Il “Dio disgustato di Wojtyla”

biblioscuro

Il “Dio disgustato di Wojtyla!” mi pare la proiettata immagine dell’IO che constata una semina insufficientemente confermata e poco intruppato il suo gregge piuttosto che l’immagine di Dio. Sarebbe ora di smetterla di immaginare Dio secondo una teologia a somiglianza della nostra psicologia. Da questa teofantasia, infatti, non può non risultare che i nostri discorsi su Dio sono il frutto di chi immagina vera la sua idea del Grande, solamente perché sta pensando in grande. La rivelazione di Dio è la vita. Che altro vogliamo da Dio? Vogliamo che ce la gestisca, o siamo alla ricerca di un colpevole senza attenuanti?

Datata

“Lo sguardo di Dio”

Signor Direttore: mi scuso per la seconda spedizione, ma nella prima c’erano varie insufficienze. Con questa, invece, sono da Inquisizione! Con la prima, anche questa lettera rischia di essere sentita come un sermone. Diversamente, prova ad essere il logico svolgimento di un tema: Lo sguardo di Dio. Argomento poco attinente alla sua Rubrica, mi pare. Glielo spedisco lo stesso perché è dalle angosce sue e del signor G. che ho ricevuto l’impulso di scriverlo.

Cortese signore: per rispondere ai turbamenti espressi da lei e dal signor G. nella lettera “Dio ci guarda dal primo momento della vita”, sono andato a vedere se chi ci guarda, è lo stesso Dio. In effetti è lo stesso, però, io lo guardo da un altro punto di vista. La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. Siccome al principio c’è solo il Principio, la Sua emozione è sovrana. In quanto tale, assoluta. L’emozione di una vita sovrana perché assoluta, non può pronunciare nessun altro vocabolo, quindi, al principio vi è il Verbo, (sono), ed il Verbo è Parola (vita) presso la Genesi per come la vedo. La prima emozione di un essere, però, non manifesta il suo nome, ma la presa di coscienza del suo Essere. Prima di esserci il Suo nome, pertanto, c’è l’emozione concessa da quella presa d’atto. Se l’emozione conseguente alla presa d’atto è stata quella di sentirsi in vita, la prima parola di quell’esere non può essere stata che: vita. La mia immagine di Dio, cosa comporta? Principalmente, comporta che prima di essere Nome, il Verbo è Vita, e che questo è il Suo primo titolo; comporta che da Sé stesso, il Verbo si è fatto vita già in Sé stesso; comporta, che essendo la Sua vita, prima parola, è primo profeta; comporta, (ammesso ma non concesso un termine alla vita), che sarà anche l’ultimo. Essendo il primo ed ultimo profeta della Sua vita, comporta anche, che al profeta Maometto seguirà il massimo concetto di Cristo: l’idea di Padre universale, perché universale emozione, dell’universale parola, che ha detto l’universale vita. Perché, al Profeta, seguirà il massimo concetto di Cristo e non la persona di Cristo? Secondo me, perché dopo aver già concepito il Padre come massima idea di Verbo e di Vita, cos’altro può dire di più cardinale, se non ripetere il già detto? In quanto vita assolutamente sovrana, il Principio comprende solo sé stesso. Nel comprendere solo sé stesso, c’è di che rilevare una Sua indifferenza nei nostri confronti? Possedendo il Suo stesso principio (la vita), possiamo essergli indifferenti, solo se fosse indifferente a sé, quindi, non è pensabile. Accusiamo il Padre di indifferenza ogni volta lo cerchiamo nell’errore che porta al dolore, ma come possiamo trovarlo nella sofferenza (atto di meno vita, sia imposto che patito) se il Suo principio è vita, non, dolore? Qualche volta mi domando se siamo a posto con le carte! Lo ascoltiamo dove non c’è, e poi Lo accusiamo di mutismo! A proposito dei conflitti che si sospetta fra Dio e Satana. Sono certo che anche alla ragione di un profano risulta chiaro che vi è impossibilità di confronto fra Creatore e Creatura, per quanto la seconda possa essere (sia pure divergente) a maggior somiglianza. Evidentemente, troppe emozioni fanno perdere il filo del discorso anche ai dotti. Tornando a me, da quando mi sono riappropriato di me stesso perché ho allontanando mani vicarie dalla mia ragione, non soffro più di angosce. Se lo crede opportuno, passi parola.

La prova che Dio non esiste?

Cortese Signore: giorni fa il professor Veronesi ebbe a dire “dopo Auschwitz il cancro è la prova che Dio non esiste.”

