La forza della ragione

contro la ragione della forza

Ci sono culture (soggettive e/o socialmente convenute) che in prevalenza non sentono la forza della ragione, bensì la ragione della forza. Solo se contenute da una forza quelle culture accettano, apprendono e vivono la forza della ragione. Ragionano così anche i bambini. Per questo, non da oggi le dico appartenenti al periodo storico dell’infanzia culturale dei crescenti: persone o popoli che siano. Secondo il mio pensiero, il poliziotto nel caso in questione ha applicato la pedagogia che un padre applica con l’intento di riportare entro lecite guide una ragione fuor di verità. L’imposizione di una forza che ha uno scopo magistrale è umiliante? Se il fine è umiliare, certamente si! Se il fine è far capire, invece, è una lezione di vita che certamente fa male a più livelli. Direi, infine, che il punto dolente dell’azione del poliziotto sta nella domanda: gli era lecito impartirla?  Come persona no. Come rappresentante di uno Stato che deve insegnare la ragione anche ai figli discoli propri oltre a quelli nolentemente adottati, sì. Naturalmente, l’opinione non vale quando i figli dello Stato si oppongono al Maestro secondo la forza della ragione: singola o collettiva che sia.

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IL CASO IN QUESTIONE

Ritorni e manette come prassi

Cortese signore: a proposito della prassi di ammanettare e imbavagliare gli emigranti che tornano a casa (dati i mezzi forzosi, ne arguisco non volontariamente) vorrei dirle “dell’amore e di altri demoni” che stanno occupando sia la cultura occidentale che quella islamica. Sia dell’una che dell’altra, le dirò quello che conosco per cognizione di causa: la mia, benché all’interno del tutto che stiamo diventando, non, perché sentina di tutte le nequizie (o quanto meno, non solo) ma perché, non essendo più in grado di reggere i costi della vita con qualità, tendiamo a gettare i pesi fuori bordo. E’ stato così anche nel mio privato. Da stipendiato, prima potevo ascoltare il cuore. Da pensionato con la minima, prima devo ascoltare il portafoglio. Per questo motivo non ho potuto non allontanare dalla mia vita il nordafricano che mi girava per casa da circa un ventennio. L’avevo conosciuto da sfrattato per morosità in affitto. L’ho accolto. Gli ho trovato casa e lavoro. L’ho curato quando stava male fisicamente. Assorbendo i suoi malesseri gli ho smacchiato la mente da un odio verso l’America che lo faceva delirare. Ha buttato via tutto! Non era d’animo cattivo ed era intelligente per quanto sopraffatto da stupidaggini. Manteneva il senso dell’onestà anche quando deviava nella furbizia. Era un affamato di giustizia ma preferiva la vendetta perché d’impaziente attesa. Certamente paranoico. Succede quando un’umanità viene derubata dalla sua fiducia nella vita, come succede che a sua volta il derubato derubi: sino a che non c’è più nulla da derubare, vuoi dal derubante come al derubato che deruberà. Cosa orrenda la paranoia da morte della fiducia, perché dice morte anche nella speranza. Era certamente alcolizzato; tanto da essere, prevalentemente albergato nei suoi deliri e per quella causa, sotto gli alberi. Giunto ai cinquant’anni, si è domandato cosa ancora ci faceva, qui. Due le risposte: lasciarsi vivere così, o rientrare al paese. Durante il periodo di un mio volontariato, un tunisino in età che ho convinto al rientro mi aveva parlato del Nirva: Organizzazione europea per il rientro assistito. Siccome la persona presso di me se ne voleva andare quanto prima (a mio avviso, fuggire dal sé di qui, quanto prima) il Nirva di Verona che ho contattato mi ha messo in contatto con il Nirva di Roma. Fatte le dovute pratiche, dopo una decina di giorni è partito; è partito, anzi, un giorno prima perché abbiamo fatto confusione con le date. Poco male, l’avevano collocato in albergo. A proposito del Nirva, non le dico nulla che già non sappiano gli interessati, generalmente molto ben informati su quanto le leggi italiane possono favorirli. Deputate a tanto, suppongo le moschee; le quali moschee, assistono quelli che vanno a pregare ma indirizzano altrove gli altri: alcolizzati, droganti_drogati, barboni, e persi di tutti i genere, e di tutte le abitudini. Di tanta opera verso quella persona, cosa mi è rimasto? Per dire che non mi è rimasto nulla, e per non dire che ho buttato più di vent’anni della mia vita devo dirmi che il mio compito è stato nella semina, non, nel raccolto. Si, ma se la semina non ha fruttato che fallimento, quale la causa? Del cattivo seme, o del cattivo terreno? Alla stregua: se la semina della cultura occidentale nel mondo non occidentale non ha fruttato che fallimento, quale la causa? Del cattivo seme, o del cattivo terreno, o, come l’opposto, di un seme non adatto al terreno? Tornando al nordafricano imbavagliato e ammanettato di cosa è effettivo segno di fallimento umano e sociale? Del nostro? Di quello a emigrazione nordafricana? Di ambedue le civiltà? Di sé? Il poliziotto che ha legato e imbavagliato l’emigrante l’ha detta prassi. Ora, è prassi anche per chi se ne torna a casa, tranquillo pur avendo di fronte ben poche aspettative, o è prassi solamente per quelli che, obbligati a tornare a casa, fanno gli agitati giusto per bloccare il volo? Ad ogni rimpatrio assistito il Nirva concede 400 euro subito, e 1000 al paese. Non solo: a fronte di un serio e provato progetto di lavoro, il Nirva condede il necessario finanziamento. Questo ultimo, a rientro avvenuto. Non so in quali momenti il Nirva consegni i 400 euro. Se prima dell’imbarco e a tasche ricevute si può anche pensare che il fine dell’agitazione sia il bloccare il rientro perché lo scopo consisteva nell’intascare i soldi e basta?! Pensiero fortemente paranoico, mi dirà, signor Direttore. Vero, “dell’amore e di altri demoni”, mi difendo sempre malamente. Non per ultimo, anche dalla capacità di scrivere non più di trenta righe.

Devo “dell’amore e di altri demoni” a G. G. Màrquez.

La Rex pubblica

non dovrebbe diventare un sanatorio per depressi e/o una spelonca di ladri!

Mio caro: se c’è una cosa che non fai in alcun modo, è quello (come temi) di farmi incazzare. Ti sai esprimere benissimo. Posso essere d’accordo o non d’accordo, ma ti ascolto sempre molto volentieri. Punto! Dopo di che, c’è sempre difetto di mezzo quando non si collega passione e ragione. La politica è governo della Rex pubblica (non una fede comunque religiosa) e quindi, punti di vista sul governare che bisogna mediare! Certo! Nella mediazione, un’idea, raramente rimane come la propone l’ideatore. Comunque avvenga, l’importante è che non venga stravolta! Chi l’interpreta la politica come una fede, ha bisogni che vanno oltre, e che si radicano dentro un esistere che ha bisogno di nemici per esistere! La politica, è cura della rex pubblica, non una cura psicologica o psichiatrica nei casi più gravi di fideismo.

Ottobre 2007 – Detta meglio nell’Aprile 2020

L’importante è godere ma…

godere può legittimare ogni prezzo?

