Caro Francesco: si parla di te.

Non sono in grado di sapere (e forse neanche capire) quanto siano attendibili le opinioni che un giornalista del Fatto Quotidiano rileva sul tuo operato, tuttavia, alle ipotesi dette non ho potuto non aggiungere la mia.

apenna

I denti si tolgono dall’alveo smuovendoli per più posizioni. In vista dello scopo potrebbero sembrare contraddittorie e apparire un tentennamento professionale  del dentista. Solo i denti chiaramente marci permettono al Dentista di toglierli per immediato strappo; e per alcuni denti, Francesco l’ha fatto.

Ti allego l’articolo

Quo usque tandem Francesco?

So bene che non sei Catilina, ma come Vita (mio soprannome per gli amici) ti devo ricordare lo stesso, che la mia politica, in primo è andate e gioite. Non per ultimo, con tutte le dovute ragioni della coscienza: luogo in cui si riflettono le emozioni (agite_agenti come anche agenti_agite) mosse da ogni conoscenza.

apenna

Ora, sino a quando continuerai ad abusare della mia pazienza? Sino a che punto, senza freni mi scatenerai addosso la tua contrattuale clemenza? Pensi che non mi faccia nessuna impressione il violento reparto che presidia il tuo Palatino? Né le pattuglie che svolgono servizio di ronda nel credo altrui? Né l’ansiosa preoccupazione del popolo dal vivere pattuito con me, VITA, anche se non con te? Pensi che non mi faccia nessuna impressione, l’accorrere in ribalde crociate dei cittadini fedeli a te più che veri a sé come a me? Né la tua Sede (non così ben fortificata come credi) per la seduta del tuo senato? Ne la genuflessa mimesi nel volto dei tuoi? Non t’accorgi che le tue trame stanno nullificando il mio Spirito? Non vedi che il filo dei tempi e dei mores che stai tracciando, è consumato già all’arcolaio? Non vedi che i miei disegni soffrono, nel tuo? Proprio non t’accorgi che il Verbo, IO SONO, e la Parola, VITA, stanno rinunciando, nel tuo mondo, alla forza del mio Spirito? Sino a quando, nelle tue catene costretto, Francesco, abuserai ancora della mia pazienza?

ps. Solo per le tue spalle la direi un po’ pesantina, Francesco: que sera sera!

Caro Francesco: e l’amoris? E la laetizia?

Caro Francesco: l’arcivescovo di Santa Fe, monsignor John Charles Wester, ha spiegato che sul tema dell’ordinazione dei preti sposati non hai sentito che lo Spirito Santo fosse all’opera in questo momento.

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Ho iniziato questa lettera solo dopo aver finito di ridere! C’é voluto il suo tempo! Ti pregherei di spiegare all’arcivescovo che in presenza dei dissidi lo Spirito santo non si può assolutamente sentire, tanto quanto la sua “parola” é coperta dalle parole di chi pone dissidio in nome di precostituite verità! Digli inoltre che lo Spirito é Mediatore, e che dove non vi é mediazione, neanche vi può essere il Paraclito. Al più, spiriti terreni: sacerdoti o altro che siano. Già che ci sei, digli inoltre, che il Soggetto che secondo la chiesa li ha resi vicari, ha insegnato “che ognuno da’ quello che può” e che beati sono i “poveri di spirito”. Non vedo poveri di spirito nella gerarchia che amministri. Non perché non mi considero cristiano, tantomeno contro chi, sè nolente, gliel’hanno fatto legittimare post mortem. Ti vedo, invece, te nolente per quanto posso sentire, che hai predicato la tua Amoris laetizia nel deserto dei sordi, Sordi, non perché incapaci di ascoltare la vita ma perché incapaci di sentire la vita che non proviene dalle file di quegli invalidi. Non mi é completamente chiaro perché sento della simpatia per te, sovrano di uno Stato che se domani mattina sparisse assieme al calcio neanche me ne accorgerei. Per quella compartecipativa simpatia, mi domando: che ci stai a fare sulla Sedia visto che l”Amoris” di sé dei tuoi azionisti sta mettendo in minoranza l’Amoris che c’é nella tua “Laetizia”? Un precedente papa era giunto ad ammettere che non sentiva più la voce di Dio. Tu, ad ammettere che non é ancora giunto il momento di sentire la pacificante forza dello Spirito. Hai voglia di aspettare Francesco! Quelli che nella tua gerarchia sono presi dalla voce dell’IO, tutto possono ascoltare fuorché la voce di Dio! E’ vero quanto sostengo? Non é vero quanto sostengo? Non lo so. Quello che so, é che prima o poi capiremo, e che da per tutto vorrò essere fuorché al posto dei ritardatari.

