Secondo il dosaggio

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Secondo il dosaggio di ciò che è vero perché giusto al bene, l’egocentrismo è la “salute” di chi lo può attuare e la “malattia” di chi non lo può. Ciò vuol dire che per le nostre strade non girano solo degli egocentrici per formata identità, ma anche dei sofferenti di sé. Per questo, della dedizione al bere degli emigranti non dovremmo vedere il solo “vizio”, ma anche la sofferenza di chi è culturalmente disattivato (vuoi per “salute” vuoi per “malattia”) perché non può e/o non sa più come attuare gli schemi praticati nell’ambito di provenienza.

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Libri

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Per quando vado sulla Luna

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pensioneeva

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Terminata la lettura di una zeffirellata su Cristo mi sono fatto degli spaghetti olio aglio peperoncino e ho aperto un Camilleri d’annata: Pensione Eva. (Soldi spesi senza rimpianti!)

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medina

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Con questo libro ci si sente ospiti di donne che ti raccontano la loro mentre ti preparano il tè: diresti. Le storie sono anche difficili e il tè bollente o amaro secondo il palato di chi le ascolta. L’ospite può rifiutarsi di berlo solo se rinuncia ad entrare nella loro vita. Invito a non compiere questo errore. Attuarlo significa rinunciare anche a parti della nostra.

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laspina

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Scritto da Silvana La Spina, il romanzo l’Amante del Paradiso è ambientato nella Sicilia saracena fra l’asabiyya islamica in declino, ed un nascente cristianesimo gestito da credenze straccione ma tutte con il vezzo di possedere il Nome. Non vi dico di più perché, altrimenti, che piacere è! L’avrò letto non meno di quattro volte: rigorosamente a letto, come rigorosamente a letto si portano gli amanti (o le amanti) quando si vuole verificare se hanno del paradiso da darci, o solo delle instabili luci. Letto e letto. In ambo i casi, luoghi del sogno.

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edleemaster

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A parte l’insignificante qualunque, per decenni mi sono ritrovato incapace di emozioni da far diventare storie. E’ anche vero che non avrei saputo da che parte cominciare. In pratica, non agivo perché ero vivo ma perché respiravo. Poi, ho scoperto questo Autore e le sue commedie. Il desiderio di giustizia e di verità di quanti si raccontano a vita mancata, un po’ alla volta m’ha messo di fronte alla mia che stavo mancando. Da allora, respirare non mi è più bastato. Da allora, anche la vita ha cominciato a scrivere di che farmi scrivere.

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Allo Zodiaco mancano due segni

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Mi scrive P. Mi dice: sono stata discriminata violentemente, non posso dire pubblicamente fino a che punto perché sono donna, perché sono del sud, perché sono intelligente. Ho rischiato la vita più volte, sai?

O dio, Perdamasco, non potrai mai capire cosa ho passato!!! Io non ho passato niente che tu non abbia passato… Questa non la capisco, ma passo oltre. Gli obietto, che non sei l’unica Donna che ha dovuto portare questa serie di croci. E’ condanna che colpisce il diverso, il non in convenzione. E’ un’insieme di croci che al momento ti fanno piegare le ginocchia, ma, è nell’affrontare queste fatiche, che da brutti anatroccoli si diventa cigni. Mi parla di un intellettuale mancato, anni fa, perché travolto da atti, nolentemente concernenti la sua identità sessuale. Me ne parla con una tal passione da impensierirmi. Gli dico: ne parli come vedova che non ha superato un lutto, non tanto per una morta cultura (morta nel senso che fu di un dato tempo) quanto, forse per un tempo che non è più per un uomo che non è più. Poi mi dice che non sopporta i ghetti. Gli rispondo: stai attenta. Non sopporti i ghetti, o non sopporti di essere messa in un ghetto, o non sopporti di sentirti ghetto, cioè, rinchiusa da sbarre, da pregiudizi, ma anche da una mercuriale conoscenza di te: mercuriale nel senso, che non appena prendi una parte di te, quella, dividendosi in altre parti, ti sfugge? Mi dice: d’altronde l’80 per cento dei miei amici e persino uno dei miei amori sono (erano) omosessuali… posso permettermi di parlare, no, ho la patente, credo! Gli replico: non è necessariamente vero, tuttavia, chiamiamolo, foglio rosa, nel senso che hai superato gli esami di teoria omosessuale, ma, per quali esami di guida ti serve quella conoscenza? La risposta che ricevo, nulla contiene sulle riflessioni che ho inteso suscitare in P. Mi risponde, invece: scusami perdamasco, ma sono sempre più convinta dal tuo tono che sei proprio il mio ex amico….se non è così, perdonami ma non mi andrebbe di scriverti anche solo se gli somigli, è persona troppo ripugnante per me anche solo da associare a qualcuno. Comunque vado a colpo quasi sicuro. Colpo quasi sicuro, un accidenti! Morale della favola: questa qui, se le è fatte e se le è dette, e per lei sono stato solamente lo zerbino, che gli è servito a ripulirsi le suole dalla merda, che, a suo dire, ha incautamente calpestato frequentando un ex amico, che all’improvviso, si è rivelato un mostro! Naturalmente non taccio! Gli dico di non scocciare il prossimo con le sue care disgrazie, e di non contattarmi più. Cosa che, va a suo credito, ha fatto. Affrontiamo la vita, in tutti i modi detti dallo Zodiaco. Nello Zodiaco, però, manca un segno: quello della Chiocciola. L’identità Chiocciola è quella che appena la tocchi (per quanto delicatissimamente) subito ritira i sensori, e si rifugia in casa! Rifugiandosi in casa, le identità Chiocciola credono di sentirsi al sicuro; credono di aver lasciato fuori della casetta da sette nani, tutto quello che le tocca! Illuse! Non gli ex amici o quelli che gli somigliano sono i loro Babau. Lo è, un’indecisa capacità di viversi! E’ talmente indecisa quella capacità, che allontanano da sé stesse tutto quello che le costringe a prendere atto di essere Chiocciole, o con altro segno che manca nello Zodiaco, degli asini di Buridano che muoiono di fame perché non sanno decidersi fra la paglia del non vivere ed il fieno del vivere! Non ci resta che pregare!

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Giugno 2006

Solamente vita

atestpostHo più volte sostenuto che il Cattolicesimo è pianta con due principali rami: la Chiesa del Potere e quella dell’Amore. Direi che la Chiesa del Potere è la parte maschile della Pianta cattolicesimo; è quella, infatti, che determina i suoi principi. La Chiesa dell’Amore, invece, è la parte femminile; quella, cioè, che accoglie secondo i principi determinati da quella del Potere. Sia pure a spanne, direi che anche la Pianta islamica ha questi due generi di rami. I principi del Ramo determinante li troviamo nel Corano. Quelli del Ramo accogliente, invece, li trovo nella mistica Sufi. Nel perpetuare sé stessa, la mistica coranica si serve della “Spada della verità”, cioè, i concetti che separano quello che gli è bene da quello che gli è male, quello che gli è vero da quello che gli è falso, quello che gli è giusto da quello che non lo è. La mistica Sufi, invece, (come la Chiesa dell’Amore), com_prende Creato e Creatura, in un unico abbraccio. Nessuna spada nei suoi concetti. Solamente vita.

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Settembre 2006

Hai presente l’Albero della vita?