Sul molto tardi di ieri, sulla scalinata che porta al mio giardino incontro un moldavo. E’ oltre i trenta. Tracagnotto. La sua stretta di mano è asciutta, certa, e molto forte. Non tanto per virile disfida, quanto proprio per una sua naturale potenza. E’ più basso di me. Sento che mi guarda come se fosse un bambino davanti ad un campanile. Non solo è disponibile verso di me, ma anche verso ciò che sessualmente sono. Già! L’importante è godere, dice il Loris, ma, lo è anche quando si conoscono (ed in molti casi è meglio temere) i prezzi non dichiarati? Vi sono etero esclusivamente tali, ed etero, prevalentemente tali. Prevalentemente tali, significa esserlo anche in diverso modo, cioè, non solo con la donna. Non di certo perché amano l’uomo, ma perché possono godere anche con l’uomo, purché (almeno il più delle volte) quella figura maschile non gli rappresenti la stereotipata idea di Finocchio. Nel qual caso, la possibilità di godere anche con l’uomo non viene presa in considerazione, amenochè (quel genere di eterosessualità) non patisca una inderogabile fame di maschio. Per qualsiasi parte sessuale in discorso, infatti, quando un desiderio impera sui sensi, anche il pane vecchio diventa di giornata! Vi sono etero che conoscono e gestiscono con equilibrio sia la propria prevalenza sessuale che la parte minoritaria, e vi sono etero che rifiutano quanto sentono pur avvertendone il bisogno. I soggetti in questa de_formita sessuale sono instabili (sia sessualmente che identitariamente) e, almeno in potenza, culturalmente e psicologicamente costituiti su basi patologiche. Distinguere a priori l’etero naturale dall’etero non etero occasionale è impossibile. Se non altro, perché anche i malati sanno sorridere come i sani. Possibile distinguere, lo diventa, quindi, solo dopo aver versato di che poter vedere il piatto! Pazienza, se in quel piatto non c’è di che rendere soddisfacente una partita, ma, e se ci fosse di che farla diventare pericolosa quando non l’ultima? In quei casi, il giocatore socialmente più debole (donna o omosessuale che sia) rischia di diventare il capro sacrificale per chi l’ego che si recupera rifiutando quanto l’ha fatto agire come rifiuta di agirsi. Fatti del genere capitavano solo nel mondo omosessuale. Ora, invece, capitano anche nel mondo delle donne che cercano il proprio piacere sessuale come l’ha sempre cercato l’uomo, e/o il mio genere di uomo. Morale della favola: in campana donne e omosessuali! Ci sono agnelli che mordono come lupi! Questo non significa che le donne e gli omosessuali debbano rinunciare al pascolo! Questo significa badar maggiormente ai compagni di pascolo.
Datata Luglio 2007 – Corretta nel Marzo 2020

s.Pietro: Barca e Banca?

Onde pagare i danni procurati alle vittime dei sacerdoti pedofili, la chiesa americana vende le sue proprietà. Trovo quel sistema per trovar capitali sia perlomeno, molto opinabile! Americana o no che sia, ci sono proprietà che la chiesa riceve per scopi di varia beneficenza, ed indubbiamente, proprietà che ha comperato. Ma, con quali soldi, le ha comperate? Almeno come fatto originante, sempre con quelli donati dai fedeli, immagino, dal momento che è (o almeno si dice) costituzionalmente povera. Stante il fatto, se l’origine dei pagamenti deriva da un dono destinato a beneficio pubblico, quanto, la chiesa americana può destinarlo a faccende private? Se, in virtù di liberali intenzioni dei fedeli può dirottare i doni ricevuti anche per faccende private, quanto può dirsi solamente gestrice, o quanto proprietaria dei capitali che gestisce, visto che si può anche affermare che non avrebbe ricevuto il becco di un quattrino, se solo i donatori avessero saputo il destino di parte dei loro doni? E se può dirsi proprietaria dei capitali che gestisce anche per uso privato, si può, o non si può, trarre la conclusione che c’è del marcio in una Barca che si fa banca.

Luglio 2007

Il prezzo di Sodoma

I pomeriggi di s. Barnaba a Brescia

Cortese signore: non me ne voglia, ma, nella prima parte della relazione “il prezzo di Sodoma” pubblicata su “la Repubblica”, non sono riuscito a capire il soggetto dell’argomentazione. Al di la del fatto storico (?) era la giustizia divina, o la giustizia divina secondo l’uomo? Se era la giustizia divina secondo l’uomo, mi dichiaro soddisfatto, ma, insoddisfatto, se era la giustizia divina in quanto tale. Mi dico insoddisfatto perché l’ho sentita venata da una psicologia, divina perché elevata, ma non divina perché di Dio. In una idea di Dio, separata dall’idea dell’io, non posso non rendermi conto che so cosa dico, ma, necessariamente, non so di cosa parlo. Al che, come non riconoscere arbitraria ogni mia supposizione su Dio? Dal riconoscimento, non posso non ricavarne che due comportamenti:

a) taccio, anche perché confortato dal fatto che a Dio “si addice il silenzio”;

b) taccio anche perché continuo a sovrapporre su Dio la mia idea di Dio.

Saprà certamente meglio di me, che è possibile sovrapporre la nostra idea di Dio su Dio, abbassando la Sua immagine al nostro livello, o alzando la nostra al Suo. Così facendo, però, o otteniamo una sorta di deificazione dell’io umano, o otteniamo una sorta di umanizzazione dell’Io divino. Ciò che vale per l’idea di Dio, non può non valere per la Sua giustizia.

Per capirla, o umanizziamo il senso della Sua, o deifichiamo il senso della nostra. Nell’umanizzare il senso della Sua, o nel deificare il senso della nostra, si fonde l’Immagine della vita con ciò che gli é di Somiglianza. Non le pare?

Il bisogno di dare a Dio quello che è Suo mi ha suscitato una serie di domande. Dopo averlo fatto, però, non mi ha dato neanche una risposta! Può farlo lei?

*) Quanto può essere giusto un giudizio divino se il giudicato non può assolutamente capirlo a causa della suprema differenza che esiste fra il Suo sapere ed il nostro?

*) Quanto può dirsi equa, la giustizia divina, se la sua qualità rischia di essere invalidata dalla nostra limitatezza?

*) Quando e/o come capiremo la sua giustizia, dal momento che non sapremo mai quello che Lui sa?

*) Non capendo mai quello che Lui sa, ne dobbiamo arguire che la giustizia divina ha l’intrinseco peccato di essere nolentemente arbitraria?

*) La nostra giustizia non è certo infallibile ma è corretta perché pone il giudicato nella condizione di dibattere la sua causa e di capire il verdetto anche quando non l’accetta

*) Non capendo la divina non ci resta che accettarla per fede, ma (ulteriore “Prezzo di Sodoma”?) a spese della nostra comprensione.

*) Quanta divinità vi è, in una giustizia che sottomette la nostra ragione alla fede?

*) La giustizia divina è assoluta perché è assoluto il giudice. In quanto assoluto, non può concepire che sé stesso. Come tale, non può comprendere ed emettere che leggi assolute. L’Assoluto che non può concepire che sé stesso, come distingue “i giusti” da quelli che non lo sono? Perché “i giusti” corrispondono alla Sua legge?

