Tornando alla Genesi

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Della Genesi biblica “vedo” questa versione. Al principio, l’essere del Principio emette la sua emozione: emozione che (a nostra somiglianza come ha fatto chi l’ha raccontata) interpreto come Primo verbo (IO SONO) e come Prima parola: VITA. Poiché il Principio è un Assoluto, e poiché un Assoluto non può patire alcuna scissione nel suo stato, ne deriva un’ovvia conseguenza:

In principio era il Verbo (IO SONO) e il Verbo era presso il Principio (non poteva essere diversamente) e il Verbo era il Principio: non poteva essere diversamente.

Dall’emozione del Principio (Verbo e Parola) si è necessariamente emanato ogni verbo ed ogni parola. Non esiste principio, infatti, che sia fine a sé stesso. Se lo fosse, comunque vi sarebbe il Principio, ma non vi sarebbe nulla di principiato. In ragione di quanto corrispondiamo con i principi della vita (il bene, il vero, ed il giusto, detti dal Bene, dal Vero e dal Giusto del Principio, le emozioni vocalizzate dall’Emozione, essendoci vita, ci permettono di sentire quello che ognuno è per quello che in ognuno sta secondo la condizione del suo stato. La verifica dell’ascolto emozionale implica l’uso del discernimento. Il discernimento è il critico che giudica la verità della parte interpretata. Il discernimento cura chi lo cura. Il discernimento è il medico che cura sé stesso.

parola

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Dicembre 2020

“Ascolta, Israele.”

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Non so cosa farei se fossi Israeliano: a favore del tuo essere, o se, nel tuo essere, contro il tuo fare? Da cristiano nell’essere sono sempre rimasto affascinato dalle tue grandi storie; che poi, siano rimaste storie per l’uomo adulto che sono, non per questo, il fascino (fanciullino, lo confesso) si è ridotto. Posso dirti, pertanto, che, complessivamente, non ti sono anti qua o anti la! O meglio, ti sono anti, come sarei anti all’amico che ha bevuto troppo alcool. Non anti verso la persona, ovviamente, ma contro il suo momento, sì! Stavo per dirti Spirito, al posto di alcool. Mi avresti capito lo stesso. Lo so. A proposito di Spirito, da non pochi anni mi domando: sei veramente sicuro che ti abbia promesso il possesso di quella terra? Si, perché, detto molto francamente, a me pare t’abbia dato una croce, non, una terra, o quanto meno, una terra dove devi portare una intrinseca croce. Per croce intendo il peso della Natura (il corpo della vita comunque effigiato) sulla vita della Cultura (il luogo della conoscenza comunque ottenuta) vivificata dalla forza dello Spirito che vivifica il nostro. Non so se sia il dolore a rendere eletti per il modo di affrontarlo, o se sia una fede per il modo di crederci e/o di viverla. Quello che so, è che dove c’è dolore non c’è verità, perché il dolore, è il male naturale e spirituale da errore culturale!  Sia come sia, a farti ala mentre percorri il tuo destino vedo molta gente. C’è chi grida: coraggio! C’è chi tira sassi! Chi , sulla tua caduta scommette pro o contro. Non vedo nessun Cireneo, però! Mi rifiuto di pensare che Dio non l’abbia previsto perché ha dei limiti, quindi, avrà le sue buone ragioni. In attesa di capirle, Israele, oltre la tua, ascolta la vita.

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Non pochi pensieri

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Non pochi pensieri mi sono rimasti nella tastiera a proposito della Confronti: li riprendo. Sto verificando la lettera “Confronti”. La prima stesura risale a più di venticinque anni fa. Nella lettera metto confronti fra l’esperienza medianica vissuta dal Saulo di Tarso con quella mia. Direi interessanti le conclusioni che ne ricavo. In particolar modo per i casi di medianità, a storto collo subiti dalla chiesa giusto per poterli verificare quando non variamente gestire. Anche nella tua Danimarca c’è del marcio ma il tuo Stato l’affronta solo se proprio_proprio costretto. Almeno sinora, non può diversamente. Infatti, quando (sia pure con chiara ragione) minaccia di taglio del vello le pecorelle che seguono delle spiritiche fonti, altro non ottiene che trasformarle in fideistiche tigri. La storia le dice anche scannanti quelle che, a favore del tuo stato, il tuo Stato ha irretito ed usato. Dice scannate come scannanti anche quelle che l’hanno subito. Nel proseguo della lettura, più volte mi sorprendo a dire: un momento! Durante le sedute medianiche L’Amato non mi ha mai confermato di essere lui! Ho sempre creduto che quella presenza fosse la sua, perché chiamando un nome, mica ci si aspetta che ne venga un altro!

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Siccome nello spiritismo è impossibile verificare se un nome è quel nome, tre le decisioni: o si interrompe il caso, o si rinuncia a quell’esperienza, oppure, avendone bisogno, si finisce con credere quello che si ama pensare. Certo! Ho avuto delle conferme per fatti che solo quello spirito poteva conoscere: pensavo. Non lo penso più, perché se è vero che lo Spirito è l’universale H20, è anche vero che non esiste separazione di forza fra H20 e h2o, come non esiste separazione di goccia fra acqua e acqua. Se mai, separazione esiste per il diverso stato della condizione della rispettiva forza. Non essendovi separazione fra forza e forza, ne consegue che la conoscenza di uno spirito (conoscenza data dal sentire lo stato della sua forza) può essere sentita (e quindi usata) anche da un altro spirito, sia per desiderii da parallela eguaglianza (come qualche volta è stato nel mio caso) sia per spiritica dominanza: come il più delle volte è stato sino a che ho cominciato a fermarla. Morale della fava: prima che mi liberassi da ogni genere di influsso (almeno dai coscienti, che dalla conoscenza di quella realtà è impossibile) con chi sono stato in contatto? Non lo so più. Se tanto mi da tanto, neanche il Saulo può dire di sapere il suo!

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28 Settembre 2019

Le profezie viste da vicino

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La capacità di profezia è di chi proietta la sua conoscenza ben oltre il suo momento soggettivo e storico. Così, il profeta è come colui che dalla cima di un monte vede avvicinarsi una figura. Se quel profeta è prevalentemente portato ad amare la vita, non interpreterà quella figura come una minaccia. Diversamente, se è prevalentemente portato a temerla, ed in ciò ad essere di piegato spirito, l’interpreterà come nemica. E’ chiaro che ambo le interpretazioni possono essere fallaci. Sino a che non succede l’una o l’altra delle due situazioni, ogni profezia può anche essere la visione di una mente che ha delirato per eccesso di visione, e/o di interpretazione. Se è la prova contraria, ciò che distingue una profezia da un delirio della mente, siano cauti con le affermazioni i ” profeti ” e, per non essere travolti da quelle visioni in quanto creduli, cauti noi. Per vederle con chiarezza, infatti, è necessario che quella figura si avvicini ai tempi del profeta, oppure, si avvicini ai tempi profetizzati dal profeta. Anche per aver solo passeggiato fra le tue idee, quindi, sento di poterle condividere. Non condivido, però, la generale amarezza che le pervade. [Questo non vuol dire che non condivido le dolorose verità che contiene, sia chiaro!] Non vorrei che questa amarezza, dipenda dal fatto che guardi il mondo da vicino. Visto da vicino, nulla è come ci pareva.