Hai presente l’Albero della vita?
agirafreccia

Non ho rilevato alcuna acrimonia nel tuo scritto. Al più, un continuar a volermi rinchiuso nella stessa tomba della Madre (la Chiesa cattolica) che ho ucciso per legittima difesa. Ho la sensazione che ti stai comportando con me, come il giornalista che basa le sue tesi solamente sulle convinzioni personali. Questo a parte, vedo la vita (il tutto dal Principio che ognuno è in grado di concepire e scegliere) come un grande albero. Di questo Albero, io sono un ramo con foglie. Tutti lo siamo e abbiamo, ovviamente, ma sto parlando di me. Essendo parte del tutto dell’Albero perché dovrebbe sorprenderti se in me si trovano pensieri biblici, evangelici, cattolici, ed altri a tua volontà cercando? Dove starebbe, la mia contraddizione spirituale? E se invece fosse un’amplificazione quella che dici contraddizione? Mi stai dicendo che non si può dire amplificata, bensì contraddittoria, la produzione di un pero che frutta anche mele! Ne convengo (se pensi che a non poterlo fare sono gli alberi della nostra vita) ma che ne sai tu di quello che può o non può fare l’Albero della vita? Non affermo e non ho mai affermato di conoscere la verità. Suppongo la stessa cosa anche per te, quindi, il confronto fra i nostri pensieri potrebbe dilungarsi sino all’esaurimento fisico di entrambi. Per fortuna c’è il punto!
Novembre 2006

Quale futuro?

Quale futuro ti aspetta mio caro Al Haiat?
apenna

Sono uscito con un amico ieri sera. Sapevo di fare un po’ tardi, ma sapevo anche che hai il mio numero cell. Non hai chiamato. Non sei venuto.
Pioveva.
Parecchio.
Avrei potuto chiamarti io.

Non l’ho fatto perché poteva sembrarti un’insistenza. Fatto sta, che ti hanno trovato sotto un ponte. Il che sarebbe niente, se con te non avessero trovato il tuo decreto d’espulsione.

Ti fermeranno una notte da qualche parte ma poi ti lasceranno andare. Cosa vuoi che facciano! Le galere sono piene, e per di più costose. A Verona non mi risulta che ci siano campi di contenimento per immigrati. Non ancora, almeno. D’altra parte, non sei un delinquente d’ufficio come lo diventerai non appena andrà in vigore il reato di immigrazione clandestina. Non so se ti reputeranno così pericoloso per l’Italia da meritare l’espulsione forzata, ma se dipendesse da me, te la darei se non altro perché stai diventando pericoloso per te stesso. Non si sa in quanti modo te l’ho fatto capire: e tu li hai capiti tutti, o meglio, li ha capiti la tua ragione, ma la tua ragione non è ancora stata capace di farli sentire alla tua emozione.

Insciallah?

“Non ho niente. Sono senza lavoro, Vitaliano! Sono stanco di questa vita.”

Ti credo, ma se non hai uno straccio di documento non puoi trovare lavoro. Lo stentato italiano che parli, non può farti trovare un lavoro.”

“Sono un elettricista capace, Vitaliano.”

Te credo, ma, quanto tecnicamente aggiornato? Quanto, puoi documentarlo? Con che scuole professionali? Con che referenze? Se non hai risposte per queste domande, altro non ti resta che dell’attività generica, e genericamente pagata: se pagata.

Hai 28 anni. Non lo si direbbe quanto sorridi, ma un bel sorriso non fa stipendi. Non di sicuri, almeno. Non di quelli da sudore, almeno. Che ci fai, ancora qui, mio caro Al Haiat?

“Mio padre m’ha dato 5000 mila euro per venire in Italia. Come faccio a tornare senza niente?”

Capisco, ma, e qui, come farai ad andare avanti senza niente?
Insciallah?

Penso di rivederti questa sera, o al massimo domani sera. Tornerai senza soldi, senza sigarette, senza aver mangiato, e con il bisogno di lavarti. Non perché sei sporco. Perché non sopporti di pensarti sporco. O perché non sopporti di pensare che lo sia la vita.

Da me ti laverai, fumerai, mangerai, e, forse, ti rifugerai in quell’anfratto che diciamo far l’amore. E dopo?

Insciallah?

Per arrivare a Israele

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le vie della vita sono passate per Venezia

Un autore italiano racconta di essere andato in un monastero di Venezia. Assieme al priore visitò la cucina del convento. Con loro entrò un grosso gatto. In mezzo alle due finestre della cucina c’era il camino. Il fumo non usciva completamente dalla canna: qualcosa l’ostruiva. Il Priore prese un badile e con il manico tentò di liberarla. Cadde una grossa pantegana. Il gatto gli fu addosso. I due animali si presero per la gola. La loro forza era paritaria. Separarli era impossibile, così, Il Priore prese i due animali con il badile e li gettò nell’acqua del sottostante canale. L’antifona si dice da sé. Non cito l’Autore perché non ricordo chi è, e non cito il titolo dell’opera perché non ricordo neanche quello!
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Io sono vita

Cosa intendeva far capire quel biblico stesore, quando, con poetica (ma criptica ovvietà) ha scritto “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”?
apenna

La prendo un po’ larga ma poi arrivo al punto: punto che è circolare nel senso che quello di partenza è indistinguibile da quello d’arrivo. Ammettendo al principio un’esistenza capace di vita umana nella versione divina, dobbiamo anche ammetterla capace di discernere su di sé. Un discernimento sovrano perché primo di ogni pensiero, cosa mai può dire se non ciò che è? Cos’è? Lapalissiano, direi! Sentendo sé e sentendosi vita, dirà IO SONO VITA. Ora, o al principio di ogni principio ammettiamo una qualche sofferenza da dissociazione, oppure, necessariamente, nessuna parte può è separata da un altra, appunto come mostra l’affermazione: “in principio era il Verbo (IO SONO) e il Verbo (nella coscienza di sé, vita) è, ovviamente, presso l’Identità, è quell’identità è il Verbo. Siccome l’affermazione sta presso il Principio di ogni principio, (l’UNO) ne consegue che è la Parola (la parola è l’emozione della vita che dice sé stessa) che identifica lo stato di ogni parola, in ragione di quanto può dirsi: io sono vita in vita, e quindi, inscindibile unità, tanto quanto la sua immagine di essere in vita somiglia all’immagine della Vita. Preciso: sto interpretando una storia, non, sostenendo che sia o non sia vera quella storia, ma vera o non vera che sia la faccenda, direi che la mia lettura non fa una piega.

Per le vie di Verona

Ho visto due giovani maschi Pakistani. Passeggiavano tenendosi per mano. Erano Finocchi? Non erano Finocchi? Chi era Romeo? Chi era Giulietta? Non me ne frega niente! Erano sé e quindi belli! Ho trattenuto il pensiero che mi chiedeva da dire loro: occhio, ragazzi: non siete dove lo potete. Perché mai avrei dovuto farlo? Per renderli normali?

apenna
Giugno 2006

Il tempo di riparare è nel tempo di pagare

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Vincenzo A. che ho conosciuto con il fratello Marco negli anni 75/80 (ambedue marginalmente eppure significativamente) non si sarebbe mai sognato di scrivere la lettera che le ha scritto perché troppo preso, a suo tempo, nella costruzione di una identità basata sul carisma che l’ha portato ad essere quello che è stato ed ha fatto.

