A domanda mi rispondo

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Perché muore anzitempo una certa giovinezza?

Accelera la macchina “vita”, l’impulso della forza (spirito) che diciamo bene a livello naturale, vero a livello culturale e giusto a livello spirituale. L’arresta, l’impulso della forza che diciamo dolore a livello naturale, errore a livello culturale, e male a livello spirituale. L’equa guida é permessa dal compatibile uso dell’accelerazione come dell’arresto. L’uso dei due momenti di guida è compatibile, in ragione delle infinite valutazioni che intercorrono fra la vita del guidatore e quella della sua strada.

Non vi è compatibilità di guida nell’uso della sua macchina, quando il guidatore persegue l’accelerazione. Persegue l’accelerazione, chi privilegia il piacere sul sapere. Non vi è compatibilità di guida nell’uso della sua macchina, quando il guidatore persegue l’arresto. Persegue la frenata, chi privilegia il sapere sul piacere. Quando, in ragione delle valutazioni su strada, e meta, vi è idoneo uso dei due momenti di guida, la macchina procede secondo via della vita. Chi persegue la frenata sull’accelerata ha vita depressa. Chi persegue l’accelerata sulla frenata ha vita esaltata. Non brucia il motore, o non fa morire la macchina, chi gestisce le due emozioni con equilibrio.

Usano additivi, quali alcool, droghe, psicofarmaci, (e/o similia ) sia i guidatori esaltati che quelli depressi. Il primi, per assuefazione al piacere, ed i secondi, per dissidio nei confronti della frustrazione. I primi bruciano il motore, ed i secondi, l’ingolfano. A mio avviso, non vi è dedito all’accelerazione (come alla frenata) che non dubiti sulle sue capacità di guida. Non vi è guidatore, quindi, che non si tema, e/o non tema. Quale, la risposta a quel panico in tanta giovinezza? In genere, un ulteriore ricorso ad additivi: alcool, droghe, psicofarmaci, e/o similia. Intelligenza vorrebbe, almeno un ripasso del Codice della Vita.

Perchè non lo fa, la giovinezza che avrà anche pochi anni ma non per questo è generalmente stupida? A mio avviso, perché il corrente Codice della Vita (quello che dovrebbe insegnare la guida personale, sociale e spirituale) è fermo a quando c’erano altri generi di macchine, altri generi di strade, altri generi di mete. In attesa di un rinnovo di quel Codice, la giovinezza che non sa guidarsi secondo il bene, non può che continuar a guidarsi secondo il suo vero: che se da un lato è ciò che gli può dare precoce piacere, dall’altro è ciò che gli può dare un precoce morire.

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Alla c/a del Rabbino Capo

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della Sinagoga di Roma: signor Ricardo Di Segni

Ho postato questa lettera nel del Dicembre 2012 ma la prima stesura e’ datata Ottobre 2007. Allucinante guazzabuglio di speculazioni, la prima stesura. Guaio é, che me ne sono accorto, a lettera spedita, solo dopo anni! L’ho rivista nell’Ottobre 2017. Rivista e ulteriormente tagliata nel Maggio del 2018. Oggi (31 Febbraio 2020) l’ho verificata per la terza volta. Dovrei mandargliela allegando le mie scuse, penso, ma lo farò, quando avrò superato il peso delle insufficienze che sono nella prima e che spero di aver eliminato.

Cortese Signore: secondo me, il signor Netanyahu non ha capito la lezione implicita nella richiesta di Dio ad Abramo, e forse neanche Israele. Per dire i i miei perché, avrei potuto rivolgermi anche al Rabbino della Sinagoga di Verona. L’ho fatto, una volta. Avevo un’associazione che si occupava di tossicodipendenti, all’epoca. Non ricordo, però, se quello l’argomento, oppure, sullo Spirito. Fatto sta che non ebbi riscontro. [Se era composta nella stessa confusionaria ragione di quello che ho spedito a Di Segni, ti credo!!!} Fra i tanti pensieri sui motivi per non averlo dato, sospetto il senso di una culturale sufficienza. Rabbini o no, i sufficienti non corrispondono con gli “insufficienti”. Non tanto perché non danno alla vita quello che gli compete, quanto perché non sanno sentire quando non basta. Fra i sufficienti, infatti, non risultano profeti. Se al suo posto ricevessi una lettera come questa, non potrei non temere sulla follia dello scrivente. Il che, non è da escludere del tutto, ma se può essere vero che in quella mi capita di andare, è anche vero che non mi capita di restare. Nel mio sito sostengo di aver dovuto tutelare la mia ignoranza per poter dire la mia conoscenza. La regola, se da un lato fa solamente miei, certi discorsi, dall’altro può portarmi a casi da riscoperta dell’ombrello. La prego di tener conto delle due possibilità. Le mando aperta questa lettera perché intendo pubblicarla anche nel mio Social. Nulla di preoccupante. Sono letto dai classici quattro gatti. Con i miei più cordiali saluti.

1) Essendo il principio della vita, lo Spirito divino non può non essere che un Assoluto. Ogni sua manifestazione, pertanto, non può non essere che d’assoluto. Dio manifesta il suo Assoluto, essendo e dando vita. Se nell’essere vita è principio assoluto, nel dare vita sino dal principio del suo stesso principio è Padre assoluto.

2) Un assoluto, non può generare atti di non assoluto. Un assoluto, infatti, é Immagine che genera Somiglianza ma che della Somiglianza nulla può essere, se non lo specchio in cui questa si riflette onde poter giudicare lo stato della sua somiglianza con il Principio. Con altro dire, lo stato della sua vita confrontato con lo stato della Vita. Cattolici o no che sia, non credo nei giudizi universali provenienti dall’Alto. Sarebbero profondamente ingiusti per i giudicati che stanno in basso. Essendo di bassa coscienza infatti, (quelli che stanno in basso) vivrebbero come ingiusto un giudizio da loro non capito. A mio sentire, neanche il Dio che pure può quello che noi non possiamo, si può permettere una giustizia così prepotente, e di tutti, così incurante.

3) Non potendo generare nulla che non sia la sua immagine, Il Padre della vita non può perpetuare che sé stesso. Essendo vita sino dal principio, quella perpetuazione genera sino dal principio! Non può generare nulla di altro e/o di alterno, appunto perché, essendo assoluto, non può essere né fare diversamente da quello che è.

4) Nessuna realtà comunque incarnata può dirsi figlio di Dio. Al più, può dirsi figlio eletto chi sostiene (persona e/o popolo) di conoscere il Padre meglio di altri fratelli: persone o popoli che sia. Affermazione, questa, estremamente impegnativa, però, perché nessuno può dire di conoscere Dio, al più, di possederne la certezza della speranza che è il credo della fede.

