Fra maree e marosi

Influito dalle emozioni ho scritto su tanto e di tutto.  Anche di che lasciarmi basito, visto che la mia conoscenza ha la caratteristica dell’Emmental.

aneofiore

Giusto per dare l’idea di quanto sia stato complicato e contorto il cammino sulla mia strada, si immagini di essere invasi e pressoché sommersi da una caterva di sparpagliate emozioni; che sentite di doverle capire (non di meno ordinare, trovarvi senso, causa, motivo, finalità) perché quello che sentite e sapete della vita vostra e altra non vi sconfinfera più. Non per questo già sapete cosa aggiungere, togliere, modificare, tagliare, lasciare: così, per anni. Senza averne conoscenza (figuriamoci coscienza) ho iniziato questo viaggio la notte di Capodanno del 1985 con una storia privata. Nel proseguo delle faccende si è rivelata di fondamentale importanza. Terminato quella storia nel Febbraio del 1991, nella primavera dell’anno sono andato avanti con questa, pensandola e vivendola “a palpeto”, come si dice in veneto quando si caccia rane negli stagni, e che è un modo altro per dire a caso. A storie scritte, però, tutto si è rivelato necessario.  E’ vero: oltre alle mie peste racconto anche le mie corna. Non ho potuto non farlo perché in una seduta medianica (ci si creda o no, non è questo il punto) una presenza mi raccomandò di dire sempre la verità. Si riferiva ad una verità superiore? All’epoca non era fra i miei pensieri. Al più, e meglio adesso, conosco le mie verità. Si riferiva a quelle? Intimidito non l’ho chiesto, ma con il tempo ho imparato che la verità è una spada a doppio taglio, e che nessuno possiede la facoltà d’impugnarla per tagliare&separare il male dal bene (o il vero dal falso, come il giusto dall’ingiusto) senza ferirsi di verità, mentre ferisce di verità. Considerato questo, proseguo, pur temendo di risultare pesante e qualche volta ripetitivo, non tanto per ragionata necessità,  ma perché, in questa caterva di emozioni non ricordo dove ho collocato la già detta.

ali

Ero di indubbia ignoranza

Ero di indubbia ignoranza ma di chiaro istinto, così, non subii alcun genere di trauma quando, in Collegio, fui desiderato da un prete.

aneofiore

I traumi iniziarono quando la cosa venne a conoscenza degli altri preti. Il prete amante fu avvertito di star più attento, ed io, fui isolato: visto con astio. Avevo l’età della terza elementare. Se proprio dovessi denunciare qualcuno, non il prete amante denuncerei, ma quelli che violarono la mia coscienza, penetrandola con il senso del peccato, quando era ancora vergine del senso dell’amore.

ali

Caro Ugo: entrando in cucina…

Caro Ugo: entrando in cucina ho ritrovato il disordine che avevo lasciato quando sono andato a letto. Ancora una volta mi sono chiesto (come te lo chiedi tu) come mai non riesco più a pulire la casa!

aneofiore

Oggi, finalmente mi sono risposto: non ci riesco più, perché sono giunto a capire che degli identitari decori culturali e sociali (sovrastrutture che abbiamo anche patito in quanto soggetti variamente a margine) non c’é ne può fregar di meno! Solo ci resta la cura di noi stessi, ma anche questa sempre meno importante, come è sempre meno importante la risalita a chi (dalla fine del suo pozzo) gli basta la vista della luce in alto (o della luce in Alto) per sentirsi fuori. Questo significa che ci stiamo sentendo fuori dalla vita, e che quindi, stiamo vivendo una forma rassegnatamente suicidaria? Per chi crede solo in questa vita, direi di si. Per chi crede in un altra vita, direi di no. Indipendentemente dalle basi culturali, per chi crede in un’altra, tutto è vita. Anche dove, qui, ci sta mancando, come pure anche dove, qui, gli stiamo formalmente mancando. Mi stai dicendo che non esiste nessun’altra vita? Va bé! Vorrà dire che non saprò mai di essermi sbagliato.

ali

E’ tempo di reset

Ve lo giuro: riempite la casa ogni volta apro il Pc. Vuoi perché non ho scritto nulla, vuoi perché non ho ancora risposto alle vostre lettere, o ai vostri commenti.

aneofioridue

Mi par di sentire anche la vostra delusione mentre uscite quando lo chiudo. Dell’impedimento mi è chiara una sola motivazione: non ho molto da dire di nuovo, perché, almeno alla presente data, credo di aver detto quello che dovevo. E’ certamente vero che il vivere offre non pochi motivi per continuare. Non li colgo, vuoi perché non pochi sanno dire meglio di me, vuoi perché mi pare un cinema già visto non si sa quante volte. L’unico cinema che non ho ancora visto, è quello che sto montando adesso. Si intitola: come campare con la minima, senza per questo rendermi minima la vita? Non è l’aspetto economico la parte più significativa della trama: la più significativa, tratta del generale bilanciamento fra quello che per molti sensi potevo, e quello che ora posso. La questione non è semplice, ed il mio carattere, (che nella complessità trova ampi motivi per farsi venir le palle), sarebbe portato a rifare di nuovo, più che a ristrutturare a nuovo. Al momento, però, non ho agganci né per una soluzione, né per l’altra, così, sto in una sorta di neonatale stasi, alimentata, più che altro, solamente da elementari necessità: è tempo di reset.

ali

Datata e postata nel blog precedete

Politica per me

Politica, per me, è il carattere della sessualità del potere: determinante la Destra, accogliente la Sinistra.

aneofioridue

Naturalmente (e sempre per me) la vita è stato di infiniti stati di vita determinanti ed accoglienti. Politica, pertanto, non può non essere che un amalgama di volontà che trovano e cercano il fine primo ed ultimo, nell’essere fonte di vitalità e, appunto, di vita. Da neo Apelle, se la politica è il cammino della vita, ciò che ne permette il passo è la gamba Destra e la gamba Sinistra. Cosa, ci segnala il giusto passo? Il passo è giusto quando la gamba destra non prevarica, e la sinistra non zoppica.

