa.

aneolinea

Novenbre 2009

La Biofobia

La Biofobia è generata da un’antipatia verso la vita: vuoi propria, vuoi altra, vuoi verso quanto riesce ad infettare il biofobo. Se arresta il giudizio, la si può dire una tossicodipendenza. Qualsiasi genere di Biofobia contro la vita, la nega leggermente tanto quanto il biofobo riesce a gestirla senza riflussi. Pesantemente, invece, tanto quanto gli fuoriesce dai suoi psicologici tombini.

apenna

L’ansia? Un’invasione.

Dell’ansia si può dire che è provocata dal timore di non saper rispondere alle informazioni che un ascoltatore sente in over: vuoi perché lo sono, vuoi perché così le teme.

apenna

Dell’ansioso si può dire che è chi si ritrova in mezzo a persone che gli parlano contemporaneamente. Non è in alcun modo ansioso chi riesce a contenere e ordinare quanto ascolta. Diventa ansioso chi non ci riesce. Ansioso in modo minore se l’interesse per quelle voci è minore. In modo maggiore se l’interesse per quelle voci è maggiore. Tanto quanto l’ansioso non è in grado di dare risposte a un dato over informativo, e tanto quanto lo si può considerare invaso da influssi non riconosciuti, e quindi, estranei. Sono nemici (gli estranei influssi) se gli portano confusione. Sono amici se la eliminano. Ora, come apriamo la porta di casa agli amici e la lasciamo chiusa per i nemici, così, dovremmo agire nella nostra mente per ogni informazione che non riconosciuta. Nel dosare l’ingresso alle possibile inimicizie dosiamo l’ansia.

Datata

L’obbligata marchetta del Buonarroti

Nel suo Giudizio universale il Buonarroti (buonuomo e buonanima) ha dovuto mettere Cristo al posto di Dio per permettere alla committente di confermare con tanta gloria, che solo essa (la gloria) è la vincolante depositaria del testamento culturale e spirituale di cotanto giudice: come se della gloria gliene fregasse qualcosa.

apenna

La chiesa sta attuando un’analoga marchetta anche adesso. Sta dicendo, infatti, che Cristo è Dio. Sa bene la chiesa che non è così. Lo fa diventare tale, però, per il bisogno di rendere maggiormente fondante un vicariato basato su una figura dal valore emozionale che non va più per la maggiore. Rendendo Dio quella figura, invece, la chiesa rende maggiormente divino anche il suo vicariato. Mi auguro che Cristo non resti ancora appeso al legno ora che è diventato Dio. Starò a vedere cosa dice e cosa farà una chiesa, che sta assomigliando sempre di più al mio marocchino. Lo sciagurato, infatti, qualche volta si giova della mia scarsa memoria per convincermi sulle ragioni della sua furbizia! Gliela mando liscia perché sono da bruscolini. Non lo farei, però, se nel suo occhio vedessi una contraddittoria trave, e nulla di significante nel mio.

C’era già troppa carne sul fuoco

C’era già troppa carne sul fuoco nella mia lettera sulle Discoteche, così avevo deciso di soprassedere su un più nascosto aspetto delle morti del sabato sera.

apenna

Dopo aver letto il tuo post sul suicidio dei bambini, ho sentito, invece, che dovevo parlarne. Da anni cianciamo sulla perdita dei valori nella gioventù, ma oltre che far le prefiche, altro non mi risulta. La storia insegna che i valori cadono in particolare modo, nei periodi di guerra annunciata. Rinascono per fortuna, anche se mutati, alla fine di quella. Ma non è su questa speranza che voglio fermarmi. Da tempo, la tua attenzione si dirige verso la guerra disastro_ ecologico. Certamente, è una guerra che influisce negativamente sulla psiche del giovane, ma è ancora una guerra fra scienziati, fra media, fra coscienti del problema, quindi, la direi, ancora di distante percezione presso la gioventù media. Quale, allora, la guerra più vicina? Quella del futuro lavorativo, e di quanto ne deriva in sicurezza esistenziale oltre che economica. Non esito ad affermare, allora, che mentre noi, passati, siamo stati introdotti alla vita con più adatto destino, i presenti, invece, sono come mandati al fronte anche se con tradotte ben più veloci: giornali, TV, radio, blog, rete, ecc. Un fronte, dove ti sparano addosso, lavori da presa per il culo con stipendi che ti scivolano fra le mani. Non tanto perché si spende troppo, ma perché non si può non spendere tutto. E’ vita, questa? No. Questa è un’attesa di morte. Morte della speranza. Morte del sogno. Morte della fiducia. Esattamente come al fronte. E come i soldati che partivano per il fronte si concedevano l’ultima notte d’amore, o l’ultima notte di speranza, o l’ultima notte di sogno o di fiducia, così i giovani di oggi si concedono la settimanale botta di vita (droga, discoteca, alcol, donna e/o uomo, pressoché indifferentemente) prima di tornare al fronte il lunedì. E’ ben chiaro che non tutti i giovani sentono il lunedì come un ritorno al fronte. Altresì è chiaro, però, che non è per quelli che parlo, che non è di quelli che ci preoccupiamo.

Ottobre 2007

Due ragazzi si suicidano aspettando il treno in mezzo ai binari.

C’è un che di sirena nei binari ferroviari. Incantano per le storie che ci sono da dove giungono. Incantano per quelle che ci saranno per dove vanno. Forse non c’è nessun incanto nella storia di chi li ascolta.

apenna

Raccontano piano, i binari. Per ascoltarli meglio, c’è chi si mette in mezzo. Non pensa al treno che giunge. Pensa alle storie che tardano a giungere.

