Francesco d’Assisi?

Una sera di anni fa leggo un qualcosa di Francesco d’Assisi. Faccio tardi. Spengo la luce. Inizio gli accomodamenti che favoriscono il sonno. Chiudo gli occhi. Come apparsa all’interno della fronte vedo un’immagine un po’ da distante. Si avvicina o mi avvicino: non so. All’interno di una forma grigia vedo un volto. Fortemente irrequieto. muove lo sguardo verso più direzioni. Riconosco la forma grigia. E’ un abito da frate. Sarà per il colore, tipico dei monumenti esposti alle intemperie, o sarà perché niente muove quell’abito, lo sento come una specie di Vergine di Norimberga, da tanto quella figura mi comunicava una sofferente prigionia. Quando un abito indossa l’uomo, succede.

apenna

Appena prima di svegliarmi, sogno…

Sto aprendo la cassetta della posta: è piena di carta grigia.
apenna

Simbolicamente parlando, il grigio rappresenta l’area fra la verità senza dubbi (quella “bianca”) e quella verosimile alla bianca tanto quanto il grigio è chiaro. Da cotanto grigiore emergono due fogli particolarmente bianchi. Uno grande e uno più piccolo. Sul grande, leggo: signor nome e cognome, lei non ha ricevuto il Nobel. Scritta in corsivo con inchiostro nero, il carattere (grande) è elegante e senza fronzoli. Verrebbe da dirlo quello di servizio di un mittente che cura la forma della sostanza che fa pervenire. Con lo stesso carattere e le stesse caratteristiche, sul foglio piccolo leggo: non è stata solo una scelta. L’affermazione mi suscita una marea di ipotesi: tutte verosimili e nessuna accertabile, quindi grigie nel senso sopraddetto. Mi sveglio un tantinello irritato, non tanto per il Nobel mancato ma perché quella parte della missiva m’ha lasciato nell’indefinito. L’ho perimetrato con la formula che uso in questi casi: que sera sera.

Sogni e messaggi

Compero un orologio. Elegante. Non costoso. Ultimamente, il bracciale continuava a slacciarsi. Ci siamo, mi dico, le solite baracche! Fatto sta, che una mattina non me lo ritrovo più! Appena comperato! Cazzo!!

apenna

Non so per quale ispirazione tiro su la manica: era allacciato al muscolo. Il sogno è stato vivissimo e colorato! Si crede che vi siano sogni mandati dagli spiriti. Non ci pongo la mia fede, però, più di qualche fatterello mi avrebbe confermato l’opinione. Ebbene, cosa intendeva dirmi quello spirito? A mio conoscere, intendeva dirmi che il tempo è allacciato alla forza, appunto detta dal muscolo. Spirito basso, o spirito alto, quel messaggero? A mio conoscere, basso. Perché basso? Perché la sua opinione era collegata alla forza fisica, mentre c’è anche la forza mentale e quella spirituale. Questo significa che la forza fisica è bassa? No. Questo significa che il pensiero di quel messaggero è  ancora legato alla vita della sua Natura. Per Natura intendo il corpo della vita, o con altro dire, il suo contenitore. E’ contenitore basso se bassa la Cultura che contiene. E’ contenitore alto, (o elevato) se alta la Cultura che contiene. Beh, mi direte, non ci pare tanto bassa, l’informazione che t’ha passato, da tanto la si può intendere anche in modo filosofico. Vero! Questo significa che i messaggi degli spiriti non hanno mai un’unica spiegazione. Men che meno, un unico fine. Si può dire, infine, un’altra spiegazione: il tempo ha l’ora della forza, e che la forza può cambiare la collocazione del tempo.

Ottobre 2007

I sogni sono messaggi?

Si, i sogni sono messaggi. Quasi mai, però, si riesce a sapere se provengono da una vita oltre, o se da un oltre del sognatore.

apenna

Finito il lavoro compio il giro delle solite cappelle: giornalaio, tabaccaio, birretta da un amico, tramezzini e birra scura al supermercato. Indi, all’ombra di non so che albero, mangio e leggo il giornale, poi, a casa. Sono quasi le cinque. Non ho voglia di niente. Vado a letto e sogno. Sono sul lavoro. C’è un giro di gioventù che corre lungo i porticati e staziona sul verde. Faccio un giro di controllo. Giocano buttandosi dietro della terra. Il pavimento del porticato è un bullonato nero. C’è terra da per tutto. La ragazzaglia mi vede arrivare e mi capisce al volo: scappa. Sul prato centrale, però, seduti sull’erba, ne rimangono alcuni fra carte e cartoni sparsi in giro. Non ci vedo più! Dite ai vostri amici, urlo, che questa è una proprietà privata, e che loro sono delle emerite teste di cazzo! C’è chi mi guarda ridendo. C’è chi mi guarda incazzato. C’è chi non mi fila per niente. Come non esistessi. Sappiamo cosa significa emerito, ma, quanti sanno cosa significa testa di cazzo? Provvedo per quelli che non lo sanno. Essere delle teste di cazzo significa sottomettere il principio del sapere (il vero) al principio del piacere (il bene) senza curarsi del giusto: principio della vita. Non è vero che non esistono più i valori. E’ vero, invece, che esistono le teste di cazzo e che stanno imperando!

Maggio 2007 – Luglio 2020

Sogni, amori, topi.

Sogno l’Amato, qualche notte fa: siamo abbracciati. Sento il suo desiderio ma non sento il mio. Da qualche parte una voce mi dice: lasciati andare, Vitaliano, lasciati andare.

apenna

Dietro di lui una borsa aperta. Qualcosa di grigio si muove in quella borsa. Vedo uscire, uno, due, tre, quattro topi. Sento sorpresa, nessun senso di schifo, curiosità, il bisogno di capire. In genere, la figura del topo mette in disagio chi ha problemi con il sesso o con la sessualità. Il topo, però, è anche un roditore: è chi erode. Potevo dirmi, quindi, che l’invito a lasciarmi andare detto dall’Amato, in una “borsa” semiaperta conteneva degli elementi erosivi. Di chi? Per chi? Per cosa? Il giorno dopo mi contatta un quarantenne romeno. Bella figura. Ottimo operaio. Nessuna evidente traccia di violenza interiore. Ragazzo a suo modo, eppure maturo. Desidera le età come la mia. Molto riservato. Equilibrato. Non di primo pelo, anche se tende a pettinarlo mettendo la riga in mezzo. Aveva mal di schiena. Gli faccio un po’ di abracadabra. Gli passa. Le motivazioni della visita restano, però, fra i fatti capire ma non detti. Conosco quei generi di antifona. Gli dico ma non muovo la mia disponibilità. L’accoglie, ma non muove la sua. Così, stiamo come quelli che aspettano che ci sia più luce, o che si spenga del tutto. Spegnerla del tutto, non è da me, e nel che ci sia più luce, c’è anche di che chiudere gli occhi. Mi dice se conosco qualcuno che gli può andar bene. Con la richiesta può avermi fatto capire che per me la sua porta era socchiusa, oppure, socchiusa per altre possibilità. Non mi lascio andare. Ci sono dei topi. Venerdì prossimo lo porterò a ballare nello scannatoio dove vado di solito. Chi vivrà vedrà.

