Ricordi

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Bar Aurora di Este
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Anni dopo l’ho visto trasformato in una drogheria con pretese di modernità. Mi mancò il cuore: non si finisce mai di morire. La titolare mi aveva in forte antipatia. Ho riconosciuto quel genere di antipatia nei soggetti avioprivi. Sia nel senso di avio maschile che, latente o no, di quello femminile. Il titolare (Aldo) era una pasta d’uomo. Ha insistito perché prendessi la patente e m’ha fatto far pratica con la sua 600. L’aveva appena comperata. La patente (40 mila lire) l’ha pagata lui. Io ne percepivo otto alla settimana. Non ricordo come ho fatto, sia a ridarglieli che averne da portare a casa. Di fronte al Bar c’era la Pensione Cavallino: anche casino si mormorava. L’ultima volta che l’ho visto (anni fa) ho trovato una concessionaria al suo posto. Ricordo i brulè che portavo nelle serate d’inverno. Pesante il vassoio e drammatico il passo: dovevo andar velocemente per non farli raffreddare, e dovevo non far cadere tutto. Salivo, per una di quelle scale che adesso ci sono solo nelle case d’epoca: quelle con scalini di pietra da lavare in ginocchio con spazzola e varechina. Finite le scale si entrava nel salone: a sinistra un tavolo grande circoscritto da sedie. Un poco prima del tavolo un paio di poltrone. Il tutto dava l’idea di un usato mai usato. Alla destra del salone, la porta della cucina/sala da pranzo. Attorno al tavolo, uomini, donne, e palpabili disagi. Nell’abbigliamento delle donne nulla suggeriva alterne pratiche. Negli atteggiamenti degli uomini nulla diceva la presenza del desiderio da tanto mi apparivano mesti. La Merlin capitata in quella cucina avrebbe detto: scusate, ho sbagliato porta! Dell’Aurora ricordo i pomeriggi domenicali con il bar pieno di ragazzi e ragazze; tutti e tutte vocianti e continuamente presi dalle lacrime sul viso che Bobby Solo spandeva dal jukebox: senza interruzioni dalle 14 e 30 sino alle 18 e 30!

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Al Mazoom di Desenzano: ora chiuso.

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Disco fashion, ma di fashion da mettermi quella sera non avevo proprio niente, così, ci sono andato con indosso una tuta da Karate che avevo comperato in un saldo solo perché mi era piaciuta.

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Ancora al Mazoom

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Serata post festiva. Il personale più della clientela. Non mi accorgo che mi hanno fotografato. Me lo fa notare il fotografato assieme a me. Poso la mano sulle perle: come da copione.

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Ristorante Al Sangon – Moncalieri (TO)

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Portava il nome del bizzoso fiumiciattolo che scorreva nei pressi. Mina cantava Renato – Renato e Cuore la Pavone. A Moncalieri ho comperato il mio primo Oscar Mondadori, una macchina fotografica con un “percussore” da colpo di pistola, e il primo orologio: un Lanco. Vivevo con le mance. Con il primo stipendio che gli ho mandato, la Cesira si comprò una radio Allochio Bacchini. Dopo tempo rividi il paese ma non la radio; finita al Monte dei Pegni, penso.

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Al matrimonio di Francesca: figlia di amici.

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Mancata la Cesira, erano, di fatto, il familiare ricovero di un senza arte e ne parte. Ora che mi riguardo (a 73anni compiuti) non posso non ammettere di sembrare un porta jella. Alla mia sinistra, Dario. Un amico e un amore già dall’infanzia. Quando glielo espressi mi pensai cresciuto: sbagliai. Dietro a Dario, Sandra: della famiglia ma a suo modo, no.

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Con un Rom amoroso

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L’avevo conosciuto nel giro della notte. Non mi ha mai chiesto una lira che sia una. Le “amiche” (le culandre) mi dicevano che stavo diventando la cognata degli zingari! In nessun vocabolario si trova “culandre”. Lo direi l’insieme fra cul (sedere) e andro: in relazione con… uomo. Sommando le ipotesi, il significato di “culandra” allora, potrebbe essere quello di sederi in pausa da uomo per mancata e/o mancante relazione. Non mi ricordo se il termine l’ho appreso dalle culandre, o se (spiegazione a parte) girava già.