A cosa addebitare la decennale inversione esistenziale, che più a “U” di così non saprei proprio dire? A mio vedere è stata la presa d’atto di chi si è reso conto che il percorso iniziato non dava nulla alla sua vita, se non una fama da dover costantemente rinnovare (costi quello che costi!) per non essere “sepolto” da più nuovi o più giovani affamati di potenza. Le dinamiche del male e del potere sono banali, signor Direttore; ed è frase grande anche se svilita perché pare fatta, però, non a chi come l’A. ha visto il male ed il potere come suoi prossimi. Sono più che convinto che non ci sarebbe l’A. di ora se l’A. di allora non avesse pagato la sua esperienza; pagato, non, nel più o meno vendicativo senso sociale che è diventato quel verbo, ma pagato nel senso di chi ha appreso con fatica ciò che è il vero, nel senso di chi ha appreso con dolore ciò che è il bene. Si può riparare una informazione se prima non la si è appresa? A mio avviso, no. Prima del riparare, pertanto, non ci può non essere il pagare. Fatica e dolore possono piegare le ginocchia, possono piegare l’animo. Nella lettera dell’A. si avverte la presenza sia della fatica che del dolore, ma non è della sua fatica e/o del suo dolore che parla. Direi che parla, invece, della necessità di riparare la vita là dove c’è fatica, la dove c’è errore, la dove c’è dolore. Per farlo, il Vincenzo dice che basta anche “un granello di pietà”. Di quella che non paia debolezza, però, che i detenuti sanno ben distinguere ciò che è della Giustizia, da ciò che non lo è, cosi’, dove non siamo in grado di soddisfare il loro bisogno di giustizia, tutto diamogli fuorché della melensa carità.

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Le cose dell’Uomo

atestpostNon è la politica il mio orticello. Ne la Repubblica del 2 Gennaio 2009, in questo estratto da Guido Rampolli, però, trovo sia l’una che l’altro.

“E la rabbia delle piazze arabe? Le adunate furiose che ci mostrano i telegiornali, mentre si bruciano bandiere con la stella di David e manichini nella veste saudita? Dove sono le masse? Nel pomeriggio, la polizia ha sbaragliato in pochi minuti una dimostrazione organizzata dai Fratelli mussulmani, non più di un migliaio di persone. Molte di più sono accorse stanotte davanti all’Hard Rock Cafe, non per dare fuoco ad un simbolo del colonialismo culturale, ma per passarvi il Capodanno: festa sconosciuta al calendario islamico. Tra i cairoti che invece sciamano per la Corniche, molti giovani esibiscono il copricapo, quest’anno di gran moda, il berretto da baseball, tipico gioco egizio. Nei ristoranti, nelle discoteche, arabi ed europei salutano l’anno nuovo nello stesso modo, con la stessa felicità obbligatoria, i brindisi, gli schiamazzi, il rock. Otto anni di ansie identitarie, di narrazioni sulle opposte civiltà e le incompatibili culture, le “radici cristiane” e il “mondo mussulmano”, per ritrovarci a mollo in questo ceto medio globale, indifferenziato, e per la gran parte, forse indifferente. Le rovine di Gaza, non saranno allora, lo sfondo di una crisi dell’identità araba, cominciata molto prima e solo adesso affiorata? E, dove conduce, dove sbucherà?”

La risposta a quest’ultima domanda, da sempre già l’ha data la Storia. Condurrà la vita a nuovi corsi, a nuovi pensieri, a nuovo Uomo, per quanto, com’è adesso, ancora ombrato dal vecchio. Condurrà al superamento del complesso di Edipo. L’uccisione del Padre? No, no! Porterà “all’uccisione” dei Vicari che adesso uccidono la vita in nome del Padre.

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Gennaio 2009

Specchi e specchietti

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Ho deciso da tempo di non leggere più i giornali, ma su di uno aperto vedo: donna imprenditrice, sgozzata da un senegalese. Non ho letto il resto, per cui non saprei dirvi se il delitto è stato casuale, oppure, il sipario su di una storia mal recitata. Prendo spunto lo stesso da questo fatto perché le donne di ora (o è meglio dire le femmine di ora?) sanno quello che vogliono, ma il come, non sempre in modo felice. Le donne che desiderano l’uomo l’hanno sempre cercato. Illuso, l’uomo, che pensa di essere il solo decisore. Tuttavia lo facevano di “schinchetto” (contropiede) si potrebbe dire in padano, cioè, mettendo il cacciato nella convinzione di essere quello che sceglie. Ora, invece, mettono l’uomo nella più o meno manifesta condizione di sapersi scelto. Con altre parole, assumono il secolare ruolo maschile. Il che, può andare anche più che bene con uomini che amano essere cacciati, ma per niente bene con quelli che amano cacciare. Guaio è, che le donne stanno apertamente amando questa particolare categoria di uomini. Questa scelta sara’ anche appetitosa, tuttavia, non per questo esente da rischi nella foresta dei predatori. Ci sono maschi (furbastri)  che in virtù di un fine decidono di giocare il ruolo passivo. Non si facciano illusioni le donne! Lo fanno sino al raggiungimento di quel fine. Dopo di che, cominciano a mettere i puntini sulle ‘i’; e allora son dolori! Riconoscerete in questo capovolgersi di situazione, quello che è stato il millenario gioco delle parti praticato dalla donna. Vuoi per necessità, vuoi per comodo, vuoi per un insieme di fattori. Riconoscerete in questo capovolgersi di situazioni, le basi non dette di molti delitti (per non dire in quasi tutti) verso l’omosessuale oltre che verso la donna. A parità di condizioni morali, legali e di diritto, non c’è differenza fra Uomo e Donna, o mascolinità e femminilità. Tuttavia, connaturata differenza c’è; ed è nella forza fisica che rinforza la ragione psichica dell’uomo: generalmente prevalente, anche perché supportata dalla sua millenaria cultura (personale e/o sociale) di vincitore sulla donna e/o sull’uomo: normale o alterno che sia.

Quel senegalese ha ucciso la donna sgozzandola. A suo modo, lo sgozzamento è il rito che esorcizza l’invasione di una forza disorientante nella mente dello sgozzatore. Lo sgozzamento può arrivare sino al totale decollamento. In quel caso, il decollamento è il rito che scaccia la “voce” del potere di un “capo” (quella della femmina che dopo aver preso il comando sessuale e culturale lo vuol mantenere) su di un altro “capo”: quello di chi, dopo essersi fatto “prendere”, intende liberarsi sia per riprendere il dominio su di sé e sulla donna, sia per togliersi dalla mente, la presa che condiziona la sua sovranità di maschio. Come uscire in modo indolore da queste situazioni? In primo, evitando di entrarci, ovviamente. Dove la donna o l’omosessuale ci entrano, adottando la politica di Gandhi: la resistenza passiva. Adottandola, lentamente e con molta calma, però! Facciano, la donna e l’omosessuale come se dovessero togliere un osso dalla bocca di una fiera. I tempi della resistenza passiva, ovviamente, dipendono dalla qualità dell”osso e dalle sue sostanze, e dalla fame di motivi della fiera! Se può darvi di che pensare, e/o di che confortare: ho usato la stessa politica per liberarmi da influssi presi durante la mia esperienza nella medianità. Le fiere non mancano neanche lì.

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Agosto 2008

Mio caro: siamo state due stronze? Si e no.

