Dio non parla ma il suo principio non tace

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Caro Francesco: è vero che Dio non parla, ma al suo posto lo fa la vita. La teologia cattolica (qualsiasi teologia, in vero) mi ricorda la fasciatura che deformava i piedi delle cinesi di una volta. Il piede simbolizza il passo (lo si intende in senso esistenziale) che così de_formato, addolorava il soggettivo cammino verso la meta: vuoi di fede, vuoi storico – personale, vuoi, per il credente, verso Dio. Su Dio, Vicari e mistici di tutti i generi, incarichi, titoli, ecc, ecc, ci hanno detto di tutto e di più. Come tutti i cristiani, per decenni ho camminato anch’io con i piedi imprigionati in quel supplizio. Ora, però, che li ho liberati, sto decisamente meglio! Aver liberato i piedi da quelle costrittive fasciature non m’ha fatto cambiare strada. Da quella ho allontanato, però, da tutte le compagnie che questa visione di Dio ha reso estranee. Terminata la premessa vengo al dunque: anche nella mia “teologia” Dio non parla. Per la mia, però, lo fa attraverso lo Spirito: potenza che lo fa e ci fa vivere. Lo Spirito è la forza della vita che si origina dalla corrispondenza di stati fra Natura (il corpo della vita comunque formato) e Cultura: il pensiero della vita comunque concepito. La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. La vita parla, quindi, o per mezzo del verbo (dato il Verbo) o per mezzo dello spirito dato lo Spirito. Neanche lo Spirito divino può crearsi corde vocali. Se proprio poteva e/doveva farlo, non è certo il tempo che gli è mancato. Ho pensato, allora, che abbia scelto ben altra corda: l’emozione della sua Forza. L’emozione dello Spirito è data dagli stati della sua potenza. Essendo assoluta, Uno lo Spirito (la sua potenza); Uno il Verbo: io sono; Una la Parola: vita. L’emozione del nostro spirito, è data dagli stati della nostra potenza: non assoluti, ma a Somiglianza dell’Immagine. La comunicazione fra l’emozione della Vita e l’emozione della nostra avviene fra potenze affini. La comunicazione per affinità di potenza, tuttavia, non esclude i non corrispondenti con l’Assoluto. Al più, i non comunicanti per mancante affinità fra Potenza e potenza, sono (per dirette e/o indirette cause) da sè stessi difficoltati. Anche se di prevalenza lo sentono “chi ha orecchio”, comunque lo Spirito parla al nostro spirito per mezzo di tre voci:

Depressione quando vi è difetto di potenza nella vitalità;

Esaltazione quando vi è eccesso di potenza nella conoscenza;

Pace quando vi è corrispondente incontro fra potenza e conoscenza.

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Circa la Genesi della Parola

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L’umanità che eleva i suoi principi al Principio può immaginare molto ma non può “vedere” altro: men che meno oltre. Nonostante questo, l’autore della Genesi rilevò la Parola con queste parole:

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In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.

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Non so se è mai stato mai reso maggiormente comprensibile quell’enunciato, tuttavia ci provo:

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il Principio è presso il Verbo, e il Verbo presso il Principio, e il Verbo è il Principio

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perché, vita, è l’inscindibile unione tra il riconoscimento di sé (IO SONO) e la parola che dice quanto riconosce di essere: VITA.

aneolinea

LA PAROLA E’ L’EMOZIONE DELLA VITA CHE DICE SE’ STESSA

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Liberata la ragione

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Liberata la ragione dalla millenaria Cultura che in diverso modo dice la Genesi della vita, comunque, posso chiamare Adamo (“nato dalla terra” dall’ebraico Adamah) anche il solo primo stato maschile della vita originata e chiamare Eva (“la Madre dei viventi”) anche il solo primo stato femminile. Non solo: riferendomi ad uno stato di vita e non ad una data Persona (e, dunque, razza) comunque posso accettare qualsiasi nome maschile e femminile con i quali qualsiasi Cultura di qualsiasi popolo nomina i precursori della sua specie.

Se non altro perché non vi possono essere contenuti culturali e spirituali se prima non vi è il corpo contenitore (la Natura) ammettiamo che, sia della vita maschile che della femminile, il loro primo stato sia il naturale. Dal momento che un contenuto culturale individuale non può sorgere da un contenitore estraneo al suo stato, ne consegue che la Natura del dato stato è via della sua Cultura. Dal principio naturale della vita, dunque, si originò il corrispondente principio culturale.

Il principio del bene nella Natura è il sentire. Il principio del bene nella Cultura è il sapere. Lo Spirito è il principio della forza della vita del bene naturale e culturale che si origina dal sentire nel sapere se il prevalente principio di vita è diretto dalla forza della vita della Natura, o dal sapere nel sentire se il prevalente principio di vita è diretto dalla forza della vita della Cultura.

Il principio della vita è corrispondenza di stati fra Natura, Cultura e Spirito non solo nello stato maschile e femminile della vita maschile e femminile. ma, necessariamente, anche fra di loro. Infatti, se non vi fosse integrazione fra i due stati, la vita avrebbe avuto un solo stato e, dunque, o eterno (ma di eterno vi è solo il Principio) o, per quanto lungo, necessariamente a termine.

Non necessariamente in ordine di tempo ma, necessariamente, secondo l’ordine dato dal convivere fra i suoi stati, la vita si evolse (come si evolve) secondo tre fasi: siccome in principio vi fu la Natura, in principio, l’unione fra gli stati della vita avvenne secondo le corrispondenze date dalla vita naturale: stato o persona che sia.

Mano a mano avvenne la coscienza (luogo di ogni conoscenza) della vita naturale propria quanto altra, alla Cultura della Natura della vita (quella indicata dalla vita del corpo dello stato e/o persona che sia) seguì la Natura della sua Cultura, cioè, quella indicata dal corpo culturale (la mente) dei perseguenti la vita loro all’inizio e nell’evolversi della situazione personale e storica, della vita sociale. In ragione delle finalità di vita, al perseguimento naturale e culturale seguì quello spirituale; quello, cioè, della ricerca dei principi di vita e del Principio della stessa.

Mi dirà: come fa uno stato della vita ad avere il senso della vita della propria Natura se, essendo stato e, dunque, non ancora vita (secondo forza, Natura che corrisponde con la sua Cultura) non può avere quello della propria Cultura e, dunque, neanche quello del proprio Spirito? Lapalissiano, Padre! Perché qualsiasi stato naturale vi sia stato in origine, avendo lo Spirito che gli è forza ha la vita data dal Principio. Avendo la vita data dal Principio (il cui principio è vita) in ragione dello stato dello stato originato, necessariamente, ne ha Cultura. Quale? Ovviamente, quella della vita: corrispondenza di stati con quelli del Principio la dove i nostri, pur principiati, non si siano ancora formati al punto da essere coscienti di se. Quando si è coscienti di se? Questa è una domanda da infiniti miliardi tanto la risposta implicherebbe anche la conoscenza dell’infinitesimale. Limitandoci alle nostre dimensioni, direi che ogni stato di vita, avendo vita, necessariamente, ha la coscienza del suo stato.

Dati gli stati della vita, la coscienza, ha tre stati di conoscenza. Nello stato naturale quella data dal sentire. Nello stato culturale quella data dal sapere. Nello stato della vita, quella data dalla forza dello Spirito della vita che si origina dalla relazione fra il sentire ed il sapere.

