Gayenna in rima

Antiche spoglie

apenna

L’occasionale incontro con il motociclista è un mito nel mondo gayoso. Qui interpreto speranze di “piazza” e forse anche quello che mi sarebbe piaciuto vivere almeno una volta.

Dopo un saluto te ne vai con la moto: e me?
Fante, cavallo, re, o soltanto una sveltina per te?
Tutto è in sospeso. Nulla è di peso.
Anche la sera mi resta il caso,
del povero coso che hai lasciato
non più di tanto meravigliato,
se ho già dimenticato il tuo viso.
Tu sei stato il mio cavalletto,
ed io ho sbagliato petto:
questa è la verità!
E va beh! Che sarà!
Ma tutto vuoi sospeso.
Che nulla ti sia di peso.
Lasciare vuoi alla sera,
giudizio e caso.

afrecce

Non mi interessano gli Adoni.
Non i fustaccioni.
Degli orsi non voglio pelle.
Non desidero sorelle.
Voglio qualcosa d’ignoto.
Niente di già vissuto.
Di superato.
Io voglio una storia,
non una memoria.
Non mi interessa che duri un’era
ma che nel durar sia vera.
Voglio un libro da leggere piano.
Con nessun arcano.
Lo voglio nel mio letto.
Tranquillo nel suo sonno.
Lo voglio un po’ arlecchino.
Lo voglio un po’ signore.
Bianca, rossa, gialla o nera,
che sia la copertina,
la mattina,
lo voglio al mio risveglio.
Lo voglio nome per il giorno.
Lo voglio attorno.
Lo voglio mio presente.
Tocco nella mano.
Sollievo alla fatica.
Lo voglio vita.
Intendo viverlo a piene mani.
Farò in modo che non pensi mai:
e se domani.

afrecce

A suo tempo, più della donna ho sentito la mancanza del figlio. Con il tempo ho capito che, almeno per me, quel desiderio non era altro che “una fuga in avanti”. Così, al posto del figlio ho adottato la vita. Oltre che figli, ora, ho un’infinità di parenti: non pochi i serpenti.

Amo un uomo ma c’è un però:
appena sa dir: boobo!
Nel sorriso c’è il papà.
Negli occhi la mammà,
ma quando fa: boobo!
pare me, ma, con i suoi però.
Non pretendo di essergli il papà.
Figuratevi la mammà.
Intendo solo camminargli accanto.
Solo intendo dargli il mondo.
Si farà grande. Si farà domande.
A suo tempo gli risponderò,
ma, con dei però.
Si, lo so!
E’ un amore prematuro.
E’ un amore da futuro, però,
fra le mie braccia non c’è alcun ma.
Fra le vostre si vedrà.

afrecce

Mi hai lasciato
amante ambrato
malinconia
nella mia via.
Nulla di definito
ma la povertà
è già il dito.
Così, t’ho cullato con amore!
Così, ho visto cancellata
ogni traccia del timore.
Forse per questo
ti sentirai straniero meno palese
perché dello stesso paese
almeno la notte.

afrecce

Come mai, tu, meraviglia del creato
ti sei trovato a seder piantato
a causa di uno scipito sbarbato?
E’ presto detto:
ci si ritrova col cuore rintronato
ogni volta la passione fa rima con melone ma
alzi la mano chi non ha mai sbucciato,
l’amaro frutto dell’errore.
Chi non ha ascoltato prima del passo,
il suono fesso dell’apparenza.
Ti consoli un pensiero:
senza quella fantascienza
di che vivresti con gli amici,
tu, deragliato a causa di uno smarrito
sulle tue rotaie?

afrecce

Vita o spogliata: maschera.
Dipinta o bruciata: maschera.
Gelato alla frutta cannolo o granita: maschera.
Frutta candita o candela sciupata: maschera.
Prigione o nuotare o sui libri salire: maschera.
Maschera da scenari prepari.

afrecce

Non ho mai spacciato per mio delle cose d’altri ma questa lo pare anche a me da tanto è  simil Zero.

Col dito puntato. Allo scudo avvinghiato. Siamo al solito.
Ma cosa vuoi puntare. Cosa vuoi coprire?
La paura di mancare? Di godere? Di sapere?
Cosa vuoi sapere? Se sono principessa o palafreniere?
I caci vanno con le pere
e ancora ti domandi
quale mercato offro al tuo piacere?
E’ chiaro che ti offro l’amare che non conosci.
E’ chiaro che ti offro risposte che non hai.
Io ti offro confusioni.
Forse emozioni.
Forse nulla di tutto questo.
Forse il resto.
Guardami!
Potrei essere i tuoi bisogni.
Forse i tuoi sogni.

Gayenna – La circumnavigata

FAMMI ASCOLTARE IL CUORE

NON TACCIA A CHI LO PERCORRE SENZA GUIDA

apenna

La mano del diavoletto passa su l’erba bagnata mentre m’invita sotto una luna spietata.

La ragione sa stare da sola. La casa no.

Tracce di sorriso sulla mappa lasciano franati castelli.

Solo il gatto si è svegliato al mio bussare Tu, che fingevi di dormire, gli delegasti il compito di mandarmi via.

Fra l’erba del parco come natura divina apparsa per mio desiderio a placare la terra.

Sei arrivato tu, a scoperchiare la mia tranquillità. Come un notturno sorpreso dalla luce, ho urlato per il dolore e per la meraviglia.

Ti so affamato ma lo stesso l’anima mia cincischi: svogliato.