5) Prossimo o meno prossimo alla vita dello Spirito divino, vi è la vita da quello derivata: gli spiriti. Bay passando quello che su gli spiriti ognuno crede, mi segua ancora secondo ragionamento.

6) Vi sono spiriti elevati e spiriti bassi. I più elevati, non necessariamente sono i più potenti. Quelli più potenti lo sono, per maggior forza data la maggiore conoscenza del Principio. Non necessariamente sono i più elevati.

7) La maggior forza di uno spirito potente implica motivi d’uso di quella forza; legittimo e necessario uso perché la vita mantenga e perpetui sé stessa, ma, opinabile quando non malevole uso se finalizzata a raggiungere, mantenere e perpetuare del potere sulla vita: vuoi di una persona, vuoi di un popolo. Perché mai sarebbero “beati i poveri di spirito”, infatti, se non per il fatto che non usano la forza della vita (lo spirito dato lo Spirito) per questioni di dominio? Il legittimo uso della forza della Vita sulla vita, quindi, spetta al Principio, (con ciò intendendo il Tutto dal Principio) non, a quella di creature derivate dalla sua potenza.

8) Dalla lettura che ho ricavato dall’Immagine della vita del Padre e della sua creatura, la creazione come Figlio, (visione di principi che nell’assoluto diventano uno) ne ricavo il disegno di due principiati principi della vita originata dal Principio: Abramo, a Somiglianza del Padre della vita, (la vita del Principio) e Isacco come figlio_creatura_creazione dei principi di Abramo.

9) Ora, secondo il messaggero, il Principio divino chiese al principio umano di sacrificare il figlio; e Abramo va, ma al momento dell’atto viene fermato dal messaggero che gli “dice” di essere stato provato dalla volontà di Dio. Non entro nel merito di nessuna fede personale, tuttavia, come nell’analogo caso del sacrificio di Cristo, non riesco proprio a immaginare un Dio di tale volontà, a meno che, non sia stato frainteso da millenni!

10) Nessun nome può identificare il Principio divino della vita. Tanto è vero che a Mosè si presentò come “Io sono quello che sono”.

11) Il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male, Il che vuol dire che il male può essere maggiore dove maggiore la rivelazione. Ciò rende bifronte l’identitaria affermazione dello spirito sul Sinai.

12) La corrispondenza fra spiriti avviene per affinità di spirito (forza della vita per il corpo e vita della forza per la mente) fra corrispondenti principi. Quale via di corrispondenza fra punti in comune vi può essere fra uno spirito supremo perché relativo a sé stesso, ed uno spirito relativo al supremo ma per somiglianza con quell’immagine? Mi rispondo: pur nel rispettivo stato la corrispondenza fra Spirito e spirito è possibile perché sia lo Spirito del Supremo che lo spirito di Abramo hanno in sé la vita come eguale principio.

13) Essendo assoluto, Dio sentì la vita di Abramo in modo assoluto. Essendo relativo, Abramo sentì la vita di Dio in ragione dello stato della conoscenza che aveva in coscienza. Certamente ben relativa rispetto alla conoscenza di Dio. Ovviamente il dialogo fu di spiritualità impari, e quindi, da parte di Abramo, di impari comprensione. Il “linguaggio” divino, infatti, non può essere certamente e direttamente inteso dal linguaggio umano.

14) La comprensione in Abramo fu resa possibile dall’intervento di un tramite fra i due spiriti: l’angelo traduttore del messaggio divino. E’ tramite, il medium fra i due stati della vita: la nostra e l’ulteriore. Nulla si sa e/o dice la storia sullo stato di vita di quello spirito. Basso? Elevato? Elevato per sé? Elevato per la Vita e/o per la vita? Potente? Quanto potente? Per chi? Per sé o per la Vita? Non si sa, tuttavia, si crede, o quanto meno si sorvola, non tanto perché si possa dire vera la storia dell’angelo quanto perché è antica, e quindi, nella generale conoscenza dei credenti, fortemente sedimentata.

15) Lo spirito biblico che si dice Dio ha nominato Israele in più modi: eletto, fra quelli. Essendo creazione della sua creatura (la vita) direi persino ovvio il titolo, anche se non pare sempre meritato a quel che il Libro racconta: almeno a odierno parere. Perché ha detto Eletto il popolo di Israele e, almeno per quanto mi risulta, non di altri popoli? A mio vedere, perché Dio (che è Spirito, cioè, la forza della vita) “parla” ai corrispondenti spiriti in ragione dell’affinità di spirito. Quale lo scopo dell’elezione? A mio vedere, per poter formare, di tante tribù, un popolo e una Alleanza fra Vita e vita. Perché Dio sente il bisogno di avere un popolo? Mi rispondo, perché Dio è Uno e chi è Uno porta a fare si che tutto lo diventi.

16) Popolo eletto è un’etichetta molto conglobante: sia nel caso di pura fede, sia nel caso di una fede mossa da altri interessi. I pastori della pecora Israele ne avevano più che bisogno, se solo si pensa che al pur grande Mosè capitò di subire l’onta del vitello d’oro solo perché si era assentato per qualche momento. Per analogo scopo, analoga situazione la visse anche Maometto. Poté conglobare uno sparso spirito tribale in un unico spirito, infatti, perché usò lo stendardo di Abramo: “sottomesso a Dio”: lo sapesse o meno, Maometto, e/o glielo disse o no il “suo” angelo. Per quanto mi riguarda, amo maggiormente la traduzione di “dedicato”.

17) Collocata ai nostri tempi la storia, se Abramo è l’immagine di padre di Israele, e se Israele è l’immagine di Isacco perché “figlio” di Abramo, cosa mai ha chiesto, (e come credo, chiede oggi) lo spirito divino a quel Patriarca? A mio sentire, ha chiesto e ancora chiede: se mi occorre il sacrificio della tua volontà, me lo farai? Mi chiederà: cosa ti fa pensare che la domanda di Dio ad Abramo sia valida tutt’ora? Essendo Dio un principio assoluto e quindi senza fine, trovo logico pensare che anche le sue domande siano senza fine.

18) Ma, perché mai Dio vorrebbe ancora il sacrificio della volontà di Israele visto in Isacco? Due le ipotesi

* perché la remissione di Abramo alla volontà di Dio è remissione anche islamica, e quindi, sta avvenendo una inutile guerra fra figli della stessa casa anche se con divero nome

* perché è un popolo eletto, e il popolo eletto è destinato ad avere la vita come terra, non, una terra come vita, che l’Assoluto non può promettere. Essendo assoluta conoscenza del suo spirito, infatti, può promettere ciò che è (Spirito della vita) non che non lo è.

