Metempsicosi

Per reincarnazione s’intende “l’atto dell’anima che dopo la morte torna a vivere in un altro corpo.” Vero, ma c’è un altro genere di reincarnazione, e cioè, l’atto di uno spirito che torna a vivere in un altro spirito. Nella prima ipotesi, il reincarnante si domicilia nel corpo. Nella seconda, nello spirito (nella forza) di un’identità incarnata. Lo spirito che s’incarna nel corpo che lo ospita ma non influisce su quella mente è uno spirito spettatore; spettatore alla stregua di chi solamente legge una storia ma non per questo non apprende. Lo spirito che si incarna in una forza, invece, è uno spirito che può essere comprimario ma non per questo restare tale. Secondo stati di infiniti stati, la metempsicosi avviene nella carne per lo spirito che sente di dover ripercorrere le emozioni del corpo. Avviene nella mente, per lo spirito che sente di dover ripercorrere le emozioni del pensiero. Avviene nello spirito, per l’anima che sente di dover ripercorrere le emozioni della forza. Avviene nel corpo, nella mente, e nell’animo, per lo spirito che sente di dover ripercorrere le emozioni della vita. La vita, essendo corrispondenza di stati in tutti e fra tutti gli stati, non separa uno stato emotivo da un altro, così, i generi di reincarnazione appena detti (nel corpo, nella mente, e nella vita) comunque finiscono con l’influirsi. Per infiniti stati di vita, lo spirito che cerca il bene, il vero, e il giusto si reincarna secondo spirito di verità; di male, invece, lo spirito che s’incarna secondo dolore naturale e spirituale per errore culturale. Come il primo potrebbe abbassare il suo stato durante il percorso, così il secondo lo potrebbe alzare. Nessun spirito necessita della totale riconsiderazione su di sé: nessuno, infatti, è totalmente in errore come non è totalmente nel giusto. Ne consegue, che, sia pure nei termini sopraddetti, la reincarnazione avviene solo per le parti in errore o in dolore. Le parti in errore o in dolore sono parti di identità. Uno spirito reincarnato, allora, può essere riconosciuto solo per parti della sua identità, non per il tutto che è stato. Ciò non smentisce chi si dice o viene riconosciuto come un reincarnato. Smentisce, però, chi si dice o viene riconosciuto come reincarnato in toto. Se uno spirito è riconoscibile per quello che è stato, vuol dire che le parti in errore o in dolore da riconsiderare sono direttamente proporzionali al bisogno di reincarnarsi.

Ne consegue, che è uno spirito basso, tanto quanto è prevalente il suo stato di bisogno. Nella reincarnazione, i principi che basano la verità di un rinnovato percorso (ciò che è bene al corpo della vita, ciò che è vero al suo pensiero, e ciò che è giusto alla sua forza) sono presenti in qualsiasi stato (e/o figura e/o identità) perché sono le universali emozioni della vita, che anche fra diverse lingue, tutti sentiamo con la stessa “voce”. Sia nel caso di uno spirito deviato da sé e/o da altro da sé, come nel caso di uno deviante in sé come verso altro da sé (un’ipotesi non esclude l’altra) la metempsicosi è scelta dettata dal bisogno di rivedere i gravi presenti nell’animo per la mancata corrispondenza fra quello sanno e quello che sentono in quello che sono e intendono perseguire. Potenti o no che siano, per gli spiriti bassi ma non contrari alla vita e al suo Principio, per quanto sono di ciò che sentono e per quanto intendono perseguire, sono gravi, i dissidi emotivi compiuti dagli errori verso la propria vita, come verso altra vita, come verso il Principio. Per questi, la reincarnazione è mossa da desiderio della pace che è nella verità. Potenti o non che siano, per gli spiriti bassi perché contrari a sé come verso altro da sé, come verso il Principio e i suoi principi, si possono dire gravi tutti gli atti di opposizione verso il bene, il vero, il giusto. Questi spiriti, li sentono gravi, tanto quanto non hanno saputo essere pienamente contrari. Anche questi si reincarnano per rivedere l’errore, ma per capire come compierli con maggior errore per maggior falsità. Vi è incarnazione a nuova vita e reincarnazione a nuova vita. L’incarnazione avviene per processo naturale. La reincarnazione per processo spiritico. Avviene per forza accanto a forza nel caso di uno spirito compagno. Di forza su forza nel caso di uno spirito dominante. Di forza dentro forza nel caso di uno spirito invasivo. Dipende dai bisogni e dal carattere dello spirito in metempsicosi.

Vi è processo spiritico non invasivo quando il carattere di uno spirito non ha propositi di forza e/o volontà di dominio. Uno spirito dal carattere non invasivo è prossimo alla vita in cui si reincarna. Per questo non è condizionante e neanche sfruttante. Vi è processo spiritico invasivo quando il carattere di uno spirito ha volontà di possesso. Uno spirito con volontà di possesso, oltre che strumentalizzante è asservente. Uno spirito dalla forza tendente alla supremazia, può giungere all’invasione di chi occupa. Al caso, anche alla possessione. Accoglie l’influsso ma ferma ogni stato invasivo e/o di possessione, chi segue solo la forza del proprio spirito. Lo spirito umano guida secondo stati di infiniti stati di tre emozioni: depressione, esaltazione, pace. Vi è depressione nel caso di errore verso la Natura della vita, il corpo; vi è esaltazione nel caso di errore contro la Cultura della vita, il sapere; vi è pace, tanto quanto cessa il dissidio fra ciò che il corpo sente e ciò che la mente sa. La vita in pace, persegue i suoi principi senza dolore naturale e spirituale e senza errore culturale. Tanto quanto deviano lo spirito della vita influita verso mete e/o destini non corrispondenti alla personale cultura dell’influito, e tanto quanto gli spiriti disincarnati sbagliano contro lo Spirito. Segnalo l’errore anche agli inquilini di questo piano di vita. Gli spiriti bassi interagiscono palesemente con la nostra vita, tanto quanto invocati: vuoi da credenti che si rivolgono ai “noti” (religiosi, storici, o parentali) vuoi da dediti allo spiritismo per ragioni di potere, o di curiosità. Idediti allo spiritismo “spirituale” come di quello “profano” credono che i carismi siano doni dello Spirito. Lo Spirito concede un solo carisma: la vita. I carismi, invece, sono doni degli spiriti. Lì “regalano” a chi concede la propria fiducia. Ottengono carismi maggiori quelli che concedono la propria fede. In tutti i generi di concessione, i carismi diventano il segno della condizione di servizio agli spiriti. Ciò che ulteriormente vincola lo spirito umano da un ulteriore è la paura di perderli. Il timore è legato alle necessità di chi li ha avuti “in dono”: a tanta necessità corrisponde tanta paura.

I carismi fortificano l’esistenza dei depressi nella vitalità e nella vita che hanno cercato e trovato di che motivarsi (e/o consolarsi) cedendo il discernimento, non dove la fiducia e/o la fede. Chi cede il discernimento rimane influito anche a ripresa della sua ragione perché è stato provato da quella realtà: provato, sia nel senso che gli è stata data prova, sia nel senso di appesantito. Certamente, anche alleggerito, ma, (come nel caso di appesantito) dipende da come un provato vive e/o vivrà quell’esperienza. Chi cede la fiducia e/o la fede, e/o l’intelletto allo spirito influente (quando non invasivo) diventa il pescato pescatore di altra umanità: dolente o no che sia. Lo diventa, tanto quanto non sa resistere alla tentazione, comunque motivata, di mostrare ciò che è per ciò che può. Per quanto ne so (o mi hanno lasciato di che credere che ben poco mi è rimasto di integro) anche del Cristo evangelico si può dire che è stato un pescato pescatore di umanità dolente. Ci risulta, però, che si lasciò pesare dal Padre e che per il Padre pescò. Con il che, si può ulteriormente dire che è stato medium della divinità della vita, non, della vita di spiriti, che, sempre per quanto ci risulta, ha rifiutato per sé, e allontanato da altri e da altro. La personalità che ha ottenuto un carisma in momenti di lutto può essere tentata di mantenersi in stati di lutto (e/o in altre forme di quel dolore) pur di conservare il carisma che “cura” il dolore. Lo stesso per chi ha cercato gli spiriti per motivi di potere e/o curiosità. Succede anche nella nostra realtà; pur di non perdere il potere che ci conferma l’esistenza, accettiamo di rimanere dipendenti del potere che la conferma. Non vi sono carismi gratuiti. “Così in basso, così in alto”, contengono un’implicita motivazione di potere. Solo la vita è un dono gratuito. Per quanto ci si neghi all’influsso, non ci toglie il carisma. Il medium (e/o di un comunque influito) che non intende liberarsi dagli influssi degli spiriti per non perdere i carismi che gli formano l’immagine che vuole continuare a dare, cosciente o no, si trova inchiavardato da dissidianti emozioni. Non per questo perderà la facoltà di estrometterle dalla sua vita. Nessuno spirito può toglierla. Al più, difficoltare la liberazione, tanto quanto un’invasione è giunta a trasformarsi in possesso. Ciò detto, il mio spirito pagherà i suoi costi, e se il caso, gli spiriti e gli spiritisti pagheranno i loro. Tanto più, perché, per capire la vita propria, altra e del Principio, ogni umanità che è, e che fu, deve percorrere la sua via per giungere alle sue verità.

Cronic Fadigue Sindrom – Lettera

L’Istituto superiore della Sanità, incarica il Gruppo “C” di Verona, di studiare un malattia che deprime la vita pur non ledendo il corpo. Non vedo cosa ci sia di nuovo – mi dico. Sono cose che succedono, quando un insieme di fattori ammalano la forza della vita: lo spirito. Siccome pensavo, (e penso), di capire qualcosa sullo spirito, intervengo presso il dottor S. con questa lettera. Se anche con le immagini dei concetti non ricordo. Ricordo, però, di aver immediatamente tradotto il titolo a mio modo. All’epoca, la mia emozione era come una volpe in un pollaio. Ve lo immaginate il casino che faceva fra le galline, pardon, fra i concetti? A proposito di “emozione”. L’emozione, è la parola della vita che dice sé stessa. Se nei “malati” da quella sindrome la Cfs, si può dire, Con Flebile Spirito, della mia Cfs potevo dirla, “Che Fatica Sopravvivere”. A proposito di sopravvivere, mi domando come farò a cavarmela dai casini che ho scritto, ma, quel che è peggio, mandati in giro. Per quanto cerchi, non trovo che una risposta: confessarseli, correggerseli e, rimandarli in giro. Mi domando, se anche per la cura della Cfs sia necessario applicare questa auto terapia: vedersi, non per quello che abbiamo sognato di essere, (o ci è stato detto che siamo), ma per quello che si è. Quindi, (sia pure con fatica), accettare la constatata identità. Terapia della rassegnazione? No! Terapia della sincerità! Ho la sensazione che con la sindrome da Cfs, la medicina tenti di entrare nella casa della Psichiatria. Secondo me, l’intrusione finirà con reciproco guadagno. Per il paziente non lo so. Essendo sindrome, con il fare, dovrai considerare anche l’essere della Persona: soggetto, non meno sindrome del male che denuncia. Prima di inoltrarmi nel discorso, non posso non dire cosa intendo per Persona e qual’è la sua immagine. La Persona è l’immagine dello stato unitario trinitario che si origina dalla corrispondenza fra i suoi stati: Natura, Cultura, Spirito. Tanto quanto i suoi stati corrispondono, è tanto quanto la Persona trinitaria è unitaria. Tanto quanto una persona è unitaria e tanto quanto è sé stessa e, quindi, integra.Per quanto riguarda il tuo essere di tecnico, pensa allo spirito come alla forza della vitalità, che, allo Spirito come forza della Vita, ci penso io. Pensare allo spirito come alla forza della vitalità, ti consentirà di procedere per la terra che conosci. Non dovrebbe meravigliare l’età dei malati. E’ l’età delle massime tensioni vitali, però, è anche l’età dei massimi contraccolpi. La Cfs, dice che un contraccolpo ha provocato un crepo. Ora, si tratta di trovare il luogo di quel crepo. Secondo l’immagine che ho introdotto sopra, il luogo può essere nella Natura: stato di principio, del principio della sua vita.

Nel caso lo sia, ciò vuol dire che una Natura, (la parte fisica dell’identità), ha emanato verso la vita, una carica di vitalità, (di forza), che non ha trovato sufficienti agganci, sviluppi, conferme. Non avendole trovate, quella vitalità è tornata al mittente, con forza direttamente proporzionale all’emanazione, se il soggetto ha in altro la sua base, (una confermante idea di sé), ma inversamente proporzionale alla emanazione, se il soggetto non si fonda, anche in altra confermante base. Sia nel caso direttamente proporzionale che in quello inversamente proporzionale, il contraccolpo può essere di segno + o di segno -, per infiniti, (la vita stato di infiniti stati di vita), e sindromatici fattori. Il segno + e -, dicono il genere di sofferenza che si origina nella forza dello spirito di quella persona. Quando è +, il contraccolpo nello spirito provoca delle esaltazioni. Quando è – provoca delle depressioni. Quello che vale per l’emanazione naturale, vale per quella culturale e spirituale. I contraccolpi sono originati da risposte non date dal corpo, non date dalla mente, non date dallo spirito. Essi crepano la Persona, quando i suoi ammortizzatori mentali, (i dati del discernimento), sono scarichi perché demotivati, o carichi di una esistenzialità non corrispondente all’effettivo essere. In genere, una demotivazione copre un lutto interiore: la morte di una idea di sé. Può essere del sé naturale, di quello culturale, di quello esistenziale. Di quello cioè, che risponde ai perché vivere. Una esistenzialità impropria, (convenzionale al sociale ma non alla data individualità), è un pezzo della vita, non originale, per quella vita. Come succede per le macchine, i ricambi non originali corrispondono agli originali come forma ma non come sostanza, quindi, sono più soggetti ad usurarsi. La Cfs, indica, che un pezzo non originale della vita di una persona, si è definitivamente usurato. Vi sono anche dei pezzi non originali, che, pur facendo cedere il soggetto non cedono nel soggetto, ma, sono estremamente cari: vedi ogni forma di droga.

Come evadere dal vago – Lettera ad un IO confuso – Testo

Poiché la Natura sente ciò che la Cultura sa, la Natura è via della vita della Cultura. Poiché la Cultura sa ciò che la Natura sente, la Cultura è via della vita della Natura. Lo Spirito è via della vita perché è la forza della Natura che corrisponde alla sua Cultura. Nella vita (stato di infiniti stati dello spirito che si origina dalla relazione fra Natura e Cultura) la corrispondenza fra gli stati è via della destinazione di sé verso altro sé. Ciò che la motiva è la simpatia. Vi è simpatia verso una Natura e/o la Natura; vi è simpatia verso una Cultura e/o la Cultura; vi è simpatia verso una vita e/o la Vita. Nella simpatia, la Natura desidera ciò che dell’altro sente; la Cultura desidera ciò che l’altro sa; la vita desidera ciò che dell’altro vivifica il suo spirito. La simpatia ha tre stati di percezione: nel primo stato, la si sa perché la si sente ma non si sa perché la si sente. Il primo stato di conoscenza da simpatia è proprio della Cultura della Natura: il soma. Di una simpatia, in quanto se ne conoscono i motivi culturali nei naturali, nel secondo stato di percezione si sa perché la si sente. Il secondo stato di conoscenza da simpatia è proprio della Natura della Cultura: la vita. Quando la Natura degli stati corrispondenti sentono ciò che sanno e la loro Cultura sa ciò che sentono, la simpatia è propria dello Spirito: forza della vita e terzo stato di conoscenza da simpatia. La simpatia è proprio ed altro desiderio di vita: essa, nella vitalità che motiva, è la via che sostiene la corrispondenza degli stati in moto di destinazione verso la meta naturale, culturale e spirituale propria ed altra. La simpatia veicola gli stati della personalità individuale, sociale e spirituale verso sentimenti affini. La meta di prevalenza della destinazione degli infiniti moti di vita cui si corrisponde per simpatia segna di sé il destino.

 

Pedagogia dell’Amore e della Comunione – Testo

Attua la comunione, tutto ciò che pone gli stati della vita, quanto la vita, in corrispondente relazione di somiglianza con l’Immagine: Natura che corrisponde con la sua Cultura secondo la forza del suo Spirito. Perché vie educative che conducono all’Immagine della vita, l’amore e la comunione fra gli stati del Suo Principio sono magistrali per quelli a sua Somiglianza: Natura che corrisponde con la sua Cultura secondo la forza del suo Spirito.

Magistrale è tutto ciò che dagli stati trinitario – unitari del Principio perviene a conformare e a confermare gli stati trinitario – unitari dell’immagine a sua somiglianza. L’Amore è lo stato sostanziale del Principio. La Comunione è lo stato sostanziale dell’immagine a sua somiglianza. Immagine del Principio della vita è l’amore fra ciò che gli è prossimo proprio: i suoi stati. Immagine del Principio della vita è comunione di se con ciò che gli è prossimo del se altrui. La comunione personale è la via educativa che conduce all’amore di se. La comunione con il sociale è la via educativa che conduce all’amore sociale. La comunione con la vita e la via educativa che conduce all’amore verso il suo Principio. In ogni stato di vita la comunione di ciò che è prossimo proprio è la relazione magistrale che struttura l’identità personale. La comunione di ciò che è prossimo proprio con il prossimo a se dell’altrui prossimo, è la relazione magistrale che struttura l’identità sociale. La comunione di ciò che è prossimo proprio con ciò che è prossimo alla Vita ( il tutto dal Principio ) è la relazione magistrale che struttura l’identità spirituale.

Indipendentemente dallo stato della comunione ogni stato di comunione sta su uno stato di abnegazione. Secondo lo stato di vita dei principi naturali, culturali e spirituali dell’abnegante, vi è abnegazione verso stati della vita e vi è abnegazione verso lo Stato della vita. Indipendentemente dallo stato dell’abnegazione e/o delle sue finalità, poiché l’abnegazione permette la comunione e la comunione e via dell’amore per la vita sia nel particolare che nell’Universale, ciò che si abnega permette la vita in tutti gli stati della vita. La vita è permessa dall’Amore, permesso dalla Comunione, permessa dalla Fede, che permette la vita, permessa dall’Amore. La fede nella Vita è realtà sussistita dall’amore e dalla comunione. Su questa realtà, la Natura, la Cultura e lo Spirito sono il trinitario – unitario tramite dello stato spirituale nello stato della vita umano e sociale. Il Principio della vita è lo stato supremo della Comunione data dall’Amore fra i suoi stati. Il Principio della vita, è; Il Principio della vita è ciò che è; La vita che è ciò che è non può non avere la Natura di ciò che è. Non vi è principio di vita se l’essere che è non sa ciò che è. La vita che sa ciò che è ha la Cultura di ciò che è. Lo stato che sa ciò che è, ha vita (forza di Spirito) tanto quanto sa ciò che è.

Poiché l’immagine della vita che è conseguita dal Principio è Natura, ha Cultura ed ha vita ( forza dello Spirito ) in ragione della corrispondenza fra i suoi stati, allora la Natura, la Cultura e lo Spirito sono l’Immagine del Principio della Vita da cui si origina ogni somiglianza. In ragione del proprio Spirito, il Principio della vita non può non essere che lo stato di ciò che è per quanto la sua Cultura sa di ciò che la sua Natura sente. Secondo il proprio stato (quello del Principio e quello principiato) e dato ad ognuno il proprio stato: supremo in quello del Principio, a sua somiglianza nel nostro principio. Se così è per la vita originata (la Somiglianza) lo stesso non può non essere della vita del Principio: l’Immagine. Poiché, vita, è rapporto di corrispondenza fra Natura, Cultura e Spirito sia nello stato supremo che nell’ultimo allora, fra la vita del Principio e la vita che ha principiato vi è il principio dell’uguaglianza detto dal rapporto fra Immagine e Somiglianza. Così, data l’Immagine del Principio, la Natura della vita a Sua somiglianza ” è ciò che è “; la Cultura della vita a Sua somiglianza ” è ciò che sa “; lo Spirito è la forza che corrisponde dalla vita di ciò che la Natura è per ciò che la sua Cultura sa. Dato al Principio della vita lo stato di Natura, Cultura e Spirito, il Principio ha stato trinitario. La trinitaria corrispondenza fra gli stati del Principio è l’unità del Principio. Il Principio, Natura che sa la propria Cultura per la vita intercessa dallo Spirito, non può non sapere ciò che gli somiglia.

Se non sapesse ciò che gli somiglia, non saprebbe il suo principio, la vita, e non potrebbe principiarla. Essendo vita, il Principio, il principio della vita dato alla Natura non può essere che il bene; il Principio della vita dato alla Cultura non può essere che il vero; il Principio della vita dato allo Spirito non può essere che il giusto. La Natura del Principio della vita è la Cultura del bene. La Cultura del Principio della vita è la Natura del vero. Lo Spirito del Principio della vita è la Natura della Cultura del Giusto. L’Immagine del Principio della vita è il Bene della Natura, il Vero della Cultura ed il Giusto dato dalla forza (lo Spirito) che corrisponde fra il Bene ed il Vero. Se il Principio che è vita della Natura nella Cultura per lo Spirito non fosse la Natura del Bene, il Bene non sarebbe il Vero perché non giusto allo Spirito: forza della vita tanto quanto essa è nel bene per ciò che è vero al giusto. Nel bene, nel vero e nel giusto, la Natura sente ciò che la Cultura sa, ed ha corrispondente Spirito per quanto sente di ciò che sa. Poiché vi è un solo Principio, l’immagine a Sua somiglianza non è il Bene, il Vero ed il Giusto ma è nel bene che da lo stare bene, nel vero che da l’essere veri e nel giusto che da il giusto stare. Poiché il Principio sapendo se stesso sa la somiglianza, è Cultura di immagine e di somiglianza. Una immagine corrisponde al Principio, secondo lo stato di somiglianza. L’Essere della Somiglianza conforma e conferma il proprio stato nell’essere del Principio secondo la corrispondenza degli attributi che lo identificano ad immagine del Principio.

Lo stato dell’immagine a somiglianza del Principio, muta secondo i termini dell’alleanza (comunione perché amore) con lo stato del Principio. Ogni scissione nella corrispondenza fra il Principio e l’immagine a Sua somiglianza è separazione di somiglianza dal Principio quanto separazione di somiglianza nella propria immagine e fra immagini a somiglianza del Principio. Non essendoci altro stato al di fuori dell’Immagine della vita, non vi può essere altro stato al di fuori del Principio di ogni immagine a sua somiglianza. La corrispondenza fra gli stati trinitari, segna il vivere dell’Essere. L’Essere vive il Principio della vita (la vita) tanto quanto corrisponde all’Immagine della vita che lo attua. La Natura, la Cultura e lo Spirito del Principio della vita (la vita) originano la vita della Natura per la Cultura della forza data dallo Spirito. Natura, Cultura e Spirito, ognuno per il proprio stato, sono la realtà che è. La relazione di corrispondenza fra gli stati, attiva la realtà che è in realtà che vive. Lo stato dell’essere corrispondentemente sussiste lo stato del vivere. Lo stato del vivere corrispondentemente sussiste lo stato dell’essere. La realtà dell’essere, è arbitrata dagli stati di corrispondenza fra gli stati del suo stato.

Il Principio della vita (la vita) è il dato trinitario reale della relazione di corrispondenza che sussiste l’immagine a Sua somiglianza. L’immagine della vita a somiglianza del Principio è il dato reale della relazione di corrispondenza che sussiste ogni Sua somiglianza. Non esiste relazione di sussistenza della vita a somiglianza dell’Immagine del Principio poiché non vi è attributo che il Principio non sia. La relazione di sussistenza data dal Principio vivifica l’immagine della vita che persegue ciò che del Principio la sussiste. L’Essere della Natura è a immagine della sua Cultura. L’Essere della Cultura è a immagine della sua Natura. L’Essere dello Spirito è a immagine della forza della vita della Natura nella corrispondente Cultura. L’Essere discerne secondo lo stato di coscienza: luogo di tutto ciò che è a sua conoscenza. Il discernimento è il frutto dell’analisi dei dati della Natura nella corrispondente Cultura secondo l’arbitrio dato dallo Spirito. Il discernimento è l’esame che eleva i valori della conoscenza nella coscienza. L’essere è coscienza di ciò che è ( forza della vita ) per ciò che la sua Natura sente di ciò che la sua Cultura sa. Per ogni stato, dato ad ognuno il trinitario stato, la coscienza dello stato è l’io trinitario di quello stato. La coscienza di se è via di somiglianza con la coscienza della Vita: Immagine che comprende ogni vita a Sua somiglianza. Immagine della coscienza della vita è consapevolezza del Principio: Natura, che nella corrispondente Cultura, vive secondo la forza del suo Spirito. La Natura della vita della Somiglianza, è la via che porta alla coscienza della Natura della vita (il corpo) del Principio. La Cultura della vita della Somiglianza è la via che porta alla coscienza della Cultura della vita ( la mente ) del Principio. La forza della vita della Somiglianza è la via che porta alla coscienza della forza della vita del Principio: lo Spirito. Il bene nella Natura è via della verità nella Cultura.

Il vero nella Cultura è via del bene nella Natura. La forza della vita (lo Spirito) è via del bene della Natura nel vero della Cultura. Il Giusto è lo Spirito della vita che nel bene della Natura è via della verità nella Cultura. Tutto ciò che è via della verità è vita. Poiché Il Principio è figura originante, il Principio è identità originante. Poiché ciò che è a sua Immagine e Somiglianza è Figura che deriva dal Principio, ogni sua Somiglianza ha stato dell’Identità del Principio. Nell’identificazione con il Principio della vita vi è la conforma dell’essere e la conferma dell’esistere. Ogni somiglianza tende al Principio di ciò che l’Immagine è: bene della Natura, vero della Cultura e giusto dello Spirito. Nel Principio di ciò che l’immagine è, vi è l’identificativa immagine di ciò che la Somiglianza è. Il Principio è il bene: la Somiglianza è nel bene. Il Principio è il vero: la Somiglianza è nel vero. Il Principio è il giusto: la Somiglianza è nel giusto. La Somiglianza, che alla conoscenza non si conforma alla conferma data dal Principio, sosta lo stato di somiglianza sostando le corrispondenze con l’Immagine. La sosta segna l’arresto dell’elevazione verso il Principio del principio: la vita. Il Principio (vita di ciò che è per ciò che sa di ciò che sente) indica all’immagine a Sua somiglianza ciò che è per ciò che sa in quanto sente. Poiché il Principio è maestro di vita ogni immagine a sua somiglianza che si riferisce alla Sua vita è maestra di immagine e di somiglianza. Perché sovrana concordanza degli stati trinitario – unitari di Natura, Cultura e Spirito il Principio è Immagine della Norma dello spirito detta dal Suo. Tutto ciò che pone in comunione con il Principio della vita ( vitalità nella Natura, vita nella Cultura, giustizia nello Spirito ) è secondo Norma. Secondo la forza del proprio stato di spirito, anormale è tutto ciò che nega e/o divide dalla Norma.

La Somiglianza, che è per la corrispondenza fra i trinitari stati dati dall’immagine del Principio, è nella Norma secondo quanto la personale Figura, corrispondendogli, vi si colloca con la vita naturale, culturale e spirituale del proprio stato e con quello sociale che gli è proprio. Lo stato di vicinanza ( prossimo ) o di lontananza ( non – prossimo ) dal Principio, conferma o differenzia ciò che è a Sua immagine e somiglianza. Gli stati di vicinanza o di lontananza sono stati di infiniti stati di vita, corrispondenti o non corrispondenti secondo lo stato di coscienza che l’immagine della Somiglianza ha dell’immagine del Principio. Lo stato della coscienza data dal discernimento è parametro dello stato della somiglianza data dalla corrispondenza con l’immagine del Principio. Ogni genere di aprioristica convenzione sul Principio della vita lede la corrispondenza fra gli stati del Principio e quelli a Sua somiglianza. Ogni ogni aprioristica convenzione sta su una alienazione. Sia dello stato umano per lo stato umano, sia dello stato umano per lo stato sociale, sia dello stato umano per lo stato spirituale, alienare l’io da se è separarlo dalle corrispondenze che permettono l’unità della sua trinità. L’alienazione è l’esistenziale ferita che divide l’essere dal suo vivere. La Somiglianza che è stata alienata di una parte di se, compensa lo snaturamento avvenuto con ciò che supplisce lo stato alienato. Sono convenzionali compensazioni di un essere alienato dalla sua Natura, e/o dalla sua Cultura e/o dal suo Spirito (dalla forza della sua vita) quanto convenzionalmente reintegra la sua Natura, e/o la sua Cultura e/o la sua vita. Quando sulla Natura o sulla Cultura, si conviene con principi che non corrispondono allo Spirito, si convenziona la vita. Diversamente da ogni convenzione, la corrispondenza di vita sia nella propria che della propria con altra è la relazione che permette di costituirsi secondo propri parametri. A corrispondenza di stati trinitari corrisponde integra l’immagine data dalla somiglianza con il Principio. Ogni relazione corrispondentemente trinitaria è norma e normalizza. Dalla misura dell’integrità proviene misura di diversità. La misura della diversità è misura dell’unicità. Dato ad ognuno il proprio stato e secondo lo stato del proprio stato, produrre vitalità nella Natura (propria e/o altra) e vita nella Cultura (propria e/o altra) significa seguire il principio dello Spirito: versare del bene alla vita per quanto giusto alla sua forza.

Lettera ad una madre

Ho scritto questo letterone quando non ero proprietario di un pensiero pienamente lucido. In data Marzo 2020 ho alleggerito qualche punto. Temo, però, che la parte “scientifica” sia ancora con_fusa con l’intuitiva. Prima o poi  ne verrò a capo.

In ragione del nostro Spirito, siamo principi di vita: corrispondenza di stati fra Natura, Cultura., e Spirito Lo possiamo essere per la sola Natura qualora si origini un corpo, per la sola Cultura qualora si origini informazioni; per il solo Spirito qualora si origini forza. Ma, vita, è lo stato della corrispondenza fra infiniti stati di vita. Pertanto, anche dove si origini solamente Natura, o solamente Cultura, o solamente Spirito, comunque, indirettamente quando non direttamente, non si può non originare vita.

Io non sono stato un padre naturale. Tuttavia, comunicando le informazioni che hanno permesso a più di una vita di trovare parti della sua, posso dire di essere stato padre culturale. Siccome ciò che ho permesso ha dato forza a quella vita, posso ulteriormente dire di essere stato anche padre spirituale. Non solo. Per dare le informazioni che hanno dato forza, non ho potuto non accogliere la vita a cui l’ho data. Siccome l’accoglienza è il principio naturale, culturale e spirituale della donna, per questo posso dire di essere stato anche madre. Siccome vita è anche lo stato di infiniti stati di vita che si origina dalla corrispondenza fra la determinazione maschile e l’accoglienza femminile, non ti dico, infine, quante figure parentali, maschili e/o femminili, sono stato di volta in volta.

Questa multiforme proprietà dell’essere non è solo mia. A differenza di altri, ne sono solamente più cosciente. La determinazione naturale, culturale e, dunque, di vita, rende maschio l’ uomo. L’accoglienza naturale e la determinazione culturale e, dunque, di vita, rende femmina la donna. L’uomo non può non accogliere culturalmente ciò che ha determinato. In questo senso è anche culturalmente femmina. Se non lo è, non gestisce e partorisce, culturalmente e spiritualmente, la vita che ha deciso di proiettare. Così, la donna non può non determinare su ciò che vi è da accogliere. Se non lo fa, non proietta da sé la vita che ha accolto. Proiettandola, invece, è anche culturalmente maschio.

L’insieme della corrispondenza fra determinazione ed accoglienza, conforma la sessualità: maschile nell’uomo se sarà prevalentemente determinante, femminile nella donna se sarà prevalentemente accogliente. Ma, vita è lo stato di infiniti stati di vita. Allora, nello stato sessuale di prevalenza, (maschile e/o femminile) sia nell’uomo che nella donna si dirameranno dei secondari stati sessuali: gusti in amore e/o in amare. Quando questi gusti segnano la persona al punto da formarne l’identità, si hanno delle ulteriori figure sessuali: le cosiddette “diversità”. Il Principio della vita è il bene della Natura. Per corrispondenza di stati, il bene della Natura, diventa il vero nella Cultura ed il Giusto nello Spirito. Pertanto, siamo normali a noi stessi e nei confronti della vita sino al Principio, tanto quanto non si origina del male: dolore nella Natura, errore nella Cultura ed esaltazioni o depressioni nella forza della vita.

Sia nei confronti della vita personale, famigliare e sociale, il male, è mancanza di vita e, dunque, mancanza verso la Vita. Per questo, non può essere norma di vita. Allora, indipendentemente dalla sessualità, anormali alla vita sono quelli che coscientemente perseguono il male. Per quanto sostengo, lo stato della corrispondenza fra stati naturali, culturali e spirituali fra le due famiglie, (la personale e la sociale), dice quanto esse sono reciprocamente normali sia verso sé stesse che verso il Principio della vita.

Il Principio della vita è la vita che ha originato la vita. Non lo dico con altro nome, vuoi perché sarebbe invano, vuoi perché sarebbe vano. Qualora vi sia della vita, (individuale, famigliare quanto sociale), che diverge dal Principio della vita, (sia nella vita propria che nella vita altra, il principio della Vita sta nel comunicare vita in tutti e fra tutti gli stati della vita), non la vita in questione lo allontana, ma (tanto quanto coscientemente vuole ciò che lo separa dal gruppo di principio culturale) da sé quella si allontana.

