Io sono la tua poesia

Leggo di un teologo che si arrampica sulle vetrate per dire la sua idea di Dio. Va bè! Non mi garba, però, che ponga qualitative differenze fra fede e fede. La fede è ragione della speranza, non, ragione della conoscenza, quindi, tutte possono essere giuste come tutte erronee. Non per questo, necessariamente false. Falsa, (nel senso di ipocrita) rischia di diventarlo quando pretende di rivestire di “rinascita” le menti di altri luoghi. Sia o come sia mi scuote l’animo e scrivo. L’ho fatto piangendo: all’inizio, durante e a lungo in fine. Ogni volta la rileggo mi capita ancora.



Non tentate, non sapete, non potete: io sono quello che sono.

Sono la Parola. Sono la Forza. Sono il silenzio e la sua emozione.
Non mi trovate nei perché e nei percome.
Sono l’irraggiungibile stazione
delle vostre tesi su di me.

Io sono l’Amore.

Non sono il Divisore.
Sono chi eleva la croce.
Sono la vostra voce.

Non sono lo scranno della vostra brama di potere.
Non mi tocca la fama: nessun sapere.

Sono la Chiesa che dura.
Non mi serve muratore: nessuna struttura.

Io sono il Verbo.

Sono la vostra mano. Il vostro piede.
Sono il principio di ogni luce.
Sono dove il dissidio tace.

Sono Pazienza, Clemenza, Pietà, Umiltà, Semplicità.
Sono la vostra profondità.

Io sono il Principio della fede.
Dove il bene intercede.
Sono l’Universo che tutto contiene.
La Promessa che mantiene.
Sono acqua per la vostra sete.
Il vostro mare quand’è in quiete.

Non sono Figlio. Non sono Madre. Io sono il Padre.
Sono il senso di moglie. Non sono le sue doglie.
Sono il senso di marito.

Io sono l’Infinito.

Sono Sovranità, Libertà, Carità.
Sono l’Immagine della vita:
mio primo ed ultimo profeta.

Io sono il Basso e sono l’Alto.
Sono Larghezza e Lunghezza.
Sono Geometra e Geometria.

Io sono
la tua poesia.



Datata – Settembre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Gayenna – Memorie di un tardo adolescente

Vita o spogliata: maschera.
Dipinta o bruciata: maschera.
Gelato alla frutta cannolo o granita: maschera.
Frutta candita o candela sciupata: maschera.
Prigione o nuotare o sui libri salire: maschera.
Maschera da scenari prepari.

L’occasionale incontro con il motociclista è un mito nel mondo gayoso. Qui interpreto speranze di “piazza” e forse anche quello che mi sarebbe piaciuto vivere almeno una volta.


Dopo un saluto te ne vai con la moto: e me?
Fante, cavallo, re, o soltanto una sveltina per te?
Tutto è in sospeso. Nulla è di peso.
Anche la sera mi resta il caso,
del povero coso che hai lasciato
non più di tanto meravigliato,
se ho già dimenticato il tuo viso.
Tu sei stato il mio cavalletto,
ed io ho sbagliato petto:
questa è la verità!
E va beh! Che sarà!
Ma tutto vuoi sospeso.
Che nulla ti sia di peso.
Lasciare vuoi alla sera,
giudizio e caso.

Non mi interessano gli Adoni.
Non i fustaccioni.
Degli orsi non voglio pelle.
Non desidero sorelle.
Voglio qualcosa d’ignoto.
Niente di già vissuto.
Di superato.
Io voglio una storia,
non una memoria.
Non mi interessa che duri un’era
ma che nel durar sia vera.
Voglio un libro da leggere piano.
Con nessun arcano.
Lo voglio nel mio letto.
Tranquillo nel suo sonno.
Lo voglio un po’ arlecchino.
Lo voglio un po’ signore.
Bianca, rossa, gialla o nera,
che sia la copertina,
la mattina,
lo voglio al mio risveglio.
Lo voglio nome per il giorno.
Lo voglio attorno.
Lo voglio mio presente.
Tocco nella mano.
Sollievo alla fatica.
Lo voglio vita.
Intendo viverlo a piene mani.
Farò in modo che non pensi mai:
e se domani.

A suo tempo, più della donna ho sentito la mancanza del figlio. Con il tempo ho capito che, almeno per me, quel desiderio non era altro che “una fuga in avanti”. Così, al posto del figlio ho adottato la vita. Oltre che figli, ora, ho un’infinità di parenti: non pochi i serpenti.