Se non si può operare in modo di interrompere una vita (errore contro lo Spirito) si può opere in modo di interromperne uno stato? Anche questa è una domanda da infiniti miliardi. Dal momento che uno stato della vita ha vita tramite quella del Principio, direi che non si può interrompere nessun stato di vita se non interrompendo il suo rapporto sia con il suo principio che con il Principio. Al proposito, è legittimo sostenere le proprie opinioni sulla vita altra al punto da sottometterla a ciò che si pensa? Fermo restando il fatto che ognuno può sostenere ciò che crede, si da il caso di ricordare che lo Spirito, essendo la forza della vita sia dell’Universale che del Particolare, in tutti gli stati della vita non può non essere il sovrano di quegli stati. Da ciò ne consegue che ogni giudizio non può non essere che secondo sé.

Secondo stati di infiniti stati di vita e secondo lo stato di quella vita, il giudizio del personale Spirito si manifesta per mezzo delle emozioni che comunica alla vita a cui da forza. Se una vita sente la sua Natura emozionalmente depressa o eccitata, allora, vi è errore ( proprio o derivato da altra vita ) contro quello stato; se una vita sente la sua Cultura emozionalmente depressa o eccitata, allora, vi è errore ( proprio o derivato da altra vita ) contro quello stato; se una vita sente la pace, stato che subentra alla cessazione dei dissidi naturali, culturali e spirituali, allora, in ragione dello stato di pace, vi è misura di verità e, dunque, giustizia nel giudizio. Per ciò che si sente nella forza dello Spirito, allora, ognuno è in grado rispondere in proprio. Non potendo sapere per altri perché non si può sentire Spirito diverso dal proprio, da ciò ne consegue che nessuno è in grado di rispondere per altri. Ciò significa che non si possono fissare dei comuni principi? No. Ciò significa che i comuni principi che si fissano non possono impedire al personale spirito di esprimersi anche secondo la sua voce.

L’atto dell’unione fra il maschile ed il femminile può anche avere molti stati e/o infinite manifestazioni, però, non può non avere che due tempi di azione. Nella prima, si determina con cosa, con chi e perché unirsi e nel secondo si accoglie cosa, chi ed i perché. Dal momento che il primo stato creato fu il naturale, va da se che, l’iniziale principio della determinazione della vita che è da protrarre (o da accogliere) è quello genitale. Lo è stato, il genitale, sia nel caso che il Principio abbia originato la prima figura maschile e femminile sia che abbia originato il primo stato maschile e femminile della vita. Non invalida ciò che credo, il fatto che non si sappia immaginare e/o non si sappia o possa conoscere la genialità naturale di origine; al punto, può esserlo anche un legame chimico che, comunque, nulla si toglie allo stato Originante.

Secondo il principio naturale – genitale, la vita di Adamo (stato o persona che sia) determina la sua volontà penetrando la Natura della vita di Eva: stato o persona che sia. Adamo, può penetrare la Natura della vita di Eva se questa l’accoglie, ed Eva l’accoglie, ogni qualvolta vi è corrispondenza di motivazioni. In assenza della corrispondenza delle motivazioni fra la determinazione di Adamo e l’accoglienza di Eva, è ovvio che vi è violenza tanto quanto i fattori non si corrispondono. Se la penetrazione naturale fa di Adamo il maschio e la determinazione culturale ne fa l’Uomo, così l’accoglienza naturale fa femmina Eva e la determinazione data dalla volontà su ciò che è da accogliere dell’Uomo la fa Donna.

L’Uomo (persona e/o stato della vita) penetra naturalmente e determina culturalmente e spiritualmente la vita che intende perseguire. La Donna (persona e/o stato della vita) accoglie naturalmente e, culturalmente e spiritualmente conserva ciò che ha determinato di perpetuare della vita di Adamo sia come stato, uomo o società.

Secondo il suo principio (il naturale) se è vero che la Donna accoglie la vita che ha determinato di perpetuare, non di meno è vero che anche l’Uomo accoglie ciò che ha determinato di perpetuare. Infatti, se l’Uomo non accogliesse nella sua mente (utero delle informazioni culturali che penetrano il suo pensiero) ciò che ha deciso di perpetuare, da parte sua non vi sarebbe evoluzione culturale ma solo una continua proiezione della volontà della vita naturale: al punto, l’animale.

Il principio di vita (maschile o femminile, stato o persona che sia) che emana la sua vita ma non accoglie ciò che ha emanato è come quello che pur avendo capacità di parola non ha quella dell’udito. Con altre parole, è come se pur avendo capacità di sapere (il bene della Cultura) non avesse quella del sentire: il bene della Natura.

Se il principio che determina la vita non può non accogliere ciò che ha determinato, allora, nell’emanare la sua volontà la Natura della Cultura della sua vita non può essere che maschile, mentre, nell’accogliere ciò che ha determinato non può essere che femminile, ma, il Principio è vita: di per sé, né maschile e né femminile ma forza del suo Spirito.

Se data la forza dello Spirito, la vita è il principio che ne consegue e se la vita è corrispondenza degli stati della Determinazione e dell’Accoglienza in tutti gli stati della vita, allora ciò significa che al principio, come presso il Principio, lo Spirito è forza determinante quanto accogliente. Se lo Spirito è forza determinante quanto accogliente, allora cessa il primato maschile sulla vita femminile. Non per questo, però, cessa a favore del femminile ma ambedue cessano a favore del loro Spirito: nella reciproca corrispondenza di vita, forza data dalla vita della loro Cultura e della vitalità data dalla vita della loro Natura.

Se è vero che vi è una netta divisione dei principi fra l’identità maschile (quella che determina di proiettare la vita) e la femminile (quella che determina di accoglierla) è altresì vero che vita è corrispondenza di stati. Allo scopo della vita, dunque, necessariamente, anche i principi dei rispettivi stati non possono non unirsi in uno stato nel quale ciò che è maschile (la determinazione) non può non avere anche del femminile (l’accoglienza) e ciò che è femminile (l’accoglienza) non può non avere anche del maschile: la determinazione. Dove si uniscono gli stati maschili e femminili della vita? Direi che i due stati si possono unire (nel senso di con – fondere la loro identità per acquisire quella della vita) nella reciproca forza che l’attua: lo Spirito. Data la forza dello Spirito, se il principio iniziatore della corrispondenza, fra il maschile con del femminile che è dell’Uomo ed il femminile con del maschile che è della Donna è la vita, ecco che, con – fusi nella e dalla reciproca forza, la comunione degli stati li fa diventare un unico principio, cioè, il corpo di un unico stato, con altre parole, di “un’unica carne”. In quello stato di unione, necessariamente, la rispettiva sessualità è in subordine (non certo per negazione e/o esclusione ma per elevazione degli scopi di vita) a quella data dalla corrispondenza fra il reciproco Spirito. Tanto quanto la naturale e culturale sessualità viene posta in subordine alla comune forza dello Spirito e tanto quanto la comune forza dello Spirito diventa la spirituale sessualità di chi è giunto a questo stato di elevata ed elevante comunione di intenti con il Principio della vita.

Siccome la vita naturale si origina attraverso l’unione sessuale fra gli stati maschili e femminili della vita e siccome lo Spirito è il principio della forza che lo permette, allora, lo Spirito della vita è principio della vita anche dell’unione sessuale che si origina dalla corrispondenza fra i due caratteri della sessualità.

Può una forza comunicare ciò che di sé stessa non è? Se non lo può (e non lo può) ciò significa che anche la vita dello Spirito ha carattere determinante e carattere accogliente; ed è questa forza “binario_unitaria” la sua “sessualità”. Quando la sessualità dello Spirito è forza determinante e forza accogliente, o con altro dire, maschile o femminile? Direi che è determinante quando origina una creazione, ed è accogliente, quando permette l’evoluzione di quanto ha determinato la sua forza.

Apro una parentesi. Se la sessualità dello Spirito è data dai due caratteri della sua forza, così non può non essere per la sessualità degli spiriti, perché, pur nel rispettivo stato di vita (suprema forza nello Spirito, e a somiglianza negli spiriti) sono lo stesso stato di vita.