Il soggetto che si allontana, (coscientemente o no che sia), decidendo di essere parte per sé stesso, necessariamente, diventa estraneo a quello di origine tanto quanto non vi corrisponde più. Prendere atto della separazione da estraneità può essere abbastanza “semplice”, ma, non tanto nell’attuarla. Vuoi per situazioni economiche, vuoi per altri vincoli. Fra questi (in chi si è separato) la paura di affrontare le inevitabili conseguenze che sono nelle sue scelte. Accertare in chi stia la paura (debolezza che indica la personalitù non ancora strutturata) e in chi (volente o nolente) stia la passiva accettazione da comunque normalizzato  non è mica tanto semplice. Non tanto per il sentire, quanto per il capire su quanto si sente. Che fare in questi casi? Direi tornando da capo, al principio della vita.

E il principio della vita è la Natura. Non sapremmo il concetto culturale di piacere e/o di dolore se la Natura, il corpo, non ce lo facesse sentire. Ciò che noi si sente, dunque, è informazione tanto quanto ciò che si sa, ma, a fronte di una cultura in confusione, la Natura non lo è mai. Infatti, essa sente il dolore e/o il piacere anche quanto la sua Cultura non sempre la sa nominare o sa riconoscerne le cause.

Ho detto prima che il dolore è male da errore. Ecco così, che anche non sapendo l’errore, comunque il dolore te ne segna la presenza. Al punto, ogni qual volta i corrispondenti non sappiano e/o vogliano far cessare il dolore da cause esterne (nodimeno interne) facendo cessare i dissidi da errore, non solo ciò rende giusta la separazione ma ne segnala la necessità.

Per perpetuare la sua vita e la vita, l’ uomo determina la Cultura femminile penetrandone la Natura. Il carattere che si origina dalla comunione fra la potenza del suo corpo, della sua mente e della forza della sua vita è detta virilità. Quando questo carattere è offeso da una opposizione, l’uomo si separa da ciò che offende il piacere datogli dal suo sé, appunto, la penetrazione – determinazione – proiezione dei suoi principi. Per farlo, non ci mette che il tempo di pensarlo. La cosa è ben diversa per la donna. Non tanto per il rapporto carnale fra madre e prole, quanto perché il principio della donna, (indole culturale e spirituale, naturale o comunque indotta che sia) è l’accoglienza, non la determinazione.

L’accoglienza comporta la presenza di una remissività spirituale che, oltre che la fisica, conforma quella mentale. La remissività spirituale, (cosa ben diversa dalla passività spirituale in quanto la remissività è attiva perché implica la volontà di esserlo), è l’ulteriore motivo per cui una donna si separa molto difficilmente dalla vita e/o da degli stati di vita che ha accolto. Data la determinazione come carattere e piacere maschile, l’uomo è una forza proiettiva. Diversamente, data l’accoglienza come carattere e piacere femminile, la donna è conservante più che proiettiva.

Essendo prevalentemente conservatrice, non può non conseguirne che i tempi di elaborazione delle informazioni della donna sono più lunghi di quelli dell’uomo. I diversi tempi dell’orgasmo sessuale confermerebbero quanto sostengo sui diversi modi di affrontare la vita dell’uomo e della donna.

Quando per motivi personali e/o sociali una donna non può non separarsi dalla vita che ha originato perché accolto, può anche vivere la divisione con un dolore che può giungere a colorarsi di colpa. Il Senso della Colpa, si origina dalla somatizzazione di una depressione nella forza della vita: lo spirito. Questa depressione può avere infinite cause. Fra le prevalenti: dei dubbi circa il ruolo di femmina, (per quanto riguarda l’accoglienza naturale dell’uomo), e/o di donna per quanto riguarda l’accoglienza culturale, sempre dell’uomo. I dubbi su di sé e/o i rifiuti dell’accoglienza naturale, quanto culturale e spirituale dell’uomo, (amante, marito e padre) rischiano di ombrare la qualità dell’accoglienza della prole verso chi l’ha principiata. L’ombratura da incertezza può originare dei rifiuti: totali o parziali che sia.

Ogni successivo atto riparatore su quell’incertezza potrebbe renderti soggetta a ricatti affettivi: ricatti di maggior presa tanto quanto si basano (o li basi) su sensi di colpa. Una mente che entra in questo girone di dubbi e/o di ricatti, rischia di non venirne più fuori! Pertanto, fermiamo le macchine! E’ ben vero che potresti anche essere la sciagurata che ha tradito tutto e tutti, ma, di te, (come di tutti), si può dire anche vero, che la Vita si è servita della tua, per poter dettare a tuo figlio il problema che deve risolvere: trovare sè stesso/a. Allora, dove starebbe la colpa da separazione, dal momento che potresti anche essere un messaggero della vita che separa ma per diversamente unire? Nel dubbio, credo sia giusto rimandare i processi su di noi a quanto potremo capire di più, non prima. Se il farlo prima non ci da che dolore, allora, nel processo che ci facciamo non ci può essere verità, in quanto il dolore, comunque, segna l’errore.

Luglio 2006

Pedagogia “per Damasco” – Studio dei Principi

Attua la comunione, tutto ciò che pone gli stati della vita, quanto la vita, in corrispondente relazione di somiglianza con l’Immagine: Natura che corrisponde con la sua Cultura secondo la forza del suo Spirito. Perché vie educative che conducono all’Immagine della vita, l’amore e la comunione fra gli stati del Suo Principio sono magistrali per quelli a sua Somiglianza: Natura che corrisponde con la sua Cultura secondo la forza del suo Spirito.

Magistrale è tutto ciò che dagli stati trinitario – unitari del Principio perviene a conformare e a confermare gli stati trinitario – unitari dell’immagine a sua somiglianza. L’Amore è lo stato sostanziale del Principio. La Comunione è lo stato sostanziale dell’immagine a sua somiglianza. Immagine del Principio della vita è l’amore fra ciò che gli è prossimo proprio: i suoi stati. Immagine del Principio della vita è comunione di se con ciò che gli è prossimo del se altrui. La comunione personale è la via educativa che conduce all’amore di se. La comunione con il sociale è la via educativa che conduce all’amore sociale. La comunione con la vita e la via educativa che conduce all’amore verso il suo Principio. In ogni stato di vita la comunione di ciò che è prossimo proprio è la relazione magistrale che struttura l’identità personale. La comunione di ciò che è prossimo proprio con il prossimo a se dell’altrui prossimo, è la relazione magistrale che struttura l’identità sociale. La comunione di ciò che è prossimo proprio con ciò che è prossimo alla Vita ( il tutto dal Principio ) è la relazione magistrale che struttura l’identità spirituale.

Indipendentemente dallo stato della comunione ogni stato di comunione sta su uno stato di abnegazione. Secondo lo stato di vita dei principi naturali, culturali e spirituali dell’abnegante, vi è abnegazione verso stati della vita e vi è abnegazione verso lo Stato della vita. Indipendentemente dallo stato dell’abnegazione e/o delle sue finalità, poiché l’abnegazione permette la comunione e la comunione e via dell’amore per la vita sia nel particolare che nell’Universale, ciò che si abnega permette la vita in tutti gli stati della vita. La vita è permessa dall’Amore, permesso dalla Comunione, permessa dalla Fede, che permette la vita, permessa dall’Amore. La fede nella Vita è realtà sussistita dall’amore e dalla comunione. Su questa realtà, la Natura, la Cultura e lo Spirito sono il trinitario – unitario tramite dello stato spirituale nello stato della vita umano e sociale. Il Principio della vita è lo stato supremo della Comunione data dall’Amore fra i suoi stati. Il Principio della vita, è; Il Principio della vita è ciò che è; La vita che è ciò che è non può non avere la Natura di ciò che è. Non vi è principio di vita se l’essere che è non sa ciò che è. La vita che sa ciò che è ha la Cultura di ciò che è. Lo stato che sa ciò che è, ha vita (forza di Spirito) tanto quanto sa ciò che è.

Poiché l’immagine della vita che è conseguita dal Principio è Natura, ha Cultura ed ha vita ( forza dello Spirito ) in ragione della corrispondenza fra i suoi stati, allora la Natura, la Cultura e lo Spirito sono l’Immagine del Principio della Vita da cui si origina ogni somiglianza. In ragione del proprio Spirito, il Principio della vita non può non essere che lo stato di ciò che è per quanto la sua Cultura sa di ciò che la sua Natura sente. Secondo il proprio stato (quello del Principio e quello principiato) e dato ad ognuno il proprio stato: supremo in quello del Principio, a sua somiglianza nel nostro principio. Se così è per la vita originata (la Somiglianza) lo stesso non può non essere della vita del Principio: l’Immagine. Poiché, vita, è rapporto di corrispondenza fra Natura, Cultura e Spirito sia nello stato supremo che nell’ultimo allora, fra la vita del Principio e la vita che ha principiato vi è il principio dell’uguaglianza detto dal rapporto fra Immagine e Somiglianza. Così, data l’Immagine del Principio, la Natura della vita a Sua somiglianza ” è ciò che è “; la Cultura della vita a Sua somiglianza ” è ciò che sa “; lo Spirito è la forza che corrisponde dalla vita di ciò che la Natura è per ciò che la sua Cultura sa. Dato al Principio della vita lo stato di Natura, Cultura e Spirito, il Principio ha stato trinitario. La trinitaria corrispondenza fra gli stati del Principio è l’unità del Principio. Il Principio, Natura che sa la propria Cultura per la vita intercessa dallo Spirito, non può non sapere ciò che gli somiglia.

Se non sapesse ciò che gli somiglia, non saprebbe il suo principio, la vita, e non potrebbe principiarla. Essendo vita, il Principio, il principio della vita dato alla Natura non può essere che il bene; il Principio della vita dato alla Cultura non può essere che il vero; il Principio della vita dato allo Spirito non può essere che il giusto. La Natura del Principio della vita è la Cultura del bene. La Cultura del Principio della vita è la Natura del vero. Lo Spirito del Principio della vita è la Natura della Cultura del Giusto. L’Immagine del Principio della vita è il Bene della Natura, il Vero della Cultura ed il Giusto dato dalla forza (lo Spirito) che corrisponde fra il Bene ed il Vero. Se il Principio che è vita della Natura nella Cultura per lo Spirito non fosse la Natura del Bene, il Bene non sarebbe il Vero perché non giusto allo Spirito: forza della vita tanto quanto essa è nel bene per ciò che è vero al giusto. Nel bene, nel vero e nel giusto, la Natura sente ciò che la Cultura sa, ed ha corrispondente Spirito per quanto sente di ciò che sa. Poiché vi è un solo Principio, l’immagine a Sua somiglianza non è il Bene, il Vero ed il Giusto ma è nel bene che da lo stare bene, nel vero che da l’essere veri e nel giusto che da il giusto stare. Poiché il Principio sapendo se stesso sa la somiglianza, è Cultura di immagine e di somiglianza. Una immagine corrisponde al Principio, secondo lo stato di somiglianza. L’Essere della Somiglianza conforma e conferma il proprio stato nell’essere del Principio secondo la corrispondenza degli attributi che lo identificano ad immagine del Principio.

Lo stato dell’immagine a somiglianza del Principio, muta secondo i termini dell’alleanza (comunione perché amore) con lo stato del Principio. Ogni scissione nella corrispondenza fra il Principio e l’immagine a Sua somiglianza è separazione di somiglianza dal Principio quanto separazione di somiglianza nella propria immagine e fra immagini a somiglianza del Principio. Non essendoci altro stato al di fuori dell’Immagine della vita, non vi può essere altro stato al di fuori del Principio di ogni immagine a sua somiglianza. La corrispondenza fra gli stati trinitari, segna il vivere dell’Essere. L’Essere vive il Principio della vita (la vita) tanto quanto corrisponde all’Immagine della vita che lo attua. La Natura, la Cultura e lo Spirito del Principio della vita (la vita) originano la vita della Natura per la Cultura della forza data dallo Spirito. Natura, Cultura e Spirito, ognuno per il proprio stato, sono la realtà che è. La relazione di corrispondenza fra gli stati, attiva la realtà che è in realtà che vive. Lo stato dell’essere corrispondentemente sussiste lo stato del vivere. Lo stato del vivere corrispondentemente sussiste lo stato dell’essere. La realtà dell’essere, è arbitrata dagli stati di corrispondenza fra gli stati del suo stato.

Il Principio della vita (la vita) è il dato trinitario reale della relazione di corrispondenza che sussiste l’immagine a Sua somiglianza. L’immagine della vita a somiglianza del Principio è il dato reale della relazione di corrispondenza che sussiste ogni Sua somiglianza. Non esiste relazione di sussistenza della vita a somiglianza dell’Immagine del Principio poiché non vi è attributo che il Principio non sia. La relazione di sussistenza data dal Principio vivifica l’immagine della vita che persegue ciò che del Principio la sussiste. L’Essere della Natura è a immagine della sua Cultura. L’Essere della Cultura è a immagine della sua Natura. L’Essere dello Spirito è a immagine della forza della vita della Natura nella corrispondente Cultura. L’Essere discerne secondo lo stato di coscienza: luogo di tutto ciò che è a sua conoscenza. Il discernimento è il frutto dell’analisi dei dati della Natura nella corrispondente Cultura secondo l’arbitrio dato dallo Spirito. Il discernimento è l’esame che eleva i valori della conoscenza nella coscienza. L’essere è coscienza di ciò che è ( forza della vita ) per ciò che la sua Natura sente di ciò che la sua Cultura sa. Per ogni stato, dato ad ognuno il trinitario stato, la coscienza dello stato è l’io trinitario di quello stato. La coscienza di se è via di somiglianza con la coscienza della Vita: Immagine che comprende ogni vita a Sua somiglianza. Immagine della coscienza della vita è consapevolezza del Principio: Natura, che nella corrispondente Cultura, vive secondo la forza del suo Spirito. La Natura della vita della Somiglianza, è la via che porta alla coscienza della Natura della vita (il corpo) del Principio. La Cultura della vita della Somiglianza è la via che porta alla coscienza della Cultura della vita ( la mente ) del Principio. La forza della vita della Somiglianza è la via che porta alla coscienza della forza della vita del Principio: lo Spirito. Il bene nella Natura è via della verità nella Cultura.

Il vero nella Cultura è via del bene nella Natura. La forza della vita (lo Spirito) è via del bene della Natura nel vero della Cultura. Il Giusto è lo Spirito della vita che nel bene della Natura è via della verità nella Cultura. Tutto ciò che è via della verità è vita. Poiché Il Principio è figura originante, il Principio è identità originante. Poiché ciò che è a sua Immagine e Somiglianza è Figura che deriva dal Principio, ogni sua Somiglianza ha stato dell’Identità del Principio. Nell’identificazione con il Principio della vita vi è la conforma dell’essere e la conferma dell’esistere. Ogni somiglianza tende al Principio di ciò che l’Immagine è: bene della Natura, vero della Cultura e giusto dello Spirito. Nel Principio di ciò che l’immagine è, vi è l’identificativa immagine di ciò che la Somiglianza è. Il Principio è il bene: la Somiglianza è nel bene. Il Principio è il vero: la Somiglianza è nel vero. Il Principio è il giusto: la Somiglianza è nel giusto. La Somiglianza, che alla conoscenza non si conforma alla conferma data dal Principio, sosta lo stato di somiglianza sostando le corrispondenze con l’Immagine. La sosta segna l’arresto dell’elevazione verso il Principio del principio: la vita. Il Principio (vita di ciò che è per ciò che sa di ciò che sente) indica all’immagine a Sua somiglianza ciò che è per ciò che sa in quanto sente. Poiché il Principio è maestro di vita ogni immagine a sua somiglianza che si riferisce alla Sua vita è maestra di immagine e di somiglianza. Perché sovrana concordanza degli stati trinitario – unitari di Natura, Cultura e Spirito il Principio è Immagine della Norma dello spirito detta dal Suo. Tutto ciò che pone in comunione con il Principio della vita ( vitalità nella Natura, vita nella Cultura, giustizia nello Spirito ) è secondo Norma. Secondo la forza del proprio stato di spirito, anormale è tutto ciò che nega e/o divide dalla Norma.

La Somiglianza, che è per la corrispondenza fra i trinitari stati dati dall’immagine del Principio, è nella Norma secondo quanto la personale Figura, corrispondendogli, vi si colloca con la vita naturale, culturale e spirituale del proprio stato e con quello sociale che gli è proprio. Lo stato di vicinanza ( prossimo ) o di lontananza ( non – prossimo ) dal Principio, conferma o differenzia ciò che è a Sua immagine e somiglianza. Gli stati di vicinanza o di lontananza sono stati di infiniti stati di vita, corrispondenti o non corrispondenti secondo lo stato di coscienza che l’immagine della Somiglianza ha dell’immagine del Principio. Lo stato della coscienza data dal discernimento è parametro dello stato della somiglianza data dalla corrispondenza con l’immagine del Principio. Ogni genere di aprioristica convenzione sul Principio della vita lede la corrispondenza fra gli stati del Principio e quelli a Sua somiglianza. Ogni ogni aprioristica convenzione sta su una alienazione. Sia dello stato umano per lo stato umano, sia dello stato umano per lo stato sociale, sia dello stato umano per lo stato spirituale, alienare l’io da se è separarlo dalle corrispondenze che permettono l’unità della sua trinità. L’alienazione è l’esistenziale ferita che divide l’essere dal suo vivere. La Somiglianza che è stata alienata di una parte di se, compensa lo snaturamento avvenuto con ciò che supplisce lo stato alienato. Sono convenzionali compensazioni di un essere alienato dalla sua Natura, e/o dalla sua Cultura e/o dal suo Spirito (dalla forza della sua vita) quanto convenzionalmente reintegra la sua Natura, e/o la sua Cultura e/o la sua vita. Quando sulla Natura o sulla Cultura, si conviene con principi che non corrispondono allo Spirito, si convenziona la vita. Diversamente da ogni convenzione, la corrispondenza di vita sia nella propria che della propria con altra è la relazione che permette di costituirsi secondo propri parametri. A corrispondenza di stati trinitari corrisponde integra l’immagine data dalla somiglianza con il Principio. Ogni relazione corrispondentemente trinitaria è norma e normalizza. Dalla misura dell’integrità proviene misura di diversità. La misura della diversità è misura dell’unicità. Dato ad ognuno il proprio stato e secondo lo stato del proprio stato, produrre vitalità nella Natura (propria e/o altra) e vita nella Cultura (propria e/o altra) significa seguire il principio dello Spirito: versare del bene alla vita per quanto giusto alla sua forza.

Gayenna in rima

Dopo un saluto te ne vai con la moto: e me?
Fante, cavallo, re, o soltanto una sveltina con te?
Tutto è in sospeso. Nulla è di peso.
Anche la sera mi resta il caso,
del povero coso che hai lasciato
non più di tanto meravigliato,
se ho già dimenticato il tuo viso.
Tu sei stato il mio cavalletto,
ed io ho sbagliato petto:
questa è la verità!
E va beh! Che sarà!
Ma tutto vuoi sospeso.
Che nulla ti sia di peso.
Lasciare vuoi alla sera,
giudizio e caso.

L’occasionale incontro con il motociclista è mito nel mondo gayoso. Qui interpreto speranze di “piazza”, e forse anche quello che mi sarebbe piaciuto vivere: sul sedile posteriore, almeno una volta

lineavert

Non mi interessano gli Adoni.
Non i fustaccioni.
Degli orsi non voglio pelle.
Non desidero sorelle.
Voglio qualcosa d’ignoto.
Niente di già vissuto.
Di superato.
Io voglio una storia,
non una memoria.
Non mi interessa che duri un’era
ma che nel durar sia vera.
Voglio un libro da leggere piano.
Con nessun arcano.
Lo voglio nel mio letto.
Tranquillo nel suo sonno.
Lo voglio un po’ arlecchino.
Lo voglio un po’ signore.
Bianca, rossa, gialla o nera,
che sia la copertina,
la mattina,
lo voglio al mio risveglio.
Lo voglio nome per il giorno.
Lo voglio attorno.
Lo voglio mio presente.
Tocco nella mano.
Sollievo alla fatica.
Lo voglio vita.
Intendo viverlo a piene mani.
Farò in modo che non pensi mai:
e se domani.

Del tempo che fu

lineavert

Amo un uomo ma c’è un però.
Sa appena dir: boobo!
Nel sorriso c’è il papà.
Negli occhi la mammà,
ma quando fa: boobo!
pare me, ma, con i suoi però.
Non pretendo di essergli il papà.
Figuratevi la mammà.
Intendo solo camminargli accanto.
Solo intendo dargli il mondo.
Si farà grande. Si farà domande.
A suo tempo gli risponderò,
ma, con dei però.
Si, lo so!
E’ un amore prematuro.
E’ un amore da futuro, però,
fra le mie braccia non c’é alcun ma.
Fra le vostre si vedrà.

A suo tempo, più della donna ho sentito la mancanza del figlio. Con il tempo ho capito che, almeno per me, quel desiderio non era altro che “una fuga in avanti”. Così, al posto del figlio ho adottato la vita. Oltre che figli, ora, ho un’infinità di parenti: non pochi i serpenti.

lineavert

Mi hai lasciato
amante ambrato
malinconia
nella mia via.
Nulla di definito
ma la povertà
è già
il dito.
Così, t’ho cullato con amore!
Così, ho visto cancellata
ogni traccia del timore.
Forse per questo
ti sentirai,
straniero,
meno palese
e stesso paese del bianco,
almeno la notte.

lineavert

Come mai, tu, meraviglia del creato,
ti sei ritrovato a seder piantato
a causa di uno scipito sbarbato?
E’ presto detto:
ci si ritrova col cuore rintronato
ogni volta la passione fa rima con melone ma
alzi la mano chi non ha mai sbucciato,
l’amaro frutto dell’errore.
Chi non ha ascoltato prima del passo,
il suono fesso dell’apparenza.
Ti consoli un pensiero:
di che vivresti con gli amici,
tu, deragliato a causa di uno smarrito
sulle tue rotaie?

lineavert

Vita o spogliata: maschera.
Dipinta o bruciata: maschera.
Gelato alla frutta cannolo o granita: maschera.
Frutta candita o candela sciupata: maschera.
Prigione o nuotare o sui libri salire: maschera.
Maschera da scenari prepari.

lineavert

Col dito puntato. Allo scudo avvinghiato. Siamo al solito.
Ma cosa vuoi puntare. Cosa vuoi coprire?
La paura di mancare? Di godere? Di sapere?
Cosa vuoi sapere? Se sono principessa o palafreniere?
I caci vanno con le pere
e ancora ti domandi
quale mercato offro al tuo piacere?
E’ chiaro che ti offro l’amare che non conosci.
E’ chiaro che ti offro risposte che non hai.
Io ti offro confusioni.
Forse emozioni.
Forse nulla di tutto questo.
Forse il resto.
Guardami!
Potrei essere i tuoi bisogni.
Forse i tuoi sogni.

Non ho mai spacciato per mio delle cose d’altri ma questa lo pare anche a me da tanto è  simil Zero.

vena

Anatomia della Normalità

Non sarà sfuggito che ragiono secondo spirito. Lo Spirito è la forza della vita. Gli stati di principio della vita sono

NATURA

atrinita

CULTURA                                                            SPIRITO

Lo Spirito esprime la forza della vita secondo due respiri: il Determinante e l’Accogliente. Determinante, è il fiato che inizia la vita secondo la volontà della sua forza. Accogliente, è il fiato che accetta la vita determinata dalla forza contestualmente principiante. In ragione dello stato di corrispondenza fra gli stati, ciò che è della Natura (intesa come corpo della vita, indipendentemente dalla forma) non può non essere della sua Cultura (intesa come conoscenza della vita, indipendentemente dal sapere) e ciò che è della Natura e della Cultura, non può non essere della vita. Naturalmente parlando, la nostra vita si perpetua per mezzo della genitalità. Culturalmente parlando, per mezzo della conoscenza. Spiritualmente parlando, per mezzo della forza che si origina dal rapporto fra Natura e Cultura. Quale carattere del Fiato iniziò la vita del Principio, e la stessa vita che ha principiato: il determinante, o l’accogliente? Come ho sopra immaginato, il principio della vita è trinitario. Vita, però, è corrispondenza di stati. Se al principio della vita ammettiamo l’immagine principiante che chiamiamo Dio, ne consegue che non può non essere suprema, ed in quanto suprema, assoluta. In quanto assoluta, massimo stato dell’unione fra i suoi stati. In quanto massima unione dei suoi stati, non può non essere unitaria, ed infatti, è stata riconosciuta, anche come l’Uno. In quanto Uno, fu la totalità del carattere del suo spirito, ciò che, data l’Immagine, originò la vita a Sua somiglianza, e se, fatto salva la differenza di stato, i principi della vita originata sono

NATURA

atrinita

CULTURA                                                             SPIRITO

può non esserlo l’Immagine?

Opinare ulteriormente circa quell’identità, non è aldilà del mio discernimento: é aldilà delle mie intenzioni. Ciò che affermo, quindi, è “visione” di concetti, non, ragione in concetti che, come i miei, possono posare la propria verità solo su convinzioni. Ora, ammessi al principio i caratteri unitari del Fiato (Forza o Spirito) e ammesso che la vita è il primo corpo generato dalla vitalità di quella forza, ne consegue che il principio generante della vita non è sessuale. Ulteriormente ne consegue, allora, che il cardine su cui basare i principi morali universali non è una indicata sessualità. Se i principi morali sono incardinati nella forza della vita, non, in una convenzionata sessualità, ne consegue normale chi determina ed accoglie la vita altra secondo il Fiato della vita, indipendentemente, dal fatto che si attui (e/o ci si attui) con genitalità diversa o simile.

Febbraio 2009

Siamo state due stronze? Si e no.

Mio caro: l’atteggiamento che hai avuto con tua madre stamattina mi ha irritato. Passerei oltre se ti vedessi ancora bambino. Vedendoti prossimo uomo, non posso. Ogni volta ha dovuto pagare delle salate bollette, per anni, tuo padre si è sempre chiesto cosa avevamo di tanto importante da dirci, tua madre ed io. Meno male che non ci ha mai sentito, perché era di lui, che quasi sempre parlavamo. Parlavano, forse non rende bene l’idea. In effetti, lo squartavamo; e senza anestesie di sorta. Non solo lui od altro, a dir la verità, ma, di lui in particolare modo, e con particolare ferocia.

Non ferocia cattiva, ma non per questo senza spargimento di sangue. Per un niente in tutto che è stata un’ironia di tua madre, oggi, però, ti sei eletto difensore di papà, e ci hai detto (a tua madre in particolare) che lo stavamo criticando ingiustamente, e che tua madre doveva dirmi tutte le cose, prima di parlare. Giusto?! Si e no. Giusto, nel sapere tutte le cose prima di parlare, ma, sei sicuro di poterti dire di sapere tutte le cose? Secondo me, no; ed ora provvedo.

Per anni (saranno almeno una ventina) tua madre ha travasato su di me non pochi dissidi, malesseri, ombre: ed io ascoltavo. Qualche volta dicevo. Qualche volta aggiungevo. Qualche volta chiarivo. In virtù di questo, il saluto di fine telefonata, era più leggero di quello iniziale. Questo, cosa vuol dire? Questo vuol dire, che alleggerendo lo spirito di tua madre, quelle telefonate hanno contribuito a reggere il suo compito di donna e di moglie, e che alleggerendo quel compito, gli hanno permesso di reggere ulteriormente la sua presenza presso i figli. In definitiva hanno contribuito a salvare un matrimonio, ed hanno contribuito a tener unita una famiglia.

Allora, ti pare ancora gratuitamente stronzo verso tuo padre il nostro comportamento, o è stata stronzagine necessaria? Non te ne parlo per menare vanto, ma giusto per darti di che riflettere, prima di parlare. Quando sei andato a riprendermi la borsa, tua madre mi ha detto che stai rovesciando su di lei delle costanti ostilità. Hai ventanni. Alla tua età, li ho avuti anch’io verso mia madre. Ricordo una volta di avergli dato della cretina. A mia madre! Se c’è un inferno, lo merito anche fosse solo per quello. Non so se sia una giustificazione: ero imbecille!

D’altra parte, era lei il principale riferimento per la crescita della mia identità di uomo. Ed era lei, che dovevo distruggere, per diventare me. Che idiota, che ero! Era della cultura e/o un modo di vivere che non mi apparteneva, che dovevo distruggere, non, lei! Lei, però, era quella che in quel dato momento della mia storia, rappresentava quello che dovevo distruggere. Così, si è presa i pugni che in alcun modo doveva prendersi. Solo simbolici, per destino o per fortuna, ma non per questo, meno dolorosi da subire.

Nel vedere te, ho rivisto me, senza padre, se non lei. E’ ben vero che tu non sei mica orfano! E’ anche vero, però, che l’influsso educativo paterno viene molto dopo quello materno. Nei primi tempi di un figlio, la madre è anche padre. Tanto più, quando ai figli capitano delle madri psicologicamente forti, o con altre parole, determinanti. Considero carattere maschile, la determinazione della propria volontà sulla vita altra. Pur avendo particolare femminilità, tua madre è sempre stata un maschiaccio, e quindi determinante, e quindi padre. Allora, per la visione che ho della tua età, e per la visione che ho di tua madre, mi viene da pensare che i tuoi conflitti verso di lei, altro non sono che i normali conflitti che ogni crescente manifesta contro l’autorità.

Per trovare la propria, lo deve. Non tutti, agiscono allo stesso modo verso l’autorità, ma limitiamo il discorso a noi. Tu dici che a tua madre non gliene frega di niente e di nessuno. C’è del vero, in quello che dici. Almeno per quanto riguarda il suo aspetto caratteriale di prevalenza, appunto, il maschile, che rende, direi necessariamente, egocentrici. Il potere paterno, infatti, è per sua natura, centrale; non per niente lo è il suo Io. Oltre che uomo, però, tua madre è anche donna. Come tale, nutrice. Come nutrice, maestra di sentimento verso la vita. La tua accusa, quindi, se da un lato è giusta, dall’altro, è profondamente ingiusta. O meglio, è lacerantemente ingiusta.

Ti ricordo bene da bambino! Eri uno spacca coglioni di rara capacità, ma, per la situazione che t’ha colpito e che ben conosci, non ti si poteva dire nulla! Una qualsiasi opposizione, infatti, poteva scatenare delle pericolosissime ansie, e questo, peggiorare le tue forme asmatiche. Per anni, allora, tua madre, altro non è stata che il materasso sul quale scalciavi le tue emozioni; emozioni distruttive, appunto perché senza alcuna forma di inibizione. Tu non prendevi pappe da lei. Tu prendevi vita! E tuo padre non c’era. Non sai, perché non ci fosse, ma perché ai padri, non mestiere adatto, il far da nutrice; perché i padri devono andar a lavorare.

Adesso che sai un qualcosina di più su tua madre, sei ancora dell’idea di prima? In tua madre, il conflitto fra il carattere maschile ed il femminile ha preso lo stomaco. E’ una somatizzazione, molto probabilmente. Il saperlo, però, non necessariamente significa guarirla. Non ci credo, ma, forse, lo potrebbe un’analisi di anni. Il guaio è, che lo stomaco di tua madre potrebbe colassare prima di finir l’analisi. Se l’ipotesi avvenisse, come la metti?

Mente e stomaco di tua madre, trovano guarigione allontanandosi periodicamente da voi. E qui, succede un po’ quello che è successo fra me e mia madre; colpivo lei perché lei era fra me e quello che dovevo veramente distruggere. Vostra madre, colpisce voi, (allontanandosi) perché voi siete proprio davanti a quello che in effetti dovrebbe distruggere per guarire. Ciò che dovrebbe distruggere, è quell’infinito e commisto insieme dei fattori che l’hanno incanalata in quello che è e che fa, ma, non secondo la verità  della sua identità, bensì, secondo la famigliare e/o sociale che l’ha formata. Hai presente che grovigli dovrebbe sciogliere un ipotetico psicologo per tua madre? E mica lo deve fare in una bambina, vero? Lo deve fare in una donna, che ti può lessare uno psicologo, ancora prima che tu finisca di fare una pisciata, mio caro!

Giunti al punto, sintetizziamo! Tua madre t’ha portato agli anni che ti ritrovi. Sia pure a vista, il risultato non mi pare male, pertanto, sei in grado di camminare con le tue gambe anche se non c’è l’hai sempre dietro il culo, anche se non ti è sempre a tiro di braccia! Tua madre è costantemente lacerata fra il bisogno di essere presso di te, (e non di meno di tua sorella, a te minore d’età  anche se con il suo bel caratterino) ed il bisogno di essere anche per sé! Si ritrova così a dover scegliere (da debole perché malata) fra due bisogni di sopravvivenza: il vostro ed il suo. Domandatevi, figli, chi amate di più, e saprete di chi è, il bisogno maggiore.

Dicembre 2007

Lo Spirito – 3a Stesura

La qualità della corrispondenza di vita fra Spirito e spirito dice la qualità del rapporto di Somiglianza fra Immagine ed immagine. Spiritualità è il rapporto di corrispondenza con i principi della vita. Lo Spiritismo è rapporto con i portatori dei principi della vita. Poiché vi è Spirito (forza della vita) umano quanto sovrumano, allora, vi è rapporto fra forze della vita (spiritismo) non solo fra l’umano ed il sovrumano, ma anche fra umano ed umano. La corrispondenza di spirito, sia nel piano naturale che in quello soprannaturale, avviene in ragione della somiglianza di vita, e quindi, della corrispondenza di spirito.

