Le facce del bullismo

biblioscuro

Vado all’agenzia della banca per l’usuale questione: la ricarica della carta. Di per sé nulla di complicato. Complicato me lo diventa perché da mese a mese dimentico come si fa. Già durante il primo tentativo, una donna (non ha meritato il titolo di signora) mi si avvicina dicendo: quanto pensa di metterci perché devo saperlo… Avrà avuto anche altre commissioni, penso, così, me la cavo subito, gli rispondo con cortesia. Guaio volle, che, subito, non ci sono riuscito neanche al secondo tentativo! Spazientita per aver atteso un ulteriore minuto la donna mi rifà la domanda. Al che, la pazienza la perdo io, e ad alta voce gli ribatto: quando mai ci si permette di andare a uno sportello e di dire all’occupante che deve sbrigarsi, o di farla passare, perché lei deve sapere a priori il tempo necessario alle operazioni?! Sarà anche perché l’esagitata ha capito le ragioni nella mia domanda, sarà anche perché ha capito che non sono farina da far ostie, ma non c’è stata risposta! Vuoi per ragioni di forza, e/o per ragioni di età, e/o per ragioni culturali, e/o per l’insieme dei casi, vittime di bullismo, sono tutti quelli che non possono e/o non riescono a dimostrare ai prepotenti, di non essere farina da far ostie! Di chi la causa? Lapalissiana la risposta: di chi fa l’impasto delle ostie. Tornando a quella donna mi domando: è stata la famiglia e/o l’ambito sociale di crescita a renderla prepotente con un anziano? Ho avuto modo di conoscerla anni fa: era preside di un liceo. L’ha potuto, quindi, per via di un potere culturale che magari gli è diventato un presunto potere da censo sociale, da far prevalere su quelli che non sembrano dello stesso livello? Vero o no che sia il sospetto, comunque l’ho rimessa al suo posto! Come può meravigliare la presenza del bullismo nei giovani, se impastiamo i crescenti con l’equivoca farina che ha impastato noi, non si sa da quanti equivoci fornai?

Solitudine

biblioscuro

“La solitudine è una malattia dalla quale è difficile guarire.”

Replico: Lei sta corrispondendo con un Esposto, adottato, con orfanotrofi e collegi alle spalle, e con problemi di identità per alterna sessualità, senza contare l’infanzia e la prima giovinezza in piena povertà. Ora ho 75 anni, il diabete, la minima, sono la mia unica famiglia e l’unico parente, eppure, ora non so cosa sia la solitudine. Lo ero, invece, quando mi conoscevo poco e a ragion rivista, male. Lo ero, quando sottostavo continuamente a un giudizio che mi davo senza clemenza e tanto meno misericordia. Lo ero quanto l’opinione altrui imperava sulla mia. Lo ero, quando, sia socialmente che sessualmente, non ero né carne e ne pesce, ecc, ecc. No, la solitudine non è una malattia: è la febbre che denuncia che non ci siamo ancora trovati e che il mondo va avanti anche senza di noi.

Caro Grillo


Ti pregherei di considerare l’idea che ti mando: può rendere il movimento molto più duttile.

Immagino il Movimento come il concetto di camicia e i grillini come indossatori. Ora, nessun grillino è contrario alla camicia ma non tutti gli indossatori hanno lo stesso petto! Da questo, il rifiuto di indossare le misure non adatte. Inevitabili le lacerazioni della camicia se obbligati; ed è quello che sta succedendo! Come venirne fuori? Secondo me, confezionando la camicia 5Stelle in tre taglie: la contestualmente conservatrice, la contestualmente mediatrice, la contestualmente oppositrice. Ogni attuale iscritto si iscriverà alla “camicia” che gli è adatta. Farà così, ovviamente, anche ogni futuro simpatizzante. Così facendo, maggiorerai, non solo la democrazia interna ma (pensando e sperando) potresti diventare esempio di ulteriore condotta anche per quella esterna. Ti lascio con un abbraccio. Vitaliano nel reale e lettereperdamasco.com nell’ideale. Dimenticavo: ogni dissenziente (come ogni altro futuro aderente) potrà passare (su preavviso) da una corrente a un’altra. Così permettendo, quelli che decidono di ricoverarsi nel Gruppo misto, altro non faranno che perdere completamente la faccia!

Lasci ogni speranza chi pensa di restare fuori

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La vita amalgama l’animante con l’animato solo secondo Spirito. Naturalmente, ognuno da, fa, ed è, quello che può, ma lo stesso, lasci ogni convinzione chi pensa di escludersi  dal compito di essere coscienza che anima coscienze. Con l’affermazione intendo dire che andando verso la vita non possiamo restare come siamo (qualsia individualità si sia) neanche volendolo. La presa d’atto di ogni informazione, infatti, non può non mutare il pensiero dell’informato a nuovo: ne sia cosciente o no. Ogni conservatore dell’identità che è, pertanto, perda la speranza di restare così. Non ho mai creduto che fosse complicato capire questo concetto, ma il commento di un offensivo e multiforme infelice (confido nel forse) m’ha costretto a ripensarci.

Quale futuro ti aspetta mio caro Al Haiat?

biblio

Sono uscito con un amico ieri sera. Sapevo di fare un po’ tardi, ma sapevo anche che hai il mio numero cell. Non hai chiamato. Non sei venuto.

Pioveva.

Parecchio.

Avrei potuto chiamarti io.

Non l’ho fatto perché poteva sembrarti un’insistenza. Fatto sta, che ti hanno trovato sotto un ponte. Il che sarebbe niente, se con te non avessero trovato il tuo decreto d’espulsione.