*) Lo fanno in modo assoluto? Se non lo fanno in modo assoluto, agli occhi di Dio non sono giusti neanche “i giusti”, quindi, Dio può comminare la sua giustizia anche non secondo sé stesso?

Se l’ipotesi è inverosimile, è anche inverosimile che ad accogliere l’istanza di Abramo sia stato Dio.

 

Maternità e ombre in Edipo

Nel protrarre nel tempo (e nel non saper o voler recidere il cordone culturale col figlio) l’amore per la sua creatura, può passare, nella Donna, da filiale a parasessuale. Tale tabù, è stato incanalato da ben precise regole: scritte e non scritte. Tuttavia, non solo la Ragione è carsica, ma anche le espressioni della sessualità. Così protraendo, la Madre, “inchiavarda” il sentimento del figlio a delle necessità, che appartengono alla Femmina, e che nella maternità la Donna rinuncia a chiedere. In tale contesto, il Crescente, può giungere ad avere, della Madre, anche delle visioni di Donna, se non distingue ciò che è della Madre da ciò che è della Femmina. Non distinguendo, quel Crescente finirà con il cercare la Madre in ogni Femmina. Per giungere alla piena maturità di sé, il Crescente, allora, con il Padre, deve “uccidere” anche la Madre. Fatti di psicologia, (quando non di psichiatria) raccontano, di Crescenti, incapaci di fare questo superamento culturale – sentimentale; incapaci, tanto quanto l’amore della Madre – femmina, li ha “castrati” dell’amore verso la Donna. Fatti di cronaca raccontano, di “castrati”, letteralmente omicidi, pur di superare le mura dell’amore materno quando diventa un ergastolo.

Novembre 2006

Subire un lutto

Subire un lutto è come ritrovarsi sradicati. Nessun lutto, però, ti sradica completamente. Si stratta, di tornar ad alimentarci, allora, per le radici che ci sono rimaste, ma per far questo, le dobbiamo rivedere, e per rivederle, dobbiamo asciugarci gli occhi. Deciderlo è difficile. Sembra un tradimento, ma, se chi ci ha lasciato ci ha amato, perché mai dovrebbe volere la nostra sofferenza? A che gli servirebbe? E se serve a noi, il problema, allora, non è un dolore da lutto, ma un dolore da vuoto. Non un dolore provocato da una morte, allora, ma un dolore provocato da stati della nostra vita che non sappiamo dove o come vivificare

Settembre 2007

La Donna spaventa l’Uomo?

La Donna che si fa prevalentemente determinante “spaventa” l’Uomo. Perché lo spaventa? A mio avviso, perché trovandosi di fronte un eguale psiche non può non sentire forma di Uomo in forma di Donna. L’uomo che sente di fronte a sé una figura di analogo principio si trova di fronte a ciò che gli somiglia vuoi come cultura vuoi come spirituale virilitas. Giunto al punto si può dire, allora, che la paura dell’Uomo è provocata da forme di disorientamento che non sa porre (e/o non può, e/o non vuole) in equilibrata vivenza. Mi si dirà: ma, la Donna è sempre stata così! Concordo, tuttavia, la capacità di determinazione della donna era contenuta (filtrata, repressa, condizionata) da forti muri socio – culturali. Ora che questi muri hanno fatto la fine di quelli di Gerico, chi o cosa conterrà l’espansione di vita del carattere culturale femminile? Non di certo degli altri e stramaledetti muri, ma, certamente, delle rinnovate ragioni! Quali, le rinnovate ragioni? Quella, ad esempio, di riconoscerla e di accettarla come culturalmente simile. Accettandola come culturalmente simile, cosa diventerà l’odierna Etero cultura maschile? Direi che, per transcultura,  diventerà Omoculturale. Ossignur! Si dirà l’Uomo ulteriormente spaventato: ciò significa che diventerò Omoculturale anche sessualmente? Ad ognuno la cottura del suo piatto! Questo scritto è solo una padella.

Giugno 2006. Corretta e meglio mirata nel Novembre 2019

La divisa è una questione

dalle molte questioni

In primo, le scelte citate nell’articolo sono deficienti a più livelli. Le posto come mi vengono alla mente, ben sapendo che nessun pensiero può rispondere a tutti i pensieri. Per i simbolismi collegati, la divisa è un’armatura. Come per tutte le cose, possiede dei pro e dei contro. E’ pro perché fortifica l’identità di chi l’indossa. E’ contro, perché permette la formazione di un esaltante superomismo nei bisognosi di compensazioni. Normalizzare la divisa normalizzando i suoi simbolici segni, quindi, è riportare la cultura e la psicologia dell’operatore di Polizia alla valenza di cittadino, di fatto come gli altri non perché lo dice la Legge che serve, e della quale si serve quando la usa come ulteriore protezione. Fra i cittadini comuni vi sono soggetti che hanno di che perdere, e soggetti che sentono di non aver nulla da perdere. I primi sono prevedibili e quindi gestibili, mentre i secondi, aprioristicamente non prevedibili e quindi non gestibili. Quanto è non prevedibile e quindi aprioristicamente non gestibile, spaventa già a priori  l’animo dell’operatore di Polizia. La paura da imprevedibilità e da ingestibilità nei casi da panico è una condizione psicologica presente in tutti, quindi, è sia conosciuta che universalmente agita quando non dominata. La maggiorata forza psicologica dei socialmente nullatenenti mette l’operatore di Polizia nella condizione di doversi sentire più forte già a priori. Non potendo sapere già a priori quanto debba essere maggiorata la sua forza, adotta la maggiore che può e/o sa, e/o vuole: giusto per non doversi sentire inadeguato e/o comunque non adatto al ruolo. L’operatore che non sa dominare (e quindi gestire con equilibrio) la sua aprioristica paura, è pressoché destinato a compiere delle azioni difensive in eccesso: non capita solo in America. Si può tentare di risolvere (o quanto meno di ridurre) questo avvelenante groviglio di situazioni  con due contemporanei intenti: A) accertare la stabilità culturale dell’operatore di Polizia mettendo a nudo la sua mente. Ciò, per lo scopo di valutarne l’umana idoneità, sia al momento dell’assunzione che durante il proseguo del compito. B) mettendo la parte sociale che si vive come chi non ha nulla da perdere perché variamente povera, nelle condizioni di aver di che perdere dando stima, lavoro, studi, giustizia, e quanto necessario. Vorrà la Politica, fortificare i nullatenenti al punto che sia quella l’armatura che difende l’operatore di Polizia? Non gli è mai mancato il tempo per volerlo ma sperare non costa nulla.

Avverso la furbizia.

La furbizia, è la pianta che trova acqua in sé stessa. Con altro dire, la furbizia è l’intelligenza dei vili. Parafrasando Pascal: ha delle ragioni che la ragione non conosce. Non per ultimo, è il tarlo che erode la fiducia in sé stessi, ed è, quindi, causa del disagio esistenziale che porta alla malattia che diciamo paranoia. Al collo dei furbi, una macina è poco.

“Quis custodiet ipsos custodes”

Chi custodisce i custodi?

