L’ansia? Un’invasione.

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Dell’ansia si può dire che è provocata dal timore di non saper rispondere alle informazioni che un ascoltatore sente in over: vuoi perché lo sono, vuoi perché così le teme. Dell’ansioso si può dire che è chi si ritrova in mezzo a persone che gli parlano contemporaneamente. Non è in alcun modo ansioso chi riesce a contenere e ordinare quanto ascolta. Diventa ansioso chi non ci riesce. Ansioso in modo minore se l’interesse per quelle voci è minore. In modo maggiore se l’interesse per quelle voci è maggiore. Tanto quanto l’ansioso non è in grado di dare risposte a un dato over informativo, e tanto quanto lo si può considerare invaso da influssi non riconosciuti, e quindi, estranei. Sono nemici (gli estranei influssi) se gli portano confusione. Sono amici se la eliminano. Ora, come apriamo la porta di casa agli amici e la lasciamo chiusa per i nemici, così, dovremmo agire nella nostra mente per ogni informazione che non riconosciuta. Nel dosare l’ingresso alle possibile inimicizie dosiamo l’ansia.

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Datata

Tu e l’Anoressia

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Non so, se possiedo il diritto di fermarmi, come tu stai facendo. Solamente so, che che la vita ha un suo diritto: vivere. Ma, per vivere, è anche necessario chiudere, seppellire. Qualsiasi giardiniere lo sa. Che forse, non chiude la terra, sul seme che ha sepolto? Vivere, quindi, è anche accettare il ruolo del seme, sepolto da infinite insufficienze; è anche accettare il dovere, di seppellire il seme, di quelle insufficienze. Tanto più, se ammuffiscono il seme, che è la tua vita. Non posso sostituirti nel dovere di seppellire il tuo seme, come non posso sostituire la tua volontà con la mia. La vita, non è una legge tanto pesante se l’ascolti, ma, se non l’ascolti, è una legge, che tu, fai pesante. Non resistergli! Il dolore per sé stessi è un cibo magro. Come hai potuto constatare, non nutre te, come non nutre la vita. Se, suo malgrado dolendoti, la morte t’ha resa ancora bambina, volgiti verso la vita, e, per quanto reputi giusto alla volta, nutriti come fanno i convalescenti: con cibo semplice per il corpo, e di facile ingestione per lo spirito. Usa il sonno, come il seme usa la terra: senza timore. La vita farà la sua parte. Ti porterà dalla sua parte. E solo questione di tempo. Non farne una questione di tempi.

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Datata

Droga: possibilismo fra Proibizionismo ed Antiproibizionismo

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Nell’incontro di Mestre, dagli interventi medi, quando non mediocri dei politici presenti, il suo è emerso per la passione che vi sottostava: chiaramente, super partes quella politica. Nonostante ciò, il fatto che la contingenza ”Droga” la metta accanto ai Partiti (a dirla con W. S. ” strani compagni di letto ” e, secondo me, carriole d’intenzioni sulle quali chiedono la tangente della mano morta) ombra di sospetto le sue affermazioni di libertà, così, come la frequentazione di un qualsiasi genere di diverso ombra di quella cultura una qualsiasi normalità. Sarà anche un sospetto che non la può toccare; come pure può far piacere a parti che le sono avverse ma essendo di per sé ingiusto vedere che può esserne toccato, non è detto che faccia piacere a tutti: me compreso. Che il possibile sospetto non leda la sua Persona e/o la sua causa a Lei il giudizio, come a me, il solo fastidio di averlo anche dovuto considerare prima di escluderlo. Se la sua indipendente posizione, la rende al di sopra del sospetto che le dico in via di ipotesi, comunque, quanto la rende al di sopra del pensiero di essere da quelli strumentalizzato, se non nella Persona, quantomeno nella sua Figura?

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Che anche questo aspetto sia nolente implicito (e/o positivo e/o negativo alla sua opera) solo suo può essere il giudizio. Ancora per quanto mi riguarda, mi prefiggo il solo scopo di farla ulteriormente riflettere. Lei sa bene perché ama ciò che fa (ed io so bene perché ho amato chi si faceva) che nella tossicodipendenza vi sono due predominanti fasi. Chiamo la prima, quella di ”Pinocchio nel Paese dei Balocchi ” e, la seconda, quella di ”Lucignolo alla Stanga“. I Lucignoli sono identità di confermata cultura. Sono rami piegati che a raddrizzarli secondo noi si rischia di spezzarli di se stessi, o quanto meno, di recare un dolore che per quanto motivato da un bene non per questo fa meno male. In media, sono sulla trentina/ 35 o più: i non molti Pinocchi che prima o poi si ritroveranno Lucignoli. Per la gran parte, fisicamente quanto psichicamente provati (anche gravemente quando non in maniera irreversibile) e, pertanto, oltre modo pessimisti sia verso sé che verso il mondo.

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Sono soggetti, difficilmente accettati in Comunità: con altri motivi, vuoi perché, come nei casi dei malati gravi, rischiano di elevare le statistiche della mortalità nel reparto: intenda dei mancati recuperi. Non per ultimo problema, le Personalità t.d. di questo genere, anche qualora decidessero per l’ingresso comunitario, inevitabilmente si trovano a dover affrontare un pesante momento: quello, cioè, nel quale devono spogliarsi di ciò che sono per rivestirsi di ciò che (forse) riusciranno ad essere. Purtroppo, quell’atto di conversione culturale (ma anche esistenziale) deve accadere quando, essendo ”scoperti“, sono anche liberi, ma, purtroppo, appunto perché liberi, tutt’altro che certi delle proprietà del bene (la vita) verso cui si tenta di dirigerli. L’atto della spoliazione del vecchio vivere, implica la forza di affrontare un periodo di transizione da nudi di sè. Per essere vestiti seppure nudi di sè, oltreché delle certezze di identità che solo una raggiunta personalità possiede, ci vuole del coraggio: un coraggio che forse non hanno mai avuto, dal momento che hanno sempre trovato la forza di affrontare la realtà (propria quanto altra) solo dopo aver anestetizzato, oltre agli errori, anche i dolori che procura. Fatto sta, che anche per questo, gran pochi se la sentono di affrontare una Comunità che presso le Personalità in questione è anche vista come un gallerante fallimento.