Ti fermeranno una notte da qualche parte ma poi ti lasceranno andare. Cosa vuoi che facciano! Le galere sono piene, e per di più costose. A Verona non mi risulta che ci siano campi di contenimento per immigrati. Non ancora, almeno. D’altra parte, non sei un delinquente d’ufficio come lo diventerai non appena andrà in vigore il reato di immigrazione clandestina. Non so se ti reputeranno così pericoloso per l’Italia da meritare l’espulsione forzata, ma se dipendesse da me, te la darei se non altro perché stai diventando pericoloso per te stesso. Non si sa in quanti modo te l’ho fatto capire: e tu li hai capiti tutti, o meglio, li ha capiti la tua ragione, ma la tua ragione non è ancora stata capace di farli sentire alla tua emozione.

Insciallah?

“Non ho niente. Sono senza lavoro, Vitaliano! Sono stanco di questa vita.”

Ti credo, ma se non hai uno straccio di documento non puoi trovare lavoro. Lo stentato italiano che parli, non può farti trovare un lavoro.”

“Sono un elettricista capace, Vitaliano.”

E te credo, ma, quanto tecnicamente aggiornato? Quanto, puoi documentarlo? Con che scuole professionali? Con che referenze? Se non hai risposte per queste domande, altro non ti resta che dell’attività generica, e genericamente pagata: se pagata.

Hai 28 anni. Non lo si direbbe quanto sorridi, ma un bel sorriso non fa stipendi. Non di sicuri, almeno. Non di quelli da sudore, almeno. Che ci fai, ancora qui, mio caro Al Haiat?

“Mio padre m’ha dato 5000 mila euro per venire in Italia. Come faccio a tornare senza niente?”

Capisco, ma, e qui, come farai ad andare avanti senza niente?

Insciallah?

Penso di rivederti questa sera, o al massimo domani sera. Tornerai senza soldi, senza sigarette, senza aver mangiato, e con il bisogno di lavarti. Non perché sei sporco. Perché non sopporti di pensarti sporco. O perché non sopporti di pensare che lo sia la vita.

Da me ti laverai, fumerai, mangerai, e, forse, ti rifugerai in quell’anfratto che diciamo far l’amore. E dopo?

Insciallah?

Le ragioni della vita

e quelle dei mummificatori.

Perché l’Omosessualità femminile suscita meno contrasto della maschile nei casi di adozione? Mi rispondo: perché, in quanto donna, è personalità materna più mimetizzabile negli odierni schemi. Anche nella coppia lesbica vi è la figura più determinante, e in questo senso, maschile, e quindi, psicologicamente “papà “. Lo stesso nella coppia Gay: vi è la figura più accogliente dell’altra, e in questo senso, più femminile e quindi psicologicamente “mamma”. Non per questo, però, “mimetizzabile” negli schemi, perché nell’apparenza fisica rimane pur sempre un maschio, e quindi, di paterna convenzionalità eterosessuale. Anche nella coppia etero, non sempre la figura maschile (la determinante) è quella dell’uomo, quindi, lo dovremmo dire e riconoscere come psicologicamente “mamma” perché accogliente più che determinante. Invece no, perché gli schemi odierni ci sono socialmente sovrani. Certamente sovrani secondo Natura, ma, che senso ha sostenere il predominio secondo Natura, quando la Cultura testimonia maggiormente l’evoluzione e la ragione della vita? Indubitabile il senso biologico, ma la Natura rimane pur sempre l’invaso di ciò che pensa la Cultura. Allora, in quale parte della vita ritrovare dei principi che la vita stessa rende così caleidoscopici? A mio pensare, nella sua forza. La conosciamo come Spirito.

Ci sia rispetto

per il dolore, il lutto e le sue fasi.

Per il mezzo di bianco bevuto ieri sera a cena oggi va meglio ma non ancora bene. Se è vero che quella zona d’ombra si è chiarita, è anche vero che non si è chiarita quella del dolore. Mi riferisco a quello che recepito leggendo il tuo trattatino su Marlon Brando. In particolare, dove dici che “quell’uomo si era rinchiuso nella stanza del suo dolore per dialogare con il perduto amante, non, per ciucciarlo” come può aver fatto in altri casi. Può anche essere quello che pensi, tuttavia, la sento basata su della malignità, truccata da innocenza. Ebbene, tu mi hai tolto il Brando da quell’intima stanza, (non l’icona, l’uomo) e me l’hai pubblicamente spogliato. E’ come se tu avessi violato il suo diritto ad essere anche la figura che siamo, quando nudi, ben poco di lungo e di durevole mostriamo di noi. Prima di te, altri hanno spogliato il Brando ma questo non mi tange: sei tu quello che sto cominciando ad apprezzare, mica quelli che anche per trenta palanche di fama farebbero la biografia del culo della madre. Devo confessarti che mi hai spiacevolmente sorpreso. Nulla di grave: possiedi di che recuperare, e di recuperarmi. A mio credere, intelligenza è capacità di elaborare informazioni: capacità, questa, che metti a servizio della vita altra, e, per elevazione di concetti, superiore. Non so e non mi interessa quale sia il servizio intellettivo, (nella questione in discorso), che hai espresso per la tua vita, e non entro in merito, nella superiore che cerchi. Per la mia, però, hai aggiunto solamente malessere, dolore, ingiustizia; malessere, dolore, ingiustizia, che devo lavare dalla mia mente come una casalinga deve lavare delle peste di fango dai pavimenti della sua casa. Certamente, non avevi alcuna intenzione di sporcare la mia mente, forse solo eccessivamente sensibile, più che che a tuo dire, incompreso filosofo. Tuttavia, questo è il mio fatto, ma, è ora di andare oltre. Non mi preoccupo se non ti capisco, (succede), perché mi dico, quello che non capisco non è indirizzato a me. Così, quando o dove non mi capisci, altri lo potrebbero. Mi piace l’idea che tu mi legga per il mio stile. Mi piacerebbe ancora di più, se sapessi qual’è, il mio stile, oltre che chiaro, (quando mi riesce), e frittatina d’emozioni varie, quando non mi riesce.