Vita, è il Principio della Natura della Cultura della forza dello Spirito. Lo Spirito è il principio della vita della Natura che corrisponde con la sua Cultura. Non vivifica la Natura una Cultura senza Spirito. Non vivifica la Cultura una Natura senza Spirito. In assenza di corrispondenza fra Cultura e Spirito, la Natura è materia.

Lo Spirito da vita e la vita da spirito. La forza dello Spirito dipende dalla condizione della vita ma la condizione della vita dipende dalla forza dello Spirito. Lo Spirito da vita ma la vita che si origina dalla sua forza calibra il suo stato di spirito secondo lo stato della corrispondenza fra gli stati naturali, culturali e spirituali propri. Lo Spirito che calibra la vita secondo la sua forza, arbitra la Cultura della Natura (il corpo) della vita di cui ha calibrato la forma. Lo Spirito che per mezzo della sua forza arbitra sulla forma calibrata non può non esserne il giudice. Uno spirito calibro, arbitro e giudice, non può non essere il mediatore di ciò che calibra, arbitra e giudica. Secondo lo stato della corrispondenza fra gli stati, lo Spirito che da la sua forza alla vita che la riceve secondo la propria, è il calibrato calibro della vita che origina. Lo Spirito che è calibrato dalla vita che lo riceve secondo la sua forza è l’arbitrato arbitro della vita che ha calibrato. Lo Spirito che è l’arbitrato arbitro dalla vita che lo riceve secondo la sua forza è il giudicato giudice della vita che ha giudicato.

Lo Spirito è Natura della Cultura del Giusto. Il Giusto, è la forza corrispondente dalla relazione fra il bene nella Natura ed il vero nella Cultura.

La Natura della vita è la via della sua Cultura. La Cultura della vita è la via della sua Natura. Lo Spirito della vita è la la via della sua forza.

Sentire è il principio della Cultura della Natura. Sapere è il principio della Natura della Cultura. Vivere, è il principio della forza della Natura che corrisponde con la forza della sua Cultura.

Principio della Natura della Cultura della vita è la vita del Principio: Natura che corrisponde con la sua Cultura secondo la forza del suo Spirito.

Lo Spirito è la forza che determina lo stato naturale della vita. La vita è la forza che determina lo stato culturale del suo spirito. La forza della vita sino dal Principio (lo Spirito) determina la Cultura della Natura (il corpo) della vita che ha originato. La forza della vita sino dal Principio, determina la Natura della Cultura (la mente) della vita che ha originato.

Lo Spirito determina dando forza: bene per la Natura. Poiché ciò che non è bene alla Natura non può essere giusto alla vita in quanto falso alla sua Cultura, lo Spirito che da forza, determina la vita: giustizia per quanto è bene per la Natura e, necessariamente, vero per la Cultura. Dato ad ognuno il proprio stato e secondo lo stato del proprio stato, perseguire il bene nella Natura (propria e/o altra) ed il vero nella Cultura (propria e/o altra) significa seguire il principio dello Spirito: dare alla vita ciò che è giusto alla sua forza.

Lo Spirito soprannaturale è la forza della vita che, sino dal Principio, l’ha originata secondo la Natura (la forza) della sua Cultura: la vita. Lo Spirito naturale è la forza della vita che, per il principio di vita dato dallo Spirito, si origina secondo la Natura (la forza) della sua Cultura: la vita.

Lo Spirito è forza e la sua forza è vita. Nel perseguire il suo principio (la vita) la forza dello Spirito è condizionata da un solo vincolo: la pienezza della corrispondenza di vita fra i suoi stati: Natura, Cultura e Spirito. Per il raggiungimento della sua meta (la vita), un suo stato (quello della Natura, o della Cultura, o dello Spirito) può giungere a compensare un altro la dove la pienezza (unitario – trinitaria corrispondenza fra gli stati) sia in qualsiasi modo o misura sofferente. Ad esempio: una carenza nella vita della Natura, può essere compensata dalla vita della Cultura o da ciò che esalta la loro forza. Una carenza nella Cultura può essere compensata dalla vita della Natura o da ciò che esalta la loro forza. Una carenza nella forza può essere compensata dalla vita della Natura e/o di quella della Cultura o da ciò che, spirituale e/o spiritico, compensa una vita.

Le compensazioni sono dei medicanti sostegni. Tanto quanto uno stato compensante compenetra di se lo stato in compensazione e tanto quanto l’elemento compensatore invade la vita che compensa. Ciò che vale per uno stato vale anche per una identità, se è quella ciò che ne compensa un’altra. Nello stato naturale, come fra il naturale ed il soprannaturale e fra soprannaturale e soprannaturale, lo stato della corrispondenza fra le forze della data vita è proporzionale allo stato della compensazione. Tanto più una compensazione è totalizzante e tanto più essa condiziona di sé la vita che compensa. Tanto quanto il condizionamento è imposto, e l’eventuale accettazione subita, e tanto quanto i dissidi da forzata corrispondenza lacerano la vita invasa. Il segno della corrispondenza di spirito con la vita naturale quanto soprannaturale è dato dallo stato di pace. Pace è cessazione dei dissidi nel corpo nella mente e nella forza della vita: lo Spirito.

Lo Spirito è vita ed il suo spirito vitalità. La percezione dello Spirito della vita è della coscienza che la recepisce come forza. Lo Spirito è la vita della Natura che ne recepisce la forza secondo la sua Cultura. Come un muscolo è l’immagine della sua forza, l’immagine dello Spirito è la vita soprannaturale e naturale a cui da forza.

Secondo la conoscenza di ciò che è alla coscienza, come la forza del nostro spirito è tramite di alleanza fra gli stati della nostra vita come fra vita e vita, così, la forza dello Spirito, è tramite di alleanza fra la vita umana e quella del Principio della vita.

Lo Spirito è l’emozione della forza dello stato a cui da vita. Secondo stati di infiniti stati di coscienza di ciò che è alla conoscenza e secondo stati di infinite corrispondenze fra gli stati di Natura, Cultura e Spirito, il recepimento della sua forza è corrispondente all’accoglienza della sua emozione: la vita. Secondo lo stato di spirito del percepente, al recepimento del senso della vita corrisponde il recepimento del senso dello Spirito. Se il senso del percepente è diretto allo stato umano, sarà umano lo Spirito che percepirà. In ragione della coscienza di ciò che è alla sua conoscenza, se il senso del percepente è diretto verso ciò che è Giusto nella sua forza dato il Bene nella sua Natura ed il Vero nella sua Cultura, lo Spirito che percepirà sarà quello del Principio della vita.

La percezione dello Spirito conforma e conferma la coscienza (naturale e soprannaturale) che percependone la forza ne percepisce la vita. Secondo stati di infiniti stati di vita e secondo la coscienza di ciò che è alla conoscenza, la percezione dello Spirito (della forza della vita sino dal Principio) conforma la vita naturale quanto soprannaturale ad un rapporto fondato sul recepimento del corrispondente spirito. La percezione dello Spirito della Vita, comporta un sempre più amplificato e vivificato conoscere, cosicché, nel sentire secondo Natura e nel sapere secondo la corrispondente Cultura, la coscienza riconosce quanto di naturale e di soprannaturale per lo Spirito vive.

Lo Spirito, la forza della Vita, è tramite di forza nella vita. Data la vita perché è dato lo Spirito, tutto ciò che ha vita recepisce l’emozione dello Spirito secondo la vita del proprio. La percezione dello Spirito della Vita è della coscienza che la recepisce come Principio della forza della Vita.

Nel suo divenire esistenziale (dal naturale al soprannaturale) lo spirito umano che prende coscienza dell’origine della sua forza (lo Spirito) corrisponde con tutto ciò che, per stati di infinite corrispondenze fra stati, è vita della Sua vita. Data la coscienza di ciò che è alla conoscenza, la maggiore percezione dello Spirito della vita, maggiora la forza della spiritualità.

Secondo lo stato di spirito e dato ad ognuno il proprio stato di spirito, la Cultura della vita di una Natura che corrisponde con la Natura della Cultura del Principio della vita (la vita) è emozionalmente estatica.

La spiritualità (stato culturale di chi si volge alla vita dello Spirito) è la qualità della corrispondenza fra lo Spirito del Principio della vita e lo Spirito della vita attuata dal Principio. Secondo lo stato di spirito di una vita (umana quanto sovrumana) la Cultura spirituale conforma alla vita dello Spirito e la conferma.

Il carisma è il carattere della vita secondo forza: Natura della Cultura dello Spirito. Secondo lo stato di coscienza di ciò che è conoscenza, la vita che si colloca in quella dello Spirito, ha carisma tanto quanto si colloca. Poiché vi è vita spirituale e vita spiritica, allora, secondo stati di infiniti stati di vita e secondo lo stato di quei stati vi è carisma di orientamento spirituale e carisma di orientamento spiritico. Più è rilevante lo stato della corrispondenza spirituale e/o spiritistica e più è rilevante lo stato del carisma. Il carismatico di indirizzo spiritico, più orienta la propria vita secondo i doni ricevuti, i carismi, e più è posseduto dalle condizioni di vita dello spirito donante. Il possesso dei carismi di orientamento spiritico prova che lo stato della forza dello Spirito di una o più realtà soprannaturali sono nello spirito di una realtà naturale, ma non prova lo stato di vita di quelle forze.

Vita è comunione di stati. Uno spirito naturale quanto soprannaturale è fonte di attendibile forza tanto quanto indirizza verso i principi del Principio della vita: la vita. Uno spirito naturale quanto soprannaturale non è fonte di attendibile forza tanto quanto ciò che persegue separa la vita dal suo principio: la vita.

Fra lo Spirito e gli spiriti (naturali quanto soprannaturali) vi è relazione di Immagine (la vita al Principio) e di Somiglianza: la vita che ne è conseguita. Ponendo dato cognitivi per differenza, il rapporto è magistrale. Perché vita della forza alla quale per identificarsi si riferisce ogni Somiglianza, lo Spirito è maestro. Perché forza magistrale sino dal Principio, lo Spirito è sovrano maestro.

Lo Spirito è l’immagine della forza cui gli spiriti somigliano ed è l’identità della forza cui gli spiriti si riferiscono per identificarsi. Gli spiriti (naturali quanto i soprannaturali) sono a Somiglianza dell’Immagine secondo lo stato della corrispondenza dato dall’identificazione con l’Identità: lo Spirito. Lo stato dell’identità di uno spirito (naturale quanto soprannaturale) dato dallo stato dell’identificazione con lo Spirito è ciò distingue uno spirito da un altro. Nello stato dello Spirito, l’identità degli spiriti è data dallo stato del loro spirito. Più sono presso lo Spirito (Forza della Natura della Cultura della Vita) più, identificandosi, assomigliano all’Identità.

Uno spirito è più vicino allo stato dello Spirito, tanto più è nello stato dello Spirito: il Principio della vita. Tanto più uno spirito è lontano dallo stato dello Spirito e tanto meno è nello stato della Vita e tanto più è presso il proprio stato di vita. Poiché solo lo Spirito del Principio è vicino a se stesso, ne consegue, che in ogni stato di vita soprannaturale permangono degli stati di vita naturali.

Lo Spirito, essendo Natura (forza) della Cultura (la vita) della Vita, è la forza che guida la Natura della Cultura della vita che origina. L’Immagine del principio della vita è il Bene che persegue il Vero secondo quanto è Giusto allo Spirito del suo stato. Attraverso le indicazioni date dal raffronto fra l’immagine del Principio e ciò che è a Sua somiglianza, lo Spirito è la guida che orienta la forza di spirito di ogni vita.

Lo Spirito, guida la vita attraverso emozioni di bene e di dolore. La depressione (erronea corrispondenza verso la vitalità propria, altra e/o verso il Principi) è emozione di male nello stato naturale. L’esaltazione (erronea corrispondenza verso la vita propria, altra e/o verso il Principio) è emozione di male nello stato culturale. La pace (cessazione di ogni dissidio fra gli stati naturali, culturali e spirituali) è emozione della giustizia nella vita (bene per quanto è vero perché giusto) sia nei confronti della propria, che nei confronti di quella altrui, che nei confronti di quella del Principio della vita.

Uno spirito naturale quanto soprannaturale che orienta una vita verso il suo Principio (lo Spirito) non cura le manifestazioni della Natura della Cultura di quella vita allo scopo di condizionarla, possederla e/o comunque dominarla ma per educarla secondo le corrispondenze di spirito fra vita e vita e fra vita e la Vita.

Se l’orientamento della vita di uno spirito umano è verso lo Spirito il rapporto è spirituale. Se l’orientamento della vita di uno spirito umano è verso gli spiriti (naturali quanto soprannaturali) il rapporto è spiritico. Nessun spirito, che si orienti verso lo Spirito, interferisce con la propria forza, la forza della vita data dallo Spirito perchè, uno spirito, altera la condizione della forza data dallo Spirito se la condiziona con lo spirito della propria. Uno spirito che interferisce nell’umana vitalità, ombra la vita e la vitalità della vita sulla quale attua l’interferenza.

Uno spirito naturale o soprannaturale, secondo stati di infinite corrispondenze fra gli stati della vita propria con l’altra e della propria con la Vita, è guida dello Spirito quando è vita secondo lo Spirito. Quando uno spirito naturale quanto soprannaturale guida secondo la Natura della sua Cultura, allora è una guida che si sovrappone alla guida dello Spirito: principio della forza della Vita. Uno spirito naturale o soprannaturale che tenda alla guida di un altro, lo guida secondo la forza di ciò che è alla conoscenza della sua coscienza ma ciò che è alla conoscenza della sua coscienza quanto è conoscenza di ciò che è alla coscienza della Forza della Vita?

Lo Spirito della Vita (piena coscienza della conoscenza di ciò che è vita della sua forza) essendo ciò che ha iniziato la vita, è il Principio che guida la vita che inizia. Essendo Principio della vita, lo Spirito è Signore della vita. Uno spirito (naturale quanto soprannaturale) è signore della propria.

Lo spirito di una vita che si eleva a signore di vita altrui, per stati di infinite corrispondenze fra gli stati dello spirito sottoposto, sosta a se stesso l’evoluzione della vita di cui si è fatto sovrano. Uno spirito che sosta a se stesso lo spirito altrui (così il proprio spirito se sosta la propria vita ad una idea di se) non consente l’evoluzione della vita sostata (propria o altra) tanto quanto è sostata. Uno spirito, che sostando l’evoluzione della vita propria quanto altrui non ne consente il libero perchè corrispondente processo, condiziona di se stesso ciò che di vitale è stato prodotto sino al dato stato di sosta. Uno spirito (naturale quanto soprannaturale) che sosti l’evoluzione (sia presso se che presso altro da se) di ciò che di vitale è stato prodotto sino al dato stato di sosta, nella vita naturale quanto soprannaturale, usurpa allo Spirito la sovranità su quella vita.

Secondo la Natura della sua forza e la Cultura della sua vita lo Spirito è la vita che è: forza del Principio della vita. Per quanto la sua Cultura sa e per ciò che la sua Natura sente uno spirito è la vita che è: forza del principio della sua vita. Poiché ciò che uno spirito sente sono stati di forza e gli stati di forza (indipendentemente dal loro stato) sono stati di vita, allora, secondo lo stato di quegli stati e indipendentemente dalla Natura della sua Cultura, uno spirito (naturale o soprannaturale) è la Natura di ciò che sa (Cultura) per quello che sente: la forza che si promana dalla vita che sa perchè sente se il suo principio di forza è quello della Natura, o sente perchè sa se il suo principio di forza è quello della Cultura.

Come una cellula del nostro corpo si staccherebbe dalla prossima sua se non l’amasse come se stessa, cioè, non fosse sia nella comunione di se (che altrimenti non avrebbe possibilità di vita) che presso la prossima sua (che altrimenti non potrebbe comunicare vita) così lo Spirito sta: amore perché comunione.

Come un raggio tollera di essere fermato da un ostacolo (tollera nel senso che non per questo è meno raggio) così lo Spirito ha la tolleranza come principale attributo. Lo Spirito non può non tollerare ciò che essendo forza della Sua forza è prossimo proprio come se stesso, cioè, stato del suo stato. Se lo Spirito non tollerasse ciò che è prossimo proprio come se stesso, non tollererebbe vita della Sua vita. Se lo Spirito non tollerasse vita della Sua vita, contraddirebbe il principio di cui è forza: la vita. Lo Spirito non diverge da una coscienza chiusa ma sta, sino a che essa, elevandosi per la conoscenza di ciò che è alla coscienza, acconsentendo alla pervasione, acconsente al fine: la vita naturale quanto soprannaturale. L’intolleranza è rifiuto di accoglienza: comporta la sclerosi della vita.

Come l’ignoranza, l’intolleranza separa vita da vita.
L’intolleranza verso se separa da se ciò che è proprio prossimo.
L’intolleranza verso l’altro separa ciò che è prossimo a se del se altrui.
L’intolleranza verso se uccide l’amore di se.
L’intolleranza verso l’altro uccide l’amore dell’altro.
L’intolleranza uccide l’amore fra se e l’altro.
L’intolleranza uccide l’amore perché uccide la comunione.

Nel discernere per quanto è giusto allo Spirito in quello che è (o non è) bene per la Natura e vero (o non vero) della Cultura) sia in quanto ci è prossimo proprio sia in quanto ci è prossimo del sé altrui e di quello del Principio, si comprende, naturalmente, culturalmente e spiritualmente, quello che di bene e di male ci è prossimo o non prossimo alla nostra vita, a quella altrui e a quella del Principio. Nella comprensione data dal discernimento concernente gli stati di bene, di vero e di giusto, prossimi al proprio sé, al sé altrui e a quello del Principio si elevano le capacità spirituali della vita che si riferisce al Principio: lo Spirito.

Se ciò che è delegato a far emergere da uno spirito ciò che è bene, vero e giusto per il suo stato, sovrappone i sensi del proprio discernimento a quelli dello spirito presso cui opera, compie una autoritaristica coercizione, che, altro non è, se non una spiritistica invasione: naturale o soprannaturale secondo il caso.

La corrispondenza fra la vita dello Spirito e la vita della sua vita (ciò che ha spirito) è sempre; sia quando è natura sensibile, sia quando è natura soprannaturale, sia comunque sia lo stato dello spirito di un dato spirito. Non può non esserlo perché la vita non può avere stati di vuoto se non ammettendo limiti al Suo principio: la vita.

Secondo ciò che è alla conoscenza, la percezione dello Spirito nella nostra coscienza è Cultura spirituale. Secondo ciò che è alla conoscenza, la percezione di uno spirito naturale e/o soprannaturale nella nostra coscienza è cultura spiritica. La spiritualità è lo stato culturale di chi si volge verso la Cultura dello Spirito: la vita. Lo spiritismo è lo stato culturale di chi si volge verso la Cultura di uno spirito: una vita. La Cultura spirituale nella coscienza conforma alla vita secondo lo Spirito. La Cultura spiritica nella coscienza conforma alla vita secondo uno spirito.

La percezione dello Spirito della vita è tramite naturale quanto soprannaturale di spiritualità. La percezione dello spirito di una vita (naturale quanto soprannaturale) è tramite di spiritismo: naturale quanto soprannaturale. Secondo la coscienza di ciò che è alla conoscenza, maggiore è la percezione dello Spirito e maggiore è la forza della spiritualità. Secondo la coscienza di ciò che è alla conoscenza, maggiore è la percezione di uno spirito e maggiore è la forza del corrispondente spiritismo. Secondo il suo stato di spirito, lo spirito che corrisponde con un altro è tramite di vita (naturale, culturale e spirituale) fra la propria ed altra.

Secondo il suo stato di spirito, lo spirito umano che corrisponde con uno spirito soprannaturale è tramite di vita spiritica. Secondo il suo stato di spirito, l’umano che corrisponde con la vita del Principio (lo Spirito) è tramite della Sua forza fra la propria e quella altrui. La corrispondenza spiritica fra uno spirito umano ed uno soprannaturale prova che una vita è tornata alla Vita ma non prova quale sia la sua collocazione (elevata? bassa? divergente? cosciente? quanto? ecc.) nello stato della Vita.

Nei rapporti spiritistici (naturali quanto soprannaturali) il dubbio non può non essere una costante. Ciò, non per non credere allo spiritismo (che così non crederemmo alla totalità della Vita) ma per evitare, attraverso lo spiritismo, di diventare passivi strumenti (quando non complici) o di essere comunque strumentalizzati da volontà soprannaturali (o naturali) delle quali nulla sappiamo se non ciò che dichiarano alla nostra vita.

Nello spiritismo naturale quanto soprannaturale, il credere acriticamente comporta dei pericoli (morali, psichici, ecc.) dalle conseguenze anche inimmaginabili e/o anche irreparabili dato il concatenamento di cause ed effetto che si innescano operando sotto palese influsso o addirittura su esplicita indicazione di un qualsiasi spirito “guida”.

Nello spiritismo, sia naturale che soprannaturale, ciò che ne distingue la qualità è il fine. Se il fine dello spiritismo naturale quanto soprannaturale è quello di indirizzare lo stato umano verso la sua meta (il Principio) esso è provvido alla vita tanto quanto non condiziona di se l’arbitrio della vita che indirizza.

Secondo la coscienza di ciò che è alla sua conoscenza, colui che sa di non sapere ciò che per una vita è bene perché vero alla sua Cultura e, corrispondemente, giusto alla sua forza, secondo il suo stato di bene è nel bene della vita propria quanto altrui se colloca il suo spirito (la forza della sua vita) nello Spirito della Vita.

Essendo forza della vita che sino dal Principio si promana dalla corrispondenza di stati fra il Bene della Natura e il Vero della Cultura, lo Spirito è Giusto. Poiché la vita dello Spirito è forza e la forza è bene, il male, (dissidio naturale, culturale e spirituale perché erronea corrispondenza con il Principio del Bene di ogni bene), non è vita tanto quanto è male.

Uno spirito è in dissidio con se stesso quando altra vita (naturale sul piano naturale, e/o soprannaturale sul naturale) si colloca fra la Natura della Cultura del suo spirito e la Natura della Cultura della Vita: lo Spirito. Uno stato (naturale quanto soprannaturale) in discordia con se stesso e con la vita proietta influssi di forza altrettanto discordi.

Perché aperto allo Spirito (Vita di ogni vita) per l’influsso di forza che non si può ritrarre se non nello stato naturale, lo stato umano può essere ossessionato e/o invaso sino alla possessione sia da forze naturali quanto soprannaturali. Non vi è rito che di per se impedisca l’ossessione e/o l’invasione sino alla possessione; solo la spiritualità lo può perchè essendo rapporto con lo Spirito della Vita, esclude qualsiasi intermediario fra lo stato umano e quello divino. Gli stati umani o sovrumani che tendono alla possessione di altra vita, non possono oltrepassare il Principio: la vita.

Secondo il personale giudizio ogni spirito è libero di essere o di non essere vita della Vita ma nessun spirito è escluso dalla Vita. Se fosse, ciò significherebbe che la Vita può escludere una parte della sua vita ma ciò contraddirebbe il suo principio: la vita.

L’influsso della vita dello Spirito (naturale nella naturale, soprannaturale verso la naturale, naturale verso la soprannaturale) si manifesta per corrispondenza di stati. Uno spirito naturale o soprannaturale che manifesta il suo sensibile influsso o per invasione e/o per possessione, secondo stati di infinite corrispondenze fra gli stati di Natura, Cultura e Spirito, o è uno spirito del male, o, deviando lo spirito influito da ciò che è il proprio bene, è uno spirito che può fare del male.

Secondo stati di infinite corrispondenze fra stati, un tramite fra la vita naturale e quella soprannaturale è naturalmente e/o culturalmente e/o spiritualmente invaso, tanto quanto il suo arbitrio è quello dello spirito invasore. Chi subordina il proprio arbitrio a quello dello spirito invasore (naturale o soprannaturale che sia) è posseduto tanto quanto, a quello spirito, rimette il proprio. Lo spirito umano che sente la propria Natura occupata dallo spirito di un’altra Cultura (naturale quanto soprannaturale) si libera dall’asservimento collocando il principio della propria vita (la forza del proprio spirito) nella forza del Principio della Vita: lo Spirito. Chi separa la vita dalla sua forza favorisce i domini degli spiriti: soprannaturale quanto naturali. La condizione dello stato spirituale dell’influito, distingue l’influsso dello stato di spirito della vita influente.

Pace (cessazione dei dissidi) è la verità data dalla corrispondenza fra stati di Natura, Cultura, Spirito. Se la condizione dello stato di spirito di un influito è in quella forza, allora, dato ad ognuno il proprio stato e secondo il proprio stato, fra influito ed influente vi è vita nella verità. Il tramite che constata il possesso di aspetti culturali di tipo spirituale, che non hanno mai fatto parte della cultura del suo stato prima dell’evento spiritistico, è influito dalla Vita se il suo spirito è rivolto a quello Spirito, mentre è influito da della vita se il suo spirito è rivolto a quella.

Se uno stato umano, medium, fra la vita propria e quella dello Spirito, è tramite di sapere, il rapporto medianico è spirituale anche se si è originato da esperienza spiritica, mentre, se si fa tramite di qualsiasi genere di potere, il rapporto è spiritico anche se la conoscenza si è originata da una ricerca spirituale.

Secondo lo stato di coscienza di ciò che è alla conoscenza, medium, è coluio o colei che recepisce l’emozione della vita dello Spirito sia nello stato naturale quanto soprannaturale. Secondo la coscienza di ciò che è alla sua conoscenza e secondo il suo stato di spirito, uno spirito (naturale o soprannaturale) che opera con la Persona è medium dello Spirito. Secondo la coscienza di ciò che è alla conoscenza e secondo il suo stato di spirito, uno spirito (naturale o soprannaturale) che opera nella e/o sulla Persona è medium di vita (naturale quanto soprannaturale) estraneo alla Persona.

Secondo il proprio stato e dato ad ognuno il proprio stato, ogni forza (ogni spirito) è medianico ponte di vita naturale nella naturale, soprannaturale nella soprannaturale, soprannaturale verso la naturale, naturale verso la soprannaturale. Del “ponte”, è verificabile solo l’attributo di “via”: la Natura (umana e sovrumana) della vita. La verità (la Cultura) che proviene attraverso quella via è vera se conforma e conferma alla spiritualità (corrispondenza con la Vita perchè vita di ogni vita) mentre può essere vera quanto verosimile, o falsa, se conforma e conferma la coscienza allo spiritismo naturale quanto soprannaturale.

Frapporsi con il nostro spirito fra lo Spirito e una vita è ombrare la forza di quella vita. Ombrare gli stati di una vita oltre il suo grado di tolleranza pone quella vita in sofferenza. Lo stato della sofferenza è corrispondente allo stato della prevaricazione. Uno stato prevaricato può difendersi dalla sofferenza da prevaricazione o esaltando le sue difese o deprimendole.

L’esaltazione è vitalità in sofferenza per l’eccesso di forza con la quale una vita si difende dalla prevaricazione. La depressione è vitalità in sofferenza per difetto di forza con la quale una vita si difende dalla prevaricazione. Le esaltazioni e le depressioni sono stati di spirito della Natura che non corrisponde alla sua Cultura.

Della condizione di equilibrio degli organi naturali (omeostasi) si può dire che è la pace del corpo. Poiché per essere corrispondente forza ciò che è della Natura non può non essere della Cultura, allora, si può dire che vi è la pace nella mente quando nel suo stato vi è omeostasi culturale. Quando vi è equilibrio (corrispondenza di spirito) fra la sua forza e quella della Vita, allora si può dire che nella Persona vi è omeostasi spirituale. Dell’omeostasi naturale, culturale e spirituale (pace nel corpo, nella mente, e nella forza della vita) si può dunque dire che è la misura che indica ad uno spirito naturale quanto soprannaturale qual è la condizione del suo stato di vita.

Ciò che è dolore è errore contro la vita. Nello Spirito, essendo la forza della vita sino dal principio, non vi può essere errore e, dunque, neanche dolore. Se, dunque, vi è dolore nella vita, l’errore che lo provoca non può non dipendere che dallo stato in cui una vita vive la forza del suo spirito.

La Genesi fuori dalla Genesi

Vista dalla ragione, la Genesi biblica non sta in piedi da nessuna parte. Ciò che non dice alla ragione, però, continua a dire all’emozione, e l’emozione è la parola della vita che dice la stessa. All’emozione degli autori della Genesi, quindi, accosterò la mia ma senza alcuna pretesa di sovrapposizione. Diversamente da chi crede nella Genesi biblica, io non ho alcuna pretesa di verità. Dico solo quello che, secondo la mia emozione, pare più vero. In cotanto genere di scienza si impiega un attimo a perdere il filo del discorso. Succede a me, figuriamoci ad un lettore. Non volermene, quindi, se mi vedo costretto a ripetere il già detto. Ho rivisto questa stesura nell’Aprile 2020. Non credo sia la  definitiva. Fra stesura e stesura sento il bisogno di riprendere fiato. Qualche volta l’ho ripreso subito, qualche volta dopo qualche anno, qualche volta dopo decenni, e qualche volta lascio tutto come sta perché giungo a non poterne più! Tieni presente che non ho studiato e che neanche sono uno studioso. Scrivo, quindi, perché devo sempre dir la mia!

Il seducente motivo della tentazione del Serpente fu: dopo aver mangiato il frutto dell’Albero del Bene e del Male, saprete ciò che sa il Principio e diventerete come Lui. (Cito a memoria) I primevi però, anche prima della Tentazione erano già come il Principio. Essendo vita, infatti, avevano gli stessi stati del Principio: Natura per quello che é; Cultura per quello che sa; Spirito per quello che sente.

Il Principio viene immaginato come Persona da quasi tutte le religioni: non da me. Circa il Principio “conosco” i suoi principi perché li ho riconosciuti nella vita che ha originato, ma non so altro. Quello che so, é che E’ quello che E’. Fondo la mia fede nella vita, quindi, (il tutto dal Principio) solo su questo credo. Naturalmente, anche a me capita di umanizzarlo, ma solo perché discuto su quanto detto dalla Genesi, non perché discuto su Dio che nomino solo come Principio o Padre.

I Primevi erano coscienti di saper discernere secondo un personale bene, o lo divennero dopo la Caduta e la conseguente Cacciata? Se i Primevi erano nel bene del Principio, non potevano che discernere solamente secondo il bene indicato dal principio della loro vita: il Bene. Se prima della Tentazione i Primevi discernevano secondo il bene del Principio, quanto discernevano secondo il loro? Secondo me, per niente.  In ragione del loro stato di Somiglianza, infatti, erano già come il Principio. Ne consegue, nessun’altra conoscenza alternativa, al più un diverso stato perché relativo al loro stato.

Un altro stato di discernimento sul bene è lontananza da quello del Principio. Ogni stato di differenza dal Principio del bene è l’intrinseco dolore che porta all’errore. Essendo differenza dal Principio (e, dunque, lontananza tanto quanto vi é differenza) l’errore é intrinsecamente contenuto anche nel solo stato di ignoranza circa la conoscenza del Principio. I primevi potevano non avere il loro stato di ignoranza circa la conoscenza del Principio? No! Se avessero potuto conoscere il Principio come il Principio conosce sé stesso, nulla li avrebbe distinti dal Principio. La perdita della distinzione fra la vita del Principio e quella principiata fu il timore principe del Dio visto nella Genesi. Timore però, che presso Dio non ha alcuna ragione di essere. Ragione di essere, invece, presso l’uomo che immagina Dio secondo sé.

Dal momento che ogni lontananza dal Principio è uno stato di male dovuto all’intrinseco dolore da separazione dal Bene, ne deriva che i Primevi erano nel dolore del male, anche prima della caduta in errore data dalla Tentazione subita. Si può anche sostenere, allora, che fu il male a priori della Caduta (la lontananza dal Principio data dal loro stato di Somiglianza) che permise il male che conseguì alla Tentazione, non, la tanto vituperata Eva e l’accogliente Adamo! Se il loro errore fu a priori di ogni azione di male perché intrinseco nella stessa differenza di identità fra la loro e quella del Principio, quando iniziarono a discernere secondo sé?

Sorvolando sull’irrilevanza di un come che può mutare il racconto della Genesi ma non la storia che ne é conseguita, fu quando presero coscienza della loro differenza fra il loro bene e il Bene. Quando ne presero coscienza? Non ci si scappa: fu quando sentirono (conobbero e capirono) il primo dolore. Qual é stato il primo dolore? Il primo dolore non può essere stato provocato che dalla separazione dalla vita originante.

Perché fu primo il dolore e non il primo concetto di male? Perché prima della Cultura (pensiero della vita comunque concepito) fu originata la Natura: corpo della vita comunque formato. Ne consegue che il sentire viene prima del sapere, come prima di un contenuto deve esistere il debito contenitore. Ancora ne consegue, che il primo dolore fu il contenuto che formò il contenitore che diciamo corpo a livello naturale, mente a livello culturale, e Spirito a livello vitale.

Prima della conoscenza circa la loro vita, quindi, venne il sentire circa il loro corpo. Dalle definizioni attuate dal loro sentire derivò la conoscenza di sé. Con altro dire, la nascita a sé stessi. Ogni nascita é preceduta da quattro momenti.

