“Uomini che odiano le donne”

biblioscuro

Un uomo odia una donna quando si trova di fronte ad una femmina che lacera degli schemi identitari, vuoi appartenenti alla cultura maschile, vuoi appartenenti al dato maschio, vuoi precedentemente costituiti dalla comune ricerca (e magari mancato e/o illuso  ottenimento) di quell’amalgama di similari informazioni ed intenti che chiamiamo coppia, e che per delle comuni intenzioni (in molti casi pie) dovrebbero diventare “un unica carne”. La dove non lo diventano in pieno, “un unica carne”, comunque, sono carni analoghe tanto quanto hanno saputo e/o potuto diventarlo. Un qualsiasi fatto che ponga separazione fra le due carni, e/o un qualsiasi fatto ribalti i ruoli che la coppia si era data, è uno strappo nella tela (mentale e sentimentale) che la coppia aveva ordito. Può giungere, quello strappo, a distruggere tutto il quadro in cui la coppia aveva dipinto la propria storia; strappo, forse superabile nel caso di dipinto appena iniziato, ma, anche insuperabile, per chi, in quel dipinto, aveva fondato il senso primo ed ultimo della propria vita; e se è stata la donna a vedersi divellere quel senso, allora vi sono donne che odiano gli uomini.

Febbraio 2009

Donne

“Perché i figli delle donne non sono come noi”

apenna

Perché i figli delle donne (nondimeno dei padri) sono a immagine della loro vita, non, dei generanti ai quali somigliano. I padri e le madri se ne facciano una nuova ragione. Una nuova ragione dovrebbero farsela anche la Società facendoli crescere come una Atene che non ignora di essere anche Sparta.

Perché gli uomini uccidono le donne?

biblio

Principalmente, direi, perché la Donna è quel complemento personale e storico che permette all’Uomo di fondare sia la sua identità personale e di vita, che la sua fede nella sua potenza. Se ne renda conto o meno, ma la Donna che rifiuta questo percorso, e/o lo interrompe, altera quel progetto il più delle volte anche inconsapevolmente. Consapevole lo è solo nel suo desiderio di liberazione. Ciò vuol dire che la Donna deve irrimediabilmente sottostare al principio maschile della vita? No. La Donna (come d’altra parte l’Uomo) è esclusivamente sottoposta al principio della vita: essere e dare vita. Come? Secondo sé! E qui casca l’asino! Quanto è libera l’identità maschile e femminile di vivere e di unirsi ad altra vita secondo sé? A mio avviso lo è, solo nel credersi libera. La personalità non libera come anche quella che si crede libera, è morta molto prima che venga uccisa. In questa situazione, tentar altre scelte di vita da parte della donna, rischia di essere uno scomposto tentativo: quello di uscire dalla cassa in cui l’ha rinchiusa una disumana normalizzazione; e questo vale per tutti i sepolti da norme non proprie all’umanità anche se proprie alla cittadinanza.

Fra uomini e donne: a voi studio.

altroinfinito

Per non si sa quanto tempo abbiamo discusso su che cos’è norma senza arrivare ad una conclusiva affermazione. Norma, per come la vedono il Principato e la Religione è piena corrispondenza a delle prefissate regole. La dove non è possibile viverla pienamente, la si recita: è umano! Le regole imposte dai due capisaldi della società, non per questo sono giuste, o nei miglior casi, non completamente giuste (o quanto meno non bastanti) per formare l’umanità personale del dato cittadino da normalizzare. Alla luce di quanto generalmente avviene, il Cittadino, non può non essere che il deformato piede da scarpe che ne bloccano lo sviluppo. Prendo l’esempio esempio dalla cultura cinese dell’epoca Che Fu. Consenzienti nolenti o volenti, l’arresto dello sviluppo ha bloccato l’animo femminile ma non di meno il maschile, anche se questi si è curato dalla paralisi con massicce dosi di quel ricostituente che conosciamo come potere. A dosi molto più annacquate è stato cura anche per l’animo femminile. A dargli dosi di potere ancora più blande, invece, è stato il principato religioso. A dosi molto più annacquate, anche l’animo maschile dei poco potere è stato curato promettendo consolazioni in due prevalenti settori: in quello ulteriore e sulla vita della donna. Per confermare dei primi, infatti, non si può non confermare dei secondi; e chi, meglio di identità fisicamente deboli, o per natura, o tale rese per imposta cultura? Principato e Religione potevano agire diversamente? Dipende! Per formare una società di Cittadini, certamente no. Per formare una società di vita, certamente si. Possiamo dunque, considerarli colpevoli di offesa contro l’Umanità sia il Principato che la Religione quando diventato soverchiante potere? Mah! Della saggezza del di poi sono piene le fosse, dice giustamente un proverbio, e quel che giusto ora sino ad affermata banalità, è pur sempre la somma esperienziale ricavata dalla riparazione di errori e dolori secolari. Prima o poi, però, bisognerà pur ritrovare il punto! Da qualche tempo lo sta ritrovando la donna. Da qualche tempo lo sta perdendo l’uomo. La Donna lo sta ritrovando con potenza, ma, occorre ammetterlo anche con prepotenza: docet l’uomo.