In conclusione, mi sa che con il signor Netanyahu ed Israele, neanche Abramo abbia inteso l’insieme delle lezioni che sottostavano alla richiesta di Dio e che le esprimo in ipotesi. O se capite da tutti i soggetti, non vissute da tutti i soggetti. Sia pure non comprese, Abramo però le ha agite, e ha vissuto per fede ciò che non ha potuto capire per ragione: e questa è la lezione più grande fra quelle che le ho numerate: la ritroviamo in Pietro che accolse la vita del “Figlio” oltre conoscenza e ragione, e la ritroviamo nella Donna che per la stessa accoglienza fu madre di quel “Figlio”. Morale della storia: il fratricidio fra il mondo ebraico e quello islamico cesserà, quando ambedue i fratelli renderanno a Dio la stessa abramitica risposta: la remissione della volontà della reciproca vita, alla volontà della Vita.

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La Caduta

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e il discernimento dei primevi prima e dopo la caduta

La separazione dal Principio del bene senza dubbio fu un male, ma, se quel male principiò la vita anche secondo quella dei Primevi, la si può dire solamente male? Direi che la si può dire solamente male se la separazione fosse stata fine a se stessa, ma, siccome nel bene e nel male principiò la vita che è, necessariamente, non può esserlo stata; a meno che, la vita che è, non venga pessimisticamente sentita, (quanto interpretata), solamente o prevalentemente come male.

La lettura del fatto ( come di un qualsiasi fatto ) dipende anche dallo stato di spirito di chi l’interpreta. Ad esempio: chi vive la sua vita come una condanna, tenderà a condannare, direttamente o per interposta persona (soggetto umano e/o divino che sia) o l’atto, o il fatto o la persona che a suo giudizio gliela fa vivere (e per elevazione di motivi fa vivere quella di altri) da condannato. Diversamente, chi vive la vita con amore tenderà a comprendere il tutto secondo questa misura. La vita come condanna già dal Principio e la vita come amore già dal Principio dicono l’identità dello Spirito della vita sia dei Profeti del vecchio Testamento che del Profeta del Nuovo. Certamente non sappiamo quale sia stato l’intimo stato personale e spirituale dei Profeti della Vecchia Alleanza e del Profeta della Nuova ( o se sappiamo non siamo in grado di verificarne l’effettiva sostanza ) però, possiamo sentirlo attraverso le emozioni che ci comunicano ciò che di loro ( direttamente o indirettamente ) ci rimane. Se ciò che apprendiamo di ciò che ci rimane lascia in pace il nostro Spirito e, comunicando, non alteriamo quello altrui, vi è verità. Diversamente, vi è errore tanto quanto non lascia in pace ne il nostro spirito e ne quello con il quale comunichiamo.

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Esaltazione e allucinazione

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Mentre Cultura è il magazzino delle informazioni, intelligenza è la capacità di elaborarle in vistù del discernimento. Si è intelligenti, pertanto, non per ciò che si sa, ma per quanto si sa discernere su ciò che si sa.

Siccome ognuno ha ed è lo stato culturale dato dal proprio discernimento, va da se che ognuno è soggettivamente intelligente tanto quanto usa (e come) il suo magazzino- Siccome non esistano due persone eguali (tutt’alpiù possono essere colte in maniera prevalentemente eguale) per questo non esiste che uno sia più intelligente dell’altro. Può anche essere che uno sia più colto di un altro e che sappia usare meglio i suoi dati ma non è detto. Infatti, la vita prova che vi sono laureati che nella vita personale non se la cavano meglio dei semplici scolarizzati. Ammesso questo, ne consegue che la tua affermazione “hai paura di confrontarti con me perché sono più intelligente”, non solo è presuntuosa (che ne sai della mia intelligenza se non ciò che puoi, credi e/o ti fa comodo sapere?) ma rivela la necessità di essere più degli altri. Per esserlo, è ovvio che si deve prevaricare l’altrui personalità. E’ solo per questa tua tendenza (e non per paura o di te o della tua intelligenza che dopo aver affrontato me stesso ho paura solo dei miei errori) che ho interrotto il mio rapporto nei tuoi confronti. Diversamente da te, non t’ho detto che l’interrompo perché sono più bello,o più figo, o più furbo, o più intelligente, ecc. ecc. ma, se ben ricordi, ” perché non mi corrispondi “. La corrispondenza fra persone è un passaggio sentimentale e culturale che deve risultare prevalentemente paritario. Se non lo è, allora quel rapporto entra in sofferenza; entrandolo, è destinato ad essere fallimentare. Per infiniti motivi, se non si interrompe un rapporto fallimentare ciò evidenzia che la passione per il dolore (masochismo sentimentale) ha sostituito con altrettanta passione quella per l’amore: corrispondenza di stati fra tutti ed in tutti gli stati della vita. Premesso questo, non mi pare che il nostro ultimo colloquio abbia evidenziato la tua voglia di capire (desiderio di corrispondere attraverso lo scambio del sapere) ma di restaurare un amor proprio minato nella sua voglia di affermarsi. Se questo ti fa felice buon per te che per me è totalmente indifferente: indipendentemente dalle conferme altrui, il mio amor proprio si basa sull’amore che ho di me, e di me con la vita e, non, con la tua o sulla tua. Per quanto mi è dato di capire di te, la forza della tua Cultura si basa sulla forza della tua Natura. Per me, diversamente, è la forza della mia Cultura che fortifica la mia Natura. La differenza non è di poco conto. Il lutto che ti ha recentemente colpito, oltrechè farti capire il dolore (male naturale e spirituale da errore cultural ) avrebbe dovuto farti capire che la forza naturale non è il fine della vita (tanto è vero che finisce appena abbiamo compiuto il personale ciclo culturale) ma il mezzo con il quale si perpetua sia la nostra vita che la sociale e la spirituale. Perseguire la forza naturale come fai tu, solo al momento da conferme e affermazioni. Nel tempo, però, è destinata a fare la fine dei moccoli, che dopo aver dato luce solamente a qualche decimetro di distanza da sé stessi, restano cadaverica materia. Ben diversamente, è il perseguire la vita in tutti i suoi stati, ciò che da luce alla vita: in qualche caso, anche a millenni di distanza dalla fonte di origine. Perseguire la vita, significa perseguire il bene nella Natura, il vero nella Cultura ed il giusto dello Spirito: la forza della vita. Va da sè, che torneremo cadaverici moccoli, tanto quanto, anziché originare vita in tutti i nostri atti, origineremo stati di morte: male nella Natura, falso nella Cultura ed ingiustizia nello Spirito. A mio avviso e, per quello che vale la mia opinione presso di te, anche se la capacità di vederti con lucidità è allucinata dalla passione che hai verso te stesso, comunque hai dimostrato di conservare una buona capacità di autoanalisi. Continua a servirtene non per prenderti e/o per prendere, ma per liberarti e/o liberare. Mi auguro che questa lettera raggiunga il suo scopo: far capire. Lo spero per chi desideri e/o desidererai. Se non dico lo spero per chi ami e/o amerai, è perché, almeno al momento, non dimostri capacità di porti in comunione: corrispondenza che è amore solamente quando chi desidera, sente che i conti gli tornano giusti perché dal rapporto non gli viene sofferenza.