Il pensiero che propongo

Il pensiero che propongo è come una tabella segnaletica. Se tanto, poco, o per niente necessaria, lo dirà lo Spirito personale: spirito che “parla” secondo la “voce” che ci comunica la sua forza. Per quell’interiore e soggettiva comunicazione, lo Spirito libera l’umanità dall’imperio di altre “voci”. La liberazione dell’umanità personale attuata dall’ascolto del proprio Spirito, trova (fra contrari interessi) anche gli stessi asserviti. Questo, perché resi, esistenzialmente dipendenti da poteri individuali e/o sociali e/o religiosi, comunque sussidiari per quanto parassiti.

Questo lavoro è nato da bisogni di verità, non, e ripeto non, da bisogni variamente religiosi. Per analoghi bisogni di verità, ognuno cerchi la sua via, la sua verità, e la sua vita, in quello che secondo Natura è (la Natura è il luogo del bene e del Bene); in quello che secondo Cultura conosce ( Cultura è il luogo del vero e del Vero); in quello che secondo Spirito sente: lo Spirito è il luogo del giusto e del Giusto.

Vita, è uno stato di infiniti stati di vita fra ciò che è bene, vero, giusto. La corrispondenza fra stati confluisce nell’unità.

Se questa è l’immagine della nostra vita, questa non può non essere l’Immagine della Vita. Ciò che differenzia le due immagini non consiste in un diverso numero di stati, bensì, in un diverso stato dei rispettivi stati. Supremo quello della vita che dico Principio. A quello somigliante il nostro principio.

Ridi pagliaccio: sei un genitore!

Come sempre mi capita, qui o altrove, vi sono commenti che innescano l’effetto Star Trek, così, mi ritrovo nell’altrove che pure ho lasciato da mo’: il passato. Certamente non vivevo epoche da bombardamenti bellici, né da stupri, né da bestiale violenza. Naturalmente, tutto sta a vedere cosa si può anche intendere per bombardamenti, stupri, bestiale violenza. Per quanto mi riguarda non mi sono fatto mancare niente, e se in un mio post qualcuno ha scritto “tristezza”, vuol dire che me la sto portando ancora sulle spalle. Si, di prevalenza il mondo è una fogna! I bambini e/o i ragazzi che fuggono da guerre, come altri da guerre analoghe alle mie, ancora non lo sanno, o meglio, lo sanno, ma per il sentire, più che per il sapere. Devo aver avuto (e devono avere) una capacità di resistenza che solo il cielo lo sa, perché, se è vero che sono stato lesionato da bombardamenti (come tutti d’altra parte) non sono crollato! A distanza di decenni mi sono reso conto che mi ero rifugiato in me stesso. Lo chiamano autismo, adesso, ma mica lo sapevo sotto i bombardamenti. Non per questo sono diventato autistico. Forse perché, buio il rifugio, sono rimasto vicino alla porta. Ci sono rimasto decenni, vicino a quella porta! L’ho lasciata, piano, un po’ alla volta, da ieri, mi dico. Guerre e bombardamenti su di me, tutto hanno fatto fuorché trasformarmi in un allegrone. Tanto più, che non mi era mancato l’indubbio contributo di tempi, cause, povertà, non solo materiali. La domanda lascia il tempo che trova, ovviamente, ma me la sono posta lo stesso: sarei uscito prima dai miei scuri rifugi se attorno a me avessi trovato, non dico dell’allegria ma almeno delle belle giornate? Molto lo fa pensare. Chi avrebbe dovuto darmi delle belle giornate? Chi, dentro, (e non di certo per sua causa) non ne aveva proprio? Il mondo, nelle stesse condizioni? Ecco! I bambini che non trovano genitori e mondi con belle giornate dentro, sono destinati a rifugiarsi negli antri che si fanno a loro uso, consumo, e difesa. Vengono da storie tristi? E’ chiaro che intristiscono, ma altrettanto sia chiaro, che la tristezza che ci comunicano la dobbiamo assorbire, e dopo avergliela cambiata in cielo sereno, restituire. Intanto vi piange il cuore? Ridi, pagliaccio: sei un genitore! Consiglio un po’ estremo, mi direte! Vero, ma non è anche vero che in guerra e in amore tutto vale? Allora, buon canto!

 ps. Non se ne abbiano dei miei scritti i genitori che sanno. Non è per loro che scrivo.

Mi gira per la testa

una domanda da cento milioni

Se è certamente vero che i Movimenti in LGBT ecc. ci hanno reso collettivamente più forti, è anche vero che ci hanno reso singolarmente più deboli perché più esposti alla conoscenza dei contrari? Ulteriore domanda: perché mai un diritto può nascere alla vita solo se irrorato dal sangue di chi la chiede?

