Vi è violenza anche nei soffi d’imbecillità

E’ una storia vecchia, questa che racconto. Mi è tornata alla mente solo da poco. Non riesco a togliermela dalla testa, quindi, la devo scrivere!

Più di una ventina di anni fa ho avuto a che fare con il Centro Anti Violenti di Verona. All’epoca mi occupavo di tossicodipendenze. Alla ricerca di aiuto ho bussato a non poche porte. Fra le tante, anche a quella. Allora il Centro ospitava gli Obiettori di coscienza. A che titolo e per quali motivazioni non mi interessa sapere. Fra gli ospitati un omosessuale (veronese guarda caso) allora tra il formalmente morbido e l’effeminato. Ho sempre avuto l’istintiva tendenza a far da infermiera alle personalità ancora fragili. Mi ero subito accorto, infatti, che quel giovane stava vivendo il pesante momento di chi teme il giudizio di non normalità. E’ un giudizio che “spaura” quelli che ancora non hanno sufficiente pelo nello stomaco! Già all’epoca ero ben cosciente di desiderare i diversi da me: diversi perché omosessuali per gusto, non, per totalizzata identita’ sessuale. Per me, i sessualmente simili sono seduttivi come le coppe quando il gioco va a spade! Nel mio gioco, però, mi capita di comprendere anche le spade quando è necessario dirsi, viversi e aiutarsi, appunto perché, indipendentemente dalle figure (o dalle figurine) appartenenti allo stesso mazzo; ed è quello che è successo! Anni dopo mi capita di incontrare il “titolare” di quel Centro. Mi fa capire che sa, e che non mi dovrei permettere di fare quello che crede di sapere. Non mi ci è voluto molto per capire che il giovane gli ha riportato quello che crede di aver capito da un atteggiamento gay, solamente compartecipativo. Tutt’ora mi viene da ridere immaginando passionale quel moto di vicinanza! Sempre anni dopo (mai che ricordi una data!) ho visto l’ex giovane frequentare un bar gay con l’evidente ed autonoma sicurezza dei certi di sé. Pur lieto di quella crescita dell’eta’ (di vita non so) a tutto ho pensato fuorche’ rinnovargli delle sorellate intenzioni, come neanche ricordargli, quanto, di quelle aveva capito, a causa di una esperienza ancora narcisistica. Purtroppo, per i coinvolti, alla vita conigliesca, capita di interpretare come palo ogni spaurante ombra. Se intelligente (anche minimamente) la persona estranea all’esperienza omosessuale si rivolge a chi di dovere (quale che sia non lo so trattandosi di un caso fantasmatico) oppure chiede l’ascolto anche dell’altra campana. Diversamente, che ha fatto quel contestualmente imbecille? Ha emesso il giudizio che sintetizzo: non devo provarci. Non ricordo cosa gli ho risposto. All’epoca avevo da rispondere ad un lutto ben di più pesante di quell’ignorante sentenza. Ricordo ancora molto bene, però, l’umiliazione che ho gratuitamente subito, e che ora gli restituisco così. Agirò ben diversamente quando lo rivedrò: strada facendo.

Sponde

Non capendo quello che ha motivato la tua risata, mi ritrovo in sospeso fra sponde che non vedo. Ammetterai il mio disagio. Ulteriore disagio ne ricavo, anche perché potrebbe essere interpretata come moto che abbonda nella bocca di personaggi a te molto lontani. E’ certamente vera la tua indifferenza verso questa ipotesi, tuttavia, non riesco ad esserne indifferente io, pertanto, toglierò quel tuo commento. Strano modo di agire, mi dirai! Fai entrare in questo post quello che hai fatto uscire dal post. L’apparente contraddizione si spiega nella scelta che ho fatto nella mia scrittura: in equilibrio fra sponde, non, sospeso su sponde. Dove non ci riesco accetto processi.

È successo quello che doveva succedere

“È successo quello che doveva succedere.
Ci siamo addormentati perché è venuto il sonno a fare il nostro periodico ritratto.
E per somigliarci a noi più che noi stessi,
ci vuole fermi,
che appena respiriamo,
e mobili ogni tanto, come un tratto sicuro di matita.
Ecco che siamo la viva immagine di una distilleria abusiva
che goccia a goccia secerne puro spirito.
Noi dietro una colonna ridevamo per l’aneddoto,
e ci contrastava amabilmente su aria, fiato e facoltà vitale, su brio d’intelligenza, sull’indole e sull’estro, soffio, refolo, vento e venticello, sull’essenza e sulla soluzione, sul volatile e sulla proporzione, sul naturale e sul denaturato.
E poi sulla fortuna.
La fortuna non c’entra quando una cosa per terra si posa…”

Te lo ricordi, Pabloz, il post nel quale hai scoperto che “Dio” scriveva (cognito ma incognito) in un post del luglio 2006 su Blog.it? Mi avevi commentato con il bellissimo testo di questa canzone. vallo a sapere perché, ma la cosa che per terra si posa mi aveva evocato il detto: sotto la neve pane! Ben diversamente, centra un’umanità, che per non cadere in ginocchio

usa lo spirito della vite anziché quello della vita.

Mio caro, ad ogni equino la sua greppia.

