Le teste del piacere su le teste del sapere

Finito il lavoro compio il giro delle solite cappelle: giornalaio, tabaccaio, birretta da un amico, tramezzini e birra scura al supermercato. Indi, all’ombra di non so che albero, mangio e leggo il giornale, poi, a casa. Sono quasi le cinque. Non ho voglia di niente. Vado a letto e sogno. Sono sul lavoro. C’è un giro di gioventù che corre lungo i porticati e staziona sul verde. Faccio un giro di controllo. Giocano buttandosi dietro della terra. Il pavimento del porticato è un bullonato nero. C’è terra da per tutto. La ragazzaglia mi vede arrivare e mi capisce al volo: scappa. Sul prato centrale, però, seduti sull’erba, ne rimangono alcuni fra carte e cartoni sparsi in giro. Non ci vedo più! Dite ai vostri amici, urlo, che questa è una proprietà privata, e che loro sono delle emerite teste di cazzo! C’è chi mi guarda ridendo. C’è chi mi guarda incazzato. C’è chi non mi fila per niente. Come non esistessi. Sappiamo cosa significa emerito, ma, quanti sanno cosa significa testa di cazzo? Provvedo per quelli che non lo sanno. Essere delle teste di cazzo significa sottomettere il principio del sapere (il vero) al principio del piacere (il bene) senza curarsi del giusto: principio della vita. Non è vero che non esistono più i valori. E’ vero, invece, che esistono le teste di cazzo e che stanno imperando!

Maggio 2007

asterisco

Sei ancora vivo?

Io sarei morta stecchita.

Ti racconto un sogno. Mi trovo all’interno di una sala. Sembra un teatro. Sono in “piccionaia”. La luce è grigia. Tutto e tutti sono grigi. Per un attimo mi vedo. Anch’io sono grigio. Procedo camminando fra persone. Riconosco la faccia di qualche assessore. Di un politico imbecille in particolare. Traggo la conclusione di essere nella sala conciliare. Passando, i presenti mi mettono in mano dei pezzi di stoffa. Li guardo. Sono cravatte. Sono annodate. Le riguardo. Si stanno sciogliendo. Le restituisco. Mi sveglio. Ora, vediamo di mettere ordine. Il collegamento con la frase che hai lasciato era complicato anche per me. E’ un’esclamazione, infatti, che ha più di un significato. Ho creduto di trovarlo in questo: Cacchio, perdamasco, con tutto quello che ti è successo, non ti hanno fermato: discorsi, persone o altro che sia. – Per quel pensiero, il sogno che ti ho raccontato dice che non mi si ferma perché i nodi che mi si porge, si sciolgono da sé. Dici: cosa c’entra questo sogno con la tua esperienza terribile del letto che si muoveva? Non centra niente. Sei tu che stai accostando delle esperienze dette in post diversi. Terribile quella del letto, dici? Sinceramente no! Passata la prima sorpresa, a me veniva da ridere. Mi dicevo: speremo che quei da basso no i senta sto casin?! Immaginali, quelli di sotto, mentre pensano che di sopra si sta facendo sesso tanto da far vibrare il letto! Invece, c’ero io e chissà chi. Forse un certo birbantello ma nella medianità non c’è possibilità di verifica ed è meglio non cercarla. Quando il letto si muoveva ero sveglio. Ciao

Novembre 2006

Ah! E’ lei perdamasco: il mitomane!

Sogno la spedizione di uno scritto. Come si diceva per gli inglesi in guerra, è centrato solo al terzo colpo. A molto ho creduto. In una sola realtà credo. Nei mezzi postali mi rassegno. Telefono, allora, per sapere se hanno ricevuto il testo ultimo. Mi risponde una voce di donna. Ilare. Argentina. M’ha fatto venire in mente il suono del campanellino che alla messa annuncia l’elevazione. In tono più profano, ovviamente; e questa voce, fra il ridere ed il sorridere, mi dice: ah, è lei il perdamasco, il mitomane. Mi sveglio. Secondo i miei più attendibili spiriti guida, (il Devoto e Oli), mitomania è tendenza, non necessariamente patologica, ad accettare come realtà, in modo più o meno volontario e cosciente, i prodotti della propria fantasia e a raccontarli come veri allo scopo di attirare su di sé l’attenzione altrui e soddisfare così la sua vanità. E’ vero? Non è vero? Vorrei poter dire che non è vero, ma dovrei sapere cosa lo è. Nel dubbio, mi assolvo. Il sospetto di dirmela e di farmela m’ha sempre accompagnato, a dire il vero, ma non sapendo e non potendo accertare se vero sospetto da vera realtà, ho sempre agito come se fosse vera realtà, quella che sostengo non appartenente alle conoscenze che ho avuto prima di cominciare la mia strada. Se mai sono mitomane, certamente lo sono come chi indossa una divisa. E’ certamente vero che se l’opera di chi indossa un mito, è degno del mito, la mitomania dell’indossante viene meritata per osmosi. Osmosi, chiedo ai due saggi. Mi dicono: “L’influenza reciproca che individui o elementi contigui esercitano uno sull’altro; anche, spec. in campo culturale, compenetrazione scambievole di idee, atteggiamenti, ecc. Dal gr. ósmós ‘spinta’, mi dicono i miei due consiglieri. Di essere un influito da l’Oltre l’ho sempre creduto e l’ho detto anche più volte. Naturalmente, quello che io credo, mica necessariamente è. Se non dall’Oltre su cui dubitare, da chi, allora? Potrebbe essere da un’altra parte della mente? Certo. Lo potrebbe, ed essendo altra da quanto conosciuta, anche questa ipotesi convaliderebbe la presenza di un Oltre, con la differenza però, di essere un oltre interno, non oltre la tangibile realtà. Ci sono risposte certe a questi certi dubbi? Temo di no. Vuoi perché proprio non ci sono, vuoi perché ci si rifiuta di prendere atto della non esistenza di risposte certe ogni qual volta vi è in ballo una vivificante credenza. “La vita si serve degli strumenti che trova” mi disse una voce nella mente. Ero in macchina con l’Amato, e due amanti (un ballerino sieropositivo e un tantinello fuori, e il compagno, all’epoca, al di la di ogni regola: non tanto perche’ irregolare, bensi’, perche’ da gioviale pirata. Allegrotti e su di giri stavamo andando a ballare. Anche in quel caso, da quale oltre è pervenuta quell’affermazione? Non c’è definitiva risposta, al più un certo rilievo: la vita non porta orologio.