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I riti della vita contro i riti della morte

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L’iniziativa promossa dall’Associazione Nazionale alla Lotta contro l’Aids (accendere una luce in memoria di una vita che si è spenta) è degnissima, tuttavia, mi permetto di ricordare che se i riti del ricordo sono importanti, i riti della vita che allontana il ricordo (se ricordare è dolere) sono indispensabili. Sono riti di vita quelli che ci riconducono a viverla con amore anche attraverso le vie di ciò che rinnovano il piacere di riamare la vita. Il piacere, è la via naturale del principio culturale dell’amore, non la fine: è ciò che da calore, gioia. Ricordare la persona amata con gioia, perché si riprende a ricordare la vita con piacere, significa riaccendere quel principio di calore, oltreché presso la vita nostra, anche in quella di chi, comunque ci è vicino se comunque amiamo.

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Il senso dell’Infinito

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Il senso dell’infinito è IO + Messo dopo il + quello che comprendi e conosci ottieni, il senso umano dell’infinito. Messo dopo il + quello che non puoi comprendere e/o non puoi conoscere, cominci a sentire il senso divino dell’Infinito. Da questa aerea visione si scende per mezzo di una scala: il senso di Adamo.

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Nei casi di invasione spiritica

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Nei casi di invasione spiritica, l’esorcista libera l’invaso per mezzo riti, preghiere, acque sante e via elencando. A maggiorata conoscenza affermo che per escludere dalla mente una qualsiasi estraneità diventa chiodo che scaccia chiodo un qualsiasi totalizzante pensiero. Se detta con convinzione, infatti, la Vispa Teresa avea fra l’erbetta funziona come una qualsiasi litania. Non funziona, però, per chi (influito o esorcista) necessita di motivazioni e/o di riti religiosi e/o affini maggiormente significanti. A quelli, l’ipotesi “Vispa Teresa” risulterebbe dissacrante (o loro, o il caso loro) e la dissacrazione che avviene per mero ricorso alla potenza del solo pensiero li priverebbe dell’importanza che si sono dati, o che gli hanno dato, o che lo spirito invasore (esplicitamente e/o implicitamente) gli ha fatto pensare di essere dando (sia all’invaso che all’esorcista) maggior identità, invadendo maggiormente e/o per maggior figura. Ponendo invasione spiritica e malattia sullo stesso piano, direi indubbio che un tumore maggiora un’identità più di un raffreddore. Alla stregua, essere invasi (o credersi tali) da uno spirito che si presenta come satanico, maggiora un’identità più che credersi o dirsi invasi da uno spirito che in vita fu comune.

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Si può dire, allora, che come vi è potere dove vi è vita che delega il suo potere, così, vi è invasione di spirito su spirito, tanto quanto, reputando insufficiente la potenza del proprio spirito, si delega ad altra forza il compito di compensarlo, “permettendo” l’esibizione del compensante nello spirito compensato dall’invasore. Esemplificando mi cito in un’ipotesi: riconoscendomi scarsino in matematica (volente o nolente me che sia) e per tale fatto riconoscendomi bisognoso di soccorso (vuoi per verità e/o per vanità) “permetto” l’invasione di uno spirito matematico perché non mi nego il bisogno (comunque cercato e ottenuto) di maggior capacità matematica. Si, per manifestarsi, le invasioni spiritiche necessitano di due attori: il nolente volente (quello che accetta l’invasione per necessità di maggiorazione, al caso, dovuta alla necessitò di emergere/sfuggire da una data situazione come per altre cause) e il volente nolente. Lo dico nolente quel volente (lo spirito invasore) perché uno spirito non può non invadere (in toto e/o in parte) gli spazi (esistenziali) comunque vuoti.

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Al caso volente come anche nolente, non può non esserci legame emozionale fra spirito invasore e spirito invaso, appunto perché, la vita, essendo corrispondenza di stati in tutti e fra tutti gli stati, non tollera il vuoto: mancanza di coscienza, e/o di conoscenza, Dove esiste, pertanto. lo riempie di coscienza e di conoscenza. Si, va bene, ma perché riempire di errore quando non di dolore? Elementare! La vita riempie di errore e/o di dolore, tanto quanto la basilare chimica di un essere è agita dall’errore e/o dal dolore e/o costretta a subire l’errore e/o il dolore. La vita passa da vita e vita servendosi dell’affinità di spirito: in ogni caso e indipendentemente dal genere.

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Luglio 2121 – Da rivedere a più gestibile emozione

Vediamo, sapientone.

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Vediamo sapientone (dico a me) che conclusione trai dalla parte che non avevi considerato sul post: Il bastone di Mosè. Questa storia è molto sfaccettata. Ne coglierò qualche aspetto. Sogno o vissuto che sia stato, sul Sinai, Mosè batté una roccia: ne uscì acqua. Una roccia è dura e arida. Poiché appartenente ad Israele (almeno per quanto ne sappiamo ora) si potrebbe ricavarne che il sogno (o quello Spirito) sta dicendo a Mosè che una parte di Israele è dura e arida, e che solo se la percuoterà ne uscirà della vita, appunto simbolizzata dall’acqua: nulla conferma se pura o no. Il racconto non dice se Mosè ne ha bevuto. Strano! Dato il luogo, direi naturale la sete e già che l’acqua c’era, il bisogno di dissetarsi. Non l’ha fatto (o il racconto non lo dice) perché in nessun genere di sogno si può bere acqua. Al più, si può solamente sognarlo.

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Può anche essere, però, che Mosè dubitò sulla bevibilità di quell’acqua. Ammessa l’ipotesi e ammesso un Mosè anche simbolista, ne consegue che Mosè dubitò anche su quella parte del sogno? Per lo scopo di dissetarlo a nuova fonte, invece, non dubitò sulla parte implicita nell’onirico messaggio: per abbeverare il tuo popolo a nuova vita (nuova fonte e nuova acqua) devi percuoterne la “dura cervice”. La storia racconta che sceso al piano bastonò quanto un’altra guida stava rinnovando. Indipendentemente dal luogo dove sorge una fonte di vita, e indipendentemente dai motivi per cui ci si abbevera, non può essere pura l’acqua (la vita) che si disseta con la violenza. Quel suo momento ci dice che Mosè non si è mai abbeverato con dell’acqua pura? Chiaro che no! Non è mica sempre stato un violento!

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Arrivo subito al dunque

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Arrivo subito al dunque, Israele. Sei in uno stagno! Ne uscirai con le bombe? Illuso! Con gli omicidi mirati? Illuso! Ne uscirai con l’appoggio del Mondo Occidentale? Sino a che servi! Tu, hai solo un modo per uscire dal pantano in cui ti trovi: bonificarlo. Come? Togliendo acqua ad antichi odii, e ponendo verità in antiche credenze.

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Luglio 2006

Luccicanti per oro o per ottone?

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“Non era quello il senso della mia citazione… Ama e fa quello che vuoi… Era, nello specifico, riferito ai progetti di Regina…”

Non mi era sfuggita questa tua interpretazione, ma anche una Regina, non può sfuggire alle regole, che per quanto “feudali”, non di meno esistono da sempre. Sopra ogni Regina, infatti, regna un’Imperatrice: la vita. Certamente possiamo lasciare le regole imperiali della vita, ed aprire un nostro regno! Chi sono io per obiettare! Tuttavia, anche nell’impero che apriamo per noi, o siamo dentro quella vita, o fuori. Cosa mi fa dire se siamo dentro o fuori anche nella nostra “casa”? Me lo fa dire la presenza del dolore: unica ed incontrovertibile verità che possediamo, perché possiamo anche ingannare la mente, ma non potremo mai ingannare il corpo! Ebbene, in Z. ho avvertito la presenza del dolore: bestia, tanto più pericolosa, perché mimetizzata fra le righe. Ho detto, allora: attenta, mia Regina! Tutto qui!