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Luglio 2006

Materia grigia: ad ognuno la sua.

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Da “Le frontiere della scienza”, ne la Repubblica, leggo che la neuropsichiatra Louann Brizedine ha scoperto “la differenza tra la materia grigia di uomini e donne”. Sarà anche perché non sono un neuropsichiatra, ma a me pare la classica scoperta dell’ombrello.

La generale, anche se generica, opinione maschile sulla donna, infatti, l’ha anticipata di molto. Della Donna, (o quanto meno di certe donne), l’Uomo dice che ragiona con l’utero. L’intenzione è squalificante, eppure possiede un fondo di verità. L’utero, è il luogo deputato ad accogliere il seme della vita. La trasmissione del seme avviene attraverso il piacere sessuale. Dal che, se ne può trarre che la donna ragiona con l’utero, tanto quanto i suoi principi di vita sono fondati sul piacere, più che sul sapere. La squalificante opinione dell’uomo sulla donna, però, gli è un arma a doppio taglio. Anche dell’Uomo di può dire che ragiona con il pene, ogni qual volta argomenta secondo i principi del piacere, più di quelli del sapere. Non per niente, certe personalità maschili sono dette teste di cazzo.

“I detrattori della ricerca compiuta dalla Dottoressa, sostengono che non ci sono differenze biologiche che possono spiegare il diverso comportamento dei sessi.”

A mio parere, questa opinione nega che vi sia rapporto di reciproca vita fra Mente e Soma, e che, quindi, la diversa genitalità, non influisce nella formazione del pensiero culturale maschile e femminile. Su questi detrattori, viene da pensare che non abbiano mai interagito con una donna o con un uomo: nudi, o vestiti che sia. La conservazione del piacere nella donna, e la proiezione del piacere dell’uomo, non possono non originare due diversi modi di vivere e di intendere la vita! E, poiché la mente fa il corpo, come il corpo fa la mente, i due diversi modi di vivere e di intendere la vita, non possono non originare due diverse materie grigie. Della ricerca della Dottoressa, le femministe americane sostengono che è un passo indietro. E’ certamente vero se vogliono donne con cervello da uomini! Non è vero, se vogliono donne dal cervello autonomo da quello maschile. La psichiatra Andreasen sostiene: così si discrimina! Non vedo perché! Io non mi sento affatto discriminato se non ho la materia grigia di una donna; e non mi sento discriminato, se non ho la materia grigia di un uomo. Neppure mi sento discriminato, se ho la materia grigia sia dell’uomo che della donna. Io mi sento discriminato, solo quando non mi si permette di vivere quello che sono: mentalmente determinante come uomo, e culturalmente accogliente come donna. La mia sienza, pertanto dice che ognuno ha quella che si merita.

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Luglio 2006

Lo Spirito è giusto

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se vola nel cielo del Giusto. Per cielo intendo l’area fra due intenzioni agenti: quella della Determinazione e quella dell’Accoglienza.

Ora, sia di questo piano della vita come dell’ulteriore (cambiano i fattori ma non i risultati) ammettiamo che lo spazio giusto fra i due agenti sia 10. Data la misura, la Determinazione non è invasiva tanto quanto non la supera, e l’Accoglienza non è remissiva tanto quanto non la subisce. Lo spazio giusto, quindi, lo dice la nostra remissività, tanto quanto non si sente variamente oppressa, e lo dice la nostra Determinazione tanto quanto non si sente variamente oppressiva. Visto che la vita è stato di infiniti stati di vita, così anche le misure fra gli agenti sono composte da infiniti stati di spirito. Viste le infinite misure del nostro spirito, quale la rotta certa? La rotta certa si stabilizza, tanto quanto lo spirito non è impedito da eccessi nella determinazione, o da eccessi nell’accoglienza. Quando succede, si deve rivedere il pilota, e non per ultimo, ricordare che il volo è giusto, tanto quanto non ci distrae lo stato della pista (vecchia, nuova, alta, bassa, ecc. ecc) come neanche farci distrarre dalle condizioni atmosferiche dei sentimenti, perché perennemente mutevoli. In fine, giusto per non subire la pena di brutti atterraggi, raccomanderei di non porre distrazione fra il nostro sentire lo spirito, e il nostro pilotare lo spirito.

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Sullo Spirito…

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sul Padre e su altre tentazioni del Serpente. Nella ricerca del Genesi della vita, se per un aspetto il Testo rivela la capacità di elevazione culturale degli stesori, dall’altro, mi pare segnali che il Serpente non si limitò a tentare la sola Eva. Infatti, a mio avviso, caddero nella tentazione (pericolosa tanto più l’imposero come verità rivelata dal Principio) di dire una realtà che, per ignoranza sul Principio della vita (la vita sino dal Principio) certamente non potevano conoscere, tuttalpiù, immaginare, oppure, se dire per rivelazione, perché ispirati. Va beh!

Dal momento che il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male e dal momento che in alcun modo possiamo verificare lo stato delle “voci” ispiratrici (ripeto la domanda) da chi dette e/o rivelate, se in mancanza di verifica, tutto il nostro credere può anche essere stato basato sulla strumentalizzazione (in buonafede e/o in malafede che sia) di un bisogno di credere in altri, conseguente alla mancanza della capacità di credere nel Padre tramite noi?

Una elevazione spirituale può inebriare la ragione tanto da mandarla oltre il suo contesto storico personale e sociale. La può mandare “fuori” al punto da farla entrare in contatto con altri piani di vita; non intendo la vita spirituale (che avendo vita ne siamo in contatto da sempre) ma quella spiritica. Al proposito, sappiamo l’opinione della Psichiatria, ma, se è vero che sull’argomento sa cosa dice, quanto può dire di sapere di cosa parla?

Una mente ispirata oltre la sua realtà dalla forza della sua immaginazione (capacità di vedere culturalmente ciò che in cui si crede e che è elevata tanto quanto si ha fede in ciò che si crede) quanto sa distinguere se discerne secondo sé, o se lo può tramite altra vita? Nel caso sappia distinguere che non discerne secondo se e anche ammesso che sappia quale sia lo stato di vita che influisce sul suo discernimento, può verificarne (non dico l’identità) ma anche la sola attendibilità spirituale? Direi di no. Infatti, se può essere inimmaginabile la capacità di verità di uno spirito nel bene, così è inimmaginabile la capacità di menzogna di uno spirito nel male.