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ad ANDREA MUCCIOLI
Datata

Gli abiti del piacere non necessariamente sono gli abiti dell’identità

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Vi sono identità, che sotto la spinta del desiderio si spogliano della personalità sessuale di prevalenza, e si vestono con un’altra. Così, vi è la personalità etero che si veste di omosessualità, come l’opposto. Nella personalità cosciente di questa dinamica non vi è problema. Il problema invece, accade nelle personalità scardinate dalla propria sessualità, a causa della forza data dalla somma di desideri: somma tanto più forte, quanto più non vissuta, e/o, peggio ancora, negata. Se il desiderio permette la spoliazione della personale norma, cosa permette il rivestimento della precedente? Ovviamente, la realizzazione di quanto desiderato dalla sovrapposizione di una tensione sessuale non fondante. Al che é un po’ come dire: chi mangia, almeno per un certo periodo  non ha più fame. Ora, ammettiamo il caso di un rapporto fra una identità chiaramente omosessuale, e una identità omosessuale perché spinta da un possibile desiderio di simile. Dopo l’orgasmo, come si rivestiranno? Da simili, certamente no. Si rivestiranno, quindi, con i propri abiti: l’omosessuale con i suoi, e l’etero con i propri. Rivestiti, non è più un eguale, quello che l’omosessuale si trova di fronte: è un diverso. Nei casi di ristretta e/o condizionata visione della propria sessualità, (magari condizionata sino al dissidio psicologico) come reagirà, quel diverso travestito da eguale, nei confronti di chi l’ha fatto sentire simile all’amante, e quindi, para omosessuale? Per evitare spiacevoli guai, (guai anche pesanti, guai anche mortali) sarà meglio mettere in conto anche la risposta a questa domanda. L’invito non è diretto solo ai Finocchi. Anche le donne possono essere vittime di una sessualità che si traveste da eterosessualità. Giungo a pensare, che anche le madri ed anche i padri, possono essere le vittime di un costretto travestimento, quando vestono un figlio di quello che non è.

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Depositi e bagagli

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Ricevere in custodia un’infelicità, è come ricevere in custodia una valigia da chi dice torno senza specificare quando. Ne consegue, che mentre da un lato impegna la tua vita (la conservazione della “valigia”) dall’altro disimpegna la sua.

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Mettiamola così!

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Tutti i giorni compro giornale e sigarette da un negoziante di Destra. Si scherza, si ride, e ci prendiamo anche in giro per le nostre idee. Perché non vado anche da un giornalaio di Sinistra? Capita, ma essendo “pantegana solidale” con la vita, non bado più di tanto a quale stato politico  permetto la non estinzione. E’ chiaro che permettendo lo stato privato di quella persona di Destra, ne permetto anche il suo stato pubblico, ma come dico sempre, siamo sistema arterioso e venoso. Giunti al punto, che facciamo? Tagliamo le vene che non ci piacciono?!

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A proposito dell’affermazione fra virgolette: non ricordo se sono stato definito così o se mi sono definito così giusto per ironizzare su di me.

Ottobre 2007

Capiamo uno scritto

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Capiamo uno scritto per il concetti che esprime, e non di meno, per le emozioni che comunica. Succede, però, che non sempre vi sia corrispondenza di emozioni fra Persona e Persona. A causa dell’assenza del comune sentire per il comune sapere si rischia, pertanto, di capire a metà, cioè, o secondo Natura ma non secondo Cultura (la Natura è luogo del sentire) oppure, secondo Cultura (luogo del sapere) ma non secondo Natura. Questo  comporta travisamenti, o nella comprensione di uno scritto, o nei rapporti fra Persona e Persona. I travisamenti sono portatori di multiformi “ombre”. Nulla impedisce di chiarirle. Girando per il Blog capiterà di trovare degli scritti, lunghi come l’anno della fame. Li lascio perché testimoniano un viaggio attuato fra ignoranze, non poche confusioni, e perché, nonostante i decenni trascorsi, non so ancora tener divisi i significati di “taglio” da quelli di “amputazione”.

