La furbizia è un asino

vestito da cavallo

I Nokia, sono di una tal semplicità d’uso, (almeno quelli di fascia economica) da far sentire genio anche un interdetto come me, ma non mi soddisfano sto’ granché sotto l’aspetto estetico. E’ la solita storia: si apprezza la moglie, ma si sogna l’amante! Nella mia ricerca di un cell amante, vado per vetrine come un bimbo per pasticcerie, cioè, sbavando su tutte le paste ma sognando il sommo bignè! Sommo bignè in questione, si è rivelato un Samsung di un blu scuro, mezzo opaco e mezzo lucido. Elegantissimo. Leggero. Coloratissima la schermata. Grandi e colorati i caratteri. Fa anche le fotografie. Mignon per la verità, ma sono un tipo che si accontenta. Qualche rogna, nel fatto che non è intuitivo come un Nokia. Così, che sia bello non compensa abbastanza il fatto che mi faccia sentire deficiente. Va beh! Ormai l’ho comperato! Il giorno dopo, però, mi accorgo che la mascherina è abrasa, come da lungo uso. Mi girano le palle. Torno al negozio. Il commesso mi dice che non è usato ma che ha sbagliato modo di pulirlo, e che se proprio voglio ci rimetterà lui 50 euro. Costava 98. Gli dico che come operaio di pulizie, con me sarebbe durato molto poco, ma che non intendo far processi ne farlo pagare la pena. Gli dico anche, però, di sapersi regolare perché non intendo pagarla io, la sua pena. Restiamo d’accordo che in giornata mi farà sapere. Siccome non mi fa sapere nulla, alle 15 e 45 sono davanti la negozio. Aprono alle 16. Aspetto! Il commesso è già all’interno del negozio con un amico che poi vuol farmi spacciare per cliente. Alle 16, il commesso e l’amico escono. Il commesso mi dice: non si preoccupi che le cambio il telefonino e, va al bar. Per dieci minuti, dice. Capisco che vuol rivalersi sul vecchio rompicoglioni. Mi siedo su di un gradino e riaspetto. E’ di parola. Apre la porta del negozio, fa entrare l’amico, mi dice ancora due secondi e mi chiude fuori! C’è un caldo boia, ho appena finito di lavorare, sono esaurito, e devo ancora mangiare. Insomma, non sarei tanto bendisposto, anzi, mi sto rompendo i coglioni! Al quarto secondo gli batto sulla vetrata e a voce non poco bassa gli dico: sono un cardiopatico, mi sento poco bene, devo chiamare un’autoambulanza?!!!! Riciancia su i suoi impegni di lavoro, ma apre. Subito! Torna a perdere un po’ di tempo con l’amico ma deve aver già capito che non sono farina da far ostie! Dopo qualche secondo, infatti, l’amico, poveretta, se ne va! Riaccolgo le magre giustificazioni del commesso: altra poveretta! Avrei ripotuto smontargliele in quattro e quattro otto le sue giustificazioni ma non infierisco. Avrei potuto accusarlo, benissimo, almeno di malafede, dal momento che mi ha rifilato come integro, un oggetto che non lo era. Tuttavia, mi basta avergli fatto capire che essere vecchi, non necessariamente, vuol dire essere cretini. Morale della favola: gli asini si vestano pure da cavallo, ma quando c’è un cavallo in giro, è meglio di no!

Ricordi dal Gabinetto

Gabinetto di Letture Este

gabinettoeste

Verso i venti (forse meno) sono stato cameriere al Gabinetto di Lettura di Este (Padova) Ore assolutamente vuote, nel pomeriggio. E dalle sale grandi, inquietanti silenzi mi venivano incontro. In genere domande. A lato del bar, il salone da ballo. Lungo. Alto. In 800, penso. Sul palco, un piano. Risposta senza domande anche quello. Per lunghi pomeriggi. Scocciato dal silenzio, un qualcosa che voleva una risposta, m’ha preso. Mi sono seduto sullo sgabello, ed ho esplorato la tastiera. Arriva un socio. Giovane. Ora avvocato. Non sapevo che sapessi suonare, mi dice. Non ricordo cosa gli ho risposto. Ricordo solamente che m’ha riportato alla macchina del caffè.

Novembre 2007

Ti rispondo adesso

perché stavo discutendo con Morfeo

Non è che non mi va di parlare del mutismo letterario che sto attraversando: letterario si fa per dire. Mi tacita un intortamento di motivazioni. Di queste, nessuna emerge in modo particolare e/o significativo, tuttavia, nell’insieme mi hanno pressoché zittito. Quanto al momento, non ti saprei dire. Come hai constatato, non taccio, però, nei commenti che lascio in giro, ma, direi che è solo là, che trovo un qualcosa di nuovo da dire, se qualcosa di nuovo mi dicono gli autori di quei post, ovviamente. Ho letto da qualche parte, che s’invecchia mano a mano il pensiero si fa memoria. In quello stato della memoria, l’inevitabile ripetizione. Ne faccio anch’io! Ulteriormente, ha contribuito un mio lento ma costante distacco dal sovraccarico emozionale che inevitabilmente succede quando si entra in altri ed in altri fatti. Ulteriormente ha contribuito una certa spiritualità buddista. Non prevalente, ma presente. Se ricerca del Nirvana è necessario allontanamento da ogni dissidio, (così come lo è la ricerca della pace spirituale, che ti ho già accennato in un mio commento) ne deriva anche allontanamento da quanti, scrivono del proprio sè in dissidio, e/o raccontano dissidianti fatti: d’arte o reali che siano. Recedo da quell’allontanamento, solo a fronte di due necessità: una, è la necessità  di capire; ed è per questo essenziale motivo che non recedo da te. L’altra, se vedo possibilità  d’aiuto in casi di sofferenza. In questi due casi, la mia vena non soffre d’aridità. Neanche negli altri casi, tutto considerato, ma è in una vena normale e/o concordata che mi ritrovo ad intingere la penna. Il che, mi riporta a certi dialoghi con i parenti che ho lasciato per la loro strada: ciao, come stai, che bella giornata, dicono che verrà brutto, i soldi non bastano mai, ecc, ecc. Morale della favola: la dove non sono un dato, preferisco essere ricordato, e la dove non trovo dati, preferisco mettermi in attesa di trovarli. Tacendo, se occorre. Ciao.