Così, data la facoltà e la capacità invasiva degli spiriti soprannaturali nella vita naturale (data la mia conoscenza dello spiritismo lo sostengo a ragion veduta, o meglio, sentita) non posso non dubitare (e, parecchio) che lo Spirito ispiratore sia stato quello del Padre. Il Padre influisce la vita che ha originato attraverso la Sua forza: il suo Spirito. Se l’ispirasse secondo la sua Cultura, assoggettando il nostro giudizio al suo, renderebbe serva la nostra. Rendendola serva, però, assoggetterebbe anche la nostra coscienza, ma, una coscienza è piena, solamente se è libera di conoscere, al caso, anche ciò che non gli corrisponde per poter sapere ciò che gli corrisponde! Ergo, neanche il Padre può far dipendere da se’, la vita che pure ha originato.

Ciò significa che non possiamo credere a nessuno? No, ciò significa che dobbiamo credere nel solo Principio della vita: in ragione della forza dello Spirito, corrispondenza di stati nella data vita e fra la nostra e la Sua. Ulteriormente, questo significa che non puoi credere neanche a me? Ammesso e non so quanto concesso che ti sia mai girato per la capa, mi pare più che ovvio, per quanto riguarda la fede. Invece, per quanto riguarda la ragione, “credimi” solo dopo attenta valutazione!

Il principio che ha permesso la vita è quello della comunione fra stati. Allora, dove vi è la voce di uno Spirito che interloquisce fra vita e vita non può essere quella del Principio che dice circa i suoi principi, in quanto, già all’origine ne ha detto i massimi: bene nella Natura, vero nella Cultura per il giusto dello Spirito. Quei principi sono massimi al punto da originare la vita e universali al punto da indicare ad ogni via della vita (ad ogni Natura) la sua verità , cioè, la sua Cultura.

Per corrispondenza di principi fra la vita originante e quella originata, anche un qualsiasi Spirito soprannaturale non puo’ in alcun modo interferire nella vita altra se non ledendo la corrispondenza degli stati della vita personale (o sociale tramite la Persona) su cui interferisce. Tanta o poca che sia la sua forza, uno spirito interferente, (tanta o poca che sia la sua vita) comunque erra perché devia la corrispondenza di vita e di forza fra spirito e Spirito.

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Fede e Verità

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A proposito di Fede e Verità: come capire (e distinguere) lo stato divino da quello umano in tutti quelli che si nominano variamente delegati ad interpretare la parola divina? Se solo torniamo daccapo, (al Principio di ogni principio), la risposta viene da sé.

Il Principio (Dio, comunque lo si nomini o lo si conosca) è il massimo stato della comunione fra i suoi stati. Se unità prima è l’Uno. Chi ha raggiunto il massimo stato della comunione fra i suoi stati, non può avere in sé nessun dissidio. L’assenza di ogni dissidio permette quella massima comunione di sé, (e di sé con altro da sé), che chiamiamo amore. Il Principio della vita, pertanto, essendo lo stato della massima comunione fra i suoi stati, è la massima immagine dell’amore. In quanto tale divina, dal momento che nell’umana non è possibile annullare (in assoluto) la presenza del dissidio. Se lo stato della comunione detta dall’amore, è il segno della presenza divina in quella umana, ne consegue, che tutto quello che unisce è proprio dello spirito divino, e tutto quello che separa è proprio dello spirito umano. Lo Spirito divino è la forza, (fiato, soffio, o parola che si voglia dire), che ha originato la vita. Vita, è stato di infiniti stati della relazione di corrispondenza fra i suoi stati. Infinite le corrispondenze fra gli stati della vita, ed infinite le forme di vita. Ad ogni forma di vita, la sua conoscenza del Principio che l’ha originata. La massima conoscenza non può non portare al massimo principio, quindi, direi necessariamente, tutte le vie della vita non possono non convergere che verso l’Unico principio. Se l’Amore è Maestro di Comunione fra vita e vita, allora, l’amore che unisce ogni Via con la Verità della Vita, è il revisore di ogni scritto sinora composto su L’Amore, cioè, sul Padre. Mi si dirà: come porre in comunione le più diverse culture della vita? Il come non lo so, ma se da quell’impresa di comunione è assente il dolore, quel come, non potrà non essere vero. Perché a segnare una verità deve proprio essere il dolore, e non un superiore pensiero? Semplice! Perché il Principio della vita è il Bene: ed il bene sente il vero, anche quando il vero non sempre sa.

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Analisi delle Emozioni

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Le emozioni sono informazioni che una Natura da alla sua Cultura. Tanto più una Natura sente quelle informazioni e tanto più la sua Cultura le sa. Tanto più una Cultura le sa e tanto più la sua Natura le sente. Tanto più una individualità le sente perché le sa (come tanto più le sa perché le sente) e tanto più le vive.

Per sentire, sapere e dunque vivere secondo le emozioni date dalla forza del proprio Spirito, ciò che è della Cultura non può non essere della Natura come ciò che è della Natura non può non essere della Cultura. Secondo la forza del proprio Spirito chi non sente ciò che la sua Cultura sa, o non sa ciò che la sua Natura sente (cioè, non corrisponde a se stesso) non è la vita di sé tanto quanto non sa ciò che sente o non sente ciò che sa. Tanto più una Natura personale, sociale e spirituale, sente ciò che la sua Cultura sa, o sa ciò che la sua Natura sente, tanto più è vita, cioè, forza dello Spirito. Nella corrispondenza con altre individualità, in ragione di quello che si è, per quello che si saprà dato quello che si sentirà, esprimendo la forza della vita data dalla propria realizzazione, si attuerà la Natura della Cultura della vita propria ed altra perché con l’altra. Tanto più una vita corrisponde a sé e con il sociale e spirituale che gli è proprio e tanto più la forza di quella identità è personale, sociale e spirituale. Una individualità che sente ciò che non sa conosce a metà. Una individualità che sa ciò che non sente conosce a metà. Una individualità che conosce a metà, vive a metà. Una individualità che vive a metà (cioè, che non sa ciò che sente, o non sente ciò che sa) è separata da se stessa o per quanto non sa, o per quanto non sente, o per quanto non vive ciò che sa per quello che sente. L’individualità che non vive secondo la Natura della sua Cultura manca di una parte di sé. Ciò che gli manca può essere la vita nella sua Natura o quella nella sua Cultura. Secondo lo stato della mancanza negli stati di Natura e Cultura, l’individualità che manca di una parte di se, manca nella forza della vita: lo Spirito.