Correrò il rischio di sembrarti un asino, ma mi vedo costretto a rinunciare alla tua presenza fra i miei Amici. Lo faccio, perché in Face book come d’altra parte in Blogs.it, in primo grado esprimo la mia cultura d’uomo pur in quella comprendendo la non omogenea sessualità (che è anche la tua) e che non è un mistero per nessuno dei miei corrispondenti. Ogni accostamento a pagine nelle quali, invece, si esprime (direi prevalentemente) il personale gusto sessuale, non può non rischiare di allontanare dei lettori dalla mia conoscenza; e se posso permettermelo come nome, non posso come pseudonimo. Con altro dire, se nel mio reale me ne posso sbattere le palle del giudizio altrui, altrettanto non posso per il mio ideale. Per la ricerca del mio reale non ho escluso nessun genere di sito e, a parte i falsi a sé stessi, nessun genere di persona. Nella mia vita, però, (sino alla presente data, ovviamente, che il domani è fra le braccia degli dei) ho concesso ad una sola persona e alla sua cultura di mescolarsi con la mia ma è stata l’eccezione. Per ogni altra normalità, roa, roa, tuti a casa soa! Con ciò intendendo, ogni cosa ha il suo posto e deve stare al suo posto. Niente mutande e calzini nello stesso cassetto, quindi. Nella speranza di essere capito quando non condiviso, ti saluto.

Godo della paternità culturale

Godo della paternità culturale che attuo ma non godo di quella naturale. Figli sì o figli no, allora, non è domanda che coinvolge il mio presente; coinvolge, però, il senso che conosco della vita. Per quel senso, quindi, dico sì, nonostante un tutto che tutto par fare fuorché saperla colorar di rosa.   Un esistenza affaticata può essere di sereno giudizio verso il futuro? Per quanto mi riguarda, riconosco di poterlo con difficoltà ma altro senso non vedo al nostro ed al futuro vivere. Altro fato, neanche. Fato e senso da ergastolati già dalla nascita, mi direte. Vero, se li pensiamo come compito forzato. Non è vero, se oltre al nostro orticello pensiamo a quello della vita. Altro senso non vedo, che giustifichi la fatica di vivere. Altro fato, neanche.

Agosto 2007

Sono così difficile?

Caspita…..lo hai sfrondato mica poco alla fine….. (si riferisce al Blog) perchè come hai sempre detto tu, sin dall’inizio di questa comunicazione, la semplicità è la madre di tutte le cose, idee, realtà e Verità!!!!!! Mi è sempre piaciuto questo tuo concetto trinitario, l’ho fatto mio, un po’ anche a modo mio, dall’inizio e trovo che così semplificato ulteriormente sia ottimo. “La verità è nuda”….e tu hai lasciato solo l’intimo che occorre, la mutanda…niente di più…. Poi, che sia comprensibile ai più la vedo dura….ma non perchè tu complichi i concetti! Viviamo in un contesto di grande ignoranza: poca, pochissima sensibilità, empatia, cultura e disponibilità verso l’altro, soprattutto se diverso da sé….e non solo per gusto sessuale o problema fisico/psichico, ma, in modo straordinario, perché cliché, per omologazione al peggior sentire comune…

Siamo diversi perché noi stessi

o perché no.

Non vado tanto per il sottile per definire la mia sessualità. Mi sono domandato, però, se questa mia franchezza non possa alterare una qualsiasi forma di rapporto fra me ed i miei eguali: Omo o Etero che siano. Risolvo la questione una volta per tutte. Gay, per me, è il nome del moderno fondo tinta, che lungi di favorire l’accoglienza che spetta ad ogni Identità non socialmente omologata, la rende, al più, formalmente sopportabile! Gay, per me, è il nome del moderno fondo tinta che copre le tumefazioni che il volto dell’Omosessuale, (e con lui, l’identità Omosessuale), ancora subisce sia pure per educate forme e “civili” maniere. Gay, per me, è il nome che sortisce l’indesiderabile effetto di sbiancare le scritte, che l’hanno storicamente condannato a subire l’ultimo sfregio con il lancio dei semi di finocchio! Ed io, dovrei contribuire, a far dimenticare quanto la norma sociale e religiosa possa essere omicida nei confronti dei Fuori?! Ma, neanche per idea! Io sono un Finocchio! Non vi vado bene? Io sopravviverò. Voi, starò a vedere.

Spiriti della vita o spiriti della mente?

Per Spirito, intendo sia la forza della vita sino dal principio che la forza della vita dello stesso Principio. Lo Spirito del Principio non è tanto né poco: lo Spirito è vita, e il suo spirito (la sua potenza) vitalità. Questo scritto è il cappello di decine di stesure sullo Spirito e su quanto correlato, nel tempo viste e riviste non so più quante volte. C’è chi sostiene che non esiste un sovra stato della vita, e che, quindi, non esistono neanche gli spiriti soprannaturali. Chi è di questa opinione afferma che gli “spiriti”, non sono altro che voci sovra mentali. Soprannaturali o sovra mentali che sia, non sono “realtà” verificabili. Il problema che ci pone lo spiritismo, pertanto, non è – esistono o non esistono gli spiriti? – ma, indipendentemente dal luogo di provenienza, se sono o non sono spiritualmente attendibili. Dal momento che al di fuori dello stato naturale della vita esiste il male, e dal momento che al di fuori dello stato della mente esiste l’errore, in ogni caso, non possiamo considerare attendibili quelle voci. Per quell’inattendibilità, diventa inattendibile anche chi le segue. Non tanto perché alunni del male (per esserlo è necessario perseguirlo in piena coscienza) ma perché alunni dell’errore quando non maestri.