Sogni: comunicazioni con ami da pesca

Mi sto avvicinando ad un grande albero. Lo vedo forte di tronco e di rami, ma, con quasi tutte le foglie a terra. Pur macchiate da parassiti, le foglie sono ancora verdi.  C’è n’erano di accatastate al tronco, sotto i rami, e portate dal vento, sparse per il campo. Come non bastasse, confuse con quelle dell’albero del campo e di quella proprietà, c’è n’erano anche di altri campi e di altre proprietà! C’è n’erano anche di altri alberi. Ho sentito che dovevo raccogliere tutte le foglie, portare all’albero anche quelle più sparse e di altre proprietà, distinguere quelle dell’albero da quelle di altri alberi, attaccare ai rami quelle di appartenenza, badando di metterle secondo l’ordine di crescita, cioè, più vicine al tronco quelle mature, e lontane quelle di vita appena crescente. D’innumerevole quantità, le foglie. Inizio. Mi sveglio.

Questa notte, Luisa.

Questa notte, Luisa, ho sognato che mi avevi citato in un tuo post: molto bene e con gioia. Era un post sullo stile rimembranza. A me piacciono in modo particolare. Sul fronte del post l’immagine di abitazioni su di una strada che vedevo curvare verso sinistra. Delle abitazioni (tutte ad un piano) vedevo le sole facciate. Bellissime, intarsiate e/o scolpite con disegni che ho sentito significativi ma che durante il sogno non sono riuscito a spiegarmi, e neanche ora da sveglio che lo sto ricordando. Il colore delle facciate e dei disegni, tono su tono, era di un ocra che se fossi di lingua latina non potrei che dirlo caliente ma non mui caliente. Bello, quel colore. Luminoso. Pareva il sole di quel giorno, e la strada illuminava tutta. Il cielo più in alto, era di un bianco perla con venature_ bolle leggermente viola. Classico barocco salentino, mi sono detto, quasi incapace di allontanare la vista da quelle facciate, tuttavia, la didascalia sotto la foto le diceva di Monaco. Biblioteca di Monaco ora che ricordo meglio! Biblioteca una strada con delle casa ai lati? Nel sogno disorientato, mi sono svegliato con altrettanto disorientamento. Non capisco proprio cosa c’entri un barocco tedesco (che non so se a Monaco esista proprio) con un barocco leccese che, sia pure attuato diversamente dal sogno, so che c’è. Indipendentemente dal luogo, delle atmosfere barocche del’immagine, mi sono detto: cos’hanno in comune due stili architettonici, forse, non esistente l’uno e diversamente esistente l’altro? Le stesse atmosfere che ci sono in certi tuoi post, e che anche quelli amo in modo particolare. Delle facciate si può dire che sono i volti delle case, quindi, sono facce. Facce barocche tedesche in ambientazione barocca leccese? Si, viene da pensare, se le facce del post in cui mi citi fanno intendere un connubio letterario fra personalità in animo anche barocco, se per barocco intendiamo un pensiero capace di elaborati disegni. Dei miei pensieri non so, ma dei tuoi certamente. Ipotesi, però, solo ipotesi. Oltre che a suggerire una possibile affinità spirituale e di stile, dal messaggio (se messaggio è) non se ne ricava questo gran che, se non, forse, un ultima ipotesi: i nostri stili personali e/o di scrittura si ritroveranno in ambito straniero. Si può anche dire, però, che essendo tu la scrittrice del sogno, per quel mezzo mi stai comunicando con gioia che mi ritroverò anch’io (stile e/o persona o ambedue) in ambito straniero. O sei tu che mi trovi da ambito straniero perche di barocca scrittura? Ad ulteriore pensiero escludo l’ipotesi. Se fosse, non mi avresti citato molto bene e con gioia.

La mia ignoranza va a pari passo con la mia conoscenza! A Monaco il barocco c’è, eccome! Dio salvi la Rete!

Ho sognato Osama Bin Laden

Ci trovavamo in salita su pietroni color cioccolato al latte. Laden mi precedeva di un paio di passi. Sul volto aveva un sorrisetto che non mi piacque. Mi irritò anche al risveglio. Sarà anche perché, da buon Ariete, tendo al paranoico. Non m’avrebbe irritato, quel sorrisetto se l’avessi visto sul volto di un mistico con lieto spirito ma da un terrorista a me che non spauro nessuno?! O è per questo? M’ha ulteriormente irritato perché mi è parso quello di chi è compiaciuto di se’. Di essere un passo innanzi? Per quanto lo conosciamo, tutto si può dire del Laden fuorchè mistico; e se invece a suo modo lo fosse stato? Mistico è chi tende ad elevare i principi della vita umana a quelli della divina. Anche l’Islam ha i suoi mistici. Fra i mistici islamici alcuni hanno cercato i principi della vita divina servendosi della poetica comunque espressa. Il Messaggero, invece, guidato, fortificato e ausiliato dal Soggetto delle sue esperienze medianiche, anche con scritti oltre che per guerre. Non penso a un Laden guidato da uno spirito ulteriore. Non perchè ne escludo la possibilita, ma perché non posso provarlo. E’ chiaro al mondo, invece, che è stato guidato dal messaggio del Messaggero. Se non mistico per diretta elezione, quindi, è stato certamente mistico per ricerca dei principi indicati dal Profeta. Considerazioni a parte, che ci facevamo il Laden ed io su quel costone di rocce assolutamente nude? Direi ovvia la risposta: stavamo salendo dal sasso (dove eravamo arrivati) verso la cima di un monte che il sogno non faceva vedere a me e neanche a Laden. Perchè mai il Laden guardava me, mi sono chiesto al risveglio. Per vedere se lo seguivo verso la cima, o per vedere quanto non lo seguivo? E quel compiaciuto sorrisetto, cosa confermava? La prima ipotesi o la seconda? E che ci facevano un diverso cristiano e un diverso mistico sulla stessa salita? Per far capire che solo (o anche) la vita diversamente comune può percorrere la stessa strada verso la cima del Monte? Tutta, o sino a dove arriva come mostrato dal sogno? E perchè il sogno non l’ha mostrata? Perchè il sasso raggiunto (particolare del Monte universale) ci ha mostrato quale posizione della mistica salita abbiamo potuto raggiungere, e quindi, altro non potevamo vedere non avendo finito il percorso? E se invece di compiacimento (come inizialmente interpretato) fosse stato di amicale tenerezza? Al risveglio avevo escluso l’inspiegabile sensazione sia a causa della mia arietina paranoia, sia perché non so spiegarmi su quali corrispondenze di vita si sia costituita.  Se non di vita, su quella della ricerca della cima di un Monte che ci porta verso la stessa salita, indipendentemente, dalla rispettiva Cultura di partenza? Di questa ipotesi, nulla nel sogno mi ha fatto capire se è una conferma o una speranza.