A domanda rispondo: semplice! I custodi custodiscono sé stessi! A chi importa dei custodi, se non custodiscono altro da sé stessi, mi obietta Silvia? A Silvia rispondo: i custodi che custodiscono sé stessi, custodiscono il potere che li fa custodi! Quindi, non è vero che custodiscono “altro che sé stessi”, se per “altro da sé stessi” intendi la mera identità di custodi. A chi importa dei custodi? A quelli che non hanno consegnato loro le chiavi della loro vita, importa meno che un fico! Ma, a quelli che hanno consegnato loro le chiavi della loro vita, importa e come! Importa, non tanto per controllare l’uso di quella chiave, (magari!), ma perché dando la chiave della loro vita, si sentono parte del potere dei custodi del potere sulla vita; e qui si cela il dramma.

Non sono farina da ostie

Non sono farina da fare ostie, e quando Patrizia mi ha allontanato dalla sua corrispondenza perché assomigliavo ad un Amico che l’aveva disgustata gliene ho dette quattro! Ma, il tempo è galantuomo e Patrizia ha ragione! Ha ragione verso quella persona, però, non verso di me! Ora, a mia volta provo verso di Quella lo stesso disgusto che prova Patrizia! Capisco che un disgusto possa orbare un giudizio, ma, serenamente, non capisco, dove stia somiglianza, fra me e Quello. Questo, non per dire chi sia il migliore, ma solo per dire la diversa identità di vita ed il ben diverso modo di rapportarsi con gli altri! Se fossi anche lontanamente eguale a Quello non avrei scritto, nel mio profilo, le mie scomode verità, ma per l’amicizia lunga io sono per i patti chiari. Per questo sono stato me stesso, anche dove non richiesto, anche dove non necessario. Ovviamente, per il disgusto che provo anche al solo pensiero, non collocherò alcun mio scritto sul Blog di Quello, e se commenti farà su di me, (vuoi positivi, vuoi negativi), li considererò estremamente falsi! Liberi i presenti di pensare ed agire, come capiscono, sanno, credono, o vogliono. Siccome non cerco approvazioni, e le disapprovazioni sull’argomento non mi toccano, credo superfluo ogni commento.

Faccenda da Blog.it

Profeti e Profezia

La capacità di profezia è di chi proietta la sua conoscenza ben oltre il suo momento soggettivo e storico. Così, il profeta è come colui che dalla cima di un monte vede avvicinarsi una figura. Se quel profeta è prevalentemente portato ad amare la vita, non interpreterà quella figura come una minaccia. Diversamente, se è prevalentemente portato a temerla, ed in ciò ad essere di piegato spirito, l’interpreterà come nemica. E’ chiaro che ambo le interpretazioni possono essere fallaci. Sino a che non succede l’una o l’altra delle due situazioni, ogni profezia può anche essere la visione di una mente che ha delirato per eccesso di visione, e/o di interpretazione. Se è la prova contraria, ciò che distingue una profezia da un delirio della mente, siano cauti con le affermazioni i ” profeti ” e, per non essere travolti da quelle visioni in quanto creduli, cauti noi. Per vederle con chiarezza, infatti, è necessario che quella figura si avvicini ai tempi del profeta, oppure, si avvicini ai tempi profetizzati dal profeta. Anche per aver solo passeggiato fra le tue idee, quindi, sento di poterle condividere. Non condivido, però, la generale amarezza che le pervade. [Questo non vuol dire che non condivido le dolorose verità che contiene, sia chiaro!] Non vorrei che questa amarezza, dipenda dal fatto che guardi il mondo, da vicino. “Visto da vicino, nulla è normale!”

I segni della Civiltà

Non so dire se in quella solamente religiosa, o anche no, ma nella Cultura araba vi è un modo di salutare che mi piace molto. Mi riferisco a quello, dove, chi saluta, poggia la mano sul cuore poi sulla labbra ed infine sulla fronte. Non sapendone la spiegazione, mi sono data questa. Chi si rivolge in quel modo un interlocutore, dice di avere quella vita nel suo cuore, nelle sue parole, nei suoi pensieri. Se penso che il nostro saluto, (il porgere la mano), è nato dalla diffidenza verso l’altro, (lo stringergli la mano era un bloccargli la possibilità di colpire), non posso non dirmi che alla mia Civiltà, manca un qualcosa di quella araba.

Mettiamola così!

Tutti i giorni compro giornale e sigarette da un negoziante di Destra. Si scherza, si ride, e ci prendiamo anche in giro per le nostre idee. Perché non vado anche da un giornalaio di Sinistra? Capita, ma essendo “pantegana solidale” con la vita, non bado più di tanto a quale stato politico  permetto la non estinzione. E’ chiaro che permettendo lo stato privato di quella persona di Destra, ne permetto anche il suo stato pubblico, ma come dico sempre, siamo sistema arterioso e venoso. Giunti al punto, che facciamo? Tagliamo le vene che non ci piacciono?!

Ottobre 2007

Per rattoppare l’anima?

Dragando lungo le rive dell’Adige trovo una borsa con dentro una patente. Ligio al dovere la porto in Questura. Mi fanno attendere più di un ora. Quando giunge la borseggiata capisco perché. La borseggiata riconosce che non sono il borseggiatore. Mi domando come si può pensare che un borseggiatore sia così cretino da portare in Questura il resto di uno scippo! Venerdì scorso, all’interno di un cartone messo sotto un’aiola dove lavoro trovo un portafoglio. Memore della precedente esperienza con la Polizia, questa volta lo porto ai Carabinieri. Il portafoglio era di un extracomunitario. Conteneva la patente, la carta di identità, il codice fiscale ed un agendina telefonica. Dopo più di due ore, mi fanno fermare il verbale. Una quindicina di righe in tutto. Due ore! In quelle due ore, prima di me e a colloquio iniziato, una persona che denunciava un danno. Dopo di me, altre due persone, una delle quali, rapidamente mandata alla Polizia postale per un furto di scatti subito attraverso Internet. In quelle due ore, l’apertura e la chiusura di un cancello, è stato l’impegno maggiore che ho visto dei due appuntati nella guardiola all’ingresso. Firmo il verbale leggendolo di corsa. Se non ci si fida dei Carabinieri di chi altro dovrei fidarmi? Uscendo, lo rileggo: manca l’agendina. Glielo dico? No, mi dice una voce diavoletta. Non vorrai mica stare lì altre due ore, vero?! Mentre sto andando a casa, verso di me arriva una macchina della Polizia. La strada è stretta. Mi spancio su una macchina. Passano. Credete che abbiano alzato un ditino per dire grazie?! Neanche per idea! Come dovuto! E’ vero! Non tutti sono così, ma perché molti sono così?! Carenza professionale? La divisa come terapia delle carenze? Perché, pur pagati dal Cittadino, è meglio farsi servire dal Cittadino che servire il Cittadino? Per il bisogno di manifestare un macismo indistinguibile dalla cafoneria? Per rattoppare l’anima?