Caro Francesco: vedo che anche tu…

Vedo che anche tu sei un eretico. Eretico – dal greco hairetikós “che sceglie”

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Mi sei venuto in mente mentre stavo dando un senso panchinaro ad un ozio pomeridiano. Quando ozio scartabello fra i già detti e i già scritti. Ho riaperto, così, la cartella “principi della vita”. Fra i principi, ho rivisto le figure che nel nostro piano della vita sono state principianti: li chiamiamo profeti. Come sappiamo tutti, è profeta chi reca la nuova parola. Quello che generalmente non sappiamo (o meglio, non crediamo) è che tanto o poco, bene o male, tutti siamo capaci di nuova parola. Nessuno può dire con assoluta certezza che un profeta è più grande di un altro, o che alla vita é necessario uno anziché un altro: tutto è necessario alla vita. La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. Nessuna vita dice la sua emozione allo stesso modo e intensità, quindi, nessuna vita può essere eguale a un altra. Al più, somigliante per culturali e spirituali alleanze. Cosa fa si, allora, che vi siano figure che sfuggono alle collettive alleanze religiose, e per questo ad altre non eguali? Può essere perché vi sono (o vi sono state) delle figure che a causa di personali depressioni hanno detto delle cose nuove sul dolore e sul modo di guarirlo? Può essere perché vi sono (o vi sono state) delle figure che a causa di personali esaltazioni e/o ideali ricerche hanno detto come seguire (in modo nuovo) quanto gli rivelavano, vuoi le esaltazioni e/o vuoi le ricerche? Può essere perché si dicono (o vengano detti) ispirati da Dio vuoi direttamente, vuoi indirettamente?

Su Dio è stato detto di tutto e di più. Se è vero che non credo più a quanto detto su Dio, non per questo non credo a un Principio della vita. Lo dico così: il Principio della vita è la vita che ha attuato il suo principio: la vita. Siccome lo penso Principio al principio, lo penso anche sovrano. Come tale assoluto e in quanto assoluto, l’Uno. Se al principio vi è il Suo principio, e se questo principio è vita, che altro può dire il Principio, se non di essere vita, e in ciò affermar di essere primo verbo (sono) e vita (lo é chi si sente) come prima parola? Messe così le cose, risultano ben chiare le ragioni della Genesi biblica: il Principio è presso sé stesso perché Vita è Verbo sono indivisibili. Se ciò è dell’Immagine della vita, ciò non può non essere della vita a quella somigliante? Al nostro principio, l’unione fra Verbo e Parola non è assoluta. Direi, allora, che il vero peccato originale è la nostra intrinseca condizione di scissi dall’Assoluto, non, la conseguenza di erotiche fantasie sessuali attuate dalla prima vita messa in vita. Se il Principio è assoluto verbo e assoluta parola, ne consegue che lo possiamo dire solo per mezzo di parole assolute.