ali

E intanto il tempo se ne va

cantavano ieri sera al Flexo di Padova

aneofioridue

Consenzientemente traviato da un amico, l’ho accompagnato, ieri sera al Flexo di Padova. Il Flexo è un cruising bar con dark room. I non interessati alle godurie gay, si accontentino di capire l’inglese! Il locale non è male. Ha qualche pretesa architettonica. Anche riuscita, direi, e comunque sia, ho visto ben di peggio. Qualche giovane a parte, è frequentato da età adulta. Come succede già da mo’, gli amici che accompagno vanno a cercare il romeo e/o la giulietta dell’occasione. Non trovandolo/la, si rompono le palle. Io, invece che vado cercando vita, la trovo sempre, così, me le conservo integre.  Qualche giorno fa, non mi ricordo più da chi, ho letto che solo un grande dolore può buttarti fuori dalle coazioni a ripetere. E quello ho avuto. Ci imprigioniamo nelle coazioni a ripetere, tanto quanto viene frustrata l’idea che muove la nostra ricerca. Con altre parole, tanto quanto non accettiamo (e/o riconosciamo) le verità denunciate dai riscontri che riceviamo. Perché non cerco sesso, in un esplicito locale da sesso? Perché mi sento come chi è appena uscito di galera. Ci ritornerò? Non so. Ci vorrà un atto d’amore.

ali

Dicembre 2007

Proprio un attimo fa

Proprio un attimo fa dicevo ad un blogger che mi stava chiedendo dove ero finito ho risposto da nessuna parte.

aneofioridue

Mi sono solamente ritirato da questa. Le cause? Di prevalenza, il silenzio dell’emozione; e se quella tace, parla solo una capacità di scrivere, ed io, mica sono uno scrittore! Tacerà a lungo o per sempre, la mia emozione? Oltre la ragione, anche l’emozione è carsica, quindi, non saprei proprio il rispondere ad altri, come non saprei il rispondere a me. Già altre volte ed in altri casi è successo che il silenzio dell’emozione mi abbia ricollocato nel mio qualunque. Non ci sono mai rimasto.

ali

Febbraio 2008 – Questione riportata da Blogs.it

In un momento di stanchezza

In un momento di stanchezza, comunicai al mio amico la mia intenzione di interrompere il rapporto. Mi obiettò: non puoi farlo. Non hai finito il tuo compito.

aneofioridue

Comunque sia stato l’onere del compito (verso il suo spirito fine a se stesso o verso la Vita attraverso la nostra) so (spiritualmente e spiritisticamente) perché ho portato a termine quel compito, o so (quanto non avrei mai immaginato di sapere) perché quel compito sta ancora proseguendo? Se, come ti ho raccontato nello scritto precedente, uno spirito di male difende l’opera del mio spirito (i vari scritti) se ne dovrebbe trarre la conclusione che essi sono male. Fermo restando il fatto che nulla vuole se non la Vita (Spirito verso il quale mi riferisco per identificarmi) e che se atto difensivo vi fu, fu dunque permesso dalla Vita, cosa impedisce di pensare che sia stata una volontà di vita (cioè, di bene) anche infinitesima, a porre quello spirito a difesa della mia opera? Lo può impedire quello che, noi, sappiamo del bene e del male, ma, quello che noi sappiamo, dal momento che non la conosciamo sino dal Principio, cosa è, a fronte di quello che sa la Vita? Per quanto tanto, pressappoco niente. Una volta, quello spirito, (sempreché sia nel male è tutto da vedere in quale stato del Male) attraverso il medium mio amico mi si rivolse per scrittura medianica, dicendo: “Israele, aiuta il tuo popolo. ” Giacobbe fu nominato Israele da uno spirito. Io fui chiamato Israele da uno spirito. Giacobbe si alleò con la Vita. Prima di dirigermi verso la Vita, io sono stato alleato con una vita. Anche Giacobbe, prima dell’incontro con quello spirito fu alleato con della vita: quella del gruppo di cui era capo. Si può dire, allora, che sia Giacobbe che me (ognuno per il proprio stato e dato ad ognuno il proprio stato) siamo spiritualmente giunti ad allearsi con lo Spirito della Vita dopo essere stati alleati con della vita di questa. Se quello spirito ha difeso gli scritti, lo ha fatto perché possono aiutare il popolo, di cui, secondo lui, sarei Israele, ma, lo sarei di quello che sta nel bene o di quello che sta nel male, o sarei “Israele” del popolo che è Israele perché, nel bene e nel male, è alleato con la Vita? Elevando il pensiero verso il Principio, se un popolo è chiamato ” Israele” perché è alleato con la Vita, allora, sono “Israele” tutti i popoli che, con spirito dato lo Spirito, alleano la propria vita con la Vita? Prima di ogni nome, però, vi è la Vita dalla quale si originò ogni nome. In questo senso, tutti i popoli che in nome della vita si alleano con la Vita, indipendentemente dal nome, sono alleati con ciò che l’ha principiata: lo Spirito. Secondo queste considerazioni, chi mi chiedeva di aiutare quello spirito? La vita di un popolo (Israele) o quella del popolo della Vita: primo ed universale nome (Vita) di chi vive secondo il Suo nome?

ali

Marzo 2007

Sono un diverso

Sono un diverso, non tanto perché omosessuale ma perché non risulto facilmente catalogabile.

aneofioridue

Certamente, questo aiuta a mimetizzare la mia realtà, e quindi, ad evitare gli eccessi nei giudizi. Nonostante la tranquillità (?) che mi veniva dalla mimesi, comunque, ho passeggiato in piazza Bra con omosessuali, anche di un genere estremamente evidente; comunque ho passeggiato con tossici, anche quando erano estremamente evidenti; comunque ho passeggiato con cretini, anche quando erano estremamente evidenti. Perché questo? Perché nella vita si fanno delle scelte, e dove non è possibile la mediazione se non risultando falsi a se stessi quando non disonesti, non si può non scegliere: nettamente! Se la vita mi avesse messo posto accanto a Saviano, passeggerei con Saviano. Certamente con paura, ma, non senza palle!