Amo un uomo ma c’è un però:
appena sa dir: boobo!
Nel sorriso c’è il papà.
Negli occhi la mammà,
ma quando fa: boobo!
pare me, ma, con i suoi però.
Non pretendo di essergli il papà.
Figuratevi la mammà.
Intendo solo camminargli accanto.
Solo intendo dargli il mondo.
Si farà grande. Si farà domande.
A suo tempo gli risponderò,
ma, con dei però.
Si, lo so!
E’ un amore prematuro.
E’ un amore da futuro, però,
fra le mie braccia non c’è alcun ma.
Fra le vostre si vedrà.

Mi hai lasciato
amante ambrato
malinconia
nella mia via.
Nulla di definito
ma la povertà
è già il dito.
Così, t’ho cullato con amore!
Così, ho visto cancellata
ogni traccia del timore.
Forse per questo
ti sentirai straniero meno palese
perché dello stesso paese
almeno la notte.


Come mai, tu, meraviglia del creato
ti sei trovato a seder piantato
a causa di uno scipito sbarbato?
E’ presto detto:
ci si ritrova col cuore rintronato
ogni volta la passione fa rima con melone ma
alzi la mano chi non ha mai sbucciato,
l’amaro frutto dell’errore.
Chi non ha ascoltato prima del passo,
il suono fesso dell’apparenza.
Ti consoli un pensiero:
senza quella fantascienza
di che vivresti con gli amici,
tu, deragliato a causa di uno smarrito
sulle tue rotaie?

Non ho mai spacciato per mio delle cose d’altri ma questa lo pare anche a me da tanto è  simil Zero.


Col dito puntato. Allo scudo avvinghiato. Siamo al solito.
Ma cosa vuoi puntare. Cosa vuoi coprire?
La paura di mancare? Di godere? Di sapere?
Cosa vuoi sapere? Se sono principessa o palafreniere?
I caci vanno con le pere
e ancora ti domandi
quale mercato offro al tuo piacere?
E’ chiaro che ti offro l’amare che non conosci.
E’ chiaro che ti offro risposte che non hai.
Io ti offro confusioni.
Forse emozioni.
Forse nulla di tutto questo.
Forse il resto.
Guardami!
Potrei essere i tuoi bisogni.
Forse i tuoi sogni.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Gayenna – Memorie di un tardo adolescente

Verona – Datate – Ottobre 2021 – Letta ma non l’ho ancora riletta.

Entri. Vai a letto. Non ti basti.


Come un cieco t’ho percorso con le dita. Pensavo di capire l’amante: ho capito la vita.


Fammi sentire il cuore. Non taccia a chi lo percorre senza guida


La mano del diavoletto passa su l’erba bagnata mentre m’invita sotto una luna spietata.


La ragione sa stare da sola. La casa no.


Tracce di sorriso sulla mappa lasciano franati castelli.


Solo il gatto si è svegliato al mio bussare Tu, che fingevi di dormire, gli delegasti il compito di mandarmi via.


Fra l’erba del parco come natura divina apparsa per mio desiderio a placare la terra.


Sei arrivato tu, a scoperchiare la mia tranquillità. Come un notturno sorpreso dalla luce, ho urlato per il dolore e per la meraviglia.


Ti so affamato ma lo stesso l’anima mia cincischi: svogliato.


Complice un vino della malora ti ho amato come non avrei detto allora.


Situazione vuole che l’occhio dell’amante sia la lente che dell’età che passa vede ciò che era e non ha vissuto. Tanto che sogna un contenuto che altro non è ciò che bramava fra sé e sé.


Non si sente un filo di sera. E’ giunta prima la notte.


Che palle, il Natale! Così, in quanto parte lesa, non sono andato in chiesa. Sono andato, invece, nel solito giardino. Maree di stelle, a volta sulla scalinata. Ai lati, gli alberi stavano, dalla notte compresi.


Il fato ghignava mentre lo seguivo con passo felpato. Non m’aveva visto. Forse fingeva. L’ho seguito nella mossa sospeso sino a che la notte ha chiuso.


Sono a letto con una giovinezza vaga di tetto e di legge. Sono veglio: ho bisogno di verità. Lui ci dorme.

Ancora carcerato carceriere. Lo rileggo nel mio canzoniere.


Venti sigarette dopo. Sono cinque di mattina. Lo mando a fanculo o rovisto il baule?


Vorrei sempre originale il mio peccato di gola ma la parola – t’amo – è una nota sola.


Se ti dicessi che mi sento sospinto come appena al di sotto del filo di un’acqua non mi diresti: non è immagine un po’ vecchia? Allora, com’è che non muore?