“Devi dire la verità”

Più di una ventina di anni fa (tramite un amico con proprietà medianiche) suo zio (Francesco prima del trapasso) gli fece scrivere (per me) devi dire la verità. Per via di verità, la mia conoscenza sulla vita e sulla mia stava come sta un fetta di Emmental: piena di buchi! Così. più che chiarirmi le cose, l’affermazione me le mise in ulteriore confusione. L’ho intuita solo adesso: a.d. 2020. Devo dire la verità perché i piatti della giustizia devono stare alla pari. Così, se uno contiene l’ideale (il pensiero che esprimo) su l’altro ci devono stare sia le mie storie passate che quelle a venire. I piatti porteranno lo stesso peso? Non ne ho la più pallida idea!

Dopo l’affermazione, lo spirito di Giuseppe “parlò” d’altro. Per questo lo ringrazio solo adesso. Un po’ tardi, mi si dirà! E’ vero secondo il nostro tempo ma non è vero secondo il tempo degli spiriti. Il tempo degli spiriti è lo stato del loro spirito, e lo stato dello spirito è detto dallo stato della loro forza. Lo stato della forza del loro spirito  può mutare continuamente perché continuamente corrisponde (o non corrisponde) al

Giusto

che si origina dalla relazione

triangolo

del Bene                                                          con il Vero

Dove vi è prevalente corrispondenza fra stati, anche ogni spirito è, nella sua condizione di forza, prevalentemente stabile, e quindi, senza “tempo”. Poiché solo lo Spirito del Principio è assolutamente stabile nel suo “tempo” (e per questo possiede uno stato di Forza senza fine) ne consegue che lo spirito di Giuseppe (come quello di qualsiasi altro nome) può dirsi tale solo nel dato momento del suo spirito: relazioni o no con il nostro.

Anche il nostro spirito è soggetto a mutevolezza e quindi, a cambiare stato di spirito. Quando ne prenderemo veramente atto, e pienamente vivremo quell’atto, non avremo più bisogno dei documenti identificatori che dimostrino la nostra prevalente Determinazione (forza del principio maschile) o lo stato della nostra Accoglienza: forza del principio femminile. Poiché il carattere della forza dirà lo stato del nostro spirito, e poiché la vita è corrispondenza di stati in tutti e fra tutti gli stati, neanche avremo più bisogno di sessualità. Poiché il loro spirito lo sente, gli spiriti già lo sanno.  🙂

Una forza prevalente è composta da infiniti stati di non prevalenza. Pertanto, il carattere prevalente della forza che struttura un’identità (nel nostro stato di vita o uno spirito nel loro) è influito anche da quegli stati, Ne consegue che una forza prevalente (al caso maschile come anche femminile) è cogestita anche dai non prevalenti, siano essi femminili in maschile, come maschili nel femminile. Se prevalenti, quelle forze (o spiriti femminili nel maschile, o maschili nel femminile) formeranno delle intermedie strutture di vita. Poiché la vita nasce dalla corrispondenza di vita fra i suoi infiniti stati, ne consegue impossibile sapere se prima sia nato l’uovo o la gallina. Come neanche se prima sia formata l’eterosessualità o l’omosessualità. Possiamo certamente vedere, però, che prima dell’uovo o della gallina, è nata la vita che ha fatto l’uovo e la gallina. Dovremmo chiederci, allora, dove è meglio posare la ragione? Per quanto riguarda la fede, la posi ognuno dove crede giusto. Se a ragion veduta, tanto meglio. Sconsiglierei la posa sulla speranza. Non perché è illusorio viverla, ma perché, da ogni potere, è stata resa pubblica meretrice.

Profilo di persona come tante

Vi è stato chi non ha creduto al mio profilo di persona come tante, così, c’è stato chi m’ha preso per illuminato, profeta, guru, e via similando. A questi, ho dato un’unica risposta: macché, macché, macché! In me, non c’è nulla di diverso da altri. Neanche la mia sessualità, tutto considerato non è diversa da quella etero. Ho amato l’uomo, infatti, come uomo che ama una donna, e/o, come donna che ama uomo. Di diverso, forse, ho un superato uso degli attributi, o degli orifizi, ma è una diversità che ha fatto scuola anche agli etero, quindi, è andata a ramengo anche quella mia specificità in amare. Allora, tolto di mezzo le quisquilie, io sono quello che sono, non quello che sembro, Ma, perché, posso sembrare un illuminato, o profeta, o guru, e via similando? A mio avviso, (e forse, forse, e ancora forse), perché dico cose vecchie, in modo non vecchio; forse, perché non dico, sulla vita, ciò che è delle minestre riscaldate. [Almeno, non mi pare.]

Vi sono personalità e personalità

Vi sono personalità, padrone dei propri concetti, e personalità non ancora padrone. Con le prime sono sintetico. Con le seconde, socratico. Giusto per dire, che so usare sia l’aspirapolvere che la lavatrice, e che non uso l’aspirapolvere per lavare i panni, e tanto meno la lavatrice per lavare la polvere. Certamente, su queste pagine si viene letti anche da personalità non ancora padrone nella gestione dei propri pensieri, e certamente, anche quelle hanno il diritto di capire. Verissimo, ma perché dovrei tenere delle lezioni che non mi hanno chiesto? Per farmi sentire più colto? Per farle sentire più ignoranti?

Non, e – s – i – s – t – e!

Allora, se è vero che quelle personalità hanno il diritto di capire, è anche vero che hanno il dovere di chiedere di capire! Questo, libera me da ogni peccato d’orgoglio, e libera loro dalla paura di sé. Non mi pare poco!

Xyz mi scrive

A proposito di “due teste valgono più di una”, da Xyz ricevo: si, ho notato. E’ un annuncio? Mettiamola così. Non faccio tarocchi e neanche la maga Magò, quindi, è solo una possibilità diretta a chi sente il bisogno di avere un interlocutore. Non tanto perché possa risolvergli gli eventuali problemi, quanto perché discuterli con un altra testa può calibrare meglio un pensare e/o un agire: tutto qui. Credimi, ho passato momenti, dove il bisogno di un interlocutore era di molto maggiore del bisogno di un amante se posso dirlo, o non posso dirlo se penso all’amore come a un Giano bifronte.

Ottobre 2007

Storia di dipendenza e di liberazione

Eravamo in un corridoio degli uffici del condominio Palladio dove gestivo le pulizie, l’ultimo “amato” ed io. Lo rimproveravo perché non stava pulendo il pavimento come, in virtù di responsabilità, gli avevo detto di fare. Guardandomi con ghigno di sfida e continuando a sbattere la raddazza ora qua, ora là mi ha risposto: io non faccio quello che tu dici! Lo farò licenziare. So già che non è possibile. Gli farò avere una lettera di preavviso! Esco dal corridoio da arrabbiato. Arrabbiato non di meno, mi sveglio.

A calma raggiunta, la sua risposta mi lascia confuso. Che mai gli avrei detto da motivare un opposizione del genere! Non gli avevo detto mai nulla neanche quando, per anni, si era fatto di eroina a mie spese!

Vero è che in vita l’avevo fatto lavorare al Palladio con me; giusto per riempirgli le ore fra la pera della mattina e quella della sera. Vero è, che usava l’aspirapolvere sullo stesso metro quadro e oltre misura di tempo. Non se ne ebbe a male quando decisi che così non andava proprio! Tanto che la faccenda non mutò lo stato della nostra “unione”, Si, è vero: claudicante da ambo le parti.

Se in vita non gli ho mai detto nulla, certamente gli ho detto dopo il ripristino dell’unione, in coscienza permessa dalla medianità. Sentivo (e quindi sapevo la sua presenza) a motivo di una pressione sulla scapola destra. Essendo uno dipendente da l’altro sino alla rispettiva tossicità (nel mio caso “droga” perché quella passione mi aveva fissato l’arbitrio) ho sempre figurato quella pressione come la “scimmia” da tossicodipendenza.

Dopo il suo trapasso, è chiaro che non ero più il suo tossicodipendente. Non lo sono più stato di nessuno. Da allora, solo qualche leggera e occasionale “bustina”. Immutata se non addirittura rafforzata, però, una dipendenza da affettività, o come ebbe a dirmi via tramite, da una amorevolezza che ancora sentimentalmente praticavo, incurante degli invalicabili limiti che stanno fra questa vita e l’ulteriore. Sconsiglio quel genere di superamento. Chi lo fa, rischia di restare preso, nel pensiero se non di fatto.

Vai avanti gli dicevo ogni volta lo sentivo. Devi percorrere la tua strada! Se avesse iniziato a percorrerla, direi necessariamente, quando non più, avrei perlomeno sentito meno la pressione e/o meno volte. Continuando le pressioni (qualche volta leggere, qualche volta forti, in rari casi imperiose) presi atto che non lo stava facendo. Anche in questo caso di “lavoro” decisi “che così non andava proprio!”

La vita non mi aveva liberato dall’umana versione di una siringa per poi mettermi nella condizione di continuare la tossicodipendenza con la versione spiritica, ma altro non avevo e più niente tenevo, così, continuai a farmi della “roba” sentimentale che mi iniettavo, felice da una parte e amaramente rassegnato da l’altra: prima o poi capita a tutti i “tossici”!

Anche durante il nostro percorso ho sempre saputo la sua “chimica” e di quali tagli morali fosse composta la sua “bustina”. Lo giustificavo perché tossicodipendente. Lo facevo, inoltre, se non altro perché ogni scarafone è bello a mamma sua! Figuriamoci, poi, quando la mamma decide di rendersi cieca!

Vero è, che durante i suoi ultimi quindici giorni di ospedale non ci fu nessuna intossicante dipendenza fra di noi: solo sentimento per libera scelta. In quel piccolo mare (quindici giorni su cinque anni) affogai per per più di un decennio. Tutto fuorché dolcemente. La dolcezza venne dopo. Si manifestò nei ricordi belli come negli errati e/o luttuosi. Si manifestò nelle malinconie da inutilità e da solitudine. Si manifestò nei pianti.

Si, anche fra l’amore di uomo con uomo si piange. Vita dimostra, che tutte le lacrime sanno dello stesso sale. Sanno dello stesso sale anche quando è scipita la ragione. Senza più niente e nessuno, chi mai restava al mio desiderio di vita? Dallo spirito dell’amato che avevo perso (credevo) passai così allo Spirito che non perde e non si perde. Vi trovai quello ho scritto e sto scrivendo.

Malgrado la separazione, l’elevazione del pensiero non mi ha del tutto allontanato dallo spirito che avevo amato perché la memoria continua ad operare come passaggio fra il prima e il dopo. Questo consente a quello spirito di raggiungere il mio. Solo un cambiamento di spirito permette la chiusura del passaggio. Ci sto operando. Paradosso vuole, aiutato anche dall’ostilità dello stesso ex amato senza condizioni.

Sul mio spirito di ora, l’ostilità che gli si origina dal rifiuto di accettare quello che gli dico, incide solamente con qualche fastidio: alterandomi la fase precedente al sonno agendo la pressione sulla scapola, ad esempio. Altro non può perché conosco bene la mascherina come anche le mascherine. Altro non può o possono le mascherine perché ora posso togliere le maschere.

C’è voluto il suo tempo

C’è voluto il suo tempo ma ho dovuto rendermi conto che, salvo eccezioni, le mie lettere erano impubblicabili. In più casi non a torto. Non mi era possibile non scrivere quello che sentivo, e quello che sentivo ha imperato sulla mia ragione per anni: ero straripante! L’ho travasato negli scritti (e in giro, non so più dove o presso chi) più di quanto mi piaccia ammettere. Me ne rendevo conto ma riuscivo a fermarmi, solo quando la mente aveva raggiunto il silenzio. Dovrei rivederli tutti, ma per farlo dovrei tornare a immergermi nelle emozioni che li hanno motivati: generalmente indebolite dalla mia scolastica ignoranza, oltre che dalla caterva di dissidi: personali e no. Non me la sento. Non ancora. Non so quando. Certamente un po’ alla volta. Constato, intanto, che ci sono delle copie. Lascio tutto come sta. Con la memoria che mi ritrovo potrei togliere anche quelle che non lo sono.

C’è chi scrive e chi de_scrive

Con tutti i pro e i contro, prevalente scrittrice dei vari temi mi è stata l’emozione. Prova ne sia il fatto, che scemando quella, scemava quello che sapevo più che chiaramente nel dato momento. Mi sono ritrovato, così, a dover apprendere dagli scritti (mai a sufficienza) quello che pure avevo scritto. Comunque stiano le cose, di indubitabile posso dire che in tutti questi anni non ho fatto altro che scavare pozzi, e che la terra in quei pozzi era mista a un’acqua che non ho ancora finito di filtrare.

 

Google mi dice

Google mi dice che l’orario migliore per postare è dalle 12 alle 13 e dalle 15 alle 16. Avrò la sue ragioni ma gli esperimenti di sabato e domenica (25 e 26 Luglio) non lo provano. A molta semina, infatti, scarso il raccolto. Di certo dipende anche dagli argomenti che tratto. Chiedono un’attenzione che il socialista (nel senso di fruitore di Social) 🙂 non è disposto a concedere, preso com’è dall’ingorda necessità di assorbire tutto pressoché nello stesso tempo se no teme di non sfuggire alla condizione di comune fra comuni: neanche la vivesse come una fossa! Una volta entrati nei Social si diventa dipendenti dagli sniffi mentali che si spacciano e si assumono in quelle piazze. Solo chi dipende da sé sfugge a quei tentacoli. Vero è, che nel Tanto non si può sfuggire a tutto.

Nella piazza “per Damasco” spaccio pensieri che inducono alla riflessione. Anche la riflessione porta all’emozione, ma la riflessione influisce su l’emozione in ragione della misura della riflessione. La corrispondenza di vita fra riflessione ed emozione, quindi, è dovuta all’ampiezza e alla profondità del discernimento: ad ognuno è dato il suo. Ne consegue un pro e un contro: la riflessione vivifica ma l’emozione non sballa. La riflessione non viene prevalentemente perseguita dalle menti socialiste appunto per questo. Quando non succede, rari i casi. Di fatto, le scossette nella mente che causo a chi vede a nuovo i pensieri che esprimo, sono citrato rispetto alla bamba psichica che il socialista spaccia ed assume nelle sue piazze. Viste così le cose, posso sperare di aver partita?

Non so se ci sia un orario alterno a quello  detto in Google. Forse lo dovrei cercare nella tarda serata, quando, finita la ricerca che primariamente interessa, il socialista cerca di che chiudere la giornata con altri intenti. L’orario più adatto ai miei, quindi, potrebbe essere quello. Naturalmente ci sono anche i socialisti eccezione: quelli, cioè, che riescono a gestire i gestori della roba (compreso la mia) indipendentemente dall’orario. Ci sono orari ideali per i socialisti eccezione? Forse sì, ma nessuna statistica li com_prende: confiderò nel Fato.

Come messaggio in bottiglia?

La mia età si sta avvicinando allo stato di veneranda e all’accettata conclusione. Conclusione che faccio fatica ad accettare se penso a questo più che trentennale lavoro. Che ne sarà? Finirà nella Rete come il messaggio in bottiglia che sarà raccolto per caso? E’ questo che vuole il Caso? E se in ambo i casi fosse il caso, devo stare con le mani in mano? E se facendo qualcosa devio il caso del Caso? Il mantenimento dell’opera in Rete sarebbe certamente favorita se trovassi il modo di far pagare l’abbonamento a WordPress allo stesso lavoro. Per fare questo, però, l’unico sistema (almeno al momento) consiste nell’appoggiarsi alla pubblicità, oppure, trovare un Ente sponsorizzante. Di quale genere di pubblicità e/o Ente? Per quanto tempo? Nella decisione e per gli scopi, condizionabili o no? Dell’opera rispettosi o no? Modificanti o no? L’ideale sarebbe se l’opera (oltre che mantenuta) diventasse nota al punto da non poter essere variata. Non per questo non discussa, ovviamente. Non so: tutto considerato, bottiglia e caso rimangono ancora le opzioni di perpetuazione più certe. Sarà quello che sarà. Come mi dico sempre: se sono un interesse della vita, la vita farà i suoi interessi. Ad esempio, sussurrando ai visitatori di stamparsi in proprio i testi che apprezzano. Sulla riva del loro mare, sarà come se avessero trovato la bottiglia. Sento pace anche in questa speranza.

Indipendentemente dalla cultura che evoca

meditazione Indipendentemente dalla cultura che evoca (la buddista che apprezzo tanto quanto corrisponde ai miei principi)  ho adoperato questa immagine per suggerire l’applicazione di una forza che non rimane solo mentale: la meditazione.

Dati gli intenti ed i principi su cui si basa, attraverso la meditazione si sente la vita tanto quanto si riesce a sgombrare la mente da ogni altra voce. In questo risultato, il mio significato di meditazione ed il suo intento.

Per ottenere il silenzio mentale che permette l’ascolto di sé, basta il rifiuto di seguire i pensieri ed i casi molesti; basta mettere gli uni e gli altri fuori della mente, come fuori di casa si mettono i sacchetti della spazzatura. Non è difficile: ci vuole solo un po’ di esercizio. Ci vuole anche dell’auto controllo. Questo, sì, un po’ più difficile; siamo invasi da tanta di quella roba!

E’ chiaro che escludere dalla mente l’idea di semaforo potrebbe comportare qualche inconveniente. 🙂 Meditare per silenzio, quindi, non è cassare la realtà, ma sentire la vita che ci corrisponde, perché abbiamo escluso dalla mente quella che non ci corrisponde.

Ho usato l’immagine della meditazione, anche per sostenere lo schema della trinitario – unitaria corrispondenza degli stati della vita. Prima di questa avevo adoperato un triangolo equilatero. L’idea non era sbagliata ma non mi andava bene. Forse, perché bastava la triangolare posizione dei concetti, forse perché antica, forse perché biblica: non lo so.

Robert Kaufman, filosofo svizzero dei tempi della Rivoluzione Francese, (non ricordo se vissuto a Brema o Berna), mi è stato una Presenza leggera come la penna d’oca che usava nello scrivermi i suoi messaggi per mezzo di un tramite. Desidero dedicargli la scelta dell’immagine che ho usato come sfondo della pagina d’ingresso e dei menù.

Dei sui scritti mi disse che “non si era conservato nulla d’importante”. Non sono in grado di verificarlo ma non vedo perché non dovrei credergli. Comunque sia, (a meno che non me ne sia reso conto), il Kaufman non ha avuto influsso sui miei scritti. La constatazione sulla conservazione della sua opera, però, mi ha reso più attento sulla conservazione della mia.

ps. sostengo che la scrittura del Kaufman era a “penna d’oca”, vuoi per lo stile della calligrafia, vuoi perché il tramite intingeva la biro in un calamaio che non c’era. Furbizie da medium? Il tramite ha sempre superato le mie verifiche da diffidenza.

Constatando che la nostra vita è fatta a scale

Culturalmente parlando, ho “potuto” avvicinarmi all’Alto (lo Spirito) perché ho “conosciuto” un Basso: uno spirito. E’ come, se la conoscenza del portiere di un immenso palazzo nobiliare, mi avesse permesso di conoscere e di relazionarmi con il nobile proprietario. La conoscenza di quel Principe ha sconvolto la condizione del mio stato, al punto da divellere ogni precedente certezza: vissuta, tra l’altro. solo come memorie. Per riprendermi dalla rivelazione ho impiegato (con graduali risultati) non meno di un trentennio. Per poterle gestirle con sufficiente equilibrio, però, sento e so di non avere ancora finito. Ne tenga conto il Lettore indotto a pensarmi fuori di testa già dopo aver annusato due righe del tutto. Essere dentro e fuori di testa significa possedere le chiavi della cella dove siamo stati messi dal Principato e dalla Religione. Principato e Religione possono farci prigionieri, appunto perché ci hanno tolto le chiavi che nel Vero liberano la normalità dell’Essere. Normalità è uno stato di piena coscienza circa il nostro stato. La Cittadinanza, deve essere una condizione parallela, non, sovrapposta.

Avevo aperto un Gruppo in FaceBook

Avevo aperto un Gruppo “per Damasco” in FaceBook. L’ho chiuso non appena mi sono reso conto (pressoché subito) che avrei dovuto originare, mantenere e al caso aumentare, delle dipendenze. L’ho fatto anche a motivo di uno strano sogno. Non avevo mangiato nulla di particolare, ieri sera, (un kebab e due rossi) ma stanotte ho sognato un’allucinante sovrapposizione di storie e di emozioni. L’ultima storia, e ultima emozione prima di un risveglio che mi è parso uno spintone fuori dal letto, mi é pervenuta da una voce strozzata: pubblica anche per gli altri!!! L’ha detto tre volte. Per le mie conoscenze, tre volte significa: una per la Natura, una per la Cultura, una per lo Spirito, ma che significa, pubblica anche per gli altri? In altri tempi si diceva che i sogni sono vie di collegamento fra questo mondo è l’ulteriore. Non in tutti i casi ma molto me lo fa pensare. L’opinione, però, non esclude che i sogni siano vie di illuminante collegamento della parte chiara della mente sulla parte scura. L’impossibilità di capire l’effettivo senso della frase (almeno sul momento) mi fa pensare che sia stata parola (la parola è l’emozione della vita che dice sé stessa) proveniente dalla parte scura della mente, oppure, per il precedente senso che hanno dato hai sogni, proveniente dalla vita ulteriore. Comunque siano i fatti e/o le ipotesi, pubblica anche per gli altri, per implicito significa che sinora ho pubblicato per me stesso? Può essere vero, allora, che devo pubblicare anche per altri, non per il ristretto cerchio composto da un gruppo? Si, la cosa potrebbe avere un suo senso, ma, perché devo pubblicare per altri, su invito di una voce che chiaramente (almeno per me) ha fatto non poca fatica per farsi sentire da quanto era frenata nel farlo? Chi o cosa la frenava? Un’emozione di bene che voleva frenare una di male come opposto caso? Un’emozione di giusto che voleva frenare una di ingiusto, come per opposto caso? Che fare se a certe domande non vi potrà mai essere verificabile risposta? Secondo me, così: chi c’è c’è e chi non c’è non c’è: e buona notte ai suonatori!

Amicizia e virus

L’Amicizia nei Social (come nella vita) m’insinua un senso di capitalizzazione – possesso – vanità, che finisce con l’ossidare il dovere di una sincerità che deve restare primaria. Onde  evitarmi questi “virus” ho deciso di attenermi ad una norma, tutto considerato ovvia:

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Io  dico quello che penso. Gli altri, quello che vogliono.

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Dove vi è unilaterale o reciproca sovrapposizione d’intenti, vi è separazione di rapporto: rapporto che proseguirà dove troverò permessa (e  permetterò) la reciproca sincerità: costi quello che deve costare.

I posti del cuore

Mi dicono che ho il cuore a sinistra. Nel confidare di non essere rimasto il solo con il cuore in quella posizione, sento necessario informare i blogger che ho la testa al Centro e che al mio passo necessita pure la gamba Destra. Importante, è mantenere l’equilibrio.

 Ottobre 2007

I miei studi

Considero i congiuntivi come si considerano gli U.F.O. C’è chi li vede. A me non è mai capitato.

Dopo le elementari in collegio, verso i trentacinque (anno più anno meno) ho conseguito la licenza media e la prima superiore studiando alle serali. Siccome errare è umano e Ariete perseverare, in mezzo a ragazzi che gridavano alle ragazze ”col c…., col c…., è tutto un altro andazzo” e alle ragazze che gridavano ai ragazzi ”col dito, col dito, orgasmo garantito“, iniziai a perdere i capelli e cominciai il biennio. Successe alle Montanari di Verona. Mi distinsi in religione, in un test dell’insegnante di Pedagogia nel quale risposi: ”quasi sempre” o ”quasi mai” alle domande, e perché mi si chiamava papà. Molto francamente, se i miei studi sono proseguiti, più che alle mie capacità lo devo alla carità degli insegnanti. Quando non ho potuto non ammettere che la vergogna di accettarla era maggiore del fine per cui l’accettavo (capire e capirmi) ho lasciato la scuola. Da qualche parte dell’Emilia devo avere una abilitazione ad una terza superiore. Ci stendo un pio velo.

La ghianda, la quercia, le farfalle e i cacciatori.

In una seduta fra amici, il medium con quella possibilità (il Lalo per gli intimi) ad un certo punto scrive l’opinione della presenza Francesco: in vita, suo zio. Rivolgendosi a me, Francesco gli fa scrivere: perché tu sei una quercia … Aggiunse anche altro ma andrei fuori tema. Ora, ammesso che anche qui si sia riconosciuto il mio essere quercia, non per questo non c’è più la ghianda che sono.

Vuoi come quercia o vuoi come ghianda, comunque non capisco il cacciatore di farfalle che si appresta al lepidottero facendo rumore. Alla stregua, non capisco il cacciatore di pensieri che condivide un’opera applaudendo. Se è vero che nel primo caso si impedisce a quanto si caccia di posarsi su una siepe, nel secondo è anche vero che si impedisce ad un pensiero di posarsi nella mente.

Ho deciso di girare il materasso!

Ho già avuto modo di dire che, indipendentemente dal sesso, ognuno di noi possiede il principio accogliente (quello della Donna) e il principio determinante: quello dell’Uomo. Recenti e sconnessi commenti su di un mio scritto mi obbligano a rivedere l’uso di quei miei due punti di volontà. Sino ad ora ho accolto senza determinare se ciò che accoglievo mi corrispondeva o meno. E’ il rischio che corre la Donna, ed è il rischio che ha sempre corso la mia parte di Donna. Con altre parole, il mio sentimento per la vita. Ora, causa di quei fatti, determinerò alle mie condizioni cosa meriterà di essere accolto, perché, quei fatti, hanno posto termine alla mia gratuità. Questo non vuol dire che non sono più io, ma che userò i miei principi non più a ragion creduta, (come è sempre stato) ma solo a ragion veduta, cioè, dopo chiara verifica.