Vi è quello culturale nel quale i generanti determinano ciò che intendono attuare;

vi è quello nel quale accolgono ciò che hanno determinato di originare;

vi è quello nel quale viene agito l’atto che hanno voluto perchè accolto;

vi e’ quello della genesi di una nuova vita e che, necessariamente, si attua per “cacciata” da un “ventre”.

Immaginando ventre (la vita del Principio) si può anche immaginare che “cacciò” la vita a sua somiglianza dal paradiso che è l’assoluta completezza dell’Essere come una partoriente, necessariamente caccia quanto che deve far nascere. Secondo questa visione delle cose, al principio non ci fu nessun Principio con fragole da vendicativa giustizia per disobbedienza ricevuta, bensì un Principio (comunque lo si immagini o lo si pensi, che il punto non è questo) che, essendo vita, non poteva far altro che “partorire” sé stessa. Perché non poteva altro, ad esempio, rimanere Principio? A mio vedere, perché un Principio che non attua i suoi principi, perde il senso del suo essere in vita; e se il senso del suo essere in vita è “sono vita” (e, quindi, Verbo e Parola) quei due principi non può non dare.

Amore è corrispondenza di stati. A maggior corrispondenza, maggior amore. Ad assoluta corrispondenza, assoluto amore. Ammesso nel principio lo stato di Assoluto ne consegue che è amore assoluto. Un amore assoluto può provare solamente quello che in assoluto é! Un amore assoluto può negare un desiderio di conoscenza? Se non lo può negare se non negandosi come amore assoluto, neanche fu possibile alcuna disubbidienza! La presenza dell’ira tremenda verso i concepiti, perché “caduti” a causa della volontà di conoscere secondo sé, quindi, non ha alcun senso. Tanto meno ha senso il cosiddetto “peccato originale”. Non ha senso, appunto perché al principio e presso il Principio non c’é e mai c’é stata alcun genere di colpa. Ha senso, invece, tanto quanto consideriamo “peccato originale” ogni vita in nascere e in divenire. Questo, però, é l’errore che commette chi considera la vita “una valle di lacrime” che non varrebbe la pena di vivere perché più dolorosa che gioiosa. Questo genere di pessimismo è dimostrato dalle opere (quando non dalla vita) dei “mistici” che per poter meglio salire con la mente verso i principi del principio, negano alla loro Natura di poter compensare con le gioie del corpo i dolori che tutti patiamo per erronea Cultura. Lo fanno perché è l’unico mezzo che permette l’ascensione ai loro Cieli? Alla vita non risulta! Tanto meno al Paracleto!

Gayenna – La circumnavigata

FAMMI ASCOLTARE IL CUORE

NON TACCIA A CHI LO PERCORRE SENZA GUIDA

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La mano del diavoletto passa su l’erba bagnata mentre m’invita sotto una luna spietata.

La ragione sa stare da sola. La casa no.

Tracce di sorriso sulla mappa lasciano franati castelli.

Solo il gatto si è svegliato al mio bussare Tu, che fingevi di dormire, gli delegasti il compito di mandarmi via.

Fra l’erba del parco come natura divina apparsa per mio desiderio a placare la terra.

Sei arrivato tu, a scoperchiare la mia tranquillità. Come un notturno sorpreso dalla luce, ho urlato per il dolore e per la meraviglia.

Ti so affamato ma lo stesso l’anima mia cincischi: svogliato.

Complice un vino della malora stasera ti ho detto – amato – come mai ti avrei detto allora.

Situazione vuole che l’occhio dell’amante sia la lente che dell’età che passa vede ciò che era e non ha vissuto. Tanto che sogna un contenuto che altro non è ciò che bramava fra sé e sé. 

Non si sente un filo di sera. E’ giunta prima la notte.

Che palle, il Natale! Così, in quanto parte lesa, non sono andato in chiesa. Sono andato, invece, nel solito giardino. Maree di stelle, a volta sulla scalinata. Ai lati, gli alberi stavano, dalla notte compresi.

Il fato ghignava mentre lo seguivo con passo felpato. Non m’aveva visto. Forse fingeva. L’ho seguito nella mossa sospeso sino a che la notte ha chiuso.

Sono a letto con una giovinezza vaga di tetto e di legge. Io sono veglio: ho bisogno di verità. Lui ci dorme.

Ancora carcerato carceriere. Lo rileggo nel mio canzoniere.

Venti sigarette dopo. Sono cinque di mattina. Lo mando a fanculo o rovisto il baule? Vorrei sempre originale il mio peccato di gola ma la parola – t’amo – è una nota sola.

Se ti dicessi che mi sento sospinto come appena al di sotto del filo di un’acqua non mi diresti: non è immagine un po’ vecchia? Allora, com’è che non muore?

Hai conosciuto da poco i miei gravi sospiri e di già come fantastici hai definito i miei pensieri. Chi potrebbe darti più di vent’anni?

Ho visto in un canto un cavallo di balsa. L’ho visto privo di biada.

L’idea della giovinezza (riuscire a cambiare il mondo con la forza del suo spirito) fa persino tenerezza se solo penso alla fatica che fa per alzarsi dal letto.

Ti avevo detto che non scrivevo più. Non è vero. Tutto mi torna a fiorire non appena la vita mi bagna.

Ci hai provato, provato e riprovato. Tremi, vero? Ti basti la lezione: i polli non sono rapaci.

I tuoi occhi di topo irrequieto dentro la gabbia che ti sei costruito e nella quale hai scoperto non esservi esca.

Il tempo che passa farà scordare ai pioppi le foglie che l’acqua portava via mentre pioveva.

Al tuo sorriso, tremolante gelatina, io, (che pure jena sono), in un baleno muto, vizioso di fusa come un gatto. Questa storia non ha morale. Non importa. Non è reale.

Prima mi hai elevato, e dopo avermi illuso mi hai buttato giù. Come credere agli angeli quando hanno vent’anni?

Portata dalla sera è arrivata la solita ora di debolezza. Ho chiuso la porta nel tentativo di lasciarla fuori, invece, me la scopro nella testa già padrona di casa mia.

Attenti a voi, anime reiette! Tempi son da cavallette, perchè, il sesso è lo strale del divino temporale! Dice il Cardinale, che tutto sa sul male, “quale unica morale vi sostenga castità”, perché, neanche santa trinità, vi salverà dal disonore, di finire per amore o d’ecclesiale carità.

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Natale è passato come una cometa. Tu, l’hai seguita.

E, così, tu mi ami! Ed io, vecchio come sono dovrei credere ai miracoli? Vita, vita: perché mi perseguiti?

Mi hai detto no, senza curarti se morirò per sere e sere.

Quante cose farei con un se vicino a te. Ad esempio, me. Ho vinto i tuoi voleri. Sensazione di vittoria a suo tempo condivisa anche da Pirro.

Come Ulisse avrei dovuto tarpare la parola ai sogni ma dolce mi è stato naufragare nel tuo mare salato.

Non dirò nulla di nuovo confermandoti che tutto mi parla di te. Solo tu, stranamente taci.

Ecco che vieni. Ecco che vai. Giri ma non mi vedi. Se le occhiate potessero le mie dovrebbero, invece, vieni, vai, giri ma non mi vedi.

Sei chiodo fisso nella testa. Non so per quale segreto hai potuto tanto. So solo che quando ti penso sei lì nel farmi male.

Corteo di ricordi si accavallano nella mente. Distolgono il sonno dalla solita strada. Lo disperdono per altri sentieri.

Che meraviglia la scoperta d’una mano che passando dice – t’amo! – anche se mente.

Dalle tue labbra di ieri se ne sono andati i miei pensieri.

Quale impiccio il sesso, l’età, gli schemi. Vorrei averti, invece, angelo secondo Concilio, e testimoniando al cielo la beatitudine che mi dai, restituire, complice te, l’unità al creato.

Appiccicosa come una pastiglia gommosa in un vano della mente ininterrottamente un’idea supplente batte.

La tua forma si crogiola nel tempo che hai fermato anche lui senza fiato.

Ti sento come un feto che picchia sui miei sentimenti quando alla vita e all’amante consenti solo ansia senza sorte al respiro.

Sono stato come una biglia sopra un panno. Ho girato a tuo comando spinto dai desideri del momento, secondo i capricci del minuto. Ora sono fermo per mancanza di energia: la tua, la mia.

Per fortuna l’età mi consente di fermare ciò che prova, ma comunque amaro mi è stato il tacere la via dei campi e nel contempo salvar virtuosa un’ idea di castità che forse posa.

Tacciono foglie d’autunno.

Ho cenato con due etti di baccalà mantecato ed un brut di Treviso. Non potendo champagne, ovvio il buon viso. Ora sono qui, su di una nuvoletta. Alcolica direte, ma giudicando di fretta. Certo, è digestivo quattro passi sul rivo. Così, pensando me ne vo’ scalinando giulivo ma, con la serietà che si deve a dei passi sulla neve.

Nudi i rami dei propri discorsi parole d’inverno lasciano ai prati.

Così, non sono un montone stupendo! Ti avevo chiesto di colpire il petto ma come al solito non hai badato alla mira.

Temevo la tua figura memore di bruschi risvegli, invece, sfogliati pochi casini, sono giunto subito al cuore.

Gira e rigira non riesco ad averti. Per farlo ho tentato con tutte le rime. Niente! Ti direi evanescente se non avessi visto che baciavi un amico dietro una tenda.

Come un giunco sfidi la mia artrosi e te ne fai un vanto. Con che fatica, invece, io vado sul selciato. Ma non è per l’età o per la diversità come può sembrare. E’ che io sto, e tu vai ad amare.

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E dagli! La solita sveglia: sono le otto! Sotto la coperta ti stiri mugugnando contro il freddo della stanza. L’odore del corpo che impregna le lenzuola, è come placenta che ti lega al tutto che la notte ha creato a tuo scopo. Fuori, i rumori tenderebbero a stracciare questa pienezza di gatto contento, ma, tu rifiuti il suo canto. Zittendo la voce che ti chiama, stacchi la sveglia e ti rimetti a dormire pur sapendo che al risveglio tornerai il bambino che marinava la scuola.

Vorrei vivere l’amore come prima per questo simulacro di cosa vera che giace impronta di lenzuolo al fianco indifferente a tutto questo.

Ho girato le rive. Ho pescato una vecchia ciabatta, delle risate con un girino, una tenerezza con uno straniero, e questo pensiero.

Da dove vieni? Dalla Russia. Hai trovato una sistemazione? Mi risponde la desolazione. Non è ancora uscito di prigione.

Chissà per quali sentieri è giunto a Verona questo giovane Pakistano. Come neanche fosse il caso, gli passo pianino, una mano sul sedere: ci trovo rovine.

Il ragazzaccio tunisino che sta russando sul mio letto mentre scrivo queste righe ha la pelle di seta. In tanta delicatezza, una voce da contrabbasso! A suo modo è un sasso venato d’oro. Più volte del mio.

Sulla pagina vaga una pena in cerca d’inchiostro.

Questa sera girano come le pazze. Gli alberi non fanno una piega! Neanche fossero giunti per caso.

Domenica è musica che stona se il numero dato il sabato non suona.

Sono stato un mostro di scienza davanti ai tuoi occhi. Quale pavone, più di così!

Ti ho sentito delicato come un forse rimandato. Il mio batterti sul vetro t’ha svegliato mentre guidavi veloce un’auto ferma.

La primavera è tornata. Non ha i tuoi occhi.

Vorrei legarti, prigioniero di un pensiero esternato a qualcosa di bianco. Invece, neanche un filo d’inchiostro ti ferma accanto.

Tornato dalla marca agitavi la patta in maniera gloriosa. Sistemavi chissà che. Chissà cosa.

Sorride come mignotta il bimbo pensandomi pera già cotta mentre lo lascio nel limbo dei chi va là.

E mentre te ne vai superando il fosso sento che mi scivoli di dosso, lieve come può stare la neve dentro un calore.

Alla mia sinistra mi raggiunge una voce affannata. E’ un giovane romeno. Mi dice: ti ho riconosciuto dalla pedalata!

Sono le quindici. Sono in terrazza. Residuato di idee da spiaggia, indosso un pareo. Sto leggendo. Il cielo è bello come un problema risolto. Un’idea di sesso mi viene incontro come cane di razza. Ha le pulci.

s. Valentino: chiaroscuri, promesse e ciance di speranza.

Te ne stavi sdraiato. Bello, come altre verità che ho amato, te ne stavi sdraiato. Attorno a te, l’aria si muoveva, piena di grazia. Sorridevi, mentre ti ondulava i capeli.

Nessun divino, nel mio giardino. Solo un poverello senza oggi e senza ieri. Cercava i suoi pensieri.

Tenero, il giovane pakistano. Mi dice: Vitaliano, a me piace far l’amore. Rispondo, hai trovato il tuo signore. Spengo la luce. Potrei arrossire.

Fra le frasche di quasi ottobre, incuranti di ogni polmonite, nudi! Mi dice: quanti anni hai? Gli rispondo: tanti. Lo vedo rovellar sui conti e poi mi bacia. Nulla dissente. A parte la notte.

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Ogni ombra del giardino mi bisbiglia: fuoco, o fuochino? Pur sentendomi un po’ cretino, passo la notte facendo l’indovino.

Non, perché non sei un uomo mi hai tolto il respiro ma perché mi hai chiesto: mi giro?

Onde sulla rena il tuo riso e mai marea così quieta.

Silenzi secolari nel giardino scocciati da un omarino che nonostante il pistolino si crede tutto lui.

Chi sei, tu, che passi fra i miei pensieri, modificando il mio oggi e celando il tuo ieri?

Di te non scriverò. Sei stato felicità.

Pur avendo risposto al mio saluto birichino l’indiano continuò a pulirsi i denti con lo spazzolino. Al che, messa via l’idea di bisboccia gli avrei offerto la doccia, invece, con tranquillità, è uscito per di là!

Un bandito m’ha strizzato l’occhio, (inizio di un amore, o di un mercato?) ed il mio, come ammutinato, subito gli ha risposto. Non c’è traccia di bellezza sulla sua faccia, ma, stupito, ho desiderato le sue braccia! Di quali pasticci non è capace il cuore, quando intruglia sesso con idee d’amore!

Potrei guarire l’anima se volessi. Basterebbe che dai miei pensieri t’allontanassi, ma, di che s’allieta un’anima guarita? Dell’ultima partita giocata allo stadio?

Ci siamo spogliati ieri sera e ci siamo spogliati oggi. Non è successo nulla. Se così la vita si trastulla meglio sarà fasulla vena fingersi a catena, e se lo star sé stessi è pena, unguento sia il silenzio alle ferite. Tempo verrà di cose trite e di risate, e sulle fosse, marmi e fiori secchi

Cercavo te. Ho trovato me.

Già da troppo ho le palle in nì! Sarà il tempo? Sono così, anche quando è bello! Poco sesso? Non è a bacchetta ma non manca. Poco amore? L’esclusione non è immediata. Più di qualcosa l’incaglia. Ci vuole uno zoom!

Trovo amanti, che spasimano talmente il sesso, che non so più se faccio l’amore la carità.

Chissà per quali sentieri è giunto a Verona questo giovane Pakistano. Come neanche fosse il caso, gli passo, pianino, una mano sul sedere: ci trovo rovine.

Come per vita propria passa la mia mano su di te. Ed è dolce percorrere i declivi. Giungere ai colli e al fiume. Ho bisogno di fiato.

Ti ho sentito, delicato come un forse rimandato.

Che bello il giardino stasera, illuminato da una piccola piccola bugia nera.

Onde sulla rena il tuo riso e mai marea così quieta.

Sei uscito con qualcosa di mio. Il senso. L’incompiuto.

Quello che agisco è mero accidente visto da distante, così, le pagine, girano appena il silenzio.

Piove. La goccia scivola sul vetro.

Cade, diresti, invece si diverte.

Eri mio? Solo a metà! Eri tuo? Solo a metà! Così fra la metà di te e di me, si è inserito un tre. Si amava da sé!

Le guance hai fiorito alla brina. Sciolto l’inverno come grano di sale.

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Le tue labbra. Farfalle delicate. Sulle mie si sono posate, giusto per riprendere il volo.

Ho amato un tossico. Lo sono diventato, ma, di sono, non, di ero. Così, nulla per la mia vita è stato più vero: siamo ciò che amiamo.

Il cuore ha un difetto: non è una batteria. Così, quello che hai dato ieri, si è perso per la via. Oggi, che di te avrei bisogno, nel nulla mi ritrovo. Ed è un andar di nuovo a prima dell’evento. E’ ricerca del sacchetto che hai posato subito dopo la porta: uscendo.

Vitaliano, Vitaliano, cosa cerchi nel Giardino? Cercavo risposte. Cercavo perché. Cercavo rami. Soluzione di problemi. Riposa, Vitaliano. A che vale il tuo discorso? Terra è il corso, e noi, anni e risposte ad affanni e nodi che non sciogli, o forza che non cogli fra radici e verità.

Pare vomito le foglie sui viali. Come se anche la stagione avesse problemi di stomaco.

Confesso d’averti spogliato. Anche violato. L’ho fatto per amore. Avevo fame. Avevo cuore. Anche tu me n’hai dato! Da riempire col mio. Da credere tuo.

Oppongo resistenza alla luce che mi tira per il braccio con voglia d’uscire perché aspetto una voce.

Acquartierato nel tuo sorriso ci sarei stato per anni. I ruderi non pagano gli assedi.

Un amante. Un poco nero. Colgo il dado. Non è vero.

Meraviglia mi sei stato, e da innumerevoli fogli, osanna vissuto. L’acqua è caduta. La terra non l’ha colta.

Mi fai sentire il bambino davanti al primo pollo della sua vita. Usare le mani?

Dove mi sono andate a finire le mille e una notte? Tutte, tutte, giacciono usate.

Puttana la vita se ti dice che la carne è gratis ma il sangue no.

E’ bello come un dio. Cancellalo, notte. Devo pur vivere.

Passa un piccolino pigiando sui pedali. Sono le cinque del mattino. Mi dice tutta la sua pena, la catena.

L’amante russa un pelo. Io guardo il cielo. Si sveglierà convinto d’aver dato chissà che. Gli spegnerò l’idea preparandogli il caffé.

Dell’amare ricordo quello che rimane: contesi pezzi di pena.

E’ giovane. Arabo. In bicicletta. Ciao, mi dice, mi dai una sigaretta? Mi guarda come se fossi la madonna pellegrina. Cerca eroina.

A Mao Miccin che m’ha lasciato. “Pane e vin non gli mancava. L’insalata era nell’orto. Dove mai, sei andato tu?” Caro il mio babbino: capirai che menù, pane e vino. Mica sono il Michelino! E neanche un leprotto da insalata come ultima portata. Io mi chiamo giovinezza! Vero, ma il fatto è, che non dipende da te. Mentre dipende da me, il fare in modo che non sia un senso che sterile si sfoglia fra voglia e voglia.

Si è girato l’ultimo amato verso di me. Tracce di fiele non ignoro.

Non essere stanco della blanda pena. A cena servirà la tentazione che hai di me.

I lampioni sembrano godere la fine delle foglie, ma è vittoria che non dura se quello che fanno vedere si chiama spazzatura.

Nudi i rami dei propri discorsi. Parole d’inverno lasciano ai prati.

Il gattino che m’è passato vicino a pelo alzato, ha miagolato: occhio! Nulla ho a che fare col Finocchio. Questo detto, è andato sotto una ginestra! Felino di Sinistra, o felino di Destra?

Mi è costato una caffettiera usata, e una qualche posata. Le amiche direbbero, il Vitaliano, è ridotto alla chincaglieria! Chi non osa un attimo di follia, ha larga la foglia ma stretta la via.

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Ve lo giuro! Era come d’una fiera l’occhiata che mi ha dato, e che mi ha portato come privo di peso in un isola di tigri e di pirati, ma ho riso all’idea di me, Perla di Labuan fra le braccia di un bucaniere sulla moto.

Sono stato un mostro di scienza davanti ai tuoi occhi. Quale pavone, più di così!

Quale sogno d’amore non avrei vissuto con te, se solo non avessero diviso la vita in tre.

Pensieri stracciati, come sacchi usati, girano in tondo, sul fiume.

Sto tentando di dirmi i motivi per cui mi hai sconvolto. Forse sono stati gli occhi. Così vicini all’anima.

Volerai falco più alto. Tua la visione del mondo ed il suo silenzio.

Eri convinto ti rubasse i soldi, invece, t’ha preso i giorni.

Che tenerezza quella molla da bucato. Stringeva la vestaglia su di te come se ti dovesse difendere da me.

Cosa non avrei fatto se solo avessi creduto più forte la tua carne! Se fossi inseguito da un nemico pensiero e mi trovassi davanti ad un mare di dubbi, ancora non starei come ora sto: incapace Mosè davanti l’acqua.

Zavorrato da fessi pensieri percorro altri sentieri.

Principe cialtrone non eri una volta. Ora, non mi dire che la vita ha distrutto il tuo regno. Dimmi, piuttosto, che ho sbagliato sogno.

La biro spinta nel giro, s’ingorga. Come un’anima sott’acqua s’avvinghia alla mano che l’aiuta. Non la regge il cuore.

Il sole attendo ma non viene. Le nuvole mi ha mandato (ambasciatrici di malinconie) con un pianto che è rimasto sospeso a mezz’aria.

Il bianco ti avvolgeva come un amante innamorato. Geloso t’ho spogliato e vestito a mio sonetto.

Fra le mie braccia, come uno stanco pensiero che riposi il vero su infinita pace, il tuo russare finalmente tace!

Ti ho circuito, accompagnato, consigliato, blandito, approvato, capito, rimboccato: come una nutrice. Mi hai lasciato ai ferri e ai ricordi.

Non c’è nulla da fare. Non mi può vedere. Sciagurato lui che non sa, che ad un qualsiasi condannato, prima si da, un pensiero d’amore.

Non vi deve essere stupore se roccia pare, eppure frana! La natura può dolere per infinite vie, e come crepa stare al cuore, del più bianco fra i Carrara.

Vorrei spogliare la tua mente e farle capire che anche attraverso la carne si può giungere all’anima.

Nella stanza priva di presenze scopro la sera mentre si aggirara senza senso fra i mobili.

Pensieri stracciati come sacchi usati girano in tondo sul fiume.

Da una parte hai messo la tua virilità e dall’altra la mia diversità, poi, (santa ingenuità), hai detto: beh! Che differenza c’è!

Il gioco è finito perché davanti ad un re di cuori ho potuto pochi fiori.

Dopo averti permesso di rovistare nei miei pensieri e di trattare me e loro come cose invecchiate in strane maniere, non potresti dirmi cosa cercavi?

L’Aids è il giusto castigo con il quale, Dio separando i buoni dai cattivi, rende i primi tutti eguali.

Sei arrivato a scoperchiare la mia tranquillità. Come un notturno sorpreso dalla luce, ho urlato per il dolore e per la meraviglia.

Fra l’erba del parco, come natura divina apparsa per mio desiderio a placare la terra.

Gira e rigira non riesco ad averti. Ho tentato con tutte le rime. Niente! Ti direi evanescente se non ti avessi visto baciare un amico dietro la tenda.

Temevo la tua figura memore di bruschi risvegli, invece, sfogliati pochi casini sono giunto subito al cuore.

Così, non sono un montone stupendo! Ti avevo chiesto di colpire il petto ma come al solito non hai badato alla mira.

Quante pagine ho truccato! Quante parole ho raschiato per metterti a nudo! Ora, il cuore si rifiuta di seguire i miei ripensamenti e stolido mi pianta per le solite funzioni.

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Temo ci siano delle doppie ma lascio tutto come sta. Con la memoria che mi ritrovo potrei cancellare anche quelle che non lo sono.

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Lo Spirito – 1a Stesura

Già nell’Indice iniziale affermo che lo Spirito é Paracleto. Non baso l’affermazione su delle conoscenze “teologiche”, bensì, per aver visto la vita a nudo. Comincerò a dirla partendo dal principio.

Lo Spirito è la vita della Natura che ne recepisce la forza secondo la sua Cultura.

Come un muscolo è l’immagine della sua forza, l’immagine dello Spirito è la vita soprannaturale e naturale di cui è forza.

Secondo la conoscenza di ciò che è alla coscienza, come la forza del nostro spirito è tramite di alleanza fra gli stati della nostra vita, (come fra vita e vita), così, la forza dello Spirito, è tramite di alleanza fra la vita umana e quella del Principio della vita.

Lo Spirito è l’emozione della vita che dice sé stessa.

L’emozione dello Spirito è Parola.

Secondo stati di infiniti stati di coscienza di ciò che è alla conoscenza e secondo stati di infinite corrispondenze fra gli stati di Natura, Cultura e Spirito, il recepimento della forza dello Spirito è corrispondente all’accoglienza della sua parola: la vita.

Secondo lo stato di spirito del percepente, al recepimento del senso della vita corrisponde il recepimento del senso dello Spirito.

La percezione dello Spirito, conforma e conferma la coscienza, (naturale e soprannaturale), che percependone la forza ne percepisce la vita.

Secondo stati di infiniti stati di vita e secondo la coscienza di ciò che è alla conoscenza, la percezione dello Spirito, (la forza della vita sino dal Principio ) conforma la vita naturale quanto soprannaturale ad un rapporto fondato sul recepimento del corrispondente spirito.

La percezione dello Spirito della Vita, comporta un sempre più amplificato e vivificato conoscere, così, nel sentire secondo Natura e nel sapere secondo la corrispondente Cultura, la coscienza riconosce quanto di naturale e di soprannaturale per lo Spirito vive.

Nel suo divenire esistenziale, (dal naturale al soprannaturale), lo spirito umano che prende coscienza dell’origine della sua forza, (lo Spirito), corrisponde con tutto ciò che, per stati di infinite corrispondenze fra stati, è vita della Sua vita.

Data la coscienza di ciò che è alla conoscenza, la maggiore percezione dello Spirito della vita, maggiora la forza della spiritualità.

Secondo lo stato di spirito, e dato ad ognuno il proprio stato di spirito, la Cultura della vita di una Natura che corrisponde con la Natura della Cultura del Principio della vita, (la vita) è emozionalmente estatica.

Il carisma è il carattere della vita secondo forza: Natura della Cultura dello Spirito.

Secondo lo stato di coscienza di ciò che è conoscenza la vita che si colloca in quella dello Spirito, ha carisma tanto quanto si colloca.

Poiché vi è vita spirituale e vita spiritica, allora, secondo stati di infiniti stati di vita e secondo lo stato di quei stati vi è carisma di orientamento spirituale e carisma di orientamento spiritico.

Più è rilevante lo stato della corrispondenza spirituale e/o spiritica e più è rilevante lo stato del carisma.

Il carismatico di indirizzo spiritico, più orienta la propria vita secondo i doni ricevuti, (i carismi), e più è posseduto dalle condizioni di vita dello spirito donante.

Il possesso dei carismi di orientamento spiritico prova che lo stato della forza dello Spirito di una o più realtà soprannaturali sono nello spirito di una realtà naturale ma non prova lo stato di vita di quelle forze.

Uno spirito naturale quanto soprannaturale, è fonte di attendibile forza, tanto quanto non pone motivi di divisione: vuoi in una data vita, vuoi fra vita e vita, vuoi fra una vita ed il suo Principio.

Uno spirito naturale quanto soprannaturale non è fonte di attendibile forza tanto quanto pone motivi di divisione nella vita.

Lo Spirito, essendo forza, è condizione di vita, ma, non pone condizioni alla sua forza per non condizionare la vita.

Fra lo Spirito e gli spiriti, (naturali quanto soprannaturali), vi è relazione di Immagine, (la vita al Principio), e di Somiglianza: la vita che è conseguita dalla sua volontà di vita del Principio. Ponendo dati cognitivi per uguaglianza e per differenza, il rapporto è magistrale.

Perché principio della vita, della forza della vita di ogni Somiglianza, lo Spirito è maestro.

Perché forza magistrale sino dal Principio, lo Spirito è maestro sovrano.

Perché il nostro spirito ci è forza magistrale sino dal principio del nostro stato, il nostro spirito ci è maestro sovrano.

Lo Spirito è l’immagine della forza cui gli spiriti somigliano, ed è l’identità della forza cui gli spiriti si riferiscono per identificarsi.

Gli spiriti, (naturali quanto i soprannaturali), sono a Somiglianza dell’Immagine secondo lo stato della corrispondenza dato dall’identificazione con l’Identità: lo Spirito.

Lo stato dell’identità di uno spirito, (naturale quanto soprannaturale), dato dallo stato dell’identificazione con lo Spirito è ciò distingue spirito da spirito.

Nello stato dello Spirito, l’identità degli spiriti è data dallo stato del loro spirito.

Più sono presso lo Spirito, (forza della Natura della Cultura della Vita ) e più, identificandosi, assomigliano all’Identità.

Uno spirito è vicino allo stato dello Spirito, tanto più è nello stato dello Spirito: il Principio della vita.

Tanto più uno spirito è lontano dallo stato dello Spirito e tanto meno è nello stato della Vita e tanto più è presso il proprio stato di vita.

Poiché solo lo Spirito del Principio è vicino a se stesso, ne consegue, che in ogni stato di vita soprannaturale permangono degli stati di vita naturali.

Lo Spirito, essendo Natura, (forza), della Cultura, (la vita), della Vita, è la forza che guida la Natura della Cultura della vita che origina.

Attraverso le indicazioni date dal raffronto fra l’immagine del Principio, (lo Spirito universale), e ciò che è a Sua somiglianza, (lo spirito particolare), lo Spirito è la guida che orienta la forza di spirito di ogni vita.

Lo Spirito guida la vita attraverso emozioni di bene.

Uno spirito naturale quanto soprannaturale che orienta una vita verso il suo Principio, (lo Spirito), non cura le manifestazioni della Natura della Cultura di quella vita allo scopo di condizionarla, possederla e/o comunque dominarla ma per educarla secondo le corrispondenze di spirito fra vita e vita e fra vita e la Vita.

Nessun spirito che si orienti verso lo Spirito, interferisce la forza della vita data dallo Spirito, perché uno spirito altera la condizione della forza data dallo Spirito se la condiziona con lo spirito della propria.

Uno spirito che interferisce nell’umana vitalità, ombra la vita e la vitalità della vita sulla quale attua l’interferenza.

Uno spirito naturale o soprannaturale, (secondo stati di infinite corrispondenze fra gli stati della vita propria con l’altra e della propria con la Vita), è guida dello Spirito tanto quanto è vita secondo Spirito, cioè, secondo forza.

Quando uno spirito naturale quanto soprannaturale guida secondo la Natura della sua Cultura, allora è una guida che si sovrappone alla guida dello Spirito: principio della forza della Vita.

Uno spirito naturale o soprannaturale che tenda alla guida di un altro, lo guida secondo la forza di ciò che è alla conoscenza della sua coscienza, ma, ciò che è alla conoscenza della sua coscienza, quanto è conoscenza di ciò che è alla coscienza della Forza della Vita?

Lo Spirito della Vita, è il Principio che guida la vita che inizia. Essendo Principio della vita, lo Spirito è Signore della vita.

Dato il rapporto di comparazione fra Immagine e Somiglianza, uno spirito, (naturale quanto soprannaturale), è signore della propria.

Lo spirito di una vita che si eleva a signore di vita altrui, per stati di infinite corrispondenze fra gli stati dello spirito sottoposto, sosta a sé stesso l’evoluzione della vita di cui si è fatto sovrano.

Uno spirito che sosta a se stesso lo spirito altrui, (così il proprio spirito se sosta la propria vita ad una idea di se stesso), non consente l’evoluzione della vita sostata (propria o altra), tanto quanto è sostata.

Uno spirito, che sostando l’evoluzione della vita propria quanto altrui non ne consente il libero perché corrispondente processo, condiziona di se stesso ciò che di vitale è stato prodotto sino al dato stato di sosta.

Uno spirito, (naturale quanto soprannaturale), che sosti l’evoluzione, (sia presso sé che presso altro da sé), di ciò che di vitale è stato prodotto sino al dato stato di sosta, nella vita naturale quanto soprannaturale usurpa allo Spirito la sovranità su quella vita.

Come una cellula del nostro corpo si staccherebbe dalla prossima sua se non l’amasse come se stessa, cioè, non fosse sia nella comunione di sé, (che altrimenti non avrebbe possibilità di vita), che presso la prossima sua, (che altrimenti non potrebbe comunicare vita), così lo Spirito sta: amore perché comunione.

Come un raggio tollera di essere fermato da un ostacolo, (tollera nel senso che non per questo è meno raggio), così lo Spirito ha la tolleranza come principale attributo.

Lo Spirito non può non tollerare ciò che essendo forza della Sua forza è prossimo proprio come se stesso, cioè, stato del suo stato.

Se lo Spirito non tollerasse ciò che è prossimo proprio come se stesso, non tollererebbe vita della Sua vita.

Se lo Spirito non tollerasse vita della Sua vita, contraddirebbe il principio di cui è forza: la vita.

Lo Spirito non diverge da una coscienza chiusa, ma sta, sino a che essa, elevandosi per la conoscenza di ciò che è alla coscienza, acconsentendo alla pervasione, acconsente al fine: la vita.