Se adorassimo l’acqua, potremmo ben dire che il suo principio è H2O. Chi mai si sognerebbe di imputare alla formula che ci sono le alluvioni, che c’é chi si annega, che ci sono i tsunami, tanto per citare alcuni esempi. Le alluvioni ci sono perché non curiamo il territorio; si annegano quelli che suppongono di sapersi capaci in ogni caso; i tsunami hanno tragiche conseguenze perché se potessimo edificare a dieci centimetri dall’acqua, molto probabilmente lo faremmo. Ora, il cancro è provocato da motivi che certamente non devo ricordare al professor Veronesi e neanche ai lettori del suo giornale. Per quanto concerne Auschwitz, c’è stato a causa di una nefanda e insepolta ideologia che milioni hanno servito e che, nonostante tutto, migliaia ancora servono. Che c’entra l’Acqua con l’uso che ne facciamo? Il Cristo evangelico ebbe a dire che Dio è Padre; ed è Padre chi principia la vita. Non dovremmo confondere ciò che è del Padre con ciò che è di fantasiose credenze.

Complesso di Edipo e Dio

Pensandoci ancora: mi domando se anche nella cultura araba c’è il complesso di Edipo. Se non c’è, non c’è il bisogno di “uccidere” il padre. Se non c’è quel bisogno, allora, un figlio può amare un padre anche come amore, e, quindi, chiamarlo abba, anche per bisogni che non sono solo da figlio.

“Fermo qua! Nella cultura araba, data la forte dominanza maschile, il complesso di Edipo dovrebbe risultare ancora più marcato.”

Più marcato il complesso, potrebbe essere, ma anche più marcata la risposta? E se ti dicessi che molta migrazione è composta da chi ha potuto uccidere il padre solamente allontanandosi dai suoi occhi? E, se ti dicessi che molta contestazione verso il mondo occidentale attuata dalla migrazione giovane, è la risposta che non hanno saputo e/o potuto dare in loco al loro complesso di Edipo? Il guaio è questo: noi non gli siamo padre culturale, (e passi) ma non gli siamo neanche forti, cioè, padri capaci di contenere, con potenza, il loro Edipo. Per quanto ho conosciuto ed intuito, il principio della verità dell’arabo non è nella conoscenza, è nella forza. E nella forza, Allah, è il più grande! Non occorre che ti dica che le mie conclusioni sono da prendersi con molte molle.

“Molle o no, le tue conclusioni mi piacciono. E per la prima parte confermano la mia ipotesi che gli arabi abbiano un Edipo tendenzialmente più forte. Anche se poi è meno rigoroso, perché il padre a loro mica ha insegnato a rispettare la legge, ma soltanto, come giustamente dici tu, ad essere il più forte. Ed ecco l’arabo schiacciato dal suo Edipo che gli rimprovera di non esserlo!”

Direi meglio: che il padre ha insegnato a rispettare una sola legge; quella evidentemente più forte: la divina. Ed è verso quel Padre, che l’Arabo non ha superato l’Edipo. Noi l’abbiamo superato, facendo di Dio una sorta di benevolo presidente di una variegata associazione cristiana. Per l’islamico, invece, è il sovrano Più Grande! Chi glielo dice all’Islamico che Allah (o comunque Lo si chiami) non ha bisogno dei nostri attestati? Chi glielo dice all’Islamico che è la sua fede ad averne bisogno? Chi glielo dice all’Islamico che se attuato a suo uso e consumo, quell’attestato muta la sua Verità in una strumentalizzata vanità? Chi glielo dice a tutte le Religioni che permettono, usano e fanno usare i vani attestati ai loro fedeli?

LETTERE

Ammesso che Dio sia Luce

Ammesso che Dio sia Luce, (simbolo di Verità) lo è in assoluto, essendo Assoluto. Dall’idea di Dio, quindi, i profeti ricevono l’illuminazione che contiene quell’idea. Un’idea assoluta va interpretata per assoluti. Assoluta in Cristo fu l’idea di Padre. In Maometto l’idea di Islam: dedicato o abbandonato a Dio. In Dio non vi è separazione fra nome e attributo in quanto è, appunto, assoluto principio. L’abbandono in Dio, quindi, è abbandono nel Padre: volontà che la nostra forza (il nostro spirito) accetta nel Così sia, e l’Islam nell’Insciallah. “In tutte le culture esiste il concetto di giusto, di vero e di buono!” A mio avviso, prima del buono viene il bene, anche se è vero che nell’assoluto della Parola (vita del Principio) ogni termine della Sua vita e inscindibile dal tutto che la sua vita è.

E’ possibile Dio dopo Auschwitz?

Vediamo di capirci: non ho alcuna intenzione di rompere la mia amicizia con te: in nome di nessuno! Tanto meno in nome di Dio che a me non risulta proprio di essere il suo portavoce. Non ho detto che è gesuitico pensare che Dio si occupi delle mie o delle tue rogne, ma che è gesuitico l’argomento sostenuto dagli atei per provare l’inesistenza di Dio, e cioè, se certe ingiustizie succedono, e Dio non interviene, ciò prova che non esiste. Ora, a questa tua domanda:

“è possibile Dio Dopo Auschwitz? O meglio: è sostenibile l’idea di un Universo in cui ci stiano, contemporaneamente, un Dio onnipotente e un bambino tra le braccia nude di una donna, un attimo prima che qualcuno li uccida entrambi?”

rispondo di si, anche nel caso di donna con braccia non nude.

Secondo la mia visione culturale, infatti, Dio, è il Principio della vita che ha attuato il Suo principio: la vita. Lo chiamo Principio perche’ a me non piace nominare invano. Permettimi di sottolinearti il punto: la vita, caro Paolo, non, il vivere di ciò che quel Principio ha attuato. Con altre parole, Dio è responsabile del nostro principio, non, di quello che il nostro principio attua. Perché sostengo questa idea? Lo sostengo perché un principio primo (e per questo assoluto) non può originare che principi primi ed assoluti. Ora, quale il principio primo della nostra vita? Quello che noi facciamo? Ma neanche per idea: è quello che noi siamo. Ora, eliminando da noi tutti i minimi termini che ci resta come principio assoluto? Ci resta il nostro essere vita. Da questo principio, si emana il nostro essere in vita, e, quindi, il nostro vivere. Ovviamente questa mia visione non si concilia per niente con la visione cattolica di Dio, quindi, è un’idea eretica. Detta da me, poteva mai essere una visone normale? Chiaro che no! Non conosco abbastanza Dio per sapere se è una entità superiore. D’altra parte, nessuno ha mai sentito nulla di proveniente da Dio. Certamente vero, però, che essendo vita al principio della vita, la si può dire superiore se non altro perché prima. In quanto tale, non può esser detta bassa, così come tuo figlio non può esser detto di natalità superiore (o prima) della tua. O, no?  La fede, Paolo, è un credo che la ragione non può accettare perché è un vero e proprio salto nel vuoto. Nessuno infatti può dire di conoscere Dio, quindi, verso chi ci buttiamo? O, islamicamente dicendo: a chi ci dedichiamo? D’altra parte, quando mai un allievo paracadutista impara a diventarlo se non prende il coraggio di buttarsi dalla torre di allenamento? Ecco, della fede, inoltre, si può dire che è coraggio. Certamente coraggio dell’incoscenza (dal punto di vista della ragione atea o no che sia) o coraggio dell’in_coscienza dal punto di vista della fede. Per quanto mi riguarda, riconosco un solo principio della vita: il Principio; e a questo penso come Dio. Tutto il resto è teologia: in vero, scienza dell’ignoranza su Dio, non, della conoscenza. Sul fatto che pregarlo sia sensato o no, ad ognuno la sua fede. Per quanto riguarda la mia, a me viene di pensarLo solo quando ho momenti di felicità. Come vedi, non sono ortodosso neanche qui!

E se quello che diamo a Dio fosse di Cesare?

Per Cesare intendendo la Natura e la Cultura umana della vita?

arosadue

Del Padre, Cristo è il Figlio? Secondo credenza si. Secondo discernimento, no. Dio (essendo l’assoluto principio della vita) non puo’ “generare” nulla che non sia a sua assoluta Immagine. Assoluta immagine del Padre è il suo principio: la vita espressa dalla sua vita. Ne consegue che gli è figlio solo quello che la sua vita ha generato; e se ha generato la vita come assoluto (e per questo divino principio) ne deriva che ogni altro “figlio”, e’ esclusivamente “generato” dalla Cultura del Padre (la vita) per primo rivelata da chi gli fu spiritualmente somigliante perche’ divinamente corrispondente. Con l’opinione non intendo togliere fede nella figura di Cristo, ma solo restituire alla vita quello che è suo e a Dio quello che è di Dio.

Gennaio 2009

Caro Sior: Dio l’è nel creato

Caro Sior: Dio l’è nel creato come un so’ scrito no’ l’è Eugenio ma quel che l’ha dito. E, Dio l’ha dito: vita.  Che la sia deventà na rosa, l’è tutta n’altra cosa da quel che sè restà, respiro primo, là!

Poteva, Dio, esclamare un qualcosa di diverso dalla cognizione di Sé? A mio avviso, no, perché la parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. Se così è nella Somiglianza, così non può non essere nell’immagine. Non per questo intendo dire che Dio non è in grado di dire “rosa”, ma per questo intendo dire che essendo l’assoluto Principio dell’emozione di ogni vita, è Parola, non parole; è Nome, non nomi; è Universale, non particolari. Sento di poter affermare, pertanto, che Dio è vita, (atto della creazione data la Sua emozione), ma non è nella vita, (atto dell’evoluzione corrispondente alla creazione), se non come volontà di creato. Con altre parole, è atto della rosa, non, vita della rosa. Chi ammira Dio nel creato ha la bellezza della rosa come maestra. Chi ammira Dio nella vita, ha la bellezza della verità come rosa. Quale, la rosa giusta? Siccome so ben distinguere la conoscenza per speranza dalla conoscenza per ragione, quello che io credo non è quello che io so. Quello che certamente so, invece, è che devo badare alle spine che ci sono nella nostra rosa.

A Eugenio S.

Gira dalle mie parti

Gira dalle mie parti una ex professionista del piacere. Slava. Sui 50. Temperamento maschile. Deve averne fatte di cotte e di crude. Su Cronaca Vera, questa donna (secondo quanto gli ha detto la Madonna) sostiene che salverà il mondo.

apenna

Naturalmente, la Madonna non si è presa la briga di precisargli che mondo. Il micro, cioè, la vita del suo personale sé? Il Macro, cioè, la vita e/o il sé del mondo? In assenza di dettaglio, ogni benedetto dal Cielo sul genere di quella donna finisce col pensare quello che gli fa più comodo quando è in malafede, oppure, quanto crede vero quando è in buona fede. Sempre nel giro delle mie conoscenze c’era un “imbecille” (faccio fatica a non togliere le virgolette, credetemi!) che ha scoperto Dio dopo esser andato a uomini nella maniera che più aborro, cioè, facendosi sadico con i supini che ha sempre cercato e sfruttato. Come già immaginavo, ha lasciato il convento e la tonaca: avrà trovato frati più donne di lui, penso. E’ mai possibile che questi benedetti un tanto al chilo non si rendano conto che bisogna trovare Dio, volendolo, ovviamente, prima, di diventare dei soggetti che non trovano amanti neanche a pagarli! Macché! Devo proprio rassegnarmi al fatto che c’è gente che non è in grado di capire che Dio non è una marchetta! A proposito di madonne (ma forse ve l’ho già raccontata) l’amico medium punta la penna su di un foglio. A velocità veramente stupefacente disegna una donna con un bambino in braccio. Mentre “scriveva” gli ero seduto vicino. A fine scrittura si vede quella donna e quel bambino che mi guardano. Bello, mi direte! Bello un accidenti! Nessuna beatitudine in quelle facce: solamente ira! Mi sa che lassù avrò qualche guaio. O sarà laggiù?! Mah! Staremo a vedere.

Agosto 2008

E’ vero! Dio non parla.

Caro Francesco: è vero che Dio non parla, ma al suo posto lo fa la vita. La teologia cattolica (qualsiasi teologia, in vero) mi ricorda la fasciatura che deformava i piedi delle cinesi di una volta. Il piede simbolizza il passo (lo si intende in senso esistenziale) che così de_formato, addolorava il soggettivo cammino verso la meta: vuoi di fede, vuoi storico – personale, vuoi, per il credente, verso Dio. Su Dio, Vicari e mistici di tutti i generi, incarichi, titoli, ecc, ecc, ci hanno detto di tutto e di più. Come tutti i cristiani, per decenni ho camminato anch’io con i piedi imprigionati in quel supplizio. Ora, però, che li ho liberati, sto decisamente meglio! Aver liberato i piedi da quelle costrittive fasciature, però, non m’ha fatto cambiare strada. Da quella ho allontanato, però, da tutte le compagnie che questa visione di Dio ha reso estranee. Terminata la premessa vengo al dunque: anche nella mia “teologia” Dio non parla. Per la mia, però, lo fa attraverso lo Spirito: potenza che lo fa e ci fa vivere. Lo Spirito è la forza della vita che si origina dalla corrispondenza di stati fra Natura (il corpo della vita comunque formato) e Cultura: il pensiero della vita comunque concepito. La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. La vita parla, quindi, o per mezzo del verbo (dato il Verbo) o per mezzo dello spirito dato lo Spirito. Neanche lo Spirito divino può crearsi corde vocali. Se proprio poteva e/doveva farlo, non è certo il tempo che gli è mancato. Ho pensato, allora, che abbia scelto ben altra corda: l’emozione della sua Forza. L’emozione dello Spirito è data dagli stati della sua potenza. Essendo assoluta, Uno lo Spirito (la sua potenza); Uno il Verbo: io sono; Una la Parola: vita. L’emozione del nostro spirito, è data dagli stati della nostra potenza: non assoluti, ma a Somiglianza dell’Immagine. La comunicazione fra l’emozione della Vita e l’emozione della nostra avviene fra potenze affini. La comunicazione per affinità di potenza, tuttavia, non esclude i non corrispondenti con l’Assoluto. Al più, i non comunicanti per mancante affinità fra Potenza e potenza, sono (per dirette e/o indirette cause) da sè stessi difficoltati. Anche se di prevalenza lo sentono “chi ha orecchio”, comunque lo Spirito parla al nostro spirito per mezzo di tre voci:

Depressione quando vi è difetto di potenza nella vitalità;

Esaltazione quando vi è eccesso di potenza nella conoscenza;

Pace quando vi è corrispondente incontro fra potenza e conoscenza.

 

Caro Francesco: Il Verbo era presso Dio…

Il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Sotto questo disegno ci vedo altri disegni.

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Non ho mai letto e né sentito predicare una ragionevole spiegazione su questo mistico scioglilingua: così, ho avvicinato il dito alla questione. Vista da vicino, l’affermazione fa capire, che l’autore, dopo essersi riconosciuto come vita, ha elevato il suo sé (verbo e logos nel dirsi io sono e parola nel dirsi vita) al sé della Vita: Verbo e Logos nel dirsi Io Sono e Parola nel dirsi vita. Quello che non capisco, è perché abbia complicato la faccenda (e c’è l’abbia complicata) quando, molto più semplicemente, avrebbe potuto dire: in principio era la Vita, la Vita era presso il Principio, e la vita era il Principio. Se il principio della vita è la vita del Principio, ne consegue che la vita è il ritratto del Principio, e che ogni altro stato della vita (passata, presente, e futura) è copia. Attendibile? Tanto quanto somigliante al Principio. A priori, chi può dire di esserlo? Nessuno. Nell’Immagine come nella Somiglianza, durante il mio viaggio a ritroso ho riconosciuto tre stati di principio: Natura come corpo della vita comunque formata; Cultura, come corpo della vita comunque pensata; Spirito, come forza della vita comunque agita. Nella nostra vita, i principi della Vita, (il Bene per la Natura, il Vero per la Cultura, il Giusto per lo Spirito) sono necessariamente imperfetti. Non può esserci che un solo Perfetto, infatti. In ragione del nostro stato di imperfezione, si genera il corrispondente stato di dolore. Il dolore è male naturale e spirituale da errore culturale. Ciò significa che siamo destinati a patire il dolore? No. Ciò significa che siamo destinati a curare il dolore che porta all’errore che crocifigge la vita. Comunque motivato, e indipendentemente dallo stato in cui si origina, il dolore è provocato da un arresto della corrispondenza fra gli stati della vita. Il dolore (stato di meno vita) è principio di incontrovertibile verità perché la Natura sente il male anche quanto la Cultura non sa su quello sente la Natura. Poiché siamo trinità tendente all’unità (solo il Principio è Uno) ciò che è della Natura non può non influire la sua Cultura, così, è principio di incontrovertibile verità anche per la mente. Se influisce sul corpo e sulla mente, non può non influire anche sulla forza della vita (lo Spirito) deprimendola per difetto, oppure esaltandola per eccesso, così, il dolore nella Natura della vita, non può non diventare principio di incontrovertibile verità anche per lo Spirito. Poiché la Natura è il contenitore che ha formato i suoi contenuti, la Natura è voce primaria di discernimento, ed è, quindi, primaria maestra. Nel negare le emozioni naturali di quella maestra, che di riflesso sono culturali e spirituali, si nega voce al suo verbo e alla sua parola, e si costringe la vitalità negata ad essere perpetuamente ipocrita. Per quel non predestinato destino, quando mai riusciremo a diventare delle Somiglianze prossime all’Immagine, se ci viene proibita la possibilità di essere veri a noi stessi e di conseguenza, sia verso la vita che verso la Vita?