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Fattorino in una ditta di pubblicità

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Mi chiamano Flash perché non facevano in tempo a dirmi dove andare che già ero tornato. Durante una cena aziendale mi rifilano il bambino di Pietro: un responsabile della ditta che io chiamavo Piter. Il bambino non sembra particolarmente convinto da quella scelta ma regge la parte: anch’io.

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Con la Guzzi in Prato della Valle a Padova

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Con la Guzzi e un amico di Dolo (la Dolo_rosa per l’ostilità verso la donna) andammo a casa sua. Di ritorno dal giro la Guzzi mi lasciò senza fanale sino a Verona! Giunto nei pressi di Verona città, a causa di una doverosa frenata (non avevo visto i fanalini posteriori dell’auto davanti) derapò sino a farmi appoggiare sulla targa davanti dell’auto che dietro di me aveva frenato di brutto giusto per non investirmi a causa della mia frenata di brutto. Ironia della sorte, un prete. Delle ragazze la preferirono a un Benelli 125 nuovo di bottega! L’amico speranzoso ci stette proprio male! Non ricordo che fine gli feci fare: non all’amico, alla moto.

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Mary: “amata”, “detestata”, mai dimenticata.

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Correva il  1963 mi pare. Mary gestiva il ristorante NSU del Cavallino di Venezia. Io ero Lagunare a s. Nicolò. Per la festa del  reggimento mi spostano nel suo ristorante. A fine naja mi assume. Ci faccio due o tre stagioni, non mi ricordo. Ci lasciamo male, più per problematiche mie che per le sue. Niente di sessuale, naturalmente, anche se una volta m’ha usato per calmare le sue tensioni come ho capito dopo. Pensavo che non stesse bene. No, non ero uno stupido, ma un po’ mona certamente si! Di recente la Mary è venuta a visitarmi: nella mente o in un sogno non ricordo. Mi apparve con il solo volto. Era ritratta in carboncino. Aveva tratti maturi, potenti, e  le labbra rossissime! Mi guardò con l’espressione di chi, mentre si rende conto di aver avuto ragione a pensarla così, si chiede come ha potuto non capirlo meglio e prima. Le labbra rosse della Mary mi dissero, infine, che la sua passione sessuale è ancora viva. Non per me, ovviamente.

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Con una collega di lavoro

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Non mi sentii esentato dai doveri d’ufficio ma li ridussi all’amicalità. A parte il timore di farmi capire, per la testa non mi passò altro.

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A Borgo Nuovo di Verona

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Preso da impossibilità di scelta avevo occupato una casa del Comune a Borgo Nuovo. Le… amiche, diplomarono l’azione concedendomi il nomignolo parafrasato dal  titolo dall’opera di Puccini: La Vitaliana in Algeri. Giusto per dire l’ambito e l’inquilinato: allora totalmente composto dal nostro Sud. Riuscii ad occuparla inventandomi una storia. Mi vestii bene. Andai da un noto ferramenta. Dissi di aver perso le chiavi di casa. Potevano aprirmi la porta? All’epoca non avevo la macchina. L’operaio mi ci portò con la sua: una ottocentoecinquanta sullo sganghèr! Aprì la porta. Mi diede la chiave. Comunicai la faccenda all’Agec e gli spedii un primo affitto: trentamila lire. Era quello che pagava una signora allo stesso pianerottolo. Seguì una faccenda legale: andò avanti. Mi offrirono una seconda casa: indecente. Accettai la terza offerta. Ci abito dal 79. Stavo lavorando solo nei festivi, in quel periodo. Certamente non mi andava di lusso, così, dove non mi assolse la legge, mi assolsi io.

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Cameriere al Du Lac di Bardolino

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Sono seduto al balcone del ristorante. Di spalle il capo cameriere. Lo sembravo più io, mi dicevano. Ero preso dal barista: un biondino pavese. Non so più quanti caffè ho bevuto pur di continuar a vederlo. Capii di averlo persino nauseato solo quando per analoghi motivi finii nauseato anch’io da una eccessiva insistenza. Correva il 71/72. Io, da nessuna parte: la Gilera doveva ancora venire.