Dicembre 2007

Dal pene e dal male, oltre.

Avevo visto Nureyev a Verona, poco prima che mancasse. Passava per via Roma. Andava verso la Bra. Non avrei colto l’immagine di quello stangone se non m’avesse colpito la sua sciarpa: trascinata a terra. Forse non ci badava. Forse non se n’era accorto. Avrei voluto rincorrerlo e dirglielo, ma, si può rincorrere una stella solo per dirgli che la sua scia tocca il selciato? Così, non ho fatto nulla. Non ho detto nulla. Me lo rimprovero ancora.

L’ho sognato, una notte di anni fa. Era nel vagone di una Littorina. Non seduto e non in piedi, guardava oltre dei finestrini che immagino ma non vedevo, come neanche vedevo quello che vedeva Rudy. Davanti a lui una donna sulla cinquantina: placida, grossa ma non grassa, dai tratti dolci. Bionda con i capelli corti sotto un fazzoletto rosso con disegni. Diversamente da Rudy non ha mai guardato dai finestrini. Nel volto il sorriso di chi sa già sa quando e come dovrà e/o potrà scendere il viaggiatore che alle sue spalle si agita come un bambino davanti alla tenda del Circo. Il Rudy del sogno avrà avuto una trentina di anni. Forte, vitale, il volto virile (senza segni di malattia) era tornato alla bellezza che abbiamo conosciuto, e i sinceri, anche invidiato. Proprio stasera, cercando una sua immagine, ho letto che fu introdotto alla danza da una vecchia maestra: forse la donna del sogno ma ci credo poco. La vedo di più come madre, grande e russa, la donna del sogno. Il significato del sogno? Direi un desiderio di ritorno a questa vita. Non è esclusa la possibilità. Già una volta ha saltato la cortina!

 Dicembre 2007

Oltre, il mondo gira.

Caffè a casa e poi al bar. Rientrato, ho messo un po’ di ordine sulla scrivania. Quella che appare sulla parte iniziale della pagine del blog, e che non è il coperchio della mia cassa, come pensava un amico intristito dall’idea. A pranzo, un toast. Nel pomeriggio, ho regalato una caramella all’amante. Dovrò proprio dirgli che i dolci che chiede fanno male a me, se non proprio a lui. Sono uscito. Ho girovagato per necessarie commissioni e sono andato a far la spesa per la cena: baccalà e una bottiglia di brut. Rientro. Mangio. Leggo – Lavoro di notte – di Irwin Shaw. Cinematografico. Bevo un bicchiere. Due bicchieri. Tre bicchieri. Oltre, il mondo gira.

Gennaio 2008

Quanto cambia la vita che cambia!

In “Un mese con Montalbano” il Camilleri racconta che ad un amata (con pieno vissuto sentimentale e sessuale precedente) l’amato rimproverasse di non ricevere più niente di nuovo, di vergine, avendo vissuto, l’amata, pressoché tutto con altri. Al che, suicidandosi, l’amata, di vergine, a quell’ultimo amore regalò la sua morte. In quello stato di vita, l’unione d’amore che aveva fatto sì che due diventassero uno, si scinde; e ciò che era binario torna ad essere singolo.

“E allora capii che il suo più grande regalo era costato molto, troppo”

Come un macigno caduto nel mio odierno stagnare, non poche le onde che ha mosso questo racconto. Non per fatti di uomo. Non per fatti di donna. Non per fatti d’amore. Per fatti di vita. Per fatti di vita, non poche volte, la vita, si è “uccisa” per potermi donare la sua “verginità”: con ciò intendendo nuove esperienze. Nuove esperienze che ora travaso in altri, non solo per ausiliare la vita altrui, ma anche per non patire di inutilitudine la mia.

Mi ritrovo strano al Centro di volontariato. Strano perché la donazione della mia opera non è prevalentemente mossa dal sentimento, bensì, dalla ragione: non è mai stato da me. Cosa cavolo mi è successo?! E per portarmi a questa nuova “verginità”, quale amore si è “ucciso”?! Vorrei non saper rispondere, invece, lo posso! Si e’ “uccisa” la speranza. Non che abbia avuto molta salute devo ammettere, ma se non altro la reggeva il cuore! Adesso, invece, è diventata forte la ragione del discernimento, ed il discernimento, è una ragione, che il cuore non conosce. Grave divorzio la separazione fra sentimento e ragione. Forse non giunge ad uccidere l’amore verso la vita, ma certamente può giungere ad uccidere la com_passione verso i viventi. Va beh, Vitaliano, a cosa ci porta tutto sto’ giro di scienza? A riconoscere che la morte della tua com_passione “è costata molto, troppo”? No, mi porta a riconoscere che il cuore mi manca.

… Montalbano taliàva una lucertola che, salita sulla cima della bianca pietra tombale, immobile, se la scialava al sole

Solo il Signore sa

Solo il Signore sa quanto mi sono sentito vero e nel contempo falso quando, all’Arabo con un taglio sulla guancia che gli donava non poco ho detto che preferivo fargli crescere la vita anziché l’uccello! Uscendo dal giardino non ho potuto non rammentare il detto, ogni lasciata è persa, invece, ho ricevuto un suo messaggio: buona notte angelo. Ciao. E’ proprio vero: un desiderio che non passa si trasforma sempre in ciò che passa. Non sempre angelicamente.