La Natura che non sente la sua emozione compensa la sua forza (il suo spirito) con quello che la sua Cultura sa. La Cultura che non sa la sua emozione, compensa la sua forza con quello che la sua Natura sente. La vita che non vive la sua emozione secondo la Natura della Cultura del suo Spirito, compensa la carenza della sua forza gratificandola o per mezzo della Natura o per mezzo della Cultura. L’individualità è spiritualmente attrice quando supplisce la parte che gli manca (o quella naturale, o quella culturale, o quella spirituale) con ciò che non è della Natura della Cultura della sua vita. L’individualità spiritualmente attrice, è quella che recita la vita della parte che non sa, o non sente, o non vive per ciò che sa e sente. E’ autrice, l’individualità spirituale che vive ciò che è per quanto sa per quello che sente. La Persona è portatrice di valori spirituali propri, del sociale e dello spirituale cui corrisponde, tanto quanto in ragione di ciò che è per quanto sente di ciò che sa, è in comunione sia con il sé personale con il sociale e lo spirituale. La comunione di sé permette l’amore di sé. La comunione fra il proprio sé, quello sociale e lo spirituale, permette l’amore per la vita. Se vi è (o non vi è) corrispondenza di spirito fra gli stati di Natura e Cultura propri e fra i propri e quelli sociali e spirituali, vi è o non vi è vita tanto quanto vi è (o non vi è) comunione di vita. Dove non vi è comunione di vita, vi è separazione di vita. Secondo lo stato della separazione, ogni separazione è divisione dal bene: vero per quanto è giusto. Secondo il proprio stato (ciò che si è) e dato ad ognuno il proprio stato (ciò che si sa in ciò che si è per ciò che si sente) allo Spirito il bene è giusto quando fra Natura e Cultura vi è comunione di verità. Dove la separazione dal bene, lede la comunione di verità, vi è dolore tanto quanto vi è separazione. Poiché, il bene, è il vero da ciò che è giusto, lo stato che è separato dal Bene (o nella sua Natura, o nella sua Cultura, o nella sua vita) non è nel giusto dello spirito proprio e della Vita, tanto quanto non è nel vero. Lo stato della vita che è separato dal bene (e dunque nel dolore dato da ciò che non è giusto perché non è vero) brama il ritorno allo stato nel quale non vi è alcun male.

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Analisi dell’Individualità

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Un’individualità che in primo non corrisponde a sé stessa, cioè, con gli stati di Natura, Cultura e Spirito propri, necessariamente, è separata da sé stessa tanto quanto non si corrisponde. Una individualità che non è in comunione con sé stessa perché in vario grado separata, è, perché esiste, ma, non vive tanto quanto non attua (o vive tanto quanto attua) in primo ciò che lo accomuna a sé e, corrispondendo, ciò che lo accomuna ad altro da se.

La vitalità è la forza di spirito della Natura. La vita è la forza dello Spirito della Cultura. Lo Spirito è il Principio della forza della Natura della Cultura della vita. La vitalità dello spirito delle individualità che corrispondono al sé proprio, al sociale e allo spirituale comprende la vita e ne è compresa. La vitalità dello spirito delle individualità che, pur corrispondendo con il sociale non corrispondono a se, comprendono la vita sociale e ne sono comprese ma non comprendono la propria, che non le comprende tanto quanto non si corrispondono. La vitalità dello spirito delle individualità che corrispondono a sè ma non con il sociale, comprendono la propria vita (che le comprende) ma non comprendono quella sociale che non le comprende tanto quanto non si corrispondono. La vitalità dello spirito delle individualità che non corrispondono a sè, né al sociale e né allo spirituale, non comprende la vita propria, sociale e spirituale, che non la comprende tanto quanto non si corrispondono. La relazione di corrispondenza fra gli stati naturali, culturali e spirituali propri costituisce la personale identità. La relazione di corrispondenza fra i propri stati e quelli della Natura della Cultura della vita sociale costituisce l’identità personale – sociale. La relazione di corrispondenza fra i propri stati e quelli della Natura personale e sociale della Cultura della vita secondo lo Spirito, costituisce l’identità personale – sociale – spirituale.

Una individualità non vive (naturalmente, culturalmente, spiritualmente) la vita di ciò che è per quanto sente di ciò che sa, tanto quanto non corrisponde con lo stato (naturale, culturale e spirituale) identificante. Quando una individualità in identificazione (moto della ricerca di sé) non corrisponde con lo stato naturale, culturale, spirituale referente di identificazione (Principio del moto della ricerca di se), vi è separazione fra il soggetto identificante e quello in identificazione tanto quanto fra i due stati non vi è corrispondenza. Quando fra lo stato identificante e quello in identificazione non vi è corrispondenza di stati, l’individualità in identificazione, è confusa tanto quanto la corrispondenza è mancante. Di converso: quando fra lo stato identificante e quello in identificazione vi è corrispondenza di stati, l’individualità in identificazione è certa di sé tanto quanto, è, lo stato di vita dato dalla comparazione fra il sé proprio e quello identificante. La personalità divisa da se stessa perché non sente quanto sa o non sa quanto sente (e, dunque non vive ciò che sente per quanto sa) subisce (e provoca) i danni originati dalla separazione, tanto quanto è separata da se stessa. L’io che si conosce è come una casa ( Natura ) che poggia su un terreno ( Cultura ) idoneo a reggerne la costituzione ( la vita ) in tutte le sue parti. L’io che non si conosce, è come una casa (Natura) che non sa quale è la parte (Cultura) più idonea a reggere la vita della sua costituzione. L’Io, che non costituisce la sua vita secondo il proprio sé ma secondo altro da sé, è come una casa (Natura) abitata da un inquilino (Cultura) alieno al suo Spirito.

Una individualità che si costituisce incosciente della parte di sé (la naturale, la culturale o la spirituale) più idonea a reggere il peso dell’edificio (la sua vita) è soggetta a crepe: le crisi di identità. La crisi di identità, o denuncia che un Io si è estraniato da una parte naturale, culturale o spirituale di sé, o che è stato espropriato di una parte naturale, culturale, o spirituale di sé, o che si è estraniato da sé perché espropriato di sé e/o invaso di altro da se. Una identità è in crisi quando non è ultimata dai suoi principi. Ad una identità non ultimata dai suoi principi necessitano continui sostegni. Sostiene la personalità in crisi di sé, ciò che di naturale, culturale, o spirituale, di volta in volta occorre allo stato naturale, culturale e spirituale. Ogni separazione da sé di una parte di sé è una ferita: come tale è un male. Poiché, per essere vita, ciò che è della Natura non può non essere della Cultura, allora, il male naturale è anche male culturale. Un male nella Natura che diventa male anche della sua Cultura è male anche nello Spirito, cioè, nella forza della vita. Il male (naturale tanto quanto culturale e spirituale) deforma la vitalità e, conseguentemente, deforma la vita. Ogni male richiama la corrispondente cura: naturale se ad esserne colpita è la Natura; culturale se ad esserne colpita è la Cultura, spirituale se ad esserne colpita è la forza della Natura della Cultura della vita. Una individualità diretta verso la Vita cura il suo male con atti di vita sia verso sé che verso altro da sé. Tanto quanto non è diretta verso la Vita, una individualità si cura con atti di morte o contro sé o contro altro da sé.

