Caro Futuro

Caro Futuro: per te sono uno sconosciuto, e tu per me sei un tempo che intravedo a distanza, eppure, non posso fare a meno di fartelo capire. Sono anni che tento di sedurti. Non mi sono stancato e non mi hai stancato. Sarà perché ho iniziato ad intendere che c’eri anche tu nella mia vita quando eravamo belli tutti e due.  Adesso, è vero, anche tu, come me, hai le borse sotto gli occhi, tossisci la mattina, e di notte dormi con fatica, ma appena mi sveglio non posso non pensarti e, miracolo dell’amore (giustizia, non cecità) desiderarti come ti desideravo, quando, pur non avendo nessuno dei due ne tosse e ne borse, ti addormentavi sempre prima di me. Io, stavo lì. Non assente ma incosciente. Pensavo all’Infinito e a te, allora Presente.

Datata – Settembre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.

Io sono la tua poesia

Leggo di un teologo che si arrampica sulle vetrate per dire la sua idea di Dio. Va bè! Non mi garba, però, che ponga qualitative differenze fra fede e fede. La fede è ragione della speranza, non, ragione della conoscenza, quindi, tutte possono essere giuste come tutte erronee. Non per questo, necessariamente false. Falsa, (nel senso di ipocrita) rischia di diventarlo quando pretende di rivestire di “rinascita” le menti di altri luoghi. Sia o come sia mi scuote l’animo e scrivo. L’ho fatto piangendo: all’inizio, durante e a lungo in fine. Ogni volta la rileggo mi capita ancora.

Non tentate, non sapete, non potete: io sono quello che sono.

Sono la Parola. Sono la Forza. Sono il silenzio e la sua emozione.
Non mi trovate nei perché e nei percome.
Sono l’irraggiungibile stazione
delle vostre tesi su di me.

Io sono l’Amore.

Non sono il Divisore.
Sono chi eleva la croce.
Sono la vostra voce.

Non sono lo scranno della vostra brama di potere.
Non mi tocca la fama: nessun sapere.

Sono la Chiesa che dura.
Non mi serve muratore: nessuna struttura.

Io sono il Verbo.

Sono la vostra mano. Il vostro piede.
Sono il principio di ogni luce.
Sono dove il dissidio tace.

Sono Pazienza, Clemenza, Pietà, Umiltà, Semplicità.
Sono la vostra profondità.

Io sono il Principio della fede.
Dove il bene intercede.
Sono l’Universo che tutto contiene.
La Promessa che mantiene.
Sono acqua per la vostra sete.
Il vostro mare quand’è in quiete.

Non sono Figlio. Non sono Madre. Io sono il Padre.
Sono il senso di moglie. Non sono le sue doglie.
Sono il senso di marito.

Io sono l’Infinito.

Sono Sovranità, Libertà, Carità.
Sono l’Immagine della vita:
mio primo ed ultimo profeta.

Io sono il Basso e sono l’Alto.
Sono Larghezza e Lunghezza.
Sono Geometra e Geometria.

Io sono
la tua poesia.

Datata – Settembre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.

Poesia o anima mia

Dove sono andate a finire le mille e una notte?!
Tutte, tutte, giacciono usate.

calmati_cuore

Finita la stagione estiva al Cavallino di Venezia

trascorrevo l’inverno a Maia Alta di Merano. Come cameriere, lavoravo in casa del rappresentante italiano della NSU. Più che una casa, era un castellotto d’epoca. Ex proprietaria, (o una ex proprietaria) fu la sorella della Petacci, se ricordo bene. Il proprietario aveva una cagna di tipo pastore. Simpaticissima, perché del genere lupo felice nonostante la brodosa polenta che su indicazione, dovevo preparagli. Ero già a letto verso le 11 di un qualsiasi giorno ma proprio non riuscivo a dormire. Avevo caldo. Mi giravo e rigiravo. Ad un certo punto fui preso da una forte ansia. Il fiato mi stava mancando. Per respirare meglio dovetti alzarmi. Dove andare oltre quel trextre che era la camera?! Chi chiamare se non c’era nessuno? La famiglia del guardiano che abitava sotto? E cosa dirgli, che già c’era ripulsa di me, non tanto come persona ma come italiano? Non so che fare, e l’ansia non cessa. Da dove mi salta fuori non so, ma sento che devo scrivere! Strano caso e da me non messo, sul comodino c’è foglio e penna e ti scrivo la mia prima poesia:

Mirka xè la cagna de casa mia

Ghe voio ben ma la xè imbambìa.
L’altro giorno,
sul far del mexogiorno
ghe portavo da magnare.
La me xe vegnù incontro
Co’ la so’ voia de sogare
ma a furia de girarme in torno
la mà fato andar par tera
mi, el magnare, el bevare
e anche el contorno.
Me so’ alsà!
Ghe volevo dare
ma cossa vòto
la jera lì che gnanca la se moveva!
Go’ da na gratada fra le rece.
Un legero scapelòto!

Il giorno mi dice

non hai nulla è vero,
ma il tuo debito è zero.
Quieta
gira la notte.