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Fuori dai denti

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Permettimi di dirti fuori dai denti (almeno di quelli che mi sono rimasti) che la tua opinione su l’opera di Luisa mi ha lasciato perplesso. Mi scuso dell’eventuale errore perché ti cito a memoria; hai detto che gli scritti di Luisa non portano da nessuna parte, e che quindi sono sterili. Anche dell’errore, lo si può dire sterile, eppure, è il muro sul quale, battendo la testa, capiamo cosa non è errore. Direi, pertanto, che nulla è sterile, al più, non tutto porta dalle nostre parti, o nei nostri porti. Oserei dire, che almeno in questo caso, hai dato ascolto all’ingegnere più che al poeta che sei, pure a tuo modo. Quello squilibrio, mi ha sorpreso al punto che l’ho allontanato e non l’ho commentato, ma, evidentemente, rugava. Sono andato a mangiare fuori. Ho fatto i miei soliti giretti in città. Ascolto le facciate dei palazzi. Quello che mi dicono le case. Che mi raccontano i negozi. Le voci dai passanti, il più delle volte mi irritano. Il più delle volte sono banali, quando non alterate ma è Lunedì anche per la città, stasera. In giro, quasi nessuno. Così, nulla mi ha impedito di ascoltarmi Luisa, dentro. Luisa, tesse parole, si può dire, ma, la parola, è l’emozione della vita che dice sé stessa. Dal momento che non nasciamo sotto i cavoli, si può anche dire che Luisa non narra solo sé stessa, quindi, narra anche altre voci della vita. Voci senza volto, ma non per questo, senza segno! Luisa, è la Grande Tessitrice, su queste pagine. Non è l’unica, ma è quella più vicina alla mia sensibilità: non sempre ma non è in lei, il punto. E’ che ci si abitua anche ai Paradisi, e su queste pagine, chi più, o chi meno, chi per un verso o chi per un altro, tutti, siamo costruttori di Olimpi. Qualche volta, anche in competizione! E’ umano. Lo siamo, anche perché ci sei tu. Lo siamo, anche perché c’è lei. Lo siamo, inoltre, perché girando nei vostri giardini, capiamo meglio cosa vogliamo per fare il nostro giardino. Per tutto questo, Pabloz, puoi ancora dire che Luisa “non porta da nessuna parte”? O che tu, non porti da nessuna parte? Certo che lo puoi! Negando, però, quello che fai, per portarci dalle nostre parti, e nei nostri porti.

abarraversosxNel post scrivo di Luisa Ruggio, “tessitrice” in Blog.it ora chiuso. La lettera è datata. Non la mia opinione.

Ottobre 2007

Quando fissa la ragione

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Quando fissa la ragione ogni potere è droga. Sino a che non ci decideremo ad estirpare “le piantagioni del potere” * rifiutandoci di concedere loro ogni delega a priori, non solo non ci potremo dire solamente vittime, ma renderemo vittima anche il futuro di chi non è in grado di scegliere il suo presente.

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* Principato e Religione, secondo padre Aldo Bergamaschi, Ordinario di Scienza dell’Educazione all’Università di Verona.

Caro Perdamasco

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La tua mail ha una straordinaria densità non solo di pensiero, ma anche di stile espressivo, nobile e antico, che mi avvince. Sono molto lontano ormai da un tipo di esperienza dell’assoluto così profonda come la tua, ma non così distanziato da non riuscire a sentirla e farmene affascinare. Non so se hai visto che ho pubblicato in uno dei miei blog l’inizio della tua mail, ma prima di procedere voglio chiederti il permesso di pubblicarne ancora via via dei pezzi che credo possano piacere ed interessare anche altri. Mi è rimasto un po’ misterioso il motivo dell’arresto, alla fine della risalita dal pozzo, davanti all’uscita. Mi è venuta in mente la storia dell’indiano Joe, nelle avventure di Tom Sawyer, che viene ritrovato morto proprio in una situazione di questo tipo, davanti all’uscita dalle miniere, ma era stato fermato da una grata insuperabile di metallo. Nel film di Bunuel “L’angelo sterminatore” i fedeli sono invece impediti dall’uscire dalla chiesa da un intimo divieto religioso. A quale delle due immagini assomiglia di più la tua situazione? Io non credo che per amare abbiamo bisogno di verità, credo, piuttosto, che l’amore, che già Platone aveva definito figlio della Povertà, sia anche umanissimo figlio dell’errore.

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Mi affascina che tu parli di “informazioni del piacere”, ma vorrei capire di più il senso di questa definizione: “per aver deciso di tornare al mio calice, mi ritrovo ora nella stessa posizione di partenza: quell’assolutamente normale, che sono stato e detto, dallo sciagurato che ho desiderato, con una passione talmente forte da poter sembrare amore, ma l’amore è comunione. Il mio “amore” verso di lui, invece, amoroso baratto”. Qui forse comprendo di più, ma non fino in fondo. Il tuo discorso è un corrusco lampeggiare, accompagnato da lampi e scrosci nelle tenebre, ma la luce trascorre troppo rapida per consentire all’osservatore di riconoscere nelle frazioni di secondo i luoghi non noti che dischiude. Ti sento molto compenetrato da una cultura cattolica, dalla quale mi sono distaccato “or è gran tempo” e non riesco a condividere l’idea della pace come cessazione di ogni dissidio e assoluto, mortifero silenzio: identifico la pace in un conflitto misurato, ritualizzato, perché considero il conflitto (e il dolore) ineliminabile dalle cose umane. Certamente, se l’umanità ha zittito dio per le troppe parole, io sono tra quelli che hanno parlato e parlano troppo. Mi piacerebbe tuttavia che il nostro dialogo continuasse e aspetto di rileggerti presto. Un caro saluto.