Scorrono veloci, le visioni sui binari. Creano voglia di ancora perché la notte le nasconde subito: perché il giorno le porta via subito. Tacciono solo nella stazione, quelle visioni. Forse perché rimandano le promesse ad altri binari. Forse perché ogni stazione pone termine alle promesse dei binari.

Come il marinaio si difendeva dai canti illusori tappandosi le orecchie con la cera, così, lo dovrebbe fare anche chi ascolta le storie che narrano i binari. I tipi di cera per farlo non mancano. Sono certo che le famiglie dei due ragazzi recentemente mancati gliene avrebbero dato del genere giusto, se solo avessero immaginato quella voglia di oltre nei loro figli, ma, i figli non parlano, i genitori non possono, e tutte le sirene trascinano. Senza ritorno, a volte.

Luglio 2007

Il dolore

Il dolore, tesi della violenza e antitesi della giustizia,

è il male naturale

triangolo

e spirituale                             da                  errore culturale

afrecce

Il male è la voce del dolore in tutti i generi di errore

Il Negazionista e il Negazionismo

La parte di chiusura del suo post m’ha lasciato un po’ così ma il resto mi è piaciuto. Nolente lei m’ha portato in superficie queste ipotesi. Mi piace pensare che da qualche parte stanno in piedi.

apenna

Abitando un Fort Alamo accerchiato da pellerossa, il Negazionista spara anche alle ombre. Vero o no che siano non è in grado di distinguere, ergo, è sempre vero quello che gli allarma la paura di essere invaso, e per l’invasione sentirsi sottomesso. E’ paura provocata da un piacere sessuale che il Negazionista, non ammettendolo, ha lasciato oltre la perimetrale palizzata? In assenza di accertato pericolo, per quel poco che conosco e ne capisco il Negazionista parrebbe un paranoico. La paranoia è la malattia dei derubati della fiducia. La ritrovano solo nel Fort Alamo che costantemente e precariamente sono. Nei casi peggiori, incapaci di porre la tregua mentale che permette la verifica dell’area esterna (le realtà assedianti) che sente (crede e/o pensa, e/o teme) maggiore di quella interna. Ulteriore difesa è sentirsi l’Ultimo dei Samurai. Ammessa una psiche da Alamo e da ultimo Samurai se ne potrebbe trarre un’altra conclusione: il Negazionista ha la mente di coccio.

inlavoro

Ho letto il post qui

Questioni e riflessioni

Accademia Vita: una Comunità     Ragione nella fede e fiducia nella ragione

Analisi dell’Individualità     Analisi del Male     Analisi del discernimento     Analisi della pace     Sul Bene e sul Male     Del Dolore e del Lutto     La Transcultura     Tossicodipendenza 

Dei bisogni personali e storici    di chi nomina il Principio    e dice la Genesi della Parola

Che Fatica Sopravvivere Con Flebile Spirito

apenna

La posta del Culo

Ai Gentlemen-Di-Grindr:  Vi scrivo per la posta del Culo una questione non da culo. (Culo con lettera maiuscola, per favore!) Non preoccupatevi se non in anonimato, perché ho smesso quella preoccupazione da mo’.

apenna

Avendo sempre preferito i variamente etero omo_sensibili, non ho mai potuto pretendere un uguaglianza di comportamento, in qualche modo confortato anche dall’esempio etero, che per via di paritario stile sponsale, non esisterebbe se non fosse stato reso obbligatorio da Principato e Religione. Così, rimango disorientato dal vedere la generalità del mondo in Lgbt, alle prese con la ricerca di formali unioni para etero, se no, ciccia! Ora, mica mi aspetto che le nostre accoppiate siano aperte sino al troiaio, ma che chiedano di essere più lealiste dell’etero re mi pare quantomeno eccessivo! E’ ben difficile che un sentimento possa contenere una vitalità sessuale, tanto più se giovane, tanto più se non sperimentata, direi quasi sino all’indifferenza verso un corpo altro. Cacchio! Io ci sto riuscendo, solo adesso! Ma anche adesso che non tira più l’affare, tirano sempre le emozioni; solo che tirano ma non durano, perché so e sento, adesso, che sono dei fuochi fatui. Leggo di gente, invece, che spera sul tredici già alla prima schedina! No, per evitare delusioni da mancata schedina, bisogna eliminare le illusioni sul gioco! La prima di tutte, è pensare (quando non pretendere) che una controparte possa dare ed essere tutto quello che l’altra sogna. Questo non è amarla per quello che è: è amare sé stessi, per quello che pensiamo di noi stessi. Naturalmente ci sono le eccezioni ma quelle non fanno testo: al più, felicità.

Le vie della paternità

Stavo eliminando delle lettere senza alcun peso quando ho ritrovato questa di Davide: in Manico per più virtù.

apenna

Caro Vit, la tua lettera è così densa di emozioni, lacerazioni e stridore che mi ha fatto venire mal di testa. Stiamo parlando di una cosetta insidiosissima! Siamo davvero sicuri di poterlo fare con lucidità? Dalla superficie delle tue parole si intravede una voragine nera molto simile alla mia. Io non ho mai avuto pudore nel definirla PADRE. Che sia quello eterno o quello terrestre la voragine è uguale: stessa profondità e non se ne vede il fondo. Ma a differenza di voi Arieti noi Capricorni pratici e anaffettivi, per posa più che per natura, non amiamo guardare giù. Sono un ragazzo presuntuoso e la mia presunzione mi ha salvato il culo in più occasioni e per questo motivo proietto nel mondo (quello che amo) le mie certezze da buon presuntuoso (quelle che durano 2\3 minuti) … ad esempio “io sarei un Ottimo Padre” ma lo faccio in piena coscienza dell’eresia! Non esiste un ottimo padre come non esiste un ottimo figlio anche se per un padre (potenziale come me) un figlio (reale) come me sarebbe davvero fonte inesauribile di orgoglio e gongolamento! Ma ahimè non sono mio figlio tuttavia come tu hai spudoratamente smascherato tendo ad essermi auto padre con perfetto aplomb, con tanto di pacca sulla spalla ricamata a mano e con tanto di paghetta settimanale che mi auto finanzio per gli svaghi come danzare, perforarmi la pelle, incipriarmi le guance di un colore neutro se queste tendono al rossore.