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Nella ricerca del Bene, del Vero, e del Giusto, siamo tutti accomunati. Non lo siamo nelle vie per giungervi, ma mi pare più che giusto, dal momento che ognuno deve trovare sé stesso. Quando dico che un’amante vuole quello che l’altro/a vuole, intendo dire che è la volontà d’unione che detta quella scelta, non, volontà di reciproca imposizione, o similia. Non ritrovo il mio senso dell’amore nei “colori della primavera”. Ritrovo, piuttosto, il senso delle passioni che, nel mio bene e nel mio dolore, ho vissuto. In quelle riconosco di essere stato servo, morboso, e quanto d’altro di accidenti, ma l’oro, (l’amore), è un’altra cosa dall’ottone: la passione. E’ vero che hanno lo stesso colore, ma, l’ottone, per quanto lo lucidi, si ossida; ed è la continua lucidatura per farlo diventare oro, che ci rende servi, morbosi, e quanto di similia. Detto questo, ognuno fa quello che crede! Per quanto ci è possibile però, facciamolo a ragion veduta!

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Giugno 2006

Amare è anche lasciar andare

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C’è del vero in quello che dici, ma non sempre il nostro vero è aiuto sufficiente. Ci sono casi (indubbiamente estremi) che sono oltre ogni possibilità di aiuto che non sia il mantenimento vegetativo. Aiutarli a vivere? Mi pare ovvio, ma, è altrettanto ovvio, quando un vivere avviene per mezzo di un corpo tranciato da ogni emozione, e quindi, ridotto ad un mero respirare, mangiare e defecare? Ecco! In quei casi, ad ogni “Welbi” il suo passo, perché, a mio avviso, amare, è anche lasciare ad ognuno la sua via, la sua verità, la sua vita.

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“Non reddito per tutti ma lavoro per tutti”

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Caro Francesco: bagnata nell’Arno dell’umana realtà, quest’idea non può risultare che un velleitario pour parler. Ha valore mediatico perché, detta da te, fa girar di più le rotative. Nessun santo proposito, infatti, è mai riuscito a trasformare l’ambizione con denti da carnivoro che è della voglia di potere (vero lupo in ogni uomo, la voglia di potere) in un’ambizioni di potere, che, o dovrebbe avere denti eguali per tutti, o tutti senza denti. Nessun comunismo, c’è riuscito. Nessuna democrazia. Nessuna comunità. Nessuna chiesa. Nonostante questo, sento che la tua affermazione ha un qualche valore profetico. Si realizzerà (forse) quando la vita (il tutto dal principio) ci farà capire che continuando a mangiare l’odierna minestra, ci ritroveremo fuori dalla finestra. Non prima. In attesa di tanto, crepi Cassandra, si spera. Non creperà.

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Biofobia

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La Biofobia è generata da un’antipatia verso la vita: vuoi propria, vuoi altra, vuoi verso quanto riesce ad infettare il biofobo. Se arresta il giudizio, la si può dire una tossicodipendenza. Qualsiasi genere di Biofobia contro la vita, la nega leggermente tanto quanto il biofobo riesce a gestirla senza riflussi. Pesantemente, invece, tanto quanto gli fuoriesce dai suoi psicologici tombini.

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Verso il Bene, l’Oltre, l’Altro.

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L’anelito universale (e universalizzante) è nella tensione verso il Bene, verso il Vero, verso il Giusto. Dopo di che, ognuno scrive gli aneliti particolari, secondo la propria calligrafia. Mi distinguo dal pensiero che citi per un particolare. La vita, è dialettica, non lotta. Il fatto che l’abbiamo resa lotta, non appartiene alla vita: appartiene al carattere della nostra. La vita è un impulso di fame. Il male, è in ciò che mangi o in come mangi. Distanziarsi dall’impulso, rende anoressica la mente. Il che vuol dire, con buona pace del Budda, che quelli che seguono il suo insegnamento rischiano di vedersi costretti a riaccostarsi alla mensa (la vita) cioè, a ridoversi cibare di ciò che hanno scartato. La conoscenza rende liberi (non mi ricordo più chi l’ha detto, però concordo in pieno) infatti, solo la conoscenza attuata dal costante discernere sui cibi, può effettivamente liberare il karma dalla fame di vita, e, quindi, dal dover tornare a questo ristorante.

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Il messaggio di Cristo tratta innanzi tutto di un Dio padre. Il fatto che sia buono, è, per Cristo, una logica conseguenza di Padre, ma non è il primo attributo. E’ una logica conseguenza, perché è inverosimile, per Cristo, che il Dio che attua la vita, sia cattivo. Se lo fosse, per principio avrebbe attuato il dolore. Dio non può attuare due principi. Essendo assoluto, non può, infatti, che concepire il suo assoluto, e, secondo me, il suo assoluto principio è il Bene. Al significato di sottomissione che dai dell’islam, preferisca abbandono. Nella sottomissione è implicita la cultura del padronaggio. Nell’abbandono, la cultura della fede. La seconda, è dei mistici sufi. La prima, dei mullah. Sai bene che non sono la stessa cosa, né stessa cosa sono gli impliciti.

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Nell’Isola che non siamo: visioni e visionari.

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A vedere del poeta (ed anche a mio vedere) nessun Uomo è un’isola. Secondo la visione di quel veggente, quindi, tutti siamo parte del Tutto. Cogliamo parte di quel Tutto, tanto quanto siamo coscienti dell’esistenza di quel Tutto. In ragione, dello stato della corrispondenza, fra noi ed il Tutto, si diventa in grado di cogliere anche la Sua emozione, e quindi, di cogliere nelle nostre parole anche la Parola. Siccome, vita, è l’emozione di chi dice sé stesso, allora, per la premessa sottolineata, vita, è anche la parola del Tutto. Ben venga il pensiero ma, occhio: la mente che non procede secondo i suoi passi, vede la strada ma non i sassi.

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Giugno 2006
Rivista e modificata nell’Agosto 2018

L’alcol passa. La negazione resta.

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L’alcol è il “medico” che cura la depressione di chi non vede potente la propria identità: vuoi in sé stesso, vuoi nel sentimentale, vuoi nel Sociale, vuoi nell’insieme dei casi. La depressione può avere origine naturale, ad esempio, una deficienza fisica: vera o presunta che sia. Può avere origine culturale, ad esempio, l’impossibilità a vivere una propria idea: vera o presunta, presente o passata che sia. Il vario insieme delle impotenze può generare una più totalizzante depressione: quella dell’essere. Con questa analisi è come se ti avessi detto tutto e niente: me ne rendo conto. Ti ho detto tutto perché ti ho mostrato com’è fatta una macchina, ma non ti ho detto niente perché non ti ho detto il nome, (la specifica causa della depressione), della macchina – depresso. Anche se potessi dirti qual’è lo specifico nome, comunque sarebbe sbagliato dirlo. Vuoi perché i modelli di personalità sono infiniti, vuoi perché ognuno deve essere il proprio modello. Per tale scopo, ognuno deve farsi secondo l’idea di sé, non, secondo l’idea di altri.