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Chi ha conosciuto la vita

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Chi ha conosciuto la vita nel suo stare male, in alcun modo può farsi promotore di morte: sia pure di alcune piante. Il fatto che sia pianta, quella vita, non muta l’universalista lezione di civiltà sostenuta da John Donne nella sua celebre poesia. La dove il poeta sostiene: “ogni morte di uomo mi diminuisce perché io partecipo dell’umanità”, alla stregua, sento che lo sradicamento di quelle piante diminuirebbe non solo la nostra partecipazione alla vita nel suo complesso ma ridurrebbe anche la nostra umanità. Ciononostante, perdere il senso delle proporzioni fra vita umana e vita vegetale, non di meno può rivelarsi una disumanizzazione, perché, se è ben vero che nessun uomo può essere contenuto in una formula, così, nessuna regola può diventare la sua cassa, se, contenendo rigidamente il suo essere, ferma la sua vita. Ciò succederebbe se si deliberasse l’inamovibilità delle piante che stanno nello spazio sul quale si edificherà il tanto atteso padiglione per le malattie correlate all’Aids. In America, presso la Cultura dei nativi, un danno alla Natura (l’estirpazione di una pianta, giusto per restare in tema) oltre che con riti a favore dello spirito della realtà danneggiata, era anche compensato con un atto riparatore. Ebbene, a fronte di una scelta che per quanto inevitabile, comunque non può non essere dolorosa, propongo si pianti ciò che è stato tolto. Così come si fa nei confronti di quelli che hanno sacrificato (ad altri e/o ad altro) o una parte o il toto di sé, propongo la collocazione di un cippo che ricordi che quelle piante sono state “un pezzo del Continente, una parte della Terra” che, se abbiamo tolto, tuttavia non per questo abbiamo dimenticato. Se dove daremo un segno di morte, lì semineremo un segno di vita, allora, nulla sarà perso al nostro presente perché avremo mostrato ciò che è dolore e, nulla sarà perso al futuro, perché avremo indicato come si cura.

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Luglio 2006

L’amore che ci fa piangere

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L’amore che fa piangere ci sta dicendo che non siamo adatti all’amante che desideriamo. Può anche essere che ci dica necessario superare quei pianti pur di giungere al reciproco adattamento. Pur avendo sempre vissuto la seconda ipotesi, sento più vera la prima.

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Novembre 2006

Lo Spirito è giusto nel cielo del Giusto

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In questo discorso, per cielo intendo l’area fra due intenzioni agenti: quella della Determinazione e quella dell’Accoglienza. Ora, sia di questo piano della vita come dell’ulteriore (cambiano i fattori ma non i risultati) ammettiamo che lo spazio giusto fra i due agenti sia 10. Data la misura, la Determinazione non è invasiva tanto quanto non la supera, e l’Accoglienza non è remissiva tanto quanto non la subisce. Lo spazio giusto, quindi, lo dice la nostra remissività, tanto quanto non si sente variamente oppressa, e lo dice la nostra Determinazione tanto quanto non si sente variamente oppressiva. Visto che la vita è stato di infiniti stati di vita, così anche le misure fra gli agenti sono composte da infiniti stati di spirito. Viste le infinite misure del nostro spirito, quale la rotta certa? La rotta certa si stabilizza, tanto quanto lo spirito non è impedito da eccessi nella determinazione, o da eccessi nell’accoglienza. Quando succede, si deve rivedere il pilota, e non per ultimo, ricordare che il volo è giusto, tanto quanto non ci distrae lo stato della pista (vecchia, nuova, alta, bassa, ecc. ecc) come neanche farci distrarre dalle condizioni atmosferiche dei sentimenti, perché perennemente mutevoli. In fine, giusto per non subire la pena di brutti atterraggi, raccomanderei di non porre distrazione fra il nostro sentire lo spirito, e il nostro pilotare lo spirito.

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Come carta igienica

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Mi hanno detto: mi pulisco il sedere con qualunque carta igienica purché abbia il doppio velo. Ribatto: occhio! Nessun doppio velo per la doppia fragilità che comporta ogni doppia verità tutela dalla possibilità di finire con le dita nel centro del luogo che agisci.

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  • Marzo 2021  –  Scritto vecchio come il cucco ma solo oggi mi sono reso conto che anche in tre righe ero riuscito ad essere pesantemente confuso e contraddittorio: l’ho rifatto.

Le statistiche dicono

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Su dieci eredi della nostra cultura, 6, sono figli che seguono la volontà  del padre – stato, (sia pur mugugnando, immagino) e 4, dei futuri figliol prodighi, ben che vada a noi, allo Stato, e a loro. Fra i fermati: una positività del 40,5 %, di cui: il 13,9 è risultato positivo all’alcol; il 16,5 alle droghe; il 10,1 ha associato alcol e droghe. Dei positivi alle droghe (21 persone) il 38,1 % aveva utilizzato cannabis; il 4,8 ha usato solo cocaina; il 19 % metanfetamine; il 14, 3% cannabis, più cocaina e più metanfetamina; il 23,8 % cocaina più metanfetamina. Stante l’accertamento, prevenire, o reprimere? Prevenire, (nel senso di porre a coscienza) è chiaro che non è mai sbagliato, ma, reprimere, quando ormai una coscienza è presa, altro non farà che incentivare la voglia di deviazione (altre mete, altri modi, altri mezzi) del preso. Se prevenire porta a poco, e reprimere porta a niente, cos’altro si può fare? Dal momento che nulla e nessuno eliminerà la droga dalle vene del mondo, non resta che procedere col sistema del colpo alla botte della prevenzione, ed uno al cerchio della repressione. Vie terze (nel senso di pienamente risolutive) non c’è ne sono, o quanto meno, non ne vedo.

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  • Ho tratto le statistiche da un articolo di Alessandra Vaccari pubblicato da l’Arena
    Gennaio 2008

Dice il Dottore

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“Se non entri in Discoteca ubriaco sei out” dice il Direttore de L’Osservatorio alle Dipendenze di Verona. No, signor Direttore. Nelle Discoteche i giovani entrano a livello “bollicine” (vuoi per aspettative, o forse, vuoi per droga) ma non ubriachi, anche se questo non esclude il fatto che possano aver bevuto. Sostenere che entrano ubriachi, è come sostenere che all’ingresso della Discoteca non c’è nessun filtro. Il che, se non è vero per l’abbigliamento, figuriamoci per una qualsiasi altra, inestetica forma. Un ubriaco all’inizio serata è un pessimo biglietto da visita per ogni Discoteca, da quanto gli è squalificante immagine. Questo può essere certamente vero durante il proseguo della serata, ma non per questo è vero che tutti sono ubriachi, ed il dottor S. lo sa quanto me. Sa inoltre bene, il dottor S, che il continuar a gridare al lupo, al lupo, invalida l’informazione per assuefazione. Il problema, è ben più a monte, se i giovani cominciano a bere a 12 anni come dice il Dottore.

