Come questa ma beige

Come questa ma beige la macchina americana che ho visto in un tardo pomeriggio nel collegio di Vellai.

autousa

Accanto alla macchina un’anziana signora vestita di nero. Si appoggiava al bastone. Era targata MI, la macchina. Ho pensato di Milano anche la signora. Sarà una benefattrice mi sono detto. Ne capitavano. L’autista non c’era. Mi è parso strano. Tranquilla, la signora dava l’idea di aspettarlo. Come se sapesse dov’era. Come se sapesse perché. Come ci fosse abituata. Ci siamo guardati la signora ed io. Chissà cosa ha visto in un ragazzino in giro per il cortile d’ingresso al collegio. Per quale motivo non me lo ricordo più. Avrà visto un soggetto da adottare? Un soggetto da escludere? Un’orfanità da compensare? Ai benefattori e alle benefattrici, capita. La staticità del volto di quella donna non mi suggeriva altre ipotesi. Ricordo il ritorno in classe: nella mia pur desiderando un altorove.

A parte la robotizzazione

A parte la robotizzazione da compiti sociali e di sopravvivenza, dopo la morte dell’Amato non mi era rimasto assolutamente altro. Non vorrei risultare patetico ma non posso tacere nessuna parte di me. L’ho promesso. I testi dei primi anni sono facilmente distinguibili per la lunghezza, e perché ad un certo punto si ha proprio bisogno di aria! Mi capitava all’epoca, e, sia pure meno, mi capita ancora da tanto sono circolari. Circolari nel senso che avevano principio ma non fine perché dovevo tornare al principio, con il risultato di appesantirli, e di renderli prolissi. Tutto sapevo, però, fuorché gestire la faccenda. Se è vero il proverbio che dice: chi non conosce la propria scrittura è un asino per natura, io lo sono stato per anni, e per anni mi è capitato di domandarmi se l’avevo scritto io un dato testo perché, rileggendolo a raffreddata emozione, non lo capivo più. Sia pure amato in tono di molto minore mi capita anche adesso di dover riflettere su di quello che solo un paio di ore o di giorni fa mi era chiarissimo. In effetti, di chiarissimo, all’epoca, e per anni non so quanto conclusi, c’era il fatto di sapere che la mente non procedeva con lo stesso passo, e che nel suo cammino fra piano e piano della vita si perdeva: anche se solo di volta in volta, anche se non stabilmente. Reso libro, questo blog avrebbe sulle 1600 pagine. Forse, anche sulle 1800 perché vi sono testi (non pochi) con più pagine. La ristrutturazione in corso, quindi, necessiterà di non poco tempo, anche solamente considerando il punto quantitativo. Se con il quantitativo, considero anche il qualitativo, allora, ho sempre presente il timore di non fare in tempo. Nella composizione del sito e del post, quest’ansia ha mosso non pochi errori! Mio malgrado devo ammettere, anche fuori dalla composizione di quest’opera. Va beh! Quello che è stato è stato, e quello che sarà, sarà.