Mio caro: l’atteggiamento che hai avuto con tua madre stamattina mi ha irritato. Passerei oltre se ti vedessi ancora bambino. Vedendoti prossimo uomo, non posso.

apenna

Ogni volta ha dovuto pagare delle salate bollette, per anni, tuo padre si è sempre chiesto cosa avevamo di tanto importante da dirci, tua madre ed io. Meno male che non ci ha mai sentito, perché era di lui, che quasi sempre parlavamo. Parlavano, forse non rende bene l’idea. In effetti, lo squartavamo; e senza anestesie di sorta. Non solo lui od altro, a dir la verità, ma, di lui in particolare modo, e con particolare ferocia.

Non ferocia cattiva, ma non per questo senza spargimento di sangue. Per un niente in tutto che è stata un’ironia di tua madre, oggi, però, ti sei eletto difensore di papà, e ci hai detto (a tua madre in particolare) che lo stavamo criticando ingiustamente, e che tua madre doveva dirmi tutte le cose, prima di parlare. Giusto?! Si e no. Giusto, nel sapere tutte le cose prima di parlare, ma, sei sicuro di poterti dire di sapere tutte le cose? Secondo me, no; ed ora provvedo.

Per anni (saranno almeno una ventina) tua madre ha travasato su di me non pochi dissidi, malesseri, ombre: ed io ascoltavo. Qualche volta dicevo. Qualche volta aggiungevo. Qualche volta chiarivo. In virtù di questo, il saluto di fine telefonata, era più leggero di quello iniziale. Questo, cosa vuol dire? Questo vuol dire, che alleggerendo lo spirito di tua madre, quelle telefonate hanno contribuito a reggere il suo compito di donna e di moglie, e che alleggerendo quel compito, gli hanno permesso di reggere ulteriormente la sua presenza presso i figli. In definitiva hanno contribuito a salvare un matrimonio, ed hanno contribuito a tener unita una famiglia.

Allora, ti pare ancora gratuitamente stronzo verso tuo padre il nostro comportamento, o è stata stronzagine necessaria? Non te ne parlo per menare vanto, ma giusto per darti di che riflettere, prima di parlare. Quando sei andato a riprendermi la borsa, tua madre mi ha detto che stai rovesciando su di lei delle costanti ostilità. Hai ventanni. Alla tua età, li ho avuti anch’io verso mia madre. Ricordo una volta di avergli dato della cretina. A mia madre! Se c’è un inferno, lo merito anche fosse solo per quello. Non so se sia una giustificazione: ero imbecille!

D’altra parte, era lei il principale riferimento per la crescita della mia identità di uomo. Ed era lei, che dovevo distruggere, per diventare me. Che idiota, che ero! Era della cultura e/o un modo di vivere che non mi apparteneva, che dovevo distruggere, non, lei! Lei, però, era quella che in quel dato momento della mia storia, rappresentava quello che dovevo distruggere. Così, si è presa i pugni che in alcun modo doveva prendersi. Solo simbolici, per destino o per fortuna, ma non per questo, meno dolorosi da subire.

Nel vedere te, ho rivisto me, senza padre, se non lei. E’ ben vero che tu non sei mica orfano! E’ anche vero, però, che l’influsso educativo paterno viene molto dopo quello materno. Nei primi tempi di un figlio, la madre è anche padre. Tanto più, quando ai figli capitano delle madri psicologicamente forti, o con altre parole, determinanti. Considero carattere maschile, la determinazione della propria volontà sulla vita altra. Pur avendo particolare femminilità, tua madre è sempre stata un maschiaccio, e quindi determinante, e quindi padre. Allora, per la visione che ho della tua età, e per la visione che ho di tua madre, mi viene da pensare che i tuoi conflitti verso di lei, altro non sono che i normali conflitti che ogni crescente manifesta contro l’autorità.

Per trovare la propria, lo deve. Non tutti, agiscono allo stesso modo verso l’autorità, ma limitiamo il discorso a noi. Tu dici che a tua madre non gliene frega di niente e di nessuno. C’è del vero, in quello che dici. Almeno per quanto riguarda il suo aspetto caratteriale di prevalenza, appunto, il maschile, che rende, direi necessariamente, egocentrici. Il potere paterno, infatti, è per sua natura, centrale; non per niente lo è il suo Io. Oltre che uomo, però, tua madre è anche donna. Come tale, nutrice. Come nutrice, maestra di sentimento verso la vita. La tua accusa, quindi, se da un lato è giusta, dall’altro, è profondamente ingiusta. O meglio, è lacerantemente ingiusta.

Ti ricordo bene da bambino! Eri uno spacca coglioni di rara capacità, ma, per la situazione che t’ha colpito e che ben conosci, non ti si poteva dire nulla! Una qualsiasi opposizione, infatti, poteva scatenare delle pericolosissime ansie, e questo, peggiorare le tue forme asmatiche. Per anni, allora, tua madre, altro non è stata che il materasso sul quale scalciavi le tue emozioni; emozioni distruttive, appunto perché senza alcuna forma di inibizione. Tu non prendevi pappe da lei. Tu prendevi vita! E tuo padre non c’era. Non sai, perché non ci fosse, ma perché ai padri, non mestiere adatto, il far da nutrice; perché i padri devono andar a lavorare.

Adesso che sai un qualcosina di più su tua madre, sei ancora dell’idea di prima? In tua madre, il conflitto fra il carattere maschile ed il femminile ha preso lo stomaco. E’ una somatizzazione, molto probabilmente. Il saperlo, però, non necessariamente significa guarirla. Non ci credo, ma, forse, lo potrebbe un’analisi di anni. Il guaio è, che lo stomaco di tua madre potrebbe colassare prima di finir l’analisi. Se l’ipotesi avvenisse, come la metti?

Mente e stomaco di tua madre, trovano guarigione allontanandosi periodicamente da voi. E qui, succede un po’ quello che è successo fra me e mia madre; colpivo lei perché lei era fra me e quello che dovevo veramente distruggere. Vostra madre, colpisce voi, (allontanandosi) perché voi siete proprio davanti a quello che in effetti dovrebbe distruggere per guarire. Ciò che dovrebbe distruggere, è quell’infinito e commisto insieme dei fattori che l’hanno incanalata in quello che è e che fa, ma, non secondo la verità  della sua identità, bensì, secondo la famigliare e/o sociale che l’ha formata. Hai presente che grovigli dovrebbe sciogliere un ipotetico psicologo per tua madre? E mica lo deve fare in una bambina, vero? Lo deve fare in una donna, che ti può lessare uno psicologo, ancora prima che tu finisca di fare una pisciata, mio caro!

Giunti al punto, sintetizziamo! Tua madre t’ha portato agli anni che ti ritrovi. Sia pure a vista, il risultato non mi pare male, pertanto, sei in grado di camminare con le tue gambe anche se non c’è l’hai sempre dietro il culo, anche se non ti è sempre a tiro di braccia! Tua madre è costantemente lacerata fra il bisogno di essere presso di te, (e non di meno di tua sorella, a te minore d’età  anche se con il suo bel caratterino) ed il bisogno di essere anche per sé! Si ritrova così a dover scegliere (da debole perché malata) fra due bisogni di sopravvivenza: il vostro ed il suo. Domandatevi, figli, chi amate di più, e saprete di chi è, il bisogno maggiore.

Dicembre 2007

Solitudine

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“La solitudine è una malattia dalla quale è difficile guarire.”