Ho rivisto questo scritto nell’Agosto 2013. Ha avuto bisogno di più di qualche aggiustamento. Quando l’ho scritto a padre Aldo Bergamaschi non ero totalmente libero, come pensavo, dall’influsso religioso canonico. Dal decondizionamento cercato ed ottenuto, la nuova vista m’ha permesso questa serie di considerazioni.

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Dicembre 2019

 

La Genesi: visioni e visione.

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Vista dalla ragione, la Genesi biblica non sta in piedi da nessuna parte. Ciò che non dice alla ragione, però, continua a dire all’emozione, e l’emozione è la parola della vita che dice la stessa. All’emozione degli autori della Genesi, quindi, accosterò la mia ma senza alcuna pretesa di sovrapposizione. Diversamente da chi crede nella Genesi biblica, io non ho alcuna pretesa di verità. Dico solo quello che, secondo la mia emozione, pare più vero. In cotanto genere di scienza si impiega un attimo a perdere il filo del discorso. Succede a me, figuriamoci ad un lettore. Non volermene, quindi, se mi vedo costretto a ripetere il già detto. Ho rivisto questa stesura nell’Aprile 2020. Non credo sia la  definitiva. Fra stesura e stesura sento il bisogno di riprendere fiato. Qualche volta l’ho ripreso subito, qualche volta dopo qualche anno, qualche volta dopo decenni, e qualche volta lascio tutto come sta perché giungo a non poterne più! Tieni presente che non ho studiato e che neanche sono uno studioso. Scrivo, quindi, perché devo sempre dir la mia!

Il seducente motivo della tentazione del Serpente fu: dopo aver mangiato il frutto dell’Albero del Bene e del Male, saprete ciò che sa il Principio e diventerete come Lui. (Cito a memoria) I primevi però, anche prima della Tentazione erano già come il Principio. Essendo vita, infatti, avevano gli stessi stati del Principio: Natura per quello che é; Cultura per quello che sa; Spirito per quello che sente.

Il Principio viene immaginato come Persona da quasi tutte le religioni: non da me. Circa il Principio “conosco” i suoi principi perché li ho riconosciuti nella vita che ha originato, ma non so altro. Quello che so, é che E’ quello che E’. Fondo la mia fede nella vita, quindi, (il tutto dal Principio) solo su questo credo. Naturalmente, anche a me capita di umanizzarlo, ma solo perché discuto su quanto detto dalla Genesi, non perché discuto su Dio che nomino solo come Principio o Padre.

I Primevi erano coscienti di saper discernere secondo un personale bene, o lo divennero dopo la Caduta e la conseguente Cacciata? Se i Primevi erano nel bene del Principio, non potevano che discernere solamente secondo il bene indicato dal principio della loro vita: il Bene. Se prima della Tentazione i Primevi discernevano secondo il bene del Principio, quanto discernevano secondo il loro? Secondo me, per niente.  In ragione del loro stato di Somiglianza, infatti, erano già come il Principio. Ne consegue, nessun’altra conoscenza alternativa, al più un diverso stato perché relativo al loro stato.

Un altro stato di discernimento sul bene è lontananza da quello del Principio. Ogni stato di differenza dal Principio del bene è l’intrinseco dolore che porta all’errore. Essendo differenza dal Principio (e, dunque, lontananza tanto quanto vi é differenza) l’errore é intrinsecamente contenuto anche nel solo stato di ignoranza circa la conoscenza del Principio. I primevi potevano non avere il loro stato di ignoranza circa la conoscenza del Principio? No! Se avessero potuto conoscere il Principio come il Principio conosce sé stesso, nulla li avrebbe distinti dal Principio. La perdita della distinzione fra la vita del Principio e quella principiata fu il timore principe del Dio visto nella Genesi. Timore però, che presso Dio non ha alcuna ragione di essere. Ragione di essere, invece, presso l’uomo che immagina Dio secondo sé.

Dal momento che ogni lontananza dal Principio è uno stato di male dovuto all’intrinseco dolore da separazione dal Bene, ne deriva che i Primevi erano nel dolore del male, anche prima della caduta in errore data dalla Tentazione subita. Si può anche sostenere, allora, che fu il male a priori della Caduta (la lontananza dal Principio data dal loro stato di Somiglianza) che permise il male che conseguì alla Tentazione, non, la tanto vituperata Eva e l’accogliente Adamo! Se il loro errore fu a priori di ogni azione di male perché intrinseco nella stessa differenza di identità fra la loro e quella del Principio, quando iniziarono a discernere secondo sé?

Sorvolando sull’irrilevanza di un come che può mutare il racconto della Genesi ma non la storia che ne é conseguita, fu quando presero coscienza della loro differenza fra il loro bene e il Bene. Quando ne presero coscienza? Non ci si scappa: fu quando sentirono (conobbero e capirono) il primo dolore. Qual é stato il primo dolore? Il primo dolore non può essere stato provocato che dalla separazione dalla vita originante.

Perché fu primo il dolore e non il primo concetto di male? Perché prima della Cultura (pensiero della vita comunque concepito) fu originata la Natura: corpo della vita comunque formato. Ne consegue che il sentire viene prima del sapere, come prima di un contenuto deve esistere il debito contenitore. Ancora ne consegue, che il primo dolore fu il contenuto che formò il contenitore che diciamo corpo a livello naturale, mente a livello culturale, e Spirito a livello vitale.

Prima della conoscenza circa la loro vita, quindi, venne il sentire circa il loro corpo. Dalle definizioni attuate dal loro sentire derivò la conoscenza di sé. Con altro dire, la nascita a sé stessi. Ogni nascita é preceduta da quattro momenti.

Vi è quello culturale nel quale i generanti determinano ciò che intendono attuare;

vi è quello nel quale accolgono ciò che hanno determinato di originare;

vi è quello nel quale viene agito l’atto che hanno voluto perché accolto;

vi e’ quello della genesi di una nuova vita e che, necessariamente, si attua per “cacciata” da un “ventre”.

Immaginando ventre (la vita del Principio) si può anche immaginare che “cacciò” la vita a sua somiglianza dal paradiso che è l’assoluta completezza dell’Essere come una partoriente, necessariamente caccia quanto che deve far nascere. Secondo questa visione delle cose, al principio non ci fu nessun Principio con fragole da vendicativa giustizia per disobbedienza ricevuta, bensì un Principio (comunque lo si immagini o lo si pensi, che il punto non è questo) che, essendo vita, non poteva far altro che “partorire” sé stessa. Perché non poteva altro, ad esempio, rimanere Principio? A mio vedere, perché un Principio che non attua i suoi principi, perde il senso del suo essere in vita; e se il senso del suo essere in vita è “sono vita” (e, quindi, Verbo e Parola) quei due principi non può non dare.

Amore è corrispondenza di stati. A maggior corrispondenza, maggior amore. Ad assoluta corrispondenza, assoluto amore. Ammesso nel principio lo stato di Assoluto ne consegue che è amore assoluto. Un amore assoluto può provare solamente quello che in assoluto é! Un amore assoluto può negare un desiderio di conoscenza? Se non lo può negare se non negandosi come amore assoluto, neanche fu possibile alcuna disubbidienza! La presenza dell’ira tremenda verso i concepiti, perché “caduti” a causa della volontà di conoscere secondo sé, quindi, non ha alcun senso. Tanto meno ha senso il cosiddetto “peccato originale”. Non ha senso, appunto perché al principio e presso il Principio non c’é e mai c’é stata alcun genere di colpa. Ha senso, invece, tanto quanto consideriamo “peccato originale” ogni vita in nascere e in divenire. Questo, però, é l’errore che commette chi considera la vita “una valle di lacrime” che non varrebbe la pena di vivere perché più dolorosa che gioiosa. Questo genere di pessimismo è dimostrato dalle opere (quando non dalla vita) dei “mistici” che per poter meglio salire con la mente verso i principi del principio, negano alla loro Natura di poter compensare con le gioie del corpo i dolori che tutti patiamo per erronea Cultura. Lo fanno perché è l’unico mezzo che permette l’ascensione ai loro Cieli? Alla vita non risulta! Tanto meno al Paracleto!

