Immigrazione, comunicazione, catene.

Avevo bisogno di riparare il soprabito. I gestori della sartoria sono cinesi. Sono giovani, sorridenti, cortesi, premurosi: italiano zero!

apenna

Nell’internazionale linguaggio che va sotto il nome di Io Tarzan – Tu Jane riesco a farmi capire. Rendendomi conto della loro impossibile comunicazione e ausiliato dal mai abbastanza benedetto (anche se limitato) traduttore di Google, in Rete trovo una scuola serale gratuita per immigrati (non l’unica a dire il vero) al costo dei 15 euro che servono a coprire una forma assicurativa se non ho capito male. Sempre con i mezzi sopra detti riesco a proporgliela. Sto dicendogli l’opzione quando nel negozio entra un loro connazionale. Anche questo cinese. Anche questo giovane, simpatico, e, parlandone con spontanea simpatia, alla Paul Belmondo per la somigliante faccia da schiaffi: parla italiano. Mi chiede chi sono, cosa voglio, perché lo faccio. Gli dico che sono un cliente, che ho visto la difficile per non dire impossibile comunicazione dei due gestori, gli faccio notare che in Cina farei ben pochi affari se non sapessi un minimo di cinese, e che è cosa identica per i suoi due connazionali. Telefono ad un sindacato, al Cestim a due scuole. Mi faccio dare numeri telefonici, indirizzi, e dire condizioni; insomma, in giro di un quarto d’ora metto i due immigrati nella condizione di sapere cosa fare e dove andare per farlo ma, l’atmosfera non è più come prima! L’intervenuto, quello che conosce l’italiano, tende a sfottere. Si sente che non è interessato. Si sente che vuol sminuire l’interesse che ho suscitato nel due giovani del negozio. Preferisco non rilevare. Faccio per pagare ma ho dimenticato a casa il portafoglio. Lascio in negozio quanto dovevo ritirare, vado a casa, prendo i soldi, torno in negozio, pago, ritiro. Fra il prima ed il dopo non posso non notare che della cortesia è sparito l’anima: solo è rimasta la forma. Torno a casa. Verifico il lavoro. Ottima, la cucitura della tasca del soprabito. Dei due lavori, quello capito maggiormente perché facilmente intuibile sia per i Tarzan e i Jane che reciprocamente siamo stati. Non da oggi è noto che per qualsiasi forma di potere, il supino che non sa comunicare sé stesso ad altri e/o alla società è destinato a restare un servo (del potere in caso quando non, dello stesso potere) o un utile idiota, o a vari livelli, un complice. In toto quando non in parte, ciò che libera è il possesso della parola: nascita che avviene per contestuale natura, e/o per appresa cultura. Il mio disinteressato coinvolgimento con le difficoltà linguistiche dei due gestori ha mosso ciò che non doveva muoversi? Lo sospetto. Fortemente. Se fosse in mio potere, signor Direttore, vincolerei la permanenza sul territorio italiano (ed il conseguente lascito del permesso di soggiorno) ad una documentata e triennale frequenza scolastica del livello terza media. Renderei obbligatorie le materie umanistiche. Facoltative le altre. Vincolerei il proseguo del permesso al superamento di un esame di fine corso con, nelle umanistiche, almeno un sufficiente come voto. Farei sostenere l’esame in una scuola esterna a quella frequentata (o con esaminatori esterni) onde evitare qualsiasi genere di pressioni agli insegnanti del corso annualmente frequentato dall’emigrante. Tre anni sono sufficienti, sia per dare all’emigrante una buona base linguistica che una variamente culturale. Sono altresì sufficienti, vuoi per aiutarlo a liberarsi dalle catene di taciuti vincoli, vuoi per poterle portare meglio, vuoi per decidere se la sudditanza in cui si trova è via per capire la vita: vuoi propria, vuoi sociale, vuoi per quello che crede più giusto capire. Il fine della proposta che le dico, Signor Direttore, non ha certo quello di rendere gli emigranti dei pressappoco cloni degli italiani, bensì, ha il fine di metterli nelle condizioni di vivere con una marcia in più: con la conoscenza d’origine, la nostra.

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Pubblicata su L’arena di Verona in data 10 Novembre. Non mi ricordo in quale anno.

Lavoro: congresso della Regione.

Intervento che avrei voluto fare.