Aprile 2008

Sogno e aggrovigliate ipotesi

Contrariamente a quanto avevo preventivato, verso le quindici ho preso il treno di ritorno da Firenze. Sarà stato anche perché ho mangiato un gelato prima di andare a dormire ma ho sognato di essere in un sito desertico. Stavo guardando tre figure vestite alla araba.

apenna

Le sentivo nemiche. Si stavano dando da fare per far crollare un mucchio di materiale su quello che mi pareva o una tenda, o una grotta. Ero distante da loro una cinquantina di metri. Commentavo quello che stavano facendo ad un qualcuno che era fuori dalla mia visuale ma spettatrice. Dal momento che non vedeva la persona che parlava trassi la conclusione che il collegamento doveva avvenire per radio. Per radio ai tempi delle crociate? Chissà perché ho pensato alle crociate. Non c’era nessun riferimento a quelle, nel sogno. All’improvviso, la parte di me fuori campo visivo non vide più la parte che era dentro. Anche la voce che proveniva da chi non vedevo si stava chiedendo dove era andato a finire il mio me che era nel campo. Ero balzato fra quelle figure. Mi vidi affrontarle in duello. Avevo una spada con la lama a mezzaluna. Con una sola mossa in verticale tagliai letteralmente in due un avversario. Misericordia, che botta, si disse la parte di me fuori campo. Credi, vedendo l’azione, venne anche a me l’istinto di far rientrare la testa nel collo, da tanto mi immedesimai con quello che era stato colpito. Premesso il detto: ”Ne uccide più la lingua che la spada“, potrebbe conseguirne che la spada non solo è una lingua con la quale chi ”di parola ferisce di parola perisce” ma è anche ciò che separa quello in cui penetra. Se la spada a mezzaluna è simbolo di quella Cultura, e se la spada è il simbolo di una lingua che divide ciò che è vero da ciò che non lo è, ciò significa che nella spiritualità araba ci sarà chi armato di quella lingua, separerà ciò che è bene da ciò che è male? Mah! Un altro arabo era dietro di me. Non mi si chieda come mi è stato possibile ma senza voltarmi lo tagliai per orizzontale all’altezza del posto che i sarti dicono “giro di vita”. Anche in quella vita, quindi, ho separato qualcosa: la Cultura della Natura (il sentire) dalla Natura della Cultura, il sapere? Ero affascinato dalla capacità tecnica del mio me che duellava ma anche inorridito. Soprattutto, dal fatto che nello scontro la capacità dei duellanti mi sembrò tanto impari da non essere un duello bensì un macello: non mi parve giusto.

Un movimento in verticale seguito da un movimento orizzontale è un segno a croce. Siccome il segno di croce è stato fatto con una lama araba se ne può concludere che uno Spirito arabo lotterà contro ciò che da Cristo e Maometto in poi si è falsato nelle due religioni: la Cattolica (per il segno della croce) e la Mussulmana per il segno dato dalla forma a mezzaluna della spada?

A lama alzata sino all’altezza della fronte (nel segno della croce, nella posizione del Principio della Vita, il Padre) mi posizionai per affrontare un terzo avversario. Con mossa così rapida che non seppi evitare, quello lanciò un coltello che mi ferì il polso sinistro.

Se la forza della Natura della mia Cultura di vita è stata ferita nella sua volontà (simbolizzata dal polso) evidentemente, essa non è stata di sufficiente spirito. Il coltello è un simbolo fallico. Ciò potrebbe significare che il piacere della mia Natura sessuale penetra la Cultura della mia vita ferendone la volontà?

Per quanto conosco di me, questa possibilità è successa e non è detto che non si ripeta. D’altra parte io sono ciò che so per quello che sento anche sessualmente. Modificare la mia identità sessuale è anche modificare quella culturale. Nulla di male se quel particolare del sogno fosse un suggerimento ma, e se invece fosse un condizionamento? Piano, con i sogni!

Per quanto ferito tanto da rendergli estremamente pericoloso il proseguo del duello, comunque tenendo la spada sollevata, la parte di me duellante resse. A piedi ben piantati per terra, si fermò in guardia. La parte di me fuori campo, non si sentì temere più di tanto per la vita della parte di me nel campo. Piuttosto, temette per il fatto che, vista la volontà ferita (”il polso, in quanto dirige il lavoro manuale, è anche il simbolo dell’abilità umana”) non avrebbe potuto scrivere. Su questa preoccupazione, per un attimo, si sovrappose la faccia fortemente maligna del mio feritore: un amante arabo dell’epoca. 

Scritta nel Marzo 2007 – Corretta e meglio chiarita nel  Novembre 2020

Testimone dell’ingarbugliata storia fra due spiriti

Siciliana, la location, quindi, terra di indubitabili masculi e dove certe cose si fanno come altrove ma non si dicono: tanto meno si mostrano.

apenna

Per chi non conosce il mio pensiero, dico spirito Determinante il maschile, e spirito Accogliente il femminile. Bellissimi tutte e due e somiglianti quelli che sogno. Dal che ne trago che sono spiriti affini. La figura del Determinante e’ scolpita. Più minuta ma scolpita anche l’Accogliente. Chiara la loro intenzione di promettersi ma, non solo sono in Sicilia (nel sogno, simbolo di omogenea e definita mentalità sociale) ma appartengono anche a due differenti classi. Sento che il Determinante proviene da una famiglia mafiosa, tuttavia, nulla mi fa intendere che sia asociale. Da che ambiente proviene lo spirito Accogliente  il sogno non me lo intendere. Ne traggo la conclusione che è uno spirito senza classe, con ciò intendendolo senza famiglia,  e/o ambito sociale costituito e  costituente. Mi domando: non ha nome di riconoscibile classe perché l’Accoglienza è la forza determinante (su ciò che è da accogliere) che fa classe a se’? Lo spirito Accogliente ha un sorriso birichino malizioso quando guarda l’amante Determinante. Il Determinante è in compagnia di altri masculi. Passa l’Accogliente. Con un sorriso che le gran marchette dei dentifrici se lo sognano, ciao, dice al Determinante. Sorriso da risposta spontanea quello del Determinante, ma subito gelato: e in compagnia. La compagnia lo circonda subito di malevola curiosità e di implicito rimprovero. Forse perché l’Accogliente non può manifestare per primo le sue emozioni se non trasformando il suo principio da Accogliente in Determinante, ed in ciò diventando il transculturale che può diventare il Transessuale a cui lo spirito Determinante può sorridere solo le paga il prezzo del rimprovero maschile? Cambio di scena! Il giovane del sogno é’ con una ragazza. Robustina, capelli lisci castani. Intuisco ma non so come che ha gli occhi cerulei. Gli sta chiedendo spiegazioni. Intuisco evasività nel Determinante. Non riesco a capire (sia nel sogno che ora) cosa rappresenti un ragazza che pare uscita da un film neorealista. La reale Accoglienza basata su prefissati schemi e ruoli sociali e/o culturali? Cambio di scena: la ragazza neorealista e seduta dietro a un’altra ragazza  a lei somigliante. Sono spiriti affini ma non eguali benché esteriormente somiglianti. La ragazza promessa in sospeso (la neorealista) punta una pistola conto il Determinante. Interpreto la pistola come l’arma che può sparare costrittiva regola o norma. La ragazza con la pistola minaccia il Determinante ma non spara, quindi, non le attua. Le due prime ragazze (l’Accogliente e la Neorealista) escono di scena. Nella nuova che rimane (la ragazza seduta prima della neorealista) non vedo agire nulla di chiaro: ne figura, ne forza. C”é solo  un indistinto agitarsi di emozioni  in dissidio. Fatto sta che mi sveglio  non sapendo proprio come sia andato a finire questo film alla Lina Wertuller: sempre ammesso che sia destinato a finire.