Replico: Lei sta corrispondendo con un Esposto, adottato, con orfanotrofi e collegi alle spalle, e con problemi di identità per alterna sessualità, senza contare l’infanzia e la prima giovinezza in piena povertà. Ora ho 75 anni, il diabete, la minima, sono la mia unica famiglia e l’unico parente, eppure, ora non so cosa sia la solitudine. Lo ero, invece, quando mi conoscevo poco e a ragion rivista, male. Lo ero, quando sottostavo continuamente a un giudizio che mi davo senza clemenza e tanto meno misericordia. Lo ero quanto l’opinione altrui imperava sulla mia. Lo ero, quando, sia socialmente che sessualmente, non ero né carne e ne pesce, ecc, ecc. No, la solitudine non è una malattia: è la febbre che denuncia che non ci siamo ancora trovati e che il mondo va avanti anche senza di noi.

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Le ragioni della vita e quelle dei mummificatori.

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Perché l’Omosessualità femminile suscita meno contrasto della maschile nei casi di adozione? Mi rispondo: perché, in quanto donna, è personalità materna più mimetizzabile negli odierni schemi. Anche nella coppia lesbica vi è la figura più determinante, e in questo senso, maschile, e quindi, psicologicamente “papà “. Lo stesso nella coppia Gay: vi è la figura più accogliente dell’altra, e in questo senso, più femminile e quindi psicologicamente “mamma”. Non per questo, però, “mimetizzabile” negli schemi, perché nell’apparenza fisica rimane pur sempre un maschio, e quindi, di paterna convenzionalità eterosessuale. Anche nella coppia etero, non sempre la figura maschile (la determinante) è quella dell’uomo, quindi, lo dovremmo dire e riconoscere come psicologicamente “mamma” perché accogliente più che determinante. Invece no, perché gli schemi odierni ci sono socialmente sovrani. Certamente sovrani secondo Natura, ma, che senso ha sostenere il predominio secondo Natura, quando la Cultura testimonia maggiormente l’evoluzione e la ragione della vita? Indubitabile il senso biologico, ma la Natura rimane pur sempre l’invaso di ciò che pensa la Cultura. Allora, in quale parte della vita ritrovare dei principi che la vita stessa rende così caleidoscopici? A mio pensare, nella sua forza. La conosciamo come Spirito.

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In articulo mortis

Al capezzale dell’Ammalato che sa terminale già alla diagnosi, la Medicina cura il curabile, agisce il possibile, e rifiuta l’impossibile. Lo rifiuta per più motivi.

apenna

In prevalenza:

*) Perchè la Medicina non accetta che la Malattia prevalga sulle sue conoscenze;

* Perché non accetta l’altrui dolore, tanto quanto non accetta di sentirsi impotente;

*) Perchè sta via via diventando la cura ricostituente per degli indeboliti interessi: vuoi scientifici, vuoi umanitari, vuoi di cassa, vuoi per quanto vuole o può.

Non mi si venga a raccontar banane! Nelle malattie incurabili, la Medicina sa, pressoché da subito, quale sarà l’esito finale e (almeno statisticamente) quanto tempo ci metterà a giungere. Nel terminale che ho seguito si è sbagliata di qualche minuto! Sapendolo da subito, a cosa deve l’inutile insistenza di una perseguitante assistenza? All’ammalato lo deve per aiutarlo nel suo desiderio di vita, o al caso, per contrastare la sua paura della morte. Ai parenti dell’ammalato, lo deve per contrastare la paura della morte nolentemente proiettata dalla condizione dell’ammalato (e/o della gravità della malattia) oltre che insita nel pensiero che il Principato e la Religione hanno formato se è andata bene, o deformato se è andata male! Lo deve al pensiero odierno (sulla Medicina) perché condiziona l’esistenza di quello futuro. Lo deve al multivalente bisogno di sviluppare il sistema “Cura”. Lo deve al proseguimento di quanto detto in apertura per quanto riguarda il Medico. Lo deve per ausiliare delle speranze che sono decisamente meno fallaci quanto e/o dove e/o come contribuiscono al condizionante mantenimento del suo Potere. Quanto sostengo è sotto gli occhi di chi non ha paraocchi. Dovrebbe esser messo, anche sotto gli occhi di chi non è in grado di vedere, non vuole vedere, o ha interesse a non vedere, vuoi per incosciente buonafede, o vuoi per cosciente o incosciente malafede. Non da oggi sappiamo che ci sono terminali così disperati da invocare la fine definitiva della loro esistenza. Per chi la chiede (e senza fargliela diventare un calvario) si attui quell’invocazione: in proprio o comunque ausiliata non fa la differenza ultima. A più, vi è differenza nel ragionare su lane caprine! In quegli estremi casi, che fa la Medicina? Direi un insieme di quanto sopraddetto. Che fa lo Stato? Lo Stato fa quello che dice la Chiesa. Che fa la Chiesa? Fa quello che fa fare allo Stato. Che fa Dio? Fa quello che lo Stato pensa di Dio. Che fa la Chiesa di Dio? Fa quello che ha consigliato a Dio di dire. Il non credente mi perdoni per aver coinvolto quella somma Figura. Ci faccia caso in virtù di discorso. Sapeva (l’ammalato che invoca misericordia) che la sua malattia era incurabile? Se lo sapeva, per quali convinzioni si è ritrovato, senza più forze, solo alla fine del vicolo? Non è che la Medicina e/o i sui Parenti gli hanno fatto credere che si può sperare, che la medicina fa progressi, che ci sono sempre nuove scoperte, che esistono i miracoli, che non si sa mai, ecc, ecc? Credere e sperare è umano. Disumano e disonesto, è far credere e sperare oltre ogni ragione! Giunto al punto, lascio Dio nell’empireo che merita per fede dei credenti, e mi metto a guardare cosa potrebbero fare la citata Medicina, il citato Stato, e la citata Chiesa. In primo non cedere alla tentazione di mettere bocca nelle cose della vita! La vita ne sa più di tutti, sia quando e quanto deve amare, sia quando deve finire, sia quando e come ha dato, e sia quando, man mano, toglie ciò che ha dato! Una Medicina veramente e totalmente votata al giuramento che moralmente la regge, dovrebbe, nell’assistenza dei casi ultimi, garantire ogni cura contro il dolore mentre la vita opera quanto deve alla cura, togliendo vita alla malattia. Alla Medicina ricordo che l’Ammalato cosciente di sé è una tremebonda vittima (o pittima) solo se la rendiamo tale! Sempre a mio vedere, allo Stato il dovere di garantire un’amorevole assistenza: domiciliare o no che sia. Alla Chiesa, il compito di dire sulla vita, ma non sino al punto da condizionare l’arbitrio dello Stato e del Cittadino! Non sino al punto da ombrare con il suo spirito, l’opera dello Spirito. Se ancora crede alla Parola, la Chiesa che vuole tornare universale (non solo a parole) deve rifiutare quella tentazione! Mi si sta dicendo: ma togliendo ogni malattia all’ammalato, la Vita gli toglierà anche la vita! Ormai secoli fa, questo dubbio me l’ha posto anche l’Amato. Se mangio, m’ha detto, do da mangiare anche alla malattia! Dipende da dove ti volgi, gli ho risposto: se verso la vita, o se verso la malattia. Da allora amo i girasoli.

Luci e ombre

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Un amico (socialmente non molto a piombo) accusato di stalking dalla compagna (non molto a piombo pure quella) m’ha chiesto di scrivere una difesa. Mi sono messo nelle sue braghe e nei miei ricordi, e l’ho scritta come fossi sia l’accusato che l’avvocato.

aneolinea

Mentre non nego di aver vissuto dei periodi della mia vita anche oltre le regole sociali, nego di essere una persona dedita alla violenza. Confermo, invece, di poterlo diventare come tutti lo possiamo, quando ci si vede usati, e poi, senza ragionevole e/o ragionato motivo, scartati in toto.