Hai conosciuto da poco i miei gravi sospiri e di già come fantastici hai definito i miei pensieri. Chi potrebbe darti più di vent’anni?


Ho visto in un canto un cavallo di balsa. L’ho visto privo di biada.


L’idea della giovinezza (riuscire a cambiare il mondo con la forza del suo spirito) fa persino tenerezza se solo penso alla fatica che fa per alzarsi dal letto.


Ti avevo detto che non scrivevo più. Non è vero. Tutto mi torna a fiorire non appena la vita mi bagna.


Ci hai provato, provato e riprovato. Tremi, vero? Ti basti la lezione: i polli non sono rapaci.


I tuoi occhi di topo irrequieto dentro la gabbia che ti sei costruito e nella quale hai scoperto non esservi esca.


Il tempo che passa farà scordare ai pioppi le foglie che l’acqua portava via mentre pioveva.


Al tuo sorriso, tremolante gelatina, io, (che pure jena sono), in un baleno muto, vizioso di fusa come un gatto. Questa storia non ha morale. Non importa. Non è reale.


Prima mi hai elevato, e dopo avermi illuso mi hai buttato giù. Come credere agli angeli quando hanno vent’anni?


Portata dalla sera è arrivata la solita ora di debolezza. Ho chiuso la porta nel tentativo di lasciarla fuori, invece, me la scopro nella testa già padrona di casa mia.


Attenti a voi, anime reiette! Tempi son da cavallette, perché, il sesso è lo strale del divino temporale! Dice il Cardinale, che tutto sa sul male, “quale unica morale vi sostenga castità”, perché, neanche santa trinità, vi salverà dal disonore, di finire per amore o d’ecclesiale carità.

Natale è passato come una cometa. L’hai seguita.


E, così, tu mi ami! Ed io, vecchio come sono dovrei credere ai miracoli? Vita, vita: perché mi perseguiti?


Mi hai detto no, senza curarti se morirò per sere e sere.


Quante cose farei con un se vicino a te. Ad esempio, me. Ho vinto i tuoi voleri. Sensazione di vittoria a suo tempo condivisa anche da Pirro.


Come Ulisse avrei dovuto tarpare la parola ai sogni ma dolce mi è stato naufragare nel tuo mare salato.


Non dirò nulla di nuovo confermandoti che tutto mi parla di te. Solo tu, stranamente taci.


Ecco che vieni. Ecco che vai. Giri ma non mi vedi. Se le occhiate potessero le mie dovrebbero, invece, vieni, vai, giri ma non mi vedi.


Sei chiodo fisso nella testa. Non so per quale segreto hai potuto tanto. So solo che quando ti penso sei lì nel farmi male.


Corteo di ricordi si accavallano nella mente. Distolgono il sonno dalla solita strada. Lo disperdono per altri sentieri.


Che meraviglia la scoperta d’una mano che passando dice – t’amo! – anche se mente.


Dalle tue labbra di ieri se ne sono andati i miei pensieri.


Quale impiccio il sesso, l’età, gli schemi. Vorrei averti, invece, angelo secondo Concilio, e testimoniando al cielo la beatitudine che mi dai, restituire, complice te, l’unità al creato.


Appiccicosa come una pastiglia gommosa in un vano della mente ininterrottamente un’idea supplente batte.


La tua forma si crogiola nel tempo che hai fermato anche lui senza fiato.

Ti sento come un feto che picchia sui miei sentimenti quando alla vita e all’amante consenti solo ansia senza sorte al respiro.

Sono stato come una biglia sopra un panno. Ho girato a tuo comando spinto dai desideri del momento, secondo i capricci del minuto. Ora sono fermo per mancanza di energia: la tua, la mia.


Per fortuna l’età mi consente di fermare ciò che prova, ma comunque amaro mi è stato il tacere la via dei campi e nel contempo salvar virtuosa un’ idea di castità che forse posa.


Tacciono foglie d’autunno.


Ho cenato con due etti di baccalà mantecato ed un brut di Treviso. Non potendo champagne, ovvio il buon viso. Ora sono qui, su di una nuvoletta. Alcolica direte, ma giudicando di fretta. Certo, è digestivo quattro passi sul rivo. Così, pensando me ne vo’ scalinando giulivo ma, con la serietà che si deve a dei passi sulla neve.


Nudi i rami dei propri discorsi parole d’inverno lasciano ai prati.


Così, non sono un montone stupendo! Ti avevo chiesto di colpire il petto ma come al solito non hai badato alla mira.


Temevo la tua figura memore di bruschi risvegli, invece, sfogliati pochi casini, sono giunto subito al cuore.