Datata

La Cesira

Colori vaghi. Preponderante il grigio. Sto uscendo da casa. In un leggero zainetto da pochi soldi, molto fiorato, metto delle cose. Non le vedo chiaramente ma sento che sono le chiavi, il portafoglio, documento d’identità. Non mi vedo uscire però mi ritrovo a cavallo della bicicletta e fermo nella leggera salita antistante il semaforo sulla strada che a sinistra porta al Ponte Navi e alla chiesa, e sulla desta in zona s.Paolo prima e in XX Settembre di seguito. Il zainetto mi cade.

apenna

Passa una donna. Lo raccoglie. Prosegue verso la s.Paolo. Fra il meravigliato ed il seccato, oltre perché impedito dal semaforo non verde, immagino, perché così lo sento, la chiamo, prima forte, poi più forte: Signora, SIGNORAAAA! Non mi sente? Non mi bada? Non può sentirmi? Non vuole sentirmi? Non lo so. Con lo zainetto sottobraccio, la donna si ferma poi sotto la pensilina delle fermate autobus. La raggiungo. Devo avergli chiesto la restituzione della borsa ma non mi sento mentre devo averlo fatto, ma la donna trattiene lo zainetto. Con forza. Tento di strapparglielo! E’ mio accidenti! La donna mi resiste. Perdo la pazienza! La prendo a schiaffi. Mentre lo faccio mi vedo le mani. Sono femminee. La donna mi guarda. Mi pare di conoscerla. Sembra la Cesira ma non pare la Cesira. E’ eguale ma è diversa. Mi guarda come se sapessi chi sono. Mi sorride. Con mestizia, appena prima che la colpissi. Sapeva quello che sarebbe successo? Doveva succedere quello che sarebbe successo? A fatto in modo che dovesse succedere? Non so. Sono domanda a posteriori, queste. Visto che con gli schiaffi non ottengo risultati, passo a più pesante metodo. Mentre con la sinistra tento di strappargli lo zainetto che la donna continua a trattenere con forza, con la destra la prendo a pugni sul volto! Sono pugni maschili. Mentre li guardo, mi domando con sorpresa da dove sono saltati fuori! Non li riconosco, evidentemente. Come se non fossero da me, o di me. Sotto i pugni la donna cade. Forse perché costretta a difendersi dalla caduta con le braccia, la donna lascia la borsa. Finalmente me ne approprio! Giunto allo scopo, mi giro e torno verso il Ponte Navi. Sento che dovrei chiamare un autoambulanza! Mi interessa e anche no. Sento che c’è mancanza di soccorso. Mi interessa e anche no. Sento, non più di tanto pesante, un senso di colpa. Delle fotocamere potrebbero aver ripreso la scena mi dico. Sto, indeciso, fra il preoccupato e no. Mi sveglio. Con la chiarezza della rivisitazione del sogno, si, riconosco la donna: è proprio la Cesira, mia madre adottiva!

aneolinea

cesira

aneolinea

Con tutto quello che ha fatto per me, io l’ho presa a botte! Perché “ognuno uccide quello che ama”?

Significati del sogno? Potrebbero stare in queste ipotesi. La borsa con i valori simbolizzano le proprietà della mia identità. Trattenendole ad oltranza, la Cesira mi impediva di appropriarmene, e per implicito, trattenere fra le sue braccia la mia crescita/indipendenza. Condizioni, che ho potuto attuare (con la sua caduta) solo dopo aver ferito con violenza i legami di dipendenza (forse oltre misura) fra una madre adottiva e un figlio riconoscente.

In madri, figli, amanti…

cimiteri, spiriti: amore e amorevolezza. Più di vent’anni dopo averla scritta ho tolto dalla stesura originale ogni superflua considerazione.

apenna

L’altra notte ho sognato l’Amato. Era a letto. Uno di quei letti in tubolare che si trovano negli ospedali o in isole comunitarie. In viso l’ho visto dimagrito. Pallido ma non cereo, e con la barba di più di qualche giorno. Lo ricordavo glabro! Dormiva ma non respirava. Sentivo il senso del mio corpo in modo vago. Come figura non c’ero presso il letto. C’era solo la mia capacita’ di vederlo. Mentre lo sto guardando, si alza molto rapidamente. Viene verso di me. Mi si mette di fronte, e all’altezza del petto (come se quello fosse il suo armadietto) estrae un paio di scarpe. Fatto questo si gira ed esce imboccando un corridoio. Mi sveglio avvertendo una sensazione di rimprovero. Neanche lo stessi abbandonando. Direi si e anche no. Non è vera perché è ben raro che passi giorno senza pensarlo, ma e’ anche vera perché (lo voglia o no) lo “vuole” la vita. A quella volontà si può opporre solamente chi vive di solo dolore, ma anche in quel caso, prima o poi la vita allontana da quella scelta, allontanando le emozioni che ancorano al dolore. Simbolicamente parlando le scarpe rappresentano gli strumenti atti al cammino. Siccome sono vecchie, quelle del sogno, allora rappresentano gli strumenti dei vecchi cammini. Quelli, cioè, che faceva prima che diventassi l'”armadietto” dove li aveva sentimentalmente rimessi. Se vera l’interpretazione, il senso dell’abbandono che ho provato al risveglio non riguardava il mio allontanamento da lui, ma, in toto o in parte, il suo allontanamento da me. Anche lui, pero’, non può diversamente.

Sogno con più amori

Sul tardi di qualche sera fa, dopo aver fatto l’amore con un amico arabo mi addormento, e sogno che sto facendo l’amore con un arabo.

apenna

Mentre lo sto facendo, lo sguardo mi cade sul pavimento: vagamente dorato con strani ghirigori in nero. Bello, l’effetto. Guardo meglio. Non sono ghirigori: è calligrafia araba. Mi viene da pensare che sia una pagina del Corano. Dal pavimento sollevo lo sguardo. Vedo un’ombra. E’ nera. Imponente. Mi viene da dirla, regale. Intuisco che porta un mantello che gli arriva ai piedi. Intuisco che porta un copricapo. Intuisco che è composto da un telo che non mi ricordo mai come si chiama: quello fermato da corde con dei nodi, mi pare. L’ombra mi guarda e sta, il tempo di scrivere sta, poi, la sua presenza cessa. Chi era? Cosa voleva? Cosa cercava? Cosa voleva farmi capire? Non ne ho la più pallida idea, ed anche se l’avessi, nulla potrebbe provarlo, quindi, in quel genere di messaggi (?) sappiamo solo quello che pensiamo di sapere.

Giugno 2008

Dal pene e dal male, oltre.

Avevo visto Nureyev a Verona, poco prima che mancasse. Passava per via Roma. Andava verso la Bra. Non avrei colto l’immagine di quello stangone se non m’avesse colpito la sua sciarpa: trascinata a terra. Forse non ci badava. Forse non se n’era accorto. Avrei voluto rincorrerlo e dirglielo, ma, si può rincorrere una stella solo per dirgli che la sua scia tocca il selciato? Così, non ho fatto nulla. Non ho detto nulla. Me lo rimprovero ancora.

apenna

L’ho sognato, una notte di anni fa. Era nel vagone di una Littorina. Non seduto e non in piedi, guardava oltre dei finestrini che immagino ma non vedevo, come neanche vedevo quello che vedeva Rudy. Davanti a lui una donna sulla cinquantina: placida, grossa ma non grassa, dai tratti dolci. Bionda con i capelli corti sotto un fazzoletto rosso con disegni. Diversamente da Rudy non ha mai guardato dai finestrini. Nel volto il sorriso di chi sa già sa quando e come dovrà e/o potrà scendere il viaggiatore che alle sue spalle si agita come un bambino davanti alla tenda del Circo. Il Rudy del sogno avrà avuto una trentina di anni. Forte, vitale, il volto virile (senza segni di malattia) era tornato alla bellezza che abbiamo conosciuto, e i sinceri, anche invidiato. Proprio stasera, cercando una sua immagine, ho letto che fu introdotto alla danza da una vecchia maestra: forse la donna del sogno ma ci credo poco. La vedo di più come madre, grande e russa, la donna del sogno. Il significato del sogno? Direi un desiderio di ritorno a questa vita. Non è esclusa la possibilità. Già una volta ha saltato la cortina!