Nel discernere per quanto è giusto allo Spirito in quello che è o non è bene per la Natura, e vero o non vero della Cultura, si comprende, naturalmente, culturalmente e spiritualmente, quello che di bene e di male ci è prossimo o non prossimo alla nostra vita, a quella altrui e a quella del Principio.

Nella comprensione data dal discernimento concernente gli stati di bene, di vero e di giusto, prossimi al proprio se, al se altrui e a quello del Principio si elevano le capacità spirituali della vita che si riferisce al Principio: lo Spirito.

Se ciò che è delegato a far emergere da uno spirito ciò che è bene, vero e giusto per il suo stato, sovrappone i sensi del proprio discernimento a quelli dello spirito presso cui opera, compie una autoritaristica coercizione, che, altro non è, se non una spiritistica invasione: naturale o soprannaturale secondo il caso.

La corrispondenza fra la vita dello Spirito e la vita della sua vita è sempre; sia quando è natura sensibile, sia quando è natura soprannaturale, sia comunque sia lo stato dello spirito di un dato spirito.

Non può non esserlo perché la vita non può avere stati di vuoto se non ammettendo dei vuoti nella forza della vita del Principio: lo Spirito.

Secondo ciò che è alla conoscenza, la percezione dello Spirito nella nostra coscienza è Cultura spirituale.

Secondo ciò che è alla conoscenza, la percezione di uno spirito naturale e/o soprannaturale nella nostra coscienza è cultura spiritica.

La spiritualità è lo stato culturale di chi si volge verso la Cultura dello Spirito: la vita.

Lo spiritismo è lo stato culturale di chi si volge verso la Cultura di uno spirito: una vita.

La Cultura spirituale nella coscienza conforma la vita secondo lo Spirito. La Cultura spiritica nella coscienza conforma la vita secondo uno spirito.

La percezione dello Spirito della vita è tramite naturale quanto soprannaturale di spiritualità. La percezione dello spirito di una vita è tramite di spiritismo: naturale quanto soprannaturale.

Secondo la coscienza di ciò che è alla conoscenza, maggiore è la percezione dello Spirito e maggiore è la forza della spiritualità. Secondo la coscienza di ciò che è alla conoscenza, maggiore è la percezione di uno spirito e maggiore è la forza dello spiritismo.

Secondo il suo stato di spirito, lo spirito che corrisponde con un altro è tramite di vita fra la propria ed altra.

Secondo il suo stato di spirito, lo spirito umano che corrisponde con uno spirito soprannaturale è tramite di vita spiritica.

Secondo il suo stato di spirito, l’umano che corrisponde con la vita del Principio, (lo Spirito), è tramite della Sua forza fra la propria e quella altrui.

La corrispondenza spiritica fra uno spirito umano ed uno soprannaturale prova che una vita è tornata alla Vita ma non prova quale sia la sua collocazione nello stato della Vita.

Nello spiritismo, (naturale quanto soprannaturale), il dubbio non può non essere una costante. Ciò, non per non credere allo spiritismo, (che così non crederemmo alla totalità della Vita), ma per evitare, (attraverso lo spiritismo), di diventare passivi strumenti, (quando non complici), o di essere comunque strumentalizzati da volontà soprannaturali, (o naturali), delle quali nulla sappiamo se non ciò che dichiarano alla nostra vita.

Nello spiritismo naturale quanto soprannaturale, il credere acriticamente comporta dei pericoli morali e psichici, anche inimmaginabili e/o anche irreparabili, dato il concatenamento di cause ed effetto che si innescano operando sotto palese influsso o addirittura su esplicita indicazione di un qualsiasi spirito “guida”.

Nello spiritismo, sia naturale che soprannaturale, ciò che ne distingue la qualità è il fine.

Se il fine dello spiritismo naturale quanto soprannaturale è quello di indirizzare lo stato umano verso la sua meta, (il Principio), esso è provvido alla vita tanto quanto non condiziona di se l’arbitrio della vita che indirizza.

Secondo la coscienza di ciò che è alla sua conoscenza, chi sa di non sapere ciò che per una vita è bene, (perché vero alla sua Cultura e giusto alla sua forza), secondo il suo stato di bene è nel bene della vita propria quanto altrui, se colloca il suo spirito, (la forza della sua vita), nello Spirito: la forza della Vita.

Il male, (dolore naturale e spirituale da errore culturale), è non vita tanto quanto è male.

Uno spirito naturale è in dissidio con se stesso, tanto quanto non corrisponde con i principi della vita: il bene nella Natura ed il vero nella Cultura per quanto è giusto al suo spirito.

Uno spirito soprannaturale è in dissidio con se stesso, tanto quanto non corrisponde con il Principio dei principi: il Bene, il Vero, il Giusto della Vita.

Una vita, (naturale quanto soprannaturale), in discordia con sé stessa e con la Vita, proietta influssi di forza altrettanto discordi.

Perché aperto allo Spirito per l’influsso di forza che non si può ritrarre se non nello stato naturale, lo stato umano può essere ossessionato e/o invaso sino alla possessione sia da forze naturali quanto soprannaturali.

Non vi è rito, che di per se impedisca l’ossessione e/o l’invasione sino alla possessione; solo la spiritualità lo può perché essendo rapporto con lo Spirito della Vita, esclude qualsiasi intermediario fra lo stato umano e quello divino.

Gli stati umani o sovrumani che tendono alla possessione di altra vita, non possono oltrepassare il principio: la vita.

Secondo il personale giudizio, ogni spirito è libero di essere o di non essere vita della Vita, ma, nessun spirito particolare è escluso dall’universale: la Vita. Se fosse, ciò significherebbe che la Vita può escludere una parte della sua vita, ma ciò contraddirebbe il principio di cui è Principio: la vita.

L’influsso della vita dello Spirito, (naturale nella naturale, soprannaturale verso la naturale, naturale verso la soprannaturale) si manifesta per corrispondenza di stati.

Uno spirito naturale o soprannaturale che manifesta il suo sensibile influsso o per invasione e/o per possessione, secondo stati di infinite corrispondenze fra gli stati di Natura, Cultura e Spirito, o è uno spirito del male, o, deviando lo spirito influito da ciò che è il proprio bene, è uno spirito che può fare del male.

Secondo stati di infinite corrispondenze fra stati, un tramite fra la vita naturale e quella soprannaturale è naturalmente e/o culturalmente e/o spiritualmente influito o invaso, tanto quanto il suo arbitrio è quello dello spirito influente o invasore.

Chi subordina il proprio arbitrio a quello dello spirito influente o invasore, (naturale o soprannaturale che sia), è influito o posseduto tanto quanto, a quello spirito, rimette il proprio.

Lo spirito umano che sente la propria Natura occupata dallo spirito di un’altra Cultura, (naturale quanto soprannaturale), si libera dall’asservimento collocando il principio della propria vita, (la forza del proprio spirito), nella forza del Principio della Vita: lo Spirito.

Chi separa la vita dalla sua forza, favorisce i domini degli spiriti: soprannaturale quanto naturali.

La condizione dello stato spirituale dell’influito, distingue l’influsso dello stato di spirito della vita influente. Se la condizione dello stato di spirito di un influito è in pace, allora, dato ad ognuno il proprio stato e secondo il proprio stato, fra influito ed influente vi è vita nella verità.

Il tramite che constata il possesso di aspetti culturali di tipo spirituale, che non hanno mai fatto parte della cultura del suo stato prima dell’evento spiritistico, è influito dalla Vita se il suo spirito è rivolto a quello Spirito, mentre è influito da della vita se il suo spirito è rivolto a quella.

Se uno stato umano, (medium fra la vita propria e quella dello Spirito), è tramite di sapere, il rapporto medianico è spirituale anche se si è originato da esperienza spiritica.

Se uno stato umano, (medium fra la vita propria e quella dello Spirito) si fa tramite di qualsiasi genere di potere, il rapporto è spiritico anche se la conoscenza si è originata da una ricerca spirituale.

Secondo lo stato di coscienza di ciò che è alla conoscenza, medium, è colui o colei che recepisce l’emozione della vita naturale se è orientato verso quello stato, o soprannaturale se eleva il suo orientamento di vita.

Lo stato della coscienza della vita del dato medium, distingue il tramite che recepisce la vita naturale da quello che recepisce la vita soprannaturale, ma, la percezione di uno stato non è distinguibile da un altro perché la vita è stato di infiniti stati di vita.

Secondo la coscienza di ciò che è alla sua conoscenza e secondo il suo stato di spirito, uno spirito, (naturale o soprannaturale), che opera con la Persona è medium dello Spirito.

Secondo la coscienza di ciò che è alla conoscenza e secondo il suo stato di spirito, uno spirito, (naturale o soprannaturale) che opera nella e/o sulla Persona, è medium di vita, (naturale quanto soprannaturale), estraneo alla Persona.

Secondo il proprio stato e dato ad ognuno il proprio stato, ogni forza, (ogni spirito), è medianico ponte di vita naturale nella naturale, soprannaturale nella soprannaturale, soprannaturale verso la naturale, naturale verso la soprannaturale.

Del ” ponte “, è verificabile solo l’attributo di ” via “: la Natura umana o sovrumana della vita. Non è verificabile la verità, vuoi perché il male è uno spirito che può fingere il bene, molto bene tanto quanto è male, vuoi perché, anche l’errore è una forza che può dar del bene, dove non vi è coscienza che sia un male.

Lo Spirito – 2a Stesura

La percezione dello Spirito è della coscienza che lo recepisce come forza della vita. Lo Spirito è la vita della Natura che ne recepisce la forza secondo la sua Cultura. Come un muscolo è l’immagine della sua forza, l’immagine dello Spirito è la vita soprannaturale e naturale di cui è forza. Secondo la conoscenza di ciò che è alla coscienza, come la forza del nostro spirito è tramite di alleanza fra gli stati della nostra vita, (come fra vita e vita), così, la forza dello Spirito, è tramite di alleanza fra la vita umana e quella del Principio della vita. Come per la parola, lo Spirito è l’emozione della vita che dice sé stessa.

Secondo stati di infiniti stati di coscienza di ciò che è alla conoscenza e secondo stati di infinite corrispondenze fra gli stati di Natura, Cultura e Spirito, il recepimento della forza dello Spirito è corrispondente all’accoglienza della sua parola: la vita.

Secondo lo stato di spirito del percepente, al recepimento del senso della vita corrisponde il recepimento del senso dello Spirito.

La percezione dello Spirito, conforma e conferma la coscienza, (naturale e soprannaturale), che percependone la forza ne percepisce la vita.

Secondo stati di infiniti stati di vita e secondo la coscienza di ciò che è alla conoscenza, la percezione dello Spirito, (la forza della vita sino dal Principio ) conforma la vita naturale quanto soprannaturale ad un rapporto fondato sul recepimento del corrispondente spirito.

La percezione dello Spirito della Vita, comporta un sempre più amplificato e vivificato conoscere, così, nel sentire secondo Natura e nel sapere secondo la corrispondente Cultura, la coscienza riconosce quanto di naturale e di soprannaturale per lo Spirito vive.

Nel suo divenire esistenziale, (dal naturale al soprannaturale), lo spirito umano che prende coscienza dell’origine della sua forza, (lo Spirito), corrisponde con tutto ciò che, per stati di infinite corrispondenze fra stati, è vita della Sua vita.

Data la coscienza di ciò che è alla conoscenza, la maggiore percezione dello Spirito della vita, maggiora la forza della spiritualità.

Secondo lo stato di spirito, e dato ad ognuno il proprio stato di spirito, la Cultura della vita di una Natura che corrisponde con la Natura della Cultura del Principio della vita, (la vita) è emozionalmente estatica.

Il carisma è il carattere della vita secondo forza: Natura della Cultura dello Spirito.

Secondo lo stato di coscienza di ciò che è conoscenza la vita che si colloca in quella dello Spirito, ha carisma tanto quanto si colloca.

Poiché vi è vita spirituale e vita spiritica, allora, secondo stati di infiniti stati di vita e secondo lo stato di quei stati vi è carisma di orientamento spirituale e carisma di orientamento spiritico.

Più è rilevante lo stato della corrispondenza spirituale e/o spiritica e più è rilevante lo stato del carisma.

Il carismatico di indirizzo spiritico, più orienta la propria vita secondo i doni ricevuti, (i carismi), e più è posseduto dalle condizioni di vita dello spirito donante.

Il possesso dei carismi di orientamento spiritico prova che lo stato della forza dello Spirito di una o più realtà soprannaturali sono nello spirito di una realtà naturale ma non prova lo stato di vita di quelle forze.

Uno spirito naturale quanto soprannaturale, è fonte di attendibile forza, tanto quanto non pone motivi di divisione: vuoi in una data vita, vuoi fra vita e vita, vuoi fra una vita ed il suo Principio.

Uno spirito naturale quanto soprannaturale non è fonte di attendibile forza tanto quanto pone motivi di divisione nella vita.

Lo Spirito, essendo forza, è condizione di vita, ma, non pone condizioni alla sua forza per non condizionare la vita.

Fra lo Spirito e gli spiriti, (naturali quanto soprannaturali), vi è relazione di Immagine, (la vita al Principio), e di Somiglianza: la vita che è conseguita dalla sua volontà di vita del Principio. Ponendo dati cognitivi per uguaglianza e per differenza, il rapporto è magistrale.

Perché principio della vita, della forza della vita di ogni Somiglianza, lo Spirito è maestro.

Perché forza magistrale sino dal Principio, lo Spirito è maestro sovrano.

Perché il nostro spirito ci è forza magistrale sino dal principio del nostro stato, il nostro spirito ci è maestro sovrano.

Lo Spirito è l’immagine della forza cui gli spiriti somigliano, ed è l’identità della forza cui gli spiriti si riferiscono per identificarsi.

Gli spiriti, (naturali quanto i soprannaturali), sono a Somiglianza dell’Immagine secondo lo stato della corrispondenza dato dall’identificazione con l’Identità: lo Spirito.

Lo stato dell’identità di uno spirito, (naturale quanto soprannaturale), dato dallo stato dell’identificazione con lo Spirito è ciò distingue spirito da spirito.

Nello stato dello Spirito, l’identità degli spiriti è data dallo stato del loro spirito.

Più sono presso lo Spirito, (forza della Natura della Cultura della Vita ) e più, identificandosi, assomigliano all’Identità.

Uno spirito è vicino allo stato dello Spirito, tanto più è nello stato dello Spirito: il Principio della vita.

Tanto più uno spirito è lontano dallo stato dello Spirito e tanto meno è nello stato della Vita e tanto più è presso il proprio stato di vita.

Poiché solo lo Spirito del Principio è vicino a se stesso, ne consegue, che in ogni stato di vita soprannaturale permangono degli stati di vita naturali.

Lo Spirito, essendo Natura, (forza), della Cultura, (la vita), della Vita, è la forza che guida la Natura della Cultura della vita che origina.

Attraverso le indicazioni date dal raffronto fra l’immagine del Principio, (lo Spirito universale), e ciò che è a Sua somiglianza, (lo spirito particolare), lo Spirito è la guida che orienta la forza di spirito di ogni vita.

Lo Spirito guida la vita attraverso emozioni di bene.

Uno spirito naturale quanto soprannaturale che orienta una vita verso il suo Principio, (lo Spirito), non cura le manifestazioni della Natura della Cultura di quella vita allo scopo di condizionarla, possederla e/o comunque dominarla ma per educarla secondo le corrispondenze di spirito fra vita e vita e fra vita e la Vita.

Nessun spirito che si orienti verso lo Spirito, interferisce la forza della vita data dallo Spirito, perché uno spirito altera la condizione della forza data dallo Spirito se la condiziona con lo spirito della propria.

Uno spirito che interferisce nell’umana vitalità, ombra la vita e la vitalità della vita sulla quale attua l’interferenza.

Uno spirito naturale o soprannaturale, (secondo stati di infinite corrispondenze fra gli stati della vita propria con l’altra e della propria con la Vita), è guida dello Spirito tanto quanto è vita secondo Spirito, cioè, secondo forza.

Quando uno spirito naturale quanto soprannaturale guida secondo la Natura della sua Cultura, allora è una guida che si sovrappone alla guida dello Spirito: principio della forza della Vita.

Uno spirito naturale o soprannaturale che tenda alla guida di un altro, lo guida secondo la forza di ciò che è alla conoscenza della sua coscienza, ma, ciò che è alla conoscenza della sua coscienza, quanto è conoscenza di ciò che è alla coscienza della Forza della Vita?

Lo Spirito della Vita, è il Principio che guida la vita che inizia. Essendo Principio della vita, lo Spirito è Signore della vita.

Dato il rapporto di comparazione fra Immagine e Somiglianza, uno spirito, (naturale quanto soprannaturale), è signore della propria.

Lo spirito di una vita che si eleva a signore di vita altrui, per stati di infinite corrispondenze fra gli stati dello spirito sottoposto, sosta a sé stesso l’evoluzione della vita di cui si è fatto sovrano.

Uno spirito che sosta a se stesso lo spirito altrui, (così il proprio spirito se sosta la propria vita ad una idea di se stesso), non consente l’evoluzione della vita sostata (propria o altra), tanto quanto è sostata.

Uno spirito, che sostando l’evoluzione della vita propria quanto altrui non ne consente il libero perché corrispondente processo, condiziona di se stesso ciò che di vitale è stato prodotto sino al dato stato di sosta.

Uno spirito, (naturale quanto soprannaturale), che sosti l’evoluzione, (sia presso sé che presso altro da sé), di ciò che di vitale è stato prodotto sino al dato stato di sosta, nella vita naturale quanto soprannaturale usurpa allo Spirito la sovranità su quella vita.

Come una cellula del nostro corpo si staccherebbe dalla prossima sua se non l’amasse come se stessa, cioè, non fosse sia nella comunione di sé, (che altrimenti non avrebbe possibilità di vita), che presso la prossima sua, (che altrimenti non potrebbe comunicare vita), così lo Spirito sta: amore perché comunione.

Come un raggio tollera di essere fermato da un ostacolo, (tollera nel senso che non per questo è meno raggio), così lo Spirito ha la tolleranza come principale attributo.

Lo Spirito non può non tollerare ciò che essendo forza della Sua forza è prossimo proprio come se stesso, cioè, stato del suo stato.

Se lo Spirito non tollerasse ciò che è prossimo proprio come se stesso, non tollererebbe vita della Sua vita.

Se lo Spirito non tollerasse vita della Sua vita, contraddirebbe il principio di cui è forza: la vita.

Lo Spirito non diverge da una coscienza chiusa, ma sta, sino a che essa, elevandosi per la conoscenza di ciò che è alla coscienza, acconsentendo alla pervasione, acconsente al fine: la vita.

Nel discernere per quanto è giusto allo Spirito in quello che è o non è bene per la Natura, e vero o non vero della Cultura, si comprende, naturalmente, culturalmente e spiritualmente, quello che di bene e di male ci è prossimo o non prossimo alla nostra vita, a quella altrui e a quella del Principio.

Nella comprensione data dal discernimento concernente gli stati di bene, di vero e di giusto, prossimi al proprio se, al se altrui e a quello del Principio si elevano le capacità spirituali della vita che si riferisce al Principio: lo Spirito.

Se ciò che è delegato a far emergere da uno spirito ciò che è bene, vero e giusto per il suo stato, sovrappone i sensi del proprio discernimento a quelli dello spirito presso cui opera, compie una autoritaristica coercizione, che, altro non è, se non una spiritistica invasione: naturale o soprannaturale secondo il caso

La corrispondenza fra la vita dello Spirito e la vita della sua vita è sempre; sia quando è natura sensibile, sia quando è natura soprannaturale, sia comunque sia lo stato dello spirito di un dato spirito.

Non può non esserlo perché la vita non può avere stati di vuoto se non ammettendo dei vuoti nella forza della vita del Principio: lo Spirito.

Secondo ciò che è alla conoscenza, la percezione dello Spirito nella nostra coscienza è Cultura spirituale.

Secondo ciò che è alla conoscenza, la percezione di uno spirito naturale e/o soprannaturale nella nostra coscienza è cultura spiritica.

La spiritualità è lo stato culturale di chi si volge verso la Cultura dello Spirito: la vita.

Lo spiritismo è lo stato culturale di chi si volge verso la Cultura di uno spirito: una vita.

La Cultura spirituale nella coscienza conforma la vita secondo lo Spirito. La Cultura spiritica nella coscienza conforma la vita secondo uno spirito.

La percezione dello Spirito della vita è tramite naturale quanto soprannaturale di spiritualità. La percezione dello spirito di una vita è tramite di spiritismo: naturale quanto soprannaturale.

Secondo la coscienza di ciò che è alla conoscenza, maggiore è la percezione dello Spirito e maggiore è la forza della spiritualità. Secondo la coscienza di ciò che è alla conoscenza, maggiore è la percezione di uno spirito e maggiore è la forza dello spiritismo./p>

Secondo il suo stato di spirito, lo spirito che corrisponde con un altro è tramite di vita fra la propria ed altra.

Secondo il suo stato di spirito, lo spirito umano che corrisponde con uno spirito soprannaturale è tramite di vita spiritica.

Secondo il suo stato di spirito, l’umano che corrisponde con la vita del Principio, (lo Spirito), è tramite della Sua forza fra la propria e quella altrui.

La corrispondenza spiritica fra uno spirito umano ed uno soprannaturale prova che una vita è tornata alla Vita ma non prova quale sia la sua collocazione nello stato della Vita.

Nello spiritismo, (naturale quanto soprannaturale), il dubbio non può non essere una costante. Ciò, non per non credere allo spiritismo, (che così non crederemmo alla totalità della Vita), ma per evitare, (attraverso lo spiritismo), di diventare passivi strumenti, (quando non complici), o di essere comunque strumentalizzati da volontà soprannaturali, (o naturali), delle quali nulla sappiamo se non ciò che dichiarano alla nostra vita.

Nello spiritismo naturale quanto soprannaturale, il credere acriticamente comporta dei pericoli morali e psichici, anche inimmaginabili e/o anche irreparabili, dato il concatenamento di cause ed effetto che si innescano operando sotto palese influsso o addirittura su esplicita indicazione di un qualsiasi spirito ” guida “.

Nello spiritismo, sia naturale che soprannaturale, ciò che ne distingue la qualità è il fine.

Se il fine dello spiritismo naturale quanto soprannaturale è quello di indirizzare lo stato umano verso la sua meta, (il Principio), esso è provvido alla vita tanto quanto non condiziona di se l’arbitrio della vita che indirizza.

Secondo la coscienza di ciò che è alla sua conoscenza, chi sa di non sapere ciò che per una vita è bene, (perché vero alla sua Cultura e giusto alla sua forza), secondo il suo stato di bene è nel bene della vita propria quanto altrui, se colloca il suo spirito, (la forza della sua vita), nello Spirito: la forza della Vita.

Il male, (dolore naturale e spirituale da errore culturale), è non vita tanto quanto è male.

Uno spirito naturale è in dissidio con se stesso, tanto quanto non corrisponde con i principi della vita: il bene nella Natura ed il vero nella Cultura per quanto è giusto al suo spirito.

 Uno spirito soprannaturale è in dissidio con se stesso, tanto quanto non corrisponde con il Principio dei principi: il Bene, il Vero, il Giusto della Vita.

Una vita, (naturale quanto soprannaturale), in discordia con sé stessa e con la Vita, proietta influssi di forza altrettanto discordi.

Perché aperto allo Spirito per l’influsso di forza che non si può ritrarre se non nello stato naturale, lo stato umano può essere ossessionato e/o invaso sino alla possessione sia da forze naturali quanto soprannaturali.

Non vi è rito, che di per se impedisca l’ossessione e/o l’invasione sino alla possessione; solo la spiritualità lo può perché essendo rapporto con lo Spirito della Vita, esclude qualsiasi intermediario fra lo stato umano e quello divino.

Gli stati umani o sovrumani che tendono alla possessione di altra vita, non possono oltrepassare il principio: la vita.

Secondo il personale giudizio, ogni spirito è libero di essere o di non essere vita della Vita, ma, nessun spirito particolare è escluso dall’universale: la Vita. Se fosse, ciò significherebbe che la Vita può escludere una parte della sua vita, ma ciò contraddirebbe il principio di cui è Principio: la vita.

L’influsso della vita dello Spirito, (naturale nella naturale, soprannaturale verso la naturale, naturale verso la soprannaturale) si manifesta per corrispondenza di stati.

Uno spirito naturale o soprannaturale che manifesta il suo sensibile influsso o per invasione e/o per possessione, secondo stati di infinite corrispondenze fra gli stati di Natura, Cultura e Spirito, o è uno spirito del male, o, deviando lo spirito influito da ciò che è il proprio bene, è uno spirito che può fare del male.

Secondo stati di infinite corrispondenze fra stati, un tramite fra la vita naturale e quella soprannaturale è naturalmente e/o culturalmente e/o spiritualmente influito o invaso, tanto quanto il suo arbitrio è quello dello spirito influente o invasore.

Chi subordina il proprio arbitrio a quello dello spirito influente o invasore, (naturale o soprannaturale che sia), è influito o posseduto tanto quanto, a quello spirito, rimette il proprio.

Lo spirito umano che sente la propria Natura occupata dallo spirito di un’altra Cultura, (naturale quanto soprannaturale), si libera dall’asservimento collocando il principio della propria vita, (la forza del proprio spirito), nella forza del Principio della Vita: lo Spirito.

Chi separa la vita dalla sua forza, favorisce i domini degli spiriti: soprannaturale quanto naturali.

La condizione dello stato spirituale dell’influito, distingue l’influsso dello stato di spirito della vita influente. Se la condizione dello stato di spirito di un influito è in pace, allora, dato ad ognuno il proprio stato e secondo il proprio stato, fra influito ed influente vi è vita nella verità.

Il tramite che constata il possesso di aspetti culturali di tipo spirituale, che non hanno mai fatto parte della cultura del suo stato prima dell’evento spiritistico, è influito dalla Vita se il suo spirito è rivolto a quello Spirito, mentre è influito da della vita se il suo spirito è rivolto a quella.

Se uno stato umano, (medium fra la vita propria e quella dello Spirito), è tramite di sapere, il rapporto medianico è spirituale anche se si è originato da esperienza spiritica.

Se uno stato umano, (medium fra la vita propria e quella dello Spirito) si fa tramite di qualsiasi genere di potere, il rapporto è spiritico anche se la conoscenza si è originata da una ricerca spirituale.

Secondo lo stato di coscienza di ciò che è alla conoscenza, medium, è colui o colei che recepisce l’emozione della vita naturale se è orientato verso quello stato, o soprannaturale se eleva il suo orientamento di vita.

Lo stato della coscienza della vita del dato medium, distingue il tramite che recepisce la vita naturale da quello che recepisce la vita soprannaturale, ma, la percezione di uno stato non è distinguibile da un altro perché la vita è stato di infiniti stati di vita.

Secondo la coscienza di ciò che è alla sua conoscenza e secondo il suo stato di spirito, uno spirito, (naturale o soprannaturale), che opera con la Persona è medium dello Spirito.

Secondo la coscienza di ciò che è alla conoscenza e secondo il suo stato di spirito, uno spirito, (naturale o soprannaturale) che opera nella e/o sulla Persona, è medium di vita, (naturale quanto soprannaturale), estraneo alla Persona.

Secondo il proprio stato e dato ad ognuno il proprio stato, ogni forza, (ogni spirito), è medianico ponte di vita naturale nella naturale, soprannaturale nella soprannaturale, soprannaturale verso la naturale, naturale verso la soprannaturale.

Del ” ponte “, è verificabile solo l’attributo di ” via “: la Natura umana o sovrumana della vita. Non è verificabile la verità, vuoi perché il male è uno spirito che può fingere il bene, molto bene tanto quanto è male, vuoi perché, anche l’errore è una forza che può dar del bene naturale, dove non vi è coscienza che sia un errore culturale.

Analisi dell’Individualità

Un’individualità che in primo non corrisponde a sé stessa, cioè, con gli stati di Natura, Cultura e Spirito propri, necessariamente, è separata da sé stessa tanto quanto non si corrisponde. Una individualità che non è in comunione con sé stessa perché in vario grado separata, è, perché esiste, ma, non vive tanto quanto non attua (o vive tanto quanto attua) in primo ciò che lo accomuna a sé e, corrispondendo, ciò che lo accomuna ad altro da se. La vitalità è la forza di spirito della Natura. La vita è la forza dello Spirito della Cultura. Lo Spirito è il Principio della forza della Natura della Cultura della vita. La vitalità dello spirito delle individualità che corrispondono al sé proprio, al sociale e allo spirituale comprende la vita e ne è compresa. La vitalità dello spirito delle individualità che, pur corrispondendo con il sociale non corrispondono a se, comprendono la vita sociale e ne sono comprese ma non comprendono la propria, che non le comprende tanto quanto non si corrispondono. La vitalità dello spirito delle individualità che corrispondono a sè ma non con il sociale, comprendono la propria vita (che le comprende) ma non comprendono quella sociale che non le comprende tanto quanto non si corrispondono. La vitalità dello spirito delle individualità che non corrispondono a sè, né al sociale e né allo spirituale, non comprende la vita propria, sociale e spirituale, che non la comprende tanto quanto non si corrispondono. La relazione di corrispondenza fra gli stati naturali, culturali e spirituali propri costituisce la personale identità. La relazione di corrispondenza fra i propri stati e quelli della Natura della Cultura della vita sociale costituisce l’identità personale – sociale. La relazione di corrispondenza fra i propri stati e quelli della Natura personale e sociale della Cultura della vita secondo lo Spirito, costituisce l’identità personale – sociale – spirituale.

Una individualità non vive (naturalmente, culturalmente, spiritualmente) la vita di ciò che è per quanto sente di ciò che sa, tanto quanto non corrisponde con lo stato (naturale, culturale e spirituale) identificante. Quando una individualità in identificazione (moto della ricerca di sé) non corrisponde con lo stato naturale, culturale, spirituale referente di identificazione (Principio del moto della ricerca di se), vi è separazione fra il soggetto identificante e quello in identificazione tanto quanto fra i due stati non vi è corrispondenza. Quando fra lo stato identificante e quello in identificazione non vi è corrispondenza di stati, l’individualità in identificazione, è confusa tanto quanto la corrispondenza è mancante.

Di converso: quando fra lo stato identificante e quello in identificazione vi è corrispondenza di stati, l’individualità in identificazione è certa di sé tanto quanto, è, lo stato di vita dato dalla comparazione fra il sé proprio e quello identificante. La personalità divisa da se stessa perché non sente quanto sa o non sa quanto sente (e, dunque non vive ciò che sente per quanto sa) subisce (e provoca) i danni originati dalla separazione, tanto quanto è separata da se stessa. L’io che si conosce è come una casa ( Natura ) che poggia su un terreno ( Cultura ) idoneo a reggerne la costituzione ( la vita ) in tutte le sue parti. L’io che non si conosce, è come una casa (Natura) che non sa quale è la parte (Cultura) più idonea a reggere la vita della sua costituzione. L’Io, che non costituisce la sua vita secondo il proprio sé ma secondo altro da sé, è come una casa (Natura) abitata da un inquilino (Cultura) alieno al suo Spirito. Una individualità che si costituisce incosciente della parte di sé (la naturale, la culturale o la spirituale) più idonea a reggere il peso dell’edificio (la sua vita) è soggetta a crepe: le crisi di identità. La crisi di identità, o denuncia che un Io si è estraniato da una parte naturale, culturale o spirituale di sé, o che è stato espropriato di una parte naturale, culturale, o spirituale di sé, o che si è estraniato da sé perché espropriato di sé e/o invaso di altro da se. Una identità è in crisi quando non è ultimata dai suoi principi. Ad una identità non ultimata dai suoi principi necessitano continui sostegni. Sostiene la personalità in crisi di sé, ciò che di naturale, culturale, o spirituale, di volta in volta occorre allo stato naturale, culturale e spirituale. Ogni separazione da sé di una parte di sé è una ferita: come tale è un male. Poiché, per essere vita, ciò che è della Natura non può non essere della Cultura, allora, il male naturale è anche male culturale. Un male nella Natura che diventa male anche della sua Cultura è male anche nello Spirito, cioè, nella forza della vita. Il male (naturale tanto quanto culturale e spirituale) deforma la vitalità e, conseguentemente, deforma la vita. Ogni male richiama la corrispondente cura: naturale se ad esserne colpita è la Natura; culturale se ad esserne colpita è la Cultura, spirituale se ad esserne colpita è la forza della Natura della Cultura della vita. Una individualità diretta verso la Vita cura il suo male con atti di vita sia verso sé che verso altro da sé. Tanto quanto non è diretta verso la Vita, una individualità si cura con atti di morte o contro sé o contro altro da sé.