Ogni tanto mi capita

di pensare all’Eulalia Torricelli da Forlì

Devo all’Avvocato M. di Este, il ricordo del personaggio di questa canzone.  La cantava spesso. Persona vitale ed estroverso, quell’Avvocato. Solo negli anni a seguire ho capito che gli ricordava la sua Giovinezza di (in tempi tranquilli) tranquillamente fascista. In altri tempi non so. Molto probabilmente, gli ricordava anche l’amore nei Casini. Chissà se è stato un abbandonante Giosuè, M. O se (qui lo vedo meglio) abbia amato un’abbandonata da un Giosuè. A suo modo doveva esser stato un romantico M. Assieme a Silvano (segretario altrettanto vitale, estroverso e politicamente affine) ho trascorso nell’anticamera del suo studio, giorni e giorni di perso con tetto precario a copertura di vaghe leggi. M. è mancato da decenni, ma ricordo ancora la sua figura. Neanche l’avessi visto ieri! Come fosse ieri, ricordo anche il Silvano. Alla donna, capita ancora di trovare un De Rossi? Se interessato ai conti in banca delle Eulalie con gli occhi belli (nella canzone li dicono castelli) mi auguro di no.

separarosso

separarosso

Essere e vivere

Certamente si può considerare sacra la vita sotto l’aspetto di principio unico, supremo, inscindibile e immutabile, ma quel principio nel nostro, deve essere vissuto secondo quello che siamo. Il che vuol dire è sacro l’Essere ma umano il Vivere. Chissà perché ma i fondamentalisti variamente fanatizzati non sono in grado di vivere (e quel che è peggio di far vivere) una così scontata verità.

Nella scissione

che diciamo tradimento, viene ferita la vanità, il possesso, o l’unione di un’alleanza?

Tutte e tre in alcuni casi, o uno o l’altro caso in altri. Certo è, che non solo “la donna e mobile” ma anche la vita. Quello che separa in certi casi, quindi, unisce e/o rinsalda in altri. Vi è vero tradimento, a mio tardo vedere, quando una parte tradisce la vita dell’altra perché ne “uccide” la fiducia, ma anche lì, su quali verità era basata? Su delle reali? Su delle ideali? Su delle illusioni? Su delle convenzioni dalle estranee facce? Per quanto riguarda il resto della carne, una mia amica sosteneva: na’ lavada e na sugada’ e l’è come mai usada. All’interno di questo non vedo tradimento. Vedo, invece, motivo di riflessione sul fatto che in genere, nessuno è sufficiente all’altro/a al 100% e che dovremmo farcene una ragione quando una o l’altra parte sente un compensativo bisogno. Non è scritto da nessuna parte che il sacrificio della vitalità deve diventare il coperchio della vita resa anzitempo cadavere.

Luci e ombre

Un amico (socialmente non molto a piombo) accusato di stalking dalla compagna (non molto a piombo pure quella) m’ha chiesto di scrivere una difesa. Mi sono messo nelle sue braghe e nei miei ricordi, e l’ho scritta come fossi sia l’accusato che l’avvocato.

Mentre non nego di aver vissuto dei periodi della mia vita anche oltre le regole sociali, nego di essere una persona dedita alla violenza. Confermo, invece, di poterlo diventare come tutti lo possiamo, quando ci si vede usati, e poi, senza ragionevole e/o ragionato motivo, scartati in toto.

E’ noto al mondo che le coppie si formano per corrispondenza di vita; ed è noto alla legge, a me stesso, ed era noto all’accusatrice, che la mia corrispondenza di vita non è sempre stata socialmente comune. Chi non è socialmente comune non corrisponde con i comuni. E’ personalità socialmente comune la querelante? A livello di fedina penale certamente si, ma per quanto ho conosciuto della querelante, direi proprio di no sia a livello culturale ed esistenziale, sia a quello di gestione della sua sessualità.

A livello esistenziale ho avuto a che fare con una persona che se non ho mai pagato, certamente ho contribuito a mantenere per anni. Vuoi perché in casa sua c’era un frigo non funzionante da mo’ (il nuovo gliel’ho regalato io); vuoi perché senza un televisore in casa (a suo dire non aveva soldi per frigo e televisore perché i suoi guadagni andavano in “fumo”; vuoi perché non aveva di che fare la spesa; vuoi perché senza sufficiente lavoro. Per questa precarietà, da indolenza a mio concreto conoscere) la querelante è stata, anche se non invitata, mia ospite per anni: così la figlia. Ci sarebbe di che dire anche nella sua situazione matrimoniale e di madre, ma stendo un pio velo.

A proposito della precarietà economica della querelante, è stata mia cura procurare un lavoro sia a lei che alla figlia. Su mia raccomandazione e debita indicazione, dopo aver fatto la domanda di lavoro la querelante l’ha rifiutato per futili motivi. Nel caso della figlia, invece, ho ritenuto di non procedere nell’offerta perché l’ho constatata di inattendibile comportamento. Mi risulta, infatti, che, all’epoca minore, sia stata denunciata per furto o ricettazione.

Per le mie conoscenze, puttana, non è la persona che vende il suo corpo; puttana, è la persona che tradisce un progetto di vita; ed è di merda, quella puttana, se lo tradisce in modo misero; ed in modo misero io sono stato sentimentalmente tradito.

Quando la figlia ha avuto una operazione di appendicite che data la sua obesità poteva essere rischiosa, alle 4 del mattino nel reparto di chirurgia c’ero io, il violento, non, il marito e padre; e sono stato io, il violento, non, il marito e padre, che è andato a comperare le mutande nuove per la figlia; evidentemente, in casa non c’è n’erano di pulite, o non c’è n’erano proprio.

A me, anche quando non richiesta, anche quando non rifiutata solo per riguardo, la querelante si è solo sessualmente offerta. Non ha avuto di che lamentarsi. Affermo questo, non tanto per apparire più maschio o più uomo, ma solo per sostenere che la cura che ho avuto per le sue esigenze personali, è sempre stata superiore alla cura che devo alle mie.

Se l’ho ingiuriata come da denuncia, quindi, non l’ho fatto perché consideravo la querelante come “mio possesso”, ma perché, io, mi sono sentito uno scartato vibratore!

