A Edipo ucciso

E’ uno scritto del luglio 2006. Non mi pare datato. Lo sarebbe se il soggetto del discorso fosse il Pacs. Non è così.

1)

Omosessualità: non malattia, ma identità di una sessualità. Questo, se lasciata vivere.

2)

Se non lasciata vivere, diventa malattia, come malattia diventa l’Eterosessualità, quando non riesce ad esprimere compiutamente sé stessa. Per tale affermazione, può essere l’Omosessualità, una Eterosessualità non lasciata vivere?

3)

Per esprimere il suo potere, (non solo politico), lo Stato sociale ha bisogno di cittadini, omogenei, per stessi valori e pensieri.

4)

In quanto non omogeneo, il cittadino Omosessuale non è normale.

5)

Neanche, è “normale”, una qualsiasi forma di devianza dall’Omogeneità imposta dalle necessità dello Stato.

6)

Allo Stato necessita un Regolatore morale con funzione di Arbitro e di Giudice.

7)

Tale compito è svolto dalla sua legge, con il concorso – soccorso dell’Istituzione Ecclesiastica.

8)

Tale concorso soccorso li fa “strani compagni di letto”. “Non per amore, solo per amore”, ci finiscono, infatti, ma per un implicito, (quando non esplicito), scambio di voti. Tale fatto, scambia l’amore per la vita in tutte le sue manifestazioni, (amore che dovrebbe essere libera donazione sia dello Stato che della Chiesa), in una reciproca prostituzione fra Poteri.

9)

I Pacs, in quanto rapporti fra non Omogenei, sono visti come possibilità eversiva. Della serie: si sa come cominciamo ma non si sa dove finiamo Sono eversivi, non tanto di per sé stessi, ma come esempio di una libertà non Omogenealizzabile. O meglio, non Omogeneizzatile per il presente momento storico_politico_religioso.

10)

E’ necessario, pertanto, creare il momento storico e politico che accolga l’istanza Pacs, ma in modo che il prezzo della novità storica, non abbia a pesare sui più Indifesi. A tal proposito, abbiamo ricordato i martiri del divorzio: i figli; figli martirizzati dai dissidi fra coniugi e dai dissidi da mancata accoglienza presso il loro mondo: compagnie, scuola, ecc.

E, arriviamo, all’adozione. Ne abbiamo già parlato se ricordi. Avevamo convenuto sul fatto, che il principio, di per sé, è di legittima richiesta, ma ambedue avevamo anche convenuto che la richiesta deve procedere con giudizio, perché, se è vero che sulla carta tutto è bello e buono, nella realtà, invece, quasi mai.

Maternità e ombre in Edipo

Nel protrarre nel tempo (e nel non saper o voler recidere il cordone culturale col figlio) l’amore per la sua creatura, può passare, nella Donna, da filiale a parasessuale. Tale tabù, è stato incanalato da ben precise regole: scritte e non scritte. Tuttavia, non solo la Ragione è carsica, ma anche le espressioni della sessualità. Così protraendo, la Madre, “inchiavarda” il sentimento del figlio a delle necessità, che appartengono alla Femmina, e che nella maternità la Donna rinuncia a chiedere. In tale contesto, il Crescente, può giungere ad avere, della Madre, anche delle visioni di Donna, se non distingue ciò che è della Madre da ciò che è della Femmina. Non distinguendo, quel Crescente finirà con il cercare la Madre in ogni Femmina. Per giungere alla piena maturità di sé, il Crescente, allora, con il Padre, deve “uccidere” anche la Madre. Fatti di psicologia, (quando non di psichiatria) raccontano, di Crescenti, incapaci di fare questo superamento culturale – sentimentale; incapaci, tanto quanto l’amore della Madre – femmina, li ha “castrati” dell’amore verso la Donna. Fatti di cronaca raccontano, di “castrati”, letteralmente omicidi, pur di superare le mura dell’amore materno quando diventa un ergastolo.

Novembre 2006

Complesso di Edipo e Dio

Pensandoci ancora: mi domando se anche nella cultura araba c’è il complesso di Edipo. Se non c’è, non c’è il bisogno di “uccidere” il padre. Se non c’è quel bisogno, allora, un figlio può amare un padre anche come amore, e, quindi, chiamarlo abba, anche per bisogni che non sono solo da figlio.

“Fermo qua! Nella cultura araba, data la forte dominanza maschile, il complesso di Edipo dovrebbe risultare ancora più marcato.”