Ora detto questo la mia presunzione di ritorno mi suggerisce di non avere paura nell’ammettere che nulla ma proprio nulla mi manca per essere un padre di un altro essere umano. So ascoltare. So ammettere i miei errori. So dare le regole. Lo sperimento su me stesso da una vita come ogni vero danzatore. E cos’altro deve saper fare un perfetto padre? In più devo urlare al mondo che con un solo genitore si vive bene (si può vivere bene anche senza genitori, a parere di alcuni) … che la famiglia è un luogo in cui si determina e si declina la parola AMORE che, nonostante sia una delle cose più rischiose dell’universo, nonostante abbia fatto più vittime che felici, è tuttavia l’unica momentanea carezza che l’uomo può dare a se stesso sia come figlio che come padre.

Potrei piagnucolare per ore sulla mancanza del modello maschile, sul rifiuto da parte di mio padre, sull’abbandono, su quanto avrei voluto essere protetto da una figura paterna ma sono solo Fandonie! La realtà è che non mi cambierei con nessun altro! E non importano le merdate Italiane sul sistema famiglia con Maria Giuseppe e il bambinello, non me ne fotte nulla della chiesa, delle pari opportunità, dei gay (a cui peraltro, in media, non affiderei nemmeno il mio pesce rosso) di nessuno. Io posso solo e a malapena garantire per me stesso. Io garantisco sulla capacità di dare un mio ipotetico figlio tutto quello che ho per renderlo imperfetto come me, e felice di esserlo, con rispetto per l’unica divinità che riconosco e che si chiama VITA! Anche solo per questo motivo io sarei comunque un ottimo padre. Detto questo la tua lettera è come un dono prezioso, lo schiaffo che da te accetto di ricevere, la sculacciata che mi merito… ti rispetto e ti voglio un bene profondo! Davide Bifronte!

Se la botte è vuota

quando mai avremo la moglie ubriaca?

L’idea sotto esposta è pesante. Nelle mie intenzioni, infatti, intende essere uno schiaffo. “chiesa cattolica”, “cattolicesimo romano” e “gerarchia ecclesiastica” in minuscolo sono voluti. “Ammalati di separazione” sono gli ipocriti e gli schizofrenici. L’idea, quindi, tocca la morale, (o meglio, l’amoralità che ci costringono a vivere, dal momento che possiamo aderire alla chiesa romana solo recitando una parte), e tocca la psiche, in quanto, il recitare una parte, (l’ipocrisia), implica la scissione dal soggettivo sé: notoria e gravissima causa di danno per la personalità tutta, se esistenzialmente perseguita per motivi di sopravvivenza. Se mai siamo ammalati, infatti, lo siamo per mancata accoglienza, (religiosa e politica), non per Omosessualità. Ne farei delle inserzioni sui giornali, del volantinaggio davanti le chiese. Niente male quella davanti s. Pietro e alle sedi politiche più rappresentative. La proporrei per i siti, (gay e non), che condividono, e/o appoggiano, il nostro pensiero, e/o la nostra spirituale condizione di Credenti e di Persone. Naturalmente, la invierei a tutti i siti religiosi: cattolici e/non. Proporrei al mondo gay europeo e americano di farla propria. Se nel mondo gay straniero non vi fosse l’iniziativa dell’otto per mille, si trovi il modo di adattare questa po po’ (di Campagna alle contingenti situazioni. Dimenticavo: la porterei alla conoscenza del Grillini, (una dichiarazione del genere detta dalla sua posizione farebbe un bel ciocco!), e ne farei un motivo di discussione anche per i futuri Gay Pride. In questa iniziativa non intendo figurare come nome, e/o come “per Damasco”, perché, voglio far emergere una storia, non, la mia storia. Non mi sono rivolto all’Arci Gay della mia città per un semplice motivo: nessuno è profeta in patria. Giusto per non essere accusato “de fare tuto mi”, mi fermo con i miei più cordiali saluti.

La proposta

Dai Gay per la chiesa cattolica – Campagna di stampa a favore dell’otto x mille.

Il cattolicesimo ammala di separazione la nostra ricerca di integrità! Pertanto ci dichiariamo Fuori! Nonostante questo, invitiamo i Gay a lasciargli i loro soldi.