Credo sia noto in tutto il mondo il proverbio che dice: tempo, mati e siori, i fa (e i dixe) quelo che i vole lori. Ebbene, mi si conceda la patente di follia, ma mi si faccia dire quello che penso.

apenna

La presente situazione economica (non solo italiana come sappiamo tutti) è una sorta di sabbia mobile. Qualsiasi progetto che vi si costruisca sopra, pertanto, è destinato ad affondare in qualche sua parte. Non per questo il dato progetto non possiederà il senso di “abitazione”, ma per questo non possiederà il senso di “abitabilità”. Quanto è giusto costruir progetti sulla sabbia mobile che è il presente momento economico? A mio vedere, poco o niente, dal momento che la “sabbia”, può reggere solamente delle “tende”, o con altre parole, dei più leggeri “ricoveri”. Per ricoveri leggeri, intenderei delle forme contrattuali di provvisoria sussistenza, come di provvisoria sussistenza sono le tende che erigiamo nei casi di calamità naturale; contratti leggeri come tende per provvisorio riparo, quindi, anche per la corrente calamità economica provocata dal generale arresto del Mercato. Se non vado errando, all’inizio della crisi gli Industriali hanno avuto aiuti dallo Stato. Sarò anche matto, ma, mi sono chiesto: se è il consumo di merci che fa il guadagno del produttore di merci, gli aiuti dello Stato andrebbero concessi ai consumatori di merci, non, ai produttori di merci! Oppure, al caso, concessi ad ambedue, facendo in modo che al produttore di merci sia minore il costo operaio. Bravo, matto, mi si dirà: e chi te lo mantiene, l’Inps e/o l’Assistenza sanitaria? A mio vedere, te li mantiene lo Stato concedendo ad Inps e Assistenza, quello che ha concesso e/o deve concedere all’industriale. Bravo matto, ma, da dove li ricava lo stato quei soldi? Li ricava dalle tasse degli operai (come ha sempre fatto) e dalle tasse dei Produttori di lavoro come non sempre è riuscito a fare. Li ricava, inoltre, dall’economia che ottiene risparmiando sulle forme di assistenza che ora deve concedere a fronte delle disastranti disoccupazioni che ci sono. Attuabili o meno che siano queste follie, sono alleggerimento del vigente Contratto nazionale sul lavoro, che comporta l’alleggerimento del costo operaio, però, non ancora duttile quanto basta, a mio vedere. La giusta regolarizzazione dell’operaio, e la necessaria fiscalizzazione dei guadagni ha fatto sparire una moltitudine di lavoretti in nero. L’intenzione era certamente buona, ma, direi, non il risultato; o non in tutti i casi. Non è stata buona idea, infatti, per la casalinga (italiana o emigrante che sia) che  poteva permettere alla famiglia almeno la spesa settimanale;

non è stata utile per la studentessa che poteva fare la baby sitter e così, pesare meno sulla famiglia;

non si è rivelato utile per lo sterminio di cinquantenni badanti (in genere immigrati) che a maggior costo perché con pieni diritti si ritroveranno sotto i ponti italiani, visto che al paese di origine non so quanto potranno stare sotto i loro.

Mi si creda: tutto vorrei fuorché dar l’idea di togliere diritti in cambio di pane senza companatico! Vorrei, invece, che riuscissimo a far ricorso a maggior dosi di intelligenza, visto che, l’intelligenza, è detta anche dalla capacità di aderire alla realtà.

Datata

C’è speranza di lavoro per l’immigrato? Dal mio “osservatorio” pressoché zero!

Al Centro Vincenziano dove opero si rivolgono immigrati di bassa professionalità: generici di cucina; improvvisati anche se volenterosi badanti; manovalanza edile; domestiche che trovano nel loro matrimonio con l’unica referenza di lavoro; giardinieri di nome ma non di fatto; operai per l’agricoltura con mera capacità di braccia, e  via – via elencando. L’italiano che conoscono, il più delle volte è di livello “Io Tarzan, tu Jane”.Avendo esaurito sia i voti che i santi canonici, oggi, decido di appellarmi a Santa Rete. A chiamata risponde:

apenna

Confagricultura di Verona: centro per pratiche di vario genere ma non referente di eventuale domanda di un dato agricoltore se non da questo nominalmente richiesto con apposito contratto;

Acli: idem.

Associazione Coldiretti: idem.

Telefono anche ad una Associazione Produttori Ortofrutticoli, ma vengo a sapere che questa (ed altre di similari nel genere) sono delle Cooperative composte da soci. Molto probabilmente trovano operai fra gli stessi soci, quindi, niente da fare anche lì.

Ma, questi benedetti agricoltori, dove si procurano gli operai? E se non c’è niente da fare per i disoccupati disponibili per quel lavoro e già presenti nel territorio, da dova mai salta fuori la necessità delle migliaia di nuovi immigrati per l’agricoltura previsti per il Flusso bis?!