 Dicembre 2007

Amore, amorevolezza, madri, figli, amanti, cimiteri, spiriti.

agirafreccia

Ho tolto dalla stesura originale ogni superflua considerazione Più di vent’anni dopo aver scritto la lettera.

asepara

L’altra notte ho sognato l’Amato. Era a letto. Uno di quei letti in tubolare che si trovano negli ospedali o in isole comunitarie. In viso l’ho visto dimagrito. Pallido ma non cereo, e con la barba di più di qualche giorno. Lo ricordavo glabro! Dormiva ma non respirava. Sentivo il senso del mio corpo in modo vago. Come figura non c’ero presso il letto. C’era solo la mia capacita’ di vederlo. Mentre lo sto guardando, si alza molto rapidamente. Viene verso di me. Mi si mette di fronte, e all’altezza del petto (come se quello fosse il suo armadietto) estrae un paio di scarpe. Fatto questo si gira ed esce imboccando un corridoio. Mi sveglio avvertendo una sensazione di rimprovero. Neanche lo stessi abbandonando. Direi si e anche no. Non è vera perché è ben raro che passi giorno senza pensarlo, ma e’ anche vera perché (lo voglia o no) lo “vuole” la vita. A quella volontà si può opporre solamente chi vive di solo dolore, ma anche in quel caso, prima o poi la vita allontana da quella scelta, allontanando le emozioni che ancorano al dolore. Simbolicamente parlando le scarpe rappresentano gli strumenti atti al cammino. Siccome sono vecchie, quelle del sogno, allora rappresentano gli strumenti dei vecchi cammini. Quelli, cioè, che faceva prima che diventassi l’”armadietto” dove li aveva sentimentalmente rimessi. Se vera l’interpretazione, il senso dell’abbandono che ho provato al risveglio non riguardava il mio allontanamento da lui, ma, in toto o in parte, il suo allontanamento da me. Anche lui, però, non può diversamente.

Ho sognato Osama Bin Laden

Ci trovavamo in salita su pietroni color cioccolato al latte. Laden mi precedeva di un paio di passi. Sul volto aveva un sorrisetto che non mi piacque. Mi irritò anche al risveglio. Sarà anche perché, da buon Ariete, tendo al paranoico.

apenna

Non m’avrebbe irritato, quel sorrisetto se l’avessi visto sul volto di un mistico con lieto spirito ma da un terrorista a me che non spauro nessuno?! O è per questo? M’ha ulteriormente irritato perché mi è parso quello di chi è compiaciuto di sé. Di essere un passo innanzi? Per quanto lo conosciamo, tutto si può dire del Laden fuorché mistico; e se invece a suo modo lo fosse stato? Mistico è chi tende ad elevare i principi della vita umana a quelli della divina. Anche l’Islam ha i suoi mistici. Fra i mistici islamici alcuni hanno cercato i principi della vita divina servendosi della poetica comunque espressa. Il Messaggero, invece, guidato, fortificato e ausiliato dal Soggetto delle sue esperienze medianiche, anche con scritti oltre che per guerre. Non penso a un Laden guidato da uno spirito ulteriore. Non perchè ne escludo la possibilità, ma perché non posso provarlo. E’ chiaro al mondo, invece, che è stato guidato dal messaggio del Messaggero. Se non mistico per diretta elezione, quindi, è stato certamente mistico per ricerca dei principi indicati dal Profeta. Considerazioni a parte, che ci facevamo il Laden ed io su quel costone di rocce assolutamente nude? Direi ovvia la risposta: stavamo salendo dal sasso (dove eravamo arrivati) verso la cima di un monte che il sogno non faceva vedere a me e neanche a Laden. Perchè mai il Laden guardava me, mi sono chiesto al risveglio. Per vedere se lo seguivo verso la cima, o per vedere quanto non lo seguivo? E quel compiaciuto sorrisetto, cosa confermava? La prima ipotesi o la seconda? E che ci facevano un diverso cristiano e un diverso mistico sulla stessa salita? Per far capire che solo (o anche) la vita diversamente comune può percorrere la stessa strada verso la cima del Monte? Tutta, o sino a dove arriva come mostrato dal sogno? E perchè il sogno non l’ha mostrata? Perchè il sasso raggiunto (particolare del Monte universale) ci ha mostrato quale posizione della mistica salita abbiamo potuto raggiungere, e quindi, altro non potevamo vedere non avendo finito il percorso? E se invece di compiacimento (come inizialmente interpretato) fosse stato di amicale tenerezza? Al risveglio avevo escluso l’inspiegabile sensazione sia a causa della mia arietina paranoia, sia perché non so spiegarmi su quali corrispondenze di vita si sia costituita.  Se non di vita, su quella della ricerca della cima di un Monte che ci porta verso la stessa salita, indipendentemente, dalla rispettiva Cultura di partenza? Di questa ipotesi, nulla nel sogno mi ha fatto capire se è una conferma o una speranza.

Datata – Meglio mirata nel Giugno 2020

Era bella la luce e fresca l’aria

Sto lavorando nella cucina di un un ristorante di una certa importanza. Sono stanco. Non ne posso più. Mi cade l’occhio su di una nota. E’ indirizzata a me. La leggo ma non ci capisco niente. E’ firmata da un certo Tosi.

apenna

Chiedo chi è ad alcuni del personale ma non sanno dirmelo. Infine, indicato da un lavapiatti, senegalese per tratti, dopo tanto vagar lo trovo. Dopo aver letto la nota che gli ho riportato, mi chiede se sono disponibile a qualsiasi orario. Gli dico di si. Più tardi gli confermo che non c’è la farei. Non ho ancora mangiato nulla. Apro un frigo per prendere un qualcosa: e’ stracolmo. Sono tutti avanzi. Prendo del formaggio da un involto pieno di pezzi. Sembrava del Taleggio: era pieno di muffa. Con quello, un paio di grumi intinti in una salsa verde. Esco con quel po po’ di menu, e mi siedo ad un tavolo, messo sotto un albero senza foglie ma era bella la luce e fresca l’aria. Al tavolo di fronte al mio sono seduti quattro giovani. Li guardo. Non più di tanto. Non mi notano. Ciarlano ma non li odo.  Chino il capo sul merdaio di cibo che ho tolto dal frigo e comincio a mangiare. Mentre lo faccio, sento un canto corale. Bello si, ma non mi prende, così, mi rimane sullo sfondo. Inaspettata, dallo sfondo che trascuro emerge una voce. Mi blocco. La cerco. Viene da un morettino che avevo appena notato. E’ sui vent’anni. Capelli neri ma lisci. Il taglio della barba gli evidenzia il volto marcato e bellissimo! Non sta guardando gli amici mentre canta tenendo la sedia in bilico. Non sta guardando neanche me. Come tutti quelli che avrei potuto amare, d’altra parte. Cosa dirvi di quella voce se non che era angelica, ma non bianca. Sento che è una romanza. Non per donna. Non per me. Mi sarei tagliato un braccio perché lo fosse. Par che canti sulla sua vita. Forse di più, par che canti la vita. Non vedevo l’ora che terminasse per applaudirlo. Per fargli vedere che c’ero anch’io! Mi sono svegliato prima.