Tanto più sono assolute e tanto più sono (o lo possiamo dire e/o credere) ispirate dal Principio. Siccome il Principio è vita, un profeta può dire di sentirlo tanto quanto sente la vita. Si sente la vita cogliendo le emozioni della forza che chiamiamo Spirito. Tanto quanto sono elevate ed elevanti le emozioni procurate dal sentire lo Spirito, e tanto quanto le possiamo dire provenienti dagli stati assoluti della vita, ma, c’è un ma!  La vita sentita negli stati elevati del suo stato da un profeta, non è detto che sia quella degli assoluti principi del Principio. Il peso della condizione umana, infatti, non permette a nessun mistico di elevare il suo spirito sino a quello della Vita. Le emozioni “divine” sentite da un profeta, quindi, potrebbero essere solo quelle dovute ad una sua spirituale condizione della vitalità. Giunto in fine, chiudo la lettera dicendoti la morale di questa favola: un profeta è a immagine della Vita tanto quanto dice a nuovo solamente i Suoi assoluti, ed è a immagine della propria, quando, su quelli della Vita, dice i propri. Credimi, Francesco, con la profezia, la Vita pone un eretico di fronte ad una scelta: dire la parola nuova, o lasciare il compito di farlo al Principio e ai suoi principi? Non mi risulta profeta che abbia saputo tacere. I pro e i contro sono universalmente noti. 

Caro Francesco: al principio niente mogli e niente madri: solo il Principio.

Dio è Spirito: la forza della vita che ha originato la vita.

Con altre parole, è il Principio che ha originato il suo principio: la vita.

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ilprincipio

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Vita, è relazione di corrispondenza fra volontà determinante (la maschile) e volontà accogliente: la femminile. Dio è la massima unità della trinità dei suoi stati, quindi, è l’Uno. In quanto Uno, è inscindibile. Così, è Uno anche il carattere determinante ed accogliente della forza del Spirito. Giusto per toglierci dalla testa che Dio sia maschio e femmina, e uomo e donna: Dio è vita. Fra la vita divina e la vita umana, vi sono stati di infiniti stati di spirito. Ogni stato può essere un’identità, come l’emozione (la parola) di una data identità. Succede che vi siano personalità, in grado di relazionare con la vita ulteriore. Sono detti medium. Cosa procura questa capacità? La procura una maggiorata coscienza della vita. Il modo in cui avviene è legato alla data personalità, alle sue vicissitudini, alla sua storia, e alla cultura del contesto in cui vive, ecc, ecc. La psichiatria sostiene che la possibilità medianica derivi dalla parte inconscia della mente. La corrispondenza di uno spirito con il nostro avviene per affinità di spirito. Esemplificando: se il mio spirito ha forza 10, corrisponderà con uno spirito di forza simile. Poiché non saremo mai pienamente coscienti del nostro stati di spirito, così, non saremo mai pienamente sicuri di aver a che fare con lo stesso spirito. Nessuno di noi, può dirsi Uno. Quindi, toglierci dalla testa di poter corrispondere con lo spirito di Dio. Si può dire, però, che vi sono personalità più unitarie di altre. Ebbene, queste personalità corrisponderanno con spiriti più unitari di altri. Chi siano questi spiriti, ogni personalità medianica lo potrà credere ma non sapere. Al più, potrà dir di sapere sulla data identità, tanto quanto sarà in grado di sentire che gli stati di spirito di quella forza sono corrispondenti ai suoi, ma c’è un ma: il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male. Il che significa che il male può essere maggiore, dove maggiore la rivelazione. E’ ben vero che è un gioco che dura poco, la seduzione del male, (il male sa far le pentole ma non i coperchi, infatti ) però può bastare per incantare il credulo.