Grillini

Proposta di interrogazione parlamentare

Secondo le mie intenzioni, questo scritto è una “Interrogazione parlamentare”. Io non ho mai fatto interrogazioni parlamentari, quindi, è quella che è, ma, riveduta, corretta e ulteriormente mirata, dovrebbe stare in piedi, se non altro come legittima rimostranza e/o provocazione. Dal testo se ne può ricavare l’idea che il mondo Gay è completamente composto da gente variamente e gravemente incapace di affrontare sé stesso ed il contesto in cui vive. So bene che non è così. Mentre lo scrivevo, però, pensavo a quelli che annaspano, non, a quelli che hanno imparato a nuotare. Condividendo le mie intenzioni e la fattibilità della cosa, puoi passarla al Grillini? Lo farei io, ma, dove lo trovo? Cordialità, Vitaliano

Preso atto del dovere di proteggere i cittadini credenti miei elettori;

constatata la forzosa esclusione dal consesso cattolico di riferimento: esclusione che li costringe a vivere, divisi in sé stessi, separati nel sociale, moralmente ipocriti;

accertato che la scissa perché ipocrita modalità di vita che devono subire per sopravvivenza ha pesanti, ed in molti casi irreversibili conseguenze nella formazione della Persona prima e del Cittadino poi

accertato che tali conseguenze li ingabbiano in una coazione a ripetere senza sbocchi perché occlusa da carceranti giudizi;

accertato, inoltre, che questi ed altri giudizi, finiscono con il motivare molti generi di delitti nei loro confronti,

in primo, domando:

cosa intende fare questo Stato per tutelarli, sia da questi delitti, che da rappresentanti religiosi, che, a causa della violenza implicita in opinioni espresse senza cautela, (tanto meno misericordia), li espongono alla rappresaglia di chi (forte solo per muscoli o per viltà) agisce nei modi che denuncio, vuoi per sentirsi degno di aderire a delle ideologie politiche ultra conservatrici o fondamentaliste a livello religioso, vuoi, (più sterilmente ancora), perché non sanno come meglio riempire la loro vita o una serata, oppure (dove sei misericordia divina!) perché non trovano altro modo per empire sé stessi.

In secondo, chiedo: cosa intende fare questo Stato per favorire la liberazione dei miei tutelati da quei giudizi e da quei giudici, ed in ciò, meglio permettere lo sviluppo di una Personalità, che già ha dovuto esiliarsi nella “diversità” perché si è sempre sentita respinta come eguale?

Clonazioni

Le clonazioni non stanno minando ciò che è di Dio, ma, ciò che noi sappiamo e/o diciamo di Dio. Pertanto, non stanno mettendo in forse la Fede, bensì, i frutti di quell’elevata immaginazione (a mio avviso, anche fuori di testa) che hanno chiamato teologia.

Tornare all’Uno

Come? Con i fondamentalismi?  Il fondamentalismo religioso, da un lato è il bastone che rinforza il passo di una cultura esterna alla nostra e dall’altro è lo strumento che permette a quella cultura di aprire il nostro percorso (sociale oltre che religioso) alla sua volontà.

apenna

Prima dell’Islam l’ha usato il Cristianesimo. Succederà anche a quello Islamico. Negli ambiti deserti ciò che non è fondamentale per la sopravvivenza è potenzialmente mortale. La necessità di agire secondo fondamento fonda la mente fondamentalista. Ora non è più così strettamente necessario, o non sempre, tuttavia, quell’atavica cultura gli è rimasta. Il Profeta l’ha usata per motivare maggiormente quanto andava conoscendo e divulgando. Non so se sia così in tutti i casi, o se sia così solo negli arabi che sono stati i cardini delle mie conoscenze. Te le passo, quindi, come le ho capite. Dalla visione capita sul carattere arabo sono emerse alcune considerazioni sui loro principi religiosi e sui nostri. Nella nostra cultura siamo ciò che pensiamo. Dell’islamico, invece, direi che è quello che può. Sommo fra quello che può (e indispensabile fondamento per la sopravvivenza della sua vita spirituale) la capacità di abbandonarsi nella volontà del Padre secondo la visione del Profeta. La doverosa volontà di abbandonarsi in una maggiore trova origine nell’obbligatorio servizio di un inferiore verso un indiscutibile superiore: capo famiglia, e/o tribù, ecc. Elevando quelle condizioni di sudditanza verso il Sovrano più grande, il Profeta, ha dato sovrumana virtù a una corrente realtà. L’abbandono nella volontà del Padre islamico, rende impossibile distinguere al Credente, ciò che è dello stato divino della vita da ciò che è di sé. L’islamico non ha un Cesare a cui dare quello che è suo. Per il Credente, infatti, tutto dipende da … Certo, quella fede è stata strumentalizzata per scopi ben più bassi ma questo vale anche per il cristianesimo.Per la sua convinzione di fede, dell’Islamico si potrebbe dire che non è portatore di colpa, tanto quanto attua, nella superiore volontà, l’abbandono della sua. Per quella visione di sé, un “martire dell’Islam” può compiere qualsiasi genere di azione, e subire qualsiasi genere di azione. Non è la non paura della morte che rende l’Islamico incurante della vita: è la sua fede nella Vita, che lo rende incurante della morte. Anche i primi cristiani erano così, ma sotto i ponti ne è passata di Storia. Sotto quegli Islamici, non ancora quanto basta per sommergere i primevi piloni: succederà. La vita concede secoli di corda, ma prima o poi impicca alle sue ragioni, non, alle nostre. Al cristiano hanno insegnato a dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. Il suo decentro, quindi, (passami il neologismo) è la coscienza di sé: coscienza, che si forma pienamente, tanto quanto sa, e/o può, e/o vuole rispondere con spirito giusto, a cosa è bene e vero sia per sé che per la vita.Da tempo noto nel cattolicesimo un irrigidimento delle sue posizioni. Da un lato gli servono, penso, a fermare lo sviluppo di alterni pensieri. Dall’altro, a intruppare il cattolico moderato fra quelli ideologicamente fermi. Secondo mete di potere, l’irrigidimento religiosamente normativo ha una sua logica, ma la possiamo dire ancora cristiana? Non lo direi, se per cristiana intendiamo la magistrale lezione del Figlio. Per il Cristo evangelico, infatti, il Padre è Amore, e l’Amore è Comunione. Niente e nessuno può considerarsi e/o esser detto escluso. Solo le Sette escludono. Il Padre immaginato dal Profeta, ama allo stesso modo del Padre immaginato da Cristo? Fra le due immagini, quale, l’Uno, che definire “più grande” non ha alcun senso visto che non ci può essere nessuno più grande dell’Uno? L’Uno immaginato da Cristo, e che stiamo elevando a Dio pur avendogliene fatto di cotte e di crude, o l’Uno immaginato dal Profeta come l’indiscutibile Sovrano che nulla può detronizzare come nulla mettere in trono? Il Profeta ebbe a dire: Cristo verrà dopo di me. Facile intuire una qualche preoccupazione del credente islamico. Non di meno del credente cristiano. Pur non avendone avuto il diritto, non ignoriamo, infatti, quante pietre abbiamo già lanciato addosso agli altri!