ali

Ottobre 2008

Quando la Luna è rossa

La sorella di mia madre abitava vicino a Este in un paesetto in mezzo ai campi. Aveva marito e tre figli. Ad uno (banditesco il sorriso) stavo particolarmente simpatico. Anche se non mi mancavano le intuizioni (o desideri in albore) non provai quanto particolarmente: ero un ragazzino.

aneofioridue

Del minore lo ricordo biondino, monello in apparenza ma a suo modo più grande dell’età. Il marito (ricordandolo da adulto, simpatica canaglia) aveva il vezzo di strizzarmi il petto sino a farmi male; e rideva, rideva. Ne ero imbarazzato ma anche compiaciuto. La zia sembrava averlo intuito. Il maggiore non mi piaceva più di tanto. Forse perché non mi badava più di tanto. Amava cantare questa canzone. Mentre la cantava (si piaceva mentre lo faceva) guardava se lo guardavo. Nonostante l’emotiva distanza che mi faceva sentire da lui (penso non volutamente) ne ero compiaciuto. Se durante il canto sembrava vedermi, per qualcuno c’ero, quindi! Lo ricordo forse per questo. Non credo mi vedesse come l’agognata che non c’era sul balcone ma all’epoca che ne sapevo, mentre camminando affiancati, nei pensieri non tanto distrattamente  abbandonato, alla stessa speranza domandavo si aspiett’a me: All’epoca, nebuloso il chi.

ali

ali

Aveva ragione Silvia Koscina: gli uomini si prendono per la gola.

Venerdì 5 cessa il mio lavoro al Carcere. Sostituivo un’ammalata che rientra. Mi sa che dovrete riadattarvi al servizio di prima, dico ad uno dei secondini. Peccato, commenta, ci eravamo abituati. E te credo! Il servizio di mensa serale, da piatto che era l’avevo trasformato in una qualità da ristorante.

aneofioridue

Ne ho la capacità. Non che potessi più di tanto, ma c’è modo e modo di fare anche le stesse cose, ed io trovo sempre il migliore. Certamente mi è costato più fatica e più corse, ma, sapevo dove volevo arrivare. Non vi dico le perplessità dei fruitori della mensa, quando, abituati alla Figa servizievole, si sono ritrovati ad aver a che fare con un vecchio Finocchio: a servizio si, ma non qualunque e non comunque. Avreste dovuto vederli i primi tempi! Indecisi fra il comportarsi civilmente, o se da schizzinosi maschiacci. Ah, è così, mi sono detto! Bene! E adesso vi faccio capire se a fronte di miglioria nel cibo e nel servizio vi importa qualcosa se a farlo è Figa o Culaton: non gli è importato. L’ho sempre detto: la giustizia si gusta quando non scotta la lingua ed io ho avuto giustizia.

ali

Giugno 2009

Il gattino che ho trovato stasera è bellissimo

Ci eravamo incontrati una prima volta in Corso Porta Nuova. Io con la bici. Lui a piedi. Ci era bastato uno sguardo, per capire che tre più tre fa sei ma non mi sono fermato. Di virili capodimonte è pieno il mondo.

aneofioridue

E’ ben vero che ho occhi per tutti, e forse anche la mente, ma non per tutti la vita. L’ho lasciato proseguire con un po’ di rimpianto, però. Sapere cosa si guadagna, (in sicurezza e/o tranquillità) non sempre consola il sapere sul piacere che al caso si perde. E, lì, c’era di che perdersi, anche se, tutto considerato non c’è più nulla di nuovo nella recita amorosa: a parte un orgasmo che si sa quello che dura. Proseguo col mio giro: via XX Settembre, piazza S. Toscana e ritorno in Bra. Vado verso la Stazione. Giracchio. Decido di tornare a casa. In un incrocio nei pressi, ci rivediamo. Questa volta lo saluto. Risponde. Pensava che mi fermassi subito, invece, proseguo di una cinquantina di metri e lo aspetto. Si ferma. E, mo’? E mo’ tiro fuori le sigarette. Fumiamo. Di dove sei? Indiano. Dice di essere a posto con i documenti, ma non ha lavoro, non ha casa, non ha mangiato. Mah! Mi chiede un favore. Ci risiamo. La solita questua. Sempre di più pellagrosa. Faccio la faccia di chi ne ha piene le palle. Non voglio soldi, mi dice, solo una coperta per la notte. Ossignur! Questa è una novità. Non mi sarebbe costato nulla, fargli una pastasciutta, e neanche farlo dormire da me, come neanche dargli soldi che mi hanno più o meno estorto più di una volta mi lamento. Mi lamento delle rapine che ha subito la mia fiducia; e così patiamo in due: lui perché perde quello che ancora potrei, ed io perché non perdo quello che non ho più. I casi sono due, gli dico. O mi aspetti qui, o vieni sino a casa mia. Decide di farsi la scarpinata. Andiamo. Arriviamo. Lo faccio aspettare in cortile. Poco dopo scendo con una coperta ed un impermeabile: c’è tempo da acqua. L’impermeabile è un Levis. Indossato molto poco. Non ci sto più dentro. La coperta è etnica. L’avevo comperata da Frette. Costata una follia, date le mie tasche. E’ stata follia anche metterla in lavatrice. Ne era uscita stinta, e una volta asciutta, come pressata da uno schiaccia sassi. Liberarmene per giusta causa, è stato un piacere. Meglio a quel ragazzo che a un cassonetto. Gli faccio vedere un giardino illuminato. Per dormire, più sicuro di altri. Gli faccio vedere anche dove prendere un qualcosa da mangiare. Diceva di avere mal di testa. Prima di lasciarlo, lo faccio sedere su una panchina e gli faccio un po’ di abbracadabbra. Lo vedo sorpreso. Non capisce come gli sia passato, ma lo accetta. Si alza, prende la borsa, mi ringrazia con un gran sorriso, (non di certo per il deca che gli ho allungato che è somma da non smuovere proprio nulla) e mi dice: prega per me. Ossignuuuur! Non mi mancava che questo nella vita: esser preso per un santone.

ali

Maggio 2008

Buonasera Dottore: ho un ingorgo nel cuore.