Sono più che disposto ad ammettere di non capirci niente in faccende del genere, tuttavia, più di un qualcosa mi sfugge! Tanto più, che a dire delle Referente dell’ufficio Impiego di Verona, c’è un calo delle richieste di lavoro che tocca il 50%!

A proposito di richieste di lavoro ve ne racconto una. Sito nei pressi del Lago di Garda, l’Ufficio del lavoro di quella zona chiede un facchino! Ullallaà, mi dico! Finalmente un lavoro! Ebbene, lo voleva in mobilità (e passi) ma con conoscenza di tedesco e inglese! Evidentemente, la Ditta richiedente non ha avuto la faccia di vedere se c’era un laureato in lingue disposto a fare il facchino!!

Avrei detto sparito, il facchinaggio, vista la totale assenza di inserzioni per quel genere di richiesta. Mica vero che è sparita: si è sommersa! Dove? Nel caporalato. Di fatto, l’immigrato che arriva a conquistarsi la fiducia della Cooperativa e/o del Direttore del magazzino, e/o del Capo cantiere chiama i suoi amici. Li chiama per generosità di cuore?! Si, buona notte!!

Analoga voglia di caporalato anche nell’emigrante srlanchese, il quale srlankese sistemato, giunge anche a dedicarsi all’induzione all’emigrazione di sprovveduti che si indebitano anche vendendo la casa pur di mettere piede in questo Paese degli Allocchi: vuoi allocchi italiani se a livello politico, o vuoi allocchi emigranti se a livello speranza.

La Legge dovrebbe punire chi induce all’emigrazione fraudolenta, così come punisce chi induce alla prostituzione; e dovrebbe concedere lavoro e permesso di soggiorno a chi denuncia l’induttore, ma, il mio problema non è questo! Il mio problema è, domani, cosa dico all’emigrante che viene a cercare lavoro?

E che “anestesie” posso usare per dire all’emigrante che abbiamo toccato il fondo di un barile dove c’è rimasto ben poco da raschiare?

Datata

Volontariato, emigrante, emigrazione.

Squilibri e/o squilibrati di vario genere a parte, non credo che l’avversione verso una data umanità sia prevalente nell’italiano. Non prevalente ma indubbiamente presente, invece, l’avversione verso alterne forme culturali e/o di vita, indubbiamente motivata dalla nostra ignoranza sugli usi e costumi di popoli da noi emigrati. Motivata anche, però, dall’ignoranza in cui ci lasciano gli emigranti fra di noi.

afinepag

Ulteriormente motivata, la nostra ignoranza, anche da un isolamento, che se da un lato è necessario all’emigrante per preservare la sua identità di origine, dall’altro lo rinchiude in un errore perché contribuisce a mantenere la separazione fra umanità, e quindi, il proseguo della reciproca avversione che chiamiamo razzismo, che chiamiamo xenofobia; razzismo e xenofobia, che se infettano la mente italiana, non di meno (amara constatazione) infettano la mente straniera, rendendo l’infezione sempre più reciproca.

Tanto quanto l’emigrante sa rendersi in comune con il paese e la cultura che l’ospita, e tanto quanto contribuirà alla cessazione del razzismo e della xenofobia, non solo nella mente italiana, (come sostengo) ma anche nella sua, che vedendosi rifiutata, a sua difesa reagisce con razzismo e xenofobia.

L’emigrazione non può essere composta solamente da un trasferimento di una volontà di lavoro e di guadagno da un paese ad un altro, ma anche dall’interiore trasferimento di una volontà di vita da rendere comune cultura, comune paese. Se noi, Paesi ospitanti, abbiamo il dovere di pulire la nostra mente da multi motivate avversioni verso le culture altre, non di meno l’emigrante deve farsi carico del dovere di aiutarci (e non per ultimo, di aiutarsi) a pulire la nostra mente da quegli ostracismi. E’ un dovere, questo, che non può essere solamente delegato ai Centri ausiliari l’emigrazione e/o al Volontario; è un dovere che l’emigrante deve affrontare, anche semplicemente adeguando i suoi quotidiani bisogni e il suo quotidiano vissuto, ai quotidiani bisogni e ai quotidiani vissuti in cui si trova a convivere, e/o a lavorare. Lo deve fare per il suo presente, e non di meno per il futuro dei suoi figli; ed è al futuro dei figli degli emigranti che in questo momento penso, e che più pesantemente mi preoccupa. Chi ausilia l’emigrante (Centro o Volontario che sia) è come un medico. Capita ai Centri di Volontariato e/o ai Volontari, di non poter far nulla per una data situazione, così come i medici si ritrovano a non poter far nulla verso una data malattia, o verso il dato malato. Come un medico in inguaribili realtà subisce dei grossi moti di una impotenza che rischia di essere vissuta come un personale fallimento, così, anche il Centro assistenziale, così, anche il Volontario. E’ tutto fuorché facile dire di no ad un bisognoso; e se un no può essere talmente pesante da porre in sofferenza l’esistere di un emigrante, non di meno pone in sofferenza, quel no, l’esistere del Centro e/o di un Volontario. Sappia e ricordi, l’Emigrante, che un Centro assistenziale e/o un Volontario non è uno stipendiato passacarte, e buona notte al secchio se non ci riesce! Sappia e ricordi, l’Emigrante, che, con le carte che necessariamente passiamo, c’è il nostro amore per la vita, e non di meno, per la sua.

