Diversità in_complete

Sulla difficoltà d’amare che dico nella favola fra un Tulipano ed una Farlalla, Luisa, commenta così: eppure ci deve essere una completezza che viene dalla diversità. Poco fa è venuto a trovarmi un amico. Mi racconta di essere stato, fortemente desiderato da uno sposato. Dopo che questi ha cessato di rincorrerlo, l’ha fatto lui! Per accostamento di storia, mi è venuto in mente un importante film francese. In quel film, la Bardot era rincorsa da un innamorato. Quando smette di farlo, lo fa la Bardot. Visto che non riusciva a cavar ragno dal buco, preda della gelosia, la Bardot uccide l’amante. Al processo, il Pubblico ministero si rivolge alla Bardot dicendo: questa donna ha ucciso l’amante perché non l’ha mai amato! Al che, la Bardot, replica: non è vero che non ci siamo amati! Non ci siamo amati, contemporaneamente! Quale la morale delle due storie, Luisa? Direi questa: la diversità in amare, è il momento che ci permette d’amare, con completezza, solo a momenti. Saremmo, quindi, destinati ad amare sempre incompletamente? Dipende! Se consideriamo un tutto anche le parti, certamente no!

Luglio 2007

Amare non è incatenare

Nessuno può invadere un’altra persona, a meno che non la voglia rendere suddita, usando il sentimento come ricatto. La strada dell’indipendenza è piena di questi ricatti. Dicono di essere amore, invece, sono catene! Separarsi da quelle catene, non solo è necessario ma doveroso! E’ ovvio che se i ricatti amorosi hanno la sudditanza come prezzo, altrettanto è ovvio che anche il riscatto da quei ricatti ha un costo: il dolore che è in ogni separazione. Separare come hai fatto, non significa rivoluzionare dei rapporti. Questo lo temono quelli che basano il proprio essere, detenendo la vita dell’altro. Da questi, ogni inversione di ruolo, viene vissuto come un attacco alla personalistica carica. Separarsi, invece, significa prendere atto che ogni persona è distinta da un’altra. Caso mai, dipendente, ma, non sino al punto da essere coartata, coperta, prevaricata. Nel crescere, queste separazioni sono all’ordine del giorno. Sono così comuni che (almeno nei fatti meno dolorosi) non ci facciamo più caso, pure, hanno tutte lo stesso significato: la distinzione fra sé e l’altro. Il dolore nella separazione (per la riappropriazione di sè) è importantissima componente della strutturazione del personale carattere. Il dolore, (come anche il piacere), sono due ordini pedagogici. Entro questi, il crescente si prova, si conosce, capisce quanto è in grado di sopportare (nel dolore) la mancanza del piacere. Il piacere, (essendo vita), gli dice quanto è giusta la sua rivendicazione. Il dolore, invece, gli dice quanto è sbagliata. La verità è nel mezzo fra i due maestri. E’ nell’assenza del dolore, ma non per questo, assenza di piacere. Ad ognuno la propria ricetta. Non può che essere così, se, ognuno, vuol diventare sé stesso. Un’ultima cosa. Tu sei sempre disponibile verso gli altri. Le persone disponibili sono come delle case sempre aperte. Veglia sulla tua disponibilità se non vuoi ritrovarti come una casa svuotata dagli approfittatori. Questo non significa che ti devi chiudere. Gli estremi sono sempre erronei. Significa solo che alla porta della tua casa – disponibilità, deve far la guardia la tua capacità di scelta, il tuo discernimento. Bada anche ad un altro aspetto della disponibilità. Può apparire sempre disponibile, chi ha una tal fame di vita da non porre limiti alla fame altrui. Stai attenta! Vi sono fiori che aprono al mondo la propria bellezza, ma, quel che pare generosità, altro non è che una più generale esca per la fame del fiore, non per quella di chi si serve di un fiore per soddisfare la sua fame di vita. Quindi, distingui, se soffri perché ti manca dell’amore, o se soffri perché, il tuo essere, è un’esca insufficientemente appagata.

Luglio 2006

Amare è un po’ uccidere

 ed è sempre un po’ morire

Il mezzo di bianco che mi permetto nei fine settimana mi fa scrivere delle robe, ma de che le robe! Sentire un po’ queste. Sono in pizzeria. Di fronte a me un’anziana. In gamba. Di carattere! Chissà perché le donne di carattere si ritrovano spesso con figli Finocchi (ben che vada ad ambedue) o “tossici” che peggio gli vada ad ambedue! Alla mia destra, una coppia con due bellissime bambine. Lui ha l’aria di chi è lì per dovere. Lei, forse perché non ha o teme alternative. Le bambine, riempiono i silenzi (e la loro orfanità di sostanza) giocando con i telefonini! Il tavolo fra i due sposi è largo decine di kilometri. Cari Uomini, care Donne: perdonate la predica del Finocchio, ma, se non avete ancora capito che amare è un po’ morire perché è sul vostro sacrificio che la vita pianta il suo futuro, lasciate perdere! Andate a ballare!

Ottobre 2006

Amare è anche lasciar andare

C’è del vero in quello che dici, ma non sempre il nostro vero è aiuto sufficiente. Ci sono casi (indubbiamente estremi) che sono oltre ogni possibilità di aiuto che non sia il mantenimento vegetativo. Aiutarli a vivere? Mi pare ovvio, ma, è altrettanto ovvio, quando un vivere avviene per mezzo di un corpo tranciato da ogni emozione, e quindi, ridotto ad un mero respirare, mangiare e defecare? Ecco! In quei casi, ad ogni “Welbi” il suo passo, perché, a mio avviso, amare, è anche lasciare, ad ognuno la sua via, la sua verità, la sua vita.