Sullo sgabello in cucina, l’ondivago buridano che da anni entra ed esce dai miei sentimenti guarda un oltre sopra la collina che ha di fronte.

aneofioridue

Suonano. Metto l’impermeabile sopra il vestaglione etnico che indosso in casa, e scendo per vedere chi è. E’ un rametto che da poco mi è spuntato dal tronco. Lieta sorpresa, tuttavia, che se ne fa una vecchia quercia di un rametto che gli darà frutto e forza, non si sa fra quanto e se mai sarà? Non me ne sarei preoccupato una volta; una volta di non tanto tempo fa devo ammettere. Ora, però, non è più così. Ora, pongo aprioristiche condizioni. Chi mi cerca, ora, deve scegliere se venire per la quercia, o se venire per le ghiande. Non l’avevo mai fatto. Cosa mi è successo? Dell’omosessualità si può dire che ha indole femminina perché è generalmente mossa dallo stesso spirito della donna: l’accoglienza. Se ora accolgo con aprioristiche condizioni, (generalmente, tipico dello spirito maschile) ne dovrei ricavare che la forza della mia vita si è mascolinizzata? Sento che è così. Ammesso come vero e duraturo questo sentire, omosessualità, che cos’è? Viaggio della conoscenza dentro una categoria sessuale, o una categoria sessuale nel viaggio della conoscenza dentro la vita?

ali

Di quei mal di testa!

Quando tornavo dal paesello d’origine mi venivano dei mal di testa che non so dirle da quanto erano pesanti da sopportare. Passavano immediatamente quando arrivavo al cartello che mi gridava: Verona!

aneofioridue

Si, ero a casa! Non quella in Verona (l’ha voluta il caso) ma la città dell’IO! Si, fra la città del caso e quella dell’IO bisogna scegliere! Ai confini fra una è l’altra città solo dolori! Parlavi di nuova cultura per i genitori, ma se anche questa sta in mezzo alle due città, la loro e quella che si fanno i figli (sempre ammesso che decidano di abitarci giornalmente, non, usandola come dormitorio) son dolori continui anche per i genitori! I genitori dovranno decidersi a capire che fanno figli per la Vita, non, e ripeto, non, per la loro! Ed è nell’attuarli per la Vita, il loro reddito di cittadinanza, non, per quanto possono i figli, eternando maternità o paternità a loro gaudio! Non tutti i figli eternano la vita allo stesso modo! Alcuni così, ed altri con opere: socialmente importanti o meno, che tali sembrino o no. Alla vita, per essere la Costruzione che è, non può mancare nessun genere di mattone: piacciano o non piacciano alla nostra! I figli, devono fare la loro strada, cari Genitori! Qualunque sia e/o come sia. Il suo scritto mi è piaciuto. Anche perché (vita volendo) per buona parte già superato! Ai genitori ricordo, infine, che ciò che si taglia per Natura (il cordone ombelicale) si deve tagliare anche per Cultura. Solo così eviteranno di essere uccisi da Edipo. Solo così non feriranno Giocasta.

Alla domenica faccio la comunione

Nella pasticceria dove la domenica faccio la comunione con cappuccino e brioche mi guarda un vecchio ragazzo. Dice di avermi conosciuto. Ai tempi di Berta filava, secondo me. Parla, infatti, degli anni 80.

aneofioridue

Sardo, vengo a sapere poi. Di notevole forza, a giudicar dalla stretta di mano. Dice di aver lavorato come pizzaiolo in vari posti di Verona. E’ adrenalinico, il soggetto. Nonché narciso. Veste di nero. Molto aderente. Troppo, data la parentesi convessa che si ritrova sul ventre. Non che disturbi l’insieme più di tanto, pure, c’è. Dice che sta andando dal titolare di una pizzeria in Bra. Dice di aver lavorato lì per quattro ore: come extra. Mi dice di non aver ricevuto quanto basta (20 euro) e che stava andando a farsi dare il resto. Anche perché vuol sapere come mai il titolare non gli ha confermato la promessa assunzione. Gli domando: i soldi dell’extra te li ha dati il titolare sua sponte, o gli hai chiesto il dovuto non appena finito l’extra? Mi dice che glieli ha chiesti lui. Gli dico di lasciar perdere. Perché mai, Vitaliano? Perché gli hai dimostrato di essere, psicologicamente indipendente dal datore di lavoro, gli dico, e i datori di lavoro, amano i cavalli, purché da soma come muli con le orecchie sempre basse. Ci pensa su. Non l’aveva vista così. Non è male, il soggetto. Anche se c’è più di qualcosa che mi nasconde sotto una giovialità ed un bisogno di cameratismo che sento tanto da recita. Lo credo anche un buon professionista. Il guaio è, che lo sento parte della categoria di persone che si servono del lavoro per esaltare il proprio sé. Solo i titolari possono fare quel gioco! I dipendenti con quell’animo, o trovano di che manifestarsi in proprio, o non durano da nessuna parte. Ne so qualcosa. Possiedo lo stesso animo anche se non lo stesso bisogno di emergere da altri e/o da altro attraverso il fare. Se mai lo rincontrerò, dovrò fargli capire l’importanza dell’essere: stato della vita che è, indipendentemente da. Che io sappia, è l’unico processo che permette ad un ex ragazzo di non restare un ex uomo.