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Una volta subito l’incanto della manifestazione spiritica, (diabolica o no che sia) liberarsi dalla malia spiritica è necessario mutare lo stato del nostro spirito, dirigendoci verso altra condizione di vita. In genere, le esperienze spiritiche succedono ai dolenti. E’ dolente, chi è scisso dal suo bene. Chi è scisso dal suo bene non è nel giusto, e, quindi, neanche può essere nel vero di sé che è dato dalla pienezza dell’identità. Il male, è dolore naturale e spirituale da errore culturale. Ogni medium nel male da dolore per errore, quindi, corrisponde con spiriti nello stesso stato di vita. Sia su questo piano della vita che sull’ulteriore, vita, è stato di infiniti stati di vita, quindi, anche il male dello spirito che corrisponde con il medium è soggetto alla stessa misura di forza e di spirito. L’infinita misura di male da dolore per errore, pertanto, rende impossibile dire se uno spirito è nel bene o nel male, perché può esserlo in un dato momento, e non esserlo nel successivo. Possiamo parlare di spiriti del male, allora, solamente se in piena coscienza perseguono il male, come possiamo dire omicida chi persegue in piena coscienza quella distruttiva volontà. Detto questo, vediamo il caso di Saulo di Tarso e del Profeta. Ad ambedue è apparso uno spirito. In che condizione di spirito erano il Saulo ed il Profeta? Sapendo la loro condizione di spirito, sappiamo (?) l’identità dello spirito che si è manifestato loro. Tenendo ben presente, però, che se fossero stati nella pienezza di sé, non gli sarebbe apparso nessun spirito. Diversamente dal Saulo, (i suoi dissidi interiori e personali sono storicamente noti) il Profeta, almeno a quello che mi risulta, non ebbe analoghi dissidi con sé stesso, o, se li ebbe, (ma qui vado a naso) furono provocati da più intime ricerche personali, e/o da una notevole capacità di compassione, ma temo di non conoscere la vita del Profeta quanto basta. Mi limito quindi, a queste due sole supposizioni. Dato il genere di messaggero, però, arguisco che i suoi dissidi riguardassero, oltre che la sua personale identità, anche quella del suo popolo: diviso in numerose e discordi tribù, e religiosamente scisso per politeistica adorazione. Immagino il Profeta, dolere di questa situazione. Immagino il Profeta mentre lo vedo desiderare una forza unificatrice. Lo immagino, mentre, forse, desiderava essere quella forza unificatrice; e quella gli è apparsa sotto forma di spirito. Il resto lo sappiamo. Seguito il messo unificatore, poteva il Profeta accettare il culto delle mogli di Allah? A mio avviso no. Vuoi perché, in quanto politeista, quel culto era divisore, vuoi perché cercava il Grande, vuoi perché il Grande non può non essere Unico, e quindi, non generato e tanto meno ammogliato.

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Non ho mai nominato invano come in questa lettera. Il fatto è, che per dirlo come lo penso, ho dovuto nominarlo come il mondo lo pensa.

Caro Francesco: hai presente il mercurio…

Hai presente il mercurio che più tenti di prenderlo e più si divide? Vedo così anche l’impulso pedofilo che sta facendo beccheggiare la tua barca anche pericolosamente. Vedo anche che stai tentando di salvare capra e cavoli ma senza riuscirci quanto vorresti. Diversamente da te, posso dire quello che voglio e fare quello che credo per un solo fondamentale motivo: ho le mani assolutamente vuote da ogni condizionante potere. In questa felice situazione posso dire quello che credo verità, perché urbi et orbi (lasciamelo dire) lo credo veramente, non perché è veramente così se trovo opportuno dirla o non dirla. Da un bel po’ la tua chiesa è solo marginalmente mia. Pertanto, non dovrei impicciarmi delle sacre cose. Metti che lo faccio perché sono un romantico, e che questo basti per darti un consiglio non richiesto: vuoi togliere dalla tua chiesa gli abiti infetti? Semplice! Devi solo trovare l’eroico coraggio di non spogliarla dietro paraventi. Unico paravento deve essere la sincerità che riporta il sacerdozio alla sua naturale umanità, Restituendogli gli attributi che le verità della chiesa hanno trovato opportuno castrare. Confida nelle pecore, Francesco: capiranno! E’ ben vero che gli avete tagliato la gola per secoli, ma, anche se non lo diresti proprio, non del tutto, la capacità di discernere secondo equità; non del tutto il giudizio che le conduce per “verdissimi prati”; ad abbeverarsi solo “nelle placide acque”. Si è vero: hanno pur sempre bisogno di nuovi pastori. Nuovi, spero, innanzi tutto perchè senza bastone! Con i bastoni sulla schiena delle pecore, basta!