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Se ognuno deve farsi il proprio modello secondo l’idea di sé e non secondo l’idea di altri, a che servono queste righe? Secondo me, vorrebbero ricondurre la mente di chi ha perso di vista il proprio capo (l’originale sé) entro delle generali linee guida. Poiché la parte inconscia di noi è largamente maggiore della conscia, non sempre sappiamo chi è il nostro sé originale, tanto più, quando non lo vogliamo sapere, o, sapendolo, non lo vogliamo accettare. La negazione di noi è una delle maggiori cause di depressione. Depressione che conduce alla mania di persecuzione, (paranoia), che conduce alla violenza come mezzo di evasione da una insufficienza vissuta come una gabbia. L’alcool sembra guarire la depressione perché sotto effetto tutto si semplifica, però, l’effetto semplificante dell’alcol passa, ma, la negazione resta. Il che significa che l’alcol è la medicina che prima illude e poi delude. Alla constatazione, si innesta il giro vizioso di chi, non volendo o non sapendo risorgere da sé stesso in altro modo, allontana la delusione ricorrendo costantemente all’illusione, ma a questo punto, l’alcol serve solo a sé stesso.

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Come per tutte le droghe, d’altra parte. Una volta presa la ragione fisica e psichica dell’individualità per mezzo dell’alcol, la malattia che è stata la culturale negazione di noi, sarà costantemente “guarita” da un’alcolizzata negazione di noi. Tornare daccapo, è sperimentare daccapo la vita: è tornare come i bambini che assaggiano la vita, allo scopo di dargli il nome che distingue ciò che a loro è giusto e/o sbagliato. Per sperimentare sé stessi non occorrono dei grossi muscoli, tutt’al più, occorrono delle grosse palle. L’ideale sarebbe poter avere grandi muscoli e grosse palle, ma, non da oggi abbiamo capito, che nella vita non si può avere tutto! Se può consolare, di per sé, nessuno ha delle grosse palle. Le palle ci diventano grosse, solo se troviamo il coraggio di affrontare le bestie che ci dilaniano: i dolori e gli errori.

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Giugno 2006

Siamo state due stronze? Si e no.

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Mio caro: l’atteggiamento che hai avuto con tua madre stamattina mi ha irritato. Passerei oltre se ti vedessi ancora bambino. Vedendoti prossimo uomo, non posso. Ogni volta ha dovuto pagare delle salate bollette, per anni, tuo padre si è sempre chiesto cosa avevamo di tanto importante da dirci, tua madre ed io. Meno male che non ci ha mai sentito, perché era di lui, che quasi sempre parlavamo. Parlavano, forse non rende bene l’idea. In effetti, lo squartavamo; e senza anestesie di sorta. Non solo lui od altro, a dir la verità, ma, di lui in particolare modo, e con particolare ferocia. Non ferocia cattiva, ma non per questo senza spargimento di sangue. Per un niente in tutto che è stata un’ironia di tua madre, oggi, però, ti sei eletto difensore di papà, e ci hai detto (a tua madre in particolare) che lo stavamo criticando ingiustamente, e che tua madre doveva dirmi tutte le cose, prima di parlare. Giusto?! Si e no. Giusto, nel sapere tutte le cose prima di parlare, ma, sei sicuro di poterti dire di sapere tutte le cose? Secondo me, no; ed ora provvedo. Per anni (saranno almeno una ventina) tua madre ha travasato su di me non pochi dissidi, malesseri, ombre: ed io ascoltavo. Qualche volta dicevo. Qualche volta aggiungevo. Qualche volta chiarivo. In virtù di questo, il saluto di fine telefonata, era più leggero di quello iniziale.

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Questo, cosa vuol dire? Questo vuol dire, che alleggerendo lo spirito di tua madre, quelle telefonate hanno contribuito a reggere il suo compito di donna e di moglie, e che alleggerendo quel compito, gli hanno permesso di reggere ulteriormente la sua presenza presso i figli. In definitiva hanno contribuito a salvare un matrimonio, ed hanno contribuito a tener unita una famiglia. Allora, ti pare ancora gratuitamente stronzo verso tuo padre il nostro comportamento, o è stata stronzagine necessaria? Non te ne parlo per menare vanto, ma giusto per darti di che riflettere, prima di parlare. Quando sei andato a riprendermi la borsa, tua madre mi ha detto che stai rovesciando su di lei delle costanti ostilità. Hai vent’anni. Alla tua età, li ho avuti anch’io verso mia madre. Ricordo una volta di avergli dato della cretina. A mia madre! Se c’è un inferno, lo merito anche fosse solo per quello. Non so se sia una giustificazione: ero imbecille! D’altra parte, era lei il principale riferimento per la crescita della mia identità di uomo. Ed era lei, che dovevo distruggere, per diventare me.

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Che idiota, che ero! Era della cultura e/o un modo di vivere che non mi apparteneva, che dovevo distruggere, non, lei! Lei, però, era quella che in quel dato momento della mia storia, rappresentava quello che dovevo distruggere. Così, si è presa i pugni che in alcun modo doveva prendersi. Solo simbolici, per destino o per fortuna, ma non per questo, meno dolorosi da subire. Nel vedere te, ho rivisto me, senza padre, se non lei. E’ ben vero che tu non sei mica orfano! E’ anche vero, però, che l’influsso educativo paterno viene molto dopo quello materno. Nei primi tempi di un figlio, la madre è anche padre. Tanto più, quando ai figli capitano delle madri psicologicamente forti, o con altre parole, determinanti. Considero carattere maschile, la determinazione della propria volontà sulla vita altra. Pur avendo particolare femminilità, tua madre è sempre stata un maschiaccio, e quindi determinante, e quindi padre. Allora, per la visione che ho della tua età, e per la visione che ho di tua madre, mi viene da pensare che i tuoi conflitti verso di lei, altro non sono che i normali conflitti che ogni crescente manifesta contro l’autorità. Per trovare la propria, lo deve. Non tutti, agiscono allo stesso modo verso l’autorità, ma limitiamo il discorso a noi.

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Tu dici che a tua madre non gliene frega di niente e di nessuno. C’è del vero, in quello che dici. Almeno per quanto riguarda il suo aspetto caratteriale di prevalenza, appunto, il maschile, che rende, direi necessariamente, egocentrici. Il potere paterno, infatti, è per sua natura, centrale; non per niente lo è il suo Io. Oltre che uomo, però, tua madre è anche donna. Come tale, nutrice. Come nutrice, maestra di sentimento verso la vita. La tua accusa, quindi, se da un lato è giusta, dall’altro, è profondamente ingiusta. O meglio, è lacerantemente ingiusta. Ti ricordo bene da bambino! Eri uno spacca coglioni di rara capacità, ma, per la situazione che t’ha colpito e che ben conosci, non ti si poteva dire nulla! Una qualsiasi opposizione, infatti, poteva scatenare delle pericolosissime ansie, e questo, peggiorare le tue forme asmatiche. Per anni, allora, tua madre, altro non è stata che il materasso sul quale scalciavi le tue emozioni; emozioni distruttive, appunto perché senza alcuna forma di inibizione. Tu non prendevi pappe da lei. Tu prendevi vita! E tuo padre non c’era. Non sai, perché non ci fosse, ma perché ai padri, non mestiere adatto, il far da nutrice; perché i padri devono andar a lavorare.

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Adesso che sai un qualcosina di più su tua madre, sei ancora dell’idea di prima? In tua madre, il conflitto fra il carattere maschile ed il femminile ha preso lo stomaco. E’ una somatizzazione, molto probabilmente. Il saperlo, però, non necessariamente significa guarirla. Non ci credo, ma, forse, lo potrebbe un’analisi di anni. Il guaio è, che lo stomaco di tua madre potrebbe colassare prima di finir l’analisi. Se l’ipotesi avvenisse, come la metti? Mente e stomaco di tua madre, trovano guarigione allontanandosi periodicamente da voi. E qui, succede un po’ quello che è successo fra me e mia madre; colpivo lei perché lei era fra me e quello che dovevo veramente distruggere. Vostra madre, colpisce voi, (allontanandosi) perché voi siete proprio davanti a quello che in effetti dovrebbe distruggere per guarire. Ciò che dovrebbe distruggere, è quell’infinito e commisto insieme dei fattori che l’hanno incanalata in quello che è e che fa, ma, non secondo la verità della sua identità, bensì, secondo la famigliare e/o sociale che l’ha formata. Hai presente che grovigli dovrebbe sciogliere un ipotetico psicologo per tua madre? E mica lo deve fare in una bambina, vero?