La Carità è una strada dritta? In teoria.

In assenza del Segretario sono stato incaricato dallo stesso a sostituirlo. Pertanto, di valutare i casi non previsti e di decidere in proposito su quanto organizzato in accordo con i Gestori della Donazione alimentare. La funzione, tutt’altro che semplice, necessariamente coinvolge la mia visione ideologica sulla Carità, ed i miei sentimenti verso i poveri.

afinepag

Concepisco la Carità, sulla base di ciò che è più evidentemente giusto, non su quello che fa sentire bene il  dato Volontario. Sapere ciò che è più evidentemente giusto nell’ambito di storie e necessità nelle quali non si può o non si sa distinguere l’effettivo bisognoso dal mestierante, è tutto un bel dire ed è tutto un bel fare! Al che, o si agisce all’interno di quanto organizzato, o la Carità che si gestisce, finisce per essere gestita da chi la sa raccontare meglio fra i richiedenti, oppure, finisce per essere gestita, non dai soli incaricati, ma da Referenti che di volta in volta si fanno convincere da dati casi e/o persone. Se mi capita di dover negare una donazione, quindi, non lo faccio perché contrario allo spirito vincenziano, ma per non scombussolare una organizzazione, che ha concesso a questo Centro di escludere quanti ci provavano pur non avendo un effettivo bisogno; sia pure ad occhio, direi non meno del 50%. Giusto per fare un ultimo esempio, questa mattina, dopo aver dovuto dire di no ad una persona, una Ausiliaria (me contrario ma approvata dalla vicepresidente) si è permessa di dare una donazione ad una persona, nello stesso bisogno della precedente che avevo escluso. Quello che può sembrare una carità, in casi come questo, altro non diventa che manifestazioni di un personale potere, altro non diventa che il far capire ad un dato bisognoso, che se parla con un Referente ottiene, mentre se parla con un volontario, no! Mi domando e domando: quanto si può parlare di carità dove si favorisce qualcuno umiliando qualcuno? La vicepresidente sostiene che bisogna saper fare delle eccezioni. A fronte dell’impossibilità di verificare quanta verità vi è in quelle eccezioni, ciò che ne risulta non è carità (sempre a mio vedere) ma una personale concezione, o della carità o sul dato caso. Una personale concezione sulla carità è più che legittima se privata, ma erronea se agita all’interno di una organizzazione. A mio vedere, e non di meno ad un mio spirituale sentire, quindi, una carità svolta nei termini di una decisione non collettivamente concordata dai responsabili, diventa una caritatevole preferenza personale; ciò, può anche far sentire più buono il dato Referente, ma, sempre a mio vedere, non rende giusta la carità; e se c’è una cosa che non sopporto, è quella di sentirmi ingiusto sia pure verso un fin di bene, (a giudizio altro) che non sempre è un fin di vero a giudizio mio. Per quanto mi riguarda, tutti i poveri sono eguali, e gravemente uguali le loro necessità. Per quanto mi riguarda, io non sono “un uomo per tutte le stagioni”, e pur sapendo curvare, cioè, far eccezioni, lo faccio se la strada è evidentemente curva, non, sterzando dove non vedo curve. La mia caritatevole preferenza, è principalmente diretta verso questo Centro, non, verso un qualsiasi ausiliato da questo Centro, tuttavia, come ripeto, non esclude delle variabili, che comunque dovrebbero essere organizzate come le non variabili. Anche giustamente, la signora N. mi dice che sono casi conosciuti da anni. Vero, però, non li conosco io; vero, però, neanche la generalità dei bisognosi presenti in sala e che vedono dei diversi comportamenti, conosce i casi conosciuti dalla signora N.. Dubito, fortemente dubito quindi, che un dato bisognoso si senta trattato secondo giustizia quando vede che ad altri si da, mentre a lui/lei, no! Questo e solamente questo, è il motivo della mia contrarietà a questo genere di personalistico operare, e che può comportare la mia rinuncia all’incarico ogni qual volta non è presente il Segretario. Propongo alla Presidenza una possibile soluzione. Gli Ausiliari (o la Presidenza) che raccolgono le istanze non concordate in precedenza o comunque “straordinarie”, dovrebbero compilare la scheda del dato bisognoso, motivando l’occasionale richiesta, ed al caso, chiedendo al Segretario, o alla Presidenza, di renderla e/o di confermarla continuativa. A fronte di quella scheda, non avrò obiezioni di sorta, e se mai ci saranno, sarà il Segretario che le discuterà con quanti in interesse, non io, che subendo delle personalistiche interferenze nel mio operato, (“motivate” o no che siano) mi vedo lacerato da negative tensioni.