Più marcato il complesso, potrebbe essere, ma anche più marcata la risposta? E se ti dicessi che molta migrazione è composta da chi ha potuto uccidere il padre solamente allontanandosi dai suoi occhi? E, se ti dicessi che molta contestazione verso il mondo occidentale attuata dalla migrazione giovane, è la risposta che non hanno saputo e/o potuto dare in loco al loro complesso di Edipo? Il guaio è questo: noi non gli siamo padre culturale, (e passi) ma non gli siamo neanche forti, cioè, padri capaci di contenere, con potenza, il loro Edipo. Per quanto ho conosciuto ed intuito, il principio della verità dell’arabo non è nella conoscenza, è nella forza. E nella forza, Allah, è il più grande! Non occorre che ti dica che le mie conclusioni sono da prendersi con molte molle.

“Molle o no, le tue conclusioni mi piacciono. E per la prima parte confermano la mia ipotesi che gli arabi abbiano un Edipo tendenzialmente più forte. Anche se poi è meno rigoroso, perché il padre a loro mica ha insegnato a rispettare la legge, ma soltanto, come giustamente dici tu, ad essere il più forte. Ed ecco l’arabo schiacciato dal suo Edipo che gli rimprovera di non esserlo!”

Direi meglio: che il padre ha insegnato a rispettare una sola legge; quella evidentemente più forte: la divina. Ed è verso quel Padre, che l’Arabo non ha superato l’Edipo. Noi l’abbiamo superato, facendo di Dio una sorta di benevolo presidente di una variegata associazione cristiana. Per l’islamico, invece, è il sovrano Più Grande! Chi glielo dice all’Islamico che Allah (o comunque Lo si chiami) non ha bisogno dei nostri attestati? Chi glielo dice all’Islamico che è la sua fede ad averne bisogno? Chi glielo dice all’Islamico che se attuato a suo uso e consumo, quell’attestato muta la sua Verità in una strumentalizzata vanità? Chi glielo dice a tutte le Religioni che permettono, usano e fanno usare i vani attestati ai loro fedeli?

LETTERE

Educazione Responsabile

Educazione Responsabile è far capire a Edipo chi è Laio. In Educazione Responsabile ho commentato così un loro evento.

altroinfinito

“Tutto cerco fuorché colpevolizzare i genitori del loro modo di comunicare con i figli i loro insegnamenti, anche perché, da altro e/o da altri di accantonato magistero. Dovrebbero porsi, tuttavia, questa domanda: i figli non ascoltano per orecchio, o non ascoltano perchè le emozioni comunicate dal genitore non corrispondono al data base emozionale del figlio/a? Dove c’è il rischio che la parola cada nel vuoto, quindi, trovare le corrispondenti emozioni fra le due Figure è l’indispensabile ponte. Ovviamente, secondo quanto si sa e/o si può.”

Pensavo di aver detto quanto, invece, al proposito, mi girava nella mente un che d’incompiuto. Penso sia questo: il Freud (rifacendosi alla tragedia di Edipo) dice che il figlio supera la figura del genitore se lo “uccide”. C’è del vero in quanto dice, tuttavia, è un vero fortemente superato. La società non è più il compiuto Genitore che fa compiuti genitori che fanno compiuto il Genitore. La Società, oggi, è un’Idra dalle molte steste: tutte referenti all’unica, e tutte delegate ad essere la sua, ma nessuna responsabile del Tutto. Ciò che è diventato lo Stato genitore, è diventato anche lo stato dei genitori. Anche i genitori, infatti, a livello educativo sono diventati la testa formata da tante teste. In vero è sempre stato così, ma i referenti dell’Idra dedita alla pedagogia sociale (sia pure ai tempi di Berta filava) erano numericamente inferiori. Non solo, di più ferma (certa e/o potente) identità personale e sociale. Per quanto penso, il figlio che oggi deve giungere ad uccidere il suo prevalente educatore (commistione fra padre, madre, parenti, società, norme, usi, insegnanti di tutti i generi, ecc, ecc) come fa a identificare il prevalente Laio da superare? Non potendolo fare perché non è più possibile farlo, il crescente di oggi rivolge la difesa contro sé stesso accecando la crescita.