E’ noto al mondo che le coppie si formano per corrispondenza di vita; ed è noto alla legge, a me stesso, ed era noto all’accusatrice, che la mia corrispondenza di vita non è sempre stata socialmente comune. Chi non è socialmente comune non corrisponde con i comuni. E’ personalità socialmente comune la querelante? A livello di fedina penale certamente si, ma per quanto ho conosciuto della querelante, direi proprio di no sia a livello culturale ed esistenziale, sia a quello di gestione della sua sessualità.

A livello esistenziale ho avuto a che fare con una persona che se non ho mai pagato, certamente ho contribuito a mantenere per anni. Vuoi perché in casa sua c’era un frigo non funzionante da mo’ (il nuovo gliel’ho regalato io); vuoi perché senza un televisore in casa (a suo dire non aveva soldi per frigo e televisore perché i suoi guadagni andavano in “fumo”; vuoi perché non aveva di che fare la spesa; vuoi perché senza sufficiente lavoro. Per questa precarietà, da indolenza a mio concreto conoscere) la querelante è stata, anche se non invitata, mia ospite per anni: così la figlia. Ci sarebbe di che dire anche nella sua situazione matrimoniale e di madre, ma stendo un pio velo.

A proposito della precarietà economica della querelante, è stata mia cura procurare un lavoro sia a lei che alla figlia. Su mia raccomandazione e debita indicazione, dopo aver fatto la domanda di lavoro la querelante l’ha rifiutato per futili motivi. Nel caso della figlia, invece, ho ritenuto di non procedere nell’offerta perché l’ho constatata di inattendibile comportamento. Mi risulta, infatti, che, all’epoca minore, sia stata denunciata per furto o ricettazione.

Per le mie conoscenze, puttana, non è la persona che vende il suo corpo; puttana, è la persona che tradisce un progetto di vita; ed è di merda, quella puttana, se lo tradisce in modo misero; ed in modo misero io sono stato sentimentalmente tradito.

Quando la figlia ha avuto una operazione di appendicite che data la sua obesità poteva essere rischiosa, alle 4 del mattino nel reparto di chirurgia c’ero io, il violento, non, il marito e padre; e sono stato io, il violento, non, il marito e padre, che è andato a comperare le mutande nuove per la figlia; evidentemente, in casa non c’è n’erano di pulite, o non c’è n’erano proprio.

A me, anche quando non richiesta, anche quando non rifiutata solo per riguardo, la querelante si è solo sessualmente offerta. Non ha avuto di che lamentarsi. Affermo questo, non tanto per apparire più maschio o più uomo, ma solo per sostenere che la cura che ho avuto per le sue esigenze personali, è sempre stata superiore alla cura che devo alle mie.

Se l’ho ingiuriata come da denuncia, quindi, non l’ho fatto perché consideravo la querelante come “mio possesso”, ma perché, io, mi sono sentito uno scartato vibratore!

Sul misero comportamento della C. nei miei confronti ho numerosi testimoni. Quello che ho detto alla querelaante, pertanto, è stato solamente l’urlo d’amarezza dell’amante scartato e tradito nelle sue aspettative. Sono state le mie, frasi discutibili e/o opinabili, e/o erronee sino a che si vuole, ma per me, solamente la sintetica morale della mia storia con quella donna.

Riconosco in pieno solamente un errore: avrei dovuto, io, denunciarla per stalking! Non l’ho fatto, perché non sono uso prendermela con chi penso più debole. Non l’ho fatto perché ho rimosso la conoscenza che dice che dove non vi è forza fisica e/o mentale, e/o ragione, la falsità può supplire.

A proposito di falsità, o quanto meno di false dichiarazioni, rimando il giudizio sull’attendibilità morale ed etica della querelante, al risultato della perquisizione che ho subito per un presunto possesso d’arma. L’accertamento ha verificato che non possiedo arma alcuna!

Se nulla potrà togliermi dalle spalle il sospetto che il non averla trovata, non per questo significa che non c’è la possa aver avuta e/o tuttora averla, è alla cosiddetta vittima della mia cosiddetta violenza che devo il mio grazie per aver sbattuto la mia faccia sui cancelli del Nuovo Campone!

Già che ci siamo! Come mai la querelante non m’ha denunciato nel momento stesso che, a suo dire, è venuta a sapere di quel possesso? Per quali interessi, quella presunta illegalità non contava prima, mentre ha cominciato a contare solamente nel momento della rottura?

Se tacendo ha negato il suo dovere verso la Legge, (e con questo, complice di reato) denunciandolo dopo, la querelante, cos’ha rivelato di sé stessa? Un suo tardivo pentimento, un bisogno di vendetta, o che parla anche a vanvera?

Quello che in effetti risulta dalla sua denuncia circa un mio presunto possesso di un’arma, è che la querelante agisce secondo valori morali dettata da opportunità. Con altre parole, tutto è lecito sino a che le cose gli vanno bene, e tutto non lo è quando le cose gli sono avverse, o tali le crede.

Mi sia consentito di dire, in ultima, che ho trovato sospesa per aria, l’ipotesi di “lutto” per mancato superamento della “morte” del mio rapporto con la querelante. Io non sono un ragazzino. Sono un uomo (provato) che da tempo sa che “morto un papa se ne fa un altro, e morto un re se ne fanno tre”.

Di che avrei dovuto agitarmi, quindi? Per un amore? Ma neanche per idea! Trovo che ci sia di che far uscire dai limiti, invece, quando ci accorgiamo di essere stati, prima spremuti, e poi buttati!

Io sono un limone che può anche accettare di finir spremuto, ma, non di essere messo nel secchio della spazzatura! Non senza spiegazione, almeno; che è stata quella che ho cercato, che è stata quella che è stata intesa come stalking solamente perché ripetutamente richiesta.

Come non insistere nel bisogno di spiegazione, infatti, se quella data era talmente generica da poter apparire anche una riparabile crisi fra due sentimenti? Non per questo non riconosco che per raggiungere il mio bisogno di definitiva chiarezza ho superato dei limiti, ma per questo riconosco, che se vi è colpa in quanto denunciato a mio carico, alla querelante bisognerebbe addebitare il corrispondente concorso.

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Le piantagioni del potere

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Sino a che non ci decideremo a potare quando non ad estirpare le piantagioni del potere, * “rifiutandoci di concedere loro ogni delega a priori”, non solo non ci potremo dire solamente vittime, ma renderemo vittima anche il futuro di chi non è in grado di scegliere il suo presente.

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* Principato e Religione, citando l’ex Ordinario di Pedagogia ddell’Universita’ di Verona, padre Aldo Bergamaschi.

Luccicanti per oro o per ottone?