Gira e rigira non riesco ad averti. Per farlo ho tentato con tutte le rime. Niente! Ti direi evanescente se non avessi visto che baciavi un amico dietro una tenda.


Come un giunco sfidi la mia artrosi e te ne fai un vanto. Con che fatica, invece, io vado sul selciato. Ma non è per l’età o per la diversità come può sembrare. E’ che io sto, e tu vai ad amare.


E dagli! La solita sveglia: sono le otto! Sotto la coperta ti stiri mugugnando contro il freddo della stanza. L’odore del corpo che impregna le lenzuola, è come placenta che ti lega al tutto che la notte ha creato a tuo scopo. Fuori, i rumori tenderebbero a stracciare questa pienezza di gatto contento, ma, tu rifiuti il suo canto. Zittendo la voce che ti chiama, stacchi la sveglia e ti rimetti a dormire pur sapendo che al risveglio tornerai il bambino che marinava la scuola.

Vorrei vivere l’amore come prima per questo simulacro di cosa vera che giace impronta di lenzuolo al fianco indifferente a tutto questo.


Ho girato le rive. Ho pescato una vecchia ciabatta, delle risate con un girino, una tenerezza con uno straniero, e questo pensiero.


Da dove vieni? Dalla Russia. Hai trovato una sistemazione? Mi risponde la desolazione. Non è ancora uscito di prigione.


Chissà per quali sentieri è giunto a Verona questo giovane Pakistano. Come neanche fosse il caso, gli passo pianino, una mano sul sedere: trovo rovine.


Il ragazzaccio tunisino che sta russando sul mio letto mentre scrivo queste righe ha la pelle di seta. In tanta delicatezza, una voce da contrabbasso! A suo modo è un sasso venato d’oro: più volte del mio.


Sulla pagina vaga una pena in cerca d’inchiostro.


Questa sera girano come le pazze. Gli alberi non fanno una piega! Neanche fossero giunti per caso.


Domenica è musica che stona se il numero dato il sabato non suona.


Sono stato un mostro di scienza davanti ai tuoi occhi. Quale pavone, più di così!


Ti ho sentito delicato come un forse rimandato. Il mio batterti sul vetro t’ha svegliato mentre guidavi veloce un’auto ferma.


La primavera è tornata. Non ha i tuoi occhi.


Vorrei legarti, prigioniero di un pensiero esternato a qualcosa di bianco. Invece, neanche un filo d’inchiostro ti ferma accanto.


Tornato dalla marca agitavi la patta in maniera gloriosa. Sistemavi chissà che. Chissà cosa.


Sorride come mignotta il bimbo pensandomi pera già cotta mentre lo lascio nel limbo dei chi va là.


E mentre te ne vai superando il fosso sento che mi scivoli di dosso, lieve come può stare la neve dentro un calore.

Alla mia sinistra mi raggiunge una voce affannata. E’ un giovane romeno. Mi dice: ti ho riconosciuto dalla pedalata!


Sono le quindici. Sono in terrazza. Residuato di idee da spiaggia, indosso un pareo. Sto leggendo. Il cielo è bello come un problema risolto. Un’idea di sesso mi viene incontro come cane di razza. Ha le pulci.


s. Valentino: chiaroscuri, promesse e ciance di speranza.


Te ne stavi sdraiato. Bello, come altre verità che ho amato, te ne stavi sdraiato. Attorno a te, l’aria si muoveva, piena di grazia. Sorridevi, mentre ti ondulava i capelli.


Nessun divino, nel mio giardino. Solo un poverello senza oggi e senza ieri. Cercava i suoi pensieri.


Tenero, il giovane pakistano. Mi dice: Vitaliano, a me piace far l’amore. Rispondo, hai trovato il tuo signore. Spengo la luce. Potrei arrossire.


Fra le frasche di quasi ottobre, incuranti di ogni polmonite, nudi! Mi dice: quanti anni hai? Gli rispondo: tanti. Lo vedo rovellar sui conti e poi mi bacia. Nulla dissente. A parte la notte.


Ogni ombra del giardino mi bisbiglia: fuoco, o fuochino? Pur sentendomi un po’ cretino, passo la notte facendo l’indovino.


Non, perché non sei un uomo mi hai tolto il respiro ma perché mi hai chiesto: mi giro?


Onde sulla rena il tuo riso e mai marea così quieta.


Silenzi secolari nel giardino scocciati da un omarino che nonostante il pistolino si crede tutto lui.


Chi sei, tu, che passi fra i miei pensieri, modificando il mio oggi e celando il tuo ieri?


Di te non scriverò. Sei stato felicità.