I figli crescono

I figli crescono come vita corrispondente all’ordine: a quale? Quando scrivo della mia orfanità, mi vedo come l’esposto che in qualche parte ancora sono, come l’adottivo che sono stato e l’adottante che sono sia pure per vie traverse. Per associazione fra l’insieme degli aspetti e per l’ultimo amore/amante che sto “adottando”, mi è tornata alla mente la mia ricerca di radici. La morte della Cesira le avevano completamente divelte! Non è stato facile e neanche semplice (della madre naturale avevo solo una lettera datata Milano 1949) ma le ho trovate. Giusto per farla breve, non mi corrispondevano! Ho dovuto iniziare, allora, a farmi radice da me. Neanche questo è stato facile e neanche semplice, ma ora sono la mia pianta. Ero agli Esposti di Padova, quando sono stato inizialmente affiliato alla Cesira. Non credo di essere stato il suo terno al lotto! Proprio per niente! Mi raccontava (ho pochissimi ricordi di bimbo e la Cesira era più incernierata di una cassetta di sicurezza!) delle volte che mi portava in braccio al pronto soccorso! Sia di giorno che di notte! Ero pieno di “buchi”, mi diceva. Sulla nuca ne conservo ancora uno: una specie di chierica. Me la facevo addosso il più delle volte in solido: dove capitava – capitava. Una volta, appena entrato nel Giardino del Castello di Este. Di Domenica per il gelato festivo. Coprì il tutto (ma non il gelato, ovviamente) usando la sua sottoveste! Vivissima, ho ancora l’immagine nella mente! “Merda fa schei!” mi diceva. Di merda ne ha vista tanta su di me, ma da me e/o dal Caso, di “schei”, lo stretto necessario; molto stretto, e non per mia mancata volontà. Per volontà del Caso non so. Quando ci penso, mi domando ancora come mai non mi abbia riportato all’Orfanotrofio come merce non corrispondente all’ordine. Sarà stato perché a quei tempi, un impegno era un impegno, e una parola è una parola: ho preso dalla Cesira! Ho chiesto all’Orfanotrofio se sapevano dirmi qualcosa. Non possiamo, mi disse l’Amministratore, in pensione proprio quel giorno! Ho salutato e me ne sono andato. Ricordo ancora il magone che mi sono portato dentro per tutta via Ognissanti, ma, già in via Zabarella era pressoché sparito. Non c’erano Social, all’epoca! C’era, sì, chi ci finiva in qualche giornale. Ricordo casi di orfani in età matura, mossi, a dire dei giornalisti, “dalla voce del sangue”. Mai capita, e mai saputo cosa sia! Se ci penso mi vien da ridere a quella sorta di babbo natale! L’unica voce del sangue che ho mai sentito me l’ha fatta sentire la Cesira con le sue azioni e le sue cura; e quelle non ho mai dimenticato. Riconosco di provenire dal Giurassico, così, mica posso fare confronti con la storia di un adottato di adesso e con le sue problematiche, tuttavia, sulla questione radice, forse si. Parlavo di fiori, nel precedente post. La vita insegna, che non tutti i fiori nascono e crescono sulla stessa terra. Così, può succedere, che la famiglia adottante si ritrovi con un fiore non corrispondente con il terreno che è. Mica lo si capisce dalla sera alla mattina, ovviamente. Lo capiamo (se riusciamo a capirlo) anche dopo anni, ma intanto, il fiore cresce. Preso atto, da parte degli interessati, della non corrispondenza del terreno fra le due piante (adottato e adottanti) cosa porta l’adottato alla ricerca dell’originale invaso? Semplificando, un’idea di meglio, direi. Il più delle volte profondamente indistinta, o se distinta, con giustificazioni che ho trovato basiche pur nella loro legittimità. Le ho sentite, anche come una voglia di “paradiso” che da qualche parte c’è! Perché mai l’adottato non le cerca più nel paradiso che veramente ha? Non ho mai cercato un altro “paradiso”, devo dire. No, un momento, non è vero! Se da un lato è vero che non ho mai cercato un alterno “paradiso”, vero è che l’ho pensato_immaginato per anni! Sul mio certificato di nascita originale c’è scritto: nato il… in via Giustiniani, 5 a Padova. Non avevo idea, all’epoca, dove fosse via Giustiniani, ma lo stesso mi vedevo davanti un enorme portone. Mi vedevo suonare. Vedevo aprirsi una porta nel portone. Sulla porta, un’anziana serva. Entri mi diceva: la contessa l’aspetta! Sto ridendo da matti, ma i fatti sono fatti! Sempre alla ricerca di radice, sono infine andato a vedere se in via Giustiniani c’era proprio sto’ portone! Non c’era. Nella realtà c’era l’arco di un portone che ci sarà pur stato: era l’ingresso di ciò che restava del’originale Maternità! Ecco! Si rendano conto gli adottati presi dal desiderio di verifica, che ciò che conta non è il palazzo della Contessa che li ha messi in adozione, ma l’arco della maternità che li ha accolti. Si rendano conto gli adottivi, inoltre, che le emozioni (filiali o no) sono destinati ad attenuarsi, e che la ricerca delle originali radici, allora, può anche essere il bisogno di una nuova favola. Non la convertano in amarezza i genitori: i figli devono crescere.