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Maggio 2009

Ero in un albergo mi racconta un amico

Ero in un albergo con arredamenti stile anni 70, al mare, in un posto che potrebbe essere Jesolo o Bibione. Ero assieme a mia moglie e ad una comitiva abbastanza numerosa, composta principalmente da amici che frequentiamo abbastanza spesso. In questa comitiva c’eri anche tu, da solo e vestito elegantemente, perlomeno più elegantemente di noi che eravamo molto “casual”.

apenna

Dovevamo partire tutti, credo per tornare a casa dopo una vacanza. Una nostra amica, parte del gruppo, aveva pensato bene di passare in tutte le nostre camere, prendere i bagagli di ciascuno, aprirli, svuotarli, e disporre su una lunga serie di scaffalature poste nella hall dell’albergo tutti gli effetti personali,ordinatamente catalogati per tipo. C’erano per esempio tutte le scarpe, poi tutte le calze, eccetera. L’ultimo scaffale ospitava tutte le valigie. Eravamo quindi tutti affannati a recuperare i nostri effetti per rifare le valigie e partire, credo ci fosse anche un pullman (un destinato vivere) che ci aspettava fuori. La cosa mi metteva molto in ansia, anche  perchè naturalmente non riuscivo a trovare nessuna delle mie cose. A un certo punto ho notato che in tutto questo bailamme l’unico che rimaneva tranquillo, seduto ad un tavolino del bar a sorseggiare qualcosa, eri proprio tu. Mi sono avvicinato per chiederti se avevi già finito la tua ricerca, ed ho scoperto che eri molto triste. Mi hai detto: “Cosa vuoi che mi interessi delle valigie, ho problemi più importanti da risolvere!”. Hai aggiunto che comunque apprezzavi molto che io fossi venuto a chiederti come andava, e hai voluto regalarmi i due famosi medaglioni, dicendomi che li avevi fatti con le tue mani. I medaglioni erano appesi ad una parete dell’albergo, avevano un po’ di polvere sopra. Non ricordo nulla di come fossero fatti, so solo che avevano dei nastri molto grossi e colorati, di una fattura che sembrava africana. Uno dei due aveva anche una fibbia sul nastro, questa la ricordo invece bene, era di legno a forma di croce.Ti ho ringraziato e sono tornato alle mie ricerche…Più o meno questo è stato il sogno, naturalmente ho cercato di seguire un filo nel racconto ma come ben sai i sogni sono molto più confusi è indefiniti di così. Deve essere stato l’ultimo sogno prima del suono della sveglia, perché quando mi sono alzato ne avevo un ricordo molto preciso. Ero stupito che tu fossi presente nel sogno, tant’è vero che ho preso subito il cellulare per mandarti il messaggio di saluto.

aneolinea

Prima di dirti la mia interpretazione del sogno sento necessario precisarti quanto segue:

aneolinea

la verità è come un arancio. Per quanto posta vicino agli occhi non la vediamo tutta. Ogni parola è fonte di emozioni. Non per questo sento le tue. Ne consegue che interpreto le tue parole secondo le mie. Ciò può generare delle incomprensioni. Diciamo che i sogni sono messaggi. Non sappiamo da quale stato della vita provengono. Tanto meno chi li ha scritti. Non è escluso neanche che l’abbia composto lo stesso sognatore. Per capire un sogno, un sognatore può necessitare della parola di un altro sognatore. Penso sia per questo che mi hai messaggiato. 🙂 Premesso questo, ti dirò le mie conclusioni punto per punto.

… premesso che nei giorni scorsi non ho visto nè letto nè sentito nulla che mi potesse in qualche modo farmi venire in  mente la tua persona, ti racconto brevemente il mio sogno di questa notte.

Al proposito, per parafrasi ti ricordo Pascal: la vita ha delle ragioni che la ragione non conosce. 🙂

Ero in un albergo con arredamenti stile anni 70, al mare, in un posto che potrebbe essere Jesolo o Bibione.

La collocazione non è il luogo, ma uno stato d’animo vissuto in un dato luogo: quello della giovinezza, ad esempio, e/o quello di una serena vitalità, o altri analoghi casi.

Ero assieme a mia moglie Carla e ad una comitiva abbastanza numerosa, composta principalmente da nostri amici che frequentiamo abbastanza spesso. In questa comitiva c’eri anche tu, da solo e vestito elegantemente, perlomeno più elegantemente di noi che eravamo molto “casual”.

Come sai, per “vestiti” si intendono anche gli “abiti culturali”. Se casual i tuoi e quelli degli amici, ne consegue casual anche gli abiti culturali. Perché casual? A mio “vedere”, sono casual gli abiti culturali non artigianali. Quelli, cioè, non “cuciti” (pensati) con le proprie mani nel senso dalla propria mente e dal proprio spirito. Necessariamente più eleganti quelli fatti in proprio, sia sotto l’aspetto taglia, che per la scelta dei “tessuti” (intendi materie culturali e/o spirituali) che per i colori: i toni delle “coloranti” emozioni: rosso per il sangue, verde per la speranza, ecc,ecc.

Dovevamo partire tutti, credo per tornare a casa dopo una vacanza. Una nostra amica, parte del gruppo, aveva pensato bene di passare in tutte le nostre camere, prendere i bagagli di ciascuno, aprirli, svuotarli, e disporre su una lunga serie di scaffalature poste nella hall dell’albergo tutti gli effetti personali,ordinatamente catalogati per tipo. C’erano per esempio tutte le scarpe, poi tutte le calze, eccetera. L’ultimo scaffale ospitava tutte le valigie.

Questa parte del sogno motiva più interpretazioni perché è complessa.

L’ultimo scaffale ospitava tutte le valige.

Cosa ti ha fatto pensare che sia stato l’ultimo scafale? Perché era in fondo? Può essere in fondo, però, quello che è stato strutturato al principio. Al principio, il Principio ha strutturato la Natura della vita. Ne consegue, direi, che quello scafale la rappresenta. La Natura della vita, infatti, è il luogo e/o stato dove riponiamo le valigie (corpi e/o stati)  che contengono i nostri abiti culturali. Per altro significato, le si può intendere anche come coscienze, sia nel nostro in fondo, sia in fondo perché prime.

Una nostra amica.

Amica dice lo stato di corrispondenza fra la tua vita e quella vita. Se amica, è anche affettiva. Amica dice lo stato femminile della vita che quella figura rappresenta. Principio di vita della donna è l’Accoglienza. Se ti è amica, è chiaro che ti accoglie in ragione della reciproca affettività. E’ un’accoglienza, però, che sente il bisogno di mettere ordine nella tua accoglienza. Ti è noto, che l’accoglienza femminile è anche maschile (a livello mentale) tanto quanto determina l’ordine da accogliere. Dove non vi è, il carattere maschile nel femminile (come l’opposto) lo pone. Nello stato spirituale della vita non vi è separazione fra l’Accoglienza femminile e Determinazione maschile. Si può dire pertanto, che quell’amica (accogliente_determinante, quanto determinante_accogliente) potrebbe essere una proiezione del tuo essere: spiritualmente accogliente_determinante come determinante accogliente. Con altro dire, è quello che tu sei ma che forse ancora non sai, o se sai, quanto, perché o come il tuo essere ha vissuto o non vissuto quegli stati che Lei_tu, nel sogno sta ordinando e/o che nella realtà dovresti ordinare.

Eravamo quindi tutti affannati a recuperare i nostri effetti per rifare le valigie e partire, credo ci fosse anche un pullman (un destinato vivere) che ci aspettava fuori. La cosa mi metteva molto in ansia, anche  perché naturalmente non riuscivo a trovare nessuna delle mie cose.

Certo, non trovavi più le tue cose perché l’amica spirituale che sei te le aveva ordinate diversamente, e quello che culturalmente sei non le vedeva_riconosceva più perché non più casual_mente messe come fatto sinora.

A un certo punto ho notato che in tutto questo bailamme l’unico che rimaneva tranquillo, seduto ad un tavolino del bar a sorseggiare qualcosa, eri proprio tu. Mi sono avvicinato per chiederti se avevi già finito la tua ricerca, ed ho scoperto che eri molto triste. Mi hai detto: “Cosa vuoi che mi interessi delle valigie, ho problemi più importanti da risolvere!”.