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Lo deve fare in una donna, che ti può lessare uno psicologo, ancora prima che tu finisca di fare una pisciata, mio caro! Giunti al punto, sintetizziamo! Tua madre t’ha portato agli anni che ti ritrovi. Sia pure a vista, il risultato non mi pare male, pertanto, sei in grado di camminare con le tue gambe anche se non c’è l’hai sempre dietro il culo, anche se non ti è sempre a tiro di braccia! Tua madre è costantemente lacerata fra il bisogno di essere presso di te, (e non di meno di tua sorella, a te minore d’età anche se con il suo bel caratterino) ed il bisogno di essere anche per sé! Si ritrova così a dover scegliere (da debole perché malata) fra due bisogni di sopravvivenza: il vostro ed il suo. Domandatevi, figli, chi amate di più, e saprete di chi è, il bisogno maggiore.

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Dicembre 2007

Lasci ogni speranza chi pensa di restare fuori

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La vita amalgama l’animante con l’animato solo per affinità di Spirito. Naturalmente, ognuno da, fa, ed è, quello che può, ma lo stesso, lasci ogni convinzione chi pensa di escludersi  dal compito di essere coscienza che anima coscienze. Con l’affermazione intendo dire che andando verso la vita non possiamo restare come siamo (qualsia individualità si sia) neanche volendolo. La presa d’atto di ogni informazione, infatti, non può non mutare il pensiero dell’informato a nuovo: ne sia cosciente o no. Ogni conservatore dell’identità che è, pertanto, perda la speranza di restare così. Non ho mai creduto che fosse complicato capire questo concetto, ma il commento di un offensivo e multiforme infelice (confido nel forse) m’ha costretto a ripensarci.

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Caro Grillo

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Ti pregherei di considerare l’idea che ti mando: può rendere il movimento molto più duttile. Immagino il Movimento come il concetto di camicia e i grillini come indossatori. Ora, nessun grillino è contrario alla camicia ma non tutti gli indossatori hanno lo stesso petto! Da questo, il rifiuto di indossare le misure non adatte. Inevitabili le lacerazioni della camicia se obbligati; ed è quello che sta succedendo! Come venirne fuori? Secondo me, confezionando la camicia 5Stelle in tre taglie: la contestualmente conservatrice, la contestualmente mediatrice, la contestualmente oppositrice. Ogni attuale iscritto si iscriverà alla “camicia” che gli è adatta. Farà così, ovviamente, anche ogni futuro simpatizzante. Così facendo, maggiorerai, non solo la democrazia interna ma (pensando e sperando) potresti diventare esempio di ulteriore condotta anche per quella esterna. Ti lascio con un abbraccio. Vitaliano nel reale e lettereperdamasco.com nell’ideale. Dimenticavo: ogni dissenziente (come ogni altro futuro aderente) potrà passare (su preavviso) da una corrente a un’altra. Così permettendo, quelli che decidono di ricoverarsi nel Gruppo misto, altro non faranno che perdere completamente la faccia!

Datata

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Aggiunta in data Luglio 2121 – Quanto vedo e leggo del Movimento mi fa il Sansone che se ne sbatte le palle del Tempio e dei Filistei che hanno voluto la fogna che l’han fatto diventare: ci annegheranno! Con quelli che non l’hanno voluto condivido la compassione che sta facendo annegare me.

In articulo mortis

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Al capezzale dell’Ammalato che sa terminale già alla diagnosi, la Medicina cura il curabile, agisce il possibile, e rifiuta l’impossibile.

Lo rifiuta per più motivi. In prevalenza:

*) Perchè la Medicina non accetta che la Malattia prevalga sulle sue conoscenze;

* Perché non accetta l’altrui dolore, tanto quanto non accetta di sentirsi impotente;

*) Perchè sta via via diventando la cura ricostituente per degli indeboliti interessi: vuoi scientifici, vuoi umanitari, vuoi di cassa, vuoi per quanto vuole o può.

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Non mi si venga a raccontar banane! Nelle malattie incurabili, la Medicina sa, pressoché da subito, quale sarà l’esito finale e (almeno statisticamente) quanto tempo ci metterà a giungere. Nel terminale che ho seguito si è sbagliata di qualche minuto! Sapendolo da subito, a cosa deve l’inutile insistenza di una perseguitante assistenza? All’ammalato lo deve per aiutarlo nel suo desiderio di vita, o al caso, per contrastare la sua paura della morte. Ai parenti dell’ammalato, lo deve per contrastare la paura della morte nolentemente proiettata dalla condizione dell’ammalato (e/o della gravità della malattia) oltre che insita nel pensiero che il Principato e la Religione hanno formato se è andata bene, o deformato se è andata male! Lo deve al pensiero odierno (sulla Medicina) perché condiziona l’esistenza di quello futuro. Lo deve al multivalente bisogno di sviluppare il sistema “Cura”. Lo deve al proseguimento di quanto detto in apertura per quanto riguarda il Medico. Lo deve per ausiliare delle speranze che sono decisamente meno fallaci quanto e/o dove e/o come contribuiscono al condizionante mantenimento del suo Potere.

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Quanto sostengo è sotto gli occhi di chi non ha paraocchi. Dovrebbe esser messo, anche sotto gli occhi di chi non è in grado di vedere, non vuole vedere, o ha interesse a non vedere, vuoi per incosciente buonafede, o vuoi per cosciente o incosciente malafede. Non da oggi sappiamo che ci sono terminali così disperati da invocare la fine definitiva della loro esistenza. Per chi la chiede (e senza fargliela diventare un calvario) si attui quell’invocazione: in proprio o comunque ausiliata non fa la differenza ultima. A più, vi è differenza nel ragionare su lane caprine! In quegli estremi casi, che fa la Medicina? Direi un insieme di quanto sopraddetto. Che fa lo Stato? Lo Stato fa quello che dice la Chiesa. Che fa la Chiesa? Fa quello che fa fare allo Stato. Che fa Dio? Fa quello che lo Stato pensa di Dio. Che fa la Chiesa di Dio? Fa quello che ha consigliato a Dio di dire. Il non credente mi perdoni per aver coinvolto quella somma Figura. Ci faccia caso in virtù di discorso. Sapeva (l’ammalato che invoca misericordia) che la sua malattia era incurabile? Se lo sapeva, per quali convinzioni si è ritrovato, senza più forze, solo alla fine del vicolo?

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Non è che la Medicina e/o i sui Parenti gli hanno fatto credere che si può sperare, che la medicina fa progressi, che ci sono sempre nuove scoperte, che esistono i miracoli, che non si sa mai, ecc, ecc? Credere e sperare è umano. Disumano e disonesto, è far credere e sperare oltre ogni ragione! Giunto al punto, lascio Dio nell’empireo che merita per fede dei credenti, e mi metto a guardare cosa potrebbero fare la citata Medicina, il citato Stato, e la citata Chiesa. In primo non cedere alla tentazione di mettere bocca nelle cose della vita! La vita ne sa più di tutti, sia quando e quanto deve amare, sia quando deve finire, sia quando e come ha dato, e sia quando, man mano, toglie ciò che ha dato! Una Medicina veramente e totalmente votata al giuramento che moralmente la regge, dovrebbe, nell’assistenza dei casi ultimi, garantire ogni cura contro il dolore mentre la vita opera quanto deve alla cura, togliendo vita alla malattia. Alla Medicina ricordo che l’Ammalato cosciente di sé è una tremebonda vittima (o pittima) solo se la rendiamo tale! Sempre a mio vedere, allo Stato il dovere di garantire un’amorevole assistenza: domiciliare o no che sia.