Nei Vangeli

Nei Vangeli che il credente conosce emerge la Parola che hanno reso vincitrice su le molte dette. Su di quella, immaginate il bambino che si fidava della parola dei padri su quanto raccontavano sul Padre. Ora, immaginate quanto si sia sentito escluso, offeso, umiliato, spaventato a motivo di un’emozione sessuale non corrispondente alla norma imposta: vuoi dal Padre a dire dei padri. Immaginatelo, ancora, davanti a una grotta per il serale rosario, mentre, sentendo la “chiamata”, la rifiuta dicendo Signore non son degno alla figura di un Cristo che, indipendentemente dalle mie fughe dallo sguardo, comunque mi seguiva. Ora so che l’insistenza di quello sguardo era dovuta alla qualità artistica dell’opera, non, ad effettiva possibilità di moto, ma all’epoca, che ne sapeva un bambino da terza elementare, con conoscenze da orfanotrofi più che di vita. Immaginate anche la crescita di quel bambino sotto pesi più grandi di lui. Immaginatelo cresciuto, un po’ subendoli, un po’ rimuovendoli, un po’ baipassandoli. Diventato adulto per maggior discernimento, quell’uomo si è reso conto di quanto abbia sofferto per nulla! Per il discernimento raggiunto, infatti, nulla sta in piedi della Parola che gli hanno somministrato. Non per questo ha perso la fede nella Parola, ma per questo (avendone bisogno) l’ha cercata e a suo dire trovata per altre vie. Data la pochezza culturale di quell’uomo, la sua rivelazione è indubbiamente detta da un pescatore incolto. Ben più sapientemente dicevano i padri che l’avevano illuso, e che, a mio credere, continuano ad illudere rendendo bella la loro idea della Parola per mezzo di belle parole. Ammesso e per amor di tesi concesso che la Verità viene prima della Bellezza, e che se della Verità nulla sappiamo, su cosa gli artisti basano la fede nella Parola, se non per Credo su l’inconoscibile bellezza del Verbo? O si basa su verbi e parole emozionalmente motivanti perché vivificano la loro vita? Mi chiedo ancora: i credenti artisti seguirebbero la Parola se indicata da un pescatore, poeticamente parlando, non in grado (o non intenzionato) ad elevare l’animo esteta al Regno dei Cieli? Si, aveva ragione il Cristo che ci hanno detto: beati i poveri di spirito. E’ di quelli che si rifiutano di vivere sulle spalle e alle spalle di quello altrui.

La bestia della bella

Secondo il mio intendere la vita, tutti siamo suoi alunni. Agli esami di questa scuola sono stato bocciato e/o ripetente, per anni. Mi par di cavarmela, adesso, ma, solo da ieri. Sarebbe questo, il bell’esempio di intelligenza da complimentare? E’ ben vero che la mia generale deficienza è stata la scoria che ha permesso la formazione della perla (il pensiero “per Damasco”) ma se possiamo dire anche bella la perla non vedo come si possa dire bella l’ostrica! Al più, possiamo dire che l’ostrica è la bestia della bella, ma, questa è la necessaria funzione dell’ostrica, mica un’eroica virtù! La morale della storia, quindi, é da cercarsi nelle perle, non, nei gusci.

Nei miei discorsi

Nei miei discorsi parlo dello Spirito e di spiriti. Dello Spirito, indico solamente i suoi principi. Ogni altro precedente scritto, lo considero una brutta copia. Li lascio nel Blog, perché testimoniano un percorso che per più volte e per anni, ho fatto mentalmente in ginocchio. Degli spiriti dico la sola esistenza. Di nessuno, infatti, ho mai detto l’identità con certezza. Non ci avrei scommesso una lira su quella che per amor di tesi mi è capitato di fare. Non vedo perché lo dovrei fare visto che nella medianità e nello spiritismo nulla è verificabile, quindi, nulla, nei suoi scopi e/o mete, è attendibile? Ricavarne motivi per essere e vivere non li rende verità. Come si raccomanda ai bambini di non accettare caramelle dagli sconosciuti, così non dovremmo accettarle da spiriti non conoscibili. Certo, i cosiddetti doni dello Spirito sono affascinanti, e per questo ci prendono la vita e non di meno la volontà. Il guaio è proprio questo: ci prendono. Chi lo fa? Per quali mete e/o motivi? Per le “dette”, o perché ve ne sono di tacitate? Alle domande si può rispondere per quello che crediamo vero, non, per quello che sappiamo vero! Ora, su quali basi intellettuali pretendete di capire chi vi è un perfetto sconosciuto, e che tale rimane visto che nei commenti mi dimostrate di aver capito solo quello che di voi e in voi avete capito? Poco e male a mio parere. Giusto per evitare futuri equivoci, ricordo che io sono io e che se assomiglio ad altro nome è solo perché avete nella mente quello che non è nella mia.

Salutami Napoli

“Gli uomini dovrebbero prendersi le proprie responsabilità… anziché fare i vigliacchi e poi puntare il dito contro gli dei dell’Olimpo.”