Se ciò che principalmente manca riguarda la vita naturale o culturale, una individualità si compensa (semplicemente o complessamente) o con della vita naturale o con della vita culturale. Se ciò che principalmente manca riguarda la Natura della Cultura della Vita (ricerca delle origini e degli scopi di vita) una individualità si compensa (semplicemente o complessamente) elevando i principi della propria. Se ciò che manca è rilevante al punto che ne ciò che è (Natura) e ne ciò che sa (Cultura) e ne la forza (lo Spirito) data da ciò che è di quanto sa di ciò che sente sono l’un l’altro sufficientemente compensativi, allora, una data individualità, la dove non sa o non può rivedere il suo vissuto, può avvertire la necessità di compensarsi più fondamentalmente. Nei casi di più fondamentale compensazione se una individualità giunge sino a compensare la totalità dell’essere, certamente non si può dire che è ciò che sa per quello che sente, ma, che è ciò che sa per quello che gli fa sentire la totale compensazione adottata. Tanto più quella individualità è ciò che sa per quello che la più fondamentale compensazione adottata gli fa sentire e, tanto più assume la personale identità data dalla compensazione complessivamente adottata a sua integrazione. Se la compensazione adottata è alcolica, tanto più una individualità sofferente compenserà la sua Natura con quell’elemento e, tanto più la sua Cultura sarà la vita di quello che è per ciò che saprà di ciò che l’alcool gli farà sentire. Nel caso in esempio, l’identità conseguente sarà quella dell’alcolista. Nel massimo processo di identificazione dato dall’essere l’identità della sostanza naturale, chimica, quanto ideologica, che si raggiunge quando una vita ” si fa ” con la vitalità che genera una sostanza totalizzante, quello che vale per le droghe che diventano la forza della Natura della Cultura nella droga, vale anche per le ideologie e/o gli edonismi se diventano droghe (fissatrici d’arbitrio) per la Cultura della Natura della vita che necessita di forza.

Se nel caso dell’overcompensazione da alcool l’identità globale che ne consegue sarà quella dell’alcolista, nell’overcompensazione culturale e/o spirituale (o in altri casi con cui si compensi la Cultura della Natura) la personalità risultante rischia di essere naturalmente o culturalmente, o spiritualmente fanatica E’ fanatica, l’individualità che ha delegato la totalità del proprio arbitrio alla realtà che ha invaso di se o la forza della sua Natura, o di quella della sua Cultura o la forza (lo Spirito) della sua vita. Tanto più il fanatico è forte d’altro e tanto più è debole di sé. Quando una identità assume quella dei totalizzanti artifici che usa per essere, non è mai ciò che è per quello che vive per quanto sa di ciò che sente, cioè, se stessa. Non è mai se stessa, perché quando è totalmente compensata, è sua identità la totale compensazione e, non è mai se stessa quando non è compensata perché la sua identità, in assenza di compensazione, è vita che non si sente perché non si sa (se il suo principio di vita è la vita della sua Cultura) o non si sa perché non si sente se il suo principio di vita è la vita della sua Natura. Una individualità asservita ad un artificio perché carente nella forza della propria vita (nel suo Spirito) in quanto la sua Natura non vive ciò che sa la sua Cultura (o la sua Cultura non vive ciò che sente la sua Natura) è fuori di sé già prima che compensi quel fuori con altri buttafuori. Una individualità che vive quello che è per quello che sa in ciò che sente, non necessita di artifici, perché, tanto quanto è indipendente, è sovrana. Vi è potere della Natura sulla Cultura quando una Natura ama ciò che sente più di ciò che sà. Vi è potere della Cultura sulla Natura, quando una Cultura ama ciò che sa più di ciò che sente. Sulla Natura di una Cultura vi è il potere della forza quando ama la sua emozione (il suo Spirito) più di quanto sa per ciò che sente. Poiché, il potere, per sua Natura non può ammettere la mediazione, non l’amore (che essendo comunione per sua Natura l’ammette) è fonte di potere, ma, solamente il desiderio dato dal piacere. Il desiderio dato dal piacere (ambedue gli stati non ammettono che se stessi) è una volontà di potere e, una volontà di potere che non ammette che se stessa, è sempre un sopruso: verso se stessi non meno che verso altri.

Quando, a causa di norme estranee allo spirito dell’amore (ciò che permette la comunione sia in se che con altro/i da se) la volontà data dal desiderio di un piacere diventa il prevaricante potere naturale, e/o culturale e/o spirituale di uno stato (anche se amoroso) su un altro, nell’anima, sottomessa alla volontà del desiderio (come imposto ad altro anche imposto al proprio sé) si generano delle ” tossine ” naturali, culturali e spirituali, che ammalano ora di depressione e/o ora di esaltazione sia la vita che pratica la volontà del potere che la vita che lo subisce: la ammalano, tanto da mandarla anche anche oltre arbitrio. La dove non vi è comunione di vita nella persona o fra persone ( e/o una corrispondenza da compassione per il reciproco spirito ) non vi è amore sia nella persona che fra persone tanto quanto la nostra vita è inadempiente verso il suo principio: la Vita. La dove verso la vita (nostra, altra e del Principio) non vi è amore, o vi è indifferenza da mancata condivisione di spirito, vi è inimicizia tanto quanto non vi è amore e/o non vi è compassione da condivisione verso la nostra ed altra vita. La dove vi è inimicizia, tanto quanto non vi è amore e/o compassione, vi è ignoranza (sia contro sé che contro altro da se) verso tutto ciò che non si ama perché non lo si conosce a causa della mancata comunione sia di se con se, come di se con altro da se. L’ignoranza, quando è rifiuto di confronto, o è Natura della paura, o è Cultura dell’arroganza (overdose di difesa da paura) o piacere del sopruso. Come l’intolleranza, l’ignoranza separa vita da vita. L’ignoranza verso se separa da se ciò che è proprio prossimo. L’ignoranza verso l’altro separa ciò che è prossimo a se del se altrui. L’ignoranza verso se uccide l’amore di se. L’ignoranza verso l’altro uccide l’amore dell’altro. L’ignoranza uccide l’amore. L’ignoranza uccide l’amore perché separa la comunione. Ogni volta si impedisce la vita data dalle corrispondenze fra Natura, Cultura e Spirito (impedire la corrispondenza è separare la vita sia in se che la propria da altri) si pone inimicizia sia fra gli stati propri che, indipendentemente dagli stati, fra altri stati. Poiché l’inimicizia non permette la conoscenza e poiché l’ignoranza non permette la comunione e la mancata comunione non permette l’amore, ecco che non potendo conoscere (o per Natura, o per Cultura, o per lo Spirito) non si può amare ciò che ci è stato diviso, tanto quanto siamo separati da ciò che ci è stato diviso. L’inimicizia principia l’odio. L’odio è uno spirito che può alimentare contro la vita (e la Vita) delle reazioni sia implosive che esplosive. E’ reazione implosiva l’odio contro se. E’ reazione esplosiva l’odio contro altro da se. L’odio contro la vita ( e la Vita ) ammala di sé il sé che lo contiene.