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Alla Chiesa, il compito di dire sulla vita, ma non sino al punto da condizionare l’arbitrio dello Stato e del Cittadino! Non sino al punto da ombrare con il suo spirito, l’opera dello Spirito. Se ancora crede alla Parola, la Chiesa che vuole tornare universale (non solo a parole) deve rifiutare quella tentazione! Mi si sta dicendo: ma togliendo ogni malattia all’ammalato, la Vita gli toglierà anche la vita! Ormai secoli fa, questo dubbio me l’ha posto anche l’Amato. Se mangio, m’ha detto, do da mangiare anche alla malattia! Dipende da dove ti volgi, gli ho risposto: se verso la vita, o se verso la malattia. Da allora amo i girasoli.

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A proposito di Giove e di Ganimede

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Chi legge questo scritto collochi Dio al posto di Giove. Al posto di Ganimede, invece, collochi il Magistero religioso: maschile o femminile che sia. Nell’immagine si vede Ganimede che, dopo essersi castrato, allontana da sé i naturali attributi della sua sessualità. L’immagine dunque ci dice che per amare pienamente un principio Sovrano è necessario allontanare dalla propria umanità ogni vincolo naturale. Quanto ha fatto Ganimede, così (onde essere maggiormente con_fusi con il Principio della vita e i suoi principi) fa il Magistero religioso. Se è ben vero che Ganimede ci rinuncia per libera scelta, così non è attualmente vero per i Castrati per Magistero. Non per ultimo, è anche vero che nessun Castrato per eletti motivi riuscirà in toto, ad allontanare da sé i dolori (e gli eventuali errori) conseguenti alla privazione della parte di sé che naturalmente fonda l’umanità. O meglio, riuscirà ad allontanarli tanto quanto l’idea adottata riesce a compensargli la rinuncia. Dove non ci riesce, (e non perché Dio lo chiede) la Castrazione perseguita a favore del principio è una lacerazione costantemente aperta. Come tale, fonte di Dissidio sia nella Natura, sia nella Cultura, sia nello Spirito.

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l Dissidio (o meglio, i dissidi) conseguente alla castrazione viene certamente meno patito da identità sessualmente tiepide già per Natura, e/o già per Cultura, e/o già per Spirito. Nelle identità non sessualmente tiepide, invece, la rinuncia premiata dall’ideale è costantemente sotto assedio. Ci sono identità che sanno resistere. Ci sono identità che subiscono l’invasione dei piaceri allontanati. Che genere di Magistero possono servire gli invasi da non vinte emozioni? Quello formale quando non ipocrita? Come disse un personaggio di un film sulla Clausura femminile “i problemi (sessuali) sono nei primi trentanni”. Ma la virtù che comincia a dominare l’essere dopo quel tempo, è una virtù che vedo più con_vinta che con_vincente. Di più potrebbe con_vincere se il Magistero vivesse un’umanità che ora (casi a parte) conosce (e giudica) solo con parole avulse dalle corrispondenti emozioni.

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Ascolta Israele

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Lungi da me l’idea di dubitare sulla tua elezione, al più, ricordarti che “eletto” è aggettivo che definisce uno stato di vita assoluto e che vi è un solo Assoluto. Noi, invece, nell’Assoluto, siamo stati di infiniti stati, quindi, eletti tanto quanto gli siamo prossimi e non eletti tanto quanto non prossimi. Della vita, sia come Immagine che come Somiglianza, assoluti principi sono il Bene per la Natura (corpo della vita comunque effigiata) il Vero per la Cultura (pensiero della vita comunque raggiunto) e il Giusto per lo Spirito: forza della vita comunque agita. Visto così le cose, e vista così la tua vita, quanto può dirsi oggettivamente eletta la tua condizione, o quanto formalmente fissata dal tuo crederlo? Certo: è domanda da rivolgere anche al restante mondo, ma da qualche porta bisogna pure ritrovare il bandolo della matassa, e se a domandarsi dove sia non cominciano gli Eletti, chi mai dovrebbe farlo? Quelli che “non sanno quello che fanno”?

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In ragione del loro stato di spirito

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Lo Spirito della vita non è una identità: è una potenza. In ragione del loro stato di spirito, anche gli spiriti sono potenze. Della potenza, però, conservano l’identità che sono stati, tanto quanto corrispondono con questo stato della vita. Corrispondono con questo stato della vita, tanto quanto subiscono un desiderio non rassegnato della vita e della vitalità che sono stati. La vita ulteriore si libera da quel desidero, tanto quanto sanno (possono e/o vogliono) elevarsi al principio della vita: lo Spirito. Cominciar a elevarsi dal desiderio di questo piano della vita già nella nostra, certamente aiuta. Di ogni persona sappiamo la parte identitaria più nota, ma nulla sappiamo su quello che è diventata per la parte non nota. Sostenere quello che ora sono, (ad esempio, santi o beati) si basa solo sul desiderio della chiesa di aver santi o di beati, e/o di poter sostenere che il suo magistero origina santi e beati oltre che servi. Ben vengano i Servi: la vita ne ha bisogno. Ben vengano anche i beati e santi visto che la chiesa ci tiene. Ben vengano tutti se proprio si vuole, però, solo se usati come fonte spirituale del magistero del vero che è nel bene!

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Di negativa spiritualità, il magistero che strumentalizza quegli spiriti per lo scopo di assoggettare il nostro spirito! L’intento “non sarà perdonato”. Mi venga un accidenti se mi ricordo chi l’ha detto! Doverosa precisazione: solo dopo aver scritto questo pensiero (è di qualche tempo fa) mi sono reso conto di non esser stato preciso. Sono preciso dove sostengo di non aver mai visto nessuna apparizione spiritica. Non preciso quanto sostengo perché, a livello di visione mentale ne ho visti a josa. Pochi i riconosciuti. Molti gli sconosciuti. Mi apparivano (come fosse una schermata) all’interno della fonte. Pochi mi guardavano. I più, guardavano oltre me: verso destra. Delle tante, solo una mi disorientò. Diversamente dalla altre che provenivano dalla mia sinistra, questa mi apparve proveniente dal basso. Potente e di per sé prepotente l’identità di quella potenza. Mi guardò (dritto negli occhi) come se avesse avuto il bisogno di guardarmi e/o di farsi guardare. Non lo riconobbi subito perché di un’impronta virile ben diversa da quella sottomessa all’ecclesiastica sottana. Come venne dal basso, verso il basso se ne andò. Se per basso intendiamo inferi e/o derivati, proprio non mi parve proveniente da quei luoghi l’ex don Luigi. Nel suo volto, infatti, non vidi traccia di sofferenza da colpa: vidi solo certezza e raggiunta accettazione: quella di chi, ancora è, quello che è.

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Padre: immagine e somiglianza.

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Degli edifici che in crescita mi hanno fatto abitare mi sono rimasti i diroccati, ma ancora mi pongo domande su quanto resta.  Non ho pretese di risposta.