Datata – Meglio mirata nel Giugno 2020

Sei come un gattino

mi scrive e mi dice una firma nota. Al risveglio, non ricordo più di chi la firma.

Oltre che avermelo scritto me lo legge: maschile la voce. Mi dice: sei come un gattino che non sa come scendere dall’albero. Sorrido all’immagine e mi sveglio. L’immagine gattino mi dice che nei miei confronti il commentatore ha i sentimenti affettivi che si prova verso soggetti in tenera età. Simbolicamente parlando, la tenerezza data dall’età minore ha diversi significati: vuoi degli stati mentali (tenerezza come sottintesa immaturità) vuoi di quelli culturali (tenerezza come sottintesa ignoranza) vuoi di quelli spirituali: tenerezza come sottintesa infantile vitalità dello spirito. Per quanto riguarda l’albero, per me c’è un solo Albero: ed è quello della vita. Il commentatore non me l’ha detto ma se mi conosce, cioè, se mi sente, non può non condividere l’idea. Ne consegue che mi vede in cima alla vita: cima che si può intendere anche come fine. Non mi dice se sono spaventato, preoccupato (ecc. ecc) di stare lì. Neanche mi dice come ci sono salito: solo constata che l’ho fatto. Dice, però, che se non so come scendere, e neanche perché lo devo. E se non volessi? Recenti analisi hanno rivelato che ho due rogne ai lati dell’encefalo (ancora benigne); che il diabete (con tutte le sue altrettanto rogne) è passalo da 1 a 2. C’è ben poco da fare per un cuore con battito atriale; che senza Coumadin (come anche malgrado il Coumadin) sono soggetto a ictus oppure a infarto: mortali o parziali lo si sa solo dopo. Senza alcun genere di timore, prendo atto della mortalità in sospeso. Certo! Tutti viviamo in sospeso. In ragione, però, (chi più e chi meno) di infiniti stati di conoscenza e di accettazione. Almeno statisticamente parlando, un giovane meno, un anziano di più. Nella realtà, quando capita capita. Se l’accettassimo come il sereno destino di tutte le età più o meno coscienti, vivremmo meglio sia il nostro esserci che il nostro dipartire. Considerazioni sulla morte a parte, torno a quelle su di me. Come scritto prima, della mortalità non temo il finire, temo, tuttavia, il come. A maggior ragione perché dovrò essere assistito da mestierati. Questo mi preoccupa, appunto perché prima o poi a terra dovrò pur scendere, e quindi, che lo voglia o no, accettarli, spaventato come un gattino? Per quanto mi conosco, no.

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Tu, amor mio.

Come tanti disperati e disperate per mancanza di parola, Mina è stata profetessa di storie a venire, di sospiri, di sogni, di dolori, e di cadute e ricadute a dirla con il Battisti. Questa canzone l’ho anche sognata! Stavo senza luogo e senza tempo davanti a un furgone bianco. Non capivo da dove proveniva la voce che cantava. Sapevo che era di Mina ma nello stesso tempo non di Mina da tanto era indescrivibilmente più profonda: di un vibrante che mi rendeva vibrante. A pallido esempio, come quella di un organo rispetto ad un pianoforte. Alla ricerca del luogo di provenienza della voce giro attorno al furgone. Proveniva dagli sportelli aperti. Non faccio in tempo a chiedermi come sia possibile una faccenda dal genere che, un po’ alla volta, il furgone assume il volto di una Mina caricaturata. Ancora non faccio in tempo a meravigliarmi della mutazione che mi sveglio. Se c’é un messaggio nei sogni, quale, questo? Quello di una Mina che veicola un messaggio di vita, o quello della vita che si è servita del caricaturato veicolo Mina per recapitarmi un messaggio profondo e vibrante tanto da farmi vibrare? Fra le righe del canto c’è di che farmi pensare alla seconda ipotesi, ma se lo è, la considererò privata. Non tanto perché mi sia vietato dirla, quanto perché è meglio non dire quello che suppone una speranza ma, all’atto, non la sua ragione.

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L’amore fra dire e sentire

All’improvviso (non saprei dirti se nel sonno o nei momenti che lo precedono o lo finiscono) mi sono trovato davanti ad una giovane donna. Indossava una camicetta bianca. Aperti sul collo, i primi due bottoni. L’immagine, la vedevo solo a mezzo busto. I suoi capelli erano corti, biondi e ricciolini. I lineamenti del suo viso erano morbidi. Gli occhi (vividi) non blu ma più intensi dell’azzurro. Mi guardava non come si guarda un amico e non come si guarda un amante, ma, certo, come si guarda chi ci è motivo d’amore. Sentivo che ciò che la rendeva stupenda era esattamente quel motivo, anche se, proprio non saprei dirti il perché lo trovasse mentre guardava me.

Non chiedermi come si guarda chi ci è motivo d’amore. Vuoi perché quando guardo i miei, certamente non mi vedo (al più mi sento) vuoi perché non sono mai stato guardato così. Forse è per questo che lo sguardo di quella donna lo dico d’amore. Non perché lo so, ti ripeto, ma perché è quello, lo sguardo, che testimonia il raggiungimento della nostra suprema speranza: essere amati come si ama.

Quella donna aveva un bambino in braccio. Lo avresti detto: tutto sua madre! Anche lui mi guardava con lo stesso incantamento. Sapevo (perché lo sentivo) di ricambiare lo stesso modo e lo stesso stato di intensità verso ambedue.

Diversamente da altri sogni (li interpreto come messaggi di spiritualità) nei quali sento che non è tempo e/o non ho tempo per restare lì, di fronte a loro non me ne sarei mai andato ed il doverlo fare l’ho sentito come uno strappo nella zona del petto dove terminano le costole e che credo si chiami plesso solare.