Pur avendo risposto al mio saluto birichino l’indiano continuò a pulirsi i denti con lo spazzolino. Al che, messa via l’idea di bisboccia gli avrei offerto la doccia, invece, con tranquillità, è uscito per di là!


Un bandito m’ha strizzato l’occhio (inizio di un amore, o di un mercato?) ed il mio, come ammutinato, subito gli ha risposto. Non c’è traccia di bellezza sulla sua faccia, ma, stupito, ho desiderato le sue braccia! Di quali pasticci non è capace il cuore, quando intruglia sesso con idee d’amore!

Potrei guarire l’anima se volessi. Basterebbe che dai miei pensieri t’allontanassi, ma, di che s’allieta un’anima guarita? Dell’ultima partita giocata allo stadio?


Ci siamo spogliati ieri sera e ci siamo spogliati oggi. Non è successo nulla. Se così la vita si trastulla meglio sarà fasulla vena fingersi a catena, e se lo star sé stessi è pena, unguento sia il silenzio alle ferite. Tempo verrà di cose trite e di risate, e sulle fosse, marmi e fiori secchi.


Cercavo te. Ho trovato me.


Già da troppo ho le palle in nì! Sarà il tempo? Sono così, anche quando è bello! Poco sesso? Non è a bacchetta ma non manca. Poco amore? L’esclusione non è immediata. Più di qualcosa l’incaglia. Ci vuole uno zoom!


Trovo amanti, che spasimano talmente il sesso che non so più se faccio l’amore o la carità.


Chissà per quali sentieri è giunto a Verona questo giovane Pakistano. Come neanche fosse il caso gli passo una mano sul sedere: ci trovo rovine.


Come per vita propria passa la mia mano su di te. Ed è dolce percorrere i declivi. Giungere ai colli e al fiume. Ho bisogno di fiato.


Ti ho sentito, delicato come un forse rimandato.


Che bello il giardino stasera, illuminato da una piccola piccola bugia nera.


Onde sulla rena il tuo riso e mai marea così quieta.


Sei uscito con qualcosa di mio. Il senso. L’incompiuto.


Quello che agisco è mero accidente visto da distante, così, le pagine, girano appena il silenzio.


Piove. La goccia scivola sul vetro. Cade, diresti, invece si diverte.


Eri mio? Solo a metà! Eri tuo? Solo a metà! Così fra la metà di te e di me, si è inserito un tre. Si amava da sé!


Le guance hai fiorito alla brina. Sciolto l’inverno come grano di sale.

Le tue labbra. Farfalle delicate. Sulle mie si sono posate giusto per riprendere il volo.


Ho amato un tossico. Lo sono diventato, ma, di sono, non, di ero. Così, nulla per la mia vita è stato più vero: siamo ciò che amiamo.


Il cuore ha un difetto: non è una batteria. Così, quello che hai dato ieri, si è perso per la via. Oggi, che di te avrei bisogno, nel nulla mi ritrovo. Ed è un andar di nuovo a prima dell’evento. E’ ricerca del sacchetto che hai posato subito dopo la porta: uscendo.


Vitaliano, Vitaliano, cosa cerchi nel Giardino? Cercavo risposte. Cercavo perché. Cercavo rami. Soluzione di problemi. Riposa, Vitaliano. A che vale il tuo discorso? Terra è il corso, e noi, anni e risposte ad affanni e nodi che non sciogli, o forza che non cogli fra radici e verità.


Pare vomito le foglie sui viali. Come se anche la stagione avesse problemi di stomaco.


Confesso d’averti spogliato. Anche violato. L’ho fatto per amore. Avevo fame. Avevo cuore. Anche tu me n’hai dato! Da riempire col mio. Da credere tuo.


Oppongo resistenza alla luce che mi tira per il braccio con voglia d’uscire perché aspetto una voce.


Acquartierato nel tuo sorriso ci sarei stato per anni. I ruderi non pagano gli assedi.


Un amante. Un poco nero. Colgo il dado. Non è vero.


Meraviglia mi sei stato, e da innumerevoli fogli, osanna vissuto. L’acqua è caduta. La terra non l’ha colta.


Mi fai sentire il bambino davanti al primo pollo della sua vita. Usare le mani?


Dove mi sono andate a finire le mille e una notte? Tutte, tutte, giacciono usate.


Puttana la vita se ti dice che la carne è gratis ma il sangue no.


E’ bello come un dio. Cancellalo, notte. Devo pur vivere.


Passa un piccolino pigiando sui pedali. Sono le cinque del mattino. Mi dice tutta la sua pena, la catena.