Giugno 2007

Magistrati e magistero

Scorrendo i commenti su di una recente e dolorosa questione, di una blogger leggo: “io cerco la cattiveria negli altri…” Suppongo, per denunciarla. Non vedo, diversamente, i perché di quella ricerca. Chi cerca un veleno, o lo fa per toglierlo, o lo fa per iniettarlo, ma non vedo nessuno che lo faccia per tenerlo presso di sé. A meno che non sia un farmacista, non vedo scopo. Comunque sia, posso anche capire chi è, una data personalità, ma, chi si crede di essere, quella personalità? E, anche ammesso che possa arrogarsi il diritto di giudicare la cattiveria altrui, può dirsi, di saper escludere l’errore, nel suo giudizio? Se anche ammesso l’errore nel suo giudizio lo volesse riparare, e per infinite cause non potesse pervenire la riparazione al giudicato, come la mettiamo, con un giudizio, irrimediabilmente in circolo, nella vita del malcapitato? Ognuno faccia quello che vuole della sua vita, ma, per quanto mi riguarda, metterò sempre fuori di casa mia, e nondimeno da me stesso, questo genere di arbitrii!

Ottobre 2007

La condanna delle sacre scritture?

Busso, signor Direttore, ad ogni porta che la vita mi pone davanti. Quando l’oltrepasso, però, non sempre mi trovo nella stanza che cercavo. Alla Biblioteca Civica, oggi, ad esempio, nelle edizioni dell’Arena di qualche giorno fa cercavo altro, invece, mi sono ritrovato in questa: Matrimoni gay: la condanna delle sacre scritture. Presa in affitto dal signor Gianni Toffali, la stanza (coabitata da Santi e Padri della Chiesa) è ammobiliata con attestati, (Bibbia, Antico e Nuovo testamento) che, a mio vedere, di verificato hanno solamente l’età, e di sacro, nulla di credibile se non per fede: conoscenza della sola speranza. Non che a me manchi la fede. Mi manca, piuttosto, l’assoluta incapacità di volerla cieca, e meno che meno muta sulle schifezze che gli epistolatori cattolici che nei secoli si sono succeduti, non hanno mai denunciato come trave, preferendo, invece, stracciarsi le vesti per casi da pagliuzza, tipo la questione gay. Non me ne voglia il pensiero gay ma non amo “gay”. La pronuncio sempre con una ripulsa da senso d’ingiustizia per pochezza. Se proprio proprio devo sentirmi definito secondo natura da qualche etero_imbecille, a Gay preferisco Finocchio. Non vedo, infatti, perché, con gay, devo far dimenticare gli omicidi dell’umanità, a quella parte della società (politica e religiosa) che si purificava le nari gettando nei falò i semi dell’ortaggio mentre, in nome di Dio e della norma compiva i suoi delitti con croce, ferro e fuoco.

A fronte di queste vergogne di impossibile assoluzione storica, (diversamente dal Toffali, per la divina non sono interessato a preveder pene) che mai ti va a rilevare il suddetto signore? Il suddetto signore ti va a rilevare uno scandalo che, diversamente da quello scoppiati nella chiesa, pro causa sua, non ha mai martirizzato nessuno, cioè, una riconosciuta alleanza fra personalità naturalmente simili. Proprio non capisco tutta questa preoccupazione per il Finocchio cattivo che vuole diventare buono a dir del Toffali. Il tono e l’insistenza dell’astio vaticano e delle sue penne, pardon, tastiere, fa proprio pensare che non sia possibile permettergli il diritto di sentirsi società, non tanto perché in ciò si potrebbe legalizzare un temuto (o invidiato?) stile di vita Sodoma&Gomorra, ma perché se lo togliamo dalla lista dei cattivi, chi e/o quale altro capro usare per impedire alla “ggente” di rendersi conto che a sottometterla, esistenzialmente quando non analmente, non sono i Finocchi come urlano gli untori a voce troppo grossa per essere vera, bensì, il Principato, (a livello sociale) e la Religione, (a livello spirituale anche se sarebbe meglio dirlo spiritico) ed il Mercato a livello economico. Al Mercato, pero’, sta certamente bene ogni culo, per quanto non sia da quello dei Finocchi, che proviene la puzza del denaro del denaro sporco. Devo il riconoscimento di Principato e Religione al mai dimenticato padre Aldo Bergamaschi: ex Ordinario della veronese Scienza dell’Educazione di qualche anno fa. A confronto con i burattinai testé citati, quale importanza possono avere i Finocchi. se non quella di un qualsiasi cittadino dal quale si differenzia, più che altro per un alterno ma stracopiato uso del sedere?

Il Mercato se ne frega degli usi impropri del sedere purché gli dia un reddito e la minor spesa. Tutto considerato, se ne frega anche il Principato, o quanto meno, il problema non gli è prioritario. Non se ne frega affatto la Religione, invece. Il sedere è mio è lo gestisco io, gli ricorda troppo la rivendicazione del femminismo; gli ricorda troppo quanto abbia cambiato il pensiero personale e quindi sociale. Uomo o donna che sia, etero o omo che sia, chi prende coscienza della totalità di sé, potrebbe non essere più disposto a dar ad altri la vita in cambio di trenta palanche di patentata verità. Di fronte a questa temuta neo riforma del potere religioso sull’animo umano (cattolico o no che sia) la risposta della controriforma e’ poco ascoltata. Ecco così, che si riaprono crociate, si usano crociati che si fanno usare, si grida “Dio lo vuole”, si citano Bibbie, Vangeli, Santi, Padri. Da tanto sbandierar denunce, solo i crociati che non si fanno sottomettere sanno che un bene agito come potere ha, del male analoga faccia! Banale sino a che si vuole ma sempre omicida.

Maggio 2007

Ombrello: uso e abuso.

Facile o non facile che sia, infilare un ombrello in un occhio, può non voler dire una volontà omicida, ma certamente vuol dire una volontà di ledere. Anche uno schiaffo, è volontà di ledere, ma certamente non vi è la stessa proporzione. E’ un po’ la storia di chi, ricevendo un pugno, risponde con una coltellata. Al punto, una provocatoria domanda: se ambedue le ragazze si fossero reciprocamente infilate la punta dell’ombrello nell’occhio, avremmo avuto la stessa reazione? C’è una concausa che forse non abbiamo considerato: la virilizzazione della femmina. Con annessi, connessi, e conseguenze.

Devo averlo già raccontato. Tempo fa, una ragazza sui venti è seduta sul marciapiede. Pare sofferente. Mi avvicino per vedere se posso far qualcosa, e vi giungo. Non appena vicino, questa qui si alza di scatto. Mi fermo, più che sorpreso. In contemporanea, un ragazzo (arabo e bellissimo, giusto per la cronaca) gli blocca le braccia e la tiene ferma. La ragazza urla: lasciami, lasciami! Il ragazzo mi sorride e non la molla. Visto che la mia sola presenza è bastata a miracolare la salute di quella ragazza, mi allontano dicendo una frase che in apparenza non centrava per niente, cioè, l’amore può tutto. In un primo momento ho pensato all’amore fra quel ragazzo e la ragazza, ma strada facendo mi sono chiesto: se quella l’ipotesi, perché la ragazza voleva che il ragazzo gli liberarsi le braccia? Mi sono dato quest’amara risposta: la ragazza voleva che il ragazzo gli liberasse le braccia per aggredire me.

