I pacchi nel Volontariato

Questa mattina sono andato al gruppo vincenziano. Ho coadiuvato il volontario addetto alla distribuzione dei pacchi di alimentari. Si danno a chi ha famiglia. A chi non ha famiglia, invece, il pacco almentare viene sostituito dal pasto alla mensa. Capita che vi siano singoli che si presentano anche alla distribuzione dei pacchi. Come fermare i furbi? Cercando di conoscerli. Allo scopo, sono andato ad assistere al servizio di mensa. Il vincenziano non può aiutare più di settanta persone. Entrano. uomini e donne. Cittadini dell’Est. Srylanka. Nordafricani. Si siedono ai tavoli. Aspettano la distribuzione del cibo. Se il senso dell’umiliazione che li accompagna avesse anche una pur minima valutazione bancaria, potrebbero vivere di rendita. Arriva un sacerdote. Sulla mia età. Giovialone. Sereno, direi, o forse, attore. Li invita a pregare. Mi sono allontanato. Mi sono rivisto nel collegio di orfano. Stessa l’umiliazione. Stessa la fame. Stesse preghiere che non finivano mai. Non me ne voglia il Cielo, ma io avevo fame di cibo, non, fame di Dio. Avevo una fame della madonna. Penso così, caro il mio Renato, di aver cominciato a farmi conoscere anche al Gruppo. Naturalmente (e te pareva!) non ho potuto non dire quello che penso. Il sacerdote me ne ha dato l’occasione. Li ho fatti pregare, mi dice, ma senti cosa m è capitato. Un mussulmano (assieme ai suoi compagni) m’ha chiesto se poteva pregare secondo il suo credo. Certo, gli dico: e si sono messi ad urlare un qualcosa. Tempo dopo, continua il sacerdote, quel mussulmano ha chiesto conferma a suo padre: iman nel paese di provenienza della persona in questione. Il padre gli dice che non può continuare così, perché i mussulmani non possono pregare con i cristiani; e si fa una sommessa risatina (il prete) intendendo, con quella, sottolineare “l’assurdo” che lui invece permetteva. Caro padre, gli dico, io credo solamente nella preghiera viva: azione di bene verso la vita: persona o il Tutto che sia. Far pregare nelle condizioni di dipendenza, invece, diventa la marchetta che si chiede al povero di pagare per poter mangiare: lo trovo cristianamente rivoltante.

Novenbre 2009

asterisco

Volontariato e vanità

Corrispondenza di intenzioni fra quelle della vita (il tutto dal Principio) e quelle del Volontariato.

L’ultima volta che ci siamo visti, D. ha ampiamente dimostrato di essere un notevole messaggero di idee. A proposito di messaggi e di idee, vi racconto un mio brevissimo sogno. Frastornato stavo guardando l’enorme quantitativo di lettere (sino al ginocchio) che, all’apertura dalla cassetta, mi era caduta sulle gambe. Le buste erano di vari colori e di molte dimensioni. Per quanto collocate nella mia cassetta (ma come avevano fatto a starci?!) solo alcune erano indirizzate a me. Mi stavo domandando il perché, cosa ne avrei fatto e come recapitarle ai legittimi destinatari quando mi sono svegliato. A mio avviso, la spiegazione del sogno è questa.

Una cassetta postale è come una mente. Come cassetta postale, la mente ha la possibilità; di contenere moltissima corrispondenza (pensieri, relazioni, fatti, storie ecc.) sia personale che di altra vita. Da parte del titolare della data mente, dunque, ne consegue la necessità di vagliare quella che effettivamente gli corrisponde. Come? Direi, in ragione del suo indirizzo reale ed ideale personale. Come non confondere la corrispondenza che appartiene al mondo soggettivo (personale realtà e personali ideali) da quello che vorremmo fosse (l’ideale in assoluto) perché seguendo quella del Principio ne riceviamo l’idea? Come evitare delle più che possibili sovrapposizioni fra ciò che è e ciò che aneliamo? Per il reale, direi che potremo ricevere la giusta posta (la giusta idea) tanto più ci manterremo all’interno delle guide date da tutto ciò che è attinente all’io che nel suo tempo si manifesta nel corrente modo ma, come per l’ideale?

Coniugare il reale con l’ideale senza andare fuori dei modi e dei tempi correnti a noi e al sociale (cioè senza andare fuori dal luogo della mente, o con altre parole, dalla testa) è tutt’altro che semplice: tanto più che restare dentro noi, i modi ed i tempi, non necessariamente vuol dire fermare la vita nostra e sociale. Vuol dire, però cercar di agire l’ideale secondo il reale. Collegare i due passi non può non implicare la necessità; (nonostante l’avversa tensione della nostra parte ideale) di rallentare il passo verso l’aspirazione che ci proponiamo. Lo dobbiamo rallentare dove si rischia (procedendo oltre noi, i modi e i correnti tempi) di separarci dalla vita che personalmente viviamo,  e/o da quella che nel reale ci accomuna ad altra, o da ambo i vissuti. In soldoni: l’idea deve suggerire il percorso ma la ragione personale deve suggerire l’ampiezza del passo.

Il male è dolore naturale e spirituale da errore culturale. Ogni volta mi succede di incontrare una realtà nel male (in genere nella tossicodipendenza) o di pensare ad una realtà di male mia od altra, poco prima sento una pressione sulla scapola destra.

Ogni volta mi capita di dover scrivere sento un interiore malessere: una sorta malinconia. Sentivo l’uno e l’altra, prima del vostro arrivo. Certamente non avevo motivo di collegare quel disagio con la vostra presenza, sennonché siete stati latori di non serene novità; al che, collegare il malessere con le novità mi è stato conseguente.

In effetti, nelle novità; che mi avete comunicato, più che errori vedo difficoltà di realizzazione, eppure, se malessere c’è stato, in quello che mi avete comunicato ci deve essere dell’errore. Lo sostengo con certezza perché anni di analoghi accadimenti, mi hanno confermato il collegamenti fra malessere interiore ed errore. Non è detto che l’errore stia nelle iniziative di bene che vi proponete di fare, ma, allora, dove? Pensa che ti ripensa sono giunto alla seguente conclusione. L’errore potrebbe consistere in un costo (umano? culturale? spirituale?) dell’ erroneo prezzo rivelato dalla difficoltà di realizzazione che ho ipotizzato.

Non è necessariamente detto che siate voi a dover pagare il prezzo dell’errore. A pagarlo potrebbero essere o i vostri assistiti, o, in parti o nell’insieme la vostra Associazione, o in parti o nell’insieme le vostre principianti finalità; culturali o spirituali, o in parti o nell’insieme i vostri collaboratori: i volontari.

Tutti noi, per qualche verso carismatici, aneliamo il Bene, non solo come principio della nostra vita umana ma anche della nostra vita spirituale. In genere, nei carismatici spirituali, l’anelito verso il bene non si principia dalla ragione bensì dal cuore: simbolizzato luogo dell’emozione (l’emozione è la parola dello Spirito) della Natura della vita: il bene. Nel vostro senso (ed io nel mio) ci stiamo occupando, non di quelli che si sono fatti ultimi ma, di quelli che sono ultimi appunto perché non sanno (e/o non fanno) più appropriata scelta.

Principalmente, fra quelli non portiamo la ragione (il bene della Cultura) ma sentimento di vita, cioè, il bene naturale che allevia la parte del bene che negli ultimi è provata dal male. Ebbene, pur non modificando il principio delle vostre scelte (ad ognuno il suo cuore)  adesso sentite il bisogno di elevarne la ragione, non tanto presso gli ultimi (che rimane) quanto presso il sociale. Quanto, con la stessa forza di spirito potrete nel contempo servire sia gli ultimi che il sociale, se, inoltrandovi in questo stato, potreste incorrere nell’errore di allontanarvi da quelli presso i quali la Vita vi ha collocato, e che voi volete collocarvi in altro modo?

Un cuore bilanciato quando non diviso fra due direzioni, riuscirà; a stare in ambo le mete, oppure, per questioni di forza (direi anche necessariamente) sarà costretto a dividersi per meglio fare fronte alle questioni che si è proposto? La divisione, potrebbe o no, indebolire la sua potenza e la corrispondente efficacia? Una forza divisa, quanto sarà integra motrice (integra perché unitaria) del principio della vostra vita (quello verso il Bene della Natura della Vita recando del bene alla Natura di questa) che vi ha sinora motivati?

Ambire, di per sé non è un male. male lo diventa, tanto quanto non tiene conto che di sé stessa. In qualsiasi azione, il desiderio di una meta che tiene conto solo di sè stessa porta in dote la vanità e quanto è necessario per dimostrarla: vuoi a sè vuoi ad altro da sè.

A questo punto, dirigersi verso la Cultura sociale (sia pure per servire meglio gli ultimi) è sempre ambire il Bene spirituale o può iniziare a diventare la vanitosa affermazione personale che ipotizzo? La vanità nell’opera può anche far giungere a violentare (sino allo squilibrio) gli originali intenti del vostro volontariato.

Nella contingenza in cui si ci trova ad operare, quanto è giusto modificare la nostra condizione? Modificandola (nel senso di ampliarla e/o diversificarla oltre le nostre effettive possibilità) siamo così sicuri che quelli ai quali daremo meno cuore perché occupati da altro “cuore”  si sentano sufficientemente compensati da più dotte e/o da più determinanti intenzioni?

Debi dice che intende, comunque, restare un povero. Al proposito non ho dubbi, però, suppongo che si riferisca ad una povertà economica. A fronte delle iniziative in atto (rendere il vostro Gruppo da “privato” a convenzionato) e di quelle arricchenti in cantiere, quanto Debi riuscirà a restare il povero di spirito che agisce con la sola forza della sua vita?

Miei cari, giunto al fin del letterone, comunque, non so dove sia l’errore che sospetto con sufficiente certezza, ma, sento che è nelle questioni che ho sollevato. E’ indubbio che non mi sarei sognato di farvi questo genere di discorsi se non sapessi che fra le vostre mete vi è la ricerca della spiritualità: rapporto di vita fra il nostro Spirito e quello della Vita: il Tutto dal Principio.

Onori, timori, oneri.

Associazioni di Volontariato et similia

Non è il tempo che mi manca. Come occuparlo? Cercando sesso? Che palle! Giocando a carte? Troppo stress. A bocce? Ho già i piedi rovinati di mio. Ginnastica? Preferisco mangiare di meno piuttosto che faticare per smaltire il di più. Gare di ballo? Con le Cenerentole in pensione? Non mi ci vedo proprio. Andando a messa? Non frequento. Volontariato? Proviamo.

“Cortese associazione: scartabellando in Rete sono giunto al vostro sito. Come vedono dall’età, sono pensionato. Le necessità in questo mio momento sono due: precedere nell’essere attraverso il fare; ricavarne una sussistenza che compensi la minima di ora. Il non ottenimento della seconda sussistenza, non necessariamente cassa la prima. Sono stato cameriere, operaio generico e aiuto cuoco. Non ho diplomi di alcun genere. Sentendomi discorrere, più di un interlocutore/interlocutrice m’ha chiesto che studi ho fatto. Un corso serale, rispondevo. Quale? Corso Porta Nuova: nota strada per la stazione dei viaggiatori; per la stazione del vizio per i nasi in alto ma per me, una delle tante strade dell’errore, del dolore, e anche dell’amare. Mi sono occupato di tossicodipendenze per più di un decennio. Sono stato una sorta di operatore di strada, quando ancora non esisteva nulla del genere, ammesso e non so quanto concesso che esista ancora. Avevo un’associazione, all’epoca: letteralmente, quattro gatti, ma siccome non c’era nulla di meglio per i “tossici” in strada, sono stato utile se non altro come etichetta. Non è durata, vuoi perché perseguivo un’assistenza senza baratti, vuoi perché tutto sono fuorché normale, e/o normalizzabile. Ho il difetto di essere e restare esattamente come sono: non omologabile, anche se di sociale identità. Cordialità, Vitaliano “

Come in tutte le realtà della vita, anche l’ideale associativo deve tener conto delle regole che mandano avanti il reale; e tenerne conto significa mediare dove è possibile fra paritari valori e/o paritari interessi, o ricorrere a compromessi dove i valori e gli interessi non sono paritari. Chi non accetta il compromesso, è tanto un bravo ragazzo, peccato… Di ampia gradazione di grigio, la zona del compromesso. Chi è prevalentemente spinto da interessi non se ne cura più di tanto. Chi è prevalentemente mosso dall’ideale, invece, lo patisce come sporco. A nessuno piace far veder sporcato un ideale. C’è chi lo dice. C’è chi lo nasconde. Chi lo nasconde, teme. Non esiste cieco che non sappia vedere dello sporco. Che fare, allora, per non farlo vedere? Tre, le prevalenti soluzioni: nasconderlo, coinvolgere nello sporco tutti quelli che sanno vedere, non associare, e/o tenere molto a margine tutti quelli che non si sa se sanno tacere. Mi sa che sono stato troppo diretto nella mia lettera. Deve essere per questo che non ho ricevuto risposta. Mi sa che dovrò andare a farfalle.

Alla Superiora

Mi dice di non averla letta. Troppo impegnata. Sospetto, invece, troppo impegnative le questioni.

Vista la sua decennale esperienza non escludo in lei la mia stessa conoscenza. Nel caso fosse ho parlato per niente. Nel caso non fosse, però, ho parlato per qualcosa; e questo, (richiesto o no che sia) è sempre un bene. Libera lei, e libero me, di usare questo scritto come crediamo meglio. Ogni volta mi trovo a vedere e/o sentire delle contraddizioni fra il nostro dire ed il nostro fare, non manco di dirlo. Non so (come è già stato ipotizzato) se questo mio informale agire possa rendermi non adatto a questo Centro di Carità. Certamente potrebbe farmi diventare inadatto ai Servi che servono questo Centro di Carità. Pazienza. Non so cosa dire, se non che mi è naturale seguire gli scopi universali della vita, e molto poco naturale seguire i particolari: nella Carità a maggior ragione! Mica lo faccio per cattiveria o mancanza di rispetto! Lo faccio, perché, con una morte, la vita mi ha mostrato, quanto Le sono effimeri (quando non contrari) i nostri non pochi bagagli. Alla presente segnalazione (valida anche per altre se mai verranno) aggiungo la prima regola del contratto di sincerità che stipulo con gli amici: io dico quello che penso, e voi fate quello che volete!

In oggetto: altra visione nell’organizzazione della distribuzione dell’abbigliamento maschile.

Vero che le persone che si servono del servizio Abbigliamento sono sempre trenta, ed è vero che anche il tempo per attuarlo è sempre quello. Capita, però, che delle singole esigenze dilatino il tempo necessario per ognuna, col risultato di rendere il compito della vestizione, talmente assillante da stracciare l’animo. Nei casi di maggior peso, quello stress può giungere a far rifiutare la stessa personalità dell’assistito; è, questo rifiuto, una corrosiva astiosità, che la Volontaria sa generalmente contenere. Lo paga però (quel autocontenimento) con una maggior consumo della forza spirituale delle sue caritatevoli emozioni; forza che deve recuperare ogni volta si ripresenta il compito da svolgere. Per un animo cosciente di sé, quel recupero è sentito sempre più pesantemente. Lo può diventare, al punto da costringere l’Ausiliaria a rifugiarsi in uno stato di indifferenza (e/o straniamento) verso la vita della personalità assistita. Nel caso succeda, il compito caritatevole dell’Ausiliaria finisce con il diventare impersonale. Se è vero che quell’autodifensiva impersonalità non toglie nulla al servizio, è vero, invece, che mina quella con_passione, che, divelta dalla carità, la fa diventare un mestiere. Che fare? Visto che non da oggi sappiamo che la verità sta in mezzo, direi, dividendo in due quel mezzo di carità che è il servizio in oggetto; dividerlo, cioè, o in due giorni, o in due orari dello stesso giorno. Allo scopo, diventerà necessario organizzare le Ausiliarie in due squadre.

(Libera di lasciare la lettura dello scritto se non la trova concorde, tuttavia, le chiedo di proseguire la lettura.)

Nell’ipotesi di poter gestire un secondo turno, consiglierei un orario pomeridiano, magari, precedente l’orario mensa. Ecco così, che lo straordinario intervento che le capita di dover praticare, diventa ordinario. Quella raggiunta ordinarietà, otterrà lo scopo di far cessare quei dissidi da preferenza e/o preferito, che nelle menti non rette da collettive ragioni sono causa degli intimi contrasti che lacerano l’empatia (personale o associativa che sia) fra Assistenti (religiosi o no che sia) ed Assistiti. A dire degli Assistiti che ufficiosamente ascolto da anni, (anche se qui, ufficialmente, da poco) questo Centro di carità non è visto bene ogni qualvolta si trova a dover favorire delle individuali richieste in orario di mensa, e/o in altro giorno. Come ho avuto occasione di dirle, gli assistiti del Centro hanno più bisogno di giustizia che di pietanza; e non sono io a dirlo, bensì loro, quando mi fanno capire che gli è più facile tollerare i calzini bagnati piuttosto che un atto di non condivisa e/o non capita necessità. Si trova altresì nella stessa dissidiante situazione (sempre a loro dire) quando constatano (anche amaramente) che la richiesta educata viene respinta e la maleducata, ascoltata. Loro non sanno (o non gli fa comodo sapere) che non è mica tanto semplice dire di no, e neanche tanto semplice distinguere il bisogno vero dal bisogno falso. Loro sanno, però (o gli fa comodo sapere) che la maleducazione e/o la stressante insistenza sono la chiave che fa aprire la porta anche quando è chiusa. L’ausiliario e/o l’Ausiliaria che non è contenuta da chiare conoscenze e regole, può patire, sia dei dissidi interiori, sia dei dissidi fra la sua volontà e quella di ausiliati che non sempre può liberalmente soccorrere. Fissare delle comuni e chiare regole nelle azioni della carità, allora, è, in primo, un difendere la persona di chi si trova a dover dividere il bisognoso dalle eventuali rivalse di un mestierante di bisogni, ed in secondo, un sollevarlo da sensi di colpa per “tradimento”, o verso il suo senso della carità, e/o verso la vita del bisognoso in cui ha dovuto operare delle scelte di esclusione.

Il rapporto di considerazione fra la donna e l’uomo della cultura europea è generalmente paritario. Non sempre è così, sia fra la donna e l’uomo dell’est, sia per la donna e l’uomo di provenienza africana: nord o centro che sia. Sia pure generalizzando, per il cittadino di provenienza est o africana, la donna è vista e sentita, non, come paritario soggetto, bensì come servile strumento delle necessità maschili.

Il bisognoso in queste condizioni culturali e di vita, pertanto, quando non è potenzialmente pericoloso perché non è chimicamente alterato, lo potrebbe diventare psichicamente perché non accetta che sia una donna a negargli una sua qualsiasi istanza; non l’accetta, appunto perché vive la negazione dell’istanza di aiuto da parte di una Ausiliaria come negazione del suo concetto di uomo e di maschio, che, nella cultura d’origine deve essere servito comunque.

Sarà certamente vero che questi atavici e/o tribali comportamenti sono meno presenti nelle personalità culturalmente più evolute, ma, non sono le evolute che si rivolgono a questo Centro, bensì le povere che avendo bisogno di tutto, a generale autodifesa (e sopravvivenza) non possono che mettersi al centro di ogni tutto. L’egocentrismo per strette questioni di sopravvivenza, in prima istanza non ammette i ma e/o i forse. Le ammette, invece, in seconda istanza, purché ai suoi occhi siano legittimate da una forza (virile&psichica&identitaria&legale&religiosa, ecc, che, giustificando il contenimento della sua, non pone crisi nelle sue identificative certezze.

Non creda, la donna, di essere sufficiente forza regolatrice attraverso la costrizione da incarico e/o abito religioso; e se il dato povero glielo fa credere, è solo per un cortese voto di scambio. Della serie: io accetto il tuo no, così, sentendoti mia debitrice, la prossima volta non saprai dirmi di no anche se chiedo di più. Cosa succede se questo scambio di voto non va soddisfatto? Succede che il dato bisognoso può giungere a farsi così assillante, da “penetrare” la volontà dell’ausiliaria, per sfinimento quando non per altro mezzo, ad esempio, contestando le cose e/o l’opera, e/o contestando la persona (religiosa o volontaria che sia) oppure contestando il Centro quando non lo stesso concetto di Carità; serie di contestazioni che comportano il rallentamento del servizio. Rallentamento del servizio che viene scientemente usato come la leva che ulteriormente deve forzare la volontà ausiliaria: religiosa o no che sia.

Nell’eccessiva misura della presenza di ausiliati (in genere sulle 5 o 6) l’eventuale negazione che ci si trova ad attuare verso il primo della fila, viene patita come potenziale esclusione anche dai seguenti. I seguenti, allora, onde non sentirsi in quello stato di ipotizzato abbandono (la negazione) fortificano la loro volontà, manifestandola con una insistenza che può giungere a porre l’equilibrio psichico ed etico del volontario in una frustrante sofferenza. La praticano, quell’insistenza, perché ogni esclusione delle loro esigenze viene vissuta come una perdita di potere: perdita che l’arabo in particolare ma anche il cittadino dell’est, accetta solo con estrema fatica psichica. A suo sentire, infatti, è un “perdere la faccia” di fronte a testimoni della stessa e/o analoga cultura; ed è una vera e propria incertezza nella loro identità virile, pertanto, quello che i cittadini in soggetto si trovano a dover subire di fronte a dei no detti da una donna. Come evitare questa loro identitaria sofferenza, e pertanto, calmierargli l’eventuale esigenza di ripristinare la sua culturale identità, anche violentemente, indipendentemente dal come? Direi, almeno riducendogli il numero dei testimoni dell’eventuale crisi da diniego.

In pratico, cosa maggiormente otteniamo con la mediazione che propongo? Otteniamo che nel corridoio antistante il guardaroba ci siano due persone anziché le 5 o 6. La riduzione dei testimoni di una subita negazione gli riduce la possibilità di sentirsi meno potente (e quindi più povero agli occhi di assistiti suoi conterranei) perché un testimone (o due) di una invalidante negazione non ha il peso giudicante di 5 o 6. Non solo: qualora si rendesse necessario una qualsiasi variante dell’assistenza, anche l’azione ausiliaria avrà un ridotto numero di testimoni della sua “ingiustizia” verso gli altri, e quindi, al caso, la critica di uno o due soggetti, non, quella condivisa da altri 5 o 6! Un bacino d’acqua inquinata è composto da infinite gocce d’acqua inquinata. La possibilità di depurare tutta l’acqua inquinata di un bacino è certamente fuori delle nostre possibilità (o quanto meno dalle mie) tuttavia, dal momento che non è scritto da nessuna parte quale sia la goccia che ha colmato il bacino, dove è scritto che depurare poche gocce è meno fondamentale che depurarle tutte?

 Lettera datata. Rivista nell’Aprile 2020 (almeno una decina di anni dopo) non ha meritato alcuna modifica.

Direzione Immigrazione Stranieri. c/o Regione Veneto

Non tutte le Associazioni possono permettersi un retribuito Mediatore culturale, ma tutte le Associazioni che operano con l’emigrante dovrebbero esser messe in grado di potersene servire. Fra gli assistiti da Associazioni economicamente povere ci sono dei naturali mediatori: lo sono per capacità di lingua, per la capacità di condividere il pensiero della data Associazione, e, non di meno, per la volontà e la capacità di collocarsi a servizio di conterranei. In un mondo, dove un’insufficiente economia globale sta sempre di più alimentando delle innumerevoli guerre fra poveri, la generale necessità di servirsi di quelle figure sarà sempre più necessaria; è fra i poveri e gli abbandonati, infatti, che organizzazioni avverse alla vita trovano vario genere di latenti oppositori ideologici, e/o dei delinquenti per sopravvivenza quando non per animo. In verità, una minoranza, i delinquenti per animo, tuttavia, chi può dire cosa può far fare o non far fare una disperazione, che la mia presenza fra emigranti senza arte e ne parte non vede così tanto lontano? Accanto alla categoria professionale dei Mediatori culturali, quindi, proporrei di ufficializzare quella dei Mediatori culturali volontari. Fra i Mediatori culturali che volontaristicamente possono offrirsi alle Associazioni, gli economicamente indipendenti sono pochi, temo. Come facilitare le necessità sociali che una Associazione porta avanti, con la possibilità di servirsi di operatori volontari ma, al caso, anche in precarie situazioni? Suggerirei, per mezzo, di un riconoscimento economico. C’è indubbia contraddizione fra volontariato e retribuzione in quanto mi permetto di porre all’attenzione di questo Ufficio. Non escludo di poterla sostenere lo stesso come se non ci fosse, perché la presente situazione (Società ed Emigrazione) è una domanda “che necessita di molti generi di risposta”.

Nella mia opera ausiliaria presso il Centro, vengo coinvolto da richieste di aiuto, che nella risposta che devo mi trovano non poco impotente. Gente che domanda lavoro e che non sa una parola di italiano, ad esempio; e ne stanno arrivando ancora. Sono persone, incantate, sia dalla nostra “ricchezza”, sia da conterranei che usano quell’incanto come fonte di guadagni che ricavano “aiutando” l’inserimento dei connazionali che inducono ad emigrare in Italia. Quando mai troverà lavoro quella gente, (provvista di un iniziale capitale ma sprovveduta in tutto il resto ) se non, ben che gli vada, da sfruttati, non solo da chi li ha fatti venire? La necessità di un eventuale rientro, allora, a maggior ragione non può non far ricorrere all’opera ausiliaria del Mediatore connazionale: professionale, o povero fra poveri che sia. Se presentata solo da referenti italiani, infatti, rischia di non essere capita, e/o interpretata come un razziale modo di proporsi a livello personale, e/o di proporre l’opzione del rientro. Porgo i miei più distinti saluti nella speranza che l’idea che suggerisco non sia distante dagli intenti di questo Ufficio.

Lo scrivente è Volontario presso un riconosciuto Centro Assistenziale di Verona, ma presenta questa lettera a titolo personale.

Lettera datata

La Carità è una strada dritta? In teoria.

In assenza del Segretario sono stato incaricato dallo stesso a sostituirlo. Pertanto, di valutare i casi non previsti e di decidere in proposito su quanto organizzato in accordo con i Gestori della Donazione alimentare. La funzione, tutt’altro che semplice, necessariamente coinvolge la mia visione ideologica sulla Carità, ed i miei sentimenti verso i poveri. Concepisco la Carità, sulla base di ciò che è più evidentemente giusto, non su quello che fa sentire bene il  dato Volontario. Sapere ciò che è più evidentemente giusto nell’ambito di storie e necessità nelle quali non si può o non si sa distinguere l’effettivo bisognoso dal mestierante, è tutto un bel dire ed è tutto un bel fare! Al che, o si agisce all’interno di quanto organizzato, o la Carità che si gestisce, finisce per essere gestita da chi la sa raccontare meglio fra i richiedenti, oppure, finisce per essere gestita, non dai soli incaricati, ma da Referenti che di volta in volta si fanno convincere da dati casi e/o persone. Se mi capita di dover negare una donazione, quindi, non lo faccio perché contrario allo spirito vincenziano, ma per non sconbussolare una organizzazione, che ha concesso a questo Centro di escludere quanti ci provavano pur non avendo un effettivo bisogno; sia pure ad occhio, direi non meno del 50%. Giusto per fare un ultimo esempio, questa mattina, dopo aver dovuto dire di no ad una persona, una Ausiliaria (me contrario ma approvata dalla vicepresidente) si è permessa di dare una donazione ad una persona, nello stesso bisogno della precedente che avevo escluso. Quello che può sembrare una carità, in casi come questo, altro non diventa che manifestazioni di un personale potere, altro non diventa che il far capire ad un dato bisognoso, che se parla con un Referente ottiene, mentre se parla con un volontario, no! Mi domando e domando: quanto si può parlare di carità dove si favorisce qualcuno umiliando qualcuno? La vicepresidente sostiene che bisogna saper fare delle eccezioni. A fronte dell’impossibilità di verificare quanta verità vi è in quelle eccezioni, ciò che ne risulta non è carità (sempre a mio vedere) ma una personale concezione, o della carità o sul dato caso. Una personale concezione sulla carità è più che legittima se privata, ma erronea se agita all’interno di una organizzazione. A mio vedere, e non di meno ad un mio spirituale sentire, quindi, una carità svolta nei termini di una decisione non collettivamente concordata dai responsabili, diventa una caritatevole preferenza personale; ciò, può anche far sentire più buono il dato Referente, ma, sempre a mio vedere, non rende giusta la carità; e se c’è una cosa che non sopporto, è quella di sentirmi ingiusto sia pure verso un fin di bene, (a giudizio altro) che non sempre è un fin di vero a giudizio mio. Per quanto mi riguarda, tutti i poveri sono eguali, e gravemente uguali le loro necessità. Per quanto mi riguarda, io non sono “un uomo per tutte le stagioni”, e pur sapendo curvare, cioè, far eccezzioni, lo faccio se la strada è evidentemente curva, non, sterzando dove non vedo curve. La mia caritatevole preferenza, è principalmente diretta verso questo Centro, non, verso un qualsiasi ausiliato da questo Centro, tuttavia, come ripeto, non esclude delle variabili, che comunque dovrebbero essere organizzate come le non variabili. Anche giustamente, la signora N. mi dice che sono casi conosciuti da anni. Vero, però, non li conosco io; vero, però, neanche la generalità dei bisognosi presenti in sala e che vedono dei diversi comportamenti, conosce i casi conosciuti dalla signora N.. Dubito, fortemente dubito quindi, che un dato bisognoso si senta trattato secondo giustizia quando vede che ad altri si da, mentre a lui/lei, no! Questo e solamente questo, è il motivo della mia contrarietà a questo genere di personalistico operare, e che può comportare la mia rinuncia all’incarico ogni qual volta non è presente il Segretario. Propongo alla Presidenza una possibile soluzione. Gli Ausiliari (o la Presidenza) che raccolgono le istanze non concordate in precedenza o comunque “straordinarie”, dovrebbero compilare la scheda del dato bisognoso, motivando l’occasionale richiesta, ed al caso, chiedendo al Segretario, o alla Presidenza, di renderla e/o di confermarla continuativa. A fronte di quella scheda, non avrò obiezioni di sorta, e se mai ci saranno, sarà il Segretario che le discuterà con quanti in interesse, non io, che subendo delle personalistiche interferenze nel mio operato, (“motivate” o no che siano) mi vedo lacerato da negative tensioni.

Volontariato

Squilibri e/o squilibrati di vario genere a parte, non credo che l’avversione verso una data umanità sia prevalente nell’italiano. Non prevalente ma indubbiamente presente, invece, l’avversione verso alterne forme culturali e/o di vita, indubbiamente motivata dalla nostra ignoranza sugli usi e costumi di popoli da noi emigrati. Motivata anche, però, dall’ignoranza in cui ci lasciano gli emigranti fra di noi. Ulteriormente motivata, la nostra ignoranza, anche da un isolamento, che se da un lato è necessario all’emigrante per preservare la sua identità di origine, dall’altro lo rinchiude in un errore perché contribuisce a mantenere la separazione fra umanità, e quindi, il proseguo della reciproca avversione che chiamiamo razzismo, che chiamiamo xenofobia; razzismo e xenofobia, che se infettano la mente italiana, non di meno (amara constatazione) infettano la mente straniera, rendendo l’infezione sempre più reciproca.

Tanto quanto l’emigrante sa rendersi in comune con il paese e la cultura che l’ospita, e tanto quanto contribuirà alla cessazione del razzismo e della xenofobia, non solo nella mente italiana, (come sostengo) ma anche nella sua, che vedendosi rifiutata, a sua difesa reagisce con razzismo e xenofobia.

L’emigrazione non può essere composta solamente da un trasferimento di una volontà di lavoro e di guadagno da un paese ad un altro, ma anche dall’interiore trasferimento di una volontà di vita da rendere comune cultura, comune paese. Se noi, Paesi ospitanti, abbiamo il dovere di pulire la nostra mente da multi motivate avversioni verso le culture altre, non di meno l’emigrante deve farsi carico del dovere di aiutarci (e non per ultimo, di aiutarsi) a pulire la nostra mente da quegli ostracismi. E’ un dovere, questo, che non può essere solamente delegato ai Centri ausiliari l’emigrazione e/o al Volontario; è un dovere che l’emigrante deve affrontare, anche semplicemente adeguando i suoi quotidiani bisogni e il suo quotidiano vissuto, ai quotidiani bisogni e ai quotidiani vissuti in cui si trova a convivere, e/o a lavorare. Lo deve fare per il suo presente, e non di meno per il futuro dei suoi figli; ed è al futuro dei figli degli emigranti che in questo momento penso, e che più pesantemente mi preoccupa. Chi ausilia l’emigrante (Centro o Volontario che sia) è come un medico. Capita ai Centri di Volontariato e/o ai Volontari, di non poter far nulla per una data situazione, così come i medici si ritrovano a non poter far nulla verso una data malattia, o verso il dato malato. Come un medico in inguaribili realtà subisce dei grossi moti di una impotenza che rischia di essere vissuta come un personale fallimento, così, anche il Centro assistenziale, così, anche il Volontario. E’ tutto fuorché facile dire di no ad un bisognoso; e se un no può essere talmente pesante da porre in sofferenza l’esistere di un emigrante, non di meno pone in sofferenza, quel no, l’esistere del Centro e/o di un Volontario. Sappia e ricordi, l’Emigrante, che un Centro assistenziale e/o un Volontario non è uno stipendiato passacarte, e buona notte al secchio se non ci riesce! Sappia e ricordi, l’Emigrante, che, con le carte che necessariamente passiamo, c’è il nostro amore per la vita, e non di meno, per la sua.

Immigrato e lavoro

C’è speranza di lavoro per l’immigrato? Dal mio “osservatorio”: casuale, da sfruttato, pressoché zero!

Al Centro Vincenziano dove opero si rivolgono immigrati di bassa professionalità: generici di cucina; improvvisati anche se volenterosi badanti; manovalanza edile; domestiche che trovano nel loro matrimonio con l’unica referenza di lavoro; giardinieri di nome ma non di fatto; operai per l’agricultura con mera capacità di braccia, e  via – via elencando. L’italiano che conoscono, il più delle volte è di livello “Io Tarzan, tu Jane”.

Avendo esaurito sia i voti che i santi canonici, oggi, decido di appellarmi a Santa Rete. A chiamata risponde:

Confagricultura di Verona: centro per pratiche di vario genere ma non referente di eventuale domanda di un dato agricoltore se non da questo nominalmente richiesto con apposito contratto;

Acli: idem.

Associazione Coldiretti: idem.

Telefono anche ad una Associazione Produttori Ortofrutticoli, ma vengo a sapere che questa (ed altre di similari nel genere) sono delle Cooperative composte da soci. Molto probabilemnte trovano operai fra gli stessi soci, quindi, niente da fare anche lì.

Ma, questi benedetti agricoltori, dove si procurano gli operai? E se non c’è niente da fare per i disoccupati disponibili per quel lavoro e già presenti nel territorio, da dova mai salta fuori la necessità delle migliaia di nuovi immigrati per l’agricultura previsti per il Flusso bis?!

Sono più che disposto ad ammettere di non capirci niente in faccende del genere, tuttavia, più di un qualcosa mi sfugge! Tanto più, che a dire delle Referente dell’ufficio Impiego di Verona, c’è un calo delle richieste di lavoro che tocca il 50%!

A proposito di richieste di lavoro ve ne racconto una. Sito nei pressi del Lago di Garda, l’Ufficio del lavoro di quella zona chiede un facchino! Ullallaà, mi dico! Finalmente un lavoro! Ebbene, lo voleva in mobilità (e passi) ma con conoscenza di tedesco e inglese! Evidentemente, la Ditta richiedente non ha avuto la faccia di vedere se c’era un laureato in lingue disposto a fare il facchino!!

Avrei detto sparito, il facchinaggio, vista la totale assenza di inserzioni per quel genere di richiesta. Mica vero che è sparita: si è sommersa! Dove? Nel caporalato. Di fatto, l’immigrato che arriva a conquistarsi la fiducia della Cooperativa e/o del Direttore del magazzino, e/o del Capo cantiere chiama i suoi amici. Li chiama per generosità di cuore?! Si, buona notte!!

Analoga voglia di caporalato anche nell’emigrante srilanchese, il quale srilankese sistemato, giunge anche a dedicarsi all’induzione all’emigrazione di sprovveduti che si indebitano anche vendendo la casa pur di mettere piede in questo Paese degli Allocchi: vuoi allocchi italiani se a livello politico, o vuoi allocchi emigranti se a livello speranza.

La Legge dovrebbe punire chi induce all’emigrazione fraudolenta, così come punisce chi induce alla prostituzione; e dovrebbe concedere lavoro e permesso di soggiorno a chi denuncia l’induttore, ma, il mio problema non è questo! Il mio problema è, domani, cosa dico all’emigrante che viene a cercare lavoro?

E che “anestesie” posso usare per dire all’emigrante che abbiamo toccato il fondo di un barile dove c’è rimasto ben poco da raschiare?

Immigrazione in Regione

In oggetto: contro il delinquenziale favoreggiamento dell’immigrazione da parte di datori di lavoro italiani e/o stranieri e personale considerazione sui Decreti flussi.

Nella mia associativa e personale esperienza ho ricevuto richieste di aiuto da non pochi immigrati, che sedotti da immagini di ricchezza e possibilità lavorativa sono giunti a pagare somme da capogiro pur di poter venire in questo paese. Mediatori fraudolenti della speranza di un miglior vivere, sono stati, e tuttora continuano ad essere, dei datori di lavoro italiani ma anche dei datori di lavoro di origine extra nazionale. A questi, si possono aggiungere tutti quegli “amici”, che, promettendo inserimento e lavoro, li inducono ad emigrare. Direi quasi ovviamente, ma le promesse di inserimento e di lavoro spariscono man mano spariscono i risparmi dell’incauto emigrante che si è fatto incantare. Mi rendo conto che per questi casi il suo Ufficio non può nulla. Al più, lo potrebbero le Regioni con apposite campagne alla fonte.

Se la delinquenziale situazione che denuncio tutt’ora prosegue ne ricavo che nel percorso “Ditte costituite da italiani, o Ditte costituite da immigranti”, c’è più di una falla.

Ai controlli attuali, quindi, voglia accogliere (e se possibile, attuare) anche i seguenti:

*) le ditte che chiedono il nullaosta che autorizza il visto d’ingresso in Italia, devrebbero dimostrare all’Ufficio dell’impiego (e/o ad attinente ufficio) l’effettiva necessità dell’operaio richiesto: non verrà accolta la domanda se non lo possono.
*) l’operaio richiesto deve dimostrare (per titoli di scuola professionale, e/o accertabili referenze) di essere in grado di svolgere l’attività richiesta dalla Ditta assuntrice;
*) qualsiasi sia la forma costituente, le Ditte che chiedono il nulla osta alla Prefettura, devono dimostrare di aver pagato l’aliquota Iva e quanto dovuto all’Inps da almeno 5 anni;
*) le Ditte devono garantire un alloggio dignitoso ma, non nella stessa abitazione del Titolare; devono dimostrare quanto richiesto con il debito contratto d’affitto e/o atto di proprietà dell’alloggio contrattualmente concesso all’operaio in richiesta;
*) indipendentemente dai motivi, qualora avvenga cessazione del rapporto fra l’operaio con garanzia d’alloggio, e la Ditta tenuta ad alloggiare l’operaio, quest’ultima, comunque deve garantire alle (predette condizioni) almeno un semestre d’alloggio all’operaio licenziato.

Indipendentemente dai mondi culturali di provenienza, la povertà ha le stesse regole e le stesse finali condizioni, cosi’, la fuoriuscita dal mercato del lavoro non può non anticipare quella sociale. Un Decreto flussi che non tiene conto di questa realtà, altro non fa che sommergere i presenti difficoltati che sono, con i difficoltati che inevitabilmente saranno. A mio vedere, quindi, riserverei a immigrati già presenti nel territorio, almeno una percentuale del 50% dei flussi in futuro ordinamento. Nel rendermi conto che quanto le segnalo potrebbe non essere sfuggito alla sua attenzione, le porgo i miei più distinti saluti.

Lavoro: Congresso della Regione. Intervento che avrei voluto fare.

Credo sia noto in tutto il mondo il proverbio che dice: tempo, mati e siori, i fa (e i dixe) quelo che i vole lori. Ebbene, mi si conceda la patente di follia, ma mi si faccia dire quello che penso. La presente situazione economica (non solo italiana come sappiamo tutti) è una sorta di sabbia mobile. Qualsiasi progetto che vi si costruisca sopra, pertanto, è destinato ad affondare in qualche sua parte. Non per questo il dato progetto non possiederà il senso di “abitazione”, ma per questo non possiederà il senso di “abitabilità”. Quanto è giusto costruir progetti sulla sabbia mobile che è il presente momento economico? A mio vedere, poco o niente, dal momento che la “sabbia”, può reggere solamente delle “tende”, o con altre parole, dei più leggeri “ricoveri”. Per ricoveri leggeri, intenderei delle forme contrattuali di provvisoria sussistenza, come di provvisoria sussistenza sono le tende che erigiamo nei casi di calamità naturale; contratti leggeri come tende per provvisorio riparo, quindi, anche per la corrente calamità economica provocata dal generale arresto del Mercato. Se non vado errando, all’inizio della crisi gli Industriali hanno avuto aiuti dallo Stato. Sarò anche matto, ma, mi sono chiesto: se è il consumo di merci che fa il guadagno del produttore di merci, gli aiuti dello Stato andrebbero concessi ai consumatori di merci, non, ai produttori di merci! Oppure, al caso, concessi ad ambedue, facendo in modo che al produttore di merci sia minore il costo operaio. Bravo, matto, mi si dirà: e chi te lo mantiene, l’Inps e/o l’Assistenza sanitaria? A mio vedere, te li mantiene lo Stato concedendo ad Inps e Assistenza, quello che ha concesso e/o deve concedere all’industriale. Bravo mato, ma, da dove li ricava lo stato quei soldi? Li ricava dalle tasse degli operai (come ha sempre fatto) e dalle tasse dei Produttori di lavoro come non sempre è riuscito a fare. Li ricava, inoltre, dall’economia che ottiene risparmiando sulle forme di assistenza che ora deve concedere a fronte delle disastranti disoccupazioni che ci sono. Attuabili o meno che siano queste follie, sono alleggerimento del vigente Contratto nazionale sul lavoro, che comporta l’alleggerimento del costo operaio, però, non ancora duttile quanto basta, a mio vedere. La giusta regolarizzazione dell’operaio, e la necessaria fiscalizzazione dei guadagni ha fatto sparire una moltitudine di lavoretti in nero. L’intenzione era certamente buona, ma, direi, non il risultato; o non in tutti i casi. Non è stata buona idea, infatti, per la casalinga (italiana o emigrante che sia) che  poteva permettere alla famiglia almeno la spesa settimanale;

non è stata utile per la studentessa che poteva fare la baby sitter e così, pesare meno sulla famiglia;

non si è rivelato utile per lo sterminio di cinquantenni badanti (in genere immigrati) che a maggior costo perché con pieni diritti si ritroveranno sotto i ponti italiani, visto che al paese di origine non so quanto potranno stare sotto i loro.

Mi si creda: tutto vorrei fuorché dar l’idea di togliere diritti in cambio di pane senza companatico! Vorrei, invece, che riuscissimo a far ricorso a maggior dosi di intelligenza, visto che, l’intelligenza, è detta anche dalla capacità di aderire alla realtà.

 

Ascoltami, Maria.

Anche il cuore della carità ha due ventricoli: quello dell’accoglienza che è della Donna, e quello della determinazione che è dell’Uomo. Quello dell’accoglienza l’hanno agito le due Volontarie che ti hanno ascoltato. Non ti ho detto il mio, perchè, ho sentito che avevi più bisogno di essere accolta, che determinata. Lascio la mia voce, allora, in questo scritto. A me, emozione maschile della vita, sei apparsa come un albero; forte ma con i rami portanti, pieni di rami collaterali. L’alimentazione dei rami collaterali sta togliendo vita ai rami portanti; questo, anche perché le tue radici non sono economicamente profonde.

Per l’insieme di queste cause, tutto il tuo albero (cioè, tutto te stessa) vacilla sino ad un possibile crollo: crollo che la tua evidente disperazione sente molto vicino. Che fare? Due le azioni. In primo, la tua presa in carico dalle Volontarie e/o dal Centro, ed in secondo, tagliare i rami inutili. L’operazione di potatura, però, non può essere fatta dalle Ausiliare e/o dal Centro: solo tu la puoi fare. La dove senti di non poter tagliare i rami inutili dalla tua vita, devi fare in modo di poterli potare dalla tua mente, e dove è necessario alla tua sopravvivenza, anche dal tuo cuore.

Potare i rami superflui dalla tua vita, e/o dalla tua mente, e/o dal tuo cuore è operazione indubbiamente dolorosa, come è doloroso dover tagliare un arto, ma, se è in cancrena, che altra scelta ti rimane se non c’è altro modo per preservare la salute e la potenza nel resto del corpo? Potare i rami dalla mente, è anche un togliere delle erronee idee dai pensieri. Ad esempio: ci hai detto che tua figlia (in accertamento di autismo) ti schiaffeggia, ti graffia, ti percuote. Da come ne parlavi, si capiva la tua sofferenza di madre che per quelle azioni si sente rifiutata dalla figlia. Sbagli, Maria.

Una bambina in sospetto di autismo non vede la madre; vede e sente, invece, una entità che non conosce, e che pertanto la spaventa; le sue sconvulse reazioni, pertanto, sono solamente il frutto di una disperata difesa; è il mondo che non conosce che sta allontanando da sé, non, la madre. Capisci la differenza? Capirlo è importantissimo! Capirlo, significa che puoi cercare il modo migliore per avvicinarti senza spaventarla; capirlo, significa accettare di essere allontanata come strumento di cura, non, come strumento di vita che è una madre. Converrai che non è la stessa cosa!

Non si sa perché ma la musica di Mozart risulta variamente curativa per le personalità autistiche. Fagliela ascoltare. Non che ti risolva il caso, ma, se anche servisse solamente a tranquillizzarla, avresti una figlia meno chimicamente sedata, e, quindi, come tanto desideri, più presente a sé stessa e a te. Fagliela ascoltare a basso volume; quella musica non deve coprire le emozioni di tua figlia: le deve solamente accompagnare. Deve essere accattivante sussurro, non, gridata parola. Se non hai della musica di Mozart fammelo sapere. Dovrei avere qualche Cd.

Accademia Vita

Ignoro se nel frattempo si sia capito perché il tossicodipendente vuole tutto e subito perché manco dalla piazza da parecchio. Nell’ipotesi non sia stato compreso, suggerisco questa interpretazione. Il tossicodipendente vuole tutto e subito, perché ragiona secondo forza e, la forza, non ha il senso del tempo, ma quello dei suoi stati, quindi, la forza è lo stato del subito, mentre lo stato del dopo viene sentita come una debolezza. Se non si crede a me, si provi a sollevare un peso, il che vuol dire, a raggiungere una meta. Se lo si solleva subito, (meta raggiunta) si è forti. Se lo si solleva con difficoltà, (o per difficoltà), si è deboli. Nel caso lo si sollevi a tempo, subentra una crisi: ce la farò, o non ce la faro? Il che vuol dire: avrò, o non avrò? Sarò, o non sarò? Il Tossicodipendente non accetta crisi. Per farlo dovrebbe convertire, (per elaborazione da mediazione), il suo indirizzo psichico. Non lo può fare per due prevalenti idee di forza: quella dell’idea di sé come forza, e quella della droga: sostanza che afferma l’idea, coprendo chimicamente e consolando psichicamente i dubbi sulla soggettiva forza. Per questo la roba è “madre”. E’ donna, invece, perché accoglie il “tossico” in un assoluto abbraccio. “Puttana”, invece, lo diventa tanto quanto, (o quando), quell’abbraccio si rivela di scadente presa, oppure, tanto quanto, (o quando), i costi si rivelano sempre più onerosi, e, le conseguenze, sempre più pesanti. Il fatto che la droga distrugga un vivere, è un concetto culturale, quindi, in sottordine come la ragione rispetto alla passione: altro concetto che appartiene alla vitalità. Quale considerazioni trarre da tutto questo? Non lo si chieda a me. Non sono mica un professore americano! Da lavapiatti italiano, ho solamente notato che nei tossicodipendenti, la vitalità fisica è preponderante rispetto alla vita culturale a – specifica, quindi, non ho potuto non trarre che una considerazione: l’indirizzo esistenziale della loro Cultura, è determinato dalla loro Natura, pertanto, elaborando e fortificando la loro Natura, si dovrebbe metterli nella condizione di aver di che paritariamente relazionare, vuoi con altra Cultura, (personale e/o sociale), vuoi con altra Natura. In soldoni: fortificando l’amor proprio con forti dosaggi di coscienza sulla forza fisica si potrebbe dar di che contrastare i dubbi sulla forza dell’identità individuale – sociale, o, quanto meno, dar di che compensare la sofferenza psichica conseguente ad un disadattamento di non semplice o complessa individuazione. Se le parlo di forza ma non di spirito è perché fra i dottori non si usa. Come non la trattengo più sullo spirito, mi auguro che gli psicologi non la trattengano più con discorsi sulla mente: continuano a sbagliare muscolo! Tanto più, se extra Comunitario. Intanto che vai… meditando sull’antefatto, ti mando sta “roba”. Quando la smetterò di avere visioni che non so da che parte realizzare?! Comunque sia, se questa idea ti pare più di la che di qua, fammi il favore di dirmelo. Ho scelto “Vita” come nome dell’Accademia, perché la globale materia di studio sarà la vita. L’uccello che ti spaccio come Gru, potrebbe essere un Airone, o chissà quale altro volatile. Ai dettagli ci penserò quando mi dirai se ne vale la pena. Valendone la pena, fammi le tue domande e avrai le mie risposte. Stammi bene.

Secondo me

Secondo me questo progetto è incompleto perché è come un appartamento semi arredato: se ti interessa abitarlo, è chiaro che dovrai arredarlo secondo te. Avendone l’intenzione, basterà porre in relazione la scienza, (tua), con la poetica: mia.

Ho saputo

Ho saputo che l’uso terapeutico della ginnastica è comune in molte comunità, ma non so quali significati danno a cotanto sudare. Per poter affermar Narciso? Prima, durante, o dopo averlo colto sul fatto, o meglio, sul fattaccio? L’idea de sto’ ambaradam potrebbe non essere nuova. Tutt’al più, potrebbe può esserlo il modo, se finalizzato a nuovo fine. Uso il dubitativo “potrebbe”, perché non è la prima volta che invento l’ombrello. A proposito di ombrello! C’è qualche altro insegnamento per il detenuto oltre a quello che da la stessa galera? Ebbene, pur con tutte le sue ignoranze, questo progetto ha di che diventare una scuola alternativa a quella. Se proprio inefficace come scuola, può essere pur sempre un più fruttuoso contenimento; se non altro, perché diversamente motivante.

n.d.a. Lettera rivista non so quanto tempo dopo aver spedito l’originale alla debita “meditazione” del referente in indirizzo.

Gli scopi dell’Accademia

L’Accademia Vita si propone lo scopo di porre la Persona di fronte a sé stessa. Non tanto secondo coscienza, (buco nero e/o pozzo senza fondo) ma secondo il grado della sua forza. Con altre parole: nella forza naturale, è ciò che il suo Corpo può; nella forza emozionale è ciò che il suo Spirito sente; nella forza Culturale è ciò che sa perché può e sente.

L’immagine

Per  confermare di maggior segno il Corsista e il grado del Corso ho sentito il bisogno di avere un’immagine carismatica consona all’Accademia e alle sue intenzioni. Ho scelto l’immagine della Gru

La Gru è il simbolo di chi reca i valori della vita perché é considerata la

“Cavalcatura degli Immortali”

Sono immortali principi:

il Bene per la Natura

atrinita

il Vero per la Cultura                                      il Giusto per lo Spirito

 Il Contratto

Fra il signor T. C. Sempronio e l’Accademia Vita si stipula quanto segue…

Premesso che l’Accademia Vita si prefigge lo scopo di porre la Persona di fronte a sé stessa;

Premessi i mezzi che si riveleranno più idonei;

Premesso l’accettazione del dolore come via della verifica di sé;

Premesso che la somministrazione della fatica fisica e del dolore culturale hanno il solo scopo di permettere una più ampia visione di sé;

Premesso che l’Accademia agisce per amore della Persona anche quando sembra disprezzare la sua vita,

Punto Primo

Il Corsista delega all’Accademia il compito di dirigere la sua Persona.

Punto Secondo

Il Corsista accetterà la direzione dell’Accademia e/o dei suoi Delegati anche quando il fine non gli risulta immediatamente chiaro.

Punto Terzo

Il Punto Secondo implica che il Corsista debba essere prono nei confronti di ogni arbitrio, bensì, implica che il Corsista debba accettare la Ragione dell’Accademia, con fiducia.

Punto Quarto

La fiducia che l’Accademia e/o i suoi Delegati chiedono al Corsista è la stessa che un Minore ha verso un Maggiore, che un Alunno ha verso un Maestro, che un Figlio ha verso il Padre.

Punto Quinto

Onde essere il Maggiore che è, il Maestro di sé, e il Padre della vita che sarà, il Corsista deve tornare bambino.

Punto Sesto

Il Corsista che non troverà in sé questa forza, vanificherà le intenzioni di questa Scuola. In tale accadimento, il Corsista deciderà con l’Accademia sulle misure da prendere.

Punto Settimo

Per quanto letto e accettato, il Corsista si atterrà a quanto d’altro gli verrà comunicato.

 Sul tipo di istruzione

Per giungere al fine di porre una vita di fronte a sé stessa, l’Accademia si avvarrà di tre convergenti vie: La Naturale, la Culturale, la Spirituale. La via Naturale comprenderà un attività fisica non esente da considerazioni culturali, psicologiche, e quanto di necessario si rivelasse; la via Culturale comprenderà tutto ciò che favorirà il rapporto di collocamento della storia personale nella storia collettiva; la via spirituale comprenderà le tecniche e le filosofie che educano il soggetto all’ascolto del sé: corrispondente unione fra la forza della vitalità naturale e della vita culturale.

Linee guida in ordine sparso

Nella scuola dell’Accademia, l’essere deve essere dedotto dal fare. Allo scopo: analisi psicologica dei gesti, dei comportamenti, delle dinamiche singole e di gruppo, e quanto al fine. Per vedere se è fatto di mattoni o di pietra, il Corsista deve accettare di essere come un muro da scalcinare. Per quello scopo, i Corsisti devono sapere, da subito, che saranno provati fisicamente, e psicologicamente e culturalmente destrutturati. L’operazione della generale destrutturazione non deve recare dolore. Se motiverà della violenza, ciò vorrà dire che si starà destrutturando il Corsista oltre il suo limite di tolleranza. L’eventuale violenza non segnerà un errore del Corsista ma un errore del Consigliere che opera su quella vita. Qualora ci si trovi nella impossibilità di non recare dolore, sarà indispensabile premettere l’eventuale accadimento, onde dirigere le tensioni verso il fine che ci si prefigge: abbattere, ma, per ricostruire! Sarà necessario un Regolamento e un Manuale di Addestramento. L’Accademia si propone per bando. L’Ingresso andrà richiesto al “Consiglio di Auto – Recupero. Il Consiglio è la Commissione che valuta la richiesta come il Richiedente. Il suo giudizio è insindacabile. La Commissione sarà composta da i tre generi di Istruttore. Nelle Accademie militati ci si prefigge lo scopo di rendere corpo collettivo il corpo individuale. Nell’Accademia Vita, invece, dal corpo collettivo (il normale – convenzionale) si deve ricavare l’individuale. Il fondamentale compito dell’Istruttore, quindi, sarà quello di evidenziare la diversità, in quanto valore dell’unicità. Allo scopo: maieutica, maieutica, maieutica!

Il silenzio

Il silenzio è l’officina dove la mente lavora; è  la stanza dove riposa; è il luogo dove risiede.

Alla disciplina del corpo dovrà essere insegnata e applicata la disciplina del silenzio. La disciplina del silenzio, allenerà, il Corsista, a contenere le sue voci, le sue emozioni. Tanto più il Corsista imparerà a contenere le sue voci, e tanto più potrà contenere “la voce”: l’emozione che l’ha condotto alla “roba”: sia come sostanza che come stile di vita. In una vita comunitaria non è semplice trovare la stanza dove stare solamente con sé stessi. A questo scopo, il silenzio può diventare la stanza della personale privacy. Come sapere se il Corsista è in quella stanza, o non lo è? A mio avviso lo si può sapere se si da modo al Corsista di segnalarlo.

Ad esempio:

rosso

Divieto di parola stabilito dall’Accademia, o scelto dal Corsista;

giallo

Permesso di parola su necessità, stabilito dall’Accademia, o scelto dal Corsista;

verde

Libertà di parola concessa dall’Accademia o scelta dal Corsista. Onde favorire la costituzione della personale “stanza del silenzio”, il Corsista dovrà essere addestrato, non alla meditazione (pur sempre voce) ma all’assenza della meditazione, cioè, al vuoto mentale che è dato dall’assenza di ogni voce. E’ meno difficile di quello che si crede.

Accademia e Società

Accademia – Corsista – Manifestazioni – e/o necessità Sociali. Da porre in visibile e multifunzionale relazione. Gli interventi coordinati con la Protezione Civile, la Croce Rossa, e/o quanto di paritari significati non solo sono altre scuole pedagogiche ma anche ap – paganti capitali che compensano e provano i valori in acquisizione.

 Sull’Accademia

Hai presente l’Accademia militare? Togli il militare ma lascia disciplina e addestramento fisico. Con quelli, un piano di cultura specifica o generale secondo il caso.

Identità dell’Accademia e del Corsista

L’Accademia e il Corsista sono quello che sono: non senza definizione, non fuori da ogni definizione: vita per definizione.

Regolamento

1°)

2°)
3°)
4°) …

I gradi del corso e del corsista

1grado

secondo grado

terzo grado

quarto grado

quinto grado

Sul tipo di Istruttore

In primo: il Consigliere che sa essere padre, (spirito determinante), ma non sa essere madre (spirito accogliente) è operatore non adatto all’Accademia Vita.

Ai tre tipi di insegnamento devono corrispondere i tre tipi di istruttori:

addestratore fisico con esperienza militare o paramilitare, o comunque fortemente sportiva;

addestratore culturale: insegnante con preparazione umanistico – filosofica;

addestratore mentale: psicologo capace di interpretare i simboli e le dinamiche che sono negli atti della preparazione fisica, quanto i simboli e le dinamiche che sorgono e/o si attuano nelle manifestazioni del fare.

Nello svolgimento del compito consigliare, l’istruttore non deve mai dimenticare di essere “Accademia”, quindi, non artefice di educazione ma strumento. Ciò gli eviterà ogni personalizzazione e, quindi, il rifiuto della sua persona. L’Istruttore, inoltre, non deve dimenticare che è pagato e appagato per un compito, non, per un cottimo. Ciò per dire che deve produrre vita, non, merci.

L’opera di destrutturazione di una identità, (spoliazione naturale, per conversione culturale e spirituale), è un’azione comunque dolorosa. Contro quel necessario dolore vi è è un solo anestetico: la con – passione.

Per con – passione non si intende un atteggiamento pietistico più o meno cristiano e/o più o meno religioso, ma la sentimentale con – divisione, dell’esperienza che tutti abbiamo provato: la fatica di crescere.

Nel ricordo di quella fatica accomunati, nessuno può dirsi più capace di altri, tutt’al più, di averla superata, in senso cronologico, prima di altri. Il ricordo di quella fatica è il peso che bilancia il piatto che porta l’orgoglio di aver superato quella fatica. A questo punto, la com – passione che si chiede al Consigliere, altro non è che una disponibilità di spirito verso la giustizia.

 Divisa: abito esteriore che coadiuva l’abito mentale.

Come divisa di ordinanza vedrei bene quella dell’aviazione. Sopratutto per il colore. Su quella base, se il colore fosse più intenso, tanto meglio. Nella divisa di ordinanza che in quella fuori ordinanza, il cappello dovrebbe essere a “bustina”. Per le manifestazioni ufficiali e/o di gala, non vedrei male un mantello del colore della divisa e un cappello di quelli da matricola universitaria. La forma di quel cappello, mi ricorda il capo della Gru.

La bandiera

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Il bianco simbolizza la verità. il giallo simbolizza l’amore.

Per i significati indicati dai colori, la bandiera dice che per giungere all’amore personale e sociale, non si può non partire dalla nostra verità; punto di avvio, per quell’ulteriore e volontario viaggio che è la ricerca della vita nella Verità, quindi, bianco, giallo, bianco.

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