“Cani sperduti senza collare”

Al Mercato dello Stadio, un giovane che stava friggendo del pesce si gira e mi vede. Sorride un ciao. Sembri un marinaio, mi dice. Si, di acqua dolce, gli rispondo, a mia volta sorridendo ma con strascico di passo in avvio veloce. Ma dove cazzo devo andare di corsa?! E perché cazzo devo sempre sminuire le dimostrazioni di stima: amicale, affettiva, o comunque amorosa che poi contiene sia l’amicale che l’affettiva! Avete presente i cani battuti che si ritraggono alla sola vista di una mano in avvicinamento? Ad alcuni di quelli capita di mordere. A me capita di mostrare i denti.

Avevo del fango da ossigenare

Avevo del fango da ossigenare così, sono andato al “Romeo”. Il parcheggio è quasi vuoto. Strano. Non è serata da nebbia! Entro. Vedo le solite trippe. Sarei tornato indietro. La musica è diastole e sistole, ma per chi viaggia in bicicletta non c’è molta scelta. La gente è poca. Un girapiatti riesce pure a svuotare la pista. Mi rassegno. Aspetto un’emozione non stantia. Sono in ciabatte. Vedo commenti di scandalizzate. Me ne sbatto. Chiudo gli occhi. Sono da altra parte. Un Srilanka, in un angolo, vibra. Gli sorrido. Vorrei dirgli: che fai, lì! Buttati! Mi evita. Paura di vecchio Finocchio. Un altro rovinato. Bevo un 45. Sono ubriaco da non reggermi dritto! Per un solo 45?! Strano. Mi lascio prendere dal tam – tam. Ne ricavo di che dire. Attorno a me, solamente coretti. Sopra di me, raggi di luci ed occhiate. Non mi toccano. Grazie al cielo sono fuori mercato! Vedo conflitti fra manze. Ancora?! Mi rompo le palle! Esco. Salgo sulla carolina e vado a casa. Casa dolce casa non fu mai così vera. Mi sbafo del pane con del lardo aromatizzato: stupendo. Sulla finestra, il minestrone. Sbafo anche quello! “Domani, è un altro giorno!”

Dicembre 2006

Sajonara da Verona

Dalla Sajonara, notturna ragazzaglia condivideva stesse notti, stessi letti, stessi ricordi.

Era d’Autunno quel 71. O, era il 72? Entro in pizzeria. Mi sento la burba in mezzo ai nonni. Pugnalate e coriandoli fra tavolo e tavolo. Mi dicono di non preoccuparmi: è la solita sfida di burletta! Un amico, la Simona, (odontotecnico con trapano a pedali) mi presenta alla corte dicendo: questo è Silvio Pellico e le sue prigioni. No, dice un tizio che non conoscevo (la Gabì) è la Gazzabinskaja! Così battezzato, sono stato quell’avatar per tutta la primavera di giovane uomo, di giovane Finocchio, di giovane in tutto. Avevo 26 anni. Si chiamava Marco, il battezzante. Orefice. Rapinato da balordi, (un cesso di amante fra quelli) ha dimostrato di avere dei coglioni che molti etero si sognano. Ma non sono bastati. Pugnalato e legato ad un albero, era riuscito a liberarsi dalle corde, ma non dalle ferite. E’ morto poco dopo. Con fatica da lottatore, mi è stato detto.

In quella compagnia c’era un trentenne. Spaventato insegnante. Non tanto dalle materie spaventato, quanto dal materiale scolastico che trattava. Nessun minorenne, tuttavia giovani. A lui non piacevano i giovani, se non come bellezza in sé. Temeva il loro giudizio, però. Non tanto per sé stesso, quanto per le conseguenze sull’insegnamento e sulla professione. Si armava, così, di grandi occhiali scuri, e di arcigne commedie! Non ci credeva nessuno. Si chiamava Gigi: Gigeria per gli amici. La sera di Natale (non mi ricordo di quale anno) la Gigeria ed io siamo andati a vedere gli Aristogatti. Eldorado di risa la scena del notaio sulle scale; tre passi avanti e sette indietro, mentre, trepidante, svanita ma di classe, la Signora l’aspettava sulla cima. Siamo in Piazza Bra. La Gigeria aveva una cinquecento gialla. Tenuta a puntino. Antistante la Gran Guardia, incauta, una macchina aveva parcheggiato un 50 centimetri dal marciapiede. Noi arriviamo. La Gigeria vede la macchina parcheggiata. La strada non è larga meno di una trentina di metri. China sul volante, (neanche guidasse un chissà quale tir) comincia a dire: oddio, ghe vago dosso, oddio, ghe vago dosso, oddio, ghe vago dosso; e ci siamo andati!! A non più di 20 all’ora! Guidatrice da Singer, la Gigeria! Dopo anni, (ci eravamo persi di vista) la amiche mi hanno detto che è morta d’infarto. Stava passeggiando in riva al lago in compagnia di un amante militare.

Giugno 2007

Dalla Cesira in medium

Caro Graziano: numerosa, la compagnia che mi hai presentato. Stavo per dirti anche bella, ma mi sono fermata. Mi sono fermata, perché nessuno dei tuoi conoscenti, (neanche gli amici che hai detto senza virgolette!) m’ha detto: piacere, Cesira. Sono un amico di Vitaliano! Da dove mi trovo, la cose che sono riuscita a capire non sono poche, ma questa, proprio no! Ciao, tesoro! E, ricordate: “quando te ve’ a casa de qualcuno, porta sempre un cabarè de paste!” To’ mama!

 
No, Cesira non ha mai scritto questa lettera. Nei pochi contatti non rammento messaggi di nota: li ricorderei Spinto da una forte emozione l’ho scritta io: forse, perché avrei desiderato riceverla. Sapevo che era Cesira perché, sino dalla prima volta, si firmava disegnando il gatto che teneva in braccio quando l’ho fotografata.

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Nella firma stava seduto sul sedere. La coda leggermente ondulata finiva a manico di ombrello. Il disegno del gatto aveva sempre la stessa posizione e sempre la stessa misura. Non c’era ombra di differenza: erano tutti eguali! Non credo ci sia nessuno che possa riuscirci. Non ho nessuna delle testimonianze di Cesira come anche in nessun altro caso. Le ha l’amico medium: ammesso che le abbia ancora. Io conservo quella del segno culturale.