Simbolicamente parlando, della “valigia! si può dire che è il “contenitore” dei nostri culturali e spirituali contenuti, pertanto, è come se ti avessi detto, cosa vuoi che mi interessino le valige, a me interessano i contenuti! Ed è vero.

Hai aggiunto che comunque apprezzavi molto che io fossi venuto a chiederti come andava, e hai voluto regalarmi i due famosi medaglioni, dicendomi che li avevi fatti con le tue mani. I medaglioni erano appesi ad una parete dell’albergo, avevano un po’ di polvere sopra. Non ricordo nulla di come fossero fatti, so solo che avevano dei nastri molto grossi e colorati, di una fattura che sembrava africana. Uno dei due aveva anche una fibbia sul nastro, questa la ricordo invece bene, era di legno a forma di croce.Ti ho ringraziato e sono tornato alle mie ricerche…Più o meno questo è stato il sogno, naturalmente ho cercato di seguire un filo nel racconto ma come ben sai i sogni sono molto più confusi è indefiniti di così.

Dipende! Un sogno è confuso e/o indefinito tanto quanto è confuso e/o indefinito un messaggero altro come anche il messaggero che potresti essere tu. Non so dirti nulla circa l’impressione africana dei medaglioni. Se pensiamo ad un Africa come luogo primigenio della vita, e se penso che anche i miei trinitario_unitari concetti lo sono, allora, una certa attinenza potrebbe esserci, Sulla fibbia che chiude il nastro? Dici che è di legno. A mio vedere, una croce (indipendentemente dal materiale) simbolizza il peso della Natura sulla vita della Cultura: è un peso che può far cadere in ginocchio lo spirito: sai bene a chi è evangelicamente successo. La fibbia in legno, allora, potrebbe rappresentare l’inizio e il ritorno di ogni genere di cordone. Mezzo, appunto, che chiude il giro collegando un principio con il suo principio. Visto così la cosa, la croce e il cordone simbolizzano la metempsicosi della vita.

Deve essere stato l’ultimo sogno prima del suono della sveglia, perché quando mi sono alzato ne avevo un ricordo molto preciso. Ero stupito che tu fossi presente nel sogno, tant’è vero che ho preso subito il cellulare per mandarti il messaggio di saluto.

Non essere sorpreso della mia presenza: ogni particolare è nell’Universale. Il tutto che tutti siamo, si particolarizza (via sogno e/o con altri mezzi) tanto quanto è particolarizzato un bisogno. Cosa renda particolarizzato un tuo bisogno  non mi è dato di capire. Capisco, invece, che la Hall dell’Albergo rappresenta una stanza culturale e spirituale e che è parte dell’Albergo (la vita) che ci alberga nella sua Natura come anche nella sua Cultura e nel suo Spirito. Vita, è stato di infiniti stati di vita, quindi, la vita che ci Alberga, nella nostra vita si alberga. Per quanto non poco, questa parte del sogno non mi indica altro. A proposito dei medaglioni che ti ho dato: erano appesi alla parete (scrivi) quindi, sotto gli occhi di tutti. Anche dei miei discorsi dico che sono sotto gli occhi di tutti. ed è appunto per questo che sostengo di affermare che non dico nulla di nuovo. Stanno appesi ad una parete della stanza culturale e spirituale che è la vita da non si sa quanto. Lo dice la polvere (del tempo) che portano sopra e che tu hai visto. Interpreto i medaglioni come attestati_ premio. Li diamo a chi ha vinto qualcosa fuori di sé (nella realtà al vincitore di una gara di qualsiasi genere) oppure, nel caso di questo genere di sogni, a chi ha vinto una gara tra due parti di sè in conflitto_contesa. Nei miei discorsi tratto la vita secondo Natura, secondo Cultura, e secondo Spirito. Direi allora, che te li ho dati perché hai vinto una gara (o conflitto_contesa) in due di quegli stati, e cioè, nella Natura e nella Cultura. Visto che questi pensieri li ho fatti io, ho dato io anche i medaglioni. Non ti ho dato il medaglione dello Spirito, perché quello lo può dare solamente lo Spirito: potenza della vita sino dal principio è dello stesso Principio, oppure, dartelo da te! Questo, però, è permesso solo agli spiriti esaltati dalla propria forza (forza nel senso di vitalità e di vita naturale quando non la culturale), quindi, anche in questo caso non puoi essere tu che ti premi. I medaglioni sono grandi, sia perché sono grandi i principi della vita che dico, sia perché di grande misura la contesa_ conflitto che hai superato in questo tuo momento di vita. Un’ipotesi non esclude l’altra. Vita vuole, però, che non sia mai finita, e che, quindi, mai finite le gare da superare. Che sia per questo che mi è stato possibile darti dei medaglioni ma non l’alloro? 🙂 🙂  Mi sa allora, che almeno al momento dovrai accontentarti dei medaglioni che si danno ai padovani perché Gran dottori! 🙂 🙂 Nel salutarti caramente ti chiedo il permesso di editare questo sogno nel Blog. Senza il tuo nome, ovviamente. Altro non c’è che ti possa far riconoscere. Ciao, Vitaliano.

Sei come un gattino

mi scrive e mi dice una firma nota. Al risveglio, non ricordo più di chi la firma.

apenna

Oltre che avermelo scritto me lo legge: maschile la voce. Mi dice: sei come un gattino che non sa come scendere dall’albero. Sorrido all’immagine e mi sveglio. L’immagine gattino mi dice che nei miei confronti il commentatore ha i sentimenti affettivi che si prova verso soggetti in tenera età. Simbolicamente parlando, la tenerezza data dall’età minore ha diversi significati: vuoi degli stati mentali (tenerezza come sottintesa immaturità) vuoi di quelli culturali (tenerezza come sottintesa ignoranza) vuoi di quelli spirituali: tenerezza come sottintesa infantile vitalità dello spirito. Per quanto riguarda l’albero, per me c’è un solo Albero: ed è quello della vita. Il commentatore non me l’ha detto ma se mi conosce, cioè, se mi sente, non può non condividere l’idea. Ne consegue che mi vede in cima alla vita: cima che si può intendere anche come fine. Non mi dice se sono spaventato, preoccupato (ecc. ecc) di stare lì. Neanche mi dice come ci sono salito: solo constata che l’ho fatto. Dice, però, che se non so come scendere, e neanche perché lo devo. E se non volessi? Recenti analisi hanno rivelato che ho due rogne ai lati dell’encefalo (ancora benigne); che il diabete (con tutte le sue altrettanto rogne) è passalo da 1 a 2. C’è ben poco da fare per un cuore con battito atriale; che senza Coumadin (come anche malgrado il Coumadin) sono soggetto a ictus oppure a infarto: mortali o parziali lo si sa solo dopo. Senza alcun genere di timore, prendo atto della mortalità in sospeso. Certo! Tutti viviamo in sospeso. In ragione, però, (chi più e chi meno) di infiniti stati di conoscenza e di accettazione. Almeno statisticamente parlando, un giovane meno, un anziano di più. Nella realtà, quando capita capita. Se l’accettassimo come il sereno destino di tutte le età più o meno coscienti, vivremmo meglio sia il nostro esserci che il nostro dipartire. Considerazioni sulla morte a parte, torno a quelle su di me. Come scritto prima, della mortalità non temo il finire, temo, tuttavia, il come. A maggior ragione perché dovrò essere assistito da mestierati. Questo mi preoccupa, appunto perché prima o poi a terra dovrò pur scendere, e quindi, che lo voglia o no, accettarli, spaventato come un gattino? Per quanto mi conosco, no.

Sei ancora vivo? Io sarei morta stecchita.