Lo “capirei” come prova di ammissione di chi intende entrare in una banda, ma lo si può capire come la prova che una ragazza vale tanto quanto un ragazzo nella dimostrazione di forza, anche, indipendentemente, da casi di varia delinquenzialità? Si, lo si può capire. Come si può capire che fra Doina e Vanessa, a monte del fatto, sia successo esattamente questo: una prova di forza. Chi la sfidata, e chi la sfidante? Ambedue nello stesso ruolo?

Maggio 2007

Un giovane down

Sul piazzale davanti la chiesa di s. Zeno ci sono delle panchine a paletti di ferro. Sono orrende e scomode. Mi ci siedo per fumare una mezza una sigaretta ogni tanto. Lo so che fumare è cretino ma mi è diventato una protesi: suicidaria ma nondimeno protesi. Oltre che guardarmi attorno non ho altro da fare. Da diverso tempo noto un giovane down. Non mi è chiara l’età ma non lo direi il ragazzino che appare. Vuoi anche perché fisicamente è ben strutturato. Gira continuamente in tondo. Gliel’ho visto fare in bici, ma ora lo fa a piedi. Mi sono chiesto perché lo fa. Simbolicamente parlando, si potrebbe dire che lo fa perché sta andando verso sé stesso. Si, ma perché continuamente? Mi sono risposto, forse perché non si trova e/o non si raggiunge. Perché non si trova e/o non si raggiunge? Mi sono detto: forse perché gli manca il fondamentale punto di arrivo: il sè come stazione. Come quel ragazzo girano così anche non pochi normali. L’ho fatto anch’io: per anni.

Peccato originale o amore originale?

Quel che vedo della Genesi secondo me è questo:  Adamo viveva il luogo di Dio, ma come l’infante non conosce il padre perché non ne possiede l’idea, così, non conosceva Dio. Quando l’infante comincia a conoscere il padre? Direi che comincia a conoscerlo quando il padre lo scioglie dall’abbraccio e lo posa a terra. Nel momento stesso in cui mette il figlio nella condizione di sentire la differenza fra il prima ed il dopo, quel padre comincia a fargli sentire (e quindi capire) cos’è l’Immagine della vita, e cos’é a Sua somiglianza. Da questa Genesi (passami il taroccamento) ne concludo che al principio della vita non è successo nessun peccato originale. Sono accaduti, invece, due amori originali: quello del Padre verso la vita, e quello della vita verso sé stessa.

La prova che Dio non esiste?

Cortese Signore: giorni fa il professor Veronesi ebbe a dire “dopo Auschwitz il cancro è la prova che Dio non esiste.”

Se adorassimo l’acqua, potremmo ben dire che il suo principio è H2O. Chi mai si sognerebbe di imputare alla formula che ci sono le alluvioni, che c’é chi si annega, che ci sono i tsunami, tanto per citare alcuni esempi. Le alluvioni ci sono perché non curiamo il territorio; si annegano quelli che suppongono di sapersi capaci in ogni caso; i tsunami hanno tragiche conseguenze perché se potessimo edificare a dieci centimetri dall’acqua, molto probabilmente lo faremmo. Ora, il cancro è provocato da motivi che certamente non devo ricordare al professor Veronesi e neanche ai lettori del suo giornale. Per quanto concerne Auschwitz, c’è stato a causa di una nefanda e insepolta ideologia che milioni hanno servito e che, nonostante tutto, migliaia ancora servono. Che c’entra l’Acqua con l’uso che ne facciamo? Il Cristo evangelico ebbe a dire che Dio è Padre; ed è Padre chi principia la vita. Non dovremmo confondere ciò che è del Padre con ciò che è di fantasiose credenze.

Maschere

E necessario essere personali o per meglio chiarirsi: individualisti?” Mah! Anche ammesso che la persona sia una maschera, sono talmente infinite le maschere da essere tutte “personali”: intendi individuali e singolari in ragione della personale recita e del personale teatro. Si può anche dire, pertanto, che se la persona è maschera, la maschera è persona. Certamente è schermata. E’ schermata dai suoi “abiti”. E’ schermata quando è falsa. E’ schermata quando non può essere vera. E’ schermata quando non è cosciente del suo schermo, e quando cosciente viene schermata da chi non vuol (e/o non può e/o non sa) vedere la maschera sulla persona, e/o la persona senza maschera. Si, di vero c’è la voce. Ma, quanti, hanno orecchio libero, e quanti schermato? Personali significa fare di necessità virtù? Non direi. E’, invece, come dici subito dopo: “scegliere di esserlo, volerlo essere, farne una vocazione e viverla” (ho tolto “anche”. Avrebbe intristito il senso della vocazione ad essere.) ma subito dopo aggiungi: “In questo senso, profeti di una bellezza originale”. A me stesso dico, (più che a te, perché sono io che ho inserito le tue immagini nel tessuto delle mie riflessioni) che qui ci sono dei salti non necessari: verso la profezia, cioè una dimensione religiosa; e verso l’originalità, che non è il frutto maledetto e necessario (secondo me) della singolarità. Si, ci sono dei salti. Quelli che tendiamo a fare quando ci possiede l’ansia di giungere alla meta del discorso. La profezia che dice la Bellezza, non necessariamente è fortificata da un aspetto religioso. Tanto più, che i Profeti non sanno di esserlo, come ebbe a dire un Nonmiricordopiù quale eminenza. A mio avviso, invece, è fortificata da un anelito di verità. Quale? Non è facile vedere sotto le maschere degli artefici minori, figurati dei maggiori! Per il pinzimonio.

La Destra e la Sinistra non si rendono conto

La Destra e la Sinistra non si rendono conto di essere dei ventri imbecilli. La Destra che è stata, infatti, ha offerto pancia per la crescita della Sinistra che è stata, e la Sinistra che è stata, ora sta offrendo pancia alla Destra che è. A sua volta, la Destra che è, sta offrendo pancia alla Sinistra che sarà. E, poi, tragicamente ridicola una loro fondante convinzione: il figlio è proprio perché proprio il potere politicamente fecondante. La vita dimostra, invece, che anche alla cultura politicamente più certa, nascono figli meticci. Perché? L’Arbasino direbbe: perché c’è di mezzo la vita, signora Marchesa! Secondo me, invece, perché solo la vita conosce i dadi. La nostra, gli fa da bicchiere.

Desiderio di paternità nei Dispari

A Manico in Davide, dedicata.