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La constatazione, inoltre, dice che il fallimento del magistero educativo (vuoi il sociale, vuoi il religioso, vuoi il famigliare) ha profonde e lontane radici. Con questo non intendo trasferire la croce dalle Discoteche ad altre spalle. Intendo dire, che è troppo facile lasciarle sulle spalle delle sole Discoteche, o quanto meno, far in modo che ne sopportino il peso di una maggiorata colpa. Non è così che si informa. Così, si spaventa, ma solo inizialmente. A tutto si fa il callo, signor Direttore: anche al destino, se par non avere convincenti “bollicine”. Ed è sul destino dei giovanili atti e sulla mancanza di bollicine nel loro destino, che l’insieme sociale deve riflettere e provvedere, se vuol toglierli dall’alcolismo già a 12 anni, ma l’unica cosa che ho visto sinora è la proibizione! Come all’asilo! A mio vedere, la proibizione è la forza degli impotenti. Nell’insegnamento, è anche la forza degli spaventati dal futuro, ma questo è un altro discorso: o forse no.

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Novembre 2007

Parlavamo di meloni

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Mauro ed io parlavamo di meloni, cioè, delle possibilità dell’amore. Tu, sei intervenuta parlando di mele, cioè, della possibilità dell’amare. Il primo argomento riguarda la ragione. Non mi riferisco al pretendere di aver ragione. Il secondo tocca le viscere! Mi riferisco anche alle mie. Ti è chiaro adesso perché non hai capito? In quanto all’omosessualità, non si sceglie di esserlo. Si sceglie di viverla o di non viverla. Se non hai capito neanche questo, cosa hai capito degli amici gay che dici di avere?

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Novembre 2006

Amore, passione, verità.

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Il principio dell’amore è la verità. Chi pone l’amore prima della verità, ama ciò che sente prima di ciò che sa. Chi ama ciò che sente prima di ciò che sa, è principiato dalla passione. La passione ascolta sé stessa. L’amore ascolta la vita.

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Luglio 2007

La vita é come una casa

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L’invecchia il tempo, le intemperie, la trascuratezza, ecc, ecc. Capita alla vita – casa, quello che capita alle case che invecchiano: si scolorano le tinte, si crepano le malte, si corrodono le parti metalliche, quelle lignee. Giusto perché non gli manchi nulla, comincia a piovere nelle stanze perché si sono rotte delle tegole sul tetto; danno questo, ben meno sopportabile della rubinetteria che perde, delle crepe, ecc. ecc. A riparare le “tegole” della nostra casa – vita chiamiamo l’impresa edile: la Medicina. L’Impresa, ci manda il muratore: il Medico. Il Muratore – Medico sale sul tetto, e verificando la situazione decide dove, come, e quante sono le tegole da cambiare. Nello scendere pensa al lavoro che occorre e alla spesa che prevede. Quanto è sostenibile quella spesa?  Alla domanda sulla sostenibilità ne segue un’altra: quanto pesa (professionalmente e culturalmente) un medico che se agisce leggermente lascia le tegole rotte dove e come stanno, e se  pesantemente rischia di romperne delle altre nel senso di originare delle altre malattie sia pure sé nolente?

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Se ogni azione ha una reazione non si sa quanto corrispondente alle intenzioni, quanto ha senso la ristrutturazione di una casa – corpo, giunta al minimo dell’abitabilità per naturale decadimento? Non dovremmo lasciare questa risposta, alla medicina, né alla religione, né alla società! Naturalmente, se è vero che non dovremmo lasciare la risposta a nessuno dei referenti citati, è anche vero che a nessuno dei referenti citati dovremmo porre domanda di una ristrutturazione fisica, dove sia esclusa ogni possibilità di recupero. Non da oggi sappiamo, infatti, che ogni casa, anche se nuova, ha in sé la sua fine, esattamente così come c’è l’ha un corpo. E’ un destino dal quale nessuno è sfuggito, come nessuno è mai sfuggito al dolore! Impedire (o comunque non permettere) la fuga dalla vita quando diventa una croce è dei dediti al pensiero salvifico ad ogni costo. Dove non ci riescono, stanno a guardare. Tante grazie per la compassione!

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La mente? A nessuno!

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Con un mio amico di Destra (valente puttaniere anche se in età da rassegnazione) ho sempre trovato dei punti d’intesa ma da quando la Destra ha ottenuto la sua affermazione (mi riferisco al recente trascorso) non c’è più stato verso di ritrovarla. Eppure, eravamo gli stessi di prima. Cosa era cambiato? Era cambiato che prima non aveva nulla da perdere nell’essere d’accordo con me in alcuni casi, e dopo ha avuto di che perdere se li condivideva. Cosa aveva da che perdere? Aveva da perdere il valore aggiunto (il politico sul personale) derivato dall’affermazione del suo gruppo di riferimento. A quel punto la conservazione di quel valore aggiunto era diventato ancora più importante di una intelligenza che nonostante tutto continuo a stimare. Il Potere è il più completo dei sodomiti! Prima si fa prostituta del maschio, e poi maschio di chi si è prostituito alla prostituta. Contro le infezioni da potere c’é un solo condom: non dare la mente a nessuno!