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Quando si rivolge all’Eletto

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Quando si rivolge ad Israele lo Spirito biblico lo dice sia al maschile (forza spiritualmente e culturalmente determinante), che al femminile: forza spiritualmente e culturalmente accogliente. Con questo non intendo dire che lo Spirito divino ha identità maschile o femminile, ma solo che lo stato della Sua vitalità ha forza (Spirito) carattere determinante e accogliente. Con la differenziazione fra spirito divino e spirito biblico non intendo dire che lo spirito biblico non sia divino, o non possieda stato di divinità. Intendo dire, invece, che lo Spirito del Principio non può scendere dalla sommità della vita a quella di un monte, se non calando sé stesso in un altro stato della vita, ma, pur con tutto quello che può, neanche il Principio può collocare diversamente il Suo principio. Perché mosso da altra condizione (ed per tale condizione messo) non sarebbe sovrano, e neanche assoluto. Dio non è quello che ci fa maggiormente comodo.

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I principi dei Profeti

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Per come la vedo, la differenza fra il concetto di Padre e di Allah sta nel fatto che uno è Signore (a dir di Cristo) e l’altro è Sovrano a dir di Maometto. Si può anche pensare che l’idea di Dio dei due tramiti sia nata dal bisogno personale (elevato poi al divino) di trovare un nuovo principio della vita che a loro mancava: un Padre annunciato dal Cristo evangelico, e un ordinatore sovrano annunciato da Maometto.

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La Transcultura

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Sono anni che si sta dicendo in giro che se ha lasciato il precedente incarico lo si è dovuto al fatto di non avere altri mezzi per sfuggire alle mie spire (pardon, lettere) ma dal momento che comunque la raggiungo, o ci deve essere chi semina maldicenze, o Marzana e troppo vicina a Verona! Comunque sia, Cultura, (in quello che si è di ciò che si sa per quanto si sente) è il prodotto esistenziale del viaggio di transizione dagli infiniti stati della conoscenza che è (la presente) a quella che segue: la futura. Se per fare una vita ci vuole una vita, direi che la Cultura è un viaggio che non finisce mai. Cultura, pertanto, in effetti è Transcultura.

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Attraverso i passaggi transculturali

Attraverso i passaggi transculturali fra il dato acquisito e quello che segue, si raggiunge la conoscenza della soggettiva identità. Direi, allora, che per questo, la Transcultura è il binario della Cultura. In ragione degli stati della vita (Natura, Cultura e Spirito) la conoscenza Transculturale (anche sessuale) è stato che ha tre stati di viaggio : il naturale, il culturale e lo spirituale. In ragione della forza della vita (lo Spirito) che si origina dalla corrispondenza fra gli stati, i tre stati di viaggio convergono in un unico centro: l’Identità. L’Identità personale è data dalla rapporto di corrispondenza fra i suoi stati: secondo la forza del suo Spirito, Natura che corrisponde con la sua Cultura. L’Identità sociale è data dalla corrispondenza fra l’Io soggettivo e quello collettivo di prevalenza. Fissati i principi, non per questo i principi possono fissare la vita: corrispondenza di infiniti stati naturali, culturali e spirituali storici non di meno che personali e sociali. La corrispondenza di vita che Persona ha con se stessa e con l’ambito umano, sociale e storico in cui vive (e che la forma quanto a sua volta forma) la porta a ricevere vita naturale (emozioni nel corpo), culturale, (emozioni nella mente), e spirituale (emozioni di forza), anche oltre ciò che è del suo segno genitale. Per gli infiniti influssi che la compongono, la Personalità umana, dunque, è il mosaico dei dati emozionali che riceve e, comunicando, disegna. Nei casi della comunione di vita conseguente alle corrispondenze fra valenze emozionali reciproche ma di segno naturale opposto vi è il gruppo sessuale detto “Etero”. Nel Gruppo Etero vi sono Figure che corrispondono con la Natura, la Cultura e lo Spirito (e, dunque, con la vita) con la parte prescelta per il proprio completamento. Ve ne sono altre che vi corrispondono con la Natura ma variamente con la Cultura e, dunque, nella reciproca vita separate tanto quanto variamente corrispondenti. Altre ancora che vi corrispondono con la Cultura ma variamente con la Natura e, dunque, nella reciproca vita separate tanto quanto variamente corrispondenti.

L’area di separazione

L’area di separazione per non corrispondenza di vita, può essere una zona di vissuti (variamente espressi, contenuti o repressi) non ortodossi alla Regola che, o la Persona ha scelto di praticare o che il Sociale l’ha indotto a praticare. Nel Gruppo “etero”, non sono ortodosse pulsioni sessuali: verso età e/o stati di vita non equamente corrispondenti a quella di chi la prova. Fra le prevalenti: la pulsione pedofila, la gerontofilia, la necrofila, la feticista; verso variegate e/o complesse fantasie e/o gusti in amare. Nei casi delle personalità variamente e/o diversamente corrispondenti al segno opposto quanto al simile, vi sono i casi di omosessualità: prevalente comunione di vita con il simile al proprio segno genitale; bisessualità: comunione di vita con diversi del proprio segno genitale ma anche con simili; transessualità: estremo ricongiungimento psichico e financo somatico con il segno di ideale corrispondenza culturale e sessuale; travestimento: sul proprio sesso, sovrapposizione dell’abito (anche culturale ma non necessariamente di quello sessuale) dell’altro sesso. Come l’Eterosessualità, l’Omosessualità è uno stato sessuale che ha moltissimi stati di vita. Fra i prevalenti: vi è quella che corrisponde sia con la Natura che con la Cultura di segno simile al proprio; vi è quella che corrisponde con la Natura simile (maschile e/o femminile che sia) ma non con la sua Cultura. Con altre parole, corrisponde con la figura maschile o femminile ma non con il pensare al maschile o al femminile simile al proprio segno. Ancora come l’Eterosessualità, anche l’Omosessualità ha comportamenti non ortodossi con la sua Regola, infatti, fra i prevalenti vi sono i casi di pedofilia, gerontofilia, feticismo, gusti e complesse fantasie in amare.

Non so a lei ma nell’amare omosessuale

Non so a lei ma nell’amare omosessuale non mi risultano i casi di necrofilia se non come un amare (o in se o in altri da se) delle “morte” vitalità culturali e spirituali. Questo genere di necrofilia, però, è presente in tutti i Gruppi sessuali tanto fa parte dei dolori e/o del male nel vivere e/o dal viversi male. Indipendentemente dalla personalità sessuale di prevalente identità, coloro che corrispondono con la Cultura simile ma non con la simile Natura, formano un Gruppo che dico Omoculturale. Lo cito in ultimo ma non perché sia ultimo. In effetti è primo. A mio avviso, infatti, questo Gruppo è come se fosse l’insieme dei vasi capillari che, pur non defluendo in vene di altre valenze sessuali oltre la propria e ne in arterie di altre identità sessuali altre la propria, tuttavia, permettono la transizione transculturale, oltreché della vita propria anche di quella altra. Ammesso il concetto di Transcultura e, dunque, dell’indefinibilità della vita (anche sessuale) se non come il prevalente stato di infiniti stati di vita, ciò, ovviamente, implica che vi sino stati non prevalentemente conformati e, come tali, crescenti. I Crescenti, individualità che non hanno ancora definito il corrispondente carattere sessuale culturale e, dunque, neanche di vita, sono delle personalità sessuali che dico “esposte”. Gli ” esposti ” (che pur sentendo vari ruoli non hanno sufficienti conferme culturali e, dunque, identità) sono come degli adottandi in attesa della famiglia (la Norma sessuale) in cui collocarsi. Non hanno sufficiente identità perché non sanno trovare la propria e ne la corrispondente? Non la trovano perché la loro è ancora transculturale, cioè, di passaggio? Non la trovano perché la Transcultura ( anche sessuale ) e la loro specifica condizione? Non la trovano perché i concetti ” normali ” sulla sessualità gli impediscono di trovarla se non truffando vita, cioè, mentendo a se stessi e alla controparte: persona, famiglia o società che sia? Non la trovano perché non se ne comprende la Cultura e/o pur non comprendendola la si riconosce se non come “devianza”? Ebbene, è una zona sessuale che può anche essere impercettibile (questa che vivono le identità esposte) che non può non preoccupare, invece, l’ignoranza nelle quali le lasciamo è la terra che copre, oltre che la loro vita, anche gli errori dei medici: i deputati a far conoscere.