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“Non era quello il senso della mia citazione… Ama e fa quello che vuoi… Era, nello specifico, riferito ai progetti della Regina…”

Non mi era sfuggita questa tua interpretazione, ma anche una Regina, non può sfuggire alle regole, che per quanto “feudali”, non di meno esistono da sempre. Sopra ogni Regina, infatti, regna un’Imperatrice: la vita. Certamente possiamo lasciare le regole imperiali della vita, ed aprire un nostro regno! Chi sono io per obiettare! Tuttavia, anche nell’impero che apriamo per noi, o siamo dentro quella vita, o fuori. Cosa mi fa dire se siamo dentro o fuori anche nella nostra “casa”? Me lo fa dire la presenza del dolore: unica ed incontrovertibile verità che possediamo, perché possiamo anche ingannare la mente, ma non potremo mai ingannare il corpo! Ebbene, in Z. ho avvertito la presenza del dolore: bestia, tanto più pericolosa, perché mimetizzata fra le righe. Ho detto, allora: attenta, mia Regina! Tutto qui! Nella ricerca del Bene, del Vero, e del Giusto, siamo tutti accomunati. Non lo siamo nelle vie per giungervi, ma mi pare più che giusto, dal momento che ognuno deve trovare sé stesso. Quando dico che un’amante vuole quello che l’altro/a vuole, intendo dire che è la volontà d’unione che detta quella scelta, non, volontà di reciproca imposizione, o similia. Non ritrovo il mio senso dell’amore nei “colori della primavera”. Ritrovo, piuttosto, il senso delle passioni che, nel mio bene e nel mio dolore, ho vissuto. In quelle riconosco di essere stato servo, morboso, e quanto d’altro di accidenti, ma l’oro, (l’amore), è un’altra cosa dall’ottone: la passione. E’ vero che hanno lo stesso colore, ma, l’ottone, per quanto lo lucidi, si ossida; ed è la continua lucidatura per farlo diventare oro, che ci rende servi, morbosi, e quanto di similia. Detto questo, ognuno fa quello che crede! Per quanto ci è possibile però, facciamolo a ragion veduta!

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Giugno 2006

Largo ai giovani?

Questioni pregresse mi collocano molto naturalmente nella lista nera del Corona virus. In quella lista, in vero, mi collocano anche quelli che si dicono o dicono: prima i vecchi!

apenna

Al proposito, sia in giovinezza che in età adulta non so cosa avrei pensato sulla questione. Conoscendomi, però, so che avrei almeno taciuto, o napoletana saggezza, fatto le corna! Corna che faccio agli illusi che almeno sino a poco tempo fa stavano spingendo i vecchi su quel binario. Dove non ci ha pensato a vita a ritirare mani morte da schiene solamente vecchie, suo tramite ci ha pensato il virus! Non per questo ne gioisco, ovviamente. Anche perché sarebbe maramaldesco oltre che sterile. Il mio vissuto m’ha sempre mostrato che la vita è più forte della nostra. M’ha inoltre mostrato che in ragione di come ci viviamo e/o ci fanno vivere, i veri autori delle precedenze al binario siamo noi. La vita, altro non fa che prenderne atto. La vita è imparziale. Sperare che possa agire secondo quello che crediamo meglio significa pensarci mari anche dove siamo pozzanghere. A mio vedere, quella megalomane credulità cela una bifacciale paura: da un lato quella di un possesso che restituiamo malvolentieri, e dall’altro quella che ci mostra la nudità del nostro regno. Mi domando: cosa può difendere dalla paura di doverci riconoscere nudi? A mio avviso, solo il coraggio di ammettere con noi stessi che siamo nudi, e che fra la nudità della nascita e quello della morte, in mezzo (qualche volta con dolore e qualche volta no) tutto è conoscenza in travaglio da parto. C’é chi dice solo per una fossa, e c’è chi dice per un’altra vita. Comunque stiano le cose, nulla ci vieta, intanto, di dare vita alla vita, anziché cenere alla cenere. Nei luoghi dove si opera vita per la vita, sono tanti quelli che lo fanno e per ogni dove i luoghi. Troviamo in giro, invece, chi, a qualsiasi età, da vita alla propria moltiplicando la cenere.

Memento vitae

L’avevo scritto quando giravo nelle piazze della “roba”, non meno perso dei tossici sia pure per altri motivi. Valga o non valga la pena, lo aggiungo.

apenna

Si viene a nuova vita mano a mano si ultima la precedente. Se la decisione di finire la precedente non è ancora risoluta, allora contate su di noi.

Se non osate fidarvi, con la vostra vita fermate anche la nostra. In questo caso, se constaterete che non vi abbiamo dato niente, sarà anche perché non ci avrete concesso altro.

Se siete indecisi, ritroverete l’incertezza in ciò che rifarete. Se in ciò che rifarete toccherete il fondo, sarete giunti al bivio estremo: farsi con la vita, o farsi la vita?

Le risposte in mezzo alle due sono croci apparentemente scaltre se sono paglia che si mette sulla spalla per non sentire il peso della stanga ma, quell’espediente non libera dalla catena che trascina dentro la feccia, al più, permette di aggiungere degli anelli.

Il Male

Diciamo male, il dolore naturale e spirituale da errore culturale. In ragione dello stato dell’errore abbiamo il corrispondente stato di dolore, che diciamo male perché lo carichiamo (il dolore) di significati di costituita e costituente religiosità.

apenna

Certo! Indipendentemente dal piano dell’esistenza, esistono forze avverse alla vita. Le penso, però, nell’errore, non nel Male se per male intendiamo una condizione non morale e/o amorale da espresso giudizio. Nessuno può dire che una data vita é nel Male. Certamente possiamo dirla nell’errore, tanto quanto procura dolore al corpo: Natura della vita, indipendentemente dalle sue forme. Il Male, come spauracchio per anime infantili, e/o come verga per sottomettere recalcitranti schiene, serve solo alle religioni resesi politiche, quando, sui nostri errori, non sanno dare risposte di verità, tanto quanto non opportune al soggettivo credo. Non per ultimo, perché i credenti seguono le bandiere che sventolano di più. E’ umano ma é un errore che può portare al dolore. Per questa ipotesi, allora, neanche le religioni sono esenti dal Male.

Pensione e liberazione

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Il mondo non da problemi mi dice l’amico tossicodipendente, e se hai problemi è perché te ne fai tu. Accolgo la sentenza di chi non ha e non si fa problemi se non altro perché li seda quotidianamente. Diversamente da lui, io li sedo isolandomi, come chi si isola in un proprio convento, o in un proprio convenuto. Non so se si possa dire bello il periodo della pensione in quanto stacco dal mondo, ma per me lo è. Dal mio punto di vista, infatti, pensione, è il certificato sociale che mi conferma l’avvenuta liberazione dalle infezioni per conflitti; è ciò che mi permette di uscire dall’ammalatorio dove sinora sono stato ricoverato. Per un cosiddetto vivere dovrei rientrare? Perché mai? Per infettarmi ancora? Ma neanche per idea!

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Ogni tanto un pensiero

Ogni tanto un pensiero mi gira per la testa come un volo dentro una gabbia: devo occuparmi delle cose del Padre mio. Non sussultare che adesso mi spiego. Il possesso di una fondamentale cultura, non necessariamente significa il possesso dell’identità che l’ha originata; ed è per questo, che posso possedere la cultura di tutti ma non per questo essere tutti. Cosa significa, occuparsi delle “cose” del Padre? Il Padre ha (ed è) una sola cosa: vita. Occuparsi delle cose del Padre, allora, è occuparsi della vita che ha originato. Vi è vita del Padre, vi è la nostra. Per quanto riguarda la vita del Padre, chi più eletto di Lui ad occuparsene? Quindi, non mi rimane che occuparmi della sua opera. Per quanto so e posso, ovviamente. Vi è l’opera che è diventata Vitaliano. Vi è l’opera che è diventata i nomi che sappiamo darci e/o dare. Un tantinello impegnativo, per non dire megalomane, occuparmi della seconda possibilità, quindi, non mi resta che l’occuparmi della mia. E’ ben vero che “nessuno è un’isola”. Occuparmi della mia, quindi, direi implicitamente, è anche occuparmi della seconda ipotesi. Contraddittorio con la precedente affermazione? No, direi, se, occupandomi di altro da me, rimango all’interno delle mie acque territoriali; e di questo e di queste mi sono ultimamente occupato. Quali, i risultati? Non lo so, per i fatti adiacenti alla scia della mia barca. Per quelli all’interno della mia scia e della mia barca, stantii come scorze di limone, spremute e rispremute e da troppo nella spazzatura; così il percorso della mia sessualità e della corrispondenti emozioni. Negare quella rotta alla mia barca? Chiaramente no. Quale alternativa mi resta, allora? Direi, ritrovare la rotta lasciata: quella naturale.