Verginità e ritorno alla verginità

Come allo Spirito sia stato possibile rendere una donna gravida della Sua potenza, e nel contempo conservarla “sempre vergine” non è certamente in grado di dirtelo chi non sa perché la crescita dei calli gli sia direttamente proporzionale a quella dei debiti, ma a chi, come me, crede nella Forza della Vita perché l’ha culturalmente conosciuta elevando al Principio il senso spirituale della propria vita che quello soprannaturale, non ha alcun dubbio sul fatto che possa. L’abbia poi fatto è un altro discorso.

L’insistenza con la quale mi chiedi di dirti sul dogma dell’Immacolata Concezione mi induce a pormi (e a porti) una serie di domande. Quale aspetto di questo dogma ti affascina di più? Quello sul mistero in quanto tale, o quello sulla verginità della Madre? E’ della Donna o della Madre, la Natura che, nonostante tu l’abbia goduta più o meno liberamente nella donna o più o meno nascostamente nella madre, tuttora ti è misteriosa e, dunque, sempre vergine perché non capita perché non penetrata nel senso di non conosciuta? Mentre mi sottoponevi la questione del dogma, sulla tua faccia vedevo emozioni che stavano in bilico fra il sacro ed il blasfemo. Non tanto nettamente, però,  da farmi capire se con il sacro ti opponevi al blasfemo, o se con il blasfemo ti opponevi al sacro. Può anche essere che tu abbia bisogno di ridimensionare il sacro (ciò che è principio in ogni stato di vita) attraverso l’ironia per potertici avvicinare senza perdere la faccia (o la facciata) del forte, del virile, del maschio, del “cattivo” (ecc. ecc.) che hai dovuto adottare (o non saputo o potuto escludere dall’adottare) per poter sopravvivere fra lupi e iene: i casi e i fatti di una vita anche feroce perché anche disumana? Se così fosse, ironizzeresti sul sacro perché quel modo di fare ti permetterebbe di avvicinartici (e/o riavvicinartici) appunto senza dover fare la parte del “cattivo” che si pente? Se il punto fosse questo, si potrebbe anche pensare che il vero mistero che ti interessa risolvere non è quello della verginità di Maria, ma come scoprire (e/o riscoprire) la tua. Allora, la tua curiosità sul come essere sempre vergini (e/o tornare vergini) potrebbe essere la curiosità di chi vorrebbe ritrovare ciò che era prima dell’errore: tossicodipendenza e correlati? Il pentimento (che è infamia solamente presso la Cultura che delinque in vario stato e/o grado) è indubbio e necessario punto di riconversione culturale (dal dolore fisico e morale verso il bene fisico e morale) presso la Cultura spirituale, quella, cioè, dei sensi della vita e della ricerca del principio che l’ha originata. Che forse Filippo si vergogna di pentirsi: cioè, di ammettere (soprattutto a se stesso) che può aver sbagliato sensi, fede, scelte e modi di vita? Che forse, delegando a me la chiarificazione sul dogma della verginità (mistero che nel tuo caso potrebbe riguardare come tornare alla integrità iniziale) Filippo vuole evitare di pagare il dazio, cioè, il costo in dolore che pure è indispensabile pagare per giungere alla piena e propria coscienza di sè?

Che forse, Filippo ha paura di Filippo?

Che forse Filippo spera che Vitaliano non tema il Filippo che teme Filippo?

E’ vero. Vitaliano non teme il Filippo (male morale che si è fatto parte di Filippo) che il bene morale di Filippo teme debole perché ancora non completamente emerso nella coscienza di Filippo, ma, Vitaliano (che già ha il suo bel daffare per badare a se stesso) non può vivere al posto di Filippo, come non può vivere Filippo al posto di Vitaliano. Al più, ma da oltre le corde, ambedue possiamo tifare e/o consigliare all’altro le mosse migliori per mandare al tappeto la parte di noi (naturale quanto soprannaturale) che ci è avversa. Non è assolutamente vero che non siamo cari a nessuno.

a Filippo P.

Ovuli: fra lucciole e lanterne.

Mannaggia alle sedici righe! Mai che mi riesca di non tracimare! Avrei voluto mandare questa lettera anche al ” Comitato di Bioetica ” ma non ho la più pallida idea di dove sia. (Lettera corretta e mirata molti anni dopo averla scritta.)

E’ vero che nella vita dell’ovulo c’è la Natura della vita (il corpo) ma è anche vero che non c’è la sua Cultura, quindi, in quella vita non ci può essere la Persona.