Come quello che ho sentito in quel sogno, nulla, se non un eguale sentimento, potrebbe reggere l’idea dell’amore (intensa comunione) che quella donna rappresentava presso di me. Era un’idea così elevata che potrebbe anche riuscire a confinarmi in un limbo d’impossibilità ad amare qualcosa di più terra – terra se non fosse perché, non in conflitto da affermazione di uno sull’altro ma in parallelo, vivo abbastanza serenamente sia il mio ideale che il mio reale: ciò che sono per quanto sento di ciò che so.

Certo è, che da quella notte, mi è diventato più difficile credere di saper scrivere sull’amore: neanche per recita. Per quanto amante del teatro ti sento donna non amante del teatrante. A maggiore ragione, nel momento che stai attraversando. Scrivere d’amore ad una persona che in questo momento sembra non amarsi (tanto è usa svilirsi) potrebbe essere come offrire una importantissima cena a chi ha grandi bruciori di stomaco.

Certo, si può invitare a cena chi non è in grado di mangiare (l’amore è un alimento) o perché non si è sensibili alla vita altra, o per il solo piacere di ascoltarsi presso l’altrui sensibilità, ma, ambedue questi aspetti della vanità non mi appartengono:  almeno non credo.

A chi vive certi stati di dolore, più che dirgli su ciò che uno/a brama, mi appartiene di più l’idea di abbracciarlo, ma, se mi è spirituale, non mi è naturale e ne culturale abbracciare te. Non perché tu dei donna ed io un certo tipo d’uomo ma perché sento che in te vi è conflitto fra l’identità di Enza donna (quella che vive il giorno alla luce della sua ragione) e l’entità di Enza bambina: la romantica che vive la notte alla lunare luce dei suoi desideri amorosi.

Ma, cosa non può più ottenere la parte di Enza che è ancora bambina? Direi, necessariamente, che non può più ottenere di essere amata secondo il suo sentimentale stato. La Enza bambina, però, percepisce quella impossibilità come una violenza contro i suoi diritti e, la violenza, come appunto ti dicevo nel biglietto, in molti casi per non dire tutti, è l’aggressiva difesa dei violentati: aggressività erronea, tanto più quando anticipa non una violenza in atto ma una verosimile possibilità.

I casi di violenza non effettiva, o effettiva perché possibile perché temuta, potrebbero essere dei veri e propri deliri della mente. Dai deliri della mente ci si libera attenendoci costantemente al qui ed all’ora o, con altre parole, al dato momento. Per quanto giustificata da comuni interessi (la civile convivenza) volendolo, anche l’insegnamento delle regole che compongono la Norma potrebbe essere avvertito come una violenza. Lo potrebbe, quando l’educatore (famiglia e/o istituzioni preposte, e/o Stato) si impone con eccesso di forza. Si applica l’insegnamento della Norma con eccesso di forza quando la si attua senza quel calore (il sentimento verso l’umanità indipendentemente dal suo stato) che come nei metalli naturalmente piega ciò che deve formare.

Senza il calore che naturalmente normalizza ciò che deve formare, si attua un “educativo” sopruso ed il suo corrispondente dolore. Che la normalizzazione avvenga in modo normale (cioè, naturalmente indotta dal calore del sentimento), o anormale (cioè, innaturalmente indotta perché senza calore) comunque vi è dolore, però, mentre nel caso del dolore da naturale normalizzazione, la ragione del crescente lo fa superare, nel caso della violenza da sopruso, non sempre il crescente lo sa e/o lo può, e/o lo vuole.

Nei confronti della crescita culturale, il dolore che non si sa, e/o non si può e/o non si vuole superare, nella mente è ostacolo psichico, e nel corpo un ostacolo fisico. Sino a che non lo si è risolto (se a causarlo è un errore) o guarito (se a causarlo è una malattia) quell’ostacolo rimane come una barriera che, tanto quanto separa la Persona da sè (o da della vita altra o dai suoi principi di vita) per molti versi frena l’evoluzione anche sino al punto da fermarla.

Tutti gli stati di sosta nell’evoluzione culturale sono ciò che formano il “bambino” dell’età adulta.  Se è ben vero che fermando la crescita (cioè, restando culturalmente bambini) si può anche fermare il dolore da erronea educazione allo sviluppo culturale, è anche vero che fermando la crescita resta continuamente bambina la parte fermata. Succede così, che la parte fermata non diventa parte del tutto “persona” ma resta vita a sè. In questo senso, entità in altra entità. In quella condizione, come dei divorziati in casa, non ci viviamo come totalità ma come due forze, in genere contrapposte e, pertanto, il più delle volte in dissidio.

Oltreché alla forzata normalizzazione (o diversamente dalla …) l’aggressività che ti denota potrebbe anche essere conseguente alla paura di un dolore che si è subito e che non è ancora guarito. E’ l’aggressività tipica, la tua, di chi, essendosi scottato gravemente, comincia a temere la presenza di quella causa ancora prima di esserti avvicinato. Ti sia esempio una pentola in ebollizione per un ustionato o una scottante situazione per una persona. Se mai tu lo sia stata, non ho la più pallida idea di cosa ti abbia “scottato”. Posso solamente ipotizzare:

* un dolore nella tua Natura: ad esempio una malattia;

* un dolore nella tua Cultura: ad esempio, un erroneo modo di vivere o di non potere o sapere vivere o la tua vita o degli stati della stessa;

* un dolore nel tuo Spirito: un erroneo modo (erroneo perché depresso o eccitato) di vivere la tua forza.

Se le ipotesi fossero, sino a che tu non elabori la tua guarigione discernendo su quei dolori, non permetterai a nessuno di avvicinarti più di tanto se non alle tue condizioni. Situazione vuole, mia cara, che non noi dettiamo condizioni alla Vita ma è lei, quella che c’è le detta, presentandoci i casi sui quali svolgere il nostro tema; cioè, il nostro vissuto.