Caro Davide: innanzi tutto, scusami se per parlare con te, parlo prima con me, ma dei tanti libri che ho letto (dottorali o meno) sono l’unico che conosco abbastanza bene. Non avendolo mai avuto, non sono poche le informazioni su “padre” che mi mancano, e quelli che da collegiale crescente mi erano prossimi, ben poco sapevano anche loro perché’ si trovavano nelle mie stesse situazioni. Sapevo solo (e senza dubbio anche i miei prossimi) che in certi momenti mi si apriva una voragine nel petto di allora. Era un vuoto, non più profondo di qualche pianto a metterci il dito dentro, ma di quel vuoto, da una riva non si riusciva a vedere l’altra. Ti dirò! Anche all’epoca (sia pure con tutte le immaturità del caso) non è che fossi carattere in attesa della crescita dell’erba sotto i piedi, e neanche come quelli che stanno, con in mano le sole mani. Sono stato Ariete anche da piccolo, in effetti, così, me lo andai a cercare! Non che all’orfanotrofio prima e al collegio dopo ci sia stato questo granché di scelta, devo proprio dire, così, cercai nell’ideale quello che proprio non c’era verso di trovare nel reale. Luoghi dell’ideale sono i libri. In quelli mi immersi oltre la bocca. Forse, anche oltre la mente. Erano libri che parlavano di santi, di beati, di servi, e di quanto erano stati padri e madri di una vita trovata e modificata in meglio: almeno come speranza, dove non certezza se non nella loro fede. Di libro in libro, arrivai al Libro, ovviamente. Il Padre del Libro, però, era, sia per il cuore che per la mia ragione di allora, un Troppo di tutto. Se di tutto potevo anche capirlo, del Troppo, mica potevo sentirlo, vero! Il Figlio mi è stato certamente più vicino. Tuttavia da fratello mentre io cercavo un padre. Sono passati quasi tutti i miei anni, ma quello che cercavo da bambino non l’ho ancora trovato. Quello che ho trovato, invece, è di che essere me stesso: amalgamata parte di ciò che è ideale e di ciò che è reale sia dell’essere che del vivermi come padre. Nella mattina di un bel giorno sul paesello, in cucina con la Cesira ho trovato una ragazza. Bionda, non particolarmente bella, con gli occhiali, e con due tette così! All’epoca, non conoscevo la carne, ed anche del pesce, pura teoria. Stavo, così tra i due, dicendomi che li stavo vivendo solo perché (simil Bertoldo che diceva di star mangiando i cibi che solo odorava) intingevo polenta più che nei sughi della carne, che nelle fritture del pesce. Sparì la ragazza. Sparì una sposata. Mi mossi. Andai. Uscii. Cercai. Provai. Conobbi! Che si fa, Davide, dopo aver letto compiutamente un libro? Non si legge più? Certamente no. Così, di libro in libro, di vita in vita, sono andato superando le fasi di “figlio”. Ora, sto superando la fase di “amante”, e come ti dicevo prima, sono in quella di “padre”, o forse meglio, (Crusca permettendo) in quella di autopadre. Come autopadre, mi sento come la Mercedes che riconosce raramente praticabili (e quando con difficoltà) le strade del suo circuito. Vedo te, invece, come una Ferrari. Indipendentemente dalla nostra marca e della rispettiva potenza, le strade del nostro circuito, più o meno hanno le stesse non poche impraticabilità. Come non bastasse, quando c’è burrasca non abbiamo garage: per garage intendendo il riparo condominiale che è l’accoglienza sociale. Lo stesso vale per un figlio adottato. O lo teniamo sempre nella casa che gli e’ di riparo, o lo mettiamo in grado di percorrere la sua via come auto di non comune fra quelle comuni! In quanto veicolo di non comune marca, maggiormente troverà chi gli riga la carrozzeria, chi gli spacca lo specchietto, chi gli ammaccherà la portiera, ed altre nefandezze andando. Cosa diremo al suo rientro, Davide?  Dirgli che anche le nostre macchine hanno subito gli stessi danni, ma che corriamo lo stesso più di tante più normali bagnarole potrà’ confortarlo? Durante la crescita ne dubito; ed e’ appunto per questo dubbio che non me la sento di mettere un figlio adottivo in quel così. Pessimismo di vecchio, mi dirai! Può essere vero, Davide! Come può essere vero che anche in una conformata e confermata identità di Dispari, un bel giorno può nascere il desiderio di diventare il bastone di una speranza. Sapere se sia bisogno di dargli forza, o dandola, il bisogno di confermare la propria, è anche sapere quale sia la vera faccia di Giano.

Desiderio di padre: a Silvana.

Ho accolto con tenerezza la tua manifestazione di simpatia ed il tuo affettivo abbandono nei miei confronti ma le occhialute occhiate destra – sinistra che ci dava Alberto (sembrava un ” carabbbiniere ” in servizio non stop quanto un granchio che ha occhiato un riccio) mi ha costretto ad una ritrosia che, oltre che forzosa, non mi è consona: tanto più, quando non giustificata. Siccome i galletti sono sempre sul chi vive anche quando non è l’evidente caso, per chiarire la situazione gli ho telefonato. Nel nostro colloquio (nella prima parte, personalmente imbarazzante perché da parte sua tendente al gnorresco) gli ho detto che la tua simpatia non segnava una voglia d’uomo ma di padre. Tanto per confermare che ogni tanto non dico sciocchezze m’ha detto che a te era mancato presto o, non ricordo, “che non l’avevi mai avuto”. In occasione degli assedi cui lo sottopongo per disperazione da mia computeristica ignoranza, gli ho chiesto se ne avevate parlato. Nel confermarlo, ha precisato che, per il motivo detto, anche tu escludevi la mia ipotesi. Alberto ha creduto che la voglia di padre che rilevavo in te fosse rivolta nei suoi confronti e non nei miei come gli avevo detto (lapsus freudiano?) e, siccome puoi averlo pensato anche tu, così, ho deciso di scriverti.