Se ciò che principalmente manca riguarda la vita naturale o culturale, una individualità si compensa (semplicemente o complessamente) o con della vita naturale o con della vita culturale. Se ciò che principalmente manca riguarda la Natura della Cultura della Vita (ricerca delle origini e degli scopi di vita) una individualità si compensa (semplicemente o complessamente) elevando i principi della propria. Se ciò che manca è rilevante al punto che ne ciò che è (Natura) e ne ciò che sa (Cultura) e ne la forza (lo Spirito) data da ciò che è di quanto sa di ciò che sente sono l’un l’altro sufficientemente compensativi, allora, una data individualità, la dove non sa o non può rivedere il suo vissuto, può avvertire la necessità di compensarsi più fondamentalmente. Nei casi di più fondamentale compensazione se una individualità giunge sino a compensare la totalità dell’essere, certamente non si può dire che è ciò che sa per quello che sente, ma, che è ciò che sa per quello che gli fa sentire la totale compensazione adottata. Tanto più quella individualità è ciò che sa per quello che la più fondamentale compensazione adottata gli fa sentire e, tanto più assume la personale identità data dalla compensazione complessivamente adottata a sua integrazione. Se la compensazione adottata è alcolica, tanto più una individualità sofferente compenserà la sua Natura con quell’elemento e, tanto più la sua Cultura sarà la vita di quello che è per ciò che saprà di ciò che l’alcool gli farà sentire. Nel caso in esempio, l’identità conseguente sarà quella dell’alcolista. Nel massimo processo di identificazione dato dall’essere l’identità della sostanza naturale, chimica, quanto ideologica, che si raggiunge quando una vita ” si fa ” con la vitalità che genera una sostanza totalizzante, quello che vale per le droghe che diventano la forza della Natura della Cultura nella droga, vale anche per le ideologie e/o gli edonismi se diventano droghe (fissatrici d’arbitrio) per la Cultura della Natura della vita che necessita di forza.

Se nel caso dell’overcompensazione da alcool l’identità globale che ne consegue sarà quella dell’alcolista, nell’overcompensazione culturale e/o spirituale (o in altri casi con cui si compensi la Cultura della Natura) la personalità risultante rischia di essere naturalmente o culturalmente, o spiritualmente fanatica E’ fanatica, l’individualità che ha delegato la totalità del proprio arbitrio alla realtà che ha invaso di se o la forza della sua Natura, o di quella della sua Cultura o la forza (lo Spirito) della sua vita. Tanto più il fanatico è forte d’altro e tanto più è debole di sé. Quando una identità assume quella dei totalizzanti artifici che usa per essere, non è mai ciò che è per quello che vive per quanto sa di ciò che sente, cioè, se stessa. Non è mai se stessa, perché quando è totalmente compensata, è sua identità la totale compensazione e, non è mai se stessa quando non è compensata perché la sua identità, in assenza di compensazione, è vita che non si sente perché non si sa (se il suo principio di vita è la vita della sua Cultura) o non si sa perché non si sente se il suo principio di vita è la vita della sua Natura. Una individualità asservita ad un artificio perché carente nella forza della propria vita (nel suo Spirito) in quanto la sua Natura non vive ciò che sa la sua Cultura (o la sua Cultura non vive ciò che sente la sua Natura) è fuori di sé già prima che compensi quel fuori con altri buttafuori. Una individualità che vive quello che è per quello che sa in ciò che sente, non necessita di artifici, perché, tanto quanto è indipendente, è sovrana. Vi è potere della Natura sulla Cultura quando una Natura ama ciò che sente più di ciò che sà. Vi è potere della Cultura sulla Natura, quando una Cultura ama ciò che sa più di ciò che sente. Sulla Natura di una Cultura vi è il potere della forza quando ama la sua emozione (il suo Spirito) più di quanto sa per ciò che sente. Poiché, il potere, per sua Natura non può ammettere la mediazione, non l’amore (che essendo comunione per sua Natura l’ammette) è fonte di potere, ma, solamente il desiderio dato dal piacere. Il desiderio dato dal piacere (ambedue gli stati non ammettono che se stessi) è una volontà di potere e, una volontà di potere che non ammette che se stessa, è sempre un sopruso: verso se stessi non meno che verso altri.

Quando, a causa di norme estranee allo spirito dell’amore (ciò che permette la comunione sia in se che con altro/i da se) la volontà data dal desiderio di un piacere diventa il prevaricante potere naturale, e/o culturale e/o spirituale di uno stato (anche se amoroso) su un altro, nell’anima, sottomessa alla volontà del desiderio (come imposto ad altro anche imposto al proprio sé) si generano delle ” tossine ” naturali, culturali e spirituali, che ammalano ora di depressione e/o ora di esaltazione sia la vita che pratica la volontà del potere che la vita che lo subisce: la ammalano, tanto da mandarla anche anche oltre arbitrio. La dove non vi è comunione di vita nella persona o fra persone ( e/o una corrispondenza da compassione per il reciproco spirito ) non vi è amore sia nella persona che fra persone tanto quanto la nostra vita è inadempiente verso il suo principio: la Vita. La dove verso la vita (nostra, altra e del Principio) non vi è amore, o vi è indifferenza da mancata condivisione di spirito, vi è inimicizia tanto quanto non vi è amore e/o non vi è compassione da condivisione verso la nostra ed altra vita. La dove vi è inimicizia, tanto quanto non vi è amore e/o compassione, vi è ignoranza (sia contro sé che contro altro da se) verso tutto ciò che non si ama perché non lo si conosce a causa della mancata comunione sia di se con se, come di se con altro da se. L’ignoranza, quando è rifiuto di confronto, o è Natura della paura, o è Cultura dell’arroganza (overdose di difesa da paura) o piacere del sopruso. Come l’intolleranza, l’ignoranza separa vita da vita. L’ignoranza verso se separa da se ciò che è proprio prossimo. L’ignoranza verso l’altro separa ciò che è prossimo a se del se altrui. L’ignoranza verso se uccide l’amore di se. L’ignoranza verso l’altro uccide l’amore dell’altro. L’ignoranza uccide l’amore. L’ignoranza uccide l’amore perché separa la comunione. Ogni volta si impedisce la vita data dalle corrispondenze fra Natura, Cultura e Spirito (impedire la corrispondenza è separare la vita sia in se che la propria da altri) si pone inimicizia sia fra gli stati propri che, indipendentemente dagli stati, fra altri stati. Poiché l’inimicizia non permette la conoscenza e poiché l’ignoranza non permette la comunione e la mancata comunione non permette l’amore, ecco che non potendo conoscere (o per Natura, o per Cultura, o per lo Spirito) non si può amare ciò che ci è stato diviso, tanto quanto siamo separati da ciò che ci è stato diviso. L’inimicizia principia l’odio. L’odio è uno spirito che può alimentare contro la vita (e la Vita) delle reazioni sia implosive che esplosive. E’ reazione implosiva l’odio contro se. E’ reazione esplosiva l’odio contro altro da se. L’odio contro la vita ( e la Vita ) ammala di sé il sé che lo contiene.

Analisi del male

Lo stato nel quale non vi è alcun male è il Bene: Principio del bene naturale quanto del culturale e dello spirituale in ogni stato di vita. In ragione della condizione dello stato della mancata comunione di una Natura, o di una Cultura, o di una vita con il Principio del Bene, non vi è comunione col Bene, tanto quanto vi è insoddisfatto desiderio di unione verso l’origine. Qualsiasi desiderio di bene che non corrisponde al vero è arbitrio su di sé o su altro sé perché non è corrispondente vita: forza di ciò che allo Spirito è giusto. L’arbitrario desiderio di una Natura che non corrisponde secondo quanto è bene per ciò che è vero di quanto è giusto sia alla propria che ad altra vita, si pone contro sia la Natura propria che altra. L’arbitrario desiderio di una Cultura che non corrisponde secondo quanto è vero per ciò che è bene di quanto è giusto sia alla propria che ad altra vita, si pone contro sia la Cultura propria che altra. L’arbitrario desiderio di una vita (forza del suo Spirito) che dato il bene che è nel vero non corrisponde secondo quanto è giusto sia alla vita propria che ad altra, si pone contro sia la vita propria che altra. Ogni arbitrio è una violenza: sia sugli stati propri che sugli stati altri. Violenza (contro sé e/o contro altro da sé) è la forza della vita che non vuole sentire e, dunque intendere, la ragione del suo Spirito. La ragione dello Spirito si intende nello stato di pace, perché, nella pace vi è quiete fra i dissidi e, dunque, verità. La forza della violenza da arbitrio contro se e/o altro da se è corrispondente alla forza dello stato di ciò che non si vuole sentire, sapere e capire. Una individualità non vive la sua vita con giusto Spirito (cioè, con la giusta forza) tanto quanto il sapere dato dalla sua Cultura non corrisponde al sentire dato dalla sua Natura (come di converso) tanto quanto il sentire dato dalla sua Natura non corrisponde al sapere dato dalla sua Cultura.

Analisi del discernimento

Il discernimento è il più corrispondente strumento di cura: esso è il mezzo che pone nella giusta corrispondenza ciò che è sano con ciò che è da sanare. Il discernimento su sé o su altro da sé, è attiva transazione culturale ogni qualvolta permette il proseguo della vita propria, sociale e spirituale. E’ passiva transazione di vita, il discernimento che principalmente attua la mera esistenza. Il discernimento è il medico che cura se stesso. Le l’individualità separate da sé stesse, soffrono della mancanza di vita nella parte che il loro sé non vive. Gli elementi di compensazione cui ricorre una individualità sofferente per carenza di spirito (forza della vita ) possono anche diventare particolarmente complessi, quando: è inappagata da se stessa e dal sociale; inappagata di sé per quanto variamente appagata nel sociale; inappagata nel sociale per quanto variamente appagata di sé. Per giungere al proprio completamento attraverso l’appagamento, le individualità totalmente o parzialmente inappagate perché personalmente, socialmente e spiritualmente non comprese dallo stato proprio e/o sociale e/o spirituale, possono anche diventare dipendenti (quanto tossicodipendenti) di elementi compensativi ( ” leggeri ” e/o ” pesanti ” ) sia naturali che ideologici e/o chimici. Tanto più la forza della vita (lo Spirito) è depressa per la mancanza di risposte alla domanda di equilibrio posta dalla vitalità in sofferenza (o esaltata per eccesso di risposte) e tanto più complessi sono gli elementi di compensazione cui ricorre la data individualità. La parte dell’individualità depressa o eccitata perché non vive ciò che sa per quello che è, può principalmente essere quella naturale (la vitalità) o quella culturale (la conoscenza) o quella spirituale: elevazione verso il Principio dei significati esistenziali.

Analisi della pace

La Natura è il luogo del Bene. La Cultura è il luogo della Verità. Lo Spirito, è il luogo del Giusto che corrisponde dalla Natura nel Bene per la Cultura nel Vero. Giustizia è assenza di ogni dissidio. L’assenza di ogni dissidio è pace. In una Natura in pace vi è giustizia. Essendo cessazione di ogni dissidio (la giustizia) dove vi è giustizia data dalla pace perché è cessato ogni dissidio, non può non esservi che verità: se non raggiunta fra vita e vita è raggiunta fra vita e Vita. Sia nella Natura della vita della propria Cultura, che fra la propria ed altra, quando non vi è dissidio fra il bene della Natura ed il vero della Cultura perché vi è pace, la vita, non può non essere che nella verità di ciò che è giusto: lo Spirito. Poiché pace è tacitazione di ogni dissidio e alla tacitazione di ogni dissidio segue il silenzio, nel silenzio della pace dato dalla verità che ha tacitato i dissidi, vi è il principio della ricerca dell’origine di ogni verità. Nessuno sa cosa è bene dato il vero che è nel giusto, ma, ciò che non lo sa la Cultura lo sente la Natura. Nella vita della Cultura della Natura ( lo stato di ciò che sa perché sente ) che non corrisponde al bene per ciò che è giusto dato il vero, lo spirito è depresso. Nella vita della Natura della Cultura ( lo stato di ciò che sente perché sa ) che non corrisponde al vero per ciò che è bene dato il giusto, lo spirito è eccitato. Poiché ciò che è depresso o eccitato non è in pace, ne consegue, che lo stato di pace in una Natura è ciò che afferma il bene di ciò che è nel giusto, perché, alla sua Cultura, vero.

Aristotile e me

Nel mio dire i principi della vita, (e, quindi, anche della sessualità) Mauro sostiene che cito Aristotile. Non se ne abbia Aristotile, e neanche Mauro. A mio vedere, la sessualità  è data dal rapporto di corrispondenza fra lo spirito (la forza) di due vitalita : la maschile che dico Determinante, e la femminile che dico Accogliente. Per vitalità  intendo lo spirito (la forza) della Natura: il corpo della vita comunque effigiata. Per vita, invece, intendo lo spirito (la forza) che corrisponde dalla relazione fra il corpo e la mente: luogo della Cultura.

Vita, è stato di infiniti stati di vita, pertanto, anche gli stati della forza maschile, come di quella femminile sono infiniti. Perché, allora, la sessualità  non è di infinito carattere? Perché la vita, a mio conoscere, ovviamente, tende al bene. A livello naturale, il bene trova voce nel piacere. Il maggior bene dato dal maggior piacere, forma l’identità  (anche sessuale) prevalente. I piaceri non prevalenti, formano i gusti: anche sessuali.

Se vediamo la sessualità  come l’Albero della vita, e la prevalenza del carattere sessuale come il suo tronco, direi rami portanti il carattere maschile e femminile, e direi foglie di quei rami i gusti. Infinite le foglie, infiniti i gusti. A voi non paiono così infinite le foglie?! Non avete tutti i torti, se non un “torto”: quello di non vedere il mio disegno come lo vedo io, cioè, libero da millenari condizionamenti. Oserei dire, anzi, che l’Albero della vita è l’Albero del Paradiso. Prima che ci mettessimo su le mani, ovviamente! 

Se Maschio e Femmina sono l’immagine naturale della nostra vita, Uomo e Donna sono l’immagine culturale. Sull’immagine naturale, (maschile e femminile) la vita culturale forma infinite immagini di Uomo e di Donna. La vita culturale maschile e femminile che si esprime in dati ambiti geografici, forma la razza. Sulla base biologicamente universale della natura maschile e femminile, la Cultura della data razza, forma la Cultura sessuale della data razza.

La mente, può determinare senza accogliere, o accogliere senza determinare? Direi proprio di no. Nel primo caso, perché se non accoglie ciò che ha determinato, non sa valutare quanto sia maturo il frutto della sua opera. Ricordate la Genesi? Al termine della creazione, la Bibbia racconta che Dio trovò cosa buona e giusta la sua opera. Certamente io non so chi sia Dio, e neanche penso di poterlo immaginare, tuttavia, mi chiedo: se, mentalmente, non accogliamo l’idea che abbiamo determinato di volere, possiamo valutarla cosa buona e giusta? Direi proprio di no

Per quanto sostengo, chi vuol immaginare Dio a propria immagine e somiglianza non può non riconoscere che anche in Dio c’è forza maschile perché determinante e femminile perché accogliente. Non per questo è identità  maschile e femminile, ovviamente! Vuoi perchè è un solo Principio, vuoi perchè in quanto Spirito (forza della vita) Dio è incorporeo, o quanto meno, non ha certo il corpo che sinora hanno immaginato, e che io ho smesso di immaginare da un pezzo!

Mi direte: ma, una forza senza corpo è destinata a perdersi nell’Infinito. Giusto! Mi stavo appunto chiedendo qual’è la funzione dell’infinito: essere, appunto, il contenitore di Dio! Visioni perdamaschiane messe da parte, torno alla sessualità! Dicevo che la sessualità non è di infinito carattere perché la vita tende al bene. Il bene naturale non può non tener conto del vero e del giusto se non ponendoli in sofferenza. Proseguivo, affermando che il bene trova voce nel piacere, e che il bene prevalente dato dal piacere prevalente forma la compiuta l’identità anche sessuale. I piaceri non prevalenti, invece, formano i gusti: anche sessuali.

Preso atto, che il bene è voce del piacere;

che il maggior bene dato dal maggior piacere forma l’identità  sessuale prevalente;

che i piaceri non prevalenti formano i gusti;

che i piaceri e i gusti sono composti da infinite emozioni, (paiono finite, ma solo perché siamo di costruito linguaggio)  poteva, la vita (che è stato di infiniti stati detti dai piacere e da gusti nati dalla corrispondenza fra i suoi stati) formare solamente la forma etero sessuale della vita? No, direi di no. Chi, per lo scopo di omogeneizzare la vita ha potato l’individualità? Se escludiamo la vita detta dal creato, non ci resta che la vita detta dalla società. Allo scopo di ottenere il cittadino ideale, quindi, la società ha potato la soggettiva umanità.

Se non si nega le infinite possibilità  della vita, non si può non ammettere che ogni forma sessuale, per il solo fatto di vivere, è di per sè legittimata! Non è legittimata, ovvviamente, dove reca dolore, e tanto quanto lo reca. Infinite voci, pretendono di dire cosa è giusto o errato dell’Albero della vita, e infinite presunzioni, negano il diritto di vivere, vuoi delle foglie, vuoi dei rami collaterali che sono spuntati dal suo tronco; e tutte lo sostengono richiamandosi a ciò che reputano generalmente vero.

Ben diversamente, io mi richiamo al dolore. Il dolore, è la voce del male in tutti i generi di errore. E’ voce in ogni genere corpo; è  voce in ogni mente; è voce in ogni forza; è voce in ogni genere di razza. Dove vi è il dolore che denuncia l’errore, quindi, non può esservi verità.

Datata Ottobre 2007

Esaltazione e allucinazione

Mentre Cultura è il magazzino delle informazioni, intelligenza è la capacità di elaborarle in vistù del discernimento. Si è intelligenti, pertanto, non per ciò che si sa, ma per quanto si sa discernere su ciò che si sa. Siccome ognuno ha ed è lo stato culturale dato dal proprio discernimento, va da se che ognuno è soggettivamente intelligente tanto quanto usa (e come) il suo magazzino- Siccome non esistano due persone eguali (tutt’alpiù possono essere colte in maniera prevalentemente eguale) per questo non esiste che uno sia più intelligente dell’altro. Può anche essere che uno sia più colto di un altro e che sappia usare meglio i suoi dati ma non è detto. Infatti, la vita prova che vi sono laureati che nella vita personale non se la cavano meglio dei semplici scolarizzati. Ammesso questo, ne consegue che la tua affermazione “hai paura di confrontarti con me perché sono più intelligente”, non solo è presuntuosa (che ne sai della mia intelligenza se non ciò che puoi, credi e/o ti fa comodo sapere?) ma rivela la necessità di essere più degli altri. Per esserlo, è ovvio che si deve prevaricare l’altrui personalità. E’ solo per questa tua tendenza (e non per paura o di te o della tua intelligenza che dopo aver affrontato me stesso ho paura solo dei miei errori) che ho interrotto il mio rapporto nei tuoi confronti. Diversamente da te, non t’ho detto che l’interrompo perché sono più bello,o più figo, o più furbo, o più intelligente, ecc. ecc. ma, se ben ricordi, ” perché non mi corrispondi “. La corrispondenza fra persone è un passaggio sentimentale e culturale che deve risultare prevalentemente paritario. Se non lo è, allora quel rapporto entra in sofferenza; entrandolo, è destinato ad essere fallimentare. Per infiniti motivi, se non si interrompe un rapporto fallimentare ciò evidenzia che la passione per il dolore (masochismo sentimentale) ha sostituito con altrettanta passione quella per l’amore: corrispondenza di stati fra tutti ed in tutti gli stati della vita. Premesso questo, non mi pare che il nostro ultimo colloquio abbia evidenziato la tua voglia di capire (desiderio di corrispondere attraverso lo scambio del sapere) ma di restaurare un amor proprio minato nella sua voglia di affermarsi. Se questo ti fa felice buon per te che per me è totalmente indifferente: indipendentemente dalle conferme altrui, il mio amor proprio si basa sull’amore che ho di me, e di me con la vita e, non, con la tua o sulla tua. Per quanto mi è dato di capire di te, la forza della tua Cultura si basa sulla forza della tua Natura. Per me, diversamente, è la forza della mia Cultura che fortifica la mia Natura. La differenza non è di poco conto. Il lutto che ti ha recentemente colpito, oltrechè farti capire il dolore (male naturale e spirituale da errore cultural ) avrebbe dovuto farti capire che la forza naturale non è il fine della vita (tanto è vero che finisce appena abbiamo compiuto il personale ciclo culturale) ma il mezzo con il quale si perpetua sia la nostra vita che la sociale e la spirituale. Perseguire la forza naturale come fai tu, solo al momento da conferme e affermazioni. Nel tempo, però, è destinata a fare la fine dei moccoli, che dopo aver dato luce solamente a qualche decimetro di distanza da sé stessi, restano cadaverica materia. Ben diversamente, è il perseguire la vita in tutti i suoi stati, ciò che da luce alla vita: in qualche caso, anche a millenni di distanza dalla fonte di origine. Perseguire la vita, significa perseguire il bene nella Natura, il vero nella Cultura ed il giusto dello Spirito: la forza della vita. Va da sè, che torneremo cadaverici moccoli, tanto quanto, anziché originare vita in tutti i nostri atti, origineremo stati di morte: male nella Natura, falso nella Cultura ed ingiustizia nello Spirito. A mio avviso e, per quello che vale la mia opinione presso di te, anche se la capacità di vederti con lucidità è allucinata dalla passione che hai verso te stesso, comunque hai dimostrato di conservare una buona capacità di autoanalisi. Continua a servirtene non per prenderti e/o per prendere, ma per liberarti e/o liberare. Mi auguro che questa lettera raggiunga il suo scopo: far capire. Lo spero per chi desideri e/o desidererai. Se non dico lo spero per chi ami e/o amerai, è perché, almeno al momento, non dimostri capacità di porti in comunione: corrispondenza che è amore solamente quando chi desidera, sente che i conti gli tornano giusti perché dal rapporto non gli viene sofferenza.

Luglio 2006

Lo stato umano

nello Stato sociale per lo spirituale secondo la Pedagogia “per Damasco”.

Natura, Cultura e Spirito sono lo stato trinitario della Persona. Nella corrispondenza degli stati la Persona è unitaria. Corrispondente alla Figura umana e sua emanazione: lo stato sociale. Lo Stato sociale è l’unità sociale composta dalla Natura del luogo in cui è collocato, dalla Cultura dei suoi cittadini e dallo Spirito che corrisponde dalla relazione di vita fra i componenti. La Figura del cittadino e la Figura dello Stato si configurano negli stati del Bene, del Vero e del Giusto. Il Bene è Cultura della Natura. Il Vero è Natura della Cultura. Il Giusto è Natura della Cultura dello Spirito: forza della vita della Natura nella corrispondente Cultura. Nell’ambito naturale (Umanità e Luogo) le realtà umana e sociale sono quello che sono. Nell’ambito culturale sono quello che sanno. Nell’ambito spirituale sono la vitale manifestazione di quello che sono in quello che sanno. La Comunione fra gli stati della Natura nel Bene, della Cultura nel Vero e dello Spirito del Giusto umani e sociali conformano e confermano lo stato Umano, quello Sociale e, per corrispondenza culturale e spirituale dei reciproci stati, la sua Civiltà. Norma e Normale è tutto ciò che attua lo sviluppo Trinitario – Unitario dello stato umano: stato di se, nello stato sociale per lo stato spirituale. A – normale è tutto ciò che divide lo stato umano da se stesso e per corrispondenza di divisione dallo stato sociale. Dalla negazione per divisione dello stato trinitario (succeda a causa della Persona o per cause sulla Persona) la negazione dello stato Umano. Per corrispondenza di opposizione da divisione, la Persona è negata dallo Stato sociale e/o la Persona nega lo Stato sociale. Una separazione degli stati trinitari che succeda sia nell’Uomo che nello Stato sociale, conforma e conferma la disumanità dell’Uomo, quella dello Stato sociale e, per la mancata corrispondenza fra Natura e Natura, Cultura e Cultura, e fra vita e vita, l’inciviltà dello stato umano e di quello sociale. Tutto ciò che trinitariamente conforma e conferma è Via della Natura per la Verità della Cultura nello Spirito della Vita umana e sociale. L’Umano ed il Sociale giungono al proprio stato attraverso la Via della Natura nella Verità della Cultura per lo Spirito della Vita: suprema comunione del Bene della Natura nel vero della Cultura per il giusto Spirito. La corrispondenza fra lo stato Umano e quello Sociale, permette la Fede che permette l’Amore che permette la Vita. La Fede è la realtà che corrisponde all’amore corrispondente nella comunione. Su questa realtà, la Natura, la Cultura e lo Spirito umano e sociale, assurgono a trinitario – unitario tramite della realtà spirituale, nella realtà umana e sociale.

Ho rivisto il testo della Pedagogia e questo nell’edizione del Blog datata Giugno 2018. Li ho pensati una trentina di anni fa. All’epoca, nella mia storia, “l’era tutto da rifare!”

Genesi – a padre Aldo Bergamaschi

Sgombrato il passo alla ragione dalla millenaria Cultura che in diverso modo dice la Genesi della vita, comunque, posso chiamare Adamo (“nato dalla terra” dall’ebraico Adamah) anche il solo primo stato maschile della vita originata e chiamare Eva (“la Madre dei viventi”) anche il solo primo stato femminile. Non solo: riferendomi ad uno stato di vita e non ad una data Persona (e, dunque, razza) comunque posso accettare qualsiasi nome maschile e femminile con i quali qualsiasi Cultura di qualsiasi popolo nomina i precursori della sua specie. Se non altro perché non vi possono essere contenuti culturali e spirituali se prima non vi è il corpo contenitore (la Natura) ammettiamo che, sia della vita maschile che della femminile, il loro primo stato sia il naturale. Dal momento che un contenuto culturale individuale non può sorgere da un contenitore estraneo al suo stato, ne consegue che la Natura del dato stato è via della sua Cultura. Dal principio naturale della vita, dunque, si originò il corrispondente principio culturale.

Il principio del bene nella Natura è il sentire. Il principio del bene nella Cultura è il sapere. Lo Spirito è il principio della forza della vita del bene naturale e culturale che si origina dal sentire nel sapere se il prevalente principio di vita è diretto dalla forza della vita della Natura, o dal sapere nel sentire se il prevalente principio di vita è diretto dalla forza della vita della Cultura.

Il principio della vita è corrispondenza di stati fra Natura, Cultura e Spirito non solo nello stato maschile e femminile della vita maschile e femminile. ma, necessariamente, anche fra di loro. Infatti, se non vi fosse integrazione fra i due stati, la vita avrebbe avuto un solo stato e, dunque, o eterno (ma di eterno vi è solo il Principio) o, per quanto lungo, necessariamente a termine.

Non necessariamente in ordine di tempo ma, necessariamente, secondo l’ordine dato dal convivere fra i suoi stati, la vita si evolse (come si evolve) secondo tre fasi: siccome in principio vi fu la Natura, in principio, l’unione fra gli stati della vita avvenne secondo le corrispondenze date dalla vita naturale: stato o persona che sia.

Mano a mano avvenne la coscienza (luogo di ogni conoscenza) della vita naturale propria quanto altra, alla Cultura della Natura della vita (quella indicata dalla vita del corpo dello stato e/o persona che sia) seguì la Natura della sua Cultura, cioè, quella indicata dal corpo culturale (la mente) dei perseguenti la vita loro all’inizio e, nell’evolversi della situazione personale e storica, della vita sociale. In ragione delle finalità di vita, al perseguimento naturale e culturale seguì quello spirituale; quello, cioè, della ricerca dei principi di vita e del Principio della stessa.

Mi dirà: come fa uno stato della vita ad avere il senso della vita della propria Natura se, essendo stato e, dunque, non ancora vita (secondo forza, Natura che corrisponde con la sua Cultura) non può avere quello della propria Cultura e, dunque, neanche quello del proprio Spirito? Lapalissiano, Padre! Perché qualsiasi stato naturale vi sia stato in origine, avendo lo Spirito che gli è forza ha la vita data dal Principio. Avendo la vita data dal Principio (il cui principio è vita) in ragione dello stato dello stato originato, necessariamente, ne ha Cultura. Quale? Ovviamente, quella della vita: corrispondenza di stati con quelli del Principio la dove i nostri, pur principiati, non si siano ancora formati al punto da essere coscienti di se. Quando si è coscienti di se? Questa è una domanda da infiniti miliardi tanto la risposta implicherebbe anche la conoscenza dell’infinitesimale. Limitandoci alle nostre dimensioni, direi che ogni stato di vita, avendo vita, necessariamente, ha la coscienza del suo stato.

Dati gli stati della vita, la coscienza, ha tre stati di conoscenza. Nello stato naturale quella data dal sentire. Nello stato culturale quella data dal sapere. Nello stato della vita, quella data dalla forza dello Spirito della vita che si origina dalla relazione fra il sentire ed il sapere.

Se non si può operare in modo di interrompere una vita (errore contro lo Spirito) si può opere in modo di interromperne uno stato? Anche questa è una domanda da infiniti miliardi. Dal momento che uno stato della vita ha vita tramite quella del Principio, direi che non si può interrompere nessun stato di vita se non interrompendo il suo rapporto sia con il suo principio che con il Principio. Al proposito, è legittimo sostenere le proprie opinioni sulla vita altra al punto da sottometterla a ciò che si pensa? Fermo restando il fatto che ognuno può sostenere ciò che crede, si da il caso di ricordare che lo Spirito, essendo la forza della vita sia dell’Universale che del Particolare, in tutti gli stati della vita non può non essere il sovrano di quegli stati. Da ciò ne consegue che ogni giudizio non può non essere che secondo sé.

Secondo stati di infiniti stati di vita e secondo lo stato di quella vita, il giudizio del personale Spirito si manifesta per mezzo delle emozioni che comunica alla vita a cui da forza. Se una vita sente la sua Natura emozionalmente depressa o eccitata, allora, vi è errore ( proprio o derivato da altra vita ) contro quello stato; se una vita sente la sua Cultura emozionalmente depressa o eccitata, allora, vi è errore ( proprio o derivato da altra vita ) contro quello stato; se una vita sente la pace, stato che subentra alla cessazione dei dissidi naturali, culturali e spirituali, allora, in ragione dello stato di pace, vi è misura di verità e, dunque, giustizia nel giudizio. Per ciò che si sente nella forza dello Spirito, allora, ognuno è in grado rispondere in proprio. Non potendo sapere per altri perché non si può sentire Spirito diverso dal proprio, da ciò ne consegue che nessuno è in grado di rispondere per altri. Ciò significa che non si possono fissare dei comuni principi? No. Ciò significa che i comuni principi che si fissano non possono impedire al personale spirito di esprimersi anche secondo la sua voce.

L’atto dell’unione fra il maschile ed il femminile può anche avere molti stati e/o infinite manifestazioni, però, non può non avere che due tempi di azione. Nella prima, si determina con cosa, con chi e perché unirsi e nel secondo si accoglie cosa, chi ed i perché. Dal momento che il primo stato creato fu il naturale, va da se che, l’iniziale principio della determinazione della vita che è da protrarre (o da accogliere) è quello genitale. Lo è stato, il genitale, sia nel caso che il Principio abbia originato la prima figura maschile e femminile sia che abbia originato il primo stato maschile e femminile della vita. Non invalida ciò che credo, il fatto che non si sappia immaginare e/o non si sappia o possa conoscere la genialità naturale di origine; al punto, può esserlo anche un legame chimico che, comunque, nulla si toglie allo stato Originante.

Secondo il principio naturale – genitale, la vita di Adamo (stato o persona che sia) determina la sua volontà penetrando la Natura della vita di Eva: stato o persona che sia. Adamo, può penetrare la Natura della vita di Eva se questa l’accoglie, ed Eva l’accoglie, ogni qualvolta vi è corrispondenza di motivazioni. In assenza della corrispondenza delle motivazioni fra la determinazione di Adamo e l’accoglienza di Eva, è ovvio che vi è violenza tanto quanto i fattori non si corrispondono. Se la penetrazione naturale fa di Adamo il maschio e la determinazione culturale ne fa l’Uomo, così l’accoglienza naturale fa femmina Eva e la determinazione data dalla volontà su ciò che è da accogliere dell’Uomo la fa Donna.

L’Uomo (persona e/o stato della vita) penetra naturalmente e determina culturalmente e spiritualmente la vita che intende perseguire. La Donna (persona e/o stato della vita) accoglie naturalmente e, culturalmente e spiritualmente conserva ciò che ha determinato di perpetuare della vita di Adamo sia come stato, uomo o società.

Secondo il suo principio (il naturale) se è vero che la Donna accoglie la vita che ha determinato di perpetuare, non di meno è vero che anche l’Uomo accoglie ciò che ha determinato di perpetuare. Infatti, se l’Uomo non accogliesse nella sua mente (utero delle informazioni culturali che penetrano il suo pensiero) ciò che ha deciso di perpetuare, da parte sua non vi sarebbe evoluzione culturale ma solo una continua proiezione della volontà della vita naturale: al punto, l’animale.

Il principio di vita (maschile o femminile, stato o persona che sia) che emana la sua vita ma non accoglie ciò che ha emanato è come quello che pur avendo capacità di parola non ha quella dell’udito. Con altre parole, è come se pur avendo capacità di sapere (il bene della Cultura) non avesse quella del sentire: il bene della Natura.

Se il principio che determina la vita non può non accogliere ciò che ha determinato, allora, nell’emanare la sua volontà la Natura della Cultura della sua vita non può essere che maschile, mentre, nell’accogliere ciò che ha determinato non può essere che femminile, ma, il Principio è vita: di per sé, né maschile e né femminile ma forza del suo Spirito.

Se data la forza dello Spirito, la vita è il principio che ne consegue e se la vita è corrispondenza degli stati della Determinazione e dell’Accoglienza in tutti gli stati della vita, allora ciò significa che al principio, come presso il Principio, lo Spirito è forza determinante quanto accogliente. Se lo Spirito è forza determinante quanto accogliente, allora cessa il primato maschile sulla vita femminile. Non per questo, però, cessa a favore del femminile ma ambedue cessano a favore del loro Spirito: nella reciproca corrispondenza di vita, forza data dalla vita della loro Cultura e della vitalità data dalla vita della loro Natura.