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Analisi del male

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Lo stato nel quale non vi è alcun male è il Bene: Principio del bene naturale quanto del culturale e dello spirituale in ogni stato di vita. In ragione della condizione dello stato della mancata comunione di una Natura, o di una Cultura, o di una vita con il Principio del Bene, non vi è comunione col Bene, tanto quanto vi è insoddisfatto desiderio di unione verso l’origine.

Qualsiasi desiderio di bene che non corrisponde al vero è arbitrio su di sé o su altro sé perché non è corrispondente vita: forza di ciò che allo Spirito è giusto. L’arbitrario desiderio di una Natura che non corrisponde secondo quanto è bene per ciò che è vero di quanto è giusto sia alla propria che ad altra vita, si pone contro sia la Natura propria che altra. L’arbitrario desiderio di una Cultura che non corrisponde secondo quanto è vero per ciò che è bene di quanto è giusto sia alla propria che ad altra vita, si pone contro sia la Cultura propria che altra. L’arbitrario desiderio di una vita (forza del suo Spirito) che dato il bene che è nel vero non corrisponde secondo quanto è giusto sia alla vita propria che ad altra, si pone contro sia la vita propria che altra. Ogni arbitrio è una violenza: sia sugli stati propri che sugli stati altri. Violenza (contro sé e/o contro altro da sé) è la forza della vita che non vuole sentire e, dunque intendere, la ragione del suo Spirito. La ragione dello Spirito si intende nello stato di pace, perché, nella pace vi è quiete fra i dissidi e, dunque, verità. La forza della violenza da arbitrio contro se e/o altro da se è corrispondente alla forza dello stato di ciò che non si vuole sentire, sapere e capire. Una individualità non vive la sua vita con giusto Spirito (cioè, con la giusta forza) tanto quanto il sapere dato dalla sua Cultura non corrisponde al sentire dato dalla sua Natura (come di converso) tanto quanto il sentire dato dalla sua Natura non corrisponde al sapere dato dalla sua Cultura.

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Analisi del discernimento

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Il discernimento è il più corrispondente strumento di cura: esso è il mezzo che pone nella giusta corrispondenza ciò che è sano con ciò che è da sanare. Il discernimento su sé o su altro da sé, è attiva transazione culturale ogni qualvolta permette il proseguo della vita propria, sociale e spirituale.

E’ passiva transazione di vita, il discernimento che principalmente attua la mera esistenza. Il discernimento è il medico che cura se stesso. Le l’individualità separate da sé stesse, soffrono della mancanza di vita nella parte che il loro sé non vive. Gli elementi di compensazione cui ricorre una individualità sofferente per carenza di spirito (forza della vita ) possono anche diventare particolarmente complessi, quando: è inappagata da se stessa e dal sociale; inappagata di sé per quanto variamente appagata nel sociale; inappagata nel sociale per quanto variamente appagata di sé. Per giungere al proprio completamento attraverso l’appagamento, le individualità totalmente o parzialmente inappagate perché personalmente, socialmente e spiritualmente non comprese dallo stato proprio e/o sociale e/o spirituale, possono anche diventare dipendenti (quanto tossicodipendenti) di elementi compensativi ( ” leggeri ” e/o ” pesanti ” ) sia naturali che ideologici e/o chimici. Tanto più la forza della vita (lo Spirito) è depressa per la mancanza di risposte alla domanda di equilibrio posta dalla vitalità in sofferenza (o esaltata per eccesso di risposte) e tanto più complessi sono gli elementi di compensazione cui ricorre la data individualità. La parte dell’individualità depressa o eccitata perché non vive ciò che sa per quello che è, può principalmente essere quella naturale (la vitalità) o quella culturale (la conoscenza) o quella spirituale: elevazione verso il Principio dei significati esistenziali.

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Analisi della pace

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La Natura è il luogo del Bene. La Cultura è il luogo della Verità. Lo Spirito, è il luogo del Giusto che corrisponde dalla Natura nel Bene per la Cultura nel Vero. Giustizia è assenza di ogni dissidio. L’assenza di ogni dissidio è pace. In una Natura in pace vi è giustizia.

Essendo cessazione di ogni dissidio (la giustizia) dove vi è giustizia data dalla pace perché è cessato ogni dissidio, non può non esservi che verità: se non raggiunta fra vita e vita è raggiunta fra vita e Vita. Sia nella Natura della vita della propria Cultura, che fra la propria ed altra, quando non vi è dissidio fra il bene della Natura ed il vero della Cultura perché vi è pace, la vita, non può non essere che nella verità di ciò che è giusto: lo Spirito. Poiché pace è tacitazione di ogni dissidio e alla tacitazione di ogni dissidio segue il silenzio, nel silenzio della pace dato dalla verità che ha tacitato i dissidi, vi è il principio della ricerca dell’origine di ogni verità. Nessuno sa cosa è bene dato il vero che è nel giusto, ma, ciò che non lo sa la Cultura lo sente la Natura. Nella vita della Cultura della Natura ( lo stato di ciò che sa perché sente ) che non corrisponde al bene per ciò che è giusto dato il vero, lo spirito è depresso. Nella vita della Natura della Cultura ( lo stato di ciò che sente perché sa ) che non corrisponde al vero per ciò che è bene dato il giusto, lo spirito è eccitato. Poiché ciò che è depresso o eccitato non è in pace, ne consegue, che lo stato di pace in una Natura è ciò che afferma il bene di ciò che è nel giusto, perché, alla sua Cultura, vero.

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