La corrispondenza di stati fra Natura, Cultura e Spirito è vita. Il principio dell’uguaglianza è dato dalla corrispondenza fra un’immagine e ciò che gli somiglia. Secondo questo principio, dato ad ognuno il proprio stato e secondo lo stato del suo stato, la vita che è dell’ultimo (l’immagine originata) non può non essere a Somiglianza dello stato del Principio della vita: Immagine originante. La vita del Principio, allora, ha gli stessi stati dell’Immagine che è a Sua Somiglianza: Natura, Cultura e Spirito. La corrispondenza di stati è vita sia nello stato supremo che nell’ultimo. La vita, quindi, è l’Immagine della vita sia dello stato principiante che dello stato principiato. L’identità della vita conseguita dal Principio è data da ciò che sente la sua Natura per quanto sa la sua Cultura ed in ragione della forza del suo Spirito. Se così è per la Somiglianza, così non può non essere per il Principio di ogni immagine a Sua somiglianza.

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Il Bardo Todol

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Secondo la Cultura tibetana nel Bardo Todol sono scritte le stazioni di viaggio dell’anima diretta verso l’Anima del mondo soprannaturale. Per giungere a questa, l’anima in viaggio verso l’Universale dovrà spogliarsi di ogni umano residuo. Lo potrà, ascoltando le proprie emozioni: l’emozione è la parola della vita che dice sé stessa. Lo potrà, inoltre, tanto quanto sarà in grado di verificare (per adottare e/o rifiutare) la condizione di presa emotiva che una data anima ha conservato (intende conservare o rifiutare) della precedente. Questo libro è valido solo per i Tibetano? Purché lo si traduca anche secondo il nostro linguaggio, direi di no. In questo tentativo ho sorvolato sui particolari di quella Cultura (riti e preghiere) vuoi perché ad ogni fiore la sua terra, vuoi perché avrebbero appesantito il discorso che mi prefiggo: rilevare delle similitudini fra quel pensiero spirituale e il nostro, ragionando secondo Spirito. Lo Spirito è la forza della vita che si origina dalla corrispondenza fra una Natura e la sua Cultura, e la Natura e la Cultura dello Spirito della Vita. Per Natura intendo la vita comunque formata; per Cultura, intendo il pensiero comunque ideato; per Spirito, intendo la forza della vita comunque agita.

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Pensando allo Spirito come ad una potenza, la nostra esiste perché al principio esiste la Potenza. In quanto principio assoluto, la Potenza (o Spirito) è uno stato della forza assolutamente unitaria. Ciò che gli è Natura, Cultura e Forza, (Potenza o Spirito) quindi, è di inscindibile stato. Vano quando non vanesio, ogni tentativo di teologica e/o mistica conoscenza. A mio credere e comunque lo si nomini, il Principio della vita è ragione della speranza, non, della conoscenza. Per dire l’assoluta conoscenza della speranza nel Principio, basta e avanza l’Amen (il Così sia cattolico) e l’islamico Inshallah. Non conosco l’equivalente ebraico. Mea culpa. Secondo il pensiero tibetano, la Potenza si manifesta a fine viaggio come massima Luce. Come la vedremo, se, in quanto spiriti, non avremo occhi per la vista e neanche orecchio per l’udito? A mio pensare, la “vedremo”, come il sordo – cieco sa che c’è il sole perché, sentendone il calore, lo immaginano come la luce che i vedenti gli hanno descritto. Paragonando i vedenti a credenti, i non vedenti che generalmente siamo (sia in questo Bardo todol che nell’ulteriore) “vedranno” quello che i credenti hanno detto circa la Luce, ma anche i credenti, nei confronti della Luce sono ciechi, perché, per quanto possano elevare l’immaginazione, altro non possono vedere se non ciò che pensano.

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Di quella Luce, quindi, al più, vedranno e insegneranno sprazzi di verità. Sempre che non siano, quegli sprazzi, una fanatizzata emissione delle loro verità.  Dicevo innanzi che lo stato della vita è composto da tre stati di vita. Si può dire, allora, che ad ogni stato della vita (sia in questo che nell’ulteriore) corrisponde il suo Bardo todol. Avremo così, il Bardo todol naturale, il culturale e lo spirituale. Dicevo anche che, vita, è corrispondenza di stati, non solo fra i propri, ma anche fra i propri e quelli propri a chi vive sia in questa realtà che nell’ulteriore. Nella fase naturale del Bardo (come nella fase culturale e spirituale di ambo gli stati della vita) il prevalere delle emozioni legate al corpo, (o alla mente, o allo spirito) ci dirà quale è (o sarà diventata o ci rifiuteremo di diventare) l’identità raggiunta. Lo stato dell’identità prevalentemente raggiunta, ci dirà in quale collocazione troveremo posto presso la Luce. Sarà prossimo tanto quanto diventeremo luce (chiarezza nella Verità) e non prossimo, tanto quanto lontani (quando non avversi) alla Luce. Parlo di prevalente identità e non di identità, perché, la vita, essendo corrispondenza di stati, non ha e non è uno stato fisso, se non come principio.

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A distanza di decenni

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A distanza decenni dalla scelta della favoletta Nan – in e il Professore (per caso, l’avevo letta non da bambino, in un sussidiario per bambini) mi rendo conto che la sua morale può risultare eccessiva sia per chi apprende che per chi insegna. Sottintende, infatti, che il pedaggio che permette di giungere ad un rinnovamento sia il sacrificio di conoscenze acquisite magari con fatica quando non con dolore. Succede quando non ragioniamo secondo vita. La vita, essendo corrispondenza di stati, implica, invece, che non vi sia chi si sente gravato oltre misura, e neanche vi sia chi grava oltre misura.

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Domande prima del Tutto

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Quando l’Amato m’ha chiesto cosa succederà, dopo, mi sono ritrovato con la mente assolutamente vuota, eppure, avevo già letto migliaia di libri. Dove i libri hanno mancato la loro funzione, ancora una volta non l’ha mancata il cuore; e il cuore m’ha suggerito la risposta: non so cosa succederà dopo. Pensa solo che ti amo. All’epoca, mai affermazione mi è parsa tanto insufficiente. Con l’andar del tempo, invece, ne ho capito tutta la saggezza. Fu saggia, non solo perché ha confermato un sentimento (e, dunque, dato sicurezza ad una finale debolezza) ma anche perché ha ancorato la mente di quella persona (e, per inciso, anche la mia) all’interno di un fatto concreto: gli atti d’amore che hanno strutturato il comune sentimento, e scritto la comune storia. Fermando quella mente all’interno di quel fatto (ed in questo proteggendola dall’ignoto che incombeva) credo di aver ottenuto un duplice scopo:

*) sia nel mio che nel suo caso, ho dato funzione esistenziale a chi temeva di non averne avuta alcuna;
*) ho allontanato la paura del dopo (o quanto meno l’ho attenuata) pur non avendo risposto alla domanda.

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Mi si chiederà (come me lo sono chiesto anch’io) ma come si fa ad amare la vita quando non si sente che dolore? Direi che si torna ad amare la vita, tanto quanto ci rifiutiamo di sentire solamente il dolore. Non è certo per mero egoismo che dobbiamo rifiutare l’ascolto del dolore nei casi di lutto, ma perché il dolore è conseguenza di un erroneo intendere ciò che è giusto, sia per la vita che ci ha lasciato, sia per la nostra. Il dolore, infatti, è male naturale e spirituale da errore culturale. Quando ci allontaniamo dal dolore che ci è causa di morte, ci par di allontanare chi abbiamo amato. Ci sentiamo come se morisse ancora una volta, e quel che è peggio, la seconda volta a causa nostra. Che vi sia allontanamento è indubbio, come è indubbio che il motivo allontanante non è l’allontanamento dell’amore ma quello del dolore. La dove vi è dolore, infatti, non può esistere il bene. Se un trapassato ha bisogno dl nostro dolore, è chiaro che non vuole il nostro bene. Non volendolo, è chiaro che non ci ama. Liberarsi di ogni ricordo di quella morte, quindi, oltre che doveroso è necessario.