E’ vero che nell’ovulo c’è la sua forza (il suo spirito) ma siccome si emana solamente dalla corrispondenza con la sua vita, allora, un ovulo è ciò che potrebbe o non potrebbe diventare, non, Persona già di per sé. Certamente é personale perché è ed ha di sé come la Persona. Della Persona, però, è identità in potenza, non, di fatto.

Vi sono delle figure che sono funzionali alla vita ed altre che gli sono operative. L’ovulo, è funzionale. La Persona è operativa. La Persona è operativa da quando inizia ad agire autonomi atti quando ancora non autonomi fatti. Non operando autonomi atti e neanche autonomi fatti, l’ovulo é un ovulo.

Confondere la capacità funzionale con l’operativa è confondere della vitalità di per sé, con la vitalità di chi, in sé, con sé, per sé (vuoi a favore come contro la vita) agisce autonomamente con altro da sé

Se, di per sé, l’ovulo non determina vita (a parte la sua) perché non ha ancora acquisito la Natura della Cultura della vita individuale, sociale e spirituale, significa che si può fermare il suo sviluppo? Ad ognuno le sue decisioni, A me interessa solamente che non si prendano lucciole per lanterne.

Lancio dei sassi

dai cavalcavia delle autostrade

Immaturità culturale è separazione dalla culturale realtà. La lontananza dalla realtà separa la realtà propria da quella collettiva. In mezzo, il vuoto da mancate alleanze di vita con vita. Lanciano sassi perché ignorati anche dalla vita, o perché ignorano la vita? Ipotesi sia, i lanciatori di sassi dai ponti delle autostrade, lo sono perché nel riempirsi di quanto li potenzia hanno mancato di verità, o perché abbiamo mancato nel riempirli di verità? Comunque sia la causa, si può anche pensarli con l’intento di fermare ciò che superandoli, in loro dimostra la superabilità, e quindi, l’inesistenza nel loro presente? Ipotesi sia: getto sassi quindi sono tanto quanto mi provo  di essere, per degli occasionali sotto_posti,  un sovrano destino? I delitti dei cavalcavia, allora, potrebbero connotarsi di infantile dispetto, vendetta, ma anche dei sensi di  fallimento di quanti non riescono ad uscire dalle celle che si sono creati. O che gli abbiamo creato? Nella seconda ipotesi, prima che delinquenti li penso abitanti della riserva mentale che contiene gli scipiti. Da quella arida riserva dei senza sale, si esce solo avendo il coraggio che ci vuole per affrontare i propri passi. C’é l’avranno? Se lo permetteranno? Glielo permetteremo? Non so. Quello che so è che la vita paga anche il sabato, e che l’autore e/o gli autori delle sassate hanno solo cominciato a chiedergli la giusta mercede.

Come è buono lei!

Lettera ai 5Stelle che non condividono le priorità del Bonotto circa le istanze sul bisogno in Lgbt di una riconosciuta alleanza.

apenna

A proposito delle più volte dette e ripetute paure sulla mancanza del mangiare, per cui è meglio occuparsi di questo e che i diritti all’umano riconoscimento possono aspettare, al Bonotto e ai suoi condivisori desidero ricordare “che non di solo pane vive l’uomo”. Vive anche di bisogno di giustizia; ed è il bisogno di giustizia che innerva le istanze del mondo in Lgbt.

Dice il Bonotto: dovremmo scindere le problematiche dei diritti individuali e della responsabilità collettiva.

Non vedo cosa impedisce di portarle avanti assieme! Una sottaciuta volontà, intimamente contraria ma non detta per non apparire conservatori destrorsi quando non fascisti e/o comunque non in linea con il grillismo che ho adottato e che voto e che voterò indipendentemente dai contrari alla questione?

Dice, sempre il Bonotto: il portare avanti queste battaglie su diritti più o meno marginali.

Prego?! Tutti quelli che non votano Grillo e/o il Movimento trovano che le sue battaglie, tutto considerato, siano marginali. Prima, gli interessi della mangiatoia politica, prima i soldi ai partiti, ecc, ecc. E, allora? Ripetiamo la storia che dice: i violentati (dalla politica) che si attuano in politica diventano violentatori dei divergenti in politica?

Bonotto: ognuno può fare quello che vuole nella vita, ma quando si passa a strutturare una società, è necessario far prevalere le regole naturali e condivise.

Sulla ricerca di condivisione (commosso sino alle lacrime perché consente al mondo Lgbt di vivere purché sotto traccia) non posso non essere che d’accordo con l’affermazione del Bonotto, ma, permetta un sussulto: far prevalere le regole naturali e condivise? Quali? Quelle delle scimmie Bonomo che si usano sessualmente senza problemi, e sono felici (naturalmente parlando) più di noi? Quelle degli orsi che curano la prole per tre anni e poi chi si è visto si è visto? Pur odiernamente sostituita da qualche siringa, la regola naturale per la procreazione prevede l’uso del genitali maschile e di quello femminile. La regola culturale invece (generalmente contraria ai colti) prevede l’uso della psiche maschile nella femminile e della femminile nel maschile. La regola dello Spirito, invece, prevede che dall’uso degli insieme si generi vita. In prevalenza, il mondo etero usa la prima, la seconda, e la terza regola. Quando non vi è intesa fra queste regole, vi è infelicità, tendenze suicidarie, omicidi, femminicidi, e malattie di genere psicologico quando non psichiatrico. Il mondo in Lgbt, (originato dal frutto della prima, e della seconda regola) protrae la sua vita e i suoi intenti di felicità per mezzo della terza regola. Ora, signor Bonotto (e fuori dai denti) dové il problema se il mondo in Lgbt manda avanti la sua volontà di vita per mezzo del piacere di vivere la vita, anziché per mezzo della procreazione? Qual’è il problema se, nel suo desiderio di alleanza, anch’esso cerca l’avanzamento fisico-psichico-spirituale che è offerto da ogni genere di legame sentimentale?