Piaccia o no, faccia o no comodo, giunto a questo punto del capire, comunque, torniamo al punto di partenza, cioè, a noi stessi. Non solo nel tuo caso ma in tutti noi (casi della vita perché processi di vita) se non accogliamo le sue condizioni (lo facciamo quando riusciamo ad elaborarle non solo attraverso il bene ma anche attraverso il dolore. Con il dolore, la vita ci prova e continuerà a provarci sino a che non ne capiamo le sue ragioni. Rifiutandoci di farlo non riusciremo a cavare un ragno dal buco. Non riuscendoci, continueremo, oltre ragione, a girare in tondo come legati ad un piolo, o come falene, a sbattere le ali contro il vetro (ostacolo trasparente e per questo non visibile) che separa la nostra vita dalla luce (la verità) e dal calore: il sentimento.

Si vive oltre ragione (sia della vita nostra che quella della Vita) quando si vuole sapere ciò che non si vuole o non si può sentire, o si vuole sentire ciò che non si vuole sapere o non si può sentire. L’affermazione che sostengo, potrebbe essere provata dal fatto che se effettivamente volessi sentire ciò che sai, o sapere ciò che senti, perché mai affronteresti delle relazioni sentimentali, nelle quali il dolore (se non la ragione) ti dimostra che stai vivendo delle scelte che prima o poi ti lasciano quasi sempre senza scelte?

Ricominciare da capo, a questo punto, dovrebbe esserti un imperativo categorico. Per ricominciare da capo (e, dunque, vivere il nuovo) sarebbe più che indispensabile eliminare dal nostro spirito (dalla forza della vita) tutto ciò che ci è causa di male. Lo dovremmo fare anche se il farlo ci è causa di ulteriore sofferenza. Ti sia di esempio il fatto che se non schiacci (con altro dolore) il foruncolo che ti ha provocato il male, quando mai guarirai la pelle?

Ciò che è vero per la vita della tua Cultura, nell’immediato forse non saprà cosa fai, ma senza dubbio, pressoché immediatamente lo saprà ciò che è bene per la vita della tua Natura. Non ci si può sentire naturalmente e spiritualmente bene se culturalmente si segue l’errore che porta al male. Il male é il dolore naturale e spirituale da errore culturale.

Datata

separa

Era bella la luce e fresca l’aria

Sto lavorando nella cucina di un un ristorante di una certa importanza. Sono stanco. Non ne posso più. Mi cade l’occhio su di una nota. E’ indirizzata a me. La leggo ma non ci capisco niente. E’ firmata da un certo Tosi. Chiedo chi è ad alcuni del personale ma non sanno dirmelo. Infine, indicato da un lavapiatti, senegalese per tratti, dopo tanto vagar lo trovo. Dopo aver letto la nota che gli ho riportato, mi chiede se sono disponibile a qualsiasi orario. Gli dico di si. Più tardi gli confermo che non c’è la farei. Non ho ancora mangiato nulla. Apro un frigo per prendere un qualcosa: e’ stracolmo. Sono tutti avanzi. Prendo del formaggio da un involto pieno di pezzi. Sembrava del Taleggio: era pieno di muffa. Con quello, un paio di grumi intinti in una salsa verde. Esco con quel po po’ di menu, e mi siedo ad un tavolo, messo sotto un albero senza foglie ma era bella la luce e fresca l’aria. Al tavolo di fronte al mio sono seduti quattro giovani. Li guardo. Non più di tanto. Non mi notano. Ciarlano ma non li odo.  Chino il capo sul merdaio di cibo che ho tolto dal frigo e comincio a mangiare. Mentre lo faccio, sento un canto corale. Bello si, ma non mi prende, così, mi rimane sullo sfondo. Inaspettata, dallo sfondo che trascuro emerge una voce. Mi blocco. La cerco. Viene da un morettino che avevo appena notato. E’ sui vent’anni. Capelli neri ma lisci. Il taglio della barba gli evidenzia il volto marcato e bellissimo! Non sta guardando gli amici mentre canta tenendo la sedia in bilico. Non sta guardando neanche me. Come tutti quelli che avrei potuto amare, d’altra parte. Cosa dirvi di quella voce se non che era angelica, ma non bianca. Sento che è una romanza. Non per donna. Non per me. Mi sarei tagliato un braccio perché lo fosse. Par che canti sulla sua vita. Forse di piu’, par che canti la vita. Non vedevo l’ora che terminasse per applaudirlo. Per fargli vedere che c’ero anch’io! Mi sono svegliato prima.

Datata Maggio 2009

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In madri, figli, amanti…

… cimiteri, spiriti: amore e amorevolezza.

L’altra notte ho sognato l’Amato. Era a letto. Uno di quei letti in tubolare che si trovano negli ospedali o in isole comunitarie. In viso l’ho visto dimagrito. Pallido ma non cereo, e con la barba di più di qualche giorno. Lo ricordavo glabro! Dormiva ma non respirava. Sentivo il senso del mio corpo in modo vago. Come figura non c’ero presso il letto. C’era solo la mia capacita’ di vederlo. Mentre lo sto guardando, si alza molto rapidamente. Viene verso di me. Mi si mette di fronte, e all’altezza del petto (come se quello fosse il suo armadietto) estrae un paio di scarpe. Fatto questo si gira ed esce imboccando un corridoio. Mi sveglio avvertendo una sensazione di rimprovero. Neanche lo stessi abbandonando. Direi si e anche no. Non è vera perché è ben raro che passi giorno senza pensarlo, ma e’ anche vera perche’ (lo voglia o no) lo “vuole” la vita. A quella volonta’ si puo’ opporre solamente chi vive di solo dolore, ma anche in quel caso, prima o poi la vita allontana da quella scelta, allontanando le emozioni che ancorano al dolore. Simbolicamente parlando le scarpe rappresentano gli strumenti atti al cammino. Sicome sono vecchie, quelle del sogno, allora rappresentano gli strumenti dei vecchi cammini. Quelli, cioe’, che faceva prima che diventassi l'”armadietto” dove li aveva sentimentalmente rimessi. Se vera l’interpretazione, il senso dell’abbandono che ho provato al risveglio non riguardava il mio allontanamento da lui, ma, in toto o in parte, il suo allontanamento da me. Anche lui, pero’, non puo’ diversamente.