Giugno 2008

Come questa ma beige

aneofioridue

Come questa ma beige la macchina americana che ho visto in un tardo pomeriggio del collegio di Vellai. Accanto alla macchina un’anziana signora vestita di nero. Si appoggiava al bastone da passeggio.

autousa

Era targata MI, la macchina. Ho pensato di Milano anche la signora. Sarà una benefattrice, mi sono detto. Ne capitavano. L’autista non c’era. Mi è parso strano. Tranquilla, la signora dava l’idea di aspettarlo. Come se sapesse dov’era. Come se sapesse perché. Come ci fosse abituata. Ci siamo guardati, la signora ed io. Chissà cosa ha visto in un ragazzino in giro per il cortile d’ingresso al Collegio. Per quale motivo non me lo ricordo più. Avrà visto un soggetto da adottare? Un soggetto da escludere? Un’orfanità da compensare? Ai benefattori e alle benefattrici, capita. La staticità del volto di quella donna non mi suggeriva altre ipotesi. Ricordo il mio ritorno in classe. Nella mia pur desiderando altro: confusamente.

Una voce della vita?

A parte la robotizzazione da compiti sociali e di sopravvivenza, dopo la morte dell’Amato non mi era rimasto assolutamente altro. Non vorrei risultare patetico ma non posso tacere nessuna parte di me. L’ho promesso.

aneofioridue

I testi dei primi anni sono facilmente distinguibili per la lunghezza, e perché ad un certo punto si ha proprio bisogno di aria! Mi capitava all’epoca, e, sia pure meno, mi capita ancora da tanto sono circolari. Circolari nel senso che avevano principio ma non fine perché dovevo tornare al principio, con il risultato di appesantirli, e di renderli prolissi. Tutto sapevo, però, fuorché gestire la faccenda. Se è vero il proverbio che dice: chi non conosce la propria scrittura è un asino per natura, io lo sono stato per anni, e per anni mi è capitato di domandarmi se l’avevo scritto io un dato testo perché, rileggendolo a raffreddata emozione, non lo capivo più. Sia pure amato  in tono di molto minore mi capita anche adesso di dover riflettere su di quello che solo un paio di ore o di giorni fa mi era chiarissimo. In effetti, di chiarissimo, all’epoca, e per anni non so quanto conclusi, c’era il fatto di sapere che la mente non procedeva con lo stesso passo, e che nel suo cammino fra piano e piano della vita si perdeva: anche se solo di volta in volta, anche se non stabilmente. Reso libro, questo blog avrebbe sulle 1600 pagine. Forse, anche sulle 1800 perché vi sono testi (non pochi) con più pagine. La ristrutturazione in corso, quindi, necessiterà di non poco tempo, anche solamente considerando il punto quantitativo. Se con il quantitativo, considero anche il qualitativo, allora, ho sempre presente il timore di non fare in tempo. Nella composizione del sito e del post, quest’ansia ha mosso non pochi errori! Mio malgrado devo ammettere, anche fuori dalla composizione di quest’opera. Va beh! Quello che è stato è stato, e quello che sarà, sarà.

accademiavita

Nell’immagine dell’Accademia mi identifico con l’anziano sulla scalinata. Vuoi perché sta conoscendo, vuoi perché ha posto distanza fra sé e quello che sta conoscendo.

Per quando vado sulla Luna

aneofioridue

pensioneeva

Terminata la lettura di una zeffirellata su Cristo mi sono fatto degli spaghetti olio aglio peperoncino e ho aperto un Camilleri d’annata: Pensione Eva. (Soldi spesi senza rimpianti!)

aneofioridue

medina

Con questo libro ci si sente ospiti di donne che ti raccontano la loro mentre ti preparano il tè: diresti. Le storie sono anche difficili e il tè bollente o amaro secondo il palato di chi le ascolta. L’ospite può rifiutarsi di berlo solo se rinuncia ad entrare nella loro vita. Invito a non compiere questo errore. Attuarlo significa rinunciare anche a parti della nostra.

aneofioridue

laspina

Scritto da Silvana La Spina, il romanzo l’Amante del Paradiso è ambientato nella Sicilia saracena fra l’asabiyya islamica in declino, ed un nascente cristianesimo gestito da credenze straccione ma tutte con il vezzo di possedere il Nome. Non vi dico di più perché, altrimenti, che piacere è! L’avrò letto non meno di quattro volte: rigorosamente a letto, come rigorosamente a letto si portano gli amanti (o le amanti) quando si vuole verificare se hanno del paradiso da darci, o solo delle instabili luci. Letto e letto. In ambo i casi, luoghi del sogno.

aneofioridue

edleemaster

A parte l’insignificante qualunque, per decenni mi sono ritrovato incapace di emozioni da far diventare storie. E’ anche vero che non avrei saputo da che parte cominciare. In pratica, non agivo perché ero vivo ma perché respiravo. Poi, ho scoperto questo Autore e le sue commedie. Il desiderio di giustizia e di verità di quanti si raccontano a vita mancata, un po’ alla volta m’ha messo di fronte alla mia che stavo mancando. Da allora, respirare non mi è più bastato. Da allora, anche la vita ha cominciato a scrivere di che farmi scrivere.

Colgo l’occasione

Colgo l’occasione per dire a che m’invita a rivedere un qualche esamuccio di psicologia che per me, una personalità è come un’arancia: composta da spicchi.

aneofioridue

Nessuno può dire qual è il primo, o qual è l’ultimo. E nessuno, credo, può dire di conoscerli tutti. Forse, neanche la stessa personalità in questione. Quindi, quando leggo e/o interpreto una personalità, (o un suo caso, o un suo aspetto) lo faccio su gli spicchi che sono in grado di vedere e/o capire, non, per certezze su tutto l’arancio. Certezze del genere le lascio agli esami degli psicologi e/o dei teologi. A me, solo quelle in dubbitologia!