Chiarire la zona di impercettibilità

Chiarire la zona di impercettibilità sessuale che dico, implica l’accettazione (presa in carico che se non necessariamente significa condivisione non per questo significa esclusione) di ogni sessualità. La sessualità, è moto di vita. Come la vita, ha tre stati: il naturale, il culturale e lo spirituale. Dal momento che la vita si attua in ragione dello stato della sua forza, nel dire sulla vita (anche sessuale) non si può non prendere atto che lo Spirito (essendo la forza della vita) è origine di sessualità quanto e non di meno della Natura e/o della Cultura. Le corrispondenze fra Natura, Cultura e Spirito sono stati di infiniti stati di vita. Per l’influsso di vita sia fra i segni naturali, culturali e spirituali simili al proprio segno genitale o diversi, come da quelli variamente corrispondenti o non, ne deriva che tutti stati della vita sessuale contribuiscono alla ricerca e alla conformazione della personalità che dal periodo della transizione transculturale sfocerà in quella di prevalente scelta. Ciò significa che la vita sessuale è sessualmente promiscua? No. Essendo la vita (anche sessuale) corrispondenza di stati, direi che (in ragione dello stato delle corrispondenze fra i suoi stati) ad ordinare se stessa, ed in ciò a costituire la Norma, è la stessa sua vita. E’ la stessa sua vita, perché dove non vi è corrispondenza fra gli stati, la vita ha dolore: secondo infiniti stati di questo stato, male naturale e spirituale da errore culturale. Dall’affermazione ne consegue che, in ogni stato di vita il bene naturale e spirituale è la Norma (il giusto) che permette di raggiungere quella culturale del vero.

Evidentemente esclusa

Evidentemente esclusa da sotto i cavoli, la radice della Transcultura non può non essere che quella dei Generanti: famiglia, società e storia. Dato il rapporto di dipendenza dei Crescenti, quando i Generanti sono figure in molti modi e stati predominanti (nel senso che dominano ciò che influiscono secondo schemi di non corrispondenza) non possono non influire del loro carattere (soverchiandola) la personalità di chi fanno crescere. Fra le prevaricate per l’eccesso di influsso dato dal soverchiamento di un carattere su l’altro, oltreché quelle che l’hanno subito e/o elaborato nelle ” devianze ” e/o nelle ignoranze, vi sono quelle che l’hanno rigettato. Se il rigetto del prevaricante influsso ha impedito l’acquisizione della forza del carattere dell’influente (ed in ciò ha “tutelato” il proprio) non per questo quella “salvezza” è stata indolore. Non è indolore quando, per rigettare l’influsso, si giunge, in parte e/o in toto, a rifiutare parte e/o toto dei Generanti: famiglia o componenti, società o ceti, storia o momenti storici. Nel bene e nel male, il Generante rifiutato perché se ne rifiuta l’influsso è pur sempre amato. Lo è, perché, nel bene e nel male e indipendentemente dallo stato parentale (famigliare, sociale e/o storico) presso la vita del Crescente, è pur sempre Figura di principio. Come lei sa bene, la Tossicodipendenza è piena delle testimonianti vittime delle lotte fra l’amore e l’odio verso le Figure di Principio.

Il rigetto dell’influsso

Il rigetto dell’influsso della Figura prevalentemente determinante, quasi sempre costituisce una identità in dissidio con se stessa perché in dissidio con la Generante influente in eccesso. E’ un dissidio (la guerra fra l’amore e l’odio verso chi si ama ma che si rifiuta per eccesso d’influsso) che (coscientemente o incoscientemente che sia) tarla di dubbi la condizione sessuale che comunque non può non essersi costituita. Non solo. Il dubbio da cui consegue l’incertezza di se, può rendere la persona, ostile (anche sino alla violenza più estrema o contro se o contro altra da se) verso chi (volontariamente quanto involontariamente) porta verso la superficie di quell’identità le tensioni sessuali che, presso le persone in questione, sono motivo di dolore culturale e spirituale. Alla stregua dei naturali, quando i dolori culturali e spirituali non hanno chiare risposte, come risposta possono ricorrere anche ad elementi compensanti: non esclusi le droghe. La Transcultura anche sessuale, è viaggio verso il personale principio? E’ ritorno verso il personale principio? E’ rivendicazione di se? E’ rivoluzione contro le convenzioni? In attesa ci si dica come sinora non è bastato (se fosse bastato non vi sarebbero dolori, e dunque, neanche sessualità diversa nel senso di anormalmente intesa) nelle domande che faccio credo vi siano anche le risposte. Dal momento che vi è vita, il Principio della vita ( Stato originante comunque lo si chiami o se lo si dica naturale o soprannaturale ) è attuare vita. Ne consegue che attuare vita è il principio di vita di chi segue quella del Principio della vita. Dal momento che il Principio della vita non può essere stato il Male (essendo non vita, il Male, se fosse avrebbe attuato non vita tanto quanto è male) ne consegue che il Principio della vita non può essere che il Bene.

Il Bene è la Natura del Vero

Il Bene è la Natura del Vero di ciò che è Giusto alla Cultura della forza della vita: lo Spirito. Lo Spirito è sempre stato considerato a parole, ma, almeno nella nostra Cultura, mai sufficientemente praticato se non a parole, eppure, nella linea viaria che è la nostra vita, è Capo stazione! Lo è, perché è la forza che indica al nostro convoglio (la somma delle informazioni) se nel binario (la Norma) deve arretrate, fermarsi, procedere, o cambiarlo perché di erroneo tratto. Attraverso il dolore, infatti, lo Spirito indica alla forza della Persona che sta sbagliando percorso; attraverso il bene (vero per quanto è giusto) che può procedere nella sua volontà; attraverso le esaltazioni o le depressioni, che deve rivalutare le sue decisioni e/o gli stati della sua forza prima di procedere nella sua volontà; attraverso la sua pace (cessazione dei dissidi ) che, di volta in volta, è giunto alla verità di se. Direi, allora, che se la Persona ( necessariamente Transculturale sino a che non ha costituito l’identità di prevalente scelta ) segue le indicazioni del suo Capo Stazione, in ogni stato di vita è normale a se ed al Sociale anche se sessualmente non corrisponde al tipo ed al genere della prevalente Norma che il sociale ha adottato per la sua costituzione. Tornando al bene, se il Bene è l’Immagine del Principio della vita: essendolo è Norma di principio. Dato il principio, sia a livello personale che sociale se ciò che ci si prefigge è dare bene in ogni aspetto della vita, allora, tutto è normale in ragione del bene che si origina o del male che non si origina. Se tutto è normale in ragione del bene che si origina o del male che non si origina, allora, non la Personalità sessuale è meta del giudizio, tutt’al più, il suo vivere. Ogni adeguamento culturale (normalizzazione) che non tiene conto di ciò che è normale al viaggio della persona (cioè, alla sua personale esistenza) è un deviante e pericoloso arbitrio. La normalizzazione (una naturale normalizzazione) dovrebbe essere l’opera di potatura per la quale e con la quale una identità stacca da se stessa ciò che si è seccato dopo aver compiuto il suo ciclo vitale. Succede, invece, che la rinuncia alle proprie particolarità sia degenerata nella culturale pretesa di doverlo fare in modi e tempi quasi mai corrispondenti allo stato personale ma quasi sempre corrispondenti allo stato sociale.