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Magazziniere&facchino in una ditta di trasporti

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Con colleghi di lavoro sono al Carnevale di Venezia. Secondo il comune intento dovevamo sembrare la Banda Bassotti. Più convincente una trota vestita da crocai. Mi dicevano che portavo i pacchi come si portano i vassoi. Non sembrava un complimento ma non ho sindacato.

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Verona – Rione Filippini

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Un seminterrato 6×3 con una sola finestrella. Ci sono stato otto anni. L’ho trovata, favorito dalla conoscenza di un veronese: la Simona che a sua volta conosceva un attore mantovano (dello Stabile di Genova) che, guarda caso, avevo conosciuto all’hotel Aleramo di Asti dove ho lavorato come cameriere. In lavanderia non mettevano sigla alla mia roba: l’odore di muffa la rendeva facilmente riconoscibile. In quella casa ho subito una decina di furti e ho subito una pericolosa intossicazione da gas. Non fu mortale proprio per un pelo!

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Era l’epoca dei maxi cappotti

inmaxi

L’avevo in simil velluto: nero. Sembravo un prete. Una professionista che batteva in Stazione lo pensava. Quando mi vedeva si nascondeva perché aveva un figlio al Don Calabria. Temeva ritorsioni. Di maxi avevo anche un soprabito bianco di tela cerata. L’avevo comperato al Coin. Aiutando un’anziana a rialzarsi da una caduta, mi capitò di lasciarlo andare a terra! Il titolare di una verniciatura per auto vide la faccenda. “E pensare che i ghe dise su”, lo sentii dire. Già: pecato chel sia culaton! Lè tanto un bravo ragasso! Storia vecchia: sono sopravvissuto.

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In un ritratto di Giancarlo M. di Este

daMontato

Aveva ragione la Gabì. La prima volta che mi vide mi riconobbe come Silvio Pellico e le sue prigioni. La Gabì: elegante orefice in Valeggio sul Mincio ucciso da dei nessuno per la vita ma non per la polizia. Gli sia leggera la terra.

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ioavenezia

La Gazzabinskaja

Si avvicina il Carnevale di Venezia: decido di esserci. Mi lascio affascinare da un 80×80 di un velluto viola che dicono imperiale. Stupendo per un mantello ma con un 80×80?! Lo compero lo stesso! La sarta ed io cogitiamo un corpetto. Le misure sono bastate per la parte davanti! Si va bè, e mo’? E mo’ ci vuole il resto! Unito resto a resto (non manco di fantasia) è venuto fuori un vestito russo dell’800. Lo strascico sul metro e mezzo. Tanto per restare in tema é in damasco viola con disegni in oro. Mi è costato un capitale! Sconvolto da cotanta nobiltà, il tassista che m’ha portato alla stazione dei treni non riusciva ad accettare l’idea d’aver visto uscire una tal madonna da una casa popolare! Sia come sia parto: ovviamente in prima classe. Giungo a Venezia in una giornata indecentemente invernale. Vestita di solo damasco non vi dico il freddo che ho patito. Per calli andando solo dei giapponesi hanno fatto caso a me. No, adesso che ricordo: a me aveva fatto caso anche un teppistello. Con l’esperienza che già all’epoca mi ritrovavo, figuriamoci se non sapevo riconoscere un soggetto armato da voglie di rapina. Così, col cacchio che sono entrato nei portici dove mi aspettava anticipando il mio passo. Gazzabinskcaja sì, scema no! Almeno, non per quel tanto di poco per il quale m’è piaciuto dargli qualche speranza. Aveva dimenticato, l’illuso, che a Carnevale ogni scherzo vale! Per cena entro in una rinomata osteria. I presenti hanno ripreso ad essere presenti solo quando sono uscito perché non c’era posto. Giunta a Verona, la casa mi aspettava ancora popolare.

(Stesura migliorata nell’Aprile 2021)
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