Ottobre 2007

Cocomeri o meloni?

aneofioridue

Mauro ed io parlavamo di cocomeri e tu sei intervenuta parlando di meloni. Ora, se non hai capito che si sceglie di vivere o di non vivere l’omosessualità, cosa hai capito degli amici Omosessuali che frequenti? Occasionali convenevoli a parte, io non frequento più nessuno. Questo non m’ha impedito di capire che

VITA SI NASCE . NEL TUTTO DI DIVENTA

Coccole, confronti, sentimenti.

Credo di aver ereditato da Cesira, una certa riservatezza, una quasi ritrosia nel manifestare i miei sentimenti: amorosi e/o affini. Dalla mia sessualità, invece, ho ereditato una sorta di preventiva censura. La manifestazione del sentimento, infatti, inevitabilmente rivelavano la diversa strada. Così, me nolente, mi ritrovo refrigerato: vuoi da eventi interni, vuoi da quelli esterni.

aneofioridue

Cosa, scioglie la mia brina? Per quanto riguarda il corpo, me lo scioglie una passione condivisa; condivisa, sia pure con un amore a ore. Per quanto riguarda la mente, il pensiero condiviso. Esiste coccola nel pensiero condiviso? Direi che un pensiero condiviso, (tanto quanto è condiviso), è già di per sé coccola perché è un moto di vita, (mentale ) che afferma reciprocamente, e direi, pressoché immediatamente, la parità di valore fra i due corrispondenti. Dove non afferma reciprocamente, vuol dire che è presente una multiforme specie di riserva, e che per tale presenza, anche la coccola si riserva di esprimersi in pieno. Della non affermazione per disparità di pensiero, e della conseguente non coccola, tutt’ora, sono vittima (quando non la ricevo) e carnefice quando non la concedo. E’ anche vero che per quanto sostengo lo siamo tutti vittime e carnefici; il più delle volte inconsapevoli, sia come feriti da mancata coccola per mancata comunione, sia come feritori per mancante coccola per mancante comunione. Scrissi: che meraviglia, la mano, che passando dice t’amo anche se mente. E chiaro che se non mente, è ancora più meravigliosa, ma, temo di non essere mai stato preda di cotanta sincerità. Lagne a parte, come manifesto ed accetto la coccolazione fisica? Date le tre righe di sopra, direi che l’accetto come accetto qualsiasi discorso: anche i meno convincenti. Se sono falsi, la responsabilità morale è del coccolatore falso, mica mia! Come comunico la coccola fisica? In primo, senza alcuna parola d’accompagnamento. In secondo: coccolo il corpo dell’amato come fosse una carta geografica, e le mie dita, (o la mano) come chi cerca la strada per arrivare a… Capisco di essere arrivato a Coccola City, ogni volta sento che l’amato fa le fusa. Credetemi, riesco a far fare le fusa anche ai mestieranti. Come ricevo la coccola fisica? E’ presto detto: con il piacere di chi non crede hai suoi occhi! Si può comunicare e ricevere una coccola via web? Sì, per la comunione di pensiero. No, per una comunione fisica, evidentemente impossibile. Per tale impossibilità la coccola via web, è un amare a metà! E’ un amare a metà, perché la restante metà, è mano che resta prima del vetro.

Febbraio 2007

Che mi faccio da mangiare stasera?

aneofioridue

Entro in cucina con nessunissima voglia di farmene. Sullo scafale sopra il fornello guato la minestra di pollo; inquilino delle stie della Star sino a prima di finire in busta, ma proprio non ho proprio voglia di star lì a girare un miscuglio, dispettoso come il latte non appena ti giri! Guato una scatola di fagioli borlotti. Di quelli rossi. Sulla scansia che ho sotto la finestra dondola una mezza cipolla. Su un contenitore di vetro, non pochi residuati d’aglio circondano uno spicchio. Guardo il tritatutto sul tavolo della cucina. Apro il trita, ci metto i fagioli, la cipolla, l’aglio, del peperoncino, le olive verdi sgusciate che si erano nascoste dietro il vasetto delle acciughe, e vai a trecento all’ora come tutt’ora canta il rugato Morandi! Ne è venuta fuori una malta niente male! Consiglio la ricetta agli amanti del gusto rustico, e anche a quelli che di rustico hanno l’amante.

Cesira aveva due sorelle

Cesira aveva due sorelle. Maria (quella che visitava) e un’altra che non visitava mai. Con la bicicletta che Cesira mi comperò a rate ci andai io.

aneofioridue

Quella che Cesira non visitava mai aveva marito fruttivendolo, e tre figli mi pare. Dei tre, ricordo bene solo due. Zia Maria (probabilmente la maggiore e la più ricca tra le tre) abitava alla Lupia (o Luppia) di Saletto di Ospedaletto. Segalina, sempre vestita di nero, disponibile al sorriso. Era sposata con uno stradino dagli atteggiamenti padronali: lo ricordo ancora. Quand’era in casa (lo nomino per attività perché non ho mai saputo come si chiamasse) non doveva volare una mosca! Più che una casa era una colonica. Davanti aveva un grande cortile di mattoni. Alla destra del vialetto di ingresso alla proprietà, una grande vigna. Alla sinistra della casa, la stalla con sopra il fienile e il ricovero dei mezzi. La porcilaia di fronte. Affiancata alla destra, la casa del figlio che si era sposato. Anche il figlio lavorava come stradino. Ricordo graziosa e simpatica quella sposa. Non so perché ma non correva buon sangue fra padre e figlio. L’avevo capito persino io! A lato della casa del figlio (si chiamava Armido ed era bellissimo!) un paio di campi: dietro anche. Per i campi, non poche le galline. Mi aveva preso il vezzo di andare nella vigna a cercare le uova. Trovate, le stringevo fra le mani sino a romperle! Maria e Cesira erano persino spaventate daconseguenze di quel gioco! Guai, se l’avesse saputo lo stradino! Quando vidi la zia arrabbiata e mia madre preoccupata, smisi! Per gli occhi e le mie fantasie circoscritte dalle aride vie di Este, la casa di Maria (superlativi, i suoi fagioli in umido) era il luogo che nascondeva i cavalieri dei miei desideri: lo giravo, cercandoli! Mai trovati, ovviamente. Non per questo rinunciavo. La vidi per l’ultima volta quando andai a comunicargli la morte di Cesira. Mi disse che dovevo trovare una brava ragazza, che dovevo sposarmi, ecc, ecc. Cosa mai potevo dire di sincero a quella donna? Scelsi, così, di sparire. Solo dopo anni passai davanti a quella casa: c’era ancora! Raso al suolo tutto il resto. Ho pianto!

