Ah, l’amore che cos’è!

L’amore! Se ne parla da quando abbiamo la parola. Cosa non abbiamo detto ancora! Eppure, non abbastanza se ci ritroviamo a non distinguere quando è culla e quando è carcere. Non dovrebbe essere così difficile! E’ culla quando non toglie nulla alla vita che si ama, mentre, è carcere, quando la vita “amata” si trova parassitata della sua.

apenna

E’ così chiaro! Per quali arcani lo facciamo così nero? E, per quale arcano, le due righe che dico di scrivere, diventano molte di più, mano a mano le scrivo? Ho saputo che ad un certo punto te n’eri andata. Cin, cin! Te lo meriti. Non credo ce tu l’abbia fatto per ripicca e/o per sterile contrapposizione, ma perché ti sei rifiutata di farti invadere dalla vita degli altri: padre compreso. Ben fatto! Nessuno può invadere un’altra persona, a meno che non la voglia rendere suddita, usando il sentimento come ricatto. La strada dell’indipendenza è piena di questi ricatti. Dicono di essere amore, invece, sono catene! Separarsi da quelle catene, non solo è necessario ma doveroso! E’ ovvio che se i ricatti amorosi hanno la sudditanza come prezzo, altrettanto è ovvio che anche il riscatto da quei ricatti ha un costo: il dolore che è in ogni separazione. Separare come hai fatto, non significa rivoluzionare dei rapporti. Questo lo temono quelli che basano il proprio essere, detenendo la vita dell’altro. Da questi, ogni inversione di ruolo, viene vissuto come un attacco alla personalistica carica. Separarsi, invece, significa prendere atto che ogni persona è distinta da un’altra. Caso mai, dipendente, ma, non sino al punto da essere coartata, coperta, prevaricata. Nel crescere, queste separazioni sono all’ordine del giorno. Sono così comuni che (almeno nei fatti meno dolorosi) non ci facciamo più caso, pure, hanno tutte lo stesso significato: la distinzione fra sé e l’altro. Il dolore nella separazione (appropriazione di un sé), è importantissima componente della strutturazione del personale carattere. Il dolore, (come anche il piacere), sono due ordini pedagogici. Entro questi, il crescente si prova, si conosce, capisce quanto è in grado di sopportare, (nel dolore), la mancanza del piacere. Il piacere, (essendo vita), gli dice quanto è giusta la sua rivendicazione. Il dolore, invece, gli dice quanto è sbagliata. La verità è nel mezzo fra i due maestri. Ad ognuno, poi, la propria ricetta. Non può che essere così, se, ognuno, vuol diventare sé stesso. Un’ultima cosa. Tu sei sempre disponibile verso gli altri. Le persone disponibili sono come delle case sempre aperte. Veglia sulla tua disponibilità, se non vuoi ritrovarti come una casa svuotata dagli approfittatori. Questo non significa che ti devi chiudere. Gli estremi sono sempre erronei. Significa solo che alla porta della tua casa – disponibilità, deve far la guardia la tua capacità di scelta, il tuo discernimento. Bada anche ad un altro aspetto della disponibilità. Può apparire sempre disponibile, chi ha una tal fame di vita da non porre limiti alla fame altrui. Stai attenta: vi sono fiori che aprono al mondo la propria bellezza, ma, quel che pare generosità, altro non è che una più generale esca per la fame del fiore, oltre a quella di chi si serve di un fiore per soddisfare la sua fame. Quindi, distingui, se soffri perché ti manca dell’amore, o se soffri perché il tuo essere è un’esca insufficientemente appagata.

Peccato originale o amore originale?

Quel che vedo della Genesi secondo me è questo:  Adamo viveva il luogo di Dio, ma come l’infante non conosce il padre perché non ne possiede l’idea, così, non conosceva Dio. Quando l’infante comincia a conoscere il padre? Direi che comincia a conoscerlo quando il padre lo scioglie dall’abbraccio e lo posa a terra. Nel momento stesso in cui mette il figlio nella condizione di sentire la differenza fra il prima ed il dopo, quel padre comincia a fargli sentire (e quindi capire) cos’è l’Immagine della vita, e cos’é a Sua somiglianza. Da questa Genesi (passami il taroccamento) ne concludo che al principio della vita non è successo nessun peccato originale. Sono accaduti, invece, due amori originali: quello del Padre verso la vita, e quello della vita verso sé stessa.

Quando l’amore è feudale

Succede in ambito Omo e nondimeno in quello Etero.

Nell’ambito Omosessuale, vi sono donne che per infinite cause vengono dette “regine”. Se ne rendano conto o no, fondano il loro potere sull’investitura: diritto feudale che consente alla sovrana di nominar cavaliere anche il paggio non qualificato o che tale si teme per vaghezze di vario genere e/o cause. Il paggio investito dalla “regina” dal titolo di “cavaliere” diventa dipendente (quando non tossicodipendente) dell’opinione della “regina”; vivrà nella paura di perdere il favore, sia della “regina” che della sua corte. Gran parte della gelosia è motivata da questo panico. Giungono a tanto i due soggetti (regina e paggio) non più perché in ballo c’è una sessualità da confermare, ma perché da confermare vi sono dei reciproci giochi di identificante potere: non meno orgasmici dei giochi sessualmente naturali. In ambito etero, l’esclusione del “cavaliere” dalla presenza della “regina” e dalla sua corte, può portare il soggetto privato dell’affermante e confortante titolo, a forme di rivolta anche violente. Non per ultima, il femminicidio. In ambito etero, (come anche in ambito Omo ma con più ristrette conseguenze) ciò che è nelle possibilità della regina, altrettanto è nelle possibilità del maschio sovrano. Anche la Donna, se privata dal cavalierato, può giungere a forme di rivolta. Non è esclusa l’ipotesi più estrema. Fra la non estrema, ma continuativa, l’erosione della reciproca stima. Può giungere a travolgere (l’implicito dissidio) anche quanti e quanto fanno parte della stessa corte: i figli in primo. Come escludere il potere feudale dall’amore? A mio capire, c’è un solo modo: rifiutare ogni alleanza che limiti e/o condizioni la soggettiva sovranità del regno che ognuno di noi, indiscutibilmente, è. Non per ultimo: smetterla assolutamente di pensare che il regno del vicino abbia l’erba più verde. Succede solamente quando disprezziamo il nostro. Quando disprezziamo il nostro, nondimeno siamo sovrani, ma solo della nostra spirituale barbonaggine.

Rimando alla cronaca (giudiziaria e/o no) gli interessati a capire di più quanto sostengo su base indirettamente esperienziale. Per “normale” intendo una sessualità mossa da corrispondenti desideri. Dal punto di vista della Società, l’omologata fabbrica che la produce e la perpetua.

Datata Novembre 2006 – Ripresa e rifatta nel Luglio 2018 – Nel ps. corretta nel giugno 2020

L’amore che ci fa piangere

L’amore che ci fa piangere ci sta dicendo che non siamo adatti all’amante che desideriamo. Può anche essere che ci dica necessario superare quei pianti pur di giungere al reciproco adattamento. Pur avendo sempre vissuto la seconda ipotesi, sento più vera la prima.

Novembre 2006

Un amore a gonfie mele

A Montorio, prima di arrivare al Carcere dove lavoro, confinante con la strada c’è una villa con campi. Dietro la villa ma sempre lungo la strada, c’è uno spiazzo dove hanno collocato un riparo per attrezzi ed uno per un cavallo: nero, possente. Virile, mi veniva da dirlo. Sento di poterlo dire per quel cavallo anche perché lo diciamo di non pochi asini. Come compagnia ha due capre e due galline. Le ignora. Si muove con passo lento è pesante. Per quello che ne so, tipico di quelli da traino, ma a me mette non poca tristezza quel suo andar confinato in quel centinaio di metri, dalle capre rasi di ogni erba. Non che io abbia mai brucato in quelle condizioni o identità, ma lo stesso m’ha ricordato i miei collegiali confinamenti; le mie tristezze di orfano. Ho sempre avuto paura dei cavalli.

E’ iniziata da bambino: quando andavo ad Asiago con le Colonie della Croce Rossa. Colonia Rondinella, ricordo. Come ricordo quella brodaglia di riso al latte che ci davano il giorno d’arrivo. Passeggiavamo sino al Ponte di Canove. Tranquilli e ciarlieri nell’andata, ma terrorizzati (ed anche affascinati, devo dire) da un mulo che aveva l’insana passione di correre dietro a quanti passavano. Non l’ho mai visto quel folle ma questo è quanto dicevano le suore e le inservienti che ci accompagnavano. Certamente un mulo non è mica un cavallo, ma la paura mica si nutre di dettagli! Così, assieme all’astio per la Colonia (sempre la stessa) e per il riso al latte (sempre lo stesso) mi è rimasta anche la paura per i cavalli. Non per questo cavallo. Passo due volte al giorno e ormai da diversi mesi davanti a quel campo, e da diversi mesi mi domando: che faccio per quell’orfano? Ho iniziato facendogli pss, pss! Come ignorava capre e galline, così, ignorava anche me, ma se lui è un cavallo, io sono un ariete, così, pss, pss! Raramente mi sono sentito così cretino, ma chi l’ha dura la vince! Ha finito col guardarmi, qualche volta. Giusto come ci si domanda: e chi è quello lì!

Giorni fa, mi salta in testa l’idea di portargli due mele. Fatalità, il cavallo è vicino al recinto: sembrava mi aspettasse. Il recinto è alla sua altezza, ma io sono pur sempre un metro è ottantasette più un metro di braccio, così, oltre la rete gliele passo pur facendogliele cadere accanto. Gradisce ma non si sbilancia coi ringrazziamenti: vedo che è diffidente. Mi mancano pur sempre due gambe! Il giorno dopo, è già vicino al recinto. Pare aspettarmi. Cacchio non ho le mele, ed in più, sono in ritardo! A dopo, a dopo, gli dico, sentendomi sempre più cretino! Come cacchio si fa a dire, a dopo, ad un cavallo, con la speranza che ti capisca! Verso le 20 e trenta, finito il lavoro, sono davanti al recinto con le mele. Pss, pss! Non esce dal capanno. Insisto: pss, pss! Niente. Insisto, usando il campanello della bicicletta. Si fa vedere appena ma non esce. Vuoi vedere che si è incazzato! Prendo le due mele, gliele lancio nel campo e vado verso casa. Il giorno dopo sono ancora lì. Si è proprio incazzato, penso, ma poi mi accorgo che per non farlo avvicinare alla rete hanno messo dei fili di plastica; ecco perché le ha lasciate lì! Mi domando come superare l’inghippo ma al momento non posso alcun tentativo: mi aspetta la mensa. Faccio quello che devo fare, finisco, e mi fermo al recinto: pss, pss, drin, drin! Ullalà: esce subito! Mi guarda. Direttamente. A testa alta. Gli faccio vedere la mela. Si muove per raggiungermi ma poi ritorna al capanno. Lo fa, come per farmi vedere che non può avvicinarsi. Ci sono quegli accidenti di fili! Non mi resta che una soluzione: lanciare la mela verso il capanno. Lo faccio mentre è distante dal ricovero. Mica sa che è una mela, infatti. Potrebbe spaventarsi. Cerca vicino a sé, ma, ovviamente non la trova. Come far a dire ad un cavallo che gli ho lanciato la mela alla sua destra?! Di là, di là, gli dico! Si va là, di là, di là! Mi guarda con aria perplessa. Non capisce, ovviamente, ed io mi sento come un Tarzan che deve far capire a Cita dove cavolo è finita la banana! Un momento! Dove non ci son parole, ci sono pur sempre i gesti! Così, a braccio semi teso, sposto verso destra la mano. Mi capisce! Torna verso il capanno e trova la mela! So che ha gradito il pensiero perché muove la coda con tranquilla eleganza. Domani, mi sa che dovrò portarmi una mela anche all’andata! Lo faccio per il cavallo ma lo faccio per me.

 

Socrate e l’amore

L’amore nasce dalla Povertà, dice Socrate. Non sarei tanto d’accordo. In quanto carattere di vita, che amore è, infatti, quello che nasce fra due poveri amanti, se non un amore di povero carattere? Fra due poveri amanti, più che di amore, parlerei di un sentimentale mutuo soccorso. [Non fra amanti poveri, ovviamente, che può essere ricchissimo!] Amore, a mio avviso, non può essere una compensazione di carenze, se non diventando una “medicina”, dove non è escluso l’amaro. Ne so qualcosa! Più che dalla povertà, l’amore, a mio avviso, nasce di più dall’invidia. Mettici le virgolette, su, invidia. Nasce cioè, anche perché, “invidiando” l’altro/a, vogliamo, o essere come lui/lei: e da qui, nasce l’amore per noi stessi. Oppure, “vogliamo” lui o lei, per metterlo/a fra i nostri beni. Il dire ti voglio bene, è riconoscere una raggiunta conferma. Il ti voglio bene in quanto un acquisito bene, però, è soggetto a variabili. Per tali variabili, o si agisce per valorizzare il bene acquisito, o perde il suo valore, e per implicito, si perde il portatore di quel valore. Anche l’amore, è così. Non per niente è una proprietà della vita. Non per niente non è una proprietà della nostra

“Che si voglia bene a qualcuno perché noi non ci bastiamo, è una delle poche idee di Platone che mi piacciono. Per questo sono portato a pensare che sia piuttosto di Socrate.”

Questa riflessione mi riporta indietro di epoche: quando stavo con l’Amato. Mi diceva: non sempre mi basti, Ora sei al 50%, ora al 70, ora al 99, ora, per niente. Aveva ragione: non ci bastiamo. Per una infinita serie di cause, che stanno fra il personale e l’umano, direi.

“Tu dici che questo rende l’amore interessato (anche se la povertà di cui parla Platone ha la P maiuscola). E se fosse? L’amore deve essere interessato all’altro da , se no che amore è?”

Su l’interessato all’altro/a non posso che concordare, ma, nell’amore, (e non credo sia capitato solo a me) ho riscontrato interesse anche per l’appropriazione di cose dell’altro/a. Pur avendole vissute e pagate, è chiaro che non le considero parte dell’amore. Era a questo che mi riferivo in particolare modo con interessato.

“Il bello, poi, che quando dici che l’amore nasce piuttosto dalla “invidia”, cioè dalla sensazione che ci manchi qualcosa che ha chi amiamo, dici esattamente la stessa cosa che diceva Socrate! Solo che non mi pare che l’obiettivo dell’amore sia di essere come la persona amata, ma piuttosto quello di avere la persona amata quasi come parte di noi stessi, in modo da sentirci migliori.”

Infatti, distinguevo fra l’invidia che aiuta a formare l’Ego, da l’invidia che aiuta ad unire due Ego.

“Rischio, quindi, di possessività? Non c’è dubbio: è il principale rischio dell’amore questo.”

Concordo sul principale rischio, ma, direi anche che la possessività è un modo dell’amare che non dovrebbe appartenere all’amore.

“Perché il definitivo possesso banalizza chi è oggetto d’amore, e in fondo distrugge l’amore.”

Se il definitivo possesso porta ad una complementare unione, direi che esalta l’amore più che distruggerlo. Vero è, che a distruggere l’amore in quanto comunione di vita, è l’uso unilaterale (nel senso di chi ricava più di quello che concede) di un soggetto in amore.

Luglio 2007

Passione e Amore: due ascolti.

Il principio dell’amore è la verità. Chi pone l’amore prima della verità, ama ciò che sente prima di ciò che sa. Chi ama ciò che sente prima di ciò che sa, è principiato dalla passione. La passione ascolta sé stessa. L’amore ascolta la vita.

Luglio 2007

Amore e amorevolezza

Attraverso l’amico tramite, lo spirito dell’Amato mi ringraziò “per la mia amorevolezza“. A dirla tutta ci stetti pure male! Mi sarei aspettato un ringraziamento per il mio amore ma aveva ragione. D’altra parte, dicendo amorevolezza anziché amore come mi sarei aspettato, mi ha comunicato la vera essenza del reciproco trasporto e dunque una verità. Se quello spirito è effettivamente nel male, cosa gli costava dirmi una pietosa bugia, cioè, ringraziarmi per il mio amore? Allora, perché ha detto una verità? Perché, almeno in quel caso, non poté mentire o perché non volle mentire? Se precisando la realtà di quel sentimento sapeva di ferirmi, lo fece per amore della malizia o per amore di verità? Se non lo fece per malizia, allora quello spirito è anche capace di verità? Se lo è, allora ciò significa che se anche è stato nel male, tuttavia, almeno in quel caso seppe anche dissentire da quel volere e, dunque, seppe acconsentire a quello del bene? Ammesso e non concesso che lo possa sostenere, anche se lui è stato solamente il passivo strumento del mio discernimento sull’amore e sull’amare, pure, se lui non ci fosse stato, dell’amore e dell’amare io non ne sarei stato lo strumento attivo. Lo dico passivo, quello spirito, perché indurmi a capire non era certo sua intenzione. Se lo avesse fatto, avrebbe si, guadagnato una amicizia, ma avrebbe perso la possibilità di ottenere, amorosamente, ciò che al momento gli interessava di più: la sua ” roba “.

D’altro canto, pur guadagnando una amicizia, anch’io avrei perso la mia ” roba “: il desiderio per la sua Natura. Non sopportavo di vedere che il suo desiderio per il male che lo faceva stare bene pur facendogli male (la droga) lo divideva dal mio desiderio di lui: nel bene e nel male, una ”droga” con il quale tentavo non solo di ”farmi” facendomi amare ma anche di distoglierlo dal suo male. Ma se lui sapeva anche fare a meno del mio bene, tuttavia, non sapeva fare a meno del suo, che indubbiamente, trovava più facilmente presso il mio. Da buon scafato, lui sapeva navigare meglio di me nei marosi dati dalle false corrispondenze: invece, io affondavo, nel senso che quasi sempre cedevo al do ut des che mi imponevano lui e la sua amante: l’eroina. Non era certamente del bene la mia accondiscendenza ma, nei confronti di quella persona, “sapevo resistere a tutto fuorché a me stesso”. A dirla tutta, indipendentemente dal mio desiderio, non sempre la mascherina riusciva ad incantarmi, tuttavia, quasi sempre fui un giocatore incurante dei costi: non solo di quelli economici. Pur sapendo che il nostro capitale affettivo era sempre più povero e gli schemi del gioco sempre più scontati, andavo sempre a vedere le sue carte. Più volte gli manifestai l’esigenza di porre chiarezza. Sull’esigenza della chiarezza in genere glissava. Una volta che non gli riuscì di farlo mi confessò: “l’equivoco è sempre stata la mia difesa!” Sarà anche stato perché gli volevo bene ma in quell’affermazione non vidi solamente chi si serve dell’equivoco per proteggersi dal male a costo di farsi e fare del male, ma vidi anche un essere così indifeso, da non aver altro (o da non essere capace di altro) se non la sua “roba” per difendersi da ciò che non sapeva affrontare se non da “fatto”. Almeno sino a quando era in vita non ho mai preso in considerazione l’idea che se si faceva e faceva del male era perché avrebbe potuto esservi diretto sia da sè che dal male. Adesso ne ho più di qualche sospetto ma, nel dubbio… Se avesse messo chiarezza nel nostro rapporto, ammesso e concesso solo col senno del di poi che sarei stato pronto ad accettarla, (ciò avvenne, quando l’avanzare della sua malattia e la vicendevole amorosità che in qualche modo era spuntata dalla nostra storia insignificò la mutua “tossicodipendenza”) comunque la mia intenzione d’amore si sarebbe scontrata coll’impossibilità di raggiungerla. Al punto, comunque avrei capito l’amore e l’amare attraverso la fallacia dei miei intendimenti ma, avrei capito quanto ho capito giungendo con lui sino alla soglia fra uno stato della vita e inizio dell’altro? Comunque sia e, comunque possa essere interpretata questa storia, fra di noi c’è stata anche della verità.

Marzo 2007

Amor ch’a nullo amato

“Amor ch’a nullo amato amar perdona. Mi prese del costui piacer sì forte, che come vedi, ancor non m’abbandona.”

Fra i significati detti aggiungo la mia: amore, l’amore che non mi ha amato, amar perdona. Nell’amare  non corrisposto non si sa le volte che ho usato la lente per ingrandire e la gomma per cancellare; ed è stata la mia Commedia. Malgrado il soggetto e/o la qualità di quanto mi tornava, é anche vero che ne ho ricavato di che vivere, e la vita, indipendentemente dal soggetto motivante “… é un piacer sì forte che come vedi, ancor non m’abbandona.”

I doveri dell’amore

Non so quale sia la vostra idea di “amore”, ma per me, è ricerca di comunione. Così, dove non ce la trovo, ce la devo mettere! Naturalmente, non sempre mi è possibile la comunione personale. Beh! Dove non è possibile con me, devo mettere una vita in comunione con sé. Ci penserà quella vita, poi, a mettersi in comunione con la Vita, cioè, con il tutto dal Principio.  Ebbene, si! Lo confesso! La mia ricerca di comunione, e la mia ricerca di mettere in comunione, sono la mia droga! A sessantadue anni suonati, della mia droga, ancora, irrecuperabile “tossico”! Ma si può?!

Giugno 2006

I contratti dell’amore

Senza condizioni, ho creduto di aver amato una sola persona. Mi ci sono voluti anni, dolori, e, detto fra di noi, non pochi pianti, per capire che non era amore quello che provavo ma un desiderio (a dirla tutta, naturale più che culturale) così intenso da sembrarlo. Se in certi stati di intensità sentimentale (tanto più se presi da fortissimo erotismo) si può anche scambiare il desiderio per amore, cosa distingue il desiderio dall’amore? A mio avviso, ciò che distingue il desiderio dall’amore è lo stato della naturale, culturale e spirituale comunione delle personalità in corrispondenza. Nell’amore, dunque, aldilà delle condizioni con le quali si raggiunge la comunione, è lo stato della stessa comunione, la “Norma”, che detta le regole per amare.

Se la misura dell’amore è data dalla misura della comunione, dati gli stati e la condizione della comunione, non è certo difficile sapere quanto si ama e/o si è amati. Basta prendere carta e penna e scrivere (e descrivere) quanta e di quale stato è la comunione naturale; lo stesso per la culturale e, lo stesso per le motivazioni di vita che, se in comune, permettono la comunione tanto quanto sono in comune. Fatto questo, capirai immediatamente che non l’amore è cieco (non sempre i proverbi sono la saggezza dei popoli che in questo caso è da secoli la sua ignoranza) ma, casomai, è il desiderio quello che lo è. Il desiderio, non volendo che la sua volontà, poco si cura se è o non in comunione con il soggetto che desidera.

Ho ritenuto di precisare cosa intendo per “amore”, non certo per frustrare le tue aspirazioni sentimentali ma per invitarti a vedere non quello che sembra vero (o ti fa piacere credere vero) ma il vero. Potresti anche obiettare che ad una seria verifica potrebbe restarti ben poco di vero. E, allora? Quantitativamente parlando, l’oro è ben poca cosa rispetto alla totalità del giacimento aurifero, ma, sai perché (oltreché prezioso appunto perché poco) il suo colore è sempre bello? Perché rifiuta di stare in comunione con la materia (il falso) che non fa parte della sua Natura di oro: il vero. Intanto che pensi e decidi come stare meglio, mettiti nella testona durona che essere amati senza condizioni, come (forse) chiedi tu, è come mettere chi ti ama sulla riva di un mare in burrasca e, pretendere che stia lì a guardare e basta, mentre vede che le onde ti stanno trascinando lontano. Ammesa l’ipotesi, a chi ti ama cosa effettivamente stai chiedendo?

Luglio 2006

Diventiamo possessivi

Diventiamo possessivi quando siamo insicuri del bene dell’altro, o non sicuri di essere il bene dell’altro. Diventiamo gelosi, quando non siamo sicuri della verità dell’altro, o non sicuri di essere il vero dell’altro.

In questi casi, dovremmo sempre chiederci: cosa amiamo di più? Le emozioni dell’amore, o quelle del dolore? E se si sovrappongono (come generalmente succede) quale sovrano adoriamo? L’amante altro, o l’amante che siamo? Esiste spada che separi questo nodo?

Dice la canzone: “Ognuno uccide quello che ama”.

Direi, invece, che si uccide quando l’amore (o meglio, una passione) diventa ciò che fissa l’arbitrio. Ogni genere uccisione, quindi, (ovviamente mi riferisco alle simboliche ma il caso vale anche per le reali) è (ogni qualvolta non si riesce a superare e/o a rimuovere ciò che si vive come l’ostacolo che barriera una volontà) un estrema ricerca di liberazione.

Quando intossicano un arbitrio di fissazione, tutte le passioni diventano droghe. Con le sentimentali, anche le politiche, e anche le religiose: giusto per citare le maggiori “bustine”: in genere, sconsideratamente “tagliate”.

Nessuna passione é vera (tantomeno l’amore) tanto quanto si propone il cosciente fine di fissare l’arbitrio del soggetto  conquistato. Quel fine é perseguito da chi si propone dei guadagni: vuoi economici, vuoi esistenziali per molte cause e molti motivi. Una ipotesi non esclude le altre.

In prevalenza, succede perché vi sono soggetti che esistono a sé stessi, solo se si sentono dipendenti (in toto e/o in parte) da chi (persona e/o pensiero) hanno eletto a fondante ragione di vita. Una qualsiasi fondante ragione è un amore solo se coscientemente condiviso, e tanto quanto è condiviso. Vuoi da una parte o dalla controparte, in assenza della volontà di paritaria condivisione (e nella volontà di perseguire comunque la passione fra le parti, si origina lo stupro della volontà altra, quando non lo stupro della totalità della vita altra.

Chi uccide la causa di una intossicata e intossicante passione (pur avendone bisogno) altro non fa che sostituire la causa di tossicodipendenza da fissata passione con un’altra fissante passione: l’accecamento del fallimento. Per quanto riescano ad uccidere chi amano, i tossicodipendenti da altre ragioni rischiano di condannarsi ad un ergastolo che trova fine nella loro fine: esistenzialmente totale che sia, o parziale che possa diventare.

L’amore fra dire e sentire

All’improvviso (non saprei dirti se nel sonno o nei momenti che lo precedono o lo finiscono) mi sono trovato davanti ad una giovane donna. Indossava una camicetta bianca. Aperti sul collo, i primi due bottoni. L’immagine, la vedevo solo a mezzo busto.

apenna

I suoi capelli erano corti, biondi e ricciolini. I lineamenti del suo viso erano morbidi. Gli occhi (vividi) non blu ma più intensi dell’azzurro. Mi guardava non come si guarda un amico e non come si guarda un amante, ma, certo, come si guarda chi ci è motivo d’amore. Sentivo che ciò che la rendeva stupenda era esattamente quel motivo, anche se, proprio non saprei dirti il perché lo trovasse mentre guardava me.

Non chiedermi come si guarda chi ci è motivo d’amore. Vuoi perché quando guardo i miei, certamente non mi vedo (al più mi sento) vuoi perché non sono mai stato guardato così. Forse è per questo che lo sguardo di quella donna lo dico d’amore. Non perché lo so, ti ripeto, ma perché è quello, lo sguardo, che testimonia il raggiungimento della nostra suprema speranza: essere amati come si ama.

Quella donna aveva un bambino in braccio. Lo avresti detto: tutto sua madre! Anche lui mi guardava con lo stesso incantamento. Sapevo (perché lo sentivo) di ricambiare lo stesso modo e lo stesso stato di intensità verso ambedue.

Diversamente da altri sogni (li interpreto come messaggi di spiritualità) nei quali sento che non è tempo e/o non ho tempo per restare lì, di fronte a loro non me ne sarei mai andato ed il doverlo fare l’ho sentito come uno strappo nella zona del petto dove terminano le costole e che credo si chiami plesso solare.

Come quello che ho sentito in quel sogno, nulla, se non un eguale sentimento, potrebbe reggere l’idea dell’amore (intensa comunione) che quella donna rappresentava presso di me. Era un’idea così elevata che potrebbe anche riuscire a confinarmi in un limbo d’impossibilità ad amare qualcosa di più terra – terra se non fosse perché, non in conflitto da affermazione di uno sull’altro ma in parallelo, vivo abbastanza serenamente sia il mio ideale che il mio reale: ciò che sono per quanto sento di ciò che so.

Certo è, che da quella notte, mi è diventato più difficile credere di saper scrivere sull’amore: neanche per recita. Per quanto amante del teatro ti sento donna non amante del teatrante. A maggiore ragione, nel momento che stai attraversando. Scrivere d’amore ad una persona che in questo momento sembra non amarsi (tanto è usa svilirsi) potrebbe essere come offrire una importantissima cena a chi ha grandi bruciori di stomaco.

Certo, si può invitare a cena chi non è in grado di mangiare (l’amore è un alimento) o perché non si è sensibili alla vita altra, o per il solo piacere di ascoltarsi presso l’altrui sensibilità, ma, ambedue questi aspetti della vanità non mi appartengono:  almeno non credo.

A chi vive certi stati di dolore, più che dirgli su ciò che uno/a brama, mi appartiene di più l’idea di abbracciarlo, ma, se mi è spirituale, non mi è naturale e ne culturale abbracciare te. Non perché tu dei donna ed io un certo tipo d’uomo ma perché sento che in te vi è conflitto fra l’identità di Enza donna (quella che vive il giorno alla luce della sua ragione) e l’entità di Enza bambina: la romantica che vive la notte alla lunare luce dei suoi desideri amorosi.

Ma, cosa non può più ottenere la parte di Enza che è ancora bambina? Direi, necessariamente, che non può più ottenere di essere amata secondo il suo sentimentale stato. La Enza bambina, però, percepisce quella impossibilità come una violenza contro i suoi diritti e, la violenza, come appunto ti dicevo nel biglietto, in molti casi per non dire tutti, è l’aggressiva difesa dei violentati: aggressività erronea, tanto più quando anticipa non una violenza in atto ma una verosimile possibilità.

I casi di violenza non effettiva, o effettiva perché possibile perché temuta, potrebbero essere dei veri e propri deliri della mente. Dai deliri della mente ci si libera attenendoci costantemente al qui ed all’ora o, con altre parole, al dato momento. Per quanto giustificata da comuni interessi (la civile convivenza) volendolo, anche l’insegnamento delle regole che compongono la Norma potrebbe essere avvertito come una violenza. Lo potrebbe, quando l’educatore (famiglia e/o istituzioni preposte, e/o Stato) si impone con eccesso di forza. Si applica l’insegnamento della Norma con eccesso di forza quando la si attua senza quel calore (il sentimento verso l’umanità indipendentemente dal suo stato) che come nei metalli naturalmente piega ciò che deve formare.

Senza il calore che naturalmente normalizza ciò che deve formare, si attua un “educativo” sopruso ed il suo corrispondente dolore. Che la normalizzazione avvenga in modo normale (cioè, naturalmente indotta dal calore del sentimento), o anormale (cioè, innaturalmente indotta perché senza calore) comunque vi è dolore, però, mentre nel caso del dolore da naturale normalizzazione, la ragione del crescente lo fa superare, nel caso della violenza da sopruso, non sempre il crescente lo sa e/o lo può, e/o lo vuole.

Nei confronti della crescita culturale, il dolore che non si sa, e/o non si può e/o non si vuole superare, nella mente è ostacolo psichico, e nel corpo un ostacolo fisico. Sino a che non lo si è risolto (se a causarlo è un errore) o guarito (se a causarlo è una malattia) quell’ostacolo rimane come una barriera che, tanto quanto separa la Persona da sè (o da della vita altra o dai suoi principi di vita) per molti versi frena l’evoluzione anche sino al punto da fermarla.

Tutti gli stati di sosta nell’evoluzione culturale sono ciò che formano il “bambino” dell’età adulta.  Se è ben vero che fermando la crescita (cioè, restando culturalmente bambini) si può anche fermare il dolore da erronea educazione allo sviluppo culturale, è anche vero che fermando la crescita resta continuamente bambina la parte fermata. Succede così, che la parte fermata non diventa parte del tutto “persona” ma resta vita a sè. In questo senso, entità in altra entità. In quella condizione, come dei divorziati in casa, non ci viviamo come totalità ma come due forze, in genere contrapposte e, pertanto, il più delle volte in dissidio.

Oltreché alla forzata normalizzazione (o diversamente dalla …) l’aggressività che ti denota potrebbe anche essere conseguente alla paura di un dolore che si è subito e che non è ancora guarito. E’ l’aggressività tipica, la tua, di chi, essendosi scottato gravemente, comincia a temere la presenza di quella causa ancora prima di esserti avvicinato. Ti sia esempio una pentola in ebollizione per un ustionato o una scottante situazione per una persona. Se mai tu lo sia stata, non ho la più pallida idea di cosa ti abbia “scottato”. Posso solamente ipotizzare:

* un dolore nella tua Natura: ad esempio una malattia;

* un dolore nella tua Cultura: ad esempio, un erroneo modo di vivere o di non potere o sapere vivere o la tua vita o degli stati della stessa;

* un dolore nel tuo Spirito: un erroneo modo (erroneo perché depresso o eccitato) di vivere la tua forza.

Se le ipotesi fossero, sino a che tu non elabori la tua guarigione discernendo su quei dolori, non permetterai a nessuno di avvicinarti più di tanto se non alle tue condizioni. Situazione vuole, mia cara, che non noi dettiamo condizioni alla Vita ma è lei, quella che c’è le detta, presentandoci i casi sui quali svolgere il nostro tema; cioè, il nostro vissuto.

Piaccia o no, faccia o no comodo, giunto a questo punto del capire, comunque, torniamo al punto di partenza, cioè, a noi stessi. Non solo nel tuo caso ma in tutti noi (casi della vita perché processi di vita) se non accogliamo le sue condizioni (lo facciamo quando riusciamo ad elaborarle non solo attraverso il bene ma anche attraverso il dolore. Con il dolore, la vita ci prova e continuerà a provarci sino a che non ne capiamo le sue ragioni. Rifiutandoci di farlo non riusciremo a cavare un ragno dal buco. Non riuscendoci, continueremo, oltre ragione, a girare in tondo come legati ad un piolo, o come falene, a sbattere le ali contro il vetro (ostacolo trasparente e per questo non visibile) che separa la nostra vita dalla luce (la verità) e dal calore: il sentimento.

Si vive oltre ragione (sia della vita nostra che quella della Vita) quando si vuole sapere ciò che non si vuole o non si può sentire, o si vuole sentire ciò che non si vuole sapere o non si può sentire. L’affermazione che sostengo, potrebbe essere provata dal fatto che se effettivamente volessi sentire ciò che sai, o sapere ciò che senti, perché mai affronteresti delle relazioni sentimentali, nelle quali il dolore (se non la ragione) ti dimostra che stai vivendo delle scelte che prima o poi ti lasciano quasi sempre senza scelte?

Ricominciare da capo, a questo punto, dovrebbe esserti un imperativo categorico. Per ricominciare da capo (e, dunque, vivere il nuovo) sarebbe più che indispensabile eliminare dal nostro spirito (dalla forza della vita) tutto ciò che ci è causa di male. Lo dovremmo fare anche se il farlo ci è causa di ulteriore sofferenza. Ti sia di esempio il fatto che se non schiacci (con altro dolore) il foruncolo che ti ha provocato il male, quando mai guarirai la pelle?

Ciò che è vero per la vita della tua Cultura, nell’immediato forse non saprà cosa fai, ma senza dubbio, pressoché immediatamente lo saprà ciò che è bene per la vita della tua Natura. Non ci si può sentire naturalmente e spiritualmente bene se culturalmente si segue l’errore che porta al male. Il male é il dolore naturale e spirituale da errore culturale.