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Diversamente, il trapassato che ci ha amato e ci ama, non può non augurarsi che allontaniamo da noi il dolore, appunto perché non è quello che vuole ma il nostro bene. Non solo. Siccome l’amore non può coesistere con il dolore, tanto quanto avremo dolore e tanto quanto favoriremo l’allontanamento da noi del trapassato che ci ama. Tale favore lo aiuterà a liberarsi dai legami con questo mondo. Ogni volta stiamo male, quindi, o abbiamo vicino un trapassato che è nel male e lo persegue, o non abbiamo vicino il trapassato che è nel bene e lo persegue. Stante le cose (sempre a mio conoscere, ovviamente) a che ci serve e/o a che serve il dolore se questo ci allontana da chi ama e non allontana da noi chi non ama? Con questo non voglio dire che sia giusto andar a ballare il giorno stesso di un funerale, bensì, che dopo aver accompagnato una vita al suo principio, è giusto rivolgere il nostro pensiero verso il bene, non, verso il dolore. E’ giusto farlo perché nel bene troveremo tutto ciò che è e da vita, mentre nel dolore, non troviamo che dolore. Naturalmente, ad ognuno le sue scelte, e nelle proprie scelte, le consone misure.

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La Caduta e il discernimento dei primevi prima e dopo la caduta

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La separazione dal Principio del bene senza dubbio fu un male, ma, se quel male principiò la vita anche secondo quella dei Primevi, la si può dire solamente male? Direi che la si può dire solamente male se la separazione fosse stata fine a se stessa, ma, siccome nel bene e nel male principiò la vita che è, necessariamente, non può esserlo stata; a meno che, la vita che è, non venga pessimisticamente sentita, (quanto interpretata), solamente o prevalentemente come male. La lettura del fatto ( come di un qualsiasi fatto ) dipende anche dallo stato di spirito di chi l’interpreta. Ad esempio: chi vive la sua vita come una condanna, tenderà a condannare, direttamente o per interposta persona (soggetto umano e/o divino che sia) o l’atto, o il fatto o la persona che a suo giudizio gliela fa vivere (e per elevazione di motivi fa vivere quella di altri) da condannato.

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Diversamente, chi vive la vita con amore tenderà a comprendere il tutto secondo questa misura. La vita come condanna già dal Principio e la vita come amore già dal Principio dicono l’identità dello Spirito della vita sia dei Profeti del vecchio Testamento che del Profeta del Nuovo. Certamente non sappiamo quale sia stato l’intimo stato personale e spirituale dei Profeti della Vecchia Alleanza e del Profeta della Nuova ( o se sappiamo non siamo in grado di verificarne l’effettiva sostanza ) però, possiamo sentirlo attraverso le emozioni che ci comunicano ciò che di loro ( direttamente o indirettamente ) ci rimane. Se ciò che apprendiamo di ciò che ci rimane lascia in pace il nostro Spirito e, comunicando, non alteriamo quello altrui, vi è verità. Diversamente, vi è errore tanto quanto non lascia in pace ne il nostro spirito e ne quello con il quale comunichiamo.

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L’Annunciata del Messina

Su l’Annunciata di Antonello da Messina, la giornalista Chiara Gatti de “la Repubblica”, scrive: ” … la figura dell’angelo è tuttavia evocata dal gesto della Vergine, che (colta di sorpresa durante la lettura del suo libro di preghiere) con una mano si chiude il velo, mentre con l’altra sembra stabilire un contatto.” La signora Gatti, inoltre, sostiene che nell’eliminazione della figura dell’angelo, “Antonello sconvolge la tradizionale iconografia dell’Annunciazione”. Perché l’Antonello non ha dipinto l’Angelo? Due, i possibili motivi:

*) una non convenzionale concezione iconografica;

*) una non convenzionale concezione degli angeli.

La non convenzionale concezione degli angeli, sempre a mio avviso, gli ha permesso di comporre una non convenzionale concezione iconografica. Quale, la non convenzionale concezione iconografica dell’angelo? Se la precedente lo rendeva visibile, il Messina l’ha reso invisibile. Perché? Perché gli angeli sono spiriti, quindi, invisibili perché senza corpo. Se sono invisibili perché senza corpo, su quali basi sostenere angelica, quella presenza? Mi si dirà, ma, per quello che ha detto? E, dove è scritto, che quello che può dire un angelo, non lo può dire, o quanto meno recitare uno spirito non angelico? Guardate la Vergine:

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anche lei sta dubitando. O meglio, lo sta facendo il Messina, e c’è lo sta dicendo per mezzo dell’opera. Come? Dove? Fate caso: sulla Vergine cade una luce, ma quella luce non cade nella stanza, (lo sfondo) che infatti è buia. Allora: nella stanza buia, la Vergine sente una voce. Come, sente una voce, mi direte? E, certo! Oltre perché invisibile, come poteva vedere l’angelo, in una stanza buia! La Vergine che sente una voce si chiude la veste perché sa di non essere sola. Lo fa per paura? Il volto della Vergine non lo dice. Ne ricavo, quindi, che è atto del pudore.

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La mano, infatti, chiude il velo sul petto. Nel petto vi sono le mammelle. Le mammelle servono all’allattamento. Si può anche dire, allora, che la mano che chiude il velo, chiude anche la possibilità dell’allattamento. Chiudere la possibilità all’allattamento, è chiudere la possibilità di nutrire una vita, o un’altra vita, o la vita. Quello che chiude la mano sinistra, lo lascia aperto, però, la mano destra. Perché? Ipotizzo una risposta alla fine di questo “percorso”, ma, fra le righe.

Gli occhi della Vergine sembrano guardare verso destra.

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Perché? A mio avviso, perché la voce gli arriva dal buio, (notorio colore della non conoscenza, e/o della non coscienza) e, alle sue spalle, da destra. Nel segno del Crocefisso, la destra è il luogo della santità dello Spirito. Si, ma anche di uno spirito? Ad una lettura simbolica della frase dal buio e alle sue spalle, si può anche affermare che la voce gli arriva da uno scuro passato che la Vergine si è lasciato alle spalle, ma l’immagine dice anche i dubbi del Messina. Si può dire, pertanto, che la storia che il Messina dipinge si origina da un buio che si perde nel passato. Oltre che verso destra, gli occhi sembrano guardare in basso. In basso, però, non come chi vede un’immagine bassa, ma come chi, sull’avvenimento, sta raccogliendo i suoi pensieri. A parte le emozioni dette dagli occhi, il volto della Vergine non mostra altro. La bocca non sta stabilendo nessun contatto verbale, a mio vedere.

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C’è un che di sorridente, in quelle labbra; e non c’è traccia di timore nel viso. Se la bocca non comunica, comunica, però, la mano. Cosa sta dicendo, la mano? Guardatela! Non vi pare che stia dicendo alla voce: piano, fammi ascoltare, fammi capire. Capire cosa? Se accettare o non accettare la voce? Se accettare o non accettare di riaprire il velo sul petto, e quindi, di aprire la possibilità di vita, ad una nuova “voce”? Riguardate gli occhi dell’immagine! Stanno dicendo che c’è una domanda in corso, ma, proviene da una voce esteriore, o una voce interiore, quella che sente la Vergine? Anche in questo caso, la risposta della mano è: piano… fammi ascoltare, fammi capire.

Ottobre 2007

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