L’amante russa un pelo. Io guardo il cielo. Si sveglierà convinto d’aver dato chissà che. Gli spegnerò l’idea preparandogli il caffè.


Dell’amare ricordo quello che rimane: contesi pezzi di pena.


E’ giovane. Arabo. In bicicletta. Ciao, mi dice, mi dai una sigaretta? Mi guarda come se fossi la madonna pellegrina ma cerca eroina.


A Mao Miccin che m’ha lasciato. “Pane e vin non gli mancava. L’insalata era nell’orto. Dove mai, sei andato tu?” Caro il mio babbino: capirai che menù, pane e vino. Mica sono il Michelino! E neanche un leprotto da insalata come ultima portata. Io mi chiamo giovinezza! Vero, ma il fatto è, che non dipende da te. Mentre dipende da me, il fare in modo che non sia un senso che sterile si sfoglia fra voglia e voglia.


Si è girato l’ultimo amato verso di me. Tracce di fiele non ignoro.


Non essere stanco della blanda pena. A cena servirà la tentazione che hai di me.


I lampioni sembrano godere la fine delle foglie, ma è vittoria che non dura se quello che fanno vedere si chiama spazzatura.


Nudi i rami dei propri discorsi. Parole d’inverno lasciano ai prati.


Il gattino che m’è passato vicino a pelo alzato, ha miagolato: occhio! Nulla ho a che fare col Finocchio. Questo detto, è andato sotto una ginestra! Felino di Sinistra, o felino di Destra?


Mi è costato una caffettiera usata, e una qualche posata. Le amiche direbbero, il Vitaliano, è ridotto alla chincaglieria! Chi non osa un attimo di follia, ha larga la foglia ma stretta la via.


Ve lo giuro! Era come d’una fiera l’occhiata che mi ha dato, e che mi ha portato come privo di peso in un isola di tigri e di pirati, ma ho riso all’idea di me, Perla di Labuan fra le braccia di un bucaniere sulla moto.


Sono stato un mostro di scienza davanti ai tuoi occhi. Quale pavone, più di così!


Quale sogno d’amore non avrei vissuto con te, se solo non avessero diviso la vita in tre.

Pensieri stracciati, come sacchi usati, girano in tondo, sul fiume.


Sto tentando di dirmi i motivi per cui mi hai sconvolto. Forse sono stati gli occhi. Così vicini all’anima.


Volerai falco più alto. Tua la visione del mondo ed il suo silenzio.


Eri convinto ti rubasse i soldi, invece, t’ha preso i giorni.


Che tenerezza quella molla da bucato. Stringeva la vestaglia su di te come se ti dovesse difendere da me.


Cosa non avrei fatto se solo avessi creduto più forte la tua carne!


Se fossi inseguito da un nemico pensiero e mi trovassi davanti ad un mare di dubbi, ancora non starei come ora sto: incapace Mosè davanti l’acqua.


Zavorrato da fessi pensieri percorro altri sentieri.


Principe cialtrone non eri una volta. Ora, non mi dire che la vita ha distrutto il tuo regno. Dimmi, piuttosto, che ho sbagliato sogno.


La biro spinta nel giro s’ingorga. Come un’anima sott’acqua s’avvinghia alla mano che l’aiuta. Non la regge il cuore.


Il sole attendo ma non viene. Le nuvole mi ha mandato (ambasciatrici di malinconie) con un pianto che è rimasto sospeso a mezz’aria.


Il bianco ti avvolgeva come un amante innamorato. Geloso t’ho spogliato e vestito a mio sonetto.


Fra le mie braccia, come uno stanco pensiero che riposi il vero su infinita pace, il tuo russare finalmente tace!


Ti ho circuito, accompagnato, consigliato, blandito, approvato, capito, rimboccato: come una nutrice. Mi hai lasciato ai ferri e ai ricordi.


Non c’è nulla da fare. Non mi può vedere. Sciagurato lui che non sa, che ad un qualsiasi condannato, prima si da, un pensiero d’amore.

Non vi deve essere stupore se roccia pare, eppure frana! La natura può dolere per infinite vie, e come crepa stare al cuore, del più bianco fra i Carrara.


Vorrei spogliare la tua mente e farle capire che anche attraverso la carne si può giungere all’anima.


Nella stanza priva di presenze scopro la sera mentre si aggirava senza senso fra i mobili.


Pensieri stracciati come sacchi usati girano in tondo sul fiume.


Da una parte hai messo la tua virilità e dall’altra la mia diversità, poi, (santa ingenuità), hai detto: beh! Che differenza c’è!