Sul misero comportamento della C. nei miei confronti ho numerosi testimoni. Quello che ho detto alla querelaante, pertanto, è stato solamente l’urlo d’amarezza dell’amante scartato e tradito nelle sue aspettative. Sono state le mie, frasi discutibili e/o opinabili, e/o erronee sino a che si vuole, ma per me, solamente la sintetica morale della mia storia con quella donna.

Riconosco in pieno solamente un errore: avrei dovuto, io, denunciarla per stalking! Non l’ho fatto, perché non sono uso prendermela con chi penso più debole. Non l’ho fatto perché ho rimosso la conoscenza che dice che dove non vi è forza fisica e/o mentale, e/o ragione, la falsità può supplire.

A proposito di falsità, o quanto meno di false dichiarazioni, rimando il giudizio sull’attendibilità morale ed etica della querelante, al risultato della perquisizione che ho subito per un presunto possesso d’arma. L’accertamento ha verificato che non possiedo arma alcuna!

Se nulla potrà togliermi dalle spalle il sospetto che il non averla trovata, non per questo significa che non c’è la possa aver avuta e/o tuttora averla, è alla cosiddetta vittima della mia cosiddetta violenza che devo il mio grazie per aver sbattuto la mia faccia sui cancelli del Nuovo Campone!

Già che ci siamo! Come mai la querelante non m’ha denunciato nel momento stesso che, a suo dire, è venuta a sapere di quel possesso? Per quali interessi, quella presunta illegalità non contava prima, mentre ha cominciato a contare solamente nel momento della rottura?

Se tacendo ha negato il suo dovere verso la Legge, (e con questo, complice di reato) denunciandolo dopo, la querelante, cos’ha rivelato di sé stessa? Un suo tardivo pentimento, un bisogno di vendetta, o che parla anche a vanvera?

Quello che in effetti risulta dalla sua denuncia circa un mio presunto possesso di un’arma, è che la querelante agisce secondo valori morali dettata da opportunità. Con altre parole, tutto è lecito sino a che le cose gli vanno bene, e tutto non lo è quando le cose gli sono avverse, o tali le crede.

Mi sia consentito di dire, in ultima, che ho trovato sospesa per aria, l’ipotesi di “lutto” per mancato superamento della “morte” del mio rapporto con la querelante. Io non sono un ragazzino. Sono un uomo (provato) che da tempo sa che “morto un papa se ne fa un altro, e morto un re se ne fanno tre”.

Di che avrei dovuto agitarmi, quindi? Per un amore? Ma neanche per idea! Trovo che ci sia di che far uscire dai limiti, invece, quando ci accorgiamo di essere stati, prima spremuti, e poi buttati!

Io sono un limone che può anche accettare di finir spremuto, ma, non di essere messo nel secchio della spazzatura! Non senza spiegazione, almeno; che è stata quella che ho cercato, che è stata quella che è stata intesa come stalking solamente perché ripetutamente richiesta.

Come non insistere nel bisogno di spiegazione, infatti, se quella data era talmente generica da poter apparire anche una riparabile crisi fra due sentimenti? Non per questo non riconosco che per raggiungere il mio bisogno di definitiva chiarezza ho superato dei limiti, ma per questo riconosco, che se vi è colpa in quanto denunciato a mio carico, alla querelante bisognerebbe addebitare il corrispondente concorso.

Chi principia la vita è padre

Così in Basso, così in Alto?

Se intendiamo il Principio della vita come Padre pensiamo secondo Cristo. Se abbandonati nella volontà di vita di un Padre più Grande pensiamo secondo Maometto. Se l’intendiamo secondo Buddha, pensiamo che la vita sia il viaggio di ritorno verso il suo culturale e spirituale principio. Se l’intendiamo secondo Spirito, pensiamo che il Principio sia la Forza e/o Potenza che ha originato l’essere in vita ma, vita,

è stato di infiniti stati

Si originano dalla corrispondenza fra tutti e in tutti i suoi stati.

Dal che ne consegue, che il Padre della vita non può non avere passi

in tutte le vie che ci hanno indicato le loro verità.

Le piantagioni del potere

Sino a che non ci decideremo a potare quando non ad estirpare le piantagioni del potere, * “rifiutandoci di concedere loro ogni delega a priori”, non solo non ci potremo dire solamente vittime, ma renderemo vittima anche il futuro di chi non è in grado di scegliere il suo presente.

* Principato e Religione, citando l’ex Ordinario di Pedagogia ddell’Universita’ di Verona, padre Aldo Bergamaschi.

Luccicanti per oro o per ottone?

“Non era quello il senso della mia citazione… Ama e fa quello che vuoi… Era, nello specifico, riferito ai progetti della Regina…”