Complice un vino della malora stasera ti ho detto – amato – come mai ti avrei detto allora.

Situazione vuole che l’occhio dell’amante sia la lente che dell’età che passa vede ciò che era e non ha vissuto. Tanto che sogna un contenuto che altro non è ciò che bramava fra sé e sé.

Non si sente un filo di sera. E’ giunta prima la notte.

Che palle, il Natale! Così, in quanto parte lesa, non sono andato in chiesa. Sono andato, invece, nel solito giardino. Maree di stelle, a volta sulla scalinata. Ai lati, gli alberi stavano, dalla notte compresi.

Il fato ghignava mentre lo seguivo con passo felpato. Non m’aveva visto. Forse fingeva. L’ho seguito nella mossa sospeso sino a che la notte ha chiuso.

Sono a letto con una giovinezza vaga di tetto e di legge. Io sono veglio: ho bisogno di verità. Lui ci dorme.

Ancora carcerato carceriere. Lo rileggo nel mio canzoniere.

Venti sigarette dopo. Sono cinque di mattina. Lo mando a fanculo o rovisto il baule? Vorrei sempre originale il mio peccato di gola ma la parola – t’amo – è una nota sola.

Se ti dicessi che mi sento sospinto come appena al di sotto del filo di un’acqua non mi diresti: non è immagine un po’ vecchia? Allora, com’è che non muore?

Hai conosciuto da poco i miei gravi sospiri e di già come fantastici hai definito i miei pensieri. Chi potrebbe darti più di vent’anni?

Ho visto in un canto un cavallo di balsa. L’ho visto privo di biada.

L’idea della giovinezza (riuscire a cambiare il mondo con la forza del suo spirito) fa persino tenerezza se solo penso alla fatica che fa per alzarsi dal letto.

Ti avevo detto che non scrivevo più. Non è vero. Tutto mi torna a fiorire non appena la vita mi bagna.

Ci hai provato, provato e riprovato. Tremi, vero? Ti basti la lezione: i polli non sono rapaci.

I tuoi occhi di topo irrequieto dentro la gabbia che ti sei costruito e nella quale hai scoperto non esservi esca.

Il tempo che passa farà scordare ai pioppi le foglie che l’acqua portava via mentre pioveva.

Al tuo sorriso, tremolante gelatina, io, (che pure jena sono), in un baleno muto, vizioso di fusa come un gatto. Questa storia non ha morale. Non importa. Non è reale.

Prima mi hai elevato, e dopo avermi illuso mi hai buttato giù. Come credere agli angeli quando hanno vent’anni?

Portata dalla sera è arrivata la solita ora di debolezza. Ho chiuso la porta nel tentativo di lasciarla fuori, invece, me la scopro nella testa già padrona di casa mia.

Attenti a voi, anime reiette! Tempi son da cavallette, perché, il sesso è lo strale del divino temporale! Dice il Cardinale, che tutto sa sul male, “quale unica morale vi sostenga castità”, perché, neanche santa trinità, vi salverà dal disonore, di finire per amore o d’ecclesiale carità.

afrecce

Natale è passato come una cometa. Tu, l’hai seguita.

E, così, tu mi ami! Ed io, vecchio come sono dovrei credere ai miracoli? Vita, vita: perché mi perseguiti?

Mi hai detto no, senza curarti se morirò per sere e sere.

Quante cose farei con un se vicino a te. Ad esempio, me. Ho vinto i tuoi voleri. Sensazione di vittoria a suo tempo condivisa anche da Pirro.

Come Ulisse avrei dovuto tarpare la parola ai sogni ma dolce mi è stato naufragare nel tuo mare salato.

Non dirò nulla di nuovo confermandoti che tutto mi parla di te. Solo tu, stranamente taci.

Ecco che vieni. Ecco che vai. Giri ma non mi vedi. Se le occhiate potessero le mie dovrebbero, invece, vieni, vai, giri ma non mi vedi.

Sei chiodo fisso nella testa. Non so per quale segreto hai potuto tanto. So solo che quando ti penso sei lì nel farmi male.

Corteo di ricordi si accavallano nella mente. Distolgono il sonno dalla solita strada. Lo disperdono per altri sentieri.

Che meraviglia la scoperta d’una mano che passando dice – t’amo! – anche se mente.

Dalle tue labbra di ieri se ne sono andati i miei pensieri.

Quale impiccio il sesso, l’età, gli schemi. Vorrei averti, invece, angelo secondo Concilio, e testimoniando al cielo la beatitudine che mi dai, restituire, complice te, l’unità al creato.

Appiccicosa come una pastiglia gommosa in un vano della mente ininterrottamente un’idea supplente batte.

La tua forma si crogiola nel tempo che hai fermato anche lui senza fiato.

Ti sento come un feto che picchia sui miei sentimenti quando alla vita e all’amante consenti solo ansia senza sorte al respiro.

Sono stato come una biglia sopra un panno. Ho girato a tuo comando spinto dai desideri del momento, secondo i capricci del minuto. Ora sono fermo per mancanza di energia: la tua, la mia.

Per fortuna l’età mi consente di fermare ciò che prova, ma comunque amaro mi è stato il tacere la via dei campi e nel contempo salvar virtuosa un’ idea di castità che forse posa.

Tacciono foglie d’autunno.

Ho cenato con due etti di baccalà mantecato ed un brut di Treviso. Non potendo champagne, ovvio il buon viso. Ora sono qui, su