Dal “matrimonio” omosessuale

del “filosofo dell’amore”. Che palle sta’ ricetta: Omosessuale! Tutto considerato preferisco “Finocchio” . Se non altro perché denuncia i delitti del bisognosi di normalità: Società o individui che siano.

Ormai quindici anni fa (di più  perché la lettera è del Maggio 2006)  vado in rosticceria e prendo un qualcosina. Vado a casa col mio sciagurato e mangiamo. Dopo un po’ mi dice: mi prendi questo? Vado, lo prendo, glielo porgo, mi siedo. Dopo un altro po’: mi prendi quello? Vado, lo prendo, glielo porgo, e mi risiedo. Alla terza richiesta mi sono detto: ma, devo fare tutta la vita così?! Fine del “matrimonio” omosessuale? Macché! Le richieste non erano finite. Con lui sono andato a prendere droga! Non sempre, ma per anni. Non sopportavo l’idea che potesse andar a morire da qualche parte, in qualche fosso! L’ho difeso e protetto, dalle sua paure di vivere e di morire! Non sempre, ma per anni. Gli ho pulito il sedere, quando non ha avuto più neanche la forza di farlo da sé! IO, non sua madre! E’ morto come tutti gli amati e le amate muoiono se sono accompagnati/te sino all’ultimo passo. E, voi pensate che tutti quelli, che hanno fatto, quello che io ho fatto, (finocchi o non finocchi che si sia) abbiano bisogno di un diploma che si chiama “matrimonio”? NO! Hanno solamente bisogno dell’attestazione legale, che tuteli il diritto, anche sociale, alla loro forma d’amare. Vorrei ricordare ai coinvolti nella questione “omosessualità e matrimonio”, che il principio che si dovrebbe discutere è: permettiamo o non permettiamo il passaggio dell’amore fra vita e vita, non, permettiamo o non permettiamo che due uomini, o due donne si sposino! Vorrei ricordare, inoltre, che la Personalità si valuta per come usa la vita, non, perché usa il retto più o meno rettamente.

C’é Chiesa e chiesa

Cortese signore: frequentavo la terza elementare quando fui coinvolto oggetto – soggetto sessuale del piacere pedofilo di un sacerdote. Sostengo che ne fui coinvolto oggetto perché non consapevole dei significati di quel piacere. Sostengo che ne fui coinvolto soggetto, perché, sia pure nella mia relativa coscienza di minore, cercai e condivisi quel piacere. Per quanto ragazzini, tutti conoscevamo le preferenze di quel prete, e fra di noi, sapevamo chi era, sia l’amante in carica che quello non più in carica. Ricordo come fosse ieri un biondino del mio stesso paese. Ricordo come ieri di un chioggiotto dalla forte vitalità fisica e non di meno, erotica. Devo ammetterlo: ad essere scelti, era anche motivo di vanto, perché, per quella scelta, ottenevamo regali che altri non avevano speranza di avere. Mi pensi, però, non come il sessantacinquenne di ora; mi pensi, orfano anche di ogni concreto affetto, ma come le dicevo, non orfano di coscienza. Per quella sia pure elementare conoscenza, quindi, oggi non posso considerarmi vittima di quelle attenzioni, ed infatti, non è per questo che racconto la mia esperienza. Gliela racconto, invece, per confermare che anche nel mio caso dell’epoca, l’istituzione del collegio preferì usare la politica del mettiamo tutto a tacere. Una volta scoperto il fattaccio, infatti, il prete ricevette una lettera del Superiore generale in cui, notificandogli il trasferimento ad altro collegio, gli si disse di badare meglio ai suoi atti verso i collegiali. Ricordo bene sia quella lettera (scritta a penna in corsivo con inchiostro nero) come ricordo il contenuto perché quel prete me la fece leggere. Ricordo bene, anche, che dal collegio fui cacciato, non trasferito. Tutto considerato, al corruttore andò meglio che al corrotto, se tale volessi considerarmi. Sono passati più di cinquantanni, ma ricordo come fosse ieri, sia i miei pianti, sia la mia solitudine di bambino abbandonato. Non per questo è mai venuta meno la mia stima nella Chiesa dell’amore, vuoi nel suo sacro come nel suo profano. Nessuna stima, però, nella chiesa del potere.

Così in Basso così in Alto?

capoverso

La storiella è di qualche anno fa tempo fa, ma ho sentito solo stamattina il bisogno di scriverla. All’età che mi ritrovo, non del tutto per caso, la sessualità in pratico è emozionalmente scemata. Solo di molto tanto in tanto l’agisco autarchicamente, più che altro come raffreddatrice dello spirito quando lo riscontro fastidiosamente caliente. Fatto sta che una sera mi opero così, e poi mi addormento. Stavo nel sonno fra il si e il no, quando nella mente sento un brontolio di voci: maschili e femminili. Stanno dicendo che sono contrari a quel medicante piacere. Vanno avanti per un po. Su di quella solfa (o non so se da quella) ad un certo punto emerge una voce di donna: un tantinello incazzata. Tacita lo schiamazzo delle altre voci dicendo (proprio in dialetto) insomma! Se l’è fatto così! Al che, mi sveglio. Morale della storia: se da una voce della vita nello stato degli Alti, “i fatti così” vengono giustificati perché sono fatti così, nei Bassi di questo stato della vita, cosa legittima il giudizio brontolante? Se fra i Bassi c’è la voglia di imperio (altro fondante motivo non vedo) così è anche fra gli Alti, o così solo fra gli Alti bassi, o fra i Bassi bassi?