Non mi era sfuggita questa tua interpretazione, ma anche una Regina, non può sfuggire alle regole, che per quanto “feudali”, non di meno esistono da sempre. Sopra ogni Regina, infatti, regna un’Imperatrice: la vita. Certamente possiamo lasciare le regole imperiali della vita, ed aprire un nostro regno! Chi sono io per obiettare! Tuttavia, anche nell’impero che apriamo per noi, o siamo dentro quella vita, o fuori. Cosa mi fa dire se siamo dentro o fuori anche nella nostra “casa”? Me lo fa dire la presenza del dolore: unica ed incontrovertibile verità che possediamo, perché possiamo anche ingannare la mente, ma non potremo mai ingannare il corpo! Ebbene, in Z. ho avvertito la presenza del dolore: bestia, tanto più pericolosa, perché mimetizzata fra le righe. Ho detto, allora: attenta, mia Regina! Tutto qui! Nella ricerca del Bene, del Vero, e del Giusto, siamo tutti accomunati. Non lo siamo nelle vie per giungervi, ma mi pare più che giusto, dal momento che ognuno deve trovare sé stesso. Quando dico che un’amante vuole quello che l’altro/a vuole, intendo dire che è la volontà d’unione che detta quella scelta, non, volontà di reciproca imposizione, o similia. Non ritrovo il mio senso dell’amore nei “colori della primavera”. Ritrovo, piuttosto, il senso delle passioni che, nel mio bene e nel mio dolore, ho vissuto. In quelle riconosco di essere stato servo, morboso, e quanto d’altro di accidenti, ma l’oro, (l’amore), è un’altra cosa dall’ottone: la passione. E’ vero che hanno lo stesso colore, ma, l’ottone, per quanto lo lucidi, si ossida; ed è la continua lucidatura per farlo diventare oro, che ci rende servi, morbosi, e quanto di similia. Detto questo, ognuno fa quello che crede! Per quanto ci è possibile però, facciamolo a ragion veduta!

Giugno 2006

Nulla può offendere

Nulla può offendere e da nulla si deve difendere, la Natura che colloca il suo spirito, (la propria forza), nella Cultura della Vita: la vita del Principio.

Collocati nella vita del Principio, stato di infiniti stati dell’emozione del Suo Spirito, nessuno è mai solo, né mai abbandonato.

Lettera aperta alle Arance

quando non sono arancione

Nella corrispondenza fra Blogger, capita che un’affermazione pacifica venga intesa come contundente. Succede perché sentiamo solamente le emozioni che, noi, diamo alle parole che riceviamo. L’impossibilità a sentire le emozioni del corrispondente, ci obbliga ad interpretarle. L’interpretazione, può risultare anche non condivisa, perché filtrata da soggettivi stati d’animo. Al che, i possibili guai! Certamente non vi è guaio, (qui parlo solo di me, ovviamente) quando ricevo un: Vitaliano, ti voglio bene. Come nel caso detto sopra, però, so, ma non sento, quello che l’altro/a mi scrive. Al che, posso dire che tale dichiarazione mi risulta a metà. Ho un solo modo per sentirla completamente, e, cioè, sovrapporre su quella, il ricordo delle emozioni ricevute e ricambiate. Per questo, però, se è vero che da un lato non è più una dichiarazione a metà, dall’altro diventa una dichiarazione affettiva a tre, cioè, fra chi la manda, chi la riceve, e il soggetto amoroso che mi ha permesso la comunione fra il sapere cos’è ti voglio bene, ed il sentire cos’è ti voglio bene. Non amo gli amori a tre. Sarà perché non capisco chi sia il tradito dalla parola. Sarà perché non amo pensare di esserlo io. Sarà perché non amo pensare di essere io, il traditore della parola. Morale della favola: a casa mia, il colore delle arance non può essere che arancione.</p>

Vivere? Morire? Salti nel buio.

In collegio ero conosciuto come giraffa. Un prete mi ha fatto conoscere come signorina. Il mio rendimento scolastico era da 6 meno – meno – meno. Avevo reso carsico un non meno dell’80% di me. Non avevo padre e neanche madre. Non sapevo stare in porta. Parlavo poco. Leggevo sempre. Non avevo cugine da spacciare come ragazze. In pratica, non avevo niente, rispetto al ragazzo che si è suicidato perché lo chiamavano “jonathan”. Decidere di vivere lo stesso, o di morire lo stesso, molte volte, è fuor di coscienza.

Largo ai giovani?

Questioni pregresse mi collocano molto naturalmente nella lista nera del Corona virus. In quella lista, in vero, mi collocano anche quelli che si dicono o dicono: prima i vecchi! Al proposito, sia in giovinezza che in età adulta non so cosa avrei pensato sulla questione. Conoscendomi, però, so che avrei almeno taciuto, o napoletana saggezza, fatto le corna! Corna che faccio agli illusi che almeno sino a poco tempo fa stavano spingendo i vecchi su quel binario. Dove non ci ha pensato a vita a ritirare mani morte da schiene solamente vecchie, suo tramite ci ha pensato il virus! Non per questo ne gioisco, ovviamente. Anche perché sarebbe maramaldesco oltre che sterile. Il mio vissuto m’ha sempre mostrato che la vita è più forte della nostra. M’ha inoltre mostrato che in ragione di come ci viviamo e/o ci fanno vivere, i veri autori delle precedenze al binario siamo noi. La vita, altro non fa che prenderne atto. La vita è imparziale. Sperare che possa agire secondo quello che crediamo meglio significa pensarci mari anche dove siamo pozzanghere. A mio vedere, quella megalomane credulità cela una bifaciale paura: da un lato quella di un possesso che restituiamo malvolentieri, e dall’altro quella che ci mostra la nudità del nostro regno. Mi domando: cosa può difendere dalla paura di doverci riconoscere nudi? A mio avviso, solo il coraggio di ammettere con noi stessi che siamo nudi, e che fra la nudità della nascita e quello della morte, in mezzo (qualche volta con dolore e qualche volta no) tutto è conoscenza in travaglio da parto. C’é chi dice solo per una fossa, e c’è chi dice per un’altra vita. Comunque stiano le cose, nulla ci vieta, intanto, di dare vita alla vita, anziché cenere alla cenere. Nei luoghi dove si opera vita per la vita, sono tanti quelli che lo fanno e per ogni dove i luoghi. Troviamo in giro, invece, chi, a qualsiasi età, da vita alla propria moltiplicando la cenere.

Prassitele, forse.