Il mezzo del piacere di vivere in Lgbt toglie qualcosa al mezzo della procreazione in etero? Non vedo! Al più, vedo che toglie potere ai parassiti della vita altrui, quali sono gli ammalati mentali consapevoli di farlo, qual’è la politica, (o meglio, la partitica) che cura la propria rex anziché quella pubblica perché gli risulta marginale farlo!

Parassita dello spirito altrui è una mal agita religione, quando, osteggiando la vita per infiniti opportunismi e conservazione dei pastori sulle pecorelle, opera contro le infinite possibilità della creazione. A cominciato 2000 anni fa e non ha ancora smesso, però, ama chi ha ucciso, e non dimentica mai di portargli dei fiori! Tante grazie! Il Crocefisso ne sentiva proprio la mancanza!

Bonotto: comportamenti fuorvianti e innaturali, è necessario riportarli in carreggiata, sempre con un’azione umanitaria.

Tante grazie, signor Bonotto, per l’intento umanitario! Sento di doverle ricordare, però, che anche gli hitleriani riporti in carreggiata di fosca memoria usavano azioni umanitarie. Infatti, prima di bruciare le vittime di cotanto sentimento, li gasavano! Naturalmente, ci sono gas e gas, pire e pire. Glielo preciso per evitarle di far delle corrispondenze non consoni al mio pensiero almeno in questa sede.

Bonotto – anche per me il matrimonio è concepibile solo tra uomo e donna, per il mantenimento della specie e per l’avanzamento fisico-psichico-spirituale.

Ringraziandolo sino alle lacrime per l’azione umanitaria a favore dei richiedenti diritto, non posso non rilevare che il pensiero del Bonotto è tipico del fondamentalismo cattolico! Il Bonotto può credere a quello che vuole, ma perché dovrebbe usare le sue idee per far padronato su quelle altrui? Sul quantitativo fallimento del cosiddetto avanzamento psicofisico offerto dal matrimonio ci sarebbe molto da dire, ma lascio la parola alla cronaca nera che, chissà perché, il Bonotto trascura. Chiaro che ci sono matrimoni felici e che durano tutta la vita. Mi commuovono sempre: vuoi perché nell’animo sempre orfano, vuoi perché nell’animo usato da un pedofilo! Per la cronaca, prete!

Ricordo al Bonotto che il mondo Lgbt non si è mai opposto al matrimonio idealmente inteso. Preciso idealmente inteso perché in realtà, e per la gran parte, è sentina di molta sofferenza. Considerazione a parte, il che vuol dire che al mondo in Lgbt gli va bene, e che se non gli va bene, considera la sua scontentezza come fatto marginale. Lo chiamino come vogliono il Bonotto e i suoi condivisori, ma il mondo in Lgbt chiede solo la regolarizzazione di un sentimento su basi paritarie al matrimonio, non, un matrimonio; che poi lo festeggino come si usa nei matrimoni, e che questo lo faccia diventare matrimonio, vuol dire, prendere lucciole per lanterne, o come dice il Guzzanti, venir giù “dal Monte del Sapone”.

Bonotto – si fanno passare tante cose, nella vita, come progressiste, ma spesso esse sono in netto contrasto con la natura interiore degli esseri umani, e questo determina conflittualità personale e collettiva.

Il che vuol dire: fermi tutti altrimenti andiamo a fondo?! La paura di andare a fondo è sempre stata dei profeti di sventure, e da quelli usata per far mantenere, nel fondo, pur dando idee di salvazione! “In netto contrasto da conflittualità personale collettiva”, lo sono (profeti di sventura) dove è maggioritaria l’influenza religiosa sulle coscienza del cittadino. No, invece, dove, pur nella conservata spiritualità, vi è decondizionata conoscenza.

Comunque sia, ad ognuno il suo pane, signor Bonotto, ma sollevi le mani da un mondo che non le ha mai chiesto di usare la farina in Lgbt per impastarlo. Dove, per convinzioni personali non si è a favore, ma neanche umanamente contrari, a mio vedere, i mentalmente sereni si astengono, o fanno come ho fatto io per la questione dell’aborto: si o no? Pur intimamente dissenziente, ho votato a favore. L’ho fatto, perché dove vi è dolore, non si aggiunge dolore a dolore. La mia azione umanitaria non corrisponde alla sua, signor Bonotto? Pazienza! In ultima, ognuno pagherà i suoi conti, e gioirà dei suoi guadagni. Per quanto riguarda me, anch’io pagherò i miei conti, ma saprò anche, che non avrò tolto nulla a nessuno! Cosi’ facendo non si formano i partiti? Lo so.

Nè Sofocle, né Freud.

Direi che c’è Edipo, perché la relazione fra padri e figli è la lotta di sopravvivenza (amorosa o no che sia) che prevede un caduto per cessione del passo: o il padre, o il figlio. E’ amorosa quando la concessione del passo dal padre al figlio è una libera scelta. E’ tragica quando non vi è amorosa concessione. Al figlio che non vuole (o non sa e/o non può) uccidere il padre, allora, non resta che emigrare: verso altri stati sociali, e/o verso altri stati d’umanità, e/o verso complementari identità culturali, psicologiche, e sessuali non per ultimo. Nessuna scelta esclude le altre. Non mi pare che Sofocle avesse previsto questa possibilità. Neanche Freud, mi pare.