I motivi per cui lo stato etico – sociale

I motivi per cui lo stato etico – sociale, pretende l’attuazione della rinuncia di se (anche se prematura) non sono pochi. Vi sono motivi riconducibili ai vari poteri del ” Principato e della Religione ” (Padre Aldo Bergamaschi) ed altri riconducibili all’odierno sistema economico, nel quale anche la Persona è diventata uno dei tanti prodotti. Per quanto la pretesa della normalizzazione al Sociale possa anche essere legittima, certamente non lo è dove procura dolore: male da errore nella vita della Natura, che in quella della Cultura e dello Spirito e contrasto di vita con il Principio: il Bene che da lo stare bene. Certamente vi sono identità che sanno adeguarsi alle pretese sociali perché le sentono anche proprie ma vi sono personalità che: o non hanno lo stesso sentire, o non ne hanno lo stesso stato, o gli stessi tempi. Una identità forzosamente inserita o che forzosamente si inserisce in una Norma che se non di fatto almeno in potenza pretende comportamenti di ortodosso rigore quando è ancora alla ricerca di se, o si adegua più o meno forzosamente ( e si ” normalizza ” castrandosi ) o non potendo vivere il proprio se, o si ammala della vita che non gli appartiene o, estraniandosi dal sociale contingente e storico che non l’accetta, si difende normalizzandosi in proprio. I Carcerati dalla Norma (i resi malati dall’impossibilità di raggiungere se stessi e/o quelli che si sono normalizzati castrandosi) o gli Evasi (i cosiddetti devianti, sani che siano riusciti ad essere nonostante tutto, o ammalati perché succubi del tutto) non potranno non sentirsi soli. Ben diversamente, sono unici perché non trovano corrispondenti con i quali completarsi.

E’ anche vero che li si può dire impropri

E’ anche vero che li si può dire impropri al Sociale perché diversi, ma è anche vero che possono essere impropri al Sociale perché il Sociale accetta gli unici (i se stessi) solamente quando, o gli sono adatti o vi si adattano. Si può essere propri (perché se stessi in quanto unici) e nel contempo corrispondere con il Principato, la Religione ed il vigente sistema? Se non in toto certamente per parti quanto per stati. Tutto sta a vedere se il Sociale accetta (di fatto oltreché per l’impotenza nell’impedirlo) il concetto di “Transnormalità”: derivante dalla Transcultura, lo stato di passaggio fra stati e stati della Norma che sostengo: il Bene. La diversità (sia quando è segno della proprietà di se che quando è la via per giungervi) certamente è uno stato che “spaura” non solo ogni Ordine costituito sulla Persona ma anche la stessa Persona quando teme sia la propria realtà che quella del contesto in cui vive. Come, dunque, normalizzare la vita propria e normalizzarsi nella vita sociale senza ferire se stessi con una precoce rinuncia di se, o senza ferire il sociale o con la diversità o con la paura del diverso? Come non ferire la vita propria quanto la sociale con gli stati suicidari che non possono non sortire dalle sofferenze che derivano da passivi e/o pessimistici confronti fra la norma detta dall’Io individuale e quella detta dall’Io sociale? Come non essere feriti dal sociale e come non ferire il sociale per reciproca emarginazione? Direi, tornando ai principi che hanno costituito l’odierno Contratto: il bene nella Natura propria ed altra, detto dal vero nella Cultura, propria ed altra, per quanto è giusto allo Spirito, cioè, alla forza della vita propria ed altra. Mi rendo ben conto che ciò che esprimo in questo scritto non è particolarmente scientifico ma come ho avuto occasione di dire per la chimica, la mia scienza è il cuore.

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ad Alessadro B.

Datata

La fede è un principio che si ricongiunge al Principio

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Il principio della spiritualità islamica è detto nel significato della parola Islam. Lo preferisco nella versione “dedicato a Dio”. Ora, chi è Dio? Poiché è il Principio della vita è, necessariamente, anche il Padre di quanto ha generato: la vita. Non entro nel merito di come. Checché raccontino le massime Teologie, è al di fuori di ogni possibile conoscenza. Ora, ammessi nei rispettivi principi di fede, gli intenti che l’Islam ammette esclusivamente per sé (il compito principe) ne deriva che il cristiano è anche islamico come l’islamico è anche cristiano. Certamente vedo della diversa cultura e della diversa ritualità, ma per la fede di chi si dedica al principio Padre cosa è fondante? La ritualità o la sostanza? Ad fedele la sua risposta.

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La storia della Torre mi gira per la testa da anni

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Mi sono bastati tre micro secondi di Wikipedia per perdermi in quel tanto, così, butto via tutto e te la racconto secondo me. Vedo la Torre di Babele come la struttura che rappresenta l’innalzamento della nostra conoscenza. Per quell’innalzamento, siamo persino giunti a replicare la creazione umana, animale, vegetale. Non solo. Per quell’innalzamento, i referenti religiosi (non esenti da commistione con il potere politico) sono giunti, persino, a dir di conoscere la Verità, e quel che è peggio, (a mio avviso) a pretendere d’imporla. Non occorre che ti dica il Caos che ne è derivato e che tutt’ora ne deriva. Tornare a tempi prima della costruzione è assolutamente illusorio, e chi li predica, assolutamente fanatico. Eppure, è necessario ridistruggere la Torre. E’ necessario, mica perché Dio si preoccupi più di tanto di vedersi tampinato dall’Io, ma perché stiamo rischiando di porre in delirio la mente. Cosa che, Natura docet, succede ogni volta saliamo cime dove l’ossigeno (la conoscenza) è più rarefatto. Certamente, è ben difficile (quando non pericoloso e/o vano) poter distruggere quel simbolo del collettivo orgoglio intellettuale. Tuttavia, il collettivo è composto di parti, ed ogni parte, è suo mattone. Ciò che non si può fare nel collettivo, quindi, lo si può, nel singolo, o lo può il singolo. Lungi da me l’idea di invitare il singolo mattone a suicidarsi (culturalmente) onde poter permettere lo smantellamento del collettivo orgoglio detto dalla Torre. Più vicino a me, invece, è l’idea di contenimento dell’orgoglio. Come? Auto_riducendosi. In che senso? Ritrovando la misura uomo, che abbiamo perso nella misura orgoglio. Come? Ad ognuno la sua risposta. Rispondere al posto d’altri è continuar a costruire la Torre.

babele

atestpostGennaio 2008

Lasci ogni speranza chi pensa di restare fuori

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La vita amalgama l’animante con l’animato solo secondo Spirito. Naturalmente, ognuno da, fa, ed è, quello che può, ma lo stesso, lasci ogni convinzione chi pensa di escludersi  dal compito di essere coscienza che anima coscienze. Con l’affermazione intendo dire che andando verso la vita non possiamo restare come siamo (qualsia individualità si sia) neanche volendolo. La presa d’atto di ogni informazione, infatti, non può non mutare il pensiero dell’informato a nuovo: ne sia cosciente o no. Ogni conservatore dell’identità che è, pertanto, perda la speranza di restare così. Non ho mai creduto che fosse complicato capire questo concetto, ma il commento di un offensivo e multiforme infelice (confido nel forse) m’ha costretto a ripensarci.