Marimba

Infranti
Amorosi
Sentimenti
Leciti
Mancamenti
Memorie
Maglioni
Stagioni
Postini
Stipi
Cassetti
Segreti
Treni
Stazioni
Momenti
Toccamenti
Calori
Documenti
Abbracci
Passioni
Diluvi
Sospetti
Meraviglie
Paccottiglie
Ciprie
Ciniglie
Lutti
Presenti
Passanti
Futuribili
Istanti
Cime
Venti
Silenzi
Infranti
Amorosi
Mancamenti
Sentimenti
Lontani orli

Intrigato

da aggrovigliate emozioni
taglio il grumo.
Nulla dentro.

Conosco il giorno e la notte

Il mare ed i monti.
La giovinezza, e gli amanti.
Conosco il dolce e l’amaro.
La bellezza e la vanità.
Conosco l’alba dei miei pensieri.
Il tramonto nel mio oggi, e dei miei ieri.
Conosco la vita quando nasce
e quando finisce.
Sarà ultimo frutto.

Ascoltando Albinoni

Adagio mi troverai.
Adagio mi conoscerai.
Adagio mi amerai.
Adagio ti perderai così
spinta da un refolo di divinità.
E non ti sembrerà più anima tua,
la melodia che adagio ascolta la mia.
Adagio, ti culleranno i miei respiri.
Adagio sarai mossa da risata
appena sussurrata dalla mia emozione.
Nella mia Creazione tu,
mia ventura e creatura
che adagio mi troverà
adagio mi conoscerà
adagio mi amerà.

Volevo dormire. Volevo sognare.

Vedetemi così.  Tutte le sere.
Il lettino era nuovo. Tutto pulito. La camomilla bevuta. Ogni cosa zittita.
Non voleva dormire. Non voleva sognare.
Non era bagnato, Non raffreddato, Il ruttino già fatto.
Il latte già pronto.
Non voleva dormire. Non voleva sognare.
Mi sforzo.  Sto dritta. Crollo dal sonno.
Il beato si sporge dal letto.
Non vuole dormire. Non vuole sognare.
Quando vorrei dormire, quando vorrei sognare, lo vedo così.
Tutte le sere.

Non contare il tempo. Non dirmi: è l’ora.

Lasciami così, ancora.
Lasciami lunare, astro solare, cometa passare,
stella brillare, senza tracce, senza facce.
Lasciami cielo, lasciami mare, lasciami decantare,
ma, non contare il tempo, non dirmi è l’ora.
Lasciami così, ancora.
Lascia che sia sulle maree, sulle foglie, sulle azalee,
come neve non banale, come luce boreale, come amore che vale,
come età che non pesa sulle ali, come acqua nei canali,
ma non contare il tempo, non dirmi è l’ora.
Lasciami così, ancora.
Lascia che sia le tue sere. Nell’alba non mancare.
Lasciami sussurrare, scivolare, sollevare, anelare,
palpitare, e, forse, invocare,
ma non contare il tempo, non dirmi è l’ora.
Lasciami così, ancora.

I cieli muti

Gli “irti colli” superi
L’acqua mossa calmi
La melma crespi
Dall’alto vedi
Con Alto imperi
Sussurri appena
i miei pensieri

Primo fra tanto dal nulla

poi goccia, palpito, fame, carne.
Primo cervello, primo piacere, primo doppio, primo oltre,
primo passo, primo vacillo, primo fuoco, primo uso, primo abuso.
Dissanguante nei deliri, debole nei fini, nelle croci rinascita o forse commedia,
distruttore nei progressi, costruttore nei regressi
autore di genti, architetto di nazioni.
Nelle ere tacendo, di me incurante.

Un desiderio

mi è giunto
da molto lontano.
M’ha detto
piano
vedremo
forse
speriamo.

Monti come turisti

non coinvolti
dicono i riflessi composti
dalla corrente
del fiume.
L’acqua non se ne cura.
Scorre
come non avesse
niente di meglio da fare.

Contestano le foglie

verdi rimaste
per età che rifiuta
già dette stagioni.

Ei fu!

Siccome immobile
No sta la legge
Come chi regge
Bordone
A una contro tenzone
Che lo vide
Mi si consenta
Come una merda
Su la polenta.

Nel buio

Sto
Paura?
No
Conosco la luce

Cosa ci vuole, Vita, per darci una mano!  Basta aggiungere dei t’amo. Togliere vermi ai pomi. Moltiplicare i domani. Accogliere desideri. Lasciar risposte sotto cuscini.

Calliope non mi dice più niente

e non so come definire questi scritti. Poesie? Prose in rima? Rivelazioni di verità? Ho pensato di dirle in Calliope. Vero o no, lascio alla Dea il diritto di confermarlo. Volgendomi verso quanto sono stato vedo la poetica come acne nell’anima della mia giovinezza. Ora mi parla la poetica che rivela la vita quando è croce. Orientamento, questo, per bisogni dì verità senza edulcoranti. Dove non la trovo, le voci altre non nego ma guardo e passo.

Maggio 2020 – Settembre 2021 – Ho buttato le cianfrusaglie. A parte due o forse tre sono a rischio anche queste. – Versione ultima? Alla data, si.