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Settembre 2006

Amori vietanti

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E’ il caso del maggiore, che deve vietare ciò che a sua opinione, (e/o a quella sociale) non corrisponde all’idea che intende far crescere come figlio, e/o come persona, e/o come cittadino. E’ un amore che tronca, però. E’ un amore, che per non far deviare, comunque devia. Difficile sfuggire a questo nostro essere “lupo”, “agnello” o “capro” in un unico fato. Difficile rispondersi alla domanda: fra le tre, per quali forze della vita sto mettendo il mio protettivo guinzaglio al divenire che ho procreato?

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Agosto 2007

Amore quando? Amare perché?

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Amare veramente una Donna? Amare veramente un Uomo? Amare veramente? Quando, si ama veramente? Quanto dura, veramente? Per sempre, è veramente? L’amore è meta. L’amare è viaggio. Non esiste viaggio, che si compia sempre sotto un cielo sereno! Amare, allora, è allontanare le nubi?

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Ottobre 2007

L’amore?

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Amore è comunione. Amiamo tanto quanto l’abbiamo raggiunta. Non si accolga questo scritto come fosse la supponente lezioncina del maestro! Non avete idea che culo m’ha fatto la vita per farmela capire! Può essere ricerca naturale: comunione fisica. Culturale: comunione fra pensieri. Spirituale: comunione fra elevanti principi. Di vita, in ragione dello stato della comunione. Nel dire cos’è l’amore dovremmo ben dire anche che cos’è la passione, e nel tentar di capire, tenere separati i due significati: l’amore ascolta la vita. La passione ascolta sé stessa. Diversamente dall’amore (si alimenta amando la comunione) la passione è un’emozione a termine. Termina, man mano si consumano le emozioni che la “strutturano”. Per nota immagine, le emozioni sono la legna che alimenta il fuoco, e sono il fuoco che brucia la legna. Che io sappia, nessuno è legna per sempre nello stesso falò. Inevitabile, quindi, lo spegnimento, oppure il continuo bisogno di un altro falò. Vero, anche l’amore è fuoco che consuma. Diversamente dalla passione, però, in fondo, non resta solo cenere.

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Educazione responsabile è far capire a Edipo chi è Laio

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Tutto cerco fuorché colpevolizzare i genitori del loro modo di comunicare con i figli i loro insegnamenti, anche perché, da altro e/o da altri di accantonato magistero. Dovrebbero porsi, tuttavia, questa domanda: i figli non ascoltano per orecchio, o non ascoltano perché le emozioni comunicate dal genitore non corrispondono al data base emozionale del figlio/a? Dove c’è il rischio che la parola cada nel vuoto, quindi, trovare le corrispondenti emozioni fra le due Figure è l’indispensabile ponte. Ovviamente, secondo quanto si sa e/o si può.” Pensavo di aver detto quanto, invece, al proposito, mi girava nella mente un che d’incompiuto. Penso sia questo: il Freud (rifacendosi alla tragedia di Edipo) dice che il figlio supera la figura del genitore se lo “uccide”. C’è del vero in quanto dice, tuttavia, è un vero fortemente superato. La società non è più il compiuto Genitore che fa compiuti genitori che fanno compiuto il Genitore. La Società, oggi, è un’Idra dalle molte steste: tutte referenti all’unica, e tutte delegate ad essere la sua, ma nessuna responsabile del Tutto. Ciò che è diventato lo Stato genitore, è diventato anche lo stato dei genitori.

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Anche i genitori, infatti, a livello educativo sono diventati la testa formata da tante teste. In vero è sempre stato così, ma i referenti dell’Idra dedita alla pedagogia sociale (sia pure ai tempi di Berta filava) erano numericamente inferiori. Non solo, di più ferma (certa e/o potente) identità personale e sociale. Per quanto penso, il figlio che oggi deve giungere ad uccidere il suo prevalente educatore (commistione fra padre, madre, parenti, società, norme, usi, insegnanti di tutti i generi, ecc, ecc) come fa a identificare il prevalente Laio da superare? Non potendolo fare perché non è più possibile farlo, il crescente di oggi rivolge la difesa contro sé stesso accecando la crescita.

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Novembre 2006

Il dolore è immunodepressivo

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Tutte le menti incerte per dolore possono patire il rischio di con_fondersi nella sofferenza dell’identità che stanno ausiliando: tanto più se amata. Come un soccorritore fa in modo di non essere travolto dal panico di chi sta affogando, così, per non farsi travolgere da analogo gorgo, un soccorritore per amore deve tener separata la sua identità da quella del dolente. Come? Direi, avvicinandosi al dolore altrui solo dopo aver messo le emozioni proprie sotto altra ragione.

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Luglio 2007

A ramengo le banche!

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Qualcuno mi sa dire perché gli addetti postali hanno mantenuto il modo di servire gli utenti come prima (sia pure e necessariamente dosando gli ingressi) mentre i bancari hanno potuto rinserrarsi dietro un numero verde con risponditore, che, nel mio caso, ti chiede il numero della carta  che non potevo dare perché sotto provvisorio sequestro a causa del tempo che per vari impicci non avevo rispettato? Come recuperarla? Sempreché ci riesca, fissando un appuntamento che non posso avere, immagino! L’inquilino che abita sotto di me (dopo mail e telefonate ) l’ha avuto dopo 15 giorni. La sequestrata è ancora nella banca rionale o è stata trasferita nella centrale? Lo saprò dopo appuntamento, immagino! La potrò riavere dopo altri quindici giorni o brevi mano subito? Già ho poco fiato per i giri necessari alla mia domesticità, dove mai lo troverò il fiato per i giri obbligatoriamente extra? In attesa di capirlo ho la carta sotto sequestro da più di un mese! Mi chiedo e chiedo: ci rendiamo o non ci rendiamo conto che il tanto gaudioso servizio di Bankin (non avrebbe risolto il problema) altro non è che la kafkiana metamorfosi (da clienti serviti personalmente da impiegati) a clienti, personalmente a servizio delle banche pur pagando un conto che solo l’addebito mensile rende poca cosa?