Sono assolutamente d’accordo! Potrei anche convenire, o perlomeno convivere anche con altre tue idee del post – commento, ma come faccio a prenderle in mano se me le hai lordate con delle gratuite offese (non tanto al Cristo che lo credo ben al di là dei nostri discorsi), ma a quelli che a loro modo ci credono, e a me, che a mio modo ci credo anche se con qualche riserva! Suvvia! Le considerazioni che offendono l’altrui sensibilità, non sono discorsi, sono sputacchi dell’impotente in ragioni ed è comunque una vigliaccheria! Un attimo di quel che si può dire, cazzo! Già che ci sei, salutami la vecchia mestierante (incinta) che a Napoli (dopo sedici ore e mezza di tradotta da Falconara) ci ha fatto le corna! La ricordo come se la vedessi adesso! Salutami la Donna che al Vomero mi ha offerto la caponata, giusto per ricambiare i filoni di pane non richiesti ma che lo stesso (a sciacquini tutti d’accordo) gli ho allungato dal camion della sussistenza. Salutami la scuola di S. Giorgio a Cremano. Gli abitanti di S. Giovanni a Teduccio che, in piazza e a nostra difesa, si sono posti con avversione contro un sergente maggiore a regolamento militare copia conforme. Salutami le sacramentate scarpinate sul Vesuvio con le batterie delle radio, costituzionalmente scariche. Salutami l’amico Filippo che al suo ritorno da Torino si è visto rubare la macchina e sequestrare parte dello stipendio. Salutami le stelle del tuo cielo: tante così non le avevo mai viste in quello del mio Nord. In ultima ma non per ultimo, salutami Napoli.

Con tutti i pro e i contro

Con tutti i pro e i contro, prevalente scrittrice dei vari temi mi è stata l’emozione. Prova ne sia il fatto, che scemando quella, scemava quello che sapevo più che chiaramente nel dato momento. Mi sono ritrovato, così, a dover apprendere dagli scritti (mai a sufficienza) quello che pure avevo scritto. Comunque stiano le cose, di indubitabile posso dire che in tutti questi anni non ho fatto altro che scavare pozzi, e che la terra in quei pozzi era mista a un’acqua che non ho ancora finito di filtrare. Influito dalle emozioni ho scritto su tanto e di tutto.  Anche di che lasciarmi basito, visto che la mia conoscenza ha la caratteristica dell’Emmental. Giusto per dare l’idea di quanto sia stato complicato e contorto il cammino sulla mia strada, si immagini di essere invasi e pressoché sommersi da una caterva di sparpagliate emozioni; che sentite di doverle capire (non di meno ordinare, trovarvi senso, causa, motivo, finalità) perché quello che sentite e sapete della vita vostra e altra non vi sconfinfera più. Non per questo già sapete cosa aggiungere, togliere, modificare, tagliare, lasciare: così, per anni.

Diabete e Metempsicosi

Sono diabetico. Non ancora da insulina perché riesco a mantenere gli zuccheri entro accettabili valori. Ci riesco perché proibisco alla gola malvagia di darmi ogni genere di mela. Stavo pensando a questo poco fa mentre terminavo di mangiare una confezione di biscotti. E bravo il mio cretino, mi sono detto: se sai che ti fa male perché lo fai! L’ho fatto perché, pur continuando a sapere le emozioni di ciò che è vero, non sentivo più le emozioni di ciò che è bene. Ecco, della Metempsicosi si puà dire che è la ricaduta dello spirito che torna a farsi di ciò che è del Basso perché non sente più ciò che è dell’Alto.

Di “Gay”

Nulla mi è più estraneo di gay. Gay mi fa sentire come se Martino avesse usato i guanti per passare il suo mantello al bisognoso. Per quanto mi riguarda non ho bisogno di guanti, di gesti ausiliari e neanche di misericordiosi santi. Io ho bisogno solamente di un unico mantello: è tessuto dalla sincerità. Dove non è possibile è tessuto dal silenzio. In ambo i casi, tanto meglio per tutti se non sono tarmati da antichi e parassitari odii; odii pericolosamente mossi da identità (portatrici si dicono perché gliel’hanno detto i costruttori sociale e religiosi di quelle menti) di un bisogno di giustizia che neanche l’assassinio arresta. Tutte le religioni che si sono fatte potere hanno fiancheggiato quegli assassinii. Dove non per mano,  facendo da palo come si dice nei casi di chi assiste quelli che rubano. Ma, bisogna contestualizzare, ebbe a dire un cardilale che va per la maggiore. Glielo vada a dire ai martirizzati dalle religioni di Stato e/o a quelle fuori da ogni stato. Nella visione di Fatima glielo vada agli spiriti collocati ai piedi del papato e interpretati come martiri della Chiesa. Tutto può essere: tanto più se fa comodo. Secondo la mia interpretazione della visione, invece, erano ai piedi del papato come ai piedi di un assassino (cosciente o no che sia di esserlo) cadono le vittime. Non velevo tirarla così lunga ma quasi  mai l’emozione è dello stesso avviso.