Piu’ di ventanni dopo averla scritta ho tolto dalla stesura originale ogni superflua considerazione.
Datata

La Cesira

Colori vaghi. Preponderante il grigio. Sto uscendo da casa. In un leggero zainetto da pochi soldi, molto fiorato, metto delle cose. Non le vedo chiaramente ma sento che sono le chiavi, il portafoglio, documento d’identità. Non mi vedo uscire però mi ritrovo a cavallo della bicicletta e fermo nella leggera salita antistante il semaforo sulla strada che a sinistra porta al Ponte Navi e alla chiesa, e sulla desta in zona s.Paolo prima e in XX Settembre di seguito. Il zainetto mi cade. Passa una donna. Lo raccoglie. Prosegue verso la s.Paolo. Fra il meravigliato ed il seccato, oltre perché impedito dal semaforo non verde, immagino, perché così lo sento, la chiamo, prima forte, poi più forte: Signora, SIGNORAAAA! Non mi sente? Non mi bada? Non può sentirmi? Non vuole sentirmi? Non lo so. Con lo zainetto sottobraccio, la donna si ferma poi sotto la pensilina delle fermate autobus. La raggiungo. Devo avergli chiesto la restituzione della borsa ma non mi sento mentre devo averlo fatto, ma la donna trattiene lo zainetto. Con forza. Tento di strapparglielo! E’ mio accidenti! La donna mi resiste. Perdo la pazienza! La prendo a schiaffi. Mentre lo faccio mi vedo le mani. Sono femminee. La donna mi guarda. Mi pare di conoscerla. Sembra la Cesira ma non pare la Cesira. E’ eguale ma è diversa. Mi guarda come se sapessi chi sono. Mi sorride. Con mestizia, appena prima che la colpissi. Sapeva quello che sarebbe successo? Doveva succedere quello che sarebbe successo? A fatto in modo che dovesse succedere? Non so. Sono domanda a posteriori, queste. Visto che con gli schiaffi non ottengo risultati, passo a più pesante metodo. Mentre con la sinistra tento di strappargli lo zainetto che la donna continua a trattenere con forza, con la destra la prendo a pugni sul volto! Sono pugni maschili. Mentre li guardo, mi domando con sorpresa da dove sono saltati fuori! Non li riconosco, evidentemente. Come se non fossero da me, o di me. Sotto i pugni la donna cade. Forse perché costretta a difendersi dalla caduta con le braccia, la donna lascia la borsa. Finalmente me ne approprio! Giunto allo scopo, mi giro e torno verso il Ponte Navi. Sento che dovrei chiamare un autoambulanza! Mi interessa e anche no. Sento che c’è mancanza di soccorso. Mi interessa e anche no. Sento, non più di tanto pesante, un senso di colpa. Delle fotocamere potrebbero aver ripreso la scena mi dico. Sto, indeciso, fra il preoccupato e no. Mi sveglio. Con la chiarezza della rivisitazione del sogno, si, riconosco la donna: è proprio la Cesira, mia madre adottiva!

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Con tutto quello che ha fatto per me, io l’ho presa a botte! Perché “ognuno uccide quello che ama”?

Significati del sogno? Potrebbero stare in queste ipotesi. La borsa con i valori simbolizzano le proprieta’ della mia identita’. Trattenendole ad oltranza, la Cesira mi impediva di appropriarmene, e per implicito, trattenere fra le sue braccia la mia crescita/indipendenza. Condizioni, che ho potuto attuare (con la sua caduta) solo dopo aver ferito con violenza i legami di dipendenza (forse oltre misura) fra una madre adottiva e un figlio riconoscente.

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Testimone dell’ingarbugliata storia fra due spiriti

Siciliana, la location, quindi, terra di indubitabili masculi e dove certe cose si fanno come altrove ma non si dicono: tanto meno si mostrano. Per chi non conosce il mio pensiero, dico spirito Determinante il maschile, e spirito Accogliente il femminile. Bellissimi tutte e due e somiglianti quelli che sogno. Dal che ne trago che sono spiriti affini. La figura del Determinante e’ scolpita. Piu’ minuta ma scolpita anche l’Accogliente. Chiara la loro intenzione di promettersi ma, non solo sono in Sicilia (nel sogno, simbolo di omogenea e definita mentalità sociale) ma appartengono anche a due differenti classi. Sento che il Determinante proviene da una famiglia mafiosa, tuttavia, nulla mi fa intendere che sia asociale. Da che ambiente proviene lo spirito Accogliente  il sogno non me lo intendere. Ne traggo la conclusione che é uno spirito senza classe, con ciò intendendolo senza famiglia,  e/o ambito sociale costituito e  costituente. Mi domando: non ha nome di riconoscibile classe perché l’Accoglienza é la forza determinante (su cio’ che é da accogliere) che fa classe a se’? Lo spirito Accogliente ha un sorriso biricchino malizioso quando guarda l’amante Determinante. Il Determinante è in compagnia di altri masculi. Passa l’Accogliente. Con un sorriso che le gran marchette dei dentifrici se lo sognano, ciao, dice al Determinante. Sorriso da risposta spontanea quello del Determinante, ma subito gelato: e in compagnia. La compagnia lo circonda subito di malevola curiosità e di implicito rimprovero. Forse perche l’Accogliente non può manifestare per primo le sue emozioni se non trasformando il suo principio da Accogliente in Determinante, ed in ciò diventando il transculturale che può diventare il Transessuale a cui lo spirito Determinante può sorridere solo le paga il prezzo del rimprovero maschile? Cambio di scena! Il giovane del sogno é’ con una ragazza. Robustina, capelli lisci castani. Intuisco ma non so come che ha gli occhi cerulei. Gli sta chiedendo spiegazioni. Intuisco evasività nel Determinante. Non riesco a capire (sia nel sogno che ora) cosa rappresenti un ragazza che pare uscita da un film neorealista. La reale Accoglienza basata su prefissati schemi e ruoli sociali e/o culturali? Cambio di scena: la ragazza neorealista e seduta dietro a un’altra ragazza  a lei somigliante. Sono spiriti affini ma non eguali benché esteriormente somiglianti. La ragazza promessa in sospeso (la neorealista) punta una pistola conto il Determinante. Interpreto la pistola come l’arma che puo’ sparare costrittiva regola o norma. La ragazza con la pistola minaccia il Determinante ma non spara, quindi, non le attua. Le due prime ragazze (l’Accogliente e la Neorealista) escono di scena. Nella nuova che rimane (la ragazza seduta prima della neorealista) non vedo agire nulla di chiaro: ne figura, ne forza. C”é solo  un indistinto agitarsi di emozioni  in dissidio. Fatto sta che mi sveglio  non sapendo proprio come sia andato a finire questo film alla Lina Wertuller: sempre ammesso che sia destinato a finire.