Immigrazione Stranieri – Regione Veneto

Non tutte le Associazioni possono permettersi un retribuito Mediatore culturale, ma tutte le Associazioni che operano con l’emigrante dovrebbero esser messe in grado di potersene servire.

afinepag

Fra gli assistiti da Associazioni economicamente povere ci sono dei naturali mediatori: lo sono per capacità di lingua, per la capacità di condividere il pensiero della data Associazione, e, non di meno, per la volontà e la capacità di collocarsi a servizio di conterranei. In un mondo, dove un’insufficiente economia globale sta sempre di più alimentando delle innumerevoli guerre fra poveri, la generale necessità di servirsi di quelle figure sarà sempre più necessaria; è fra i poveri e gli abbandonati, infatti, che organizzazioni avverse alla vita trovano vario genere di latenti oppositori ideologici, e/o dei delinquenti per sopravvivenza quando non per animo. In verità, una minoranza, i delinquenti per animo, tuttavia, chi può dire cosa può far fare o non far fare una disperazione, che la mia presenza fra emigranti senza arte e ne parte non vede così tanto lontano? Accanto alla categoria professionale dei Mediatori culturali, quindi, proporrei di ufficializzare quella dei Mediatori culturali volontari. Fra i Mediatori culturali che volontaristicamente possono offrirsi alle Associazioni, gli economicamente indipendenti sono pochi, temo. Come facilitare le necessità sociali che una Associazione porta avanti, con la possibilità di servirsi di operatori volontari ma, al caso, anche in precarie situazioni? Suggerirei, per mezzo, di un riconoscimento economico. C’è indubbia contraddizione fra volontariato e retribuzione in quanto mi permetto di porre all’attenzione di questo Ufficio. Non escludo di poterla sostenere lo stesso come se non ci fosse, perché la presente situazione (Società ed Emigrazione) è una domanda “che necessita di molti generi di risposta”.

Nella mia opera ausiliaria presso il Centro, vengo coinvolto da richieste di aiuto, che nella risposta che devo mi trovano non poco impotente. Gente che domanda lavoro e che non sa una parola di italiano, ad esempio; e ne stanno arrivando ancora. Sono persone, incantate, sia dalla nostra “ricchezza”, sia da conterranei che usano quell’incanto come fonte di guadagni che ricavano “aiutando” l’inserimento dei connazionali che inducono ad emigrare in Italia. Quando mai troverà lavoro quella gente, (provvista di un iniziale capitale ma sprovveduta in tutto il resto ) se non, ben che gli vada, da sfruttati, non solo da chi li ha fatti venire? La necessità di un eventuale rientro, allora, a maggior ragione non può non far ricorrere all’opera ausiliaria del Mediatore connazionale: professionale, o povero fra poveri che sia. Se presentata solo da referenti italiani, infatti, rischia di non essere capita, e/o interpretata come un razziale modo di proporsi a livello personale, e/o di proporre l’opzione del rientro. Porgo i miei più distinti saluti nella speranza che l’idea che suggerisco non sia distante dagli intenti di questo Ufficio.

Lo scrivente è Volontario presso un riconosciuto Centro Assistenziale di Verona, ma presenta questa lettera a titolo personale.

Datata

Come cavare ragni dai buchi?