Novembre 2006

Odio, aver ragione!

Odio, aver ragione! Dovrei forse gioire del fatto che vi sia dell’errore e/o del dolore in chi mi confronto così che possa dirmi: che bravo e che bello che sei Vitaliano?! Non mi ci vedo come fonte di ragione. Nè parziale, né assoluta. Al più, mi vedo come il muro dove lanci la tua palla! Non è del muro il compito di dire il vero o lo sbagliato. Sei tu che te lo devi dire per il fatto che il lancio ti è tornato con angolazione non retta oppure retta. Se la palla ti cade per terra, al massimo ti concedo di dirmi: cazzo! Ogni altra visione di me (da quella di “muro”) non aggiunge nulla alla mia vita. O, meglio, aggiunge solo dello stronzo accumulo della mia già non poca vanità. Orrrrore!!!

Luglio 2006

Gatta ci cova!

Non saprei dire se a sfavore del bene, per cui è il bene che me lo segnala, o a sfavore del male, per cui il segnale è dello stato contrapposto al bene (tanto quanto è contrapposto) ma quando sto per incontrare personalità tossicodipendenti (o anche di male nel senso di errore) da parecchio tempo sento una pressione sulla scapola destra; proprio dove, nella tazza, il caffé residuo aveva disegnato, sulla scapola dell’anziano, il torso della figura caprina. E’ una pressione più o meno forte: la direi anche più o meno imperiosa. In alcuni casi fu anche molto imperiosa. La sento anche in questo momento: è una pressione che va e viene. Se fossi tossicodipendente da droga, direi che è la ”scimmia”. Se ciò che è posato nella mia scapola (scapola che è nella schiena e schiena che è anche detta ”vita“) è a somiglianza di quella nell’immagine dell’anziano, evidentemente, nella mia scapola è collocato del male analogo a quello che visse (o con il quale visse) quell’anziano, ma, quale male? Dal momento che non sono un tossicodipendente da “droga” ma al caso lo sono della mia sessualità (droga quando fissa il mio arbitrio) ne consegue che anche quella figura ebbe un analogo stato di dipendenza?

Fra maree e marosi

Influito dalle emozioni ho scritto su tanto e di tutto.  Anche di che lasciarmi basito, visto che la mia conoscenza ha la caratteristica dell’Emmental. Giusto per dare l’idea di quanto sia stato complicato e contorto il cammino sulla mia strada, si immagini di essere invasi e pressoché sommersi da una caterva di sparpagliate emozioni; che sentite di doverle capire (non di meno ordinare, trovarvi senso, causa, motivo, finalità) perché quello che sentite e sapete della vita vostra e altra non vi sconfinfera più. Non per questo già sapete cosa aggiungere, togliere, modificare, tagliare, lasciare: così, per anni. Senza averne conoscenza (figuriamoci coscienza) ho iniziato questo viaggio la notte di Capodanno del 1985 con una storia privata. Nel proseguo delle faccende si è rivelata di fondamentale importanza. Terminato quella storia nel Febbraio del 1991, nella primavera dell’anno sono andato avanti con questa, pensandola e vivendola “a palpeto”, come si dice in veneto quando si caccia rane negli stagni, e che è un modo altro per dire a caso. A storie scritte, però, tutto si è rivelato necessario.  E’ vero: oltre alle mie peste racconto anche le mie corna. Non ho potuto non farlo perché in una seduta medianica (ci si creda o no, non è questo il punto) una presenza mi raccomandò di dire sempre la verità. Si riferiva ad una verità superiore? All’epoca non era fra i miei pensieri. Al più, e meglio adesso, conosco le mie verità. Si riferiva a quelle? Intimidito non l’ho chiesto, ma con il tempo ho imparato che la verità è una spada a doppio taglio, e che nessuno possiede la facoltà d’impugnarla per tagliare&separare il male dal bene (o il vero dal falso, come il giusto dall’ingiusto) senza ferirsi di verità, mentre ferisce di verità. Considerato questo, proseguo, pur temendo di risultare pesante e qualche volta ripetitivo, non tanto per ragionata necessità,  ma perché, in questa caterva di emozioni non ricordo dove ho collocato la già detta.

Sono un diverso

Sono un diverso, non tanto perché omosessuale, ma perché non risulto facilmente catalogabile.

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Certamente, questo aiuta a mimetizzare la mia realtà, e quindi, ad evitare gli eccessi nei giudizi. Nonostante la tranquillità (?) che mi veniva dalla mimesi, comunque, ho passeggiato in piazza Bra con omosessuali, anche di un genere estremamente evidente; comunque ho passeggiato con tossici, anche quando erano estremamente evidenti; comunque ho passeggiato con cretini, anche quando erano estremamente evidenti. Perché questo? Perché nella vita si fanno delle scelte, e dove non è possibile la mediazione se non risultando falsi a se stessi quando non disonesti, non si può non scegliere: nettamente! Se la vita mi avesse messo posto accanto a Saviano, passeggerei con Saviano. Certamente con paura, ma, non senza palle!

Ottobre 2008