Lo vedo sul davanzale di casa. L’avevo conosciuto qualche tempo prima. Ci aveva uniti una reciproca malìa. Ogni tanto ci si vedeva. Ci si salutava. Sta parlando al cell. E’ in calzoncini. Aderenti. Tanto aderenti. Quasi superflui. Questione di un giro di pedali e non lo vedo più. Non con gli occhi. Potrei dirvene ogni linea. Se potessi farvele scorrere con le dita, vi commuovereste. Anche la bellezza può essere un pianto. Non da tutti. Non per tutti. Prassitele, forse.

Ore otto e qualche minuto

La srlankiana collega mi dice che l’operaio se n’è già andato perché aveva mal di pancia. Morale della favola: quasi tutto da fare. Panico! Trovo altri due operai, ma, da lunedì, perché prima vengono gli amici! Etica invidiabile, ma intanto che faccio? Glielo racconto alla polvere?! In qualche modo tampono. Finisco nel tardo pomeriggio. Avete presente le acciughe? Sono così! Vado a prendere sigarette e giornale. Voglia di andare subito a casa? Zero! Voglia di farmi da mangiare? Zero! Vado dal mio Kebaccaro. Gli ordino una porzione grande di patate fritte. C’è un caldo boia, all’interno del 2 x 2 che osa chiamare negozio. Prendo una sedia e mi siedo sul marciapiede. Apro la prima birra. Pardon, la seconda! Non potrei stare sul marciapiede, ma per fortuna, il vigile che può confermarlo non passa, o deve ancora nascere.

Passa una vecchia culandra. E’ la versione maschile della vecchietta con i due cagnetti che avrete visto in Un pesce chiamato Wanda. Mi cade l’occhio sui suoi pantaloni: la riga è perfetta. Rifletto sull’età, e sul rifiuto di arrendersi. Passa un’anziana accompagnata dalla figlia. Non l’ombra di un grasso nell’anziana in emiparesi facciale. Non l’ombra della figa che deve pur esser stata la figlia: ora, madre compita ma, sepolcreto della passera. Mi capita di vedere ogni tanto delle donnone africane o latine, più larghe che alte, eppure, ancora così femmine! Cos’è, che abbiamo sbagliato?!

Ordino la terza birra e una porzione piccola di patate. Dico all’amica commessa, e filarino dello spacciatore di farinacei, non sposarlo! E’ un bandito! Ride. Deve già saperlo. La capisco. E pakistano, lo sciagurato! Ti sorride come fossi l’amante della sua vita mentre ti pugnala il fegato con un olio che te lo raccomando, e che tu sai mentre fai finta di non sentire i rigurgiti dei suoi delitti! Dio, se almeno lo facesse alla Bin Laden, in qualche modo potrei anche difendermi, ma chi mai si è difeso quanto basta dagli Arsenio Lupin?!

E ordino la quarta birra.

Passa un ragazzo sui venti. Tutto a puntino. Ivi compreso la cinghia bianca dei regolamentari Gabbana: pantaloni che paiono cadere dalle anche ad ogni passo, ma che non è vero pericolo (sostengono le chiappe) smentite complici (d’induzione a reato) dal fatto che il ragazzo continua a tirarseli su. Lo stesso tic anche nelle ragazze che portano le mini. O meglio, delle giustificazioni che spacciano per sottane. E che cazzo, ragazzi! Abbiate il coraggio delle vostre opinioni! O su, o giù! Che in mezzo, oltre che alla virtù, c’è anche l’ipocrisia! Così ragionando, dico di no alla quinta birra e me ne torno a casa. Giusto per recuperare il fiato andrò a dormire un po’. Al risveglio, vedrò di fare in modo di alimentare le illusioni di qualcuno.

Luglio 2007

Verità per Federico

e i suoi

.

In questa coppia sento la madre più determinante del padre. Nel formazione del carattere virile di un figlio questo crea degli strani pasticci identitari. Non sarebbero pasticci se formassimo l’umanità più che formare il normale (?) ma, purtroppo la norma sclerotizza le soggettive specificità. Ho un orrendo ricordo di una donna poliziotto, (una ufficiale) che ho visto agire nei confronti di un tossicodipendente che all’epoca seguivo sia come associazione che come conoscenza. Esaltata, sprezzante, inutilmente distruttiva la personalità dell’altro. Indubbiamente ricostruita a livello psicologico, sia dalla divisa che dal conforto di altri tre agenti, che, a dirla tutta, non sapevano più da che parte guardare per quell’inutile sceneggiata. Se non fosse stata in divisa, l’avrei detta impasticcata, o in “riga”. Non posso non domandarmi: quanto sono sani quelli che indossano una divisa come indossassero una camicia che da forza perché li forza? Si, questo, è il problema!

Giugno 2007

Verona – Via XX Settembre

Via XX Settembre. Dovrebbero chiamarla via delle Nazioni. Ci sono, pressoché tutte le africane, e diverse Indiane e dell’Est. Gli abitanti di quella strada, sono disordinatissimi, coloratissimi, vocianti. Sono, fòra come i balconi: balconi nel senso di luoghi dell’affaccio sulla strada_vita. Sono, degli scamiciati: nel senso di privi di quell’abito che si chiama comune educazione. Sono, degli scoperchiati: nel senso di senza il coperchio delle nostre sovrastrutture; di una naturalità primitiva per quello e per come li vedo agire. Ci vado, quando ho bisogno di ricaricare la batteria delle emozioni. Ne sono affascinato. E’ indubbio che lo sono per le tensioni e tentazioni erotiche che mi comunicano ma anche perché, sia pure di striscio, (e per lo struscio) mi raccontano altre storie, altra vita. Per vedere altra vita, per sentir raccontare altre storie, c’è chi ha fatto il giro del mondo in mongolfiera. Io lo faccio in bicicletta: a Verona.