Datata Marzo 2007

Corretta e meglio mirata in data Marzo 2020

Quando fissa la ragione

ogni potere è droga.

Sino a che non ci decideremo ad estirpare le piantagioni del potere,* rifiutandoci di concedere loro ogni delega a priori, non solo non ci potremo dire solamente vittime, ma renderemo vittima anche il futuro di chi non è in grado di scegliere il suo presente.

* Principato e Religione, secondo padre Aldo Bergamaschi, Ordinario di Scienza dell’Educazione all’Università di Verona.

Luglio 2006

Miracolanti e miracolati

Da tempo mi chiedo perché all’approvazione delle mie novità non segue un corrispondente seguito. La paranoia che mi ombra mi fa pensare: perché ho forze contrarie! Stupidaggini! Il calo del seguito avviene perché l’aderente alla scoperta della cosa nuova, necessita di un grado emozionale sempre maggiore per continuar a seguirla. Se non avviene secondo il bisogno emozionale di chi segue il miracolante, al miracolato dalle principianti emozioni succede:

  • di perdersi per strada
  • di cercarne delle altre
  • di farsi miracolante di quelle recepite dal miracolante che l’ha iniziato
  • di finire al seguito di un barabba che prima o poi si dovrà rassegnare di essere spodestato a favore dell’ultimo giunto.

Capita perché siamo fatti male, o per chi lo pensa, addirittura influiti del Male? No, succede perché le emozioni sono un cibo. Come il nostro corpo deve rinnovare il cibo che consuma, così, anche la mente. La mente si nutre, invece, della stessa emozione quando ne diventa tossicodipendente. Con tossicodipendente intendo uno stato d’arbitrio talmente fissato da arrestare il pensiero del miracolato al miracolo inizialmente scoperto ed emozionalmente assunto. Lo riconosca o no (un miracolato) le emozioni procurate dai miracolanti (persone e/o casi) scemano anche in quella forma di dipendenza. Questo destino succede in tutti i fatti da miracolante emozione. Giusto per dire i maggiori: arte, sport, religione, moda, politica. Come un miracolato rinforza le emozioni assunte è generalmente noto: praticandole. Nel praticarle, a sua volta diventa  via via miracolante per miracolati dalle emozioni che espande. Un praticante maggiorerà il suo seguito, tanto quanto saprà (vorrà o potrà) farsi autore di continui miracoli per bisognosi di continui miracoli. Da questo gorgo escono i miracolati che confidano nelle emozioni della vita, indipendentemente dallo stato dei suoi miracoli o da come li presenta. Ciò significa che dobbiamo confidare nella vita anche quando ci presenta una pandemia? Dipende! Se ne abbiamo una visione particolare, no. Se invece ne abbiamo una visione globale, si. Questo significa che fra i miracoli della vita c’é anche il dubbio? No! Questo significa che fra i miracoli della vita c’è anche la scelta.

La vita è nostra?

C’è chi sostiene che la vita sia nostra, c’è chi sostiene che non sia così. In questo momento storico, la società e la religione sostengono che la vita non è nostra. In queste due ideologie, non è esclusa l’ombra del possesso sulla vita che guidano, ora religiosamente, ora politicamente, ora in ambedue i casi. In quanto poteri, non possono diversamente. E’ triste, ma è così. Ora, chiediamoci, che cos’è vita? Ci sono miliardi di risposte. Credo che non ci siamo ancora messi d’accordo sulla risposta ultima. Chiediamoci, inoltre, quale lo scopo della vita. Miliardi di risposte anche qui. Chiediamoci ancora, quando posso dirmi di essere vita? E, per chi? Per un’idea di me? Per un’idea sociale? Per una più elevata idea? A mio avviso, ci si può dire vita nella vita, tanto quanto rechiamo vita: vuoi a noi stessi, vuoi al sociale, vuoi alle idee che vuoi. Ci sono casi, in cui non si può più esserlo, per nessuno dei casi che ti cito. O, esserlo, al più, sottostando, a pesantissime croci. Ci sono casi, in cui possiamo alleviare il peso di quelle croci. Ci sono casi, in cui non lo possiamo in alcun modo. Ebbene, con quale e per quale diritto si può dire ad un’umanità caduta sotto il peso della sua croce: mi dispiace ma devi continuar a portarla?

 Giugno 2007

Verità per Federico

e i suoi

apenna

In questa coppia sento la madre più determinante del padre. Nel formazione del carattere virile di un figlio questo crea degli strani pasticci identitari. Non sarebbero pasticci se formassimo l’umanità più che formare il normale (?) ma, purtroppo la norma sclerotizza le soggettive specificità. Ho un orrendo ricordo di una donna poliziotto, (una ufficiale) che ho visto agire nei confronti di un tossicodipendente che all’epoca seguivo sia come associazione che come conoscenza. Esaltata, sprezzante, inutilmente distruttiva la personalità dell’altro. Indubbiamente ricostruita a livello psicologico, sia dalla divisa che dal conforto di altri tre agenti, che, a dirla tutta, non sapevano più da che parte guardare per quell’inutile sceneggiata. Se non fosse stata in divisa, l’avrei detta impasticcata, o in “riga”. Non posso non domandarmi: quanto sono sani quelli che indossano una divisa come indossassero una camicia che da forza perché li forza? Si, questo, è il problema!

Giugno 2007