Come portiere al centro vincenziano ho l’incarico di ordinare gli ingressi. Naturalmente, il mio senso dell’ordine (bado all’interesse collettivo) si trova a doversi opporre all’egoistico del singolo che vuole passare prima di altri. Al proposito, ti raccomando la dialettica degli arabi. Sanno farti vedere bianco, anche quello che è assolutamente nero ma non mi incantano: conosco bene quelle pecorelle!

afinepag

A quelle, non dico mai di no, e neanche impongo la mia “autorità” di giudice unico. Che faccio, allora? Semplice, prendo l’argomento della persona, glielo sbuccio a mo’ d’arancio, e gli faccio riconoscere quello che è buccia, quello che è seme, quello che è spicchio, quello che è sugo. Al che, siccome di stupidi neanche uno, già da soli capiscono e mi capiscono. Fine delle contestazioni. Dato l’esempio, allora, si potrebbe anche dire che se un tuo interlocutore abbandona il tavolo, è perché può aver sentito che gli imponevi un giudizio, più che portarlo a giudizio. Naturalmente, sull’abbandono del tavolo da parte di chi non ti commenta più, sto solo ipotizzando delle ragioni, non, la loro ragione. Il mio discorso è di una semplicità disarmante, dici? Bene. Mi fa piacere che tu l’abbia rilevato. Mi farà altrettanto piacere se tu ricordassi che una chiave di 5 chili non è più funzionale di una di 5 grammi, perché la loro paritaria importanza è nel concetto di chiave, non nel peso. Si narra che Newton (spero di averlo scritto giusto) “scoprì” il concetto di gravità perché gli cadde in testa una mela. Se gli fosse caduto in testa un sacco di cemento, comunque avrebbe scoperto il principio di gravità, o non l’avrebbe scoperto perché sfracellato sotto il peso? Come vedi anche da questo esempio, la ricerca della verità, è data dalla misura che si applica nella ricerca. Al proposito, noto, ma ammetto anche tutte le mie ignoranze sul caso, che le misure di giudizio che dici sul piatto della Sinistra, sono più pesanti di quelle che hai messo sul piatto di Destra. Può essere perché il Comunismo ha più scheletri negli armadi del Fascismo, d’altra parte, si può anche sostenere che il Comunismo (vuoi nel bene, vuoi nel male, vuoi nel vero vuoi nel falso, vuoi nel giusto o nell’ingiusto) ha impresso nel mondo la sua durata storica e culturale per un tempo maggiore del Fascismo, e/o con più evidente pregnanza sociale. Da questo, una maggior possibilità di errore. Dici di non vedere alcun punto di incontro fra alterni pensieri? Sulla testata del mio blog ho scritto: convivere è necessario, condividere, non necessariamente. Ecco, il mio punto di incontro, e principale motivo della nostra corrispondenza, è la ricerca della convivenza. Non, della convivenza fra soggetti relativi che sono le persone, ma la convivenza dei soggetti relativi con il soggetto universale che è la vita. Ne va del comune futuro, ne va del comune futuro dei vostri figli, dal chiaro momento che non sto parlando di miei che non ho. Come vedi, ancora ti confermo che non posso non stare che dalla mia parte, in quanto, nella vostra (di Destra o di Sinistra che sia) sono, necessariamente, un soggetto a termine con me stesso. Al che, potrei anche sbattermene le palle del vostro futuro, e/o di quello dei vostri figli, invece, sono qui, che sto cercando di cavar ragni dai buchi, non tanto per portare un interlocutore dalla mia parte, ma per cercar di capire assieme, quello che è ragno, quello che è buco, quello che è pagliuzza.

I pacchi del Volontariato

Questa mattina sono andato al gruppo vincenziano. Ho coadiuvato il volontario addetto alla distribuzione dei pacchi di alimentari. Si danno a chi ha famiglia. A chi non ha famiglia, invece, il pacco almentare viene sostituito dal pasto alla mensa. Capita che vi siano singoli che si presentano anche alla distribuzione dei pacchi. Come fermare i furbi? Cercando di conoscerli. Allo scopo, sono andato ad assistere al servizio di mensa. Il vincenziano non può aiutare più di settanta persone. Entrano uomini e donne. Cittadini dell’Est. Srylanka. Nordafricani. Si siedono ai tavoli. Aspettano la distribuzione del cibo. Se il senso dell’umiliazione che li accompagna avesse anche una pur minima valutazione bancaria, potrebbero vivere di rendita. Arriva un sacerdote. Sulla mia età. Giovialone. Sereno, direi, o forse, attore. Li invita a pregare. Mi sono allontanato. Mi sono rivisto nel collegio di orfano. Stessa l’umiliazione. Stessa la fame. Stesse preghiere che non finivano mai. Non me ne voglia il Cielo, ma io avevo fame di cibo, non, fame di Dio. Avevo una fame della madonna. Penso così, caro il mio Renato, di aver cominciato a farmi conoscere anche al Gruppo. Naturalmente (e te pareva!) non ho potuto non dire quello che penso. Il sacerdote me ne ha dato l’occasione. Li ho fatti pregare, mi dice, ma senti cosa m è capitato. Un mussulmano (assieme ai suoi compagni) m’ha chiesto se poteva pregare secondo il suo credo. Certo, gli dico: e si sono messi ad urlare un qualcosa. Tempo dopo, continua il sacerdote, quel mussulmano ha chiesto conferma a suo padre: iman nel paese di provenienza della persona in questione. Il padre gli dice che non può continuare così, perché i mussulmani non possono pregare con i cristiani; e si fa una sommessa risatina (il prete) intendendo, con quella, sottolineare “l’assurdo” che lui invece permetteva. Caro padre, gli dico, io credo solamente nella preghiera viva: azione di bene verso la vita: persona o il Tutto che sia. Far pregare nelle condizioni di dipendenza, invece, diventa la marchetta che si chiede al povero di pagare per poter mangiare: lo trovo cristianamente rivoltante.

Novenbre 2009

Volontariato e vanità

Corrispondenza di intenzioni fra quelle della vita (il tutto dal Principio) e quelle del Volontariato.

L’ultima volta che ci siamo visti, D. ha ampiamente dimostrato di essere un notevole messaggero di idee. A proposito di messaggi e di idee, vi racconto un mio brevissimo sogno. Frastornato stavo guardando l’enorme quantitativo di lettere (sino al ginocchio) che, all’apertura dalla cassetta, mi era caduta sulle gambe. Le buste erano di vari colori e di molte dimensioni. Per quanto collocate nella mia cassetta (ma come avevano fatto a starci?!) solo alcune erano indirizzate a me. Mi stavo domandando il perché, cosa ne avrei fatto e come recapitarle ai legittimi destinatari quando mi sono svegliato. A mio avviso, la spiegazione del sogno è questa.

Una cassetta postale è come una mente. Come cassetta postale, la mente ha la possibilità; di contenere moltissima corrispondenza (pensieri, relazioni, fatti, storie ecc.) sia personale che di altra vita. Da parte del titolare della data mente, dunque, ne consegue la necessità di vagliare quella che effettivamente gli corrisponde. Come? Direi, in ragione del suo indirizzo reale ed ideale personale. Come non confondere la corrispondenza che appartiene al mondo soggettivo (personale realtà e personali ideali) da quello che vorremmo fosse (l’ideale in assoluto) perché seguendo quella del Principio ne riceviamo l’idea? Come evitare delle più che possibili sovrapposizioni fra ciò che è e ciò che aneliamo? Per il reale, direi che potremo ricevere la giusta posta (la giusta idea) tanto più ci manterremo all’interno delle guide date da tutto ciò che è attinente all’io che nel suo tempo si manifesta nel corrente modo ma, come per l’ideale?

Coniugare il reale con l’ideale senza andare fuori dei modi e dei tempi correnti a noi e al sociale (cioè senza andare fuori dal luogo della mente, o con altre parole, dalla testa) è tutt’altro che semplice: tanto più che restare dentro noi, i modi ed i tempi, non necessariamente vuol dire fermare la vita nostra e sociale. Vuol dire, però cercar di agire l’ideale secondo il reale. Collegare i due passi non può non implicare la necessità; (nonostante l’avversa tensione della nostra parte ideale) di rallentare il passo verso l’aspirazione che ci proponiamo. Lo dobbiamo rallentare dove si rischia (procedendo oltre noi, i modi e i correnti tempi) di separarci dalla vita che personalmente viviamo,  e/o da quella che nel reale ci accomuna ad altra, o da ambo i vissuti. In soldoni: l’idea deve suggerire il percorso ma la ragione personale deve suggerire l’ampiezza del passo.

Il male è dolore naturale e spirituale da errore culturale. Ogni volta mi succede di incontrare una realtà nel male (in genere nella tossicodipendenza) o di pensare ad una realtà di male mia od altra, poco prima sento una pressione sulla scapola destra.

Ogni volta mi capita di dover scrivere sento un interiore malessere: una sorta malinconia. Sentivo l’uno e l’altra, prima del vostro arrivo. Certamente non avevo motivo di collegare quel disagio con la vostra presenza, sennonché siete stati latori di non serene novità; al che, collegare il malessere con le novità mi è stato conseguente.

In effetti, nelle novità; che mi avete comunicato, più che errori vedo difficoltà di realizzazione, eppure, se malessere c’è stato, in quello che mi avete comunicato ci deve essere dell’errore. Lo sostengo con certezza perché anni di analoghi accadimenti, mi hanno confermato il collegamenti fra malessere interiore ed errore. Non è detto che l’errore stia nelle iniziative di bene che vi proponete di fare, ma, allora, dove? Pensa che ti ripensa sono giunto alla seguente conclusione. L’errore potrebbe consistere in un costo (umano? culturale? spirituale?) dell’ erroneo prezzo rivelato dalla difficoltà di realizzazione che ho ipotizzato.

Non è necessariamente detto che siate voi a dover pagare il prezzo dell’errore. A pagarlo potrebbero essere o i vostri assistiti, o, in parti o nell’insieme la vostra Associazione, o in parti o nell’insieme le vostre principianti finalità; culturali o spirituali, o in parti o nell’insieme i vostri collaboratori: i volontari.

Tutti noi, per qualche verso carismatici, aneliamo il Bene, non solo come principio della nostra vita umana ma anche della nostra vita spirituale. In genere, nei carismatici spirituali, l’anelito verso il bene non si principia dalla ragione bensì dal cuore: simbolizzato luogo dell’emozione (l’emozione è la parola dello Spirito) della Natura della vita: il bene. Nel vostro senso (ed io nel mio) ci stiamo occupando, non di quelli che si sono fatti ultimi ma, di quelli che sono ultimi appunto perché non sanno (e/o non fanno) più appropriata scelta.

Principalmente, fra quelli non portiamo la ragione (il bene della Cultura) ma sentimento di vita, cioè, il bene naturale che allevia la parte del bene che negli ultimi è provata dal male. Ebbene, pur non modificando il principio delle vostre scelte (ad ognuno il suo cuore)  adesso sentite il bisogno di elevarne la ragione, non tanto presso gli ultimi (che rimane) quanto presso il sociale. Quanto, con la stessa forza di spirito potrete nel contempo servire sia gli ultimi che il sociale, se, inoltrandovi in questo stato, potreste incorrere nell’errore di allontanarvi da quelli presso i quali la Vita vi ha collocato, e che voi volete collocarvi in altro modo?

Un cuore bilanciato quando non diviso fra due direzioni, riuscirà; a stare in ambo le mete, oppure, per questioni di forza (direi anche necessariamente) sarà costretto a dividersi per meglio fare fronte alle questioni che si è proposto? La divisione, potrebbe o no, indebolire la sua potenza e la corrispondente efficacia? Una forza divisa, quanto sarà integra motrice (integra perché unitaria) del principio della vostra vita (quello verso il Bene della Natura della Vita recando del bene alla Natura di questa) che vi ha sinora motivati?

Ambire, di per sé non è un male. male lo diventa, tanto quanto non tiene conto che di sé stessa. In qualsiasi azione, il desiderio di una meta che tiene conto solo di sè stessa porta in dote la vanità e quanto è necessario per dimostrarla: vuoi a sé vuoi ad altro da sé.

A questo punto, dirigersi verso la Cultura sociale (sia pure per servire meglio gli ultimi) è sempre ambire il Bene spirituale o può iniziare a diventare la vanitosa affermazione personale che ipotizzo? La vanità nell’opera può anche far giungere a violentare (sino allo squilibrio) gli originali intenti del vostro volontariato.

Nella contingenza in cui si ci trova ad operare, quanto è giusto modificare la nostra condizione? Modificandola (nel senso di ampliarla e/o diversificarla oltre le nostre effettive possibilità) siamo così sicuri che quelli ai quali daremo meno cuore perché occupati da altro “cuore”  si sentano sufficientemente compensati da più dotte e/o da più determinanti intenzioni?

Debi dice che intende, comunque, restare un povero. Al proposito non ho dubbi, però, suppongo che si riferisca ad una povertà economica. A fronte delle iniziative in atto (rendere il vostro Gruppo da “privato” a convenzionato) e di quelle arricchenti in cantiere, quanto Debi riuscirà a restare il povero di spirito che agisce con la sola forza della sua vita?

Miei cari, giunto al fin del letterone, comunque, non so dove sia l’errore che sospetto con sufficiente certezza, ma, sento che è nelle questioni che ho sollevato. E’ indubbio che non mi sarei sognato di farvi questo genere di discorsi se non sapessi che fra le vostre mete vi è la ricerca della spiritualità: rapporto di vita fra il nostro Spirito e quello della Vita: il Tutto dal Principio.