Il gioco è finito perché davanti ad un re di cuori ho potuto pochi fiori.


Dopo averti permesso di rovistare nei miei pensieri e di trattare me e loro come cose invecchiate in strane maniere, non potresti dirmi cosa cercavi?


L’Aids è il giusto castigo con il quale, Dio separando i buoni dai cattivi, rende i primi tutti eguali.


Sei arrivato a scoperchiare la mia tranquillità. Come un notturno sorpreso dalla luce, ho urlato per il dolore e per la meraviglia.


Fra l’erba del parco, come natura divina apparsa per mio desiderio a placare la terra.


Gira e rigira non riesco ad averti. Ho tentato con tutte le rime. Niente! Ti direi evanescente se non ti avessi visto baciare un amico dietro la tenda.


Temevo la tua figura memore di bruschi risvegli, invece, sfogliati pochi casini sono giunto subito al cuore.


Così, non sono un montone stupendo! Ti avevo chiesto di colpire il petto ma come al solito non hai badato alla mira.


Quante pagine ho truccato! Quante parole ho raschiato per metterti a nudo! Ora, il cuore si rifiuta di seguire i miei ripensamenti e stolido mi pianta per le solite funzioni.

Datata – Ottobre 2021 – Non l’ho ancora controllato – Temo ci siano delle doppie ma lascio tutto come sta. Con la memoria che mi ritrovo potrei cancellare anche quelle che non lo sono.



VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Caro Futuro

Caro Futuro: per te sono uno sconosciuto, e tu per me sei un tempo che intravedo a distanza, eppure, non posso fare a meno di fartelo capire. Sono anni che tento di sedurti. Non mi sono stancato e non mi hai stancato. Sarà perché ho iniziato ad intendere che c’eri anche tu nella mia vita quando eravamo belli tutti e due.  Adesso, è vero, anche tu, come me, hai le borse sotto gli occhi, tossisci la mattina, e di notte dormi con fatica, ma appena mi sveglio non posso non pensarti e, miracolo dell’amore (giustizia, non cecità) desiderarti come ti desideravo, quando, pur non avendo nessuno dei due ne tosse e ne borse, ti addormentavi sempre prima di me. Io, stavo lì. Non assente ma incosciente. Pensavo all’Infinito e a te, allora Presente.

Datata – Settembre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Poesia o anima mia

Dove sono andate a finire le mille e una notte?!
Tutte, tutte, giacciono usate.

calmati_cuore



Finita la stagione estiva al Cavallino di Venezia

trascorrevo l’inverno a Maia Alta di Merano. Come cameriere, lavoravo in casa del rappresentante italiano della NSU. Più che una casa, era un castellotto d’epoca. Ex proprietaria, (o una ex proprietaria) fu la sorella della Petacci, se ricordo bene. Il proprietario aveva una cagna di tipo pastore. Simpaticissima, perché del genere lupo felice nonostante la brodosa polenta che su indicazione, dovevo preparagli. Ero già a letto verso le 11 di un qualsiasi giorno ma proprio non riuscivo a dormire. Avevo caldo. Mi giravo e rigiravo. Ad un certo punto fui preso da una forte ansia. Il fiato mi stava mancando. Per respirare meglio dovetti alzarmi. Dove andare oltre quel trextre che era la camera?! Chi chiamare se non c’era nessuno? La famiglia del guardiano che abitava sotto? E cosa dirgli, che già c’era ripulsa di me, non tanto come persona ma come italiano? Non so che fare, e l’ansia non cessa. Da dove mi salta fuori non so, ma sento che devo scrivere! Strano caso e da me non messo, sul comodino c’è foglio e penna e ti scrivo la mia prima poesia:


Mirka xè la cagna de casa mia

Ghe voio ben ma la xè imbambìa.
L’altro giorno,
sul far del mexogiorno
ghe portavo da magnare.
La me xe vegnù incontro
Co’ la so’ voia de sogare
ma a furia de girarme in torno
la mà fato andar par tera
mi, el magnare, el bevare
e anche el contorno.
Me so’ alsà!
Ghe volevo dare
ma cossa vòto
la jera lì che gnanca la se moveva!
Go’ da na gratada fra le rece.
Un legero scapelòto!



Il giorno mi dice

non hai nulla è vero,
ma il tuo debito è zero.
Quieta
gira la notte.



Marimba

Infranti
Amorosi
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Mancamenti
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Ciniglie
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Presenti
Passanti
Futuribili
Istanti
Cime
Venti
Silenzi
Infranti
Mancamenti
Sentimenti
Lontani orli



Intrigato

da aggrovigliate emozioni
taglio il grumo.
Nulla dentro.