Datata

Caro Francesco

Ti racconto un sogno. Avevo l’intenzione di farlo già al risveglio, ma non mi era sufficientemente chiaro. Non che adesso lo sia del tutto. A braccia aperte, gioioso e con un gran sorriso mi sto avvicinando ad un giovane arabo. Sulla trentina. Magro ma non scarno. Bello perché maschio più che per i tratti. Non particolarmente alto. Rada la barba. Indossa jeans, ciabatte, e una camicia con dei disegni. Li direi arabeschi. Sul tessuto non sono particolarmente evidenti. Anche il giovane mi sta accogliendo a braccia aperte e con analogo sorriso. Un attimo prima di farsi abbracciare e di abbracciarmi, sempre sorridendo ma con fermezza mi dice: qua, non si bacia nessuno! Non capisco perché me lo dice e rimango disorientato, anche perché al suo posto sto abbracciando una barriera rettangolare. Sembra una porta, ma è leggermente più piccola. Non mostra maniglia e neanche serratura. E’ di color ruggine, quindi, la penso di ferro. Il giovane che non vedo più, lo suppongo dietro. Neanche io mi vedo più, tuttavia, sono ancora presente sulla parte destra della scena. Nel tentativo di capire cosa è e che senso ha, la sto guardando da qualche metro di distanza. La parte destra della scena del segno della Croce, è il luogo che dice la santità dello Spirito alla sinistra del Padre. Per quanto mi conosco dubito molto di stare nel luogo della santità dello Spirito. Il sogno me lo conferma, vuoi perché sono uscito di scena (pertanto non sono nel luogo) vuoi perché non sono vicino alla “porta”. Continuo a non vedermi, ma ora sento che gli sono davanti. Davanti, sento le emozioni sessuali di chi sta penetrando un corpo. In una barriera di ferro?! Sento che quella penetrazione è insoddisfacente, non potente. Da giovane non ho mai penetrato niente e nessuno. Se l’avessi fatto, però, sento che sarebbe stato così: titubante, oltre che virilmente poco dotata.

Perplesso, disorientato mi sveglio con un pensiero: “così non si fa”. Non so se conseguente a quello, ma provo un vago senso di colpa: un misto fra malinconia e un emotivo malessere. Si dice che i sogni siano messaggi degli spiriti. Ammessa l’ipotesi, chi era e/o di chi era quello spirito arabo? Penso di saperlo ma pensare non è sapere, quindi, tengo per me quell’intuizione. Cos’è un bacio, e cosa può significare “qui non si bacia nessuno?” Penso che il bacio sia ciò che è rimasto del cannibalismo. Il cannibalismo è bisogno di carne simile: rituale o solo alimentare che sia quel bisogno. L’evoluzione sociale e storica ci dimostra che dal bisogno di carne simile siamo passati al bisogno di valori simili: anche questi alimenti carnali perché provenienti dalla vita della carne. I valori non si devono “consumare”, così, per farli durare come alterno cibo culturale e/o proprietà (sentimentale e/o no che sia) con il bacio ne recitiamo la cena. Ammessa l’ipotesi, direi, allora, che quel giovane mi stava dicendo che non lo devo baciare (e che non mi avrebbe baciato) perché ciò avrebbe permesso il proseguo di una cena cannibalizzante. Visto che eravamo immagini disincarnate (il giovane ed io) di quale altra carne eravamo vestiti? Non mi resta che un’ipotesi: visto che eravamo vivi, eravamo vestiti di ciò che, dandoci vita ci faceva vivere. Siccome quello che ci fa vivere è lo Spirito, eravamo incarnati dalla sua forza. Il rifiuto del bacio, quindi, mi dice il rifiuto della cannibalizzazione fra spiriti. Lo stato di spirito di uno spirito trova vita e vitalità nei valori che persegue. Mi sono valori i discorsi sullo Spirito e sul Padre.

La corrispondenza fra spiriti (onirica o no che sia) avviene fra spiriti affini. Si può pensare, quindi, che fra lo spirito di quel giovane e il mio vi è (o vi è stata) dell’affinità sugli stessi temi? Per la stessa strada? Per gli stessi valori? Non lo so. Il sogno non lo dice. Quello che so, è che fra i rispettivi valori è stata posta una porta ferrea. Implicito lo scopo, direi: impedire che i valori di quel giovane finiscano cannibalizzati dai miei. Il divieto potrebbe avere un ulteriore scopo: impedire, tenendole separate, la sovrapposizione di identità su identità. La barriera che divide quello che è di uno da quello che è all’altro c’è sempre stata, oppure, l’autore del sogno (non ho idea chi) l’ha collocata in occasione del messaggio? C’è sempre stata, quella porta, non solo perché la ruggine ne diceva l’antichità, ma anche perché già la troviamo nelle parole di Cristo quando invita a dare alla terra quello che è della terra e al Padre quello che è suo. Beh: non con le stesse parole. Considera le mie, una sorta di licenza poetica. Tutti i sogni finiscono. Nel finire dei sogni finiscono anche i messaggeri? No, direi di no. Il sogno m’ha fatto vedere che si collocano (e/o la vita li colloca) oltre la porta dei valori; porta, che non avendo chiave e serratura, si può oltrepassare solo accettando l’abbraccio fra reciproci valori, e rifiutando ogni genere di cannibalizzante bacio fra valori. Vuoi vedere che il sogno mi sta anche dicendo quello che si dovrebbe fare nella ricerca di Comunione fra Religioni? Ti passo l’idea. Vedi tu. Concludendo: ammesso di aver capito il sogno e il suo messaggio, quale parte della favola mi riguarda? Mah! Una sola, direi, e cioè, devo proseguire da solo e da sveglio. Verso dove? Non lo so. Non sono ancora così sveglio.