Se è vero che vi è una netta divisione dei principi fra l’identità maschile (quella che determina di proiettare la vita) e la femminile (quella che determina di accoglierla) è altresì vero che vita è corrispondenza di stati. Allo scopo della vita, dunque, necessariamente, anche i principi dei rispettivi stati non possono non unirsi in uno stato nel quale ciò che è maschile (la determinazione) non può non avere anche del femminile (l’accoglienza) e ciò che è femminile (l’accoglienza) non può non avere anche del maschile: la determinazione. Dove si uniscono gli stati maschili e femminili della vita? Direi che i due stati si possono unire (nel senso di con – fondere la loro identità per acquisire quella della vita) nella reciproca forza che l’attua: lo Spirito. Data la forza dello Spirito, se il principio iniziatore della corrispondenza, fra il maschile con del femminile che è dell’Uomo ed il femminile con del maschile che è della Donna è la vita, ecco che, con – fusi nella e dalla reciproca forza, la comunione degli stati li fa diventare un unico principio, cioè, il corpo di un unico stato, con altre parole, di “un’unica carne”. In quello stato di unione, necessariamente, la rispettiva sessualità è in subordine (non certo per negazione e/o esclusione ma per elevazione degli scopi di vita) a quella data dalla corrispondenza fra il reciproco Spirito. Tanto quanto la naturale e culturale sessualità viene posta in subordine alla comune forza dello Spirito e tanto quanto la comune forza dello Spirito diventa la spirituale sessualità di chi è giunto a questo stato di elevata ed elevante comunione di intenti con il Principio della vita.

Siccome la vita naturale si origina attraverso l’unione sessuale fra gli stati maschili e femminili della vita e siccome lo Spirito è il principio della forza che lo permette, allora, lo Spirito della vita è principio della vita anche dell’unione sessuale che si origina dalla corrispondenza fra i due caratteri della sessualità.

Può una forza comunicare ciò che di sé stessa non è? Se non lo può (e non lo può) ciò significa che anche la vita dello Spirito ha carattere determinante e carattere accogliente; ed è questa forza “binario_unitaria” la sua “sessualità”. Quando la sessualità dello Spirito è forza determinante e forza accogliente, o con altro dire, maschile o femminile? Direi che è determinante quando origina una creazione, ed è accogliente, quando permette l’evoluzione di quanto ha determinato la sua forza.

Apro una parentesi. Se la sessualità dello Spirito è data dai due caratteri della sua forza, così non può non essere per la sessualità degli spiriti, perché, pur nel rispettivo stato di vita (suprema forza nello Spirito, e a somiglianza negli spiriti) sono lo stesso stato di vita.

Ho rivisto questo scritto nell’Agosto 2013. Ha avuto bisogno di più di qualche aggiustamento. Quando l’ho scritto al Bergamaschi non ero totalmente libero dall’influsso religioso canonico come pensavo. Dal decondizionamento cercato ed ottenuto, la nuova vista m’ha permesso questa versione. Dicembre 2019

Ancora sul Padre sullo Spirito

e su altre tentazioni del Serpente

Nella ricerca del Genesi della vita, se per un aspetto il Testo rivela la capacità di elevazione culturale degli stesori, dall’altro, mi pare segnali che il Serpente non si limitò a tentare la sola Eva. Infatti, a mio avviso, caddero nella tentazione (pericolosa tanto più l’imposero come verità rivelata dal Principio) di dire una realtà che, per ignoranza sul Principio della vita (la vita sino dal Principio) certamente non potevano conoscere, tuttalpiù, immaginare, oppure, se dire per rivelazione, perché ispirati. Va beh!

Dal momento che il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male e dal momento che in alcun modo possiamo verificare lo stato delle “voci” ispiratrici (ripeto la domanda) da chi dette e/o rivelate, se in mancanza di verifica, tutto il nostro credere può anche essere stato basato sulla strumentalizzazione (in buonafede e/o in malafede che sia) di un bisogno di credere in altri, conseguente alla mancanza della capacità di credere nel Padre tramite noi?

Una elevazione spirituale può inebriare la ragione tanto da mandarla oltre il suo contesto storico personale e sociale. La può mandare “fuori” al punto da farla entrare in contatto con altri piani di vita; non intendo la vita spirituale (che avendo vita ne siamo in contatto da sempre) ma quella spiritica. Al proposito, sappiamo l’opinione della Psichiatria, ma, se è vero che sull’argomento sa cosa dice, quanto può dire di sapere di cosa parla?

Una mente ispirata oltre la sua realtà dalla forza della sua immaginazione (capacità di vedere culturalmente ciò che in cui si crede e che è elevata tanto quanto si ha fede in ciò che si crede) quanto sa distinguere se discerne secondo sé, o se lo può tramite altra vita? Nel caso sappia distinguere che non discerne secondo se e anche ammesso che sappia quale sia lo stato di vita che influisce sul suo discernimento, può verificarne (non dico l’identità) ma anche la sola attendibilità spirituale? Direi di no. Infatti, se può essere inimmaginabile la capacità di verità di uno spirito nel bene, così è inimmaginabile la capacità di menzogna di uno spirito nel male.

Così, data la facoltà e la capacità invasiva degli spiriti soprannaturali nella vita naturale (data la mia conoscenza dello spiritismo lo sostengo a ragion veduta, o meglio, sentita) non posso non dubitare (e, parecchio) che lo Spirito ispiratore sia stato quello del Padre. Il Padre influisce la vita che ha originato attraverso la Sua forza: il suo Spirito. Se l’ispirasse secondo la sua Cultura, assoggettando il nostro giudizio al suo, renderebbe serva la nostra. Rendendola serva, però, assoggetterebbe anche la nostra coscienza, ma, una coscienza è piena, solamente se è libera di conoscere, al caso, anche ciò che non gli corrisponde per poter sapere ciò che gli corrisponde! Ergo, neanche il Padre può far dipendere da se’, la vita che pure ha originato.

Ciò significa che non possiamo credere a nessuno? No, ciò significa che dobbiamo credere nel solo Principio della vita: in ragione della forza dello Spirito, corrispondenza di stati nella data vita e fra la nostra e la Sua. Ulteriormente, questo significa che non puoi credere neanche a me? Ammesso e non so quanto concesso che ti sia mai girato per la capa, mi pare più che ovvio, per quanto riguarda la fede. Invece, per quanto riguarda la ragione, “credimi” solo dopo attenta valutazione!

Il principio che ha permesso la vita è quello della comunione fra stati. Allora, dove vi è la voce di uno Spirito che interloquisce fra vita e vita non può essere quella del Principio che dice circa i suoi principi, in quanto, già all’origine ne ha detto i massimi: bene nella Natura, vero nella Cultura per il giusto dello Spirito. Quei principi sono massimi al punto da originare la vita e universali al punto da indicare ad ogni via della vita (ad ogni Natura) la sua verità , cioè, la sua Cultura.

Per corrispondenza di principi fra la vita originante e quella originata, anche un qualsiasi Spirito soprannaturale non puo’ in alcun modo interferire nella vita altra se non ledendo la corrispondenza degli stati della vita personale (o sociale tramite la Persona) su cui interferisce. Tanta o poca che sia la sua forza, uno spirito interferente, (tanta o poca che sia la sua vita) comunque erra perché devia la corrispondenza di vita e di forza fra spirito e Spirito.

Discorsi su l’Oltre

Al principio, la vita ha ed è tre principianti stati di vita: Natura, Cultura, Spirito. Nel vivere il suo trinitario principio, i suoi stati sono stato di infiniti stati. Anche la Metempsicosi, quindi, sia nel caso di subita in uno spirito che nel caso di attuata da uno spirito, è stato di infiniti stati di metempsicosi.

(Lettera molto datata)

Lo Spirito che origina la vita

Lo Spirito che origina la vita, è il corpo interiore (l’anima) che anima ciò che anima. Ciò che si anima per la sua forza (per la sua Natura) e per la sua vita (per la sua Cultura) è il corpo esteriore dello Spirito animante. Del corpo esteriore, allora, si può dire che è l’anima materiale che contiene l’anima spirituale (il corpo interiore) della forza della vita: lo Spirito. Siccome vi è la forza dello Spirito (l’anima che anima la vita del Principio) e la forza degli spiriti (l’anima che anima la vita dei principiati dalla forza del Principio) allora, vi sono due stati di Metempsicosi: quella dello Spirito (incarnazione nella vita data dalla sua forza)  e metempsicosi degli spiriti data dalla forza del loro spirito. Ne consegue, che lo Spirito della vita è l’unica identità di certo riconoscimento, in quanto concede la vita in assoluto per l’Assoluto che è. Di ciò che si pensa, e/o si crede, e/o per casuale similitudine fra vissuti, tutte le altre forme di riconoscimento. Il casuale non esclude la fattiva possibilità, ma, quanto la possiamo considerare effettivamente vera? Direi, allora, che ci risulta vero solo ciò che è verosimile. Lo stato dell’influsso che porta alla reincarnazione di uno spirito in altro spirito, corrisponde allo stato della corrispondenza con lo stato in corrispondenza: vuoi voluta che subita. Tanto quanto lo è (voluta o subita) la Metempsicosi, allora, avviene fra spiriti affini. Siccome anche l’affinità di spirito fra vita e vita è stato di infiniti stati di vita, ne consegue che anche gli stati della metempsicosi sono infiniti. Ci si chiederà, come può avvenire una reincarnazione fra uno spirito vissuto, magari secoli prima, e uno spirito odierno, vuoi di un adulto o vuoi di un bambino? Ipotizzo la possibilità, perché gli spiriti vivono secondo la forza della loro vita, cioè, secondo il loro spirito. La condizione di una data vita, quindi, non è correlata alle nostre misure del tempo e/o degli anni; Esiste, bensì, la condizione del suo stato di prossimo o non prossimo allo Spirito, in ragione di quanto è simile alla forza della vita: lo Spirito. Si può dire, allora, che l’età di uno spirito è detta dalla misura della vicinanza o dalla lontananza dall’Immagine. Tanto più è vicina allo Spirito e tanto più è giovane. Lo è meno tanto quanto è lontana. In ambo i casi, sempre secondo gli stati di coscienza circa lo stato dello spirito di un dato spirito.  Poiché non abbiamo modo di verificare lo stato di vicinanza e/o di lontananza di uno spirito dallo Spirito, (come neanche i suoi stati) ne consegue che non possiamo verificare, neanche quanto sia vera l’immagine del sé che appare nelle rivelazioni spiritiche. Può ben essere, invece, che ci appare quello che per cultura siamo in grado di sapere e capire, non, quello che effettivamente è la figura in apparizione. Si possono pensare più simili (e lo possiamo pensare) le forze più coscienti del Tutto, e meno simili le forze prevalentemente incoscienti del loro tutto. Nel primo caso le possiamo dire elevate nella Vita, mentre nel secondo caso, basse perché ancora dipendenti dal loro stati di vita.

In ragione dello stato

In ragione dello stato della loro elevazione, le forze Alte si sono con_fuse con il Tutto, e nel Tutto agiscono per il Tutto, Possiamo dire Basse le forze che ancora conservano, quando non il loro tutto, delle parti che sono state. Gli spiriti bassi, non necessariamente sono avversi al Tutto. Lo sono, però, perché influiscono l’animo in cui si incarnano della conoscenza relativa a sé, non, relativa al Tutto. Se uno spirito di valore cinque ( tanto per dire la misura di uno stato di vita ) si colloca presso lo Spirito del Principio in diversa misura, ( ad esempio: quattro o sei ), avendo subordinando la ragione della sua Cultura (il vero) a quella pretesa di bene, sarà ingiusto, sia verso il suo spirito che verso lo Spirito. Per il male naturale e spirituale che è in ogni errore culturale, dunque, sarà sofferente sino a che non si collocherà nello stato che gli corrisponde: il cinque in esempio. Per quanto è a conoscenza della loro coscienza da ciò ne consegue che: in ragione del confronto di vita fra la forza dello Spirito e la loro, gli spiriti che tornano allo Spirito, si collocano presso quello stato secondo il loro stato di spirito, cioè, secondo lo stato della forza della loro vita.

Uno spirito è vita nello Spirito

Uno spirito è vita nello Spirito, secondo lo stato di somiglianza fra la sua vita e quella dello Spirito: immagine del Principio della forza. Tanto più uno spirito è somigliante allo stato Spirito e tanto più è vicino al principio della forza: lo Spirito. Di converso, tanto più uno spirito non è somigliante allo stato dello Spirito e tanto più è lontano da quel principio. Tanto più è lontano dal principio della vita ( la forza dello Spirito ) e tanto più è vicino al proprio principio: la forza del proprio spirito. Tanto più gli spiriti sono vicini allo stato dello Spirito e tanto più presso di quello si identificano. Tanto più si identificano nello Spirito e tanto più sono identificati dallo Spirito. Tanto più sono identificati dallo Spirito e tanto più sono lontani dal loro. Tanto più sono identificati dal proprio Spirito e tanto più non lo sono dallo Spirito. Secondo stati di infiniti stati di vita ( e secondo infinite corrispondenze fra gli stati di Natura, Cultura e Spirito ) uno spirito, meno è somigliante all’Immagine dello Spirito e più conserva l’immagine del proprio stato di spirito. Lo stato della Metempsicosi, dunque, è corrispondente allo stato dello Spirito che si incarna. Lo Spirito, dando la sua forza ad ogni stato di vita, necessariamente, è via di congiunzione (dallo Spirito al nostro e dal nostro allo Spirito) fra il Suo stato ed il nostro. Poiché lo è di ogni stato di vita, sia sul piano naturale quanto soprannaturale è via di congiunzione sia di quella spirituale (spiritualità è diretto rapporto fra la vita umana e quella del Principio) che di quella spiritica. La vita spiritica è rapporto fra spiriti: forze naturali della vita e che è, e che furono in questo stato di vita. Nello stato soprannaturale gli spiriti sono forze che ancora conservano degli stati di spirito dell’umana identità che furono. Nello stato naturale, invece, gli spiriti umani sono forze che ancora conservano degli stati della spiritualità della vita che li ha originati sino dal Principio. Lo Spirito non può non essere continua emanazione di forza in quanto la vita non può concepire stati di interruzione.  Non lo può perché ogni stato di interruzione sarebbe uno stato di morte della vita, ed in ciò, estrema contraddizione con il suo principio: la vita sino dal Principio. Ogni volta lo Spirito concede la propria forza ( la Natura della Sua vita ) concede la Sua totalità. Non può diversamente se non aprioristicamente discernendo come, a chi, o se dare più o meno forza. Questo, però, significherebbe che lo Spirito predetermina la vita che ha originato ma la predeterminazione si scontra col principio dell’arbitrio: giudizio che è libero solamente se condizionato dallo spirito di chi discerne. Il condizionamento dell’arbitrio della Vita (l’Universale) sulla vita principiata (la Particolare) si ovvia perché se è vero che lo Spirito da vita agli stati della vita è altresì vero che la vita determina la propria secondo la forza dello spirito che si origina dallo stato della corrispondenza fra i suoi stati. Lo Spirito del Principio, essendo l’origine della forza che proviene dal giusto che corrisponde dal vero che è nel bene, necessariamente, non può non guidare che secondo il suo principio. Non per questo, però.

Lo Spirito predetermina la vita

Lo Spirito predetermina la vita a cui da vita, in quanto la vita originata corrisponde fra di se secondo il proprio. Si può dire, allora, che in ragione dei principi adottati (quelli di bene e/o di male secondo Natura, o di vero e/o di falso secondo Cultura, o di pace e/o di dissidio secondo Spirito) ) la vita umana si predetermina in ragione dello stato di vita di prevalente scelta. Gli spiriti che tanto più conservano il proprio stato di vita, tanto più influiscono della propria personalità, la vita in cui si incarnano. Pertanto, nel bene come nel male, sono elevati gli spiriti che influiscono con la loro forza, e sono bassi gli spiriti che influiscono con la loro vita. Citando un mio sogno, paragono lo stato dello Spirito ha un palazzo di cristallo. Ti pare che si possa entrare in quelle stanze (stati della Vita) con le scarpe (il discernimento) ancora sporche d’incoscienza? Con questo non intendo dire che lo Spirito impedisce l’ingresso alla vita che vuole entrarci ma che sarà questa che si impedirà di farlo. Infatti, alla luce di un rinnovato giudizio (quello dato da una più cosciente conoscenza di se) confrontando la propria stanza (lo stato della propria vita) con quella dello Spirito (la stanza della Vita) si impedirà di farlo ogni volta constaterà una mancata corrispondenza di spirito fra la vita dello Spirito e la sua. Nella vita dello Spirito, ogni differenza dallo Spirito è differenza di vita fra il nostro stato ed il Suo. Ogni differenza è una separazione fra Vita e vita. Ogni divario di vita fra i due stati, allora, non può non essere che dolore da separazione dal Principio: la vita di origine. Poiché la differenza è dolore e, poiché il dolore essendo separazione dalla Vita non è vita tanto quanto è dolore, ecco che si è lontani dal Principio della vita tanto quanto l’ingiustizia nel nostro spirito ci ha reso dolenti. Poiché il dolore dato da ciò che non è stato giusto al nostro spirito si è originato dal male dato dalle erronee corrispondenze fra i nostri stati, ecco che, allo scopo di annullare ( nel senso di chiarire ciò che impedisce di entrare nel Palazzo ) ciò che è male per la Natura, falso per la Cultura e conseguentemente ingiusto allo Spirito della vita personale quanto verso quello della vita Universale, non si può non tornare a questo principio di vita. Non si può non tornare perché, presso la vita dello Spirito non vi può essere dolore in quanto il dolore, essendo un male, presso il Bene non può essere giusto.

Uno spirito può non elevare

Uno spirito può non elevare il suo stato? Direi che non lo può. Non lo può, perché per quanto non voglia capire ciò che è bene, vero e giusto, non può fermare l’evoluzione del suo discernimento se non fermando la sua vita.  Può fermare la sua vita ( ma nel senso di separare la sua Natura dalla sua Cultura ) solamente lo spirito che non vuole vivere secondo la rinata coscienza per la rinata conoscenza. Un giudizio che non è definitivo se non quando viene espresso da chi si giudica, necessariamente, ha degli stati sosta: quelli concessi dai tempi dati dalla volontà e dalla capacità di discernimento. Direi, allora, che la definitiva collocazione presso lo Spirito (e, dunque, la cessazione delle rinascite) succede quando uno spirito ha compiuto il suo prevalente discernimento sulla Vita, mentre il ritorno verso questo stato di spirito (di vita) succede perché uno spirito non lo ha ultimato. Sostengo che il riconoscimento del Principio sia prevalente, perché solo il Principio, in quanto assoluto, può essere l’assoluta conoscenza di sé. Come questo avvenga non sono in grado di dirlo e neanche di immaginarlo, ma se Vita è, Conoscenza è. Nella sosta, il discernimento giudica ciò che è giusto perché vero al bene. Ogni stato di sosta, essendo arresto dell’elevazione verso il Bene data dal discernimento, è Purgatorio: luogo di pena della Cultura della vita che sosta il percorso della sua strada. Purgatorio non è condanna, ma stanza (stato) nella quale si attende al Giusto per quanto è Bene al Vero. Per quel bisogno di giustizia, allora, ci si reincarna sino a quando la si è raggiunta. La reincarnazione, dunque, può anche essere intesa come l’appello che il giudice di primo grado (il nostro spirito) rivolge allo Spirito: il giudice di supremo grado. E’ normale alla vita che vi sia reincarnazione di forza, ma anormale che vi sia invasione di vita. Infatti, i rapporti di interferenza fra uno spirito e il nostro, sono invasivi tanto quanto ingerenti sia sul piano soprannaturale che su quello naturale. Lo sono, perché l’invasione devia e/o altera un percorso che non può non essere che personale. Come impedire l’invasione di vita? Direi che l’integrità della vita personale (stato dell’unicità dato dalla corrispondenza con i soli suoi stati) è ciò che impedisce a uno spirito di prenderci l’animo. Tanto quanto siamo prossimi al bene, al vero, e al giusto del Bene, del Vero, e del Giusto del Principio, e tanto quanto nessun spirito può prenderci l’animo. Possibile, invece, tanto quanto non siamo prossimi ai principi del Principio, ma quello che non è prossimo in un dato momento, può essere prossimo in un successivo: così di converso. I principi della vita nel nostro stato di vita non sono carceri come neanche conventi, sono vita (nel bene e nel male, nel vero e nel falso, nel giusto e nell’ingiusto) stato di infiniti stati che si originano dalla corrispondenza di spirito fra tutti e in tutti i suoi stati.

a Luciano De F.

La personalità dei profeti

del vecchio testamento e quella del nuovo

Il Padre della vita sino dal principio è il principio di ogni idea di padre; essendo principio, oltre che eterno, è immutabile. L’idea del Padre detta nel Vecchio Testamento è diversa dall’idea che è detta nel Nuovo.  Al punto: o ammettiamo che il Padre possa mutare degli stati del suo stato ( ma essendo principio, non è che non lo possa sapere è che non lo può volere se non comunicando due idee di se e, dunque, comunicare due principi ) oppure, o non è possibile l’idea del Vecchio Testamento, o non è possibile l’idea del Nuovo, oppure, sia l’idea del Vecchio che del Nuovo sono delle idee di chi ne volle dire l’idea.

Se il Padre, essendo il principio di ogni idea di Padre, non può avere un vecchio o un nuovo comportamento di vita da chi venne una condanna che non può essere giusta ( e, dunque, neanche vera ) dal momento che ogni condanna non può non recare del dolore naturale e, data la corrispondenza di vita fra gli stati, anche suscitare (nel condannato) delle risposte di male naturale, culturale e spirituale oltre che verso se anche verso altro da se? Nella ricerca della risposta questa domanda, mi limiterò a ricordarti che la misura dello stato della pace che si sente in una data esperienza è la misura dello stato della verità che vi è in quell’esperienza. Comunque sia e, comunque ognuno senta di poter rispondere, chi vive la vita secondo il Principio dell’amore ( comunione di stati fra tutti gli stati della vita ) non può condannare, tutt’al più non può non accettare che si condanni da se chi sbaglia. Se secondo il principio dell’Amore che principia ogni principio in amare è impossibile che sia stato il Padre a condannare i Primevi in quanto il farlo avrebbe recato delle involontarie risposte di dolore e di male, non può non derivare che secondo l’idea che ebbero del Padre, o è stato lo Spirito della vita degli stesori a pronunciarla oppure è stato lo Spirito di una vita che influì sulla loro. Quale altro Spirito poté influire sul loro? Ad esclusione del divino ( del quale, appunto, escludo la volontà di condanna perché recando del dolore non può non recare la possibilità di risposte di male ) direi che non può non essere stato che lo Spirito di una vita ( umana o sovrumana che sia stata ) che non poteva non avere del male in se. Quale male?

Secondo il suo stato di bene e di male e per stati di infiniti stati di corrispondenza fra i suoi stati, direi anche il solo stato di Somiglianza: aldilà dello stato della separazione, identità, necessariamente diversa dal Principio. La vita della Natura, certamente, è direttamente influita dallo Spirito divino, ma, per non sottomettere l’arbitrio della vita influita, lo Spirito divino non comunica la sua Cultura, cioè, quello che sa sugli stati della sua forza. Se lo facesse, la vita non agirebbe secondo il proprio se ma secondo quello del Principio, ma, allora, sarebbe sottomessa per principio e non, al caso, corrispondente per la sua volontà. Da ciò ne consegue che, la dove vi è la voce di uno Spirito che condiziona con la propria Cultura, tanto quanto condiziona di se e tanto quanto il suo stato di vita non può non essere che lontano da quello del principio culturale dello Spirito: dare forza alla vita, non, comunicargli la sua conoscenza. Se ogni Spirito influente ha diversa identità dallo Spirito del Principio, e se lo Spirito del Principio non può influire se non condizionando ( e, dunque sottomettendo alla sua Cultura la vita influita da ciò ne consegue che la stesura della Bibbia non è direttamente ispirata dallo Spirito divino. Il Padre della vita è principio del bene per quanto è vero alla giustizia del suo Spirito. Per quanto non si possa sapere ciò che è vero alla Sua giustizia, comunque, lo stato del Bene ( che non può non dare lo stare bene ) è riferimento di verità. Lo è perché il bene non può che corrispondere con il vero ed il vero non può non corrispondere che con il giusto. Come noi verifichiamo lo stato di spirito di una persona in ragione delle emozioni che ci comunica, così, in quanto origine del bene, lo stare bene naturalmente, culturalmente e spiritualmente presso il Padre ( Principio di ogni principio di vita ) non può non verificare l’identità del Suo. Al punto, sapendo che l’identità del principio del Padre non può che essere il bene, se in ogni fatto e/o atto del quale lo si dice autore non si sta bene, tanto quanto non si sta bene non può essere Sua l’origine di quell’opera. Succede che ognuno di noi abbia il proprio senso del bene e dello stare bene. Da ciò, ognuno di noi potrebbe avere il nostro senso anche dell’identità del Padre di ogni bene. Quale, allora, la vera perché universale identità? Direi che l’universale misura per sentirla è data dallo stato di pace dei principi che si collocano presso il Principio che li ha originati. Se la conoscenza dell’identità del Padre della vita è data dallo stato di pace ( cessazione di ogni dissidio per sopraggiunta verità ) direi, allora, che tanto più siamo in pace con il Padre di ogni principio e tanto più lo conosciamo perché lo sentiamo. Non solo: tanto più lo stato di pace permette la conoscenza del Padre e tanto più siamo influiti dalla Sua vita.

Il paradiso e l’inferno

Come luogo della beatitudine, tutte le religioni hanno il proprio Paradiso.  Il Paradiso è il luogo del Padre: principio della vita perché principio del bene detto da ciò che è giusto al vero. Antitetico al Principio del bene vi è il male: dolore naturale e spirituale da errore culturale.

Secondo stati di infiniti stati di dolore, il male è separazione dal paradiso naturale ( luogo del Principio del bene ) se colpisce il corpo; dal paradiso culturale ( luogo del Principio del vero ) se il dolore colpisce la verità; dal paradiso spirituale ( luogo del Principio della forza della vita ) se il dolore colpisce lo Spirito. Tanto quanto è perseguito, il dolore è cacciata dal Paradiso del Padre quando diventa principio di Spirito ( di forza ) della vita che si oppone al suo Principio: la vita. Dato ad ognuno il proprio stato e secondo stati di infiniti stati di vita, tanto quanto una vita si oppone al bene proprio, all’altrui e a quello del Principio e tanto quanto essa è inferno: stato del male avverso la vita e del Male avverso quella del Principio. Il Paradiso è il luogo del Padre: principio della vita perché principio del bene detto da ciò che è giusto al vero. Antitetico al Principio del bene vi è il male: dolore naturale e spirituale da errore culturale. Secondo stati di infiniti stati di dolore, il male è separazione dal paradiso naturale ( luogo del Principio del bene ) se colpisce il corpo; dal paradiso culturale ( luogo del Principio del vero ) se il dolore colpisce la verità; dal paradiso spirituale ( luogo del Principio della forza della vita ) se il dolore colpisce lo Spirito. Tanto quanto è perseguito, il dolore è cacciata dal Paradiso del Padre quando diventa principio di Spirito ( di forza ) della vita che si oppone al suo Principio: la vita. Dato ad ognuno il proprio stato e secondo stati di infiniti stati di vita, tanto quanto una vita si oppone al bene proprio, all’altrui e a quello del Principio e tanto quanto essa è inferno: stato del male avverso la vita e del Male avverso quella del Principio.

 

Beatitudine, Paradiso, Inferno, Spirito.

E’ beata la Natura e la Cultura della vita che vive se stessa in eguale misura di Spirito. Un’eguale misura di forza fra gli stati della vita la pone in pace. Quando gli stati della vita sono in pace perché sono cessati i dissidi ( vuoi i propri che quelli fra vita e vita e della data vita con quella del suo Principio ), allora, la vita è nella verità tanto quanto è in pace.

Nella verità data dalla cessazione dei dissidi conseguente al raggiungimento della pace vi è omeostasi nel corpo, nella mente e nello Spirito: forza che è vitalità della Natura e vita della Cultura. Nella verità perché nella pace sono cessati i dissidi fra la Natura propria ed altra, la Cultura propria ed altra e lo Spirito proprio ed altro, non può non esservi silenzio. Il silenzio è il luogo del Principio della vita perchè principio della verità: bene per ciò che è giusto allo Spirito. Come luogo della beatitudine degli osservanti, tutte le religioni hanno il proprio Paradiso. Paradiso, è il luogo del Padre: principio della vita perché principio del bene detto da ciò che è giusto al vero. Antitetico al Principio del bene vi è il male: dolore naturale e spirituale da errore culturale. Secondo stati di infiniti stati di dolore, il male è separazione dal paradiso naturale (luogo del Principio del bene) se colpisce il corpo; dal paradiso culturale (luogo del Principio del vero) se il dolore colpisce la verità; dal paradiso spirituale (luogo del Principio della forza della vita) se il dolore colpisce lo Spirito. Tanto quanto è perseguito, il dolore è cacciata dal Paradiso del Padre quando diventa principio di Spirito (di forza) della vita che si oppone al suo Principio: il bene del Padre: Principio della vita. Secondo stati di infiniti stati di vita, tanto quanto una vita si oppone al bene proprio, all’altrui e a quello del Principio e tanto quanto essa è Inferno: stato del male avverso la vita e del Male avverso quella del Principio.

 

Ragione nella Fede e fiducia nella Ragione

In uno scritto di tempo fa, si chiedeva ”se il bene morale, in qualche modo non avesse una origine naturale“. Indubbiamente. I contenuti della vita senza il corpo contenitore, sono come dell’acqua senza ciò che la raccoglie, così, l’Acqua (Essere ed Essenza) che dal Suo sè volle originare la vita a propria Immagine e Somiglianza lo poté solamente dopo aver principiato il bacino: la Natura. La Natura è il corpo che raccoglie le emozioni date dai contenuti che sono nella Natura della Cultura della vita sino dal Principio. Il Corpo è Natura (contenitore) della Cultura (contenuti) della vita secondo la forza del suo Spirito: Natura della Cultura della forza dell’Acqua (spirito dell’Essere e sua essenza) che si travasa nella realtà che principia: la vita nei multiformi ed infiniti aspetti. La Natura, più sente il bene e, tanto più, proiettando la forza della sua vita (il suo spirito) si protende verso un principio di vita sempre maggiore: il Bene. La Natura che attraverso il senso del suo bene eleva la sua Cultura al Principio (il Bene) non può non essere il principio della morale culturale propria dello stato naturale. Tuttavia (in ragione dell’unitaria corrispondenza fra gli stati) siccome la Natura sente ciò che la sua Cultura sa (come la Cultura sa ciò che la sua Natura sente) allora il Principio della morale naturale non può non essere anche il Principio della morale culturale. Al Principio del bene nella Natura, quindi, non può non corrispondere che quello del Vero nella Cultura. Siccome il rapporto di corrispondenza fra il Bene nella Natura ed il Vero della Cultura è vita e, la vita, è data dalla forza dello Spirito, allora, la morale naturale – culturale non può non essere anche spirituale, cioè, secondo Spirito. Siccome lo Spirito che si origina dalla corrispondenza fra il Bene ed il Vero non può non essere Giusto, ne consegue che la Giustizia è la morale della Natura della Cultura della vita secondo Spirito. Il Principio del bene, secondo quanto è vero alla Sua cultura e giusto alla sua forza, ha originato la vita. Allora, la morale naturale, culturale e spirituale della forza dello Spirito della Natura della Cultura del Principio della vita, è la vita. La morale della vita del Principio (la vita secondo la forza dello Spirito) è principio che non si ultima se non ultimando il suo stesso principio, cioè, la stessa vita.

Tornar a sapere la Cultura

Tornare a sapere la Cultura della vita è tornare a sapere la Cultura del Principio. Tornare a sentire la nostra forza è tornare a sentire la forza della Vita: lo Spirito. Rientrare in stati di vita antecedenti (antecedenti perché la Natura è prima della Cultura) è come tornare bambini: vita naturale prima della culturale. Tornare naturalmente e culturalmente bambini, significa delegare la Cultura della vita che ci fa vivere al padre naturale che ci ha originati. Tornare spiritualmente bambini, invece, è delegare la Cultura della vita che ci fa vivere, al Padre della vita spirituale che ha originato la nostra. In genere, la Cultura della nostra Natura di “grandi” teme di tornare al Principio della Vita: il Padre. Lo teme perché, nel farlo, rivela la pur indispensabile transitorietà. Ciò che teme la Natura della nostra vita, confortata dalla forza dello Spirito che proviene dalla conoscenza dell’infinito Principio della vita (la Vita) non dovrebbe temere la forza della nostra Cultura. Nel confidare nella Cultura del Padre (il Principio della Vita) quando si è deboli perché piccoli (ed in questo senso, fanciulli sia da bambini che da adulti) vi è l’essenza della morale naturale, mentre, nel farlo quando si è “grandi” vi è l’essenza morale della vita naturale, culturale e spirituale. Convengo con Lei, che tornare bambini da grandi sia tutt’altro che semplice (per me non lo è stato affatto come non lo è restarci) ma pur vedendo tante scelte, non vedo altra strada.