Novembre 2006

Edipo in Trans

Per anni mi sono chiesto perché ho sempre desiderato, quando non amato, i “senza tetto e ne legge”, che pur avendo genitori, lo stesso sono orfani di abbandonati principi, come dai principi abbandonati. Solo recentemente ho capito che l’ho fatto perché in loro rivedevo il mio basilare gender di orfano (nella mia storia) e di adottato nei miei sentimenti. Non ho appreso la versione paterna che si insegna al maschio (secondo volontà di vita, determinare i principi sulla vita altra) perché l’adottante mi è mancato da bambino. Con l’accoglienza propria del suo essere femmina e donna, (secondo volontà di vita, accogliere i principi della vita altra) l’ho appresa, così, dalla fonte rimasta: la materna adottiva nel duplice ruolo di padre determinante oltre che di madre accogliente. Per quella scuola, a mia volta ho vissuto e agito quel duplice magistero: nell’essere materno (amoroso) anche paterno (normativo) e nell’essere paterno (normativo) anche amoroso perché materno. Naturalmente, agivo il duplice sentire secondo il carattere del “figlio adottato” e secondo il caso: se normativo ero amoroso, se accogliente ero normativo. Il tutto (nelle figure, nei ruoli, e nei motivi d’azione) secondo stati di infiniti stati di prevalente vita. Se a veneranda età sono ancora l’identità che funziona nella veste femminile nel maschile come maschile nel femminile direi (psicologicamente parlando) di non aver ancora superato i principi che convenzionalmente si intendono per maschio e uomo e femmina e donna. Al più, di essere diventato un non convenzionale Laio, in una non convenzionale Giocasta; come l’opposto. Per trovare la prevalente identità di sé, (la norma) è proprio necessario uccidere il Laio o la Giocasta? Dicono che lo sia, per poter diventare il nostro prevalente principio di maschio e/o di femmina, e che se non li uccidiamo, ci coglie pestifero gender: secondo infinite variabili, maschio e uomo in femmina, o femmina e donna in maschio. Visceralmente contrario a ogni genere di delitto, ho scelto (incosciente prima e cosciente man mano) di non agire per principi di morte, così, li ho lasciati vivere tutti e due. Per quella scelta, dal gender particolare che avrei ottenuto uccidendoli, (gender etero e/o psicotico se uccisi anche con spargimento di sangue) mi sono felicemente ritrovato nel gender vita: maschio (psicologicamente) e uomo (culturalmente) quando mi determina (e che tale mi fa diventare quando la determino) e femmina (psicologicamente) e donna (culturalmente) quando l’accolgo perché così ha determinato.

Edipo ha molti padri

Freud (rifacendosi alla tragedia di Edipo) dice che il figlio supera la figura del genitore se lo “uccide”. C’è del vero in quanto dice, tuttavia, è un vero fortemente superato. La società non è più il compiuto Genitore che fa compiuti genitori che fanno compiuto il Genitore. La Società, oggi, è un’Idra dalle molte teste: tutte referenti all’unica, e tutte delegate ad essere la sua, ma nessuna responsabile del Tutto. Ciò che è diventato lo Stato genitore, è diventato anche lo stato dei genitori. Anche i genitori, infatti, a livello educativo sono diventati la testa formata da tante teste. In vero è sempre stato così, ma i referenti dell’Idra dedita alla pedagogia sociale (sia pure ai tempi di Berta filava) erano numericamente inferiori. Non solo, di più ferma (certa e/o potente) identità personale e sociale. Per quanto penso, il figlio che oggi deve giungere ad uccidere il suo prevalente educatore (commistione fra padre, madre, parenti, società, norme, usi, insegnanti di tutti i generi, ecc, ecc) come fa a identificare il prevalente Laio da superare? Non potendolo fare perché non è più possibile farlo, il crescente di oggi rivolge la difesa contro sé stesso accecando la crescita.

Edipo a babbo appena ferito

In un post di sei anni fa che stavo rileggendo, avevo scritto che funzione di nutritore a parte, il padre, in quanto maestro di cultura per il figlio è morto. L’ha sostituito l’ambito di azione del figlio; ambito scolastico e/o di relazione. Per associazione di pensiero, da padre morto sono risalito a Laio e da Laio a Edipo che uccide Laio per poter superare la cultura del padre. Chi non supera il padre non giunge a sé stesso.  Si può anche dire, allora, che chi non giunge a sé stesso, uccide il padre che è in sé stesso. Per giungere a sé, può un odierno Edipo uccidere l’ambito che gli fa da padre? Per quante rivoluzioni faccia, direi proprio di no. Per trovare sé stesso allora, a Edipo non resta che sottomettersi alle leggi dell’ambito, o uscire dall’ambito.

 inpoltrona

Può succedere anche così.