Ti racconto un sogno. Mi trovo all’interno di una sala. Sembra un teatro. Sono in “piccionaia”. La luce è grigia. Tutto e tutti sono grigi. Per un attimo mi vedo. Anch’io sono grigio.

apenna

Procedo camminando fra persone. Riconosco la faccia di qualche assessore. Di un politico imbecille in particolare. Traggo la conclusione di essere nella sala conciliare. Passando, i presenti mi mettono in mano dei pezzi di stoffa. Li guardo. Sono cravatte. Sono annodate. Le riguardo. Si stanno sciogliendo. Le restituisco. Mi sveglio. Ora, vediamo di mettere ordine. Il collegamento con la frase che hai lasciato era complicato anche per me. E’ un’esclamazione, infatti, che ha più di un significato. Ho creduto di trovarlo in questo: Cacchio, perdamasco, con tutto quello che ti è successo, non ti hanno fermato: discorsi, persone o altro che sia. – Per quel pensiero, il sogno che ti ho raccontato dice che non mi si ferma perché i nodi che mi si porge, si sciolgono da sé. Dici: cosa c’entra questo sogno con la tua esperienza terribile del letto che si muoveva? Non centra niente. Sei tu che stai accostando delle esperienze dette in post diversi. Terribile quella del letto, dici? Sinceramente no! Passata la prima sorpresa, a me veniva da ridere. Mi dicevo: speremo che quei da basso no i senta sto casin?! Immaginali, quelli di sotto, mentre pensano che di sopra si sta facendo sesso tanto da far vibrare il letto! Invece, c’ero io e chissà chi. Forse un certo birbantello ma nella medianità non c’è possibilità di verifica ed è meglio non cercarla. Quando il letto si muoveva ero sveglio. Ciao

Novembre 2006

Ah! E’ lei perdamasco: il mitomane!

Sogno la spedizione di uno scritto. Come si diceva degli inglesi in guerra, è centrato solo al terzo colpo. A molto ho creduto. In una sola realtà credo. Nei mezzi postali mi rassegno. Telefono, allora, per sapere se hanno ricevuto il testo ultimo.

apenna

Mi risponde una voce di donna. Ilare. Argentina. M’ha fatto venire in mente il suono del campanellino che alla messa annuncia l’elevazione. In tono più profano, ovviamente; e questa voce, fra il ridere ed il sorridere, mi dice: ah, è lei il perdamasco, il mitomane. Mi sveglio. Secondo i miei più attendibili spiriti guida, (il Devoto e Oli), mitomania è tendenza, non necessariamente patologica, ad accettare come realtà, in modo più o meno volontario e cosciente, i prodotti della propria fantasia e a raccontarli come veri allo scopo di attirare su di sé l’attenzione altrui e soddisfare così la sua vanità. E’ vero? Non è vero? Vorrei poter dire che non è vero, ma dovrei sapere cosa lo è. Nel dubbio, mi assolvo. Il sospetto di dirmela e di farmela m’ha sempre accompagnato, a dire il vero, ma non sapendo e non potendo accertare se vero sospetto da vera realtà, ho sempre agito come se fosse vera realtà, quella che sostengo non appartenente alle conoscenze che ho avuto prima di cominciare la mia strada. Se mai sono mitomane, certamente lo sono come chi indossa una divisa. E’ certamente vero che se l’opera di chi indossa un mito, è degno del mito, la mitomania dell’indossante viene meritata per osmosi. Osmosi, chiedo ai due saggi. Mi dicono: “L’influenza reciproca che individui o elementi contigui esercitano uno sull’altro; anche, spec. in campo culturale, compenetrazione scambievole di idee, atteggiamenti, ecc. Dal gr. ósmós ‘spinta’, mi dicono i miei due consiglieri. Di essere un influito da l’Oltre l’ho sempre creduto e l’ho detto anche più volte. Naturalmente, quello che io credo, mica necessariamente è. Se non dall’Oltre su cui dubitare, da chi, allora? Potrebbe essere da un’altra parte della mente? Certo. Lo potrebbe, ed essendo altra da quanto conosciuta, anche questa ipotesi convaliderebbe la presenza di un Oltre, con la differenza però, di essere un oltre interno, non oltre la tangibile realtà. Ci sono risposte certe a questi certi dubbi? Temo di no. Vuoi perché proprio non ci sono, vuoi perché ci si rifiuta di prendere atto della non esistenza di risposte certe ogni qual volta vi è in ballo una vivificante credenza. “La vita si serve degli strumenti che trova” mi disse una voce nella mente. Ero in macchina con l’Amato, e due amanti (un ballerino sieropositivo e un tantinello fuori, e il compagno, all’epoca, al di la di ogni regola: non tanto perché irregolare, bensì, perché da gioviale pirata. Allegrotti e su di giri stavamo andando a ballare. Anche in quel caso, da quale oltre è pervenuta quell’affermazione? Non c’è definitiva risposta, al più un certo rilievo: la vita non porta orologio.

Sogni: comunicazioni con ami da pesca

Mi sto avvicinando ad un grande albero. Lo vedo forte di tronco e di rami, ma, con quasi tutte le foglie a terra. Pur macchiate da parassiti, le foglie sono ancora verdi.

apenna

C’è n’erano di accatastate al tronco, sotto i rami, e portate dal vento, sparse per il campo. Come non bastasse, confuse con quelle dell’albero del campo e di quella proprietà, c’è n’erano anche di altri campi e di altre proprietà! C’è n’erano anche di altri alberi. Ho sentito che dovevo raccogliere tutte le foglie, portare all’albero anche quelle più sparse e di altre proprietà, distinguere quelle dell’albero da quelle di altri alberi, attaccare ai rami quelle di appartenenza, badando di metterle secondo l’ordine di crescita, cioè, più vicine al tronco quelle mature, e lontane quelle di vita appena crescente. D’innumerevole quantità, le foglie. Inizio. Mi sveglio.

L’amore fra dire e sentire

All’improvviso (non saprei dirti se nel sonno o nei momenti che lo precedono o lo finiscono) mi sono trovato davanti ad una giovane donna. Indossava una camicetta bianca. Aperti sul collo, i primi due bottoni. L’immagine, la vedevo solo a mezzo busto.

apenna

I suoi capelli erano corti, biondi e ricciolini. I lineamenti del suo viso erano morbidi. Gli occhi (vividi) non blu ma più intensi dell’azzurro. Mi guardava non come si guarda un amico e non come si guarda un amante, ma, certo, come si guarda chi ci è motivo d’amore. Sentivo che ciò che la rendeva stupenda era esattamente quel motivo, anche se, proprio non saprei dirti il perché lo trovasse mentre guardava me.

Non chiedermi come si guarda chi ci è motivo d’amore. Vuoi perché quando guardo i miei, certamente non mi vedo (al più mi sento) vuoi perché non sono mai stato guardato così. Forse è per questo che lo sguardo di quella donna lo dico d’amore. Non perché lo so, ti ripeto, ma perché è quello, lo sguardo, che testimonia il raggiungimento della nostra suprema speranza: essere amati come si ama.

Quella donna aveva un bambino in braccio. Lo avresti detto: tutto sua madre! Anche lui mi guardava con lo stesso incantamento. Sapevo (perché lo sentivo) di ricambiare lo stesso modo e lo stesso stato di intensità verso ambedue.

Diversamente da altri sogni (li interpreto come messaggi di spiritualità) nei quali sento che non è tempo e/o non ho tempo per restare lì, di fronte a loro non me ne sarei mai andato ed il doverlo fare l’ho sentito come uno strappo nella zona del petto dove terminano le costole e che credo si chiami plesso solare.

Come quello che ho sentito in quel sogno, nulla, se non un eguale sentimento, potrebbe reggere l’idea dell’amore (intensa comunione) che quella donna rappresentava presso di me. Era un’idea così elevata che potrebbe anche riuscire a confinarmi in un limbo d’impossibilità ad amare qualcosa di più terra – terra se non fosse perché, non in conflitto da affermazione di uno sull’altro ma in parallelo, vivo abbastanza serenamente sia il mio ideale che il mio reale: ciò che sono per quanto sento di ciò che so.