aneofioridue

Proprio ieri sera ho ricordato che in effetti ne aveva tre. Di Solesino la non citata. Ricordo rustico il paese e non di meno lei. Ricordo un figlio: tutto fuorché bello ma fortemente erotico. Ricordo la figlia. Si sposò dopo più di un decennio di fidanzamento. Ricordo ancora un’altro figlio, Antonio: tranquillo, bello. Nonostante fosse uscito da una famiglia di scapocciati, di animo non paesano, dolce, delicato. Scelse di sposarsi perché si doveva farlo (mi parve) più che per convinzione. Ricordo anche la moglie: un’altra scapocciata. Secondo me non lo meritava. Non lo meritai neanch’io. Pasticciona la vita,

Certo, Marco!

Alla domenica sono libera tutto il giorno.

aneofioridue

Sto leggendo il giornale su una panchina dei bastioni.. Alla mia destra, su un’altra panchina siedono un uomo ed una donna dell’Est. Lei è sulla trentina. Lui è un filibustiere. So quello che dico. Li ho desiderati. Anche amati. Non sento chiaramente quello che si dicono. Sembra una sorta di elencazione delle difficoltà. Lei elenca. Lui sa. Ad un certo punto la donna prende il telefonino e chiama. Tutta cara la voce, la sento dire: “certo, Marco alla domenica sono libera tutto il giorno. Possiamo prendere un caffè e parlare.” Saluta e chiude. Girandosi verso l’accompagnatore fa il gesto che significa: hai visto? Che ci vuole?! Poveri uomini, e povero me che non penso mai hai fatti miei!

Maggio 2007

Cazzi acidi per tutti se fossi in Palestina

Nell’ultimo viaggio turistico che ho fatto (era anche il primo e mi sa che sarà anche l’ultimo) sono capitato a Roma. Per un paio di notti ho alloggiato in una casa diroccata in cima al Monte dei Cocci, al Testaccio.

aneofioridue

Giusto per dirti che quando si tratta di classe non mi faccio mancare nulla! Mi aveva alloggiato un piccolo (piccolo per i miei sentimenti materni, non piccolo per età) che avevo trovato al Colosseo fra un infinito odore di piscio di cavallo. Chiedo al piccolo di farmi fare un giro per Roma. Mi carica su di un paio di tram è, oplà, accontentato nel giro di manco due ore. Preferiva andare a Ostia, lui! Per fartela corta, su di uno dei tram, il guidatore mi dice: qui non si fuma! Giusto! Quello, però, aveva in bocca un sigaro acceso! Non saprei dirti da dove mi sia saltata fuori quell’arroganza da Romoletto a Castro Pretorio, fatto sta, che l’ho sfidato, (lui, un armadio a tre ante rispetto a me) accendendo immediatamente una sigaretta! Morale della favola: lui non ha buttato il sigaro ed io non ho buttato la sigaretta. Punto! Piccolezza, mi si dirà. Vero, ma, quell’atteggiamento mi è saltato fuori anche in altri più seriosi casi. Capitano, nei gironi della notte. Non sono forte fisicamente. Cosciente di questo rifuggo lo scontro fisico. Sono certo, però, che saprei trovare anche della forza per affrontarlo (mi è capitato) ma, generalmente, mi manca il detonatore principe: l’odio verso l’altro. In Palestina non è che manchi. E se fossi palestinese, anche mio malgrado mi ci troverei alimentato. Non avendo forza fisica (come dicevo) ho dovuto supplire. Così, sono sempre uscito dai miei guai usando due armi che conosco bene: la parola, e la maniera di porla. Cazzi acidi per i miei avversari, se fossi in Palestina, armato di odio, di parola, e di maniera di porla.

Giugno 2007

Catene e chiavi

Quando ho iniziato ad occuparmi di tossicodipendenze mi sono ben presto reso conto che le dipendenze che ci intossicano, pur essendo infinite, tuttavia hanno un comune denominatore: la fissazione del discernimento.

aneofioridue

Al punto, è “droga” tutto ciò che fissa ad un dato stato, il discernimento di un dato stato. Se ciò che fissa un discernimento può essere naturale non di meno può essere culturale o spiritico: lo spirituale non fissa. Liberarsi dalla tossicodipendenza naturale è “semplice”. E’ da quella culturale che è più difficile. Non le dico da quella spiritica! In tutti i casi, liberarsi da ogni intossicante dipendenza, significa ritrovare la libertà di se stessi. L’affermazione non è una novità. Tutte le Culture (laiche o religiose) la sostengono. Guaio è, che tutte affermano sia di essere la libertà dalle catene, che di aver titolo per gestire l’uso delle Chiavi: concetti che sono liberatori, purché, a loro volta, non fissino l’arbitrio.