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Se non è così, mi si corregga per favore! Naturalmente questo permette alle banche di aver meno impiegati, meno affitti, meno spese e meno manutenzioni delle agenzie periferiche e/o rionali. L’indubbio guadagno si riversa (in ovvia parte) anche sui Clienti resi a servizio delle banche? Non mi risulta! Se non è così, mi si corregga. Oggi, per aprire il conto postale (pratica durata dalle 11 e mezza all’una e mezza) avevo l’appuntamento con il direttore dell’agenzia. Nel giardino antistante aspettavano una quindicina di persone. Necessitando del solo direttore, in alcun modo avrei occupato i due sportelli in servizio, quindi, ad alcuno avrei leso le priorità. Legittimato da questo, è chiaro che sono entrato senza guardare nessuno! Non faccio in tempo a posare il piede sulla soglia, che un tarchiato anzianotto, con toni da lupara, mi intima: dove và lei?! Irritato dall’imperativo gli ribatto: non vedo perché devo dire a lei i miei affari! Dai presenti si sono immediatamente sollevati degli ululati da bastiglia. A più voci e a più toni: maleducato, gran maleducato e altro inintelligibile: non me ne sono curato!

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E una questione di rispetto mi dice uno più arrabbiato degli altri! A mio vedere, ben meritato il maleducato e l’irrispettoso se fossi stato il furbastro che (con faccia da innocente caduto dal fico) prova a superare le persone in attesa. Per via dell’appuntamento non era il mio caso, quindi, fuori luogo sia le proteste che le offese. Ho tentato di far capire le mie ragioni ma non c’ò stato verso! Succede, quando le persone si innamorano della propria verità. Quanti amori infelici in meno se dubitassimo sempre delle nostre verità! Ma questo è un altro discorso! Vista l’impossibilità di far ragionare gli ululanti, con un collettivo andate a fanculo ho tagliato il nodo della questio. A calma raggiunta mi chiedo perché il mio legittimo comportamento ha suscitato le reazioni che racconto, e perché non si sono acquietate dopo averlo spiegato a tutti? Secondo me, perché oltre all’innamoramento che ho detto, siamo diventati preda della sfiducia verso tutti e tutto. La sfiducia è l’anima della paranoia, ed è paranoico il derubato dalla fede verso la vita in ogni suo stato. Come si guarisce da quella malattia? Si guarisce tanto quanto c’è la restituiscono! Non di certo con un call center, e non di certo facendoci aspettare una quindici di giorni senza fiducia.

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1) Processo alla vita: é nostra?

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Ancora nell’ottobre del 2006, scrivevo quello che, senza ricordarlo, ho scritto in una lettera recentemente spedita al giornale di Verona: è nostro il quadro che pure comperiamo? Come prodotto direi di si, come arte, no. Così per la vita. Non è nostra come arte, è nostra come acquistato prodotto. Per tale forma di proprietà, possiamo decidere di rinunciarvi? A mio avviso, si, perché, non è l’arte della vita data dal Principio che neghiamo, (non lo potremmo neanche volendolo) ma solo la vita come prodotto della nostra arte. La persona, dice la società, è il prodotto di una eredità culturale ed economica basata (vuoi per tutela dei soci aderenti, vuoi per le molte forme di sviluppo, vuoi per quelle della difesa) su una millenaria opera di mutuo soccorso, quindi tu non sei tuo, sei di tutti e quindi nostro. Di tuo c’è soltanto il tuo essere seme di persona, seme di cittadino, seme di religione, seme di te, ma dal momento che il tuo essere pianta di quei semi è stata opera di una cura prevalentemente nostra, ne consegue, che la decisione della società non può che prevalere sulla tua. Ogni altra forma di decisione ti renderebbe anormale, con ciò intendendo, diversamente aderente al contratto che ha permesse sia la tua nascita che la tua crescita.

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In quanto normale cittadino, tu sei mantenitore_produttore_mantenitore di società anche quando non vuoi più esserlo, e anche quando non puoi più esserlo. Lo sei quando vuoi morire. Lo sei quando non ti permettiamo di morire. Lo sei anche da morto. Poiché ti reclami prodotto della tua arte, allora, della vita nostra non puoi che esserci di danno, perché palese esempio di dis_ordine di quanto abbiamo costituito. La persona, annuisce Religione, non è proprietaria della vita. La vita è del Creatore che l’ha data, e che in quanto Padre la mantiene in vita perché tutto è una sua creatura. La mantiene in tutto anche se il tutto non sa che c’è e che lo fa. Il fatto che la persona possa non essere cosciente di quest’alleanza di vita, non la cassa, perché la dove non c’è la sua coscienza, su di quella ed in quella c’è la divina. Nel tutto che c’è e che la persona è, quindi, non si può dire che la vita è sua. La Società tace. La vita anche. Chi tace acconsente? Non è detto.