Mia cara, se è ben vero che con la tua affermazione hai inteso smentire la mia ipotesi, è anche vero che lo fa solo per un terzo. Infatti, sia pure naturale, un principio paterno l’hai ben avuto. Ciò che ti manca, allora, sono gli altri due terzi di padre: ossia, la parte padre fonte di cultura e quella che è fonte di forza, cioè, di Spirito. In genere, a provvedere all’assenza di questi due terzi vi sono figure putative. Possono essere una persona, delle informazioni culturali, (le cogliamo via via si cresce e ci aiutano o al caso impediscono a farlo) quanto, anche delle emozioni, che sono non meno importanti delle informazioni culturali. Pensa che anche degli odori quanto dei sapori o dei colori ci possono essere padri di informazioni cultuali e spirituali: lo sono, in particolare, per il nostro periodo infantile. Se la mia teoria ti persuade (talaltro, non scopre nulla di nuovo) non puoi non trarre la conclusione che di padri ne hai avuto di che stufarti, ma, forse, sia pure in abbondanza di padri culturali e spirituali, il tuo sentimento per la vita si sente ancora orfano dell’emozione visiva, vocale e tattile concessa dalla realtà umana del padre. Se fosse, è chiaro il tentativo che fai, (in identiche situazione lo facciamo tutti), di curare il dolore di quella mancanza attraverso figure che ti suscitano delle emozioni, (quanto consce o quanto inconsce è tutto da verificare), che desidereresti avere dal padre ideale che ognuno configura per se. Le emozioni sono il verbo del nostro Spirito. Lo Spirito si esprime con tre parole: depressione, esaltazione, pace. La pace è il verbo dello Spirito del Principio. Lo è perché pace è assenza di ogni dissidio e, dove non vi è nessun dissidio non può non esservi che verità. La dove vi è la Verità, non può non esservi che il silenzio. Per questo, la pace è l’unica parola dello Spirito del Principio e, per questo, è il suo Verbo ed il silenzio il Suo luogo. Ma scendiamo a piani meno spiritualmente rarefatti! Siccome la nostra vita è stato di infiniti stati delle parole ” depressione “, ” esaltazione ” e ” pace “, ne consegue che anche il verbo del nostro Spirito è stato di infiniti stati. Se in me hai colto emozioni di pace, anche al punto da consentire alla tua forza, (al tuo spirito), di adagiarti sul mio e, se la pace (silenzio per raggiunta verità data la cessazione dei dissidi), è ciò che tu desidereresti dalla figura del padre che ti manca, ergo, tu in me, hai sentito la figura di padre. Dico sentito e non ri – conosciuto, perché la Natura di una vita, ( il suo corpo), sa sempre ciò che non sempre sa la sua Cultura: la mente. Ciò è possibile perché non sempre la Cultura sente ciò che sa, mentre la Natura, che sente sempre, dunque, sempre sa anche se non sa ri – conoscere ciò che sente. Se, diversamente dalla Cultura, la Natura non sempre sa definire ciò che sente, tuttavia, ciò non toglie che gli manchi la sua parola, appunto, l’emozione data dalla forza della sua vita. Per ri – conoscere il padre che ti manca, allora segui le tue emozioni. Indipendentemente dalla figura e/o dal concetto e/o dal fatto che te le procurano, se te ne viene del bene naturale, del vero culturale e della giustizia spirituale, vuol dire che l’hai trovato. Siccome anche la figura di padre è uno stato che ha infiniti stati di vita, allora, ogni qual volta hai sentito uno stato di bene, di vero e di giusto, in mancanza del tutto che è il padre, comunque, hai trovato uno stato di padre. Come vedi, ragionando in questi termini nessuno può dirsi orfano che, in mancanza di figure, ad essergli padre e madre è la stessa vita. Lasciatelo garantire da me che una certa esperienza c’è l’ho. Non per niente ho avuto due madri e tre padri. Se da tanta abbondanza parentale comunque non me ne rimasto il senso di ” orfanità “, (d’abbandono), è appunto, perché mi sono sentimentalmente adagiato nella vita, così come tu ha sentito di poterlo naturalmente fare contro il mio fianco. D’altra parte, non potevi agire diversamente. Non per niente, come semplificazione del mio nome, mi chiamano Vita. Ora che ci ripenso: é molto bella l’idea di essere ” fianchi ” (sostenitori quanto difensori) della vita altrui.

Politica e psicologia

Ammesso vero che la Religione “è una psicologia” è anche vero che lo è la Politica. Lo stesso si può dire dei progetti inerenti la Rex pubblica: sono elevazioni della mente che si fa politica.  Al punto, trovare il proprio partito è trovare la propria mente.

Vi sono psicologie, che, per essere, necessitano di “divisa”. Maggioranza lo diventano per maggior somma di “divise” Per quelle psicologie, “minoranza”, invece, è un abito a strisce. Questo, grazie alla divisione, in buoni o cattivi, attuata in primo da quella cattiva maestra che è la chiesa del potere. Capisci, adesso, perché non possono scendere a democratiche mediazioni, tipo Pacs, o robe del genere? Perché la divisa “maggioranza”, maggiora, non solo la soggettiva esistenza, ma anche il senso della “normalità” che deriva dal sentirsi giusti, appunto perché di più. Sai qual’è il fatto più grave in tutto questo? La maggioranza è sincera perché non sa di star recitando la maggior parte: maggior parte che non necessariamente è la vera. Al più lo credono, tanto quanto non se lo chiedono.

Complesso di Edipo e Dio

Pensandoci ancora: mi domando se anche nella cultura araba c’è il complesso di Edipo. Se non c’è, non c’è il bisogno di “uccidere” il padre. Se non c’è quel bisogno, allora, un figlio può amare un padre anche come amore, e, quindi, chiamarlo abba, anche per bisogni che non sono solo da figlio.

“Fermo qua! Nella cultura araba, data la forte dominanza maschile, il complesso di Edipo dovrebbe risultare ancora più marcato.”

Più marcato il complesso, potrebbe essere, ma anche più marcata la risposta? E se ti dicessi che molta migrazione è composta da chi ha potuto uccidere il padre solamente allontanandosi dai suoi occhi? E, se ti dicessi che molta contestazione verso il mondo occidentale attuata dalla migrazione giovane, è la risposta che non hanno saputo e/o potuto dare in loco al loro complesso di Edipo? Il guaio è questo: noi non gli siamo padre culturale, (e passi) ma non gli siamo neanche forti, cioè, padri capaci di contenere, con potenza, il loro Edipo. Per quanto ho conosciuto ed intuito, il principio della verità dell’arabo non è nella conoscenza, è nella forza. E nella forza, Allah, è il più grande! Non occorre che ti dica che le mie conclusioni sono da prendersi con molte molle.

“Molle o no, le tue conclusioni mi piacciono. E per la prima parte confermano la mia ipotesi che gli arabi abbiano un Edipo tendenzialmente più forte. Anche se poi è meno rigoroso, perché il padre a loro mica ha insegnato a rispettare la legge, ma soltanto, come giustamente dici tu, ad essere il più forte. Ed ecco l’arabo schiacciato dal suo Edipo che gli rimprovera di non esserlo!”

Direi meglio: che il padre ha insegnato a rispettare una sola legge; quella evidentemente più forte: la divina. Ed è verso quel Padre, che l’Arabo non ha superato l’Edipo. Noi l’abbiamo superato, facendo di Dio una sorta di benevolo presidente di una variegata associazione cristiana. Per l’islamico, invece, è il sovrano Più Grande! Chi glielo dice all’Islamico che Allah (o comunque Lo si chiami) non ha bisogno dei nostri attestati? Chi glielo dice all’Islamico che è la sua fede ad averne bisogno? Chi glielo dice all’Islamico che se attuato a suo uso e consumo, quell’attestato muta la sua Verità in una strumentalizzata vanità? Chi glielo dice a tutte le Religioni che permettono, usano e fanno usare i vani attestati ai loro fedeli?

LETTERE

Cristo, Crapuloni, Celibato.

Dal momento che nel celibato non si rivela l’effettiva condizione sessuale di chi sceglie quel modo di vivere, va da sé che il celibe non mostra la sua direzione sessuale. Dal celibato, quindi, si ricava che è la regola che eleva sia chi si sacrifica veramente, sia di usa quel sacrificio come uno schermo. Non potendo distinguere chi non ha schermi da chi è schermato dal celibato (ed essendo sempre pericoloso concedere a vanvera la nostra fiducia a chi si propone come maestro) non ci resta che seguire l’esempio di Cristo, il quale, non aveva remore nel frequentare i crapuloni, mentre ne aveva contro gli ipocriti. Ipocrita in greco significa attore. Se Cristo non sopportava gli ipocriti, se ne ricava che era insofferente verso quelli che recitavano una parte. Che i crapuloni siano pieni di vizi non vi è dubbio, però hanno almeno una virtù. Non possono carpire la nostra fede, appunto perché, vivendosi con totalità, non possono recitare quello che non sono. I crapuloni, pertanto, non possono essere che veri. Dalle affermazioni, una morale: Cristo non frequentava i crapuloni per stima della gozzoviglia, ma perché, amando la verità, non poteva non amare chi è quello che è.