Conosco il giorno e la notte

Il mare ed i monti.
La giovinezza, e gli amanti.
Conosco il dolce e l’amaro.
La bellezza e la vanità.
Conosco l’alba dei miei pensieri.
Il tramonto nel mio oggi, e dei miei ieri.
Conosco la vita quando nasce
e quando finisce.
Sarà ultimo frutto.



Ascoltando Albinoni

Adagio mi troverai.
Adagio mi conoscerai.
Adagio mi amerai.
Adagio ti perderai così
spinta da un refolo di divinità.
E non ti sembrerà più anima tua,
la melodia che adagio ascolta la mia.
Adagio, ti culleranno i miei respiri.
Adagio sarai mossa da risata
appena sussurrata dalla mia emozione.
Nella mia Creazione tu,
mia ventura e creatura
che adagio mi troverà
adagio mi conoscerà
adagio mi amerà.



Volevo dormire. Volevo sognare.

Vedetemi così.  Tutte le sere.
Il lettino era nuovo. Tutto pulito. La camomilla bevuta. Ogni cosa zittita.
Non voleva dormire. Non voleva sognare.
Non era bagnato, Non raffreddato, Il ruttino già fatto.
Il latte già pronto.
Non voleva dormire. Non voleva sognare.
Mi sforzo.  Sto dritta. Crollo dal sonno.
Il beato si sporge dal letto.
Non vuole dormire. Non vuole sognare.
Quando vorrei dormire, quando vorrei sognare, lo vedo così.
Tutte le sere.



Non contare il tempo. Non dirmi: è l’ora.

Lasciami così, ancora.
Lasciami lunare, astro solare, cometa passare,
stella brillare, senza tracce, senza facce.
Lasciami cielo, lasciami mare, lasciami decantare,
ma, non contare il tempo, non dirmi è l’ora.
Lasciami così, ancora.
Lascia che sia sulle maree, sulle foglie, sulle azalee,
come neve non banale, come luce boreale, come amore che vale,
come età che non pesa sulle ali, come acqua nei canali,
ma non contare il tempo, non dirmi è l’ora.
Lasciami così, ancora.
Lascia che sia le tue sere. Nell’alba non mancare.
Lasciami sussurrare, scivolare, sollevare, anelare,
palpitare, e, forse, invocare,
ma non contare il tempo, non dirmi è l’ora.
Lasciami così, ancora.



I cieli muti

Gli “irti colli” superi
L’acqua mossa calmi
La melma crespi
Dall’alto vedi
Con Alto imperi
Sussurri appena
i miei pensieri



Primo fra tanto dal nulla

poi goccia, palpito, fame, carne.
Primo cervello, primo piacere, primo doppio, primo oltre,
primo passo, primo vacillo, primo fuoco, primo uso, primo abuso.
Dissanguante nei deliri, debole nei fini, nelle croci rinascita o forse commedia,
distruttore nei progressi, costruttore nei regressi
autore di genti, architetto di nazioni.
Nelle ere tacendo, di me incurante.



Un desiderio

mi è giunto
da molto lontano.
M’ha detto
piano
vedremo
forse
speriamo.



Monti come turisti

non coinvolti
dicono i riflessi composti
dalla corrente
del fiume.
L’acqua non se ne cura.
Scorre
come non avesse
niente di meglio da fare.



Contestano le foglie

verdi rimaste
per età che rifiuta
già dette stagioni.


Ei fu!

Siccome immobile
No sta la legge
Come chi regge
Bordone
A una contro tenzone
Che lo vide
Mi si consenta
Come una merda
Su la polenta.



Nel buio

Sto
Paura?
No
Conosco la luce


Cosa ci vuole, Vita, per darci una mano!  Basta aggiungere dei t’amo. Togliere vermi ai pomi. Moltiplicare i domani. Accogliere desideri. Lasciar risposte sotto cuscini.



Calliope non mi dice più niente e non so come definire questi scritti. Poesie? Prose in rima? Rivelazioni di verità? Ho pensato di dirle in Calliope. Vero o no, lascio alla Dea il diritto di confermarlo. Volgendomi verso quanto sono stato vedo la poetica come acne nell’anima della mia giovinezza. Ora mi parla la poetica che rivela la vita quando è croce. Orientamento, questo, per bisogni dì verità senza edulcoranti. Dove non la trovo, le voci altre non nego ma guardo e passo.


Maggio 2020 – Settembre 2021 – Ho buttato le cianfrusaglie. A parte due o forse tre sono a rischio anche queste. – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE