Mettiamola così!

agirafreccia

Tutti i giorni compro giornale e sigarette da un negoziante di Destra. Si scherza, si ride, e ci prendiamo anche in giro per le nostre idee. Perché non vado anche da un giornalaio di Sinistra? Capita, ma essendo “pantegana solidale” con la vita, non bado più di tanto a quale stato politico  permetto la non estinzione. E’ chiaro che permettendo lo stato privato di quella persona di Destra, ne permetto anche il suo stato pubblico, ma come dico sempre, siamo sistema arterioso e venoso. Giunti al punto, che facciamo? Tagliamo le vene che non ci piacciono?!

Ottobre 2007

Amanti dopo

agirafreccia

Allo scopo di togliermi qualche ragnatela all’apparato stavo uscendo. Prima, però, decido di rispondere ad un commento. Destino o fatalità, questo ritardo sulla decisione permette l’arrivo di un mio amante. Sui 40. Piccoletto e torsolotto. Tunisino. Possibile spaccia. Senza cielo né terra. Elementare. Spontaneo. Strumento che ottimizza la strumentazione. Sale, mi abbraccia e via facendo. Terminato il facendo con reciproco piacere diventiamo due estranei che solo la confidenza tiene uniti per quel tanto che basta per il bacino finale. Se dovessi seguire quello che sento lo manderei a rivestirsi in cortile.

Maggio 2007

Accidenti e poca memoria

agirafreccia

Ho iniziato i miei scritti nella Primavera del 1991. Ero sulle 800 pagine quando le ho contate anni fa. Saranno almeno un centinaio di più, adesso. Giusto per fare un CD, le ho convertite in HTML Di media, ogni conversione necessita di 7/8 operazioni, se tutto va bene. Naturalmente, non tutto va bene perché, sbagliare delle operazioni è fisiologico! Consideriamo, allora, la media di dieci operazioni per pagina. 800×10= 8000 operazioni. Un lettore napoletano starà certamente pensando: che cagamiento e….! Non è mica finita qui, però. Il fatto è che le devo organizzare secondo attinenza fra argomenti. Immaginate che in tutti questi anni, le abbia collocate in una ventina di cassetti. Per qualche anno più o meno come mi sembrava, ma poi, come mi sembrava meglio, quindi, meglio su questo: si prima e no dopo anche decine di volte. Su quell’altro cassetto forse ma vediamo. Su questo senza dubbio oggi, ma con più di qualche dubbio domani, ecc, ecc. Naturalmente, devo ricordare sia le pagine che le collocazioni precedenti se voglio poi ritrovarle per spostarle! Vi sta venendo una qualche idea sul quel po po’ di casino?! Cosa mi fa sapere che ho risolto il casino? L’ho risolto, quando, guardando sia le pagine che i cassetti, non sento alcun dissidio! Ecco! Questo vale anche per le nostre pagine, argomenti, conversioni, mariti, figli, amicizie, e non per ultimo noi. Dove non sentiamo più il dissidio, abbiamo raggiunto la nostra verità. Se non lo sentiamo più in noi e con chi ci corrisponde, abbiamo raggiunto la verità della vita. A proposito di verità, devo proprio accendermi una sigaretta!

La furbizia è un asino vestito da cavallo

I Nokia, sono di una tal semplicità d’uso, (almeno quelli di fascia economica) da far sentire genio anche un interdetto come me, ma non mi soddisfano sto’ granché sotto l’aspetto estetico. E’ la solita storia: si apprezza la moglie, ma si sogna l’amante!
apenna

Nella mia ricerca di un cell amante, vado per vetrine come un bimbo per pasticcerie, cioè, sbavando su tutte le paste ma sognando il sommo bignè! Sommo bignè in questione, si è rivelato un Samsung di un blu scuro, mezzo opaco e mezzo lucido. Elegantissimo. Leggero. Coloratissima la schermata. Grandi e colorati i caratteri. Fa anche le fotografie. Mignon per la verità, ma sono un tipo che si accontenta. Qualche rogna, nel fatto che non è intuitivo come un Nokia. Così, che sia bello non compensa abbastanza il fatto che mi faccia sentire deficiente. Va beh! Ormai l’ho comperato! Il giorno dopo, però, mi accorgo che la mascherina è abrasa, come da lungo uso. Mi girano le palle. Torno al negozio. Il commesso mi dice che non è usato ma che ha sbagliato modo di pulirlo, e che se proprio voglio ci rimetterà lui 50 euro. Costava 98. Gli dico che come operaio di pulizie, con me sarebbe durato molto poco, ma che non intendo far processi ne farlo pagare la pena. Gli dico anche, però, di sapersi regolare perché non intendo pagarla io, la sua pena. Restiamo d’accordo che in giornata mi farà sapere. Siccome non mi fa sapere nulla, alle 15 e 45 sono davanti la negozio. Aprono alle 16. Aspetto! Il commesso è già all’interno del negozio con un amico che poi vuol farmi spacciare per cliente. Alle 16, il commesso e l’amico escono. Il commesso mi dice: non si preoccupi che le cambio il telefonino e, va al bar. Per dieci minuti, dice. Capisco che vuol rivalersi sul vecchio rompicoglioni. Mi siedo su di un gradino ed aspetto. E’ di parola. Apre la porta del negozio, fa entrare l’amico, mi dice ancora due secondi e mi chiude fuori! C’è un caldo boia, ho appena finito di lavorare, sono esaurito, e devo ancora mangiare. Insomma, non sarei tanto bendisposto, anzi, mi sto rompendo i coglioni! Al quarto secondo gli batto sulla vetrata e a voce non poco bassa gli dico: sono un cardiopatico, mi sento poco bene, devo chiamare un’autoambulanza?!!!! Ciancia ancora sui suoi impegni di lavoro, ma apre. Subito! Torna a perdere un po’ di tempo con l’amico ma deve aver già capito che non sono farina da far ostie! Dopo qualche secondo, infatti, l’amico, poveretta, se ne va! Accolgo le magre giustificazioni del commesso: altra poveretta! Avrei potuto smontargliele in quattro e quattro otto le sue giustificazioni ma non infierisco. Avrei potuto accusarlo, benissimo, almeno di malafede, dal momento che mi ha rifilato come integro, un oggetto che non lo era. Tuttavia, mi basta avergli fatto capire che essere vecchi, non necessariamente, vuol dire essere cretini. Morale della favola: gli asini si vestano pure da cavallo, ma quando c’è un cavallo in giro, è meglio di no!
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All’Amministratrice del Condominio

Questa mattina, in data (02/1219) nell’appartamento n° 7 hanno iniziato un lavoro sul muro dove dalla mia parte ho il contatore del gas, la caldaia, e le tubature dell’acqua. L’hanno fatto con il martello pneumatico.

apenna

Dopo più di un oretta di continuo martellamento (hanno iniziato verso le nove e hanno finito oltre le 11) sono andato a suonare il campanello di quell’abitazione. All’operaio che mi ha aperto ho detto che non era il fracasso che mi disturbava, bensì un pensiero: le ripercussioni dei colpi su muri di sasso, inevitabilmente si sarebbero ripercosse su tubature di piombo di almeno un settantennio. L’operaio non vede il problema (delle possibili microfratture su quelle del gas e dell’acqua e poco male per queste ultime) perché i muri sono larghi 50 cm. L’obiezione è inconsistente. A tutto pensavo, infatti, fuorché alla caduta del muro! L’operaio non sa (o se sa gli ha fatto comodo non sapere) che i sassi non assorbono i colpi, anzi, li amplificano. Da colpiti in quel modo, infatti, a loro volta colpiscono pressoché di netto, dal momento che una malta di più di settantanni ben poco può fare se non sgretolarsi sotto i colpi. La situazione è certamente meno conseguente se si opera con il solo scalpello e martello. Guaio è, che ciò aumenta sia la fatica dell’operaio che i tempi di lavoro. Del guaio, dovrebbe farsene carico il Condominio? A me non risulta. A lei risulta? A continuazione del martellamento, suono un’altra volta. All’operaio di prima chiedo di mettere una mano sul rubinetto del mio lavello mentre il collega dall’altra parte agisce il martello. Gli ho chiesto di farlo perché aprendo il rubinetto ho avvertito delle preoccupanti vibrazioni. Non l’ha fatto perché aveva finito il lavoro, ma posso o non posso dirmi che non l’ha fatto perché si sarebbe chiaramente reso conto che non parlo per niente? L’inquilina mi dice che deve pur mettere su la caldaia! Non mi risulta di averlo impedito come non mi risulta di aver proibito alcunché agli operai, ma, le richiedo: per quali motivi le difficoltà inerenti a un lavoro devono necessariamente ripercuotersi nella “mia” abitazione? Ora, guaio riparabile se il martellamento pneumatico giunge a procurare delle microfratture nelle canne dell’acqua: ipotesi che non direi campata per aria vista la loro età! Guaio riparabile, anche se succedesse in quelle del contatore del gas o nelle sue canne, ma non di certo immediatamente! E nel frattempo? E se nel frattempo diventasse un grosso guaio per me, chi e cosa esclude che non lo possa diventare anche per i restanti condomini? Indipendentemente se veloce, lenta o lentissima, infatti, un’espansione di gas dentro un muro va e penetra dove ci sono crepe. Gioiscano i condomini se presenti solo da me, ma quanto possono dirsi sicuri che non penetrerà anche da loro? Le richiedo infine: la salute di un condominio è legata al caso, oppure lo si può gestire? Alla vostra riflessione.  Con i miei saluti, il condomino Vitaliano.

In Svezia con uno sproposito

Ho spedito uno sproposito all’Accademia Svedese delle Scienze. Come cantava Doris Day: que sera sera.

apenna

Cortese Realtà: mia madre mi diceva: Vitaliano, se proprio devi annegarti fallo in un mare grande. Non trovando mare più grande del vostro, qui annego il mio pensiero. Per quanto perplessa, Cesira sarebbe d’accordo.

lettereperdamasco.com è l’opera nella quale esprimo il mio ideale pedagogico: capire e vivere la vita secondo lo Spirito che gli è forza secondo Natura e potenza secondo Cultura. Pongo il vero su quanto sostengo sullo stato della Pace. Vi è pace tanto quanto riusciamo ad estirpare il dissidio: emozione naturale e culturale che conduce al delirio spirituale quando non allo spiritico. Il sito è in italiano. Per fortuna c’è Google! Nella mia segnalazione è presente un problema: non riesco a capire se è dovuta ad una ispirazione (qualsiasi ne sia la fonte) oppure ad una mania di grandezza. Lascio ai posteri l’ardua sentenza. 🙂 Lo stavo dimenticando: culturalmente e socialmente parlando sono un Nessuno. E’ un’opinione che personalmente non condivido. 🙂 Con i miei più distinti saluti.

Dall’Italiano all’Inglese tradotta con Google

Courteous Reality:
my mother said to me: Vitaliano, if you really have to drown yourself, do it in a big sea. Finding no sea greater than yours, here I drown my thoughts. However perplexed, Cesira would have agreed.
lettereperdamasco.com

is the work in which I express my pedagogical ideal: to understand and live life according to the Spirit who is strength according to Nature and power according to Culture. I put the truth on what I say about the state of Peace. There is peace as much as we manage to eradicate the conflict: natural and cultural emotion that leads to spiritual delirium, if not spiritually. The site is in Italian. Luckily there is Google! In my report there is a problem: I cannot understand if it is due to an inspiration (whatever its source) or to a mania of greatness. I leave the arduous sentence to posterity. 🙂 I was forgetting it: culturally and socially speaking I am a Nobody. It is an opinion that I personally do not share. 🙂 With my best regards,

La vita espone e propone

Accetto di corrispondere con Nata84. Apro la schermata de: ilfarodeladozione.blogs.it. Leggo il titolo, “la Ruota degli Esposti: storie di casa mia.” Come per certi personaggi della fantascienza, da quel punto sono altrove. Sento un colpo metallico. Sembra il suono che fanno i distributori di diapositive.

apenna

Clac!

Due madri e tre padri. La madre naturale e quella adottiva. Il padre naturale, l’adottivo, il secondo marito di mia madre adottiva.

Clac!

Ricordo il padre adottivo. Ero sui 5/6 anni. Mi ha portato a vedere un film cantato da Mario Lanza. “Corri, corri, cavallino!” mi pare dicesse il ritornello. All’epoca, era molto in voga. Lo sento ancora. Era sera. Era d’autunno. Mi domanda se ho freddo. Mi fa indossare la sua giacca. Ho un papà! Mi è mancato, grosso modo a quell’età, ma non ci giurerei. La diapositiva è sfocata.

Clac!

Sono agli Esposti di Padova. All’epoca si diceva dall’Ovo. Mai saputo il perché! Ricordo i menù di pranzo e cena: dei grandi budini al cioccolato! Non è da tutti. Ricordo primi desideri. Forse, primi toccamenti.

Clac!

E’ la Prima Comunione. Alzataccia. Fuori è ancora scuro. Una donna sbraita per la camerata. E’ la Norma. Femmina dai capelli biondo stopposi. Non cattiva ma rustica. Forse una Magdalena. Ne ha una fila da lavare e da vestire! Non ha tempo. Mi prende per il collo. Mi mette il viso nella stessa saponata di altri. Mi va in bocca dell’acqua!!!! Che faccio?! Cosa cavolo può fare un bambino spaventato?! Rinunciare alla Comunione, e forse, ad un menù senza budino?! Taccio! Ho portato il senso di quel sacrilegio, per anni.

Clac!

Vestita di bianco, una suora imponente, bella. Alla cintola una chiave. Pareva lunga un metro. Era quella della dispensa. Era quella dove teneva il latte condensato in polvere della Pontificia Opera Assistenza. Era la donna più sospirata degli Esposti. Che spolveroni quando ci allungava un barattolo.

Clac!

Prendo gli orecchioni. Un male dell’accidenti! Ho la testa fasciata come una mummia. Sono pieno di un catrame puzzolente e nero che chiamavano Ittiolo. Mi segue un’altra suora. Vestita di nero. Bella. Cattiva. Mi mettono in una cameretta rivestita di legno. Primo isolamento. Non ancora abbandono.

Clac!

Mi caricano su una 1400 Fiat. Nera. Autocarro chiuso con tela. Padova – Vellai di Feltre, così, con altri. Arriviamo. Il Collegio ha spazi immensi, rispetto al perimetro delle mura degli Esposti. Intimorisce. Dove sono c’è silenzio. Mi dicono di andare a destra, in fondo. C’è una breve, ma ripida scalinata. La salgo piano. Emergo su di un enorme campo di calcio in terra battuta. Ragazzi che gridano. Palla che corre.

Clac!

Oh! È arrivata la signorina!? La voce proviene da dietro una colonna. E’ quella dal chierico C. Ero in pantaloni corti, corti, ed aderenti sul cavallo, ricordo. Certamente non erano così per esigenze da stilista, ma perché non della mia taglia. Provenivo da un Orfanotrofio! Che ne sapevo di signorina!. E’ passato più di mezzo secolo. Odio ancora quell’uomo! Si è fatto prete e poi missionario, mi hanno detto. Correva voce che in Africa avesse incontrato un leone. Spero che il leone abbia l’abbia digerito bene!

Clac!

Il collegio era amministrato da un prete. Don L.B. Una sorta di Babbo Natale per tutti noi. Bell’uomo, sui 40/50. L’ho amato? Mi ha amato? L’ho usato? Ci siamo usati? Non lo so. Non sapevo di questi problemi, all’epoca! Tutto quello che sapevo, era che sentivo! Punto!

Clac!

Il prete ed io andavamo a confessarci da un anziano prete con l’idropisia. Sapeva di tabacco in polvere. Ovviamente, sapeva anche di noi. Forse, era una… consorella! Poi è morto. Drammatica ricerca del sostituto. Il prete lo trova. Incauta scelta. Ai piani alti del collegio, vengono a saperlo. Così, è successo a me quello che succede alle donne violate: è colpa sua!

Clac!

Il prete mi fa vedere la lettera nella quale gli dicono di badare meglio alla sua cura dei giovani. Le parole non sono queste. Lo è il senso: doppio!

Clac!

Non vola una mosca! E’ una prima estate. Cielo bellissimo. Le stagioni, allora, erano quattro. Il prete si allontana. Resto sulla panchina, e svolgo la mia prima lezione di bambino: come piange un abbandonato?

Clac!

Sono di nuovo al Computer. Ora è spento. Mi guardo nella schermata. Tutto considerato non sono venuto fuori malaccio! Forse perché “più bello che pria?” No. Forse perché la vita è Matrigna quando espone, ma, Madre, quando propone. A noi scegliere di chi essere figli.

Clac!

Giugno 2006

Grafomane: si dice di…

Persona affetta da grafomania; part. ( spreg. ), scrittore prolifico, ma superficiale e mediocre.
apenna

Direi più che evidente la mia prolificità. Sulla mediocrità, invece, ad ognuno la sua opinione. La mia è questa. Tanto o poco, giustificanti o meno, coscienti o no che si sia, come per tutti sono agito e agisco due realtà: l’ideale e la reale. Si può dire una senza dire l’altra? A mio avviso, no, o lo si può solo ammettendo che la giustizia pesa con un piatto solo. La giustizia con un piatto solo è tipica del Potere che mira alla sovranità. Poiché miro solo alla sovranità di me su di me, non ho potuto, quindi, non usare la giustizia che usa due piatti: quello del bene in uno e quella del dolore nell’altro; quello del vero in uno e quello dell’errore nell’altro; quello del giusto in uno e quello dell’ingiusto nell’altro. Se in questo ho errato, non ho voluto evitarlo.

Le domande prima del Lutto

Quando l’Amato m’ha chiesto cosa succederà, dopo, mi sono ritrovato assolutamente impreparato. Dove i libri hanno mancato la loro funzione, ancora una volta non l’ha mancata il cuore; e il cuore m’ha suggerito la risposta: non so cosa succederà dopo. Pensa solo che ti amo.

apenna

All’epoca, mai affermazione mi è parsa tanto insufficiente. Tanto che la dissi con convinta ritrosia. Con l’andar del tempo, invece, ne ho capito tutta la saggezza. Fu saggia, non solo perché ha confermato un sentimento (e, dunque, dato sicurezza ad una finale debolezza) ma anche perché ha ancorato la mente di quella persona (e, per inciso, anche la mia) all’interno di un fatto concreto: gli atti d’amore che hanno strutturato il comune sentimento, e scritto la comune storia. Fermando quella mente all’interno di quel fatto (ed in questo proteggendola dall’ignoto che incombeva) credo di aver ottenuto un duplice scopo:

*) sia nel mio che nel suo caso, ho dato funzione esistenziale a chi temeva di non averne avuta alcuna;

*) ho allontanato la paura del dopo (o quanto meno l’ho attenuata) pur non avendo risposto alla domanda.

Mi si chiederà (come me lo sono chiesto anch’io) ma come si fa ad amare la vita quando non si sente che dolore? Direi che si torna ad amare la vita, tanto quanto ci rifiutiamo di sentire solamente il dolore. Non è certo per mero egoismo che dobbiamo rifiutare l’ascolto del dolore nei casi di lutto, ma perché il dolore è conseguenza di un erroneo intendere ciò che è giusto, sia per la vita che ci ha lasciato, sia per la nostra. Il dolore, infatti, è male naturale e spirituale da errore culturale. Quando ci allontaniamo dal dolore che ci è causa di morte, ci par di allontanare chi abbiamo amato. Ci sentiamo come se morisse ancora una volta, e quel che è peggio, la seconda volta a causa nostra. Che vi sia allontanamento è indubbio, come è indubbio che il motivo allontanante non è l’allontanamento dell’amore ma quello del dolore. La dove vi è dolore, infatti, non può esistere il bene. Se un trapassato ha bisogno dl nostro dolore, è chiaro che non vuole il nostro bene. Non volendolo, è chiaro che non ci ama. Liberarsi di ogni ricordo di quella morte, quindi, oltre che doveroso è necessario. Diversamente, il trapassato che ci ha amato e ci ama, non può non augurarsi che allontaniamo da noi il dolore, appunto perché non è quello che vuole ma il nostro bene. Non solo. Siccome l’amore non può coesistere con il dolore, tanto quanto avremo dolore e tanto quanto favoriremo l’allontanamento da noi del trapassato che ci ama. Tale favore lo aiuterà a liberarsi dai legami con questo mondo. Ogni volta stiamo male, quindi, o abbiamo vicino un trapassato che è nel male e lo persegue, o non abbiamo vicino il trapassato che è nel bene e lo persegue. Stante le cose (sempre a mio conoscere, ovviamente) a che ci serve e/o a che serve il dolore se questo ci allontana da chi ama e non allontana da noi chi non ama? Con questo non voglio dire che sia giusto andar a ballare il giorno stesso di un funerale, bensì, che dopo aver accompagnato una vita al suo principio, è giusto rivolgere il nostro pensiero verso il bene, non, verso il dolore. E’ giusto farlo perché nel bene troveremo tutto ciò che è e da vita, mentre nel dolore, non troviamo che dolore. Naturalmente, ad ognuno le sue scelte, e nelle proprie scelte, le corrispondenti misure.

Giugno 2006

Era come la chiave di Pietro

Esposti di Padova. Mi vedo ancora mentre assieme ad altri girotondo attorno ad una suora.

apenna

Lo facevamo, vuoi per gioco e vuoi perché sapevamo tutti che aveva la chiave del magazzino delle provviste. Sapeva la suora che lo facevamo con la speranza di avere un qualcosa di extra da mangiare. Ricordo ancora i tubetti e i barattoli di latte condensato che ogni tanto ci rifilava non tanto di nascosto dalle altre suore. Mi sa che il mio diabete è iniziato all’epoca!  Dal vestito (vestiva di bianco) la chiave del magazzino  emergeva: grande, antica, di ferro non trattato e quindi rugginosa. Siccome apriva la porta del paradiso degli alimenti, l’ho anche pensata (forse anni dopo) come quella di Pietro. Dal mio basso la guardavo, quella suora. Non solo era alta e bella: era immensa.  Non ci allontanava mai. Sorrideva a tutti. Non era sorriso da suorastico dovere: era un vero sorriso. Quello che appare nelle anime liete, ho capito solo dopo molti anni. Lo ricordo ancora. Posso anche dire che lo ricordo perché lo pensavo angelico. No, degli angeli, allora non sapevo nulla ma lo dico così lo stesso. Poi non la vedemmo più. Forse era stata trasferita ad altro incarico. Forse ad altro convento. Forse li aveva raggiunti. Sto piangendo.

Mi dispiace  per chi ha dimenticato cosa comporta avere le palle.

Potrei anche dire che ho sofferto la povertà da quando sono nato se non prima. Prima, perché certamente l’ho sofferta in quella della madre biologica che ho avuto (erano tempi di guerra) ed anche dopo perché (tempi di guerra o no) povera lo è sempre stata la madre adottiva.

apenna

Nel mio crescere ho sofferto la povertà che c’era negli orfanotrofi, poi quella nel collegio per orfani, e giusto per non farmi mancare niente, in quella dei miei tempi personali e sociali. Potrei anche dire che non è ancora finita, ma vuoi per fortuna o per assuefazione, ora, dell’assenza di ogni ricchezza, non ne soffro più. Non solo: quell’assenza, alla lunga m’ha fortificato. Ora, la realtà pandemica che tutti costringe a far i conti con una rinnovata povertà non mi coinvolge più di tanto: direi, anzi, quasi per niente. Da fortificato (potrei anche dire da “vaccinato”) dal Covid_povertà, dal Covid_pandemia vedo sorgere un problema da superare. Si presenta così: c’è l’hai ancora le palle che avevi quando affrontavi la povertà con fatalità e, molto probabilmente, con meno lamenti, o le hai perse? Per quanto mi riguarda, alla domanda, posso rispondere che c’è l’ho ancora. Non tanto perché sono fra gli “improduttivi”, e quindi per Assistenza sociale conservate, ma perché, di quello che sono stato non ho dimenticato nulla. Essendo, quel ricordo, ormai privo di sofferenza, privo di sofferenza posso tornare a viverlo. Nella mia povertà, ho avuto un’unica ricchezza: il pianto. Ma anche quello ha fatto il suo tempo. Certamente non è così per il compartecipativo dolore per i lutti e per le sofferenze. Per le cose che ora non posso avere pur avendole avute, invece, non ho inutili lacrime.

Chi chiama chi?

Collegio: in età da terza elementare. Assieme ad altri ripetevo il prete che recitava il rosario. Sono di fronte ad una specie di grotta. Non mi ricordo se simil Betlemme, o Lourdes. Naturalmente, sono in fondo alla fila. C’era l’immagine del volto di Cristo, in quella grotta. Era illuminata. Da lampadine. Quel volto non mi lasciava. Dove giravo il viso, pareva seguirmi. Avevo un bel nascondermi dietro la schiena di quelli davanti! Appena uscivo dal nascondiglio, l’immagine tornava a guardarmi. Il fatto m’aveva preso anche le budella, devo dire. Miracolo? Macché! Ci sono immagini così riuscite, infatti, che legano lo sguardo, ma, che ne sapevo d’arte, all’epoca! Comunque sia, a quell’immagine ricordo d’aver detto: Signore non son degno.

apenna

Che cavolo ne sapevo, rispetto a quello che poteva saperne Lui, se ne ero degno o meno! Non che adesso ne sappia di più, ovviamente! Mi sa, però, che anche all’epoca “sapevo” che i Finocchi non dovrebbero diventare preti. Ed io lo ero, Finocchio! Verso la fine della Quinta, i preti del collegio cercavano e sceglievano i pesciolini che pensavano adatti alla loro rete.”Fatevi pescatori d’uomini!” Già! Di uomini, non, di bambini!

Gli eletti venivano indirizzati verso le medie, prima, (queste, all’interno del collegio) e poi verso le superiori: esterne. Le altre in Seminario. In quelle incubatrici, (collegio prima e seminario poi) che ne sapevano, gli eletti, di sessualità, se non la forza che indubbiamente si faceva sentire, come, normalmente, si fa sentire con tutti.

Pare, però, che riuscissero a contenerla all’interno della Regola; non ancora voto. Perché ci riuscivano? Semplice! Perché erano fortemente motivati. I guai vengono dopo. Quando, (non per tutti, ovviamente) dal senso di una missione, si rischia di passare al senso di una professione. In questa fase, calano le motivazioni, e con quelle, le barriere di contenimento che sono tutti gli ideali che intediamo come superiori.

Cosa non nega il passaggio dalla missione alla professione? Direi, la discesa dal fico che è ogni passaggio dall’ideale al reale. Dall’ideale al reale, non solo per ciò che concerne la conoscenza della missione, ma anche per quanto concerne una più completa conoscenza di sé stessi e della vita. In genere, da una più completa conoscenza di sé stessi, ne consegue (almeno nei più equilibrati, direi) una più completa accettazione della propria umanità. Così, oltre che vivere il suo spirito sacerdotale, quel risvegliato, passa a vivere anche la sua carne. Qualche volta occasionalmente, qualche volta costantemente. Dipende dal genere di carne.

C’è carne forte, c’è carne tiepida. c’è quella che pare debole ma che invece non resiste alle tentazioni perché di fatto è la più forte. Il senso ed il peso della castrazione è un dolore è uguale sia per quelli sessualmente galli (gli integri e forti) sia per i capponi: i non integri e/o non forti. Nessuno può dire se la croce dei galli è più pesante di quella dei capponi perché ognuno sente la sua. Non è questo il punto. Il punto è che i capponi spacciano per raggiunta virtù, quello che in effetti è dato dal fatto che prima di essere dei Castrati per il Regno dei Cieli, già lo sono per il regno dell’uomo.

Nessuno dovrebbe essere ordinato prete prima dei quaranta! In età non ancora sperimentata, il “chiamato” non può sapere se è effettivamente in grado di mantenere il suo voto! Farlo prima, è una sorta di sventato karachiri, quando non, una delle infinite scelte dettate da l’immaturità, che per giovinezza, nulla e nessuno risparmia.

Non c’è tonaca che difenda da scelte immature! Nella chiesa accanto alla Basilica di S. Zeno, anni fa officiava un giovane prete. Un armadio a due ante, con la faccia da bambino. Non c’era verso che dicesse le giuste parole durante la messa. Ancor prima di far sorridere, (in altro posto avrebbe fatto ridere) faceva tenerezza. Poveretto! Non l’hò più visto. Lo immagino trasferito sul cucuzzolo di qualche montagna. L’ho immaginato anche, sottoposto a qualche in terapia psichiatrica. Gesù! Quello che non riesco ad immaginare, e che sia ancora prete. Faccio fatica ad immaginare, anche, che gli abbiano lasciato la possibilità di risorgere come uomo. Ne so qualcosa di quegli impedimenti. Per poter rinascere a me stesso, infatti, ho dovuto uscire dalla tomba religiosa in cui mi ero trovato per sistema, più che per scelta personale.

Ottobre 2007

Quanto sa di sale…

Cortese Dottoressa: ho ricevuto un avviso dalla Sezione Pasti.

apenna

Mi si dice che il Consegnatario attaccherà la busta con il pasto alla maniglia della porta. Da mo’ ho l’abitudine di ricevere il Consegnatario restando dietro la porta, ma aperta quel tanto che basta per prendere il sacchetto. Secondo me è misura più che sufficiente. Si può sempre rendere maggiormente più sufficiente la rispettiva cautela, però, chiedendo all’Utente di indossare la mascherina sempre e comunque. Non accetterò quanto si chiede ora perché toglie il diritto di controllare cosa porta il Consegnatario: oggi, ad esempio non poco il tonno nella pasta, come non poca la stracottura della stessa. Rendendomi ben conto del problema tempo del Consegnatario, quasi mai lo fermo, l’ho fermato, e lo fermerò per la necessaria verifica, ma un conto è una mia libera decisione, è un conto è una decisione imposta. Mi si dirà: ma “la decisione” è del Covid, non dell’autrice di quella pensata: è anche vero, però, si può sempre pensar di meglio. Sulla questione, non mi si venga a dire che la pasta che ricevo scotta (non solo io, immagino) non lo è alla distribuzione per la preparazione delle consegne. Per decenni ho lavorato in ristoranti, cucine, mense, pertanto, so che si può far di meglio: a meno che, ad impedirlo, non sia la qualità della pasta, inevitabile conseguenza del prezzo che costa. No, la Marca non posso permettermela e neanche la pretendo! Faccio fatica, però, ad accettare l’idea che non ci sia una ragionevole mediazione fra il meglio ed il peggio. Cordialità, Vitaliano

In_verso proverbio

Quando capitano occasioni amorose a venerande età, queste constatano giunto l’amaro fato: chi ha denti non ha pane (la giovinezza) e chi ha pane non ha denti: la vecchiaia. E’ anche vero che una vecchiaia sessualmente vissuta (etero o omo che sia, o che sia ancora concretamente attiva) lo cita ghignando e senza alcun rimpianto.

apenna

Ieri sera tornavo dalla spesa con una borsa un tantinello pesante. Dal cancello di casa (stava entrando) mi vede arrivare il 56enne piccolino che con me la abita pur avendo la sua di proprietà. A 56 anni ancora piccolino? No, piccolino no perché è della mia stessa altezza (un metro e 87) e piccolino no perché (a proposito di proverbi) ti sa togliere i calzini senza levarti le scarpe!

Lo dico ancora piccolino perché lo misuro con il metro mater_paternale che mi possiede da sempre, e che variamente lo possiede da una quindicina d’anni. Sesso no, per carità: ne ho due palle così!

Mi viene incontro, dicevo. Mi libera dalla bicicletta e dalla sporta. Ti ho comperato le sigarette, mi dice. Lo ringrazio. Ci sorridiamo come lo fanno i coniugi ancora affettivamente complici, e procediamo affiancati verso casa.

No, non è vero che chi ha denti non ha pane (la giovinezza) e chi ha pane non ha denti: la vecchiaia. E’ vero, invece, che per il nostro pane, la vita ci offre sempre quello che i denti possono masticare.

E’ vero, la vita non offre caviale tutti i giorni. E’ anche vero, però, che lo possiamo allevare. A noi saperlo piccolino: anche a 56anni.

Polvere siamo e polvere torneremo. Si, ma come?

Sono soggetto a possibile ischemia. Per accertare una eventuale presenza di grassi nelle arterie del collo dovevo fare un elettrocardiogramma con sforzo. Vado a prenotarlo a Cardiologia di Borgo Trento (VR) La segretaria mi dice che il “medico è stanco, anziano, prossimo alla pensione e che riceve solo gli ospedalizzati”. Il che vuol dire che devo andare in provincia, oppure rivolgermi a qualche clinica privata. Come se da altre parti non ci fossero gli stessi problemi! Non me la sento di andare in provincia perché il mio fiato mi permette di superare i cento metri solo fermandomi per riprenderlo. Non posso ricorrere ai privati perché ho ha minima. Come non bastasse il mio medico di adesso m’ha sconsigliato di fare il vaccino contro l’influenza: a parte l’anno scorso non l’avevo mai fatto. Viste le cose, quale altra soluzione mi resta? Al momento solo una: decidere liberamente di usufruire della cura di tutte le cure: tornare la polvere che sono stato. Deciderà il cuore come, quando e dove. In tutti i miei casi l’ha sempre fatto. Delle sue decisioni non mi sono mai lamentato più di tanto: non comincerò a 76 anni.

apenna

C’è chi chiede il cuore ma non lo sa usare

 Quando mi rendo conto che il richiedente (o la richiedente) non sa gestirlo come corrisponde ai miei sentimenti, taglio! Sarà per l’età, per una cultura dei tempi del cucù, o per un bisogno di verità che è un bisogno di difesa. Salvo rare eccezioni escludo senza spiegazioni perché ogni spiegazione contiene implicito giudizio. Non per ultimo: chi scrive con il fiele che distilla dalla fede quando è castrata e/o fanatizzata, sarà rimandato nel luogo di provenienza. Da parte mia, senza alcun senso di colpa!

apenna

Sono partito dal mio bianco per conoscere il mio giallo

agirafreccia

Dal giallo che ho conosciuto mano a mano verificavo il mio bianco, sono andato alla ricerca del Bianco che ha originato ogni giallo. Il bianco simbolizza la verità. Il giallo simbolizza l’amore.

aneolinea

biancogiallo

aneolinea

Con la fascia bianca, gialla e bianca, intendo rappresentare il viaggio della conoscenza della vita: ricerca della verità che porta all’amore che porta alla verità che porta all’amore, e l’amore è comunione.

Del tono dell’amore, (detto dal giallo) e della verità, (detto dal bianco), ho raggiunto la conoscenza che ho potuto. Avrei potuto di più?  Secondo la verità del mio spirito, no. Infatti, perdo la pace se in quello che sono

Natura

triangolo

cerco di sapere di più (Cultura)                    della forza che posso: Spirito.

E mo’!?

Questo sito ha più di milleduecento pagine. Se poi considero che vi sono pagine con più pagine, altro che milleduecento! Le sto ordinando, correggendo, e nella forma, migliorando. Con la verità, anche la bellezza vuole la sua parte. Lo finirò questo lavoro? Non lo penso.

apenna

Non immaginavo niente di tutto questo quando ho iniziato a scrivere questa strada da confuso, disorientato, perplesso e, cosciente dei miei limiti culturali e di vita, non di meno preoccupato. Di quello che sono stato qualche volta ne sorrido, adesso: per niente all’epoca! Rivedendomi, adesso, mi pare di essere stato come il fornaio in preda al panico perché vede l’impasto tracimare dal contenitore pur avendoci messo solo tre cucchiaini di lievito! Immaginatelo ancora, mentre si rende via via più conto che l’impasto, dopo aver riempito il negozio, gli sta finendo in strada; e nulla lo sta fermando. Men che meno lo può il fornaio. Ad opera pressoché finita, per altra immagine mi rendo conto di essere stato il bambino che senza aver alcuna idea su quello che stava combinando ha tolto tre mattoncini (tre matt – on – cini!) dalle Cattedrali del potere: sociale e/o religioso che sia. Immaginatelo mentre le vede vacillare, forse anche crollare: e mo’!?

Vitaliano Perdamasco Vitaliano

Mi firmo così perché ogni ideale non può non separarsi dal suo reale o deve tornarvi nel caso l’abbia fatto. Separando e non vivendo parti di sé dalla vita totalizzata che siamo, si pongono dissidianti scelte fra le parti del nostro vivere. In ciò, alterando la conoscenza che dobbiamo sia alla nostra vita che alla vita nel Tutto. Motivata da sublimazioni comunque intese e agite, la scissione fra parti di sé idealmente preferite, e parti rifiutate perché non corrispondenti alle idee che vogliamo essere, se da un lato può agire una elevazione del pensiero, dall’altro può motivare esaltanti fanatismi e/o, formare esaltati fanatici. Per opposto caso, a quella svalutazione di sé, e/o della vita altra, e/o della Vita, che nella depressione del proprio spirito trova la sua febbre.

apenna

Vitaliano: il de_scrittore.

A decenni di distanza mi chiedo ancora dove ho trovato la conoscenza di quello che non avevo coscienza di sapere prima di scriverla. In un altro stato della mente? In un altro stato della vita? Mah!

apenna

Mi vedo ancora mentre arranco verso un’idea della quale non avevo alcuna idea! E’ come se avessi dovuto disegnare un cerchio senza assolutamente sapere com’è fatto. Oltre che a casa, molte volte sentivo di dover scrivere anche quando non potevo farlo. L’introduzione ai discorsi sullo Spirito e agli annessi e connessi, ad esempio, l’ho pensata (di colpo e quasi completa) mentre stavo al secchiaio delle trattoria dove all’epoca lavoravo. Ridevano e scuotevano la testa i colleghi quando mi vedevano partire in tromba alla ricerca di carta e penna. Avevano capito, però, (e accettato) che in quei casi dovevo scrivere e che niente mi avrebbe fermato. Non m’ha fermato neanche la paura di non ricordare quanto sentivo di dover districare: le accavallate emozioni che mi giungevano. Certo! Hanno dato un senso a una vita da uomo senza più niente, e certamente ho avuto più di quello che ho dato! Nonostante questo, tutto voglio fuorché rifare quegli anni, ma siccome sento di doverlo, al mio posto ho messo un altro: lo chiamo “per Damasco”.  Da distante lo vedo mentre patisce quello che pativo: ora ambedue sempre meno. Lettere recenti a parte, ho scritto questi pensieri nel corso di un trentennio. Solo adesso la ragione di allora ha raggiunto quella di ora. La segue ancora con difficoltà, è vero, tuttavia, senza essere gravata oltre misura.

Lo scopo di questo lavoro

Lo scopo di questo lavoro non è certamente quello di riempire dei miei vuoti esistenziali: non mi mancano gli amici, e quando ho bisogno di amanti so dove trovarli, anche se non sempre so come si allontanano. può succedere con il PC e il telefonino.

apenna

Lo scopo, invece, è nel senso della vita, appunto, conoscere e discernere; lo scopo, invece, è nel mio senso della vita: ausiliare la conoscenza ed il discernimento. Naturalmente, per quanto so e posso, quindi, mai a sufficienza, purtroppo. Discernere per conoscere, non solo è il mezzo che gradualmente struttura la definitiva identità, ma è anche il mezzo che allontana il senso della solitudine: non senza compagnia, come generalmente si crede e/o si teme, ma senza attivata utilità, vuoi per il nostro mondo, vuoi per il circostante. Per quanto mi riguarda, una persona può essere qualsiasi pensiero, purché sappia, quanto effettivamente gli corrisponde quel pensiero. Purché sappia quanto quel pensiero corrisponde al pensiero della vita. Il mio fine ultimo, allora, non è la Persona: è la vita nella Persona.

Ottobre 2007

Solo dalla verità

Sto considerando, altresì che se ricevo apprezzamenti da Persone assolutamente sconosciute, a che mi servono le conosciute che di me non si servono, e che non mi permettono di servirsi di loro?  A nulla! Pertanto, a che mi serve stare nella lista di inutili liste? A fare mucchio?  Non ho mai fatto ammucchiate: d’alcun genere. Non comincerò a questa età. Non per questo non ringrazio per quello che è stato, ma per questo non intendo protrarre oltre delle frustrate aspettative; non tanto di Vitaliano che su queste pagine non le ha mai cercate, quanto di “per Damasco”  che su queste pagine le cerca, vuoi per approvazione, vuoi per disapprovazione. Accetto l’invito a stare zitto dalla Verità. Alle nostre, il dovere di parola. Dove è possibile, intelligente.

apenna

Leggendo il “Fedro”

Leggendo il “Fedro” di Platone ho scoperto che ad avere un naso notevolmente rincagnato era Socrate Per considerazioni altrove esposte ne ricavo che, o sono sotto l’influsso di quel filosofo, o che sono sotto influsso di un filosofo che aveva il naso rincagnato tanto quanto Socrate.

apenna

Potrebbe anche essere vero, però, che posso essere sotto l’influsso di un Anziano che filosofeggia e che condivide con Socrate solamente la stessa forma di naso. Ciò che nella vita (la biga) io dico Natura e Cultura, Socrate lo dice cavallo temperante e cavallo intemperante. Ciò che io dico ” arbitrio dato dallo Spirito ” (guida della vita) Socrate lo dice ” auriga “. Socrate non disprezzava la Natura, anzi, se ricordo bene, la diceva “fonte del ricordo della Bellezza e della Bontà che è presso il Nume”.  Come si può disprezzarla sapendola via della verità (Cultura) della forza della vita: lo Spirito? Secondo Socrate, la retta guida dell’auriga (dello Spirito) era data dalla temperanza e la temperanza si raggiunge, appunto, mediando fra forze contrapposte. Con questa intuizione, Socrate aveva presagito che l’Auriga (lo Spirito della vita dato da volontà contrapposte e, dunque, l’un l’altra temperanti) aveva una funzione paracleta, cioè, mediatrice. Con Platone sostengo non la temperanza per contrapposizione di volontà (quella del bene contro quella del male) ma la temperanza data da una relazione di stati che, lo Spirito, dato dalla reciproca corrispondenza, non può non mediare.

Marzo 2007

La sincerità come vincolo

Non so mentire, non perché non ne abbia la capacità (o, al caso non ne veda gli interessi) ma perché trovo estremamente comodo essere sinceri: vuoi perché non ho molta memoria, vuoi perché mi è consono farlo, vuoi perché è più riposante dire ciò che è o tacere. Non per ultimo, non mi piace perdere la faccia.

apenna

Data l’attitudine, non mi risultò chiaro perché, in un incontro medianico con “Francesco”, quell’entità mi raccomandò di fare ciò che comunemente faccio. Quello spirito, non precisò quale verità avrei dovuto dire, cioè, quella mia o quella del soprannaturale che mano a mano andavo scoprendo, così, giusto per semplificare le cose, le dico tutte e due. In vita, Francesco era stato lo zio dell’amico medium: era stato un barista.

afrecce

Sono andato a ballare

Ve lo giuro: ho bevuto solo un paio di 45! Musica decente, questa sera al Romeo! House ma buona!

apenna

Sono arrivato presto. Da casa, in bici ci impiego poco! Bevo qualcosa. Già al primo, mi sento quasi subito deragliato! L’alcool è un antidepressivo ed io non sono un depresso. Forse, è per questo che lo reggo poco! Un po’ alla volta entrano le Immagini. Sono poche. La nebbia fa vittime anche quando non uccide! Rimangono aggrappate al banco del bar: sponda sicura per tutte le ombre. Guardano, cercano, scelgono, sperano. Nessuno si muove! Tutti pronti, a dire: no! La paura di dirsi ho fame è troppa. E, l’alcol ancora poco. Vedo un ragazzo bellissimo! Sta guardandosi attorno. Noto il suo modo di guardare: sta giudicando. Gli faccio cenno di avvicinarsi. Lo esclude, seccato! Volevo solo dirgli di essere meno severo: visto così, nulla sta in piedi. Lo lascio come l’ho trovato. Giovinezza, non avere paura della vita degli altri! E’ pur sempre, umus per la tua! Qualche volta sterco, è vero, ma si può non verificare e dirsi di capire? Una checca impazzita attraversa la pista urtando. Per una volta, passi! Per due, anche! Alla terza, irrigidisco il braccio e gli faccio capire che qui non si attracca! Sono quasi le quattro. Rientro pian pianino. Non ho fretta di raccontarvi questa storia. Può aspettare il vostro risveglio. Mi sono alzato adesso: buon giorno, Blog!

Novembre 2006

Ad ogni frutto la sua stagione

Per raggiunte conoscenze, potrei dirmi buon uomo, passabilmente maschio, non male come amante, marito decente, ed in grado di far felice una donna. Che età di donna? Giovane? Per molte ragioni non impossibile ma non fattibile. Una carampana di analoga età? Per molte ragioni, jamais!

apenna

Tempi, ricordi, schermi.

Ho appena sbranato il quarto panino con mortadella. Non male il cabernet che si è fatto sangue.  Sotto la finestra passa il presepe. Lo sento isolato da un tutto che mi sussurra: è cosa buona e giusta.

afinepag

Con un amico siamo andati per le vie della città vecchia. Cosa non perdono i turisti, ergastolati alla sola visione dell’Arena e poco più. Quanta più vita si denuncia, invece, nelle strade fuori dei percorsi della Storia. In quella cioè, che non è mai dopo Cristo perché l’uomo è un cristo mai superato da sé stesso, come non può esserlo un costruttore: falegname o no che sia. Pedalando arrivo a s. Zeno, dove fra non pochi pro e contro si sta costruendo un parcheggio. Prima c’era un giardino alberato da decennali crescite. Vero è che i colombi sugli alberi, mica si scusavano se defecavano sui pensionati in cerca di verde. Vero è, che nessun pensionato si era mai lamentato più di tanto: valeva pur sempre la candela. Obbligato dai lavori, percorro uno stretto passaggio. Delle voci di ragazzo davanti a me. Africano uno, nostrano l’altro: saranno sui dieci/ dodici anni.  Di forte vitalità il ragazzo africano. Di complice ma di suddita vitalità il ragazzo nostrano. L’africano mi guarda. Capisco al volo che non sa in quale cassetto ha posto le informazioni che mi somigliano, così, mi dice: buongiorno!!!! Capisco al volo che il saluto è l’unica chiave che ha trovato per vedere se nei miei cassetti c’è un qualcosa da far suo, o quanto meno, da riconoscere come suo. Buongiorno signori, rispondo. Pesantuccio mi direte. E’ fatto ad arte! Con quella forma di saluto, infatti, obbligo una curiosità a restare dentro quello che è lecito esplorare per la sola curiosità dell’educazione. Sempre pedalando li supero. Non faccio in tempo a farlo che il morettino dice al bianchino: hai visto? Ha l’orecchino! Anno domini 2011

Non devo sacrifici alla Patria

Vivo l’Italia ma sono vissuto dall’Italia? Direi solo a metà. O meglio, sono vissuto dall’Italia, tanto quanto mi faccio cittadino al quale è permesso di vivere comunemente solamente la metà di sé. Per vivere l’altra deve carpirla anche quando c’è luce.

afinepag

Un cittadino dimezzato può amare la patria dimezzante? Dipende dal genere di liberazione, ma, se quella della Patria, quale catene gli abbiamo sciolte, e quali ha lasciato perché dimezzassero il sopravvissuto che te le ha tolte? E, dimmi, Patria, se domani ci sarà la festa di una liberazione a metà, di quale dovrei sentirmi lieto di festeggiare? Quella di una liberazione attuata dai martiri di un’idea di Patria, o quella dei martirizzati di un’idea di Patria non liberalizzante perché accoglie il cittadino ma non accoglie la sua umanità? Dimmi Patria, per i non liberati nella tua Liberazione, cosa pensi di essere? Un amore? No. Per i sinceri a sé stessi, la doverosa marchetta per il padronato che sei diventata.

Nuova minestra?

Vi è stato chi non ha creduto al mio profilo di persona come tante, così, sono stato visto come illuminato, profeta, guru, e via similando. A questi, ho dato un’unica risposta: macché, macché, macché!

apenna

In me, non c’è nulla di diverso da altri. Neanche la mia sessualità, tutto considerato non è diversa da quella etero. Ho amato l’uomo, infatti, come uomo che ama una donna, e/o, come donna che ama uomo. Di diverso, forse, ho un superato uso degli attributi, o degli orifizi, ma è una diversità che ha fatto scuola anche agli etero, quindi, è andata a ramengo anche quella mia specificità in amare. Allora, tolto di mezzo le quisquilie, io sono quello che sono, non quello che sembro, Ma, perché, posso sembrare un illuminato, o profeta, o guru, e via similando? A mio avviso, (e forse, forse, e ancora forse), perché dico cose vecchie, in modo non vecchio; forse, perché non dico, sulla vita, ciò che è delle minestre riscaldate.