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Pollice e anello

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L’anello simbolizza l’unione: unione che è anche sessuale. Si può dire, pertanto, che un anello posto sul pollice in_corona il simbolo della maggior potenza sessuale. In genere, l’anello è in argento o in acciaio. In quanto variazioni di lucentezza, quei metalli portano molteplici significati sulla luce che emettono. La luce, infatti, simbolizza la verità. Dall’insieme delle ipotesi, di chi porta un anello sul pollice si può dire che il suo pene (mezzo naturale che condiziona quanto si pensa su ciò che é e/o si è) necessita di una unione sovrana dai veri significati, oppure, di una unione che confermi i significati indicati dall’anello. Oltre a questi, confermi che il soggetto adatto all’unione deve essere egualmente dotato nel… pollice. L’anello nel pollice non necessariamente conferma dotato il portatore. In quel caso, rivela un desiderio di unione con portatori dotati di maggior… pollice. In una individualità eterosessuale, invece, l’anello sul pollice è un segno di potenza diretto alla donna. E’ un messaggio (quel segno) non necessariamente attendibile. Non da oggi, infatti, ogni scaraffone è bello a mamma sua!

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4) Quanto sa di sale…

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Cortese Signore: suppongo che abbia letto le mie note. Dubito però, che abbia visto le foto allegate. Di quelle, tutto si può dire fuorché immagini di carne “magra, tenera, succulenta che non è mai stopposa alla masticazione”. Non me ne voglia ma la sua affermazione m’ha portato alla mente il soldato Alberto Sordi che nel film la Grande guerra commenta il rancio schifoso dicendolo ottimo ed abbondante al generale imbecille. Come appartenente al sistema che la dirige, lei, tutto può essere fuorché non fiancheggiatore. Non le avevo chiesto di farmelo capire: tanto meno di farmi ridere. Io non sono particolarmente schifiltoso. Ho mangiato in ambiti di lusso ed in osterie. In collegi ed in orfanotrofi, a militare, e a casa, cresciuto più che altro a spaghetti al pomodoro e/o a panà (versione padovana della pearà) con mortadella come secondo: non sempre la mortadella. Dati i precedenti, per necessità o meno adattato a molto, c’è ne vuole perché giunga a lamentarmi di quanto mi è stato servito! Non ricordo quando ho iniziato a fruire del servizio pasti. Ricordo però, di un pomodoro eccellente, e di un ragù più che notevole.

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Ultimamente, invece, il pomodoro è generalmente meno che mediocre, ed il ragù fatto con carne cotta, è indigeribile! La pasta, poi, è generalmente stracotta. Oggi, invece, il pomodoro è buonissimo e la cottura della pasta, passabile. Mi si dirà, che la pasta mi giunge stracotta perché continua a cuocere anche una volta messa nei contenitori. Vero, ma allora, perché non è sempre così visto che nei contenitori c’è la mettono sempre? Può essere caso? Può essere! Può essere diversa la mano che prepara? Può essere, come può essere diversa la capacità professionale, come può essere diverso l’interesse verso il lavoro. Per anni, tutti i mercoledì sera ho preparato la pasta per gli abbandonati assistiti dall’Associazione Amici di Bernardo. I volontari ebbero a dirmi che fra i presenti, non pochi venivano solo il mercoledì. Cuocevo la pasta per non più di tre minuti. Nel pomodoro, un po’ di aglio, rosmarino, olio (ovviamente ma non vaga traccia) e piacere di farlo in quantità. Mi rifiuto di pensare che sia proprio quest’ultima salsa quella che manca alla cottura dei cibi! Mi dice, Dottore, che la carne non è mai stopposa alla masticazione.

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E’ vero. Una carne stracotta, infatti, non lo può essere. Succulenta, Lei dice. I casi sono due: o mangiamo diversa carne, o Lei non ha mai mangiato la carne che mi portano: dura e morbida come suola di poliuretano. E’ vero: la dietologa mi aveva parlato di problemi sulla gelatina, ma, mica mi ero lamentato di quel particolare! E’ vero, avevo ordinato cavoletti. L’ordine, però, non è che l’utente lo fa tutte le settimane e a me c’è voluto del tempo per capire che l’indurimento al ventre che provavo dopo mangiato era proprio dovuto ai cavoletti, (i cavoli no, stranamente) come all’insalata, appunto perché ambedue molto fibrosi. Appena capito l’ho detto ai consegnatari. Il più delle volte inutilmente. E’ vero, con la frutta ho reputato di inutile spreco la consegna del pane, e dei dessert. A differenza del contorno in oggetto, questa richiesta è stata generalmente ascoltata. Con gaudio di altri utenti o quanto meno dell’Istituto, spero. Da quanto sopra esposto tragga le sue conclusioni, Dottor V. Non mi aspetto di saperle. Non è necessario. Per me, il discorso finisce qui, ma se mai dovrò avere la necessità di riaprirlo, Lei sarà il primo a saperlo.

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Datata – Ho aggiunto in data 29 Dicembre c.a. la parte con diverso carattere.

Poesia: parola e verbo.

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Avevo letto, da qualche parte (concordando), che poesia&profezia. Vuoi perché un poeta reca nuova parola, (nel senso di nuove emozioni) vuoi perché reca nuovo verbo: nel senso di ambasciare nuovi principi. Naturalmente, (almeno a mio avviso) Poesia è massima Dea: ma non sempre è massima “messa”, e messe, quella che un poeta eleva, (quando non trascina) lungo gli scalini dove, alla fine, siede la Musa. Ma, pare, che anche la Poesia si sia democratizzata, per non dire desacralizzata. Infatti, oggi ci accoglie, anche senza chiedere particolari studi, o titoli. Purché, gli si dimostri che il suo credente sa vedere più avanti, o sa vedere più dentro. Non per questo, non riserva il suo alloro, anche a quelli che dicono Parnaso, la punta del loro naso.

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Dicembre 2006