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Chiarimenti

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Per – stato – intendo la condizione naturale, culturale e spirituale della rispettiva identità. Avendo tre stati, la vita è trinitario_unitaria. E’ assoluta unità fra i suoi stati solo al principio di ogni principio. Nel nostro principio è unitaria in ragione della misura di ricongiungimento fra i suoi stati.

Possedendo gli stessi stati di principio, necessariamente ne consegue che l’immagine della vita particolare somiglia all’immagine della vita universale. La differenza fra la Particolare e l’Universale è detta dallo stato del rispettivo stato: assoluto al principio e dello stesso Principio. Relativa al nostro stato il nostro principio.

Vita è corrispondenza di stati, non, somma di stati. Al principio, quindi, Il Principio è l’assoluta unità fra i suoi stati. Per questo, è detto l’Uno. L’Uno è l’Immagine della vita. La nostra (all’Immagine somigliante) è, necessariamente, trinitario_unitaria.

Lo stato trinitario della vita è unitario tanto quanto agisce l’equa corrispondenza fra gli stati. Una informazione non corrispondente allo stato (naturale – culturale – spirituale) di una data vita, quindi, scinde il rapporto di forza fra gli stati. Scindendola, mina una Natura e la dissocia dalla sua dalla Cultura. Così facendo si ammala di estraneità.

Lo Spirito è la forza della vita che ha originato il suo principio: la vita. La vita, quindi (sino dal principio e dello stesso Principio) è continua manifestazione della sua potenza. Lo Spirito del Principio non è tanto né poco: lo Spirito è vita, e il suo spirito (la sua potenza) vitalità. Lo Spirito è la vita della Natura che ne recepisce la forza secondo la sua Cultura. Come un muscolo è l’immagine della sua forza, l’immagine dello Spirito è la vita soprannaturale e naturale di cui è forza. Secondo la conoscenza di ciò che è alla coscienza, come la forza del nostro spirito è tramite di alleanza fra gli stati della nostra vita, (come fra vita e vita), così, la forza dello Spirito, è tramite di alleanza fra la vita umana e quella del Principio della vita. Come per la parola, lo Spirito è l’emozione della vita che dice sé stessa. La percezione dello Spirito è della coscienza che la recepisce come forza. A maggior percezione, maggior forza, maggior coscienza e maggior conoscenza. La conoscenza sullo Spirito è data dal sentire le emozioni della vita: il Tutto dal principio. A maggiorato sentire, maggiorata conoscenza per la maggiorata emozione.

Perché primo Verbo (IO SONO) e prima Parola (VITA) il Principio è il Profeta di sé stesso. Come c’è un solo Principio di nuova parola, così il Principio è sommo Profeta dal principio.

Indipendentemente dal loro stato naturale, culturale e spirituale, sono interpreti del Principio quanti hanno creduto di saperlo in proprio, o al caso, perché ausiliati e/o comunque influiti da inverificabili origini e/o stati. Non per questo non eletti, ma tanto quanto le loro parole non hanno edificato la Parola. A questo proposito, ad ogni credente il suo giudizio.

Se non altro perché non vi possono essere contenuti culturali e spirituali se prima non vi è il corpo contenitore (la Natura) ammettiamo che della vita maschile e della femminile, il loro primo stato sia il naturale. Come l’acqua prende forma dalla forma del contenitore, così, un contenuto culturale non può essere estraneo allo stato che lo contiene. Ne consegue che la Natura del dato stato è la via che forma la Cultura di quello stato. Dal principio naturale della vita, dunque, si originò il corrispondente principio culturale.

Il principio del bene nella Natura è il sentire. Il principio del bene nella Cultura è il sapere. Lo Spirito è il principio della forza della vita del bene naturale e culturale che si origina dal sentire nel sapere (se il prevalente principio di vita è diretto dalla forza della vita della Natura) o dal sapere nel sentire se il prevalente principio di vita è diretto dalla forza della vita della Cultura.

Vita, è stato di infiniti stati. Si origina dalla corrispondenza fra tutti e in tutti i suoi stati. Ciò che è del sapere nel sentire (come nel sentire nel sapere) allora, diventa vita secondo Spirito.

Se non vi fosse integrazione fra i tre stati, la vita avrebbe avuto un solo stato e, dunque, o eterno (ma di eterno vi è solo il Principio) o, per quanto lungo, necessariamente a termine.

Non necessariamente in ordine di tempo ma, necessariamente, secondo l’ordine dato dal convivere fra i suoi stati, la vita, quindi, si evolse (come si evolve) secondo Cultura della Natura: il Corpo. Secondo la Cultura della sua Natura: il pensiero. Secondo le finalità di vita, al perseguimento naturale e culturale seguì la Cultura della vita secondo la sua forza: lo Spirito.

Mi dirà: come fa uno stato della vita ad avere il senso della vita della propria Natura se, essendo stato e, dunque, non ancora vita (secondo forza, Natura che corrisponde con la sua Cultura) non può avere quello della propria Cultura e, dunque, neanche quello del proprio Spirito? Lapalissiano, Padre! Perché qualsiasi stato naturale vi sia stato in origine, avendo lo Spirito che gli è forza ha la vita data dal Principio. Avendo la vita data dal Principio (il cui principio è vita) in ragione dello stato del suo stato, necessariamente, ne ha Cultura.

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La separazione dal Principio

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La separazione dal Principio del bene senza dubbio fu un dolore, ma, se quel dolore principiò la vita la si può dire, per quanto necessario, solamente il fisico male che ha formato l’errore culturale che ha deformato il nostro stato spirituale? Direi che la si può dire solamente male nel senso detto, se la separazione fosse stata fine a se stessa, ma, siccome nel bene e nel male principiò la vita che è, necessariamente, non può esserlo stata; ameno ché, la vita che è, non venga pessimisticamente sentita quanto interpretata o solamente o prevalentemente come male: dolore naturale e spirituale da errore culturale.

La lettura del fatto (come di un qualsiasi fatto) dipende anche dallo stato di spirito di chi l’interpreta. Chi vive la sua vita come una condanna, tenderà a condannare (direttamente o per interposta persona e/o per principio) o l’atto, o il fatto o la persona che a suo giudizio gliela fa vivere da condannato, e per elevazione di motivi, come condanna fa vivere anche la vita di chi segue quel profeta. Diversamente, chi vive la vita con amore (comunione fra gli stati naturali quanto soprannaturali di ogni stato della vita) tenderà a comprendere il tutto secondo questa misura. Dove non potrà accogliere la vita con amore perché tentato da giudizi che sa di non poter dare, tacerà.

La vita come condanna già dal Principio e la vita come amore già dal Principio dicono l’identità dello Spirito della vita sia dei Profeti del vecchio Testamento che del Profeta del Nuovo. Certamente non sappiamo quale sia stato l’intimo stato personale e spirituale dei Profeti della Vecchia Alleanza come neanche del Profeta della Nuova, perché non siamo proprio in grado di verificare l’effettivo vivere personale come neanche lo storico. Possiamo verificarne l’effettiva sostanza, pero, in ragione della qualità delle emozioni che ci comunicano i rispettivi messaggeri nei rispettivi messaggi. Vi troveremo la Parola tanto quanto le parole lasciano in pace il nostro spirito, e comunicandolo, non altererà quello altrui. Nell’opposto caso, vi troveremo solo parole.

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“Lo sguardo di Dio”

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Signor Direttore: mi scuso per la seconda spedizione, ma nella prima c’erano varie insufficienze. Con questa, invece, sono da Inquisizione! Con la prima, anche questa lettera rischia di essere sentita come un sermone. Diversamente, prova ad essere il logico svolgimento di un tema: Lo sguardo di Dio. Argomento poco attinente alla sua Rubrica, mi pare. Glielo spedisco lo stesso perché è dalle angosce sue e del signor G. che ho ricevuto l’impulso di scriverlo.

