In famiglia

Cesira, il gatto, la casa.

cesiracongatto

L’adottante Cesira: mia madre. Era sul balcone di casa: camera da letto sopra, cucina sotto. Pavimento di mattoni sopra; ballava tutto quando ci camminavo. In cucina il pavimento era di tavole. Forse per questo vi imperava un sempiterno odor di polvere. Nella camera (forse un 5×4) dormivamo in tre: la Cesira, il Costantino (parassita marito di seconde nozze) ed io.

La finestra in camera aveva dei vetri, trasparenti per esilità oltre che per genere. Pensavo di aver lasciato nel collegio di Vellai i freddi invernali: mi sbagliavo. Smettevo di battere i denti solo quando cedevo sonno. La camera dava sulla strada che subito dopo portava al Ponte della Torre. C’era l’orologio su quella Torre. Suonava alla mezzora e all’ora, il maledetto! Quando la Cesira si poté permettere l’affitto di una stanza adiacente solo per me, la vidi sorridente: fu una delle poche volte. Anche la miseria fa polvere. Per non respirarla bisogna tener chiuse le labbra ed è quello che faceva la Cesira. Solo per questo non sorrideva quasi mai. In cucina, diviso da una parete di faesite c’era il cesso: un bidone di latta. La casa dava sul Bisatto. Nessun pesce si è mai lamentato delle aggiunte. Di quel bidone devo avere ancora i segni i segni sul sedere! Di certo, nei ricordi. Ha un gattino in braccio: bianco e nero. Chissà se è lo stesso gattino che disegnava, quando, per mezzo di un medium, comunicava con me per scrittura automatica. Poche volte devo dire: non era una ciaccolona! Parlava se necessario: sotto questo aspetto gli somiglio. Indossa la vestaglia di quando “l’andava a mastèi” cioè, a lavare la biancheria a casa d’altri. Aveva i cappelli nerissimi e abbondanti. Non ho mai saputo perché mi abbia adottato. E’ anche vero che non gliel’ho mai chiesto. Vero è che non mi è mai stato un problema.

apenna

Cesira sotto una pergola

aneolinea

cesira

aneolinea

Questa, è ancora mia madre con un bambino. Non ho mai saputo chi sia, e neanche se lo ero io. Risposte zero. Dietro questa foto c’é scritto un mistero. La calligrafia è della Cesira. La trascrivo com’è: spaventiti di questa. La hanno fata a casa nostra. la fata Bepi Cavalaro e Bruti… Nell’angolo a sinistra, ha scritto: come la tua… ma qui la foto è tagliata. Dal tenore della scritta, arguisco una qualche tragedia.

Almeno per quei tempi. Sembra la scritta di una donna che dice all’uomo che l’ha messa incinta e poi abbandonata: spaventiti… di quello che hai fatto: a me pare evidente. Per tale supposizione, non credo di essere io quel bambino, anche se le orecchie me lo fanno pensare: sono le mie. Non ho mai avuto fratelli, e né sono stato il fratellastro di un figlio naturale. Arguisco, quindi, che gli sia mancato un figlio proprio, e che abbia adottato me. Si può arguire anche dell’altro, ma non sento il caso di piantar ulteriori badili su antiche fosse. Ripensandoci: è vero che sono stato adottato a sei mesi, quindi, quel bambino potrei essere io, ma, allora, quale, il senso della frase dietro la foto? Osservando bene la foto che segue vedo ben vestita sia la Cesira che il bambino. Strano! Da che ricordo, l’ho sempre vista povera, non, con possibilità come sembrerebbe. La Cesira era originaria di S. Urbano, in provincia di Padova. Nella foto stavamo sotto una vigna. Forse della casa di famiglia, o forse della zia Maria: sorella che abitava alla Lupia (o Luppia) di Saletto. La zia Maria (segalina, sempre vestita di nero, disponibile al sorriso) era sposata con un uomo (ovviamente) dagli atteggiamenti padronali: lo ricordo ancora. Lavorava come stradino. Quand’era in casa non doveva volare una mosca! Più che una casa era una colonica. Davanti aveva un grande cortile di mattoni. Davanti al cortile una grande vigna. Alla sinistra della casa, la stalla con sopra il fienile e il ricovero dei mezzi.  La porcilaia di fronte. Al lato opposto della casa un paio di campi: dietro anche. Per gli occhi e le fantasie di un bambino, circoscritte nella vie di Este, era un paradiso! Ci sono passato davanti molti anni dopo. La casa c’era ancora: raso al suolo tutto il resto! Credo di aver pianto.

apenna

Mia madre con un bambino

aneolinea

cesira

aneolinea

In questa foto, Cesira ci sta come se mi avesse adottato solo lei. E l’adottante Luigi? Assente destinatario perché era in Africa? Bellissime le mani della Cesira. Non sono ancora quelle rovinate dalla soda usata per lavare i panni a domicilio. Non so chi sia quel bambino. Cesira non me l’ha mai fatta vedere. Assieme alle altre, l’ho trovata (non ricordo come) dopo la sua morte. Vista la misura delle orecchie che mi ritrovo, e viste quelle del bambino, direi che sono io.

apenna

Luigi: padre adottivo.

aneolinea

Luigi. padre adottivo

aneolinea

E’ fotografato con la divisa coloniale.  Di mio padre ricordo come fosse ieri una sua premura. Con un suo amico mi aveva portato al Farinelli (di Este) a vedere un film con il tenore Mario Lanza. In quel film, Lanza cantava La serenata del somarello. Non ricordo nulla del film ma non ho mai dimenticato la travolgente canzone.

All’uscita del cinema mi chiese se avevo freddo. Devo avergli risposto di si perché m’ha messo la sua giacca sulle spalle. In questi giorni (12/2019) m’è venuto in mente che voleva farmi suonare il violino! Sul volto della Cesira lessi il mio spavento. Più o meno in quell’epoca pativo delle cadute dal letto. L’avevo vicino a un comò. Ci finivo sotto, forse perché attirato dal profumo dei biscotti fatti in casa che Cesira poneva nel primo cassetto. In un caso mi svegliai quando mia madre venne a tirarmi fuori. Mentre mi riportava al mio, vidi che c’era un uomo nel suo letto: quello della foto. Dopo quella volta non ho più nessun ricordo del Luigi: sparito! Del Luigi, la Cesira mi disse solo due cose: che faceva il muratore all’Unita, e che morì a causa dell’appendicite. Di ambo i casi non ho alcun ricordo.

aneolinea