Se il Principio ultimasse

Se il Principio ultimasse la sua vita, avendo in se la fine non sarebbe principio; ne consegue che il Principio della Vita “è”. Mi si potrà obiettare che potrebbe anche non esserci un Principio divino ma il solo naturale. Ben vero. Credere nel Principio naturale della vita, dato il principiato, è più che ovvio, ma, dato il principiato, credere nel Principio divino della vita, è un’ovvietà data solamente dalla Fede. La Fede è elevazione della Fiducia. Tanto più si ha fiducia nella vita e tanto più la si ama. Tanto più la si ama e tanto più ci ama. Tanto più la si ama e tanto più ci ama e tanto più questo amore ci eleva verso il supremo principio: l’Amore. In tutti gli stati della vita (umana, sovrumana, quanto divina) l’Amore è Comunione. La comunione è l’Alleanza che permette la vita: amore fra i suoi stati. Paragonando l’ascensione spirituale ad una scalata, direi che come si sale su una cima solamente avendo dei buoni polmoni naturali, così si può salire dal principio naturale della vita a quello divino se si hanno dei buoni polmoni culturali e spirituali. Fiat e Amen sono i polmoni culturali e spirituali della vita. Il primo è quello della volontà di vita (accoglienza del fiato della Vita nella nostra) ed il secondo, quello della remissione del Suo fiato (spirito e forza) secondo il fiato (la volontà di vita) dello spirito della nostra forza. Perché principio alla vita, (fiat) nel primo momento la Vita ci determina. Perché remissione di vita, (amen) nel secondo momento la Vita ci accoglie per poter determinare la vita secondo il Suo principio: vita.

La fiducia è amore

La fiducia è amore verso la vita secondo il principio del bene detto dalla Natura. Secondo il principio del Bene detto dalla Cultura, la fiducia è Fede quando è amore verso la Vita. Tanto più la fede verso la vita è certa perché nella fiducia ama e per fiducia è amata dalla Vita e, tanto più la condizione di quella fede eleva al Principio. E’ una fiducia (la fede che si eleva al Principio) che per quante parole si usino non si riuscirà mai a comunicarla secondo Cultura. Non ci si riuscirà mai, perchè, per quanto la Cultura possa dirla, solo la Natura la può sentire e, dunque, sapere. Nessun titolo ma, solo questa soggettività, è ciò che rende eletto, perchè proprio, il rapporto fra la vita e il Principio. L’elezione collettiva (quella di un popolo) è data dalla comune Cultura della vita religiosa verso la quale esso si volge. Se si volge verso il Bene, certamente è collettivamente eletto tanto quanto vi si volge. Nel sentirla collettivamente, in ragione dello stato qualitativo, certamente vi è il quantitativo massimo di una Cultura religiosa, ma, questo tipo di elettività, tanto può dare collettiva spiritualità quanto può dare collettiva vanagloria. Il principio della Vita è vita: essendolo, è vita in tutte le direzioni ed è la vita di (ed in) tutte le forme. Allora, la gloria religiosa è del Popolo e/o dell’Individuo che segue il Principio della Vita: vita in tutto ciò che ha originato, vuoi di simile, vuoi di alterno e/o di altro. La vanagloria religiosa, invece, è del Popolo e/o dell’Individuo che, pensando eletta solamente la vita che segue la sua stessa Cultura, ne fa questione di vanto, di potere, e di crociata per innumerevoli forme. La dove il Popolo o l’Individuo non segue il principio della Vita (dare vita in tutte le direzioni ed in tutte le forme) non è spiritualmente eletto tanto quanto si dissocia. Un Popolo (e/o un Individuo) si dissocia dalla vita sino al suo Principio, tanto quanto (per sé o contro altro da sé) a se associa il dolore: male naturale e spirituale da errore culturale

Chi (Individuo o Popolo)

Chi (Individuo o Popolo) eleva la propria Cultura a Principio della vita di altra, compie una spirituale coercizione (ma al punto sarebbe meglio dirlo spiritica) ogni qual volta (separando una vita dalla sua Cultura) ne origina il corrispondente dolore. E’ in overdose di se, l’Individuo e/o il Popolo che, secondo l’idea che ha del suo Principio, determina la vita altra. Supporre che quell’esaltazione non possa non avere che origine divina tanto può essere intensa, significa che si può anche non tenere in debito conto le esaltanti possibilità dell’io quando, per ciò che sa o crede, eleva il suo spirito a quello Sovrannaturale. Pur avendo vita dallo Spirito e, dunque, facoltà di forza, la vita sovrannaturale non necessariamente significa divina, in quanto, non tutta la vita di quello stato corrisponde con quel Principio. Ci vuole un attimo per cadere nell’errore di confondere ciò che è dell’Io umano o soprannaturale dall’Io divino ma ci vuole anche un attimo per annullare quell’errore: infatti, nell’elevazione spirituale (diversamente dall’elevazione di origine spiritica umana quanto sovrumana che è sempre esaltazione) lo stato della pace verifica l’errore. La pace è un’estasi. L’estasi è corrispondente allo stato che l’origina: così, vi è l’estasi naturale e culturale. Se l’estasi è data dalla corrispondenza dell’insieme degli stati della vita e, con la propria, l’altra sino a comprendere la Vita, allora, secondo lo stato di quello stato di alleanza, l’estasi è spirituale.

L’estasi che proviene

L’estasi che proviene dalla spirituale comprensione della vita del Principio divino è certamente elevata ed elevante, ma, per quanto elevata, quella comprensione, l’estasi che pure innalza l’umano, comunque non lo eleva oltre il suo stato culturale. Non lo eleva oltre, perché lo stato che pure la sente al disopra della sua Natura, non per questo la sa al disopra della sua Cultura. Non la sa al di sopra della sua Cultura perché la Natura àncora la sua Cultura alla realtà dello stato di appartenenza (secondo il caso, umana o sovrumana) dello spirito elevato dalla conoscenza. Ciò che non si sa al di sopra della nostra Cultura, lo si sa perchè lo si sente secondo Natura. Lo si sa perché lo si sente quando concediamo alla Natura della Cultura della Vita, la volontà di determinare la Natura della Cultura della nostra. Per quella concessione, tanto quanto si determina di essere diretti secondo il Principio della Vita (vita in tutti gli stati della vita) e tanto quanto la nostra è in pace. La pace di origine divina, dunque, è sentita nell’acquiescenza spirituale (remissione verso la Vita della forza della nostra) della determinazione naturale (forza del sentire), culturale (forza del sapere) e, spirituale (forza della vita) che accetta di accogliere l’Infinito nella sua. Siccome nella pace che segue alla remissione della vita alla Vita non vi può essere dissidi, ecco che la pace divina è quell’emozione spirituale che per essere non può non subentrare che all’annullamento, per delega verso la Vita, della volontà di determinare la nostra. Tanto più la determinazione della volontà viene annullata perchè delegata al Principio della Vita (la vita) e tanto più divina, perché universale, è la pace che subentra nel nostro spirito. In presenza di esaltazione, allora, o è personale la forza esaltante o è di inconoscibile identità.

La Vita tutto comprende

La Vita tutto comprende fuorché il dolore. Sia nel Particolare (e fra particolari) che verso l’Universale, il dolore è ingiustizia verso la vita perchè è sempre e comunque male da errore. Sia la remissione che l’esaltazione della vita propria che dell’esaltazione della propria su altra, quando originano dolore, non possono essere giuste; se non possono essere giuste, allora, non possono neanche essere vere. Nella ricerca del Principio della Vita, sono guida le parole: “ognuno fa (e/o da) quello che può.” Ognuno fa (e/o da) quello che può, non perchè la Vita limiti (la Vita non può limitare se non condizionando il Suo principio, la vita) ma perchè è giusto che non possa fare o dare più di ciò che può: è giusto perchè dare o fare più di ciò che si può pone in afflizione, ed essendo l’afflizione un non bene, allora è errore tanto quanto è dolore. In ragione del nostro stato di vita e, secondo lo stato del nostro stato di vita, tutti siamo capaci di comprendere l’Infinito. L’Infinito non ha punto di principio (se lo avesse non sarebbe infinito) pertanto, l’Infinito “è”. Per iniziare a comprendere l’Infinito si può partire da un qualsiasi suo punto, ad esempio, l’Io. Ammesso l’Io come principio di conoscenza, ad esso si somma tutto ciò che si sente e si sa. Al termine di questa addizione, si sa sull’Infinito, quanto siamo in grado di comprenderlo in ragione di quanto si sente e di quanto si sa. Tanto più la Persona sarà in grado (anche perchè messa in grado) di sommare le informazioni di sentire e di sapere e tanto più amplierà la sua conoscenza e, dunque, anche il suo stato di infinito nell’Infinito. Accolto l’Infinito perchè accolto quanto sentiamo e sappiamo circa il nostro stato di infinito, allora si può dire che si è nell’Io del Principio (e, dunque, nell’estasi che ci coglie) tanto quanto siamo in grado di conoscere la vita. Credere nell’Infinito, non necessariamente ha bisogno di una Cultura religiosa, tuttavia, il suo Principio ha bisogno di fede nella Sua vita.

Dato il rapporto di vita

Dato il rapporto di vita fra la Somiglianza e l’Immagine, ciò che appartiene al particolare (la condizione trinitario – unitaria degli stati della Persona) necessariamente, appartiene anche all’Universale. Allora, è fede verso il Principio, universale perchè infinito, la certezza dello stato trinitario – unitario della Persona: Natura (il bene) della sua Cultura (il vero) secondo la forza dello Spirito (vita del Giusto dal Bene che proviene dal Vero) che l’ha principiato. Quando si sa la vita del Principio (ovviamente, in ragione di quanto si può) e, tanto quanto (per accoglienza) la si sente universale nella nostra, allora, non vi è alcun mistero sull’esistenza del principio dell’Essere (divino perchè supremo) in quanto, a quel punto, la fede muta la certezza per speranza in certezza per sapienza. Sentire l’Universale nel particolare non significa che quel sapere sia panteistico. Nelle cose animate secondo il loro stato di vita non vi è l’identità di Dio ma ciò che può perché sa. Sentendo la Natura di questa vita (il bene) si inizia a capire (perché sentire) l’Universale Natura della Vita: il Bene. Chiaramente, ne la si sentirà e ne la si capirà per assoluti (che di assoluto vi è il solo Principio) ma la si capirà così com’è sia la vita umana che sovrumana, cioè, secondo stati di infiniti stati di corrispondenza fra vita e vita e fra vita e Vita. La morale della Vita (vita per ciò che è bene per la sua Natura, vero per la sua Cultura secondo quanto è giusto per il suo Spirito) è principio e meta. Lo è di principio e di meta sia verso la vita propria che verso quella sociale; per elevazione di principi lo è della spirituale. Se la meta spirituale che questo stato di vita si propone è la vita del Principio, allora, data la nostra vita, principio e meta è il Bene della Natura, per il Vero della Cultura, secondo quanto è Giusto allo Spirito: forza della vita della Natura della Cultura della vita del Principio do ogni vita.

Da ciò che mi comunica

Da ciò che mi comunica attraverso i suoi scritti mi è sempre parso di capire che Lei senta la guida che la lega alla terra (il filo della vita dato dalla Cultura della Natura) troppo corto per la sua voglia di cielo. Non è vero che il filo è corto. Ci risulta corto perché cerchiamo anche fuori e/o sopra di noi, ciò che, primariamente, è dentro di noi. Se ciò che è dell’Immagine non può non essere della Somiglianza, allora, se lo stato di forza dello Spirito è l’immagine spirituale dell’identità della Vita, dato ad ognuno il proprio stato e secondo lo stato del proprio stato, la forza del nostro spirito è l’identità spirituale della nostra vita. Siccome lo Spirito è forza, necessariamente, la forza della vita (lo Spirito) guida la vita (rapporto di corrispondenza fra Natura, Cultura) secondo stati di forza: naturali, culturali e spirituali. Quegli stati sono: l’esaltazione, (emozioni in eccesso) la depressione (emozioni in difetto) e la pace: emozioni di quiete per assenza del dissidio. Gli stati della forza di spirito (le sue emozioni) sono il verbo dello Spirito presso il nostro. Lei mi dirà che tre parole non sono poi molte. In effetti pare così, se solo pensa a quanti stati di vita ci possono essere in quelle tre parole, converrà che il vocabolario dello Spirito è infinito.

 L’esaltazione

L’esaltazione è ingiustizia verso la Cultura; a causa di quell’eccesso di vitalità, il sapere non corrisponde al sentire. La depressione è ingiustizia verso la Natura; a causa di quel difetto di vitalità, il sentire non corrisponde al sapere. La pace è giustizia verso la vita, perché, nella pace, la vita data dalla forza del suo spirito “è ciò che è”: Natura che sente (e dunque sa) ciò che la sua Cultura sa e dunque sente. Dove per la giustizia data dalla pace cessano i dissidi, allora, il bene (la Natura) corrisponde al vero (la Cultura) per quanto è giusto allo Spirito. Se cerchiamo la vita ascoltando la forza del nostro spirito in quello che si è per ciò che si sente in quello che si sa, il che significa in pace, spiritualmente parlando il filo della vita non è ne lungo e ne corto, ma, giusto. In genere, se viviamo il filo come lungo, o è perché la Natura si esalta sulla Cultura (tipico della giovinezza) o è perché la Natura deprime la Cultura: tipico della vecchiaia. In effetti, sia ai giovani che hai vecchi (almeno presso i dolenti che gli altri tutt’al più lo sperano) la vita sembra non finire mai. Negli uni per il peso culturale corrispondente all’età, negli altri per il peso naturale corrispondente all’età. L’età che vive il proprio filo come forte è esaltata dalla forza (dallo spirito) della vitalità naturale. L’età che vive il proprio filo come debole è depressa nella forza (nello spirito) della vitalità culturale. L’esaltazione e la depressione sono patologie da disordine nei rapporti fra gli stati della vita: Natura, Cultura e Spirito. L’esaltazione o la depressione quando fissano di se lo stato di una vita (o la sua totalità) ne ammalano la forza: lo Spirito.

Quanto per conoscere

Quanto per conoscere sanno sentire come per sentire sanno conoscere, il rapporto di vita fra gli stati di Natura, Cultura e Spirito, per essere giusto non può non essere mediato. Siccome la forza dello Spirito è ciò che da vita ma la vita e data dalla corrispondenza fra Natura e Cultura di tutti ed in tutti gli stati della vita, allora, lo Spirito, è il mediato mediatore degli stati della vita. Considerato che la mediazione fra gli stati della vita è la corrispondenza che ordina la vita, allora, l’ordine concesso dal rapporto della forza di spirito che si origina dalla corrispondenza fra gli stati della vita non può non essere norma di vita e, dunque, Norma della vita sino dal Principio. La forza della Cultura della Natura della vita, il bene, è guidata dalla Natura della Cultura della Vita: il Bene. Se lo stato di una vita è nel bene per quanto è vero alla giustizia del suo spirito, allora la sua vita (il suo filo) non può essere ne forte (esaltato) e ne debole (depresso) ma, come dicevo innanzi, in pace perché di ordinata corrispondenza, e dunque, giusto. La Natura, attraverso gli stati della sua forza di spirito, sente sempre (e dunque sa) ciò che la sua Cultura non sa, perché non sempre sa ciò che sente. La Cultura sa ciò che la sua Natura sente, quando vi è coscienza di quel sapere, ma, la Cultura è cosciente di un dato sapere solamente se il naturale sistema del sentire (i sensi) gli conformano il culturale sistema del sapere: il senso. Dove fra il sistema del sentire (i sensi) e quello del sapere (il senso) vi è separazione, allora, tanto quanto vi è separazione fra i sensi ed il senso, non vi è vita tanto quanto la Cultura non sa ciò che la sua Natura sente.

Diversamente dalla Cultura

Diversamente dalla Cultura (ciò che si sa) che deprivata dai sensi non sente ciò che sa, la Natura (ciò che vive ed è secondo la sua forza) sente sempre (e dunque sa) perché, anche se di per se non ha proprietà di concetto, tuttavia ha il senso dei suoi sensi. Di fatto, se ad una Natura (per Natura intendo il corpo della vita comunque formata) si provoca una qualsiasi pressione in una qualsiasi sua parte, certamente, essa può anche non saperne definire la causa, ma, in ogni caso la sa perché la sente. Se la Natura sa, anche oltre la Cultura, non la Cultura può essere l’avvio di ricerca del Principio della Vita, ma, la Natura: il bene della vita particolare dato dal Bene della Vita universale. Nel sentire il bene nella nostra Natura, tanto quanto la forza del nostro spirito sta bene perché è diretta al Bene e, tanto quanto siamo in grado di capire se la via (Natura) della nostra vita (Cultura) è giusta nella direzione verso il Principio del Bene: Natura della Cultura della Vita per la forza dello Spirito. Naturalmente siamo in grado di capirlo, in ragione di quanto sappiamo elevare la nostra fede perché sappiamo liberare la nostra ragione da ciò che esalta o deprime il nostro spirito. Per sentire e dunque sapere la nostra vita è necessario che fra i suoi stati (Natura, Cultura e Spirito) vi sia corrispondenza di vita. Per giungere alla corrispondenza di vita è necessario che tutti gli stati della vita abbiano la stessa forza di spirito, cioè, la stessa vita. Lo Spirito, sia nel divino che nell’umano, che media gli stati della vita per dare a tutti la stessa forza, (la vita) non può non essere Paraclito. Tornare a sentire la Natura della nostra vita è tornare a sentire la Natura della Vita.

a Eugenio S.

Gayenna – La vissuta

CERCANDO TE HO TROVATO ME

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Sono in pista. Una ragazza mi offre del popper. Gli dico: mi basta alzare le ancore per avere lo stesso effetto. Mi guarda. Sorride. Si ritira. M’avrà preso per un eccentrico.

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Come i gerani finite le stagioni della fioritura si seccano, così, la mia sessualità di ora. Come non togliamo i gerani dal suo invaso per non farli morire, così, la mia sessualità di ora. Come ai gerani basta una primavera per farli rifiorire, così, la mia sessualità di ora.

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Sentimentalmente, e sessualmente parlando, bene o male, tanto o poco, sono sempre stato un gravitante. La notte dello scorso Capodanno, però, uno scontro con un asteroide m’ha divelto da l’orbita; e non riesco più a tornarci. O, meglio, lo potrei per ragione, ma, anche a botto passato, non lo posso per emozione. In attesa di sentire, e quindi capire in quale orbita ritrovar parcheggio (se nella passato, o in una futura, o in un diverso modo d’agire della passata) sto girando attorno a me stesso.

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Fatti recenti hanno messo dell’ulteriore disincanto nella mia voglia d’amare. Questo ha coinvolto un po’ tutto. Ora, devo verificare. Porre, nuove priorità, o, forse, solo decantare. Mi ci vorrà un po’ di tempo.

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Quando vengo impoverito anche della mia voglia d’amare divento distruttivo, ma, si può far crollare un tempio solo per schiacciare qualche filisteo? No. Non si può. Mi difendo, (e difendo il tempio, allora) ritirandomi nella mia realtà. In quella, aspetto che passi la piena. Solo per questo non ho ancora risposto al vostro pensiero. Lo faccio, solo adesso, perché mi pare stia calando il livello del fango; mi par di rivedere, ancora, possibilità d’acqua pulita. O, quanto meno, una rinnovata voglia di bere alla fonte, nonostante gli inevitabili inquinamenti da terra. Pur tornato sui miei passi, però, ancora non mi sono inginocchiato; ancora non ho avvicinato le labbra all’acqua. La bocca non ha ancora dimenticato il sapore di fango, che la mente, non da oggi conosce, ma che la mia vita, non da oggi rifiuta, se non quando si ritrova arida in gola.

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Secondo studiosi americani, la bisessualità non esiste come sessualità, se non come il girovagar sessuale di una identità non conformata. E, veniamo a me. Sessualmente parlando desidero l’uomo, ma, culturalmente parlando, non ho lo stesso suo principio culturale: la determinazione. Cultualmente parlando, il mio principio di vita è l’accoglienza. L’Accoglienza, è il principio culturale della Donna. Cosa t’ho sempre combinato, sessualmente e culturalmente! Ho sempre accolto l’uomo, come donna, per poterlo determinare, come uomo. Nei confronti della vita, invece, sono suo uomo tanto quanto la determino, e sua donna, tanto quanto l’accolgo. Me la fai tu, la mia insiemistica transitiva?

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Verona. Rione Filippini. Abitavo in un seminterrato. In lavanderia non mi applicavano il numero: tanto, la mia roba sapeva sempre di muffa! Giusto per dirvi, che non sempre sono stato baciato dal sole! Pomeriggio: ho una visita. Non se ne vuole andare. Non era cattivo. In quel caso, solo un po’ stronzo. Pensava di imporre la sua volontà su di me. Non ho mai posseduto muscoli. E, forse neanche tanta testa, ma, quanto mi è sempre bastato. Almeno della testa. Visto che non si decideva ad andarsene, mi sono girate le palle. Lo pianto nella poltrona dove si era sistemato. Vado nella vicina canonica. Mi dicono che il Parroco è su! Odio le scale. In particolare modo, quelle che hanno i gradini più bassi della misura usuale. Non mi sono reso conto d’averle fatte. Vedo il Parroco. Gli dico: ho un problema! Era la festa di S. Filippo Neri. Il Don Ottorino, (Prete al Cloro, nel senso di persona pulita) pianta tutto e tutti. El se alssa le cotole, (si tira su la sottana) e in un fiat siamo da me. Entro. Guardo il lui e guardo il Don Ottorino. Dico al Don: ho amato questo uomo, come un uomo ama una donna! Non fa una piega. Mi risolve il problema. Circolavano gli anni 80. Non ero nato da molto.

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Sono andato al bar. Fra gli amici, una Trans. Abbiamo parlato di ricordi. Raccontava delle botte che aveva preso dalle suore perché, giocando con le bambine, assumeva ruoli da bambina. “Non capivo perché!” Raccontava di quella volta che l’avevano chiusa, per ore, fra gli scuri ed i vetri della finestra: al terzo piano! Perdonare non è per niente facile. Neanche a quelli “che non sanno quello che fanno”.

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Si parla di amanti. Devono essere uomini, e passi! Devono essere maschi, e passi! Devono essere diversi dal gay, ma nella pratica sessuale eguale al gay. Questo non passa da nessuna ragione! L’amante etero generalmente sognato dal gay, è puro delirio. Certamente vi è l’etero che usa o si fa usare dal gay, ma non lo possiamo dire amante del gay (o amante gay ) bensì del piacere che ne ricava, o al caso concede. C’è a chi bastano i fantasmi.

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Già da troppo ho le palle in no! Sarà il tempo? Sono così anche quando è bello! Poco sesso? Non è a bacchetta, ma non manca. Poco amore? L’esclusione non è immediata. Più di qualcosa l’incaglia. Ci vuole uno zoom.

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Dopo il piacere, il pakistano mi dice: a me piace la donna! Ha troppo bisogno di quest’affermazione per star lì a piantar discorsi, però, avrei voluto dirgli: si ama la Donna per il comune progetto di vita; si ama l’Uomo, per un progetto di piacere, che, in comune, può durare una vita. L’importante, è sapere cos’è Scarpe e cos’è Zoccoli; non confondere Scarpe con Zoccoli; sapere quando indossare le Scarpe, e quando gli Zoccoli; non indossare una Scarpa e uno Zoccolo; non rimpiangere le Scarpe quando indossiamo gli Zoccoli, o non rimpiangere gli Zoccoli quando indossiamo le Scarpe, ma, in primo, non rinunciare a vivere le Scarpe, anche se qualche volta fanno male ai piedi, e non rinunciare a vivere gli Zoccoli, perché fanno rumore.

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Ho rivisto una vecchia passione non consumata. E’ più semplice saltarlo piuttosto che da girarci attorno. Intanto, i miei occhi hanno sempre ventanni. Mi domando: se avessimo vissuto assieme, avrebbero vissuto assieme anche i nostri occhi?

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Cattiva alimentazione, alcool, fumo e canne stanno sfaldando il corpo di fanciulla del sri lanka che guardo dormire visto che il suo russare non mi lascia scelta. Quella dell’amarlo me l’aveva già concessa ma pare non basti. In quella del volersi desiderato sento che ci si croggiola ancora. Testa di moro la pelle, e nera l’unica concessione che mi permette di usare con prodigalità. Nel durante, sta. Passo. Come non farlo al ventisettenne che in terrazza sotto le stelle delle tre di mattino mi chiede cosa ci sarà dopo, e se si rinasce, e come si rinasce? Comunque stiano le cose, non dovevamo essere in altre faccende affaccendati? Giungono. Preparo il letto. Aspira ed espira Crusoe, mentre gli rimando il domani.

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Andavo a trovare la sorella della Cesira in un paesetto in mezzo ai campi vicino a Este. Aveva marito e tre figli. Ad uno (banditesco il sorriso) stavo particolarmente simpatico. Anche se non mi mancavano le intuizioni (o desideri in albore) non provai quanto particolarmente: ero un ragazzino. Del minore lo ricordo bondino, monnello, intrigante. Non colsi. Del marito, ricordo che aveva il vezzo di strizzarmi il petto sino a farmi male; e rideva, rideva. Ne ero imbarazzato ma anche compiaciuto. La zia sembrava averlo intuito. Il maggiore non mi piaceva più di tanto. Forse perché non mi badava più di tanto. Amava cantare

‘e a luna rossa me parla ‘e te

Guardava se lo guardavo. Nonostante l’emotiva distanza che mi faceva sentire da lui (penso non volutamente) ne ero compiaciuto. Durante il canto sembrava vedermi. Per qualcuno c’ero, quindi! Lo ricordo forse per questo. Non credo mi vedesse come l’agognata che non c’era sul balcone ma all’epoca che ne sapevo, mentre camminando affiancati, nei pensieri distrattamento  abbandonato, alla stessa luna domandavo si aspiett’a me. Nebuloso, il chi.

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Vado a prendere le sigarette. Dalla fine di via Roma arrivo in piazza Bra. Sul punto, la mia attenzione, prima distratta, si posa su due giovani. Li direi indiani. Uno è a cavallo della bici, e l’altro accanto. Quello accanto sta guardando il vicino con il sorriso che solo Eros sa dare a Cupido. Registro la frecciata e passo. Uscito dal tabacchino rifaccio la strada e li ritrovo. Il sorriso non c’è più.

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Già da come ha suonato sento che c’è qualcosa che non va. Entra affannato. Si siede velocemente sulla poltroncina vicino alla mia: come se temesse non bastante la forza nelle gambe. Dice che non sta bene. Scotta. Si spoglia. Si mette a letto. E’ arrivato. Gli misuro la febbre. Gli faccio un brodo. Lo beve ubbidiente. Non ha alternative.

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Spaghetti alla carbonara, oggi per il piccolo. Poscia, insalata di pomodoro, aromatizzata con un leggero pesto di prezzemolo, aglio, origano. Capisco sempre di più quelle che si danno al gin.

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Lo vedo sul davanzale di una casa costruita in economia. L’avevo conosciuto qualche tempo prima. Ci aveva uniti una reciproca malìa. Ogni tanto ci si vedeva. Ci si salutava. Sta parlando al cell. E’ in calzoncini. Aderenti. Tanto aderenti. Quasi superflui. E’ questione di un attimo. Di un giro di pedali. Non lo vedo più. Non con gli occhi. Potrei dirvene ogni linea. Se potessi farvele scorrere con le dita, vi commuovereste. Anche la bellezza può essere un pianto. Non da tutti. Non per tutti. Prassitele, forse.

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Ho ballato tutta le sera. Il piccolo no. Mentre io facevo Salomè se ne stava indeciso fra il due o il tre. Nessun senso d’abbandono! Sapevo, cosa facevo. Come sapevo, che deve crescere, e che, crescere, significa anche sacrificare chi ti fa crescere. Uscendo dalla discoteca mi sono scoperto ubriaco. O forse no, se il primo pensiero è stato: il Signore è il mio pastore. La notte non si cura se vado come i lampioni (seguendo le curve) perché in fondo c’è il Giardino. Non mi dispiace se non ci trovo amante: conosco il contante. Lungo la strada un ragazzo mi chiede una sigaretta. Non chiedetemi perché, in fine, ci siamo baciati: è questione di nettare.

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Aspettavo il tecnico del PC al cancello di casa. Un torsolotto dalla simpatica aria romeno zingaresca si avvicina. Mi chiede qualcosa che non capisco In quel mentre, arriva anche il tecnico. Il torsolotto che aveva ben capito me, nel guardarci ambedue (aveva fatto quattro) si tocca l’inguine. Quando un torsolotto si tocca l’inguine perché preso da quello che immagina, i casi sono prevalentemente due: o escludiamo le piattole, o manda un invito di partecipazione. La faccenda non mi scandalizza. Mi scandalizza non aver alcuna convinzione da farmi togliere.

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Assieme ad amici siamo ospiti, l’Amato ed io, di un amico di Merano. L’amico aveva prenotato il Cenone in un ristorante quasi in montagna. Saliti per non si sa quanta strada siamo giunti a un incrocio posto in cima a un non so dove. Sui clivi della sottostante vallata, una marea di luci: così in cielo, di un indaco così consistente da parer materia, e così basso (pareva) da farci piegare il collo per non batterci la testa. Incantati, saremmo rimasti lì non si sa per quanto, ma non potevamo tardare oltre. Come serata volle giungemmo al ristorante. Nella sala, clientela numerosa e chiaramente alticcia. Siamo stati dirottati in una sala a parte. Non credo per malizia. Nessuna di noi era scandalosa, né in qualsiasi maniera fatta di qualsiasi cosa. Non sino all’aperitivo, perlomeno. Molto birrato e non poco cannato ho doverosamente recitato un divertimento che proprio non sentivo, ma che all’Amato dovevo far sentire. L’ho fatto anche ridere quando m’ha visto ballare. Siamo tornati a casa venati di malinconia, ricordo. La stessa che colpisce gli angeli quando toccano il suolo con le ali, ricordo.

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Temporalone, stasera. Sono nei pressi della Camera di Commercio. Trovo rifugio nel suo porticato. In un angolo del pavimento, due, dormono. Sono vicini. Molto vicini. Sembrano amanti dopo l’amore, ma lo sono perché hanno una sola coperta. Su di uno, gli si è arrotolata attorno. L’altro, è pressoché scoperto. Anche Morfeo ha le sue preferenze.

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Solo il Signore sa quanto mi sono sentito vero e nel contempo falso, quando, all’Arabo dalla guancia con un taglio che gli donava non poco ho detto che preferivo fargli crescere la vita anziché l’uccello! Uscendo dal giardino non ho potuto non rammentare il detto, ogni lasciata è persa, ma subito dopo ho ricevuto un suo messaggio: buona notte angelo. ciao. Va bèh! E’ anche vero che gli ho promesso un telefonino.

vena

La colpa

La colpa si prova nel dissidio fra conoscenza e coscienza. Sia di quelle apprese perché sentite, che di quelle sentite ma non apprese, coscienza, è il luogo delle emozioni naturali, culturali e delle vitali se danno vita, o non vitali se non danno vita come anche se danno dolore.

Ogni qualvolta il bene (Principio della vita della Natura) si separa dal vero (Principio della vita della Cultura) la forza dello Spirito (vitalità della Natura e vita della Cultura) entra in sofferenza. Secondo lo stato della separazione dal bene, la forza della vita (lo Spirito) somatizza il male dato dalla sofferenza derivata dalla separazione. Lo Spirito somatizza il male con la depressione o con l’esaltazione. La depressione indica falsità nella vitalità della Cultura della Natura: il corpo. L’esaltazione indica falsità nella vita della Natura della Cultura: la mente. Il male, dolore naturale e spirituale da errore culturale è mancanza di vita tanto quanto è sofferenza naturale, culturale e spirituale. Mancanza di vita è recessione della sua forza. La recessione della forza dello Spirito segna di vuoto i valori della vitalità della Natura e, corrispondentemente, quella della vita della sua Cultura. Nello stare male per carenza di vita data dal vuoto dei valori nel corpo e nella mente, la Natura (sistema del sapere secondo sentire) comunica alla Cultura (sistema del sentire secondo sapere) il senso della colpa data dal vuoto dei valori conseguenti alla mancanza verso lo Spirito: sistema della vita secondo la sua forza. Nella colpa, il giudizio che la Natura da alla sua Cultura come quello che la Cultura da alla sua Natura consiste nelle emozioni di dolore che essa prova. Sia nella vita propria che fra la propria ed altra, gli stati della colpa da dissidio verso la vita sono corrispondenti agli stati di separazione dal suo Principio: Il bene nella Natura, il vero nella Cultura ed il giusto nello Spirito. Si somatizza la colpa per la mancata corrispondenza fra gli stati del bene nella Natura, del vero della Cultura e del giusto per lo Spirito, o come depressione o come esaltazione. La si avverte nel corpo se ad essere depressa e/o eccitata è la Natura del bene. Nella mente, se ad essere depressa e/o eccitata è la Cultura del vero. Nella vita, se ad essere depressa e/o eccitata è la Cultura del Giusto: lo Spirito. Si distingua il calo della vitalità di origine naturale (variamente motivata) dal calo della vitalità per il dolo (comunque mosso) da errore morale e/o spirituale. La con_fusione fra le due emozioni ha permesso ai tentati da ogni genere di potere di strumentalizzarne l’uso.