[Per naturalità primitiva intendo la potenza psichica, che trova la sua ragione nella forza fisica.]

Pensione e liberazione

Il mondo non da problemi mi dice l’amico tossicodipendente, e se hai problemi è perché te ne fai tu. Accolgo la sentenza di chi non ha e non si fa problemi se non altro perché li seda quotidianamente. Diversamente da lui, io li sedo isolandomi, come chi si isola in un proprio convento, o in un proprio convenuto. Non so se si possa dire bello il periodo della pensione in quanto stacco dal mondo, ma per me lo è. Dal mio punto di vista, infatti, pensione, è il certificato sociale che mi conferma l’avvenuta liberazione dalle infezioni per conflitti; è ciò che mi permette di uscire dall’ammalatorio dove sinora sono stato ricoverato. Per un cosiddetto vivere dovrei rientrare? Perché mai? Per infettarmi ancora? Ma neanche per idea!

Posato il giornale

Posato il giornale che abitualmente vado a leggere sulle panchine davanti alla chiesa di s. Zeno stavo dando del pane ai colombi. Nel silenzio mentale che riesco ad ottenere quando voglio allontanare i dissidi, improvviso, mi invade un pensiero: “vegliate, perché non sapete quando arriva”. L’affermazione fa parte della narrazione evangelica se non ricordo male. Sul giornale stavo leggendo le dispute che riguardano il Berlusconi, sia come premier che come imprenditore. Da quelle, un remember non completamente vissuto, deve averle collegate alle dispute politiche che leggo nel blog fra pensatori di Destra e pensatori di Sinistra. Su cosa dovrebbero vegliare questi pensatori, perché non si sa quando arriva? Visto che non sono un prete, e visto che considero fatto privato il mio essere di credente, ne traggo la conclusione che non è certo dell’arrivo del Giudice, che sento di doverli avvisare, e non di meno, avvisare me. Mi sono chiesto: se non è del Giudice, può essere del giudizio? Può essere mi sono risposto, ma, il giudizio di chi? Dal momento che non pensavo a faccende spirituali, ne traggo la conclusione che l’avvertenza riguarda l’inaspettato arrivo del giudizio che concerne le nostre azioni. Le nostre azioni, sono principalmente motivate da ragioni che toccano la sfera personale. Nell’emanazione di ciò che proviene dalla sfera personale, non vi è dubbio che giungano (le azioni) ad influire sulla sfera collettiva, ed in questo, passare dalla storia personale alla storia collettiva. In questo passaggio da sfera a sfera, anche il giudizio, passa (e verte) dalla storia personale alla storia collettiva. In ragione dei casi e degli argomenti, e dello stato di discernimento sulle azioni in giudizio, si passa dalla storia della vita di un dato memento, alla storia della vita di date epoche. Nel motivare il convenire e/o divergere, quindi, non possiamo non vegliare perché le ragioni della Storia potrebbero smentire, anche pesantemente, le ragioni che abbiamo portato avanti; e se nelle ragioni che abbiamo portato avanti la parola ultima che è della Storia (non quella reclamata dai vinti, e neanche quella reclamata dai vincitori) dovesse rivelare che abbiamo dormito (o con altro dire, che una ragione non ha vegliato sul suo giudizio) la pena potrebbe essere quella di vederci appesi alla forca dell’errore, alla croce del dolore. Vegliamo sulle nostre parole, quindi, perché non sappiamo quando arriva la Storia giudice, e né sappiamo su chi darà il giudizio ultimo.

Novembre 2009

Seminaristi e bonsai

Bisognerebbe innanzi tutto, capire che cos’è la “chiamata”, cosa si intende per sentirsi “chiamati”, e cosa rivela_nasconde la chiamata. All’epoca, l’avevo sentita anch’io. Ho sintetizzato il rifiuto dicendomi: Signore, non son degno. Perché mi sono reputato indegno? A mio avviso per due nascenti verità. In una già sentivo le pulsioni omosessuali. Nell’altra (sia pure molto confusamente) sentivo presente la paura del dopo collegio. Di quello che c’era fuori, infatti, non conoscevo assolutamente nulla! Se era la paura che mi aveva tentato con la chiamata come avrei potuto presentarmi con animo onesto? Devo anche dire che i preti del collegio non mi hanno mai chiesto se volevo entrare in seminario. Forse perché avevano intuito la mia omosessualità. Andando giù di piatto, però, si può anche dire che non me l’abbiano chiesto perché (a parte il prete che mi amò o mi usò che sia) di non gradito tipo. Da avviare al seminario, cercano angeli, i preti dei collegi! Nella motivazione della chiamata non si può trascurare neanche l’ipotesi di una sistemazione all’interno di schemi da esistenziale sussistenza. In questa ipotesi, il chiamato/a si avvia al seminario come in altre occasioni e/o casi e/o indole, un giovane o una giovane si avvia alla carriera militare. Che ne sarebbe stata della mia sessualità se avessi risposto alla chiamata? Come per quella etero avrei dovuto reprimerla, ovviamente, ma sarebbe bastato questo, per fermare lo sviluppo di quelle piante? Certamente no. Quindi, sarebbero cresciute comunque, o una sessualità resa bonsai resta come forma la religione e/o il religioso giardiniere nel seminario che fa da vaso? Alla domanda ha risposto più volte la cronaca. Nulla sappiamo invece dell’animo religioso quando viene potato, e nulla, a priori, possono sapere i potatori nei seminari: se ne stanno accorgendo.

Dicembre 2007