spuntodue

Caro Francesco

In sogno o desto non so, ma qualche anno fa una bellissima voce femminile mi disse: cristiano_non cristiano, cristiano_non cristiano_ cristiano non cristiano. Non so, così, in quale veste ti scrivo. Sento di doverlo fare perché mosso dalla domanda che si è fatto (e che ha fatto) l’officiante della messa funebre per i terremotati: dov’è Dio? Non è la prima volta che lo tiriamo per la giacca! Lo facciamo ogni volta non vogliamo domandarci dov’è l’Io? Ammetto di non aver letto la risposta che si è dato e che ha dato perché in genere cela l’infantile accusa di mancato intervento. Preferisco pensare, invece, che abbia inteso domandarsi e domandare: dov’è Dio nel dolore provocato dai nostri errori. A questa, e all’accusa di non esserci mai quando occorre (neanche fosse un vigile!) provo a rispondere cominciando dal principio. Al principio della vita, il Principio che nominiamo Dio, è la vita che ha attuato il suo principio: la vita. Il Principio è, quindi, dove la vita è prossima ai suoi assoluti principi: il Bene, il Vero, il Giusto, dico io. Del Principio possiamo dire che è il Padre, e che il Padre ha generato la vita nella nostra a immagine della sua. Il rapporto di corrispondenza fra immagine e somiglianza, però, è solo fra principi, non, fra la sua figura e la nostra. Ammessa l’affermazione, ne consegue che è il Padre dei principi che hanno generato i nostri, non, dell’uso che ne facciamo. Trovo fuori fede, allora, star lì a chiederci se il Principio sia di qua o di là o chissà dov’è quando ci succede di cadere sotto le nostre croci! Dovremmo chiederci, invece, quanto la nostra vita è vicina alla Vita, e nella risposta, (sai bene chi cito) dare al Principio quello che è del Principio, e a noi, quello che è nostro! Lo so: essere spiriti di cosciente giudizio anche nel dolore non è facile e per niente comodo, ma se il Principio del Vero per quanto è Giusto al Bene ci ha originato a sua somiglianza, non ci vedo altra ragione! Scusami se ho alzato la voce. Mi succede ogni qual volta mi ritrovo a che fare con ministri che immaginano di poter curare i dolori della vita, applicandoci pietosi cerotti! Ti saluto con la speranza di non aver fatto la figura di chi non si è accorto di star discutendo in canonica.

spuntodue

Sogni, amori, topi.

Sogno l’Amato, qualche notte fa. Siamo abbracciati. Sento il suo desiderio. Non sento il mio. Da qualche parte una voce mi dice: lasciati andare, Vitaliano, lasciati andare. Dietro di lui una borsa aperta. Qualcosa di grigio si muove in quella borsa. Vedo uscire, uno, due, tre, quattro topi. Sento sorpresa, nessun senso di schifo, curiosità, il bisogno di capire. In genere, la figura del topo mette in disagio chi ha problemi con il sesso o con la sessualità. Il topo, però, è anche un roditore: è chi erode. Potevo dirmi, quindi, che l’invito a lasciarmi andare detto dall’Amato, in una “borsa” semiaperta conteneva degli elementi erosivi. Di chi? Per chi? Per cosa? Il giorno dopo mi contatta un quarantenne romeno. Bella figura. Ottimo operaio. Nessuna evidente traccia di violenza interiore. Ragazzo a suo modo, eppure maturo. Desidera le età come la mia. Molto riservato. Equilibrato. Non di primo pelo, anche se tende a pettinarlo mettendo la riga in mezzo. Aveva mal di schiena. Gli faccio un po’ di abracadabra. Gli passa. Le motivazioni della visita restano, però, fra i fatti capire ma non detti. Conosco quei generi di antifona. Gli dico ma non muovo la mia disponibilità. L’accoglie, ma non muove la sua. Così, stiamo come quelli che aspettano che ci sia più luce, o che si spenga del tutto. Spegnerla del tutto, non è da me, e nel che ci sia più luce, c’è anche di che chiudere gli occhi. Mi dice se conosco qualcuno che gli può andar bene. Con la richiesta può avermi fatto capire che per me la sua porta era socchiusa, oppure, socchiusa per altre possibilità. Non mi lascio andare. Ci sono dei topi. Venerdì prossimo lo porterò a ballare nello scannatoio dove vado di solito. Chi vivrà vedrà.

Datata Aprile 2008

spuntodue

Sogni e messaggi

Compero un orologio. Elegante. Non costoso. Ultimamente, il bracciale continuava a slacciarsi. Ci siamo, mi dico, le solite baracche! Fatto sta, che una mattina non me lo ritrovo più! Appena comperato! Cazzo!! Non so per quale ispirazione tiro su la manica: era allacciato al muscolo. Il sogno è stato vivissimo! Si crede che vi siano sogni mandati dagli spiriti. Non ci pongo la mia fede, però, più di qualche fatterello mi avrebbe confermato la credenza. Ebbene, cosa intendeva dirmi quello spirito? A mio conoscere, intendeva dirmi che il tempo è allacciato alla forza, appunto detta dal muscolo. Spirito basso, o spirito alto, quel messaggero? A mio conoscere, basso. Perché basso? Perché la sua opinione era collegata alla forza fisica, mentre c’è anche la forza mentale e quella spirituale. Questo significa che la forza fisica è bassa? No. Questo significa che il pensiero di quel messaggero è  ancora legato alla vita della sua Natura. Per Natura intendo il corpo della vita, o con altro dire, il suo contenitore. E’ contenitore basso se bassa la Cultura che contiene. E’ contenitore alto, (o elevato) se alta la Cultura che contiene. Bèh, mi direte, non ci pare tanto bassa, l’informazione che t’ha passato, da tanto la si può intendere anche in modo filosofico. Vero! Questo significa che i messaggi degli spiriti non hanno mai un’unica spiegazione. Men che meno, un unico fine. Si può dire, infine, un’altra spiegazione: il tempo ha l’ora della forza, e che la forza può cambiare la collocazione del tempo.

Ottobre 2007

Francesco d’Assisi?

Una sera di tempo fa, leggo un qualcosa di Francesco d’Assisi. Faccio tardi. Spengo la luce. Inizio gli accomodamenti che favoriscono il sonno. Chiudo gli occhi. Come apparsa all’interno della fronte vedo un’immagine un po’ da distante. Si avvicina o mi avvicino: non so. All’interno di una forma grigia vedo un volto. Fortemente irrequieto. muove lo sguardo verso più direzioni. Riconosco la forma grigia. E’ un abito da frate. Sarà per il colore, tipico dei monumenti esposti alle intemperie, o sarà perché niente muove quell’abito, lo sento come una specie di Vergine di Norimberga, da tanto quella figura mi comunicava una sofferente prigionia. Quando un abito indossa l’uomo, succede.  

Datata Settembre 2006