Se è il calcare che cerco, non occorre studiare un monte: basta studiare un sasso. Ambedue, infatti, sono portatori della stessa principiante sostanza: il calcare. Dalla considerazione, un banalissimo caso. Quando passo da una parte all’altra della strada mi metto all’inizio delle strisce e aspetto che si fermi il mezzo che giunge. Ebbene, si fermano maggiormente i mezzi guidati da uomini più che quelli guidati da donne. Da parte della donna, ci vedo in questo una sorta di rivalsa da nonnismo! Quello in cui la recluta che è stata e che ha subito, si rifà sul nonno che per prossimo congedo non starà più con il potere di prima. Oltre a questo esempio, lo vedo anche nella più confermata solidarietà fra donne solo culturale il più delle volte. Solidarietà però, che soffre di un deleterio effetto collaterale, perché, a mio sentire, diventa ostilizzante barriera per la solidarietà che la donna non può non continuare a sentire verso anche verso l’uomo: pena, se rinuncia a sentirla, in una chiusura da fortino in un deserto dei tartari, dove, fra l’aspettato e chi aspetta vi è una desolante area di inutilitudine, che sta come corpo morto sta. Sulla cultura maschile e femminile della vita (cultura in evoluzione per liberazione da schemi da una parte, e di elaborazione di nuovi schemi dall’altra) ci pensa poi la Natura a rendere un’unica carne i due soggetti in discorso. E’ un’unione che può originare la vitalità di altra vita, come confermare la vitalità della presente dei soggetti in unione. La dove non procurano errore e dolore, ambedue le motivazioni sono un bene, a mio avviso. Ritrovare il comune senso, però, può essere l’impegno che supera delle negazioni del sé maschile o femminile come sinora è successo. Ritrovarlo, è continuare a cercarlo per intenti da raggiunta corrispondenza, ma anche questo è sempre successo almeno in generale pratica. Due, sono i modi per raggiungere un piena corrispondenza di intenti di vita:

*) raggiungerli attraverso la comune Cittadinanza;
*) raggiungerli attraverso la scoperta di sé.

Nel primo caso, non conta che sia anche ipocrita: conta che sia collettivamente fortificata da una generale condivisione. Nel secondo caso, conta la capacità di spogliarsi dell’identità convenzionale, e la capacità di rivestirsi della propria. Poco o tanto, bene o male, anche questo succede già. Dove c’è dissidio fra i due stati del vivere, cosa ci sta indicando la vita, per farli cessare? A mio avviso, ci sta dicendo che su base culturale non sempre è possibile rendere un’unica carne le due unità, e che ogni forzatura nella ricerca di unione potrebbe essere vissuto dalle due unità come un ergastolo dal quale si potrebbe voler evadere costi quello che costi! Il cosidetto femminicidio (come se con femminicidio si intendesse uccisa la femmina ma risparmiata la donna!) è il supremo fra i costi! Maggior costo nell’uomo, è sentirsi inservibile: vuoi per la femmina, vuoi per la donna, vuoi per la vita. Inservibile, non nel significato di logorato dall’uso, bensì, inservibile perché non a servizio: vuoi della femmina, vuoi della donna, vuoi della vita, e quindi, anche a sé stesso. Che la donna debba continuare a far sentire compiuto il senso di servizio verso l’uomo, verso la vita e, quindi, verso sé stessa, volere o volare implica una buona dose di abnegazione. Nei casi più pesanti, un continuo dolore esistenziale e non di meno fisico. Implica anche, un raggiunto senso di vivere nei casi meno pesanti come nei più felici. Certamente non è l’unico senso della donna, quello di abnegarsi nei confronti dell’uomo. C’è anche quello di sapersi e/o volersi abnegare nei confronti della vita; ed è il caso di donne che trovano la loro ragione di essere nel porsi a servizio della vita (come della propria), vuoi in senso religioso, vuoi in senso sociale_politico, vuoi nei sensi che sceglie, e quindi, anche di sé stesse. L’importante, (vero, Luisa :)) è non mescorare scarpe con zoccoli! Cosa che invece succede, ogni qual volta, donne o uomini che trovano il loro senso di nel porsi a servizio della vita, (come della propria) si vedono costretti a normalizzarsi come Cittadini perché da molte pressioni indotti a negarsi come sé stessi! A questo proposito, quanto e/o come provvedono il Principato e la Religione? Al momento, direi con soli placebo. Di fatto, ambedue i poteri hanno bisogno che il Cittadino sia un eguale tot di lunghezza, di larghezza, e di altezza! Nessun genere di potere potrebbe potrebbe costituirsi solida piramide ergendosi con mattoni di diseguale misura e/o materia! Nel non aprioristicamente risolvere i conflitti che a loro servizio il Principato e la Religione hanno creato fra l’uomo e la donna, ci vedo l’iirisolvibilità del problema. A meno che non si muti il Principato per raggiunta mutazione della società. A meno che non si muti la Religione per raggiunta mutazione del suo pensiero. Se mai avverrà ci vorranno secoli, pertanto, passo e chiudo. A voi studio.

Non trovano più madonne!

“Badino le donne che intendono diventare madri in età non comune: agli occhi dei figli saranno a scadenza.“

arosadue

Questa è l’implicita opinione che se ne ricava dalla lettera del signor Giorgio Vinco, dove dice (a proposito della maternità della signora Giannini) che il bimbo avrà dell’amaro in bocca quando vedrà che le mamme dei suoi compagni (diversamente dalla propria) saranno molto più giovani e carine.

E se, invece, a scadenza (per il figlio) lo fosse la madre giovane e carina? E se invece a non avere scadenza lo sia la non più giovane e carina perché il figlio gli dimostra di amarla lo stesso? Se ne deve concludere che per Vinco, anche la maternità soggiace agli stili dell’estetica?

Per quanto mi è dato di conoscere, solo le madri dei preti sono a scadenza. Succede, quando il figlio sceglie la chiesa come madre. Ci vorrà il suo tempo, ma anche il figlio di questa “madre” vedrà che usa abbellenti artifici per non scadere. Al che, o usa gli stessi artifici per non scadere come figlio, oppure, le chiese che si dicono madri, badino all’opinione dei figli.

(Pressoché rifatta in data Luglio 2018. Ripresa e pressochè rifatta data Febbraio 2020)