Certo è, che da quella notte, mi è diventato più difficile credere di saper scrivere sull’amore: neanche per recita. Per quanto amante del teatro ti sento donna non amante del teatrante. A maggiore ragione, nel momento che stai attraversando. Scrivere d’amore ad una persona che in questo momento sembra non amarsi (tanto è usa svilirsi) potrebbe essere come offrire una importantissima cena a chi ha grandi bruciori di stomaco.

Certo, si può invitare a cena chi non è in grado di mangiare (l’amore è un alimento) o perché non si è sensibili alla vita altra, o per il solo piacere di ascoltarsi presso l’altrui sensibilità, ma, ambedue questi aspetti della vanità non mi appartengono:  almeno non credo.

A chi vive certi stati di dolore, più che dirgli su ciò che uno/a brama, mi appartiene di più l’idea di abbracciarlo, ma, se mi è spirituale, non mi è naturale e ne culturale abbracciare te. Non perché tu dei donna ed io un certo tipo d’uomo ma perché sento che in te vi è conflitto fra l’identità di Enza donna (quella che vive il giorno alla luce della sua ragione) e l’entità di Enza bambina: la romantica che vive la notte alla lunare luce dei suoi desideri amorosi.

Ma, cosa non può più ottenere la parte di Enza che è ancora bambina? Direi, necessariamente, che non può più ottenere di essere amata secondo il suo sentimentale stato. La Enza bambina, però, percepisce quella impossibilità come una violenza contro i suoi diritti e, la violenza, come appunto ti dicevo nel biglietto, in molti casi per non dire tutti, è l’aggressiva difesa dei violentati: aggressività erronea, tanto più quando anticipa non una violenza in atto ma una verosimile possibilità.

I casi di violenza non effettiva, o effettiva perché possibile perché temuta, potrebbero essere dei veri e propri deliri della mente. Dai deliri della mente ci si libera attenendoci costantemente al qui ed all’ora o, con altre parole, al dato momento. Per quanto giustificata da comuni interessi (la civile convivenza) volendolo, anche l’insegnamento delle regole che compongono la Norma potrebbe essere avvertito come una violenza. Lo potrebbe, quando l’educatore (famiglia e/o istituzioni preposte, e/o Stato) si impone con eccesso di forza. Si applica l’insegnamento della Norma con eccesso di forza quando la si attua senza quel calore (il sentimento verso l’umanità indipendentemente dal suo stato) che come nei metalli naturalmente piega ciò che deve formare.

Senza il calore che naturalmente normalizza ciò che deve formare, si attua un “educativo” sopruso ed il suo corrispondente dolore. Che la normalizzazione avvenga in modo normale (cioè, naturalmente indotta dal calore del sentimento), o anormale (cioè, innaturalmente indotta perché senza calore) comunque vi è dolore, però, mentre nel caso del dolore da naturale normalizzazione, la ragione del crescente lo fa superare, nel caso della violenza da sopruso, non sempre il crescente lo sa e/o lo può, e/o lo vuole.

Nei confronti della crescita culturale, il dolore che non si sa, e/o non si può e/o non si vuole superare, nella mente è ostacolo psichico, e nel corpo un ostacolo fisico. Sino a che non lo si è risolto (se a causarlo è un errore) o guarito (se a causarlo è una malattia) quell’ostacolo rimane come una barriera che, tanto quanto separa la Persona da sè (o da della vita altra o dai suoi principi di vita) per molti versi frena l’evoluzione anche sino al punto da fermarla.

Tutti gli stati di sosta nell’evoluzione culturale sono ciò che formano il “bambino” dell’età adulta.  Se è ben vero che fermando la crescita (cioè, restando culturalmente bambini) si può anche fermare il dolore da erronea educazione allo sviluppo culturale, è anche vero che fermando la crescita resta continuamente bambina la parte fermata. Succede così, che la parte fermata non diventa parte del tutto “persona” ma resta vita a sè. In questo senso, entità in altra entità. In quella condizione, come dei divorziati in casa, non ci viviamo come totalità ma come due forze, in genere contrapposte e, pertanto, il più delle volte in dissidio.

Oltreché alla forzata normalizzazione (o diversamente dalla …) l’aggressività che ti denota potrebbe anche essere conseguente alla paura di un dolore che si è subito e che non è ancora guarito. E’ l’aggressività tipica, la tua, di chi, essendosi scottato gravemente, comincia a temere la presenza di quella causa ancora prima di esserti avvicinato. Ti sia esempio una pentola in ebollizione per un ustionato o una scottante situazione per una persona. Se mai tu lo sia stata, non ho la più pallida idea di cosa ti abbia “scottato”. Posso solamente ipotizzare:

* un dolore nella tua Natura: ad esempio una malattia;

* un dolore nella tua Cultura: ad esempio, un erroneo modo di vivere o di non potere o sapere vivere o la tua vita o degli stati della stessa;

* un dolore nel tuo Spirito: un erroneo modo (erroneo perché depresso o eccitato) di vivere la tua forza.

Se le ipotesi fossero, sino a che tu non elabori la tua guarigione discernendo su quei dolori, non permetterai a nessuno di avvicinarti più di tanto se non alle tue condizioni. Situazione vuole, mia cara, che non noi dettiamo condizioni alla Vita ma è lei, quella che c’è le detta, presentandoci i casi sui quali svolgere il nostro tema; cioè, il nostro vissuto.

Piaccia o no, faccia o no comodo, giunto a questo punto del capire, comunque, torniamo al punto di partenza, cioè, a noi stessi. Non solo nel tuo caso ma in tutti noi (casi della vita perché processi di vita) se non accogliamo le sue condizioni (lo facciamo quando riusciamo ad elaborarle non solo attraverso il bene ma anche attraverso il dolore. Con il dolore, la vita ci prova e continuerà a provarci sino a che non ne capiamo le sue ragioni. Rifiutandoci di farlo non riusciremo a cavare un ragno dal buco. Non riuscendoci, continueremo, oltre ragione, a girare in tondo come legati ad un piolo, o come falene, a sbattere le ali contro il vetro (ostacolo trasparente e per questo non visibile) che separa la nostra vita dalla luce (la verità) e dal calore: il sentimento.

Si vive oltre ragione (sia della vita nostra che quella della Vita) quando si vuole sapere ciò che non si vuole o non si può sentire, o si vuole sentire ciò che non si vuole sapere o non si può sentire. L’affermazione che sostengo, potrebbe essere provata dal fatto che se effettivamente volessi sentire ciò che sai, o sapere ciò che senti, perché mai affronteresti delle relazioni sentimentali, nelle quali il dolore (se non la ragione) ti dimostra che stai vivendo delle scelte che prima o poi ti lasciano quasi sempre senza scelte?

Ricominciare da capo, a questo punto, dovrebbe esserti un imperativo categorico. Per ricominciare da capo (e, dunque, vivere il nuovo) sarebbe più che indispensabile eliminare dal nostro spirito (dalla forza della vita) tutto ciò che ci è causa di male. Lo dovremmo fare anche se il farlo ci è causa di ulteriore sofferenza. Ti sia di esempio il fatto che se non schiacci (con altro dolore) il foruncolo che ti ha provocato il male, quando mai guarirai la pelle?

Ciò che è vero per la vita della tua Cultura, nell’immediato forse non saprà cosa fai, ma senza dubbio, pressoché immediatamente lo saprà ciò che è bene per la vita della tua Natura. Non ci si può sentire naturalmente e spiritualmente bene se culturalmente si segue l’errore che porta al male. Il male é il dolore naturale e spirituale da errore culturale.