Cortese signore: per rispondere ai turbamenti espressi da lei e dal signor G. nella lettera “Dio ci guarda dal primo momento della vita”, sono andato a vedere se chi ci guarda, è lo stesso Dio. In effetti è lo stesso, però, io lo guardo da un altro punto di vista. La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. Siccome al principio c’è solo il Principio, la Sua emozione è sovrana. In quanto tale, assoluta. L’emozione di una vita sovrana perché assoluta, non può pronunciare nessun altro vocabolo, quindi, al principio vi è il Verbo, (sono), ed il Verbo è Parola (vita) presso la Genesi per come la vedo. La prima emozione di un essere, però, non manifesta il suo nome, ma la presa di coscienza del suo Essere. Prima di esserci il Suo nome, pertanto, c’è l’emozione concessa da quella presa d’atto. Se l’emozione conseguente alla presa d’atto è stata quella di sentirsi in vita, la prima parola di quell’esere non può essere stata che: vita. La mia immagine di Dio, cosa comporta? Principalmente, comporta che prima di essere Nome, il Verbo è Vita, e che questo è il Suo primo titolo; comporta che da Sé stesso, il Verbo si è fatto vita già in Sé stesso; comporta, che essendo la Sua vita, prima parola, è primo profeta; comporta, (ammesso ma non concesso un termine alla vita), che sarà anche l’ultimo. Essendo il primo ed ultimo profeta della Sua vita, comporta anche, che al profeta Maometto seguirà il massimo concetto di Cristo: l’idea di Padre universale, perché universale emozione, dell’universale parola, che ha detto l’universale vita. Perché, al Profeta, seguirà il massimo concetto di Cristo e non la persona di Cristo? Secondo me, perché dopo aver già concepito il Padre come massima idea di Verbo e di Vita, cos’altro può dire di più cardinale, se non ripetere il già detto? In quanto vita assolutamente sovrana, il Principio comprende solo sé stesso. Nel comprendere solo sé stesso, c’è di che rilevare una Sua indifferenza nei nostri confronti? Possedendo il Suo stesso principio (la vita), possiamo essergli indifferenti, solo se fosse indifferente a sé, quindi, non è pensabile. Accusiamo il Padre di indifferenza ogni volta lo cerchiamo nell’errore che porta al dolore, ma come possiamo trovarlo nella sofferenza (atto di meno vita, sia imposto che patito) se il Suo principio è vita, non, dolore? Qualche volta mi domando se siamo a posto con le carte! Lo ascoltiamo dove non c’è, e poi Lo accusiamo di mutismo! A proposito dei conflitti che si sospetta fra Dio e Satana. Sono certo che anche alla ragione di un profano risulta chiaro che vi è impossibilità di confronto fra Creatore e Creatura, per quanto la seconda possa essere (sia pure divergente) a maggior somiglianza. Evidentemente, troppe emozioni fanno perdere il filo del discorso anche ai dotti. Tornando a me, da quando mi sono riappropriato di me stesso perché ho allontanando mani vicarie dalla mia ragione, non soffro più di angosce. Se lo crede opportuno, passi parola.

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Nulla può offendere

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Nulla può offendere e da nulla si deve difendere, la Natura che colloca il suo spirito, (la propria forza), nella Cultura della Vita: la vita del Principio.

Collocati nella vita del Principio, stato di infiniti stati dell’emozione del Suo Spirito, nessuno è mai solo, né mai abbandonato.

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Voglio scriverti, Israele.

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Voglio scriverti quello che ho nel cuore, Israele, ma non chiedere al cuore di essere intelligente: il cuore, è vita. Arrivo subito al dunque: sei, in uno stagno! Ne uscirai con le bombe? Illuso! Con gli omicidi mirati? Illuso! Ne uscirai con l’appoggio del Mondo Occidentale? Se alle presenti condizioni, illuso! Tu, hai solo un modo per uscire dal pantano in cui ti trovi: bonificarlo. Come? Togliendo acqua ad antichi odi e mettendo verità in antiche credenze. Tu devi tornare da capo, Israele; devi tornare al Tuo principio: ed il Principio è vita. Metti vita nel tuo stagno, Israele, e possiederai la terra che ti è stata promessa.

Non so dov’ero con la testa quando ho scritto questo post. Un tantinello fuori, direi. Lo lascio come sta.

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Datata

Tutto è via per capire la vita

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Da quando mi sono detto che tutto è via per capire la vita anche l’errore ha motivo di essere. Anche il Male, Vitaliano? Il Male, è dolore naturale e spirituale da errore culturale, quindi, si, volere o volare, anche il Male, ma è un principio della vita? No, è il conseguente atto di chi in molti modi capovolge i principi. Chi pensa al Male come l’implicito destino della nostra genesi, altro non fa che deresponsabilizzarsi e/o deresponsabilizzare.

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La parola nella Parola

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La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa Da ciò ne consegue che dico quello che sono: vita. Tuttavia, nessun Uomo è un’isola a vedere di quel Poeta (ed anche a mio vedere) il che significa che sono parte di un Tutto. Di conseguenza, nell’emozione della vita che dice sé stessa vi è anche parte di quel Tutto. Cogliamo parte di quel Tutto tanto quanto siamo coscienti dell’esistenza di quel Tutto. In ragione dello stato della corrispondenza fra noi e il senso del Tutto, si diventa in grado di cogliere anche la Sua emozione, e quindi, di cogliere nelle parole che dicono la nostra vita, anche la parola della Vita. Ora, volete essere degli illuminati, o profeti, o guru? Semplice! Altro non avete che da farvi vita della Vita. Problemi? Certamente! La mente che non procede, secondo i suoi passi, rischia di camminare sopra non pochi sassi: cammino avvisato, cammino salvato.

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Polvere siamo e polvere torneremo?

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Non credo proprio! L’affermazione dice solo la pessimistica “umiltà” di chi abbassa la propria vita giusto per sentirsi “legittimato” ad abbassare quella altrui. Ben diversamente: vita siamo e vita torneremo. Chi pensa di essere della giustificabile polvere se ne faccia una ragione.

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Diciamo Satana

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Diciamo Satana la forza della vita (lo spirito) massimamente contrario alla vita.

Conveniamo che sia 100 quella misura del suo stato. Ora, conveniamo sulla nostra: diciamo che, in ragione dello stato di coscienza sul nostro stato di vita, sia 10. Naturalmente, può essere di più come di meno. In ragione di quanto il nostro spirito è separato dal suo bene, ne subiamo la corrispondente sofferenza; sofferenza che può recare un semplice mal di testa, come, nei casi più gravi, a molte forme di malattia. Non per ultimo è più grave caso, ai suicidi. Immaginiamo Satana, ora, in quei frangenti di dolore: non può prendere una pastiglia; non può andare da uno psichiatra; non può suicidarsi! Può solamente manifestare un astio contro la vita, che in fondo in fondo (ma non tanto) è un astio verso di sé! Per me, è da compatire. Ovviamente, la compassione che dovremmo dare ad ogni forma di vita quando è dolente, non giustifica nulla! E’ anche vero che può risultare spiritualmente dissidiante quando viene data con sentimento ipocrita. Come non sbagliare? Secondo me, vedendoci come dei supermercati. I supermercati offrono di tutto. Sta al bisognoso di spesa, prendere quello che gli necessita e quanto, ben sapendo, già dall’ingresso, che tutto ha un costo, non tanto perché lo chiede la vita (il tutto dal Principio) quanto perché abbiamo deciso che a chiederlo sia la nostra: il tutto dal nostro principio.

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