Cara Luisa: oggi, mi sono detto…

Cara Luisa: oggi, mi sono detto che il lavoro è come l’eternità: ci sarà anche dopo di me. Così, ho dato quattro link agli sciacquini che mi sono rimasti, e sono tornato a casa. Avevo un qualcosa d’incompiuto nella mente, a tuo riguardo, così, sei stata il mio primo pensiero di ferie, non prima di essermi spogliato dagli abiti di lavoro. Ivi compreso, quelli mentali. Ora, davanti a te, sono qui come mamma mi ha fatto. Per fortuna mi senti, che se mi vedessi, ti raccomando l’arabo! Del mio sito, ti ha colpito l’essenzialità.  La mano alla destra in basso, è un omaggio post era, che ho fatto ad una presenza: un certo Robert Kaufman, filosofo di Brema in epoca Rivoluzione, mi diceva. Non hai idea di quanti effetti avevo saputo decorare le mie pagine. Tutti splendidi, ma non sino al giorno dopo. Il giorno dopo, già invadevano le parole con le loro emozioni. In un certo senso, le sfrattavano. E, allora, ho buttato via tutto: parole a parte, ovviamente. Leggendo il tuo ultimo post, ho provato lo stesso desiderio: via tutto, parole a parte, ovviamente. Ho desiderato di buttare via tutto, lì da te, perché, in testi particolarmente elevanti, si dovrebbe dar spazio al silenzio. E’ il silenzio, che ti permette di avvicinarti alla farfalla per vederne tutta la trama delle ali, tutti i cromi. Lo potresti facendo casino? Indubbiamente no. Quindi, per ammirarle in pieno, è necessario eliminare “il rumore”, cioè, le estranee emozioni. Ieri, non solo mi hai portato sul tuo K2, ma se è possibile (e lo è stato) mi hai fatto andare oltre la cima.  In quel testo, però, le immagini erano emozioni che reclamavano la mia attenzione, così come un bambino reclama il suo spazio nel dialogo fra due adulti. E’ chiaro che dobbiamo darglielo. Altresì è chiaro, però, che sta rompendo le palle! Non volermene, ma ieri, le foto che intercalavano le parole, per la mia sensibilità, sono state come quel bambino: che palle! Negli altri tuoi testi, anche le foto dialogano da adulto, ma non ieri. Non ieri. Non fra Dei regali che parlano a dei vicari.

Nella decimillesima edizione odierna ho tolto quell’immagine.
Ottobre 2007

Siamo stati ospiti (l’Amato ed io)

Siamo stati ospiti (l’Amato ed io) di un amico meranese. Assieme a noi, una banda di sciagurati per un verso e per un altro. Dopo esser saliti per non si sa quanta strada al buio, ci siamo fermati proprio sul dosso di un’alta collina o di un piccolo monte che sia stato. Di vetro, l’aria. Per decine di kilomentri di fronte a noi circondati, una platea di montagne, con luci cadute, pareva, da una collana di diamanti. Come in terra, così in cielo. Basso il cielo. Di un indaco così intenso da parer soffitto. Basso pareva, quasi da far venire il timore di poterci battere la testa! Incantati, saremmo rimasti lì non si sa per quanto, ma il cenare chiamava ed eravamo già in forte ritardo. Come serata volle arrivammo al ristorante! Nella sala, clientela numerosa e gia’ molto brindata. Siamo stati dirottati a parte. Non credo per malizia. Nessuna di noi era scandalosa, né in qualsiasi maniera fatta di qualsiasi cosa. Non sino all’aperitivo, perlomeno. Del mangiare non ricordo nulla. Probabilmente, perché molto mediocre, probabilmente, perché moto birrato, e dopo, anche molto canato! Festa scontata, si sa, ma bisogna divertirsi se no che festa è! Solo il Signore sa se non le odio. Non tanto le feste, quanto il doversi divertire perché cosi’ si fa vedere che ci si diverte. A me, che già allora cominciavo ad amare il silenzio, interrotto da rumori, si, però, attenuate per favore: attenuate! Fatto sta che ho lasciato andare il comune che non sono, ed ho recitato la mia parte. La ricordo a rari sprazzi, devo dire. Di netto, ricordo solo che l’Amato rideva come non l’avevo mai visto. Si, so ben recitare quando lo devo. Non ricordo com’è finita la serata. Ricordo solo che ad un certo punto i nostri fuochi si sono spenti e che siamo tornati a terra venati di malinconia. La stessa che colpisce gli angeli quando toccano il suolo con le ali.

Anche Morfeo ha le sue preferenze

Sono nei pressi della Camera di Commercio. Trovo rifugio nel suo porticato. In un angolo del pavimento, due, dormono. Sono Sri Lanka. Ci sono abbandonati anche fra di loro. Le cucine straripano di quegli operai. Sono totalmente generici ma anche svegli. Tanto che nel giro di qualche prova, vuaaaalà: cuochi pagati da lavapiatti! Sono vicini. Molto vicini. Sembrano dopo l’amore. In verità, sono molto vicini perché hanno una sola coperta. Su di uno, gli si è quasi arrotolata attorno. L’altro, è pressoché scoperto. Anche Morfeo ha le sue preferenze.

Luglio 2008

I silenzi dell’urlo

Ho messo a cuocere gli spaghetti. Sto mangiando na’ roba che chiamano formaggio. Sto pensando ad A. T’ho appena scritto che è piattola per il mio spirito. Più di una volta gli ho detto di uscire dalla mia vita, non dal tuo blog, come gli è piaciuto pensare. Potrei anche essere l’ultimo degli scalzacani, ma, sulle pagine del mio Blog, dirmi il primo dei principi. Come principe, dopo di te, ovviamente! Chi può verificare, infatti, se sono vero, o solo uno che la racconta bene? Tuttavia, dove non sappiamo la verità, la sentiamo attraverso le emozioni che ci comunicano. C’è verità, dove ci fanno stare bene. Non c’è, dove ci fanno stare male. Non entro nel merito delle ragioni di A. (tutto è opinabile, tutto è discutibile) ma solo nella forma in cui le ha espresse. La prima emozione che leggo in quella forma, è il caos. Può essere della disordinata che non sa frenare (per razionalizzare) le sue emozioni. Può essere della con – fusa nelle sue emozioni. Dopo il caos ho sentito l’urlo. L’urlo della bestialità che cerca vittime? Lo escluderei. Se non altro, perché anche una bestia deve porre ordine nelle sue emozioni se non vuol morire di fame. Ho sentito, piuttosto, l’urlo della ferita. In primo ho pensato a me e alle mie urla. Poi (e me ne dolgo per l’ordine) ho pensato all’urlo dei violati e delle violate. A quello degli abbandonati e delle abbandonate. Ho pensato all’urlo che ci sono nei lutti. Anche in quelli che salgono alla “morte” di un’idea di sé. Ho pensato al muto urlo della solitudine. A proposito di solitudine, A. dice di avere amici, o un’amica, non ricordo. Ma, quando si urla, come credo urli, A, non si hanno amici. Al più, compagni, o complici, o amorosi cerotti.

Giugno 2006

Ho trovato un bastardino

bastardino

Ho trovato un bastardino. Piccolo. Di innominabile colore. Inutilmente lavato. Ai lati del naso (marroncino) porta, con estrema vanità, un enorme paio di baffi! Fra l’ex Alpino, ed il Granatiere. Lungo il petto, per chi sa quale funzione, una striscia giallastra. Quando mi guarda, pare diventare, persino strabico, dalla gioia. Se lo accarezzo, guaisce dal piacere, ma, molto, delicatamente. Lo farà piano, forse per non illudersi. Lo farà piano, forse perché teme di darlo per dovuto.

Giugno 2006

Ho iniziato a spogliarmi nel 71

Non ricordo più bene, se mi sia stato più semplice togliermi gli abiti, o togliermi i precedenti pensieri. Certamente sono stato aiutato dall’abitudine di abbassare la luce delle lampade nella stanza, e la luce della verità nella mente. Sai bene, che troppa luce offende gli occhi, e troppa verità allontana la capacità di accoglierla senza traumi. Ma, spogliati oggi e spogliati domani, un po’ alla volta ho iniziato ad accettare la mia verità fisica, e la mia verità mentale. Oggi, posso girare per la stanza come mamma mi ha fatto, e girar per la mente, proprio come la verità mi ha voluto. Per la mia stanza, però, non sempre giro da solo come non sempre trovo, (per non dire quasi mai) chi, come me, ha attraversato le mie stesse stazioni (e stagioni) di conoscenza. Torno allora, ad abbassare ambedue le luci, onde permettere all’occasionale fortunato di vedermi e di vedersi, così come è in grado di fare, e/o di accettare. Ai miei tempi ero conosciuto come giraffa. Un prete mi ha fatto conoscere come signorina. Il mio rendimento scolastico era da 6 – -. Avevo reso carsico un non meno dell’80% di me. Non avevo padre e neanche madre. Non sapevo stare in porta. Parlavo poco. Leggevo sempre. Non avevo cugine da spacciare come ragazze. In pratica, non avevo niente, rispetto al ragazzo che si è suicidato perché lo chiamavano “Jonathan”. Decidere di vivere lo stesso, o di morire lo stesso, molte volte è fuor di coscienza.

Agenzie o postali gironi?

Come orario la storia che racconto va da circa le undici a quasi l’una. Devo pagare un bollettino alle poste di s. Zeno. Io sono anziano, ho problemi di cuore e la giornata è particolarmente calda: fatico a respirare. Prima di me una decina di persone. Sarà anche per la mia situazione fisica ma trovo particolarmente lento l’ingresso di chi deve andare allo sportello. Dopo quasi tre quarti d’ora provo ad accertare i perché: pur essendoci i dovuti impiegati, nell’agenzia funziona un solo sportello. Mugugno, commento con quelli in attesa ma altro non faccio. L’attesa prosegue e la fila si allunga! Più che sentirmi mancare la pazienza sento mancarmi il fiato, così, entro in agenzia; necessariamente alterato. A voce alta chiedo: possibile che funzioni un solo sportello per i tanti che da troppo aspettano in fila?! Mi si dice di stare tranquillo! Rispondo: io sono tranquillo, purché si faccia in modo di lasciarmi tranquillo! Esco ed aspetto. Tocca a me, poi, di andare allo sportello. Le impiegate agli sportelli, intanto, sono diventate tre! Riferendosi al mio reclamo una di loro mi dice che non mi devo permettere di dire quello che ho detto! Alla signora replico che le consento di dire quello che vuole, e che mi prendo lo stesso diritto che mi sta negando. Aggiungo, che in analogo caso avrei chiamato i Carabinieri! Allo sportello faccio quello che devo fare ma il sistema postale mi dice che il pin è errato. Discuto la faccenda con l’impiegata: mi dice che me lo devo scrivere giusto e che devo tornare entro l’una e mezza con i soldi perché lei , intanto, ha compiuto l’operazione. Mi dice, inoltre: non vorrà mica che gliela paghi io, la bolletta! (Sul livello intellettuale dell’affermazione, sorvolo.) Col cavolo che riesco, a venire dentro l’una mi dico, così, provo a pagare usando un’altra tessera: accetta il pagamento. L’impiegata mi consiglia di provare il pin al bancomat esterno. Ci provo: funziona! Ne ricavo che, da agitato, allo sportello non l’avevo composto correttamente. Fra discorsi e parole ci avrò messo un quarto d’ora a completare il pagamento usando un’altra tessera. A operazione conclusa, esco. Miracolo o ritrovato interesse per gli utenti, ma all’esterno non c’è più nessuno: in circa un quarto d’ora! Che sia perché avevo detto agli impiegati che in analogo caso avrei chiamato i Carabinieri? Sarà! Uscendo mi chiedo: perché l’afflusso è stato lento prima e celere dopo? Una verosimile ipotesi potrebbe stare in questa domanda: le Poste pagano gli straordinari? Se no, è chiaro che gli impiegati si portano avanti con il lavoro interno altrimenti devono lavorare gratis! Questo comporta far attendere le persone anche oltre accettabile misura? Pazienza! Questo significa che oltre degli Ospedali, gli utenti devono essere pazienti anche delle Poste? Pare di sì! Pensando male, invece, si può anche supporre che vi sono impiegati che sovrappongono i propri interessi di lavoro sugli interessi di pazienti che tali devono restare sia pure in piedi e all’afa mentre nelle agenzie gli impiegati stanno al fresco offerto dell’aria condizionata? Viene da pensare di sì! Qualunque siano le vere parti in ipotesi, a casa ci sono tornato più paziente di prima; paziente in sospetto da Ospedale, però, per via di un cuore che la vicenda aveva ulteriormente provato. La prossima volta sarà meglio andare nelle tabaccherie: quasi tutte permettono pagamenti senza attese.

Ho incontrato Legione

Sono quasi le due e mezza sul piazzale della stazione. Non c’è nessuno. Come sempre, in periodo di Arena fanno dei bei ripulisti. Un momento. C’è qualcuno. L’andatura è caracollante. Tipica dell’arabo. Di quelli che mi incuriosiscono, almeno. Già da distante lo vedo di sana e robusta costituzione. Mi avvicino. Felpato. Ammesso che lo si possa con i pedali. E’ sui trenta. Niente male. Strafatto. Mi vede. Mi guarda. Mi chiede: tutto a posto? Interesse per i miei bagoli sentimental esistenziali? Neanche per idea! Intende solo chiedermi se ho qualche desiderio da soddisfare. Fumo e/o coca per età più giovani. Sesso per la mia. Si, gli dico, rallentando la bici. Si avvicina. Odio piantarli lì. Un po’ per delicatezza (anche se, molto probabilmente, non gliene frega più di tanto) e un po’ perché non si sa mai. Sono più che leggermente descamisado. Mi accarezza il petto. Che belle tette, mi dice. Sa bene che gli uomini hanno il petto e non le tette. E’ che mi vede come uomo ma non come maschio, quindi, donna. Non pochi si sono accorti di aver visto male ma lo lascio credere a tutti quanti. Un po’ perché non me ne frega niente, un po’ perché il farlo è buona tattica. Si spogliano prima e senza problemi. La cosa non mi dispiace, ovviamente, ma da cosa, non sempre si sa cosa nasce, così, accenno un allontanamento. Ciao bello, mi saluta. Gli rispondo e vado. Giro di qua, giro di la, e ritorno in stazione. La foresta richiama. Lo rivedo, appoggiato ad un tavolino del chiosco che è lungo il Camuzzoni. Arrestato da un misto fra interesse sessuale e personale, gli chiedo se sta bene. Mi dice di si. Si avvicina. Mi dice che poco prima era stato avvicinato da un altro uomo, e che voleva fargli questo e quello, ma che lui l’ha allontanato perché non è piaciuto il comportamento di quella persona. Vero? Ma neanche per idea. Mi racconta il fatto per farmi capire che non ignora certe cose, e che se incontra chi gli piace, le vive anche. Andiamo sotto, il ponte mi dice, ci facciamo un giro di coca e poi voglio provarti il culetto! Capirai che culetto! Ad un passo dalla pensione! Nicchio. Con leggerezza. La sua recita è buona ma per me è scontata. Gli sorrido lo stesso. Lo merita. Magari, i diavoli fossero brutti! Difendersi, sarebbe anche troppo facile. Non è facile, invece, con i brutti diavoli. Non è facile con i poveri diavoli. Lui era un misto. Lo chiamerò Legione. Era alla mia destra. Mi si mette più vicino. L’ho sentito aderente all’albero del bene e del male. Come quel serpente. Non mi ritraggo. Non devo fargli vedere che temo. Non si deve aggiungere benzina ai fuochi. Mi accarezza le cosce. Non si avvicina all’inguine. In genere, lo fanno quando si sentono sicuri di non essere giudicati, di non essere ridotti, di non essere sessualmente parificati. Mi accarezza ruvidamente. Pesantemente. Neanche fossero la spalliera del ponte lì vicino. Incapacità di carezza? Ma neanche per idea. Lo fa, perché il passaggio pesante delle mani, non fa rilevare il passaggio leggero verso le tasche. Nella tasca destra ho il telefonino. Ci siamo, mi dico, però il tipaccio ferma l’esplorazione, passa alla mia sinistra, e la riprende da quella parte. Naturalmente, ci risiamo. Da quella parte ho un portamonete e le sigarette, e da quella parte, il Legione continua a considerare le possibilità. So già tutto. So già come andrà a finire. Mi invita sotto il ponte ancora una volta. Ancora una volta nicchio. Un tantinello più fermamente. Gli dico che sono vecchio, che sono stanco, e che proprio devo andare a casa. Vero, solo il primo caso. Ci salutiamo e ci lasciamo. Metto le mani nella tasca sinistra. Come volevasi dimostrare, c’è solo la tasca. Nel porta monete c’era poco niente. M’ha rotto di più le palle, il furto delle sigarette. Il telefonino non ha fatto la fine del resto. Strano. In casi del genere, non è che stanno lì a far distingui. Al caso, lo fanno, quando l’incontro diventa più personale. Vorrei poter dire, allora, che sono stato risparmiato del furto del cell, grazie alla mia affascinante personalità. Temo, invece, che il quanto sia dovuto, solo al fatto che il Legione ha trovato più tentante il mio petto. Anche i diavoletti ne hanno bisogno.

Giugno 2008

Ho dei problemi di relazione con il… coso.

Dicevo ad un mio amico, proprio stamattina, che in questo periodo della mia età sessuale, mai mi sono trovato con tanto “pane” da masticare con i “denti” che mi sono rimasti: pochi! Non escludo il fattore fisico, ma addebito maggior motivi allo psichico. Mi capita così, come questa notte, di essere una sorta di torre di pisa, che, al contrario dell’originale, sale, sale, ma, mai non va su! Giusto per tentar tutto il tentabile, ho comperato uno degli “argani” chimici che vendono in farmacia. La prima volta che l’ho preso, ho avuto schiena e gambe come se avessi fatto il giro d’Italia a piedi! La seconda, una sudorazione fredda. Risultati? Indistinguibili dall’usuale “norma”. Così, mi ritrovo, con due care ma inutili pastiglie. Le darò alla Caritas! Per fortuna mi rimangono una decina di… protesi. All’amato di ieri sera, sono bastate. Che fare, in futuro?  Nulla direi, se non, far venire da me quelli che hanno bisogno di cuore, e mandare altrove, quelli che hanno bisogno di altro.

Ottobre 2007

Verso la casa sono bloccato

Verso la casa sono bloccato da anni così ho chiesto al “mio” Giandujotto di fare quello che non riesco a fare: pulirla. Inizia. Lo sento trafficare. Io sono da voi. Percepisco un momento di stasi. Viene in veranda e mi dice: Vitaliano, devo andare perché alle 18 mi aspettano per la preparazione alla Cresima. Mentre gli dico vai, il cuore mi bisbiglia: ne abbiamo rovinato un altro!

Novembre 2006

Terminato il lavoro

Terminato il lavoro sono andato a fumarmi un paio di sigarette in stazione. Il luogo non gode di buona fama, ma d’altra parte, dove operi il destino, a priori non è scritto da nessuna parte. Davanti la chiesa, due pattuglie a macchine accese, accertavano un giovane. Da una delle due, leggere ma continue accelerazioni. L’accertamento sarà durato una decina di minuti. Ho letto da qualche parte che la Polizia rischia di trovarsi di non poter pagare la benzina. Perché, allora, non spegnere le macchine? Mi si dirà, per essere immediatamente pronti per ogni eventuale urgenza. Vero, ma ragionando in questi termini non dovrebbero scendere dall’autopattuglia in nessun caso e per nessun caso.

Giugno 2008

Folle banderuola del mio cuore

altroinfinito

Folle banderuola del mio cuore, che giri giri con il vento, sul tetto, rosso del mio amor, cantava Mina in quel del 1969. Dov’ero, nel 1969? Per certo, so solo dov’ero il 16 di Aprile del 44. Stavo nascendo. Nel 59, quindi, avevo 15 anni. Se è vero che l’embrione è già persona, che persona ero a 15 anni, che non ricordo pressoché nulla di quella mia età? A questa domanda non avrei che una risposta: ero un embrione che ancora non sapeva che a 15 anni si dobrebbe essere di già Persona. Cosa mi mancava per saperlo? Tre cose, direi:

* coscienza della relazione di vita fra la mia mente ed il mio corpo;

* coscienza della relazione di vita fra il mio mondo ed il mondo;

* coscienza critica.

Aprile 2008

Ero di indubbia ignoranza

altroinfinito

Ero di indubbia ignoranza ma di chiaro istinto, così, non subii alcun genere di trauma quando, in Collegio, fui desiderato da un prete. I traumi iniziarono quando la cosa venne a conoscenza degli altri preti. Il prete amante fu avvertito di star più attento, ed io, fui isolato: visto con astio. Avevo l’età della terza elementare. Se proprio dovessi denunciare qualcuno, non il prete amante denuncerei, ma quelli che violarono la mia coscienza, penetrandola con il senso del peccato, quando era ancora vergine del senso dell’amore.

 

E’ tempo di reset

Ve lo giuro: riempite la casa ogni volta apro il Pc. Vuoi perché non ho scritto nulla, vuoi perché non ho ancora risposto alle vostre lettere, o ai vostri commenti. Mi par di sentire anche la vostra delusione mentre uscite quando lo chiudo. Dell’impedimento mi è chiara una sola motivazione: non ho molto da dire di nuovo, perché, almeno alla presente data, credo di aver detto quello che dovevo. E’ certamente vero che il vivere offre non pochi motivi per continuare. Non li colgo, vuoi perché non pochi sanno dire meglio di me, vuoi perché mi pare un cinema già visto non si sa quante volte. L’unico cinema che non ho ancora visto, è quello che sto montando adesso. Si intitola: come campare con la minima, senza per questo rendermi minima la vita? Non è l’aspetto economico la parte più significativa della trama: la più significativa, tratta del generale ribilanciamento fra quello che per molti sensi potevo, e quello che ora posso. La questione non è semplice, ed il mio carattere, (che nella complessità trova ampi motivi per farsi venir le palle), sarebbe portato a rifare di nuovo, più che a ristrutturare a nuovo. Al momento, però, non ho agganci né per una soluzione, né per l’altra, così, sto in una sorta di neonatale stasi, alimentata, più che altro, solamente da elementari necessità: è tempo di reset.

Lettera datata

altroinfinito

E intanto il tempo se ne va

cantavano ieri sera al Flexo di Padova

arosadue

Consenzientemente traviato da un amico, l’ho accompagnato, ieri sera al Flexo di Padova. Il Flexo è un cruising bar con dark room. I non interessati alle godurie gay, si accontentino di capire l’inglese! Il locale non è male. Ha qualche pretesa architettonica. Anche riuscita, direi, e comunque sia, ho visto ben di peggio. Qualche giovane a parte, è frequentato da età adulta. Come succede già da mo’, gli amici che accompagno vanno a cercare il romeo e/o la giulietta dell’occasione. Non trovandolo/la, si rompono le palle. Io, invece che vado cercando vita, la trovo sempre, così, me le conservo integre.  Qualche giorno fa, non mi ricordo più da chi, ho letto che solo un grande dolore può buttarti fuori dalle coazioni a ripetere. E quello ho avuto. Ci imprigioniamo nelle coazioni a ripetere, tanto quanto viene frustrata l’idea che muove la nostra ricerca. Con altre parole, tanto quanto non accettiamo (e/o riconosciamo) le verità denunciate dai riscontri che riceviamo. Perché non cerco sesso, in un esplicito locale da sesso? Perché mi sento come chi è appena uscito di galera. Ci ritornerò? Non so. Ci vorrà un atto d’amore.

Dicembre 2007