Luglio 2006

Caro amico ti scrivo

Ci siamo incontrati dopo leggeri disguidi, ma ci siamo trovati. Mi dirai la tua prima impressione di me, intanto ti dico la mia.

aneofioridue

Dico “chiocciola” le personalità simili a te. Lo dico, perché mi sei passato davanti (e superato) lentamente, e con un occhiata fra il mesto ed il pacato. Non l’hai fatto perché non avevi fretta di raggiungermi, (come poteva sembrare) quanto perché tendi (nel tuo presente momento storico) a raggiungere le mete senza fretta: tendenza che poi mi hai confermato. Certamente, c’era anche il chiocciolo timore che sentiamo verso ogni genere di incognita. T’ho detto che la giovinezza è come uno champagne: frizzante. T’ho anche detto, che se quel vino non è incanalato in una funzione di vita, (nella sua bottiglia) prima o poi finisce scipito come aperti spumanti; ed è per questo che pur preferendo il giovane, non lo preferisco champagne se non per il solo piacere di saperlo francese. Almeno in etichetta. Deliri che ora riservo alla vista. E’ ben vero che una volta lo preferivo, ma, una volta non capivo i vini: li bevevo. Sei un vino da pasto, tu. Da quando capisco i vini, quelli da pasto (e non da super mercato che non sei) mi sono di più adatta funzione. Preferisci i vini invecchiati, tu. Meglio ancora con la polvere del tempo sulla bottiglia; ed io che la tolgo, almeno per apparire di più recente vendemmia, ancora una volta non ne faccio una giusta! Se poi, pensi che come cameriere (ex da decenni, in vero) mai avrei fatto un sacrilegio simile, dimmi un po’ tu che cavolo sono invecchiato a fare! Non vi è dubbio: il momento che stai attraversando (con lo scopo impegnativo che ha) occupa gran parte della tua mente e del tuo tempo. Non per questo mi sento secondo. Tanto meno ruota di scorta. Fai quello che devi. Al proposito, non ho frenesie, e non certo per indifferenza verso di te. Non c’è l’ho, perché un detto ricavato da un romanzo di fantascienza letto per puro caso (esiste, il caso?) m’ha acquietato ogni tensione emotiva in eccesso. “Chi ama sa attendere”. Sarei ben scemo se ti dicessi che ti amo già. Mica perché non potresti esserne degno, ovviamente. Scemo sarei, proprio per il mero dimostrar di non capire un cazzo: giusto per sintetizzare! Intendi “attendere”, allora, nel senso di aver cura. Indipendentemente da noi, e/o da ciò che ci riserveremo di decidere, fondamentalmente, questo faccio. Da sempre.

Quindi,

cornupia

Cari amici vicini e lontani salutava Nunzio Filogamo

Sono le 22. Ho appena finito di cerar pavimenti. Ho fatto un breve giro nella notte: da cerare anche quella. Ora, a casa, un piccolo mangiar di qualcosa ed eccomi da voi come trota finita non si sa come in un suo mar dei Sargassi!

aneofioridue

E che cazzo! Qualcosa di più mi par di sapervi dire, invece, mi sento eguale a dei pezzi d’orologio sparsi sul banco dell’orologiaio. Ci sono rondelle ma non vedo dadi. Ci sono due o tre corone: sono sdentate. C’è una molla senza ciò che la contiene, senza ciò che deve spingere o allentare. Insomma, se almeno puzzassero potrei direi che è un periodo di merda! Neanche quello! Con altra immagine mi direi giunto ad una stazione, dove sto in attesa di una coincidenza. Non so quando arriverà o da dove arriverà. Neanche so dove andrà. Un blogger mi dice: ben tornato! Grazie, ma non sono tanto sicuro di sentirmi effettivamente tornato. Insomma, sto come quelli che in sospeso stanno! Dantesca immagine mi par di ricordare. Grandiosa se non sapessi sospesi anche i salami. Mah!

ps. So bene che nel Mar dei Sargassi ci finiscono le anguille e non le trote, ma vi pare che a me possano capitare delle faccende normali?

Marzo 2008

Dicono che invecchiando si diventa saggi

Ero al bar con un amico. Finite le ciaccole ci siamo detti: che ci facciamo, qua?! E sono andato a ballare anche stasera. Fanculo i soldi!

aneofioridue

Siamo andati al Tramp: dalle parti di Brescia. Non ci andavo da qualche anno. Vedo gente naturale, e quindi, bella. La musica, così così! Forse perché bisogna accontentare anche l’acqua, non solo la classe! In sala, un fumo della malora! Scoperti, molti toraci. Non palestrati. Rari, quelli che segnavano la condizione omosessuale. Occhio, donne! La vita sta ampliando le figure sessuali. Potreste non essere più, le sole guardiane del focolare. Vicino agli alari, potrebbe starci anche un guardiano. Siamo arrivati verso l’una. Il tempo di bere una birra in compagnia, e poi, in pista! Sul cubo: due ragazzi mimano i gesti del sesso: penosi! Nessuno ci bada più di tanto. Neanch’io. Ci vuole fede anche per fare sesso. Ed io, credo di essere arrivato alla frutta. Così, certe immagini non prendono le mie fantasie come una volta. Godo della vitalità che mi comunicano, è vero, ma, non mi tocca più, la vita che sono. Potrebbero essere di plastica. Ho lasciato la pista solo per fumare tre mezze sigarette. Definitivamente, solo verso le quattro e mezza. In pista mi stringono la mano. Ballando, le avevo alzate. E’ stato un ragazzo. Sui venticinque anni. Grazioso. M’ha sorriso e se n’è andato. Era dai tempi del MazooM, che non mi succedeva analogo fatto! Non era una Checca, il ragazzo. Le Checche non hanno di queste naturalezze. Tanto più, se confermano un piacere ricevuto da un border line per età. Quando andavo al Carnaby, (anche lì, ballando sino a chiusura) non c’era volta che il girapiatti non dicesse a me e agli amici rimasti al ballo: eilà! Niente erotismo! Altri tempi. E’ vero. Ballo in modo che lo può suggerire, ma, non sono io l’erotico. La musica, lo è. Io, non faccio altro che seguirla. Non me ne rendo conto. Come non mi rendo conto di essere umoristico quando scrivo certe lettere. Sono quasi le sei. Ieri, quasi le sei e trenta, e stamattina alzata verso le nove, a causa di un cretino che cammina con le scarpe in casa! Ora, vado a letto. Sono da flebo. Un saluto a Luisa. Anche lei tiratardi.

Dicembre 2006