Maggio 2008

Il bianco sta facendo l’ultimo giro di lavatrice

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Alla faccia dei due chili e mezzo che ho perso, vado a mangiarmi un gelato a Porta Vescovo. Mi piace quella piazza. E’ un giardino incolto. Molto colorato. Esco dal negozio con il gelato e con una sedia. Mi metto sul marciapiede. Davanti a me la fermata di un bus. Alla fermata, un donnone africano. Lo direi sui 35. E’ assieme ai figli. Sono in scala: 4, 3, 2, e l’ultimo sui sei mesi. Il 4 ed il 3, danno l’idea che potrebbero benissimo farcela da soli in qualsiasi situazione. Il sei mesi, la donna l’ha collocato all’interno di un grosso fazzolettone e l’ha messo sulla schiena. Quello di stasera dormiva. La madre si è chinata un paio di volte. El casca, el casca, mi sono detto. Invece, non casca proprio niente. La due c’è l’aveva per il braccio. Essendo alta la donna, la bambina pingolava (pingolava non è italiano ma direi che rende bene l’idea) girando un po’ di qua e un po’ di la, sospesa com’era, da toccare l’asfalto solo con la punta dei piedi. Come gli altri tre, anche lei aveva l’orecchino. Come gli altri tre, era bellissima. Arriva il bus. La madre solleva la bambina un po’ di più, e la posa sul pianale. Credete che la bambina abbia fatto una qualsiasi protesta? O abbia solamente modificato in qualsiasi modo il sorriso? Ma neanche per idea! Anzi, direi che l’ha accentuato come l’accentua il bambino che accetta, felice di esserci, il gioco che gli pare. Si, mi sa che il bianco sta facendo l’ultimo giro di lavatrice.

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Giugno 2008

La satira consuma il potere che la teme

Ho riguardato lo “scandaloso” Don Pizarro del Guzzanti signor Direttore, e l’ho trovato come il bimbo della favola che denuncia la nudità del re che tale non si vede, come non lo vedono i cortigiani, e neanche i sudditi che, necessaria ala del corteo, da basso stanno.

apenna

Ci vuole uno sguardo non in convenzione per vedere quando i re sono nudi, e quello sguardo il Guzzanti c’è l’ha. Diversamente dall’associazione che l’ha denunciato, non ci trovo alcuna derisione dei principi religiosi. Ci sarebbero se la satira del Guzzanti fosse fine a sé stessa, diversamente, è un “amarissimo che fa benissimo” perché disincrosta i tempi e le menti da ogni precostituita politica religiosa; ed è appunto il timore di questo guaio, non altro, a mio vedere, il movente della denuncia contro il Guzzanti. Il figlio del don Pizzarro ha torto quando dice che siamo al Medio Evo. Siamo invece molto più indietro! Siamo tornati al processo di Socrate; processo che si ripete ogni volta la mano della difesa dei costumi morali cela il sasso di chi ha bisogno di immobilizzare i tempi e le menti per la speranza di non essere sepolta e superata da altri tempi e da altre menti.

Identità@Umanità

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apenna

1) Omosessualità: non malattia, ma identità di una sessualità. Questo, se lasciata vivere.

2) Se non lasciata vivere, diventa malattia, come malattia diventa l’Eterosessualità, quando non riesce ad esprimere compiutamente sé stessa.

3) Per esprimere il suo potere (non solo politico), lo Stato sociale ha bisogno di cittadini, omogenei per stessi valori e pensieri.

4) In quanto sessualmente non omogeneo, il cittadino Omosessuale non è normale tanto quanto non omogeneo: tanto quanto perché ogni affermazione di assoluto (normale o non normale) è fuori dalla nostra realtà. E’ omogeneo, invece, tanto quanto vive le norme sociali (morali e legali) comuni in ogni genere di identità.

5) Neanche, è “normale”, una qualsiasi forma di devianza dall’Omogeneità imposta dalle necessità dello Stato.

6) Allo Stato necessita un Regolatore morale con funzione di Arbitro e di Giudice.

7) Tale compito è svolto dalla sua legge, con il concorso – soccorso dell’Istituzione Ecclesiastica.

8) Tale concorso – soccorso li fa “strani compagni di letto”. “Non per amore, solo per amore”, ci finiscono, infatti, ma per un implicito (quando non esplicito), scambio di voti. Tale fatto, scambia l’amore per la vita in tutte le sue manifestazioni, (amore che dovrebbe essere libera donazione sia dello Stato che della Chiesa), in una reciproca prostituzione fra Poteri.

9) I Pacs, in quanto rapporti fra non Omogenei, sono visti come possibilità eversiva. Della serie: si sa come cominciano, ma non si sa dove finscono. Sono eversivi, non tanto di per sé stessi, ma come esempio di una “libertà”, non omogeneizzabile. O, meglio non omogeneizzabile, per il presente momento storico – politico – religioso.

10) E’ necessario, pertanto, creare il momento storico – politico che accolga l’istanza Pacs, ma in modo che il prezzo della novità storica, non abbia a pesare sui più indifesi. A tal proposito, abbiamo ricordato i martiri del divorzio: i figli. Figli martirizzati dai dissidi fra i Coniugi, e dai dissidi da mancata accoglienza, presso il loro mondo: compagnie, scuola, ecc, ecc. E, arriviamo, all’adozione. Ne abbiamo già parlato, se ricordi. Avevamo convenuto sul fatto, che il principio, di per sé, è di legittima richiesta, ma, ambedue, abbiamo convenuto, che la richiesta deve procedere con giudizio, perché se è vero che sulla carta tutto è bello e buono, nella realtà, invece, quasi mai è così. Per quanto mi riguarda, per tutti i miei Amori, oltre che amante, sono stato Padre, Madre, Fratello, Sorella, e mettici pure tutte le figure parentali che credi: ci stanno.  Tutti i miei “figli”, però, erano maggiorenni: almeno anagraficamente. Laddove culturalmente minorenni, ho provveduto ad elevare il loro stato, dando informazioni, maggiori per la loro conoscenza, e maggiorabili, per loro intelligenza. Trattandosi di minori, sia anagraficamente che culturalmente, però, come agire in un mondo che non prevede, simili paternità e/o maternità putative? La risposta non può che essere: amandoli e rispettandoli! Ma, il mondo circostante il loro, che pur tollerando non ama la non Omogeneità sessuale e le rispettive Figure, saprà amare e rispettare, i figli di quelle figure, e le loro scelte d’amore e d’amare? Ecco! Il punto non è il Pacs per Omosessuali! Il punto è questo!