Lutti e pulizie della casa

Mi è mancato l’Amato nel Febbraio del 91. Da allora, non sono più riuscito a pulir la casa. Non per questo non ho trovato chi la puliva per me, ovviamente, però, le recenti economie da pensionato (precarie perché non mi è ancora arrivata la pensione) m’hanno riproposto la questione: te la devi pulire; e non c’è scampo. Avete presente l’angoscia da rifiuto da olio di ricino? Di quello di una volta mica di quello di adesso che pare un cafone rifatto? Stavo così! Perché stavo e non sto? Perché sto pulendo a fondo la cucina. Miracolo? No. Necessità di capire! Capire che anche la casa è vita della tua vita, e che gli stati d’abbandono nella tua vita possono far abbandonare la casa. Che cos’è un abbandono da lutto? Direi che è la depressione che deriva da una separazione fra vita e vita, ed è quindi, la cessazione di una comunicazione. Cosa struttura una comunicazione? Direi che struttura una comunione fra due in amore. Vi è comunione e quindi amore da raggiunta intesa con altro da sé, e vi è comunione, e quindi amore da raggiunta intesa con il proprio sé. Per via di abbandono potrei farne una laurea dal momento che ho cominciato a sentirmi tale da parecchi anni, ma non vorrei farla così lunga. Giusto per farla breve, allora, direi che nei miei stati d’abbandono mi sono barcamenato fra perdite e guadagni un po’ come fanno tanti se non tutti, direi; ed infatti, in tutte le case che ho abitato mica ero giunto al livello di adesso, anche se, tendenzialmente così. La chiamavo pigrizia, però. Mi dicevo che non avevo tempo. Mi dicevo lo farò domani. Subdolo, il lutto da abbandono di se’. Uno guarda la facciata della sua vita – casa, e si dice l’ho superato, ma se non pulisce la sua casa – vita, vuol dire che dentro c’è ancora una crepa! Dicevo, che abbandono, è mancata comunione. Può essere con il proprio mondo ma anche con il mondo. Rifiutarsi di pulire la casa, allora, è rifiuto di rientrare in sé stessi, come rifiuto di rientrare nel mondo. Giunti al punto, vado a finire il lavoro!

Giugno 2009

La vita é come una casa

L’invecchia il tempo, l’intemperie, la trascuratezza, ecc, ecc. Capita alla vita – casa, quello che capita alle case che invecchiano: si scolorano le tinte, si crepano le malte, si corrodono le parti metalliche, quelle lignee. Giusto perché non gli manchi nulla, comincia a piovere nelle stanze perché si sono rotte delle tegole sul tetto; danno questo, ben meno sopportabile della rubinetteria che perde, delle crepe, ecc. ecc. A riparare le “tegole” della nostra casa – vita chiamiamo l’impresa edile: la Medicina. L’Impresa, ci manda il muratore: il Medico. Il Muratore – Medico sale sul tetto, e verificando la situazione decide dove, come, e quante sono le tegole da cambiare. Nello scendere pensa al lavoro che occorre e alla spesa che prevede. Quanto è sostenibile quella spesa?  Alla domanda sulla sostenibilità ne segue un’altra: quanto pesa (professionalmente e culturalmente) un medico che se agisce leggermente lascia le tegole rotte dove e come stanno, e se  pesantemente rischia di romperne delle altre nel senso di originare delle altre malattie sia pure sé nolente? Se ogni azione ha una reazione non si sa quanto corrispondente alle intenzioni, quanto ha senso la ristrutturazione di una casa – corpo, giunta al minimo dell’abilitabilità per naturale decadimento? Non dovremmo lasciare questa risposta, alla medicina, né alla religione, né alla società! Naturalmente, se è vero che non dovremmo lasciare la risposta a nessuno dei referenti citati, è anche vero che a nessuno dei referenti citati dovremmo porre domanda di una ristrutturazione fisica, dove sia esclusa ogni possibilità di recupero. Non da oggi sappiamo, infatti, che ogni casa, anche se nuova, ha in sè la sua fine, esattamente così come c’é l’ha un corpo. E’ un destino dal quale nessuno è sfuggito, come nessuno è mai sfuggito al dolore! Impedire (o comunque non permettere) la fuga dalla vita quando diventa una croce è dei dediti al pensiero salvifico ad ogni costo. Dove non ci riescono, stanno a guardare. Tante grazie per la compassione!

Verso la casa sono bloccato

Verso la casa sono bloccato da anni così ho chiesto al “mio” Giandujotto di fare quello che non riesco a fare: pulirla. Inizia. Lo sento trafficare. Io sono da voi. Percepisco un momento di stasi. Viene in veranda e mi dice: Vitaliano, devo andare perché alle 18 mi aspettano per la preparazione alla Cresima. Mentre gli dico vai, il cuore mi bisbiglia: ne abbiamo rovinato un altro!

Novembre 2006

Casa dolce casa

Ieri c’era il Mercatino dell’Antiquariato, qui in s.Zeno. E’ un antiquariato del pressappoco ma lo stesso attira un futtìo di persone. In quell’occasione vengono transennate le strade. Il Pccolo che non ha la residenza a casa mia è rimasto bloccato. Mi telefona, mette il vivavoce. La vigilessa sente quando gli dico il nome della via dove deve venire e lo fa passare. Giunto a casa me la racconta ghignando e mi dice: non so come farò quando non ci sei più! Sempre ghignando gli rispondo: quando non ci sarò più neanche tu ci sarai più! Rimane un attimo lì! Pensavo alla casa, mi dice. Il che mi conferma che è diventata come casa sua. Pensava alla casa ma ha pensato anche a me? Se sono diventato la sua casa, si.

Mi stavo domandando

Me stavo domandando, cara Drita, cossa significa “casa”. Me so’ da un careto de bla bla, ma, gnente me bastà!

ladritaCara la me sfratada da le normali convinssion! Casa, l’è el luogo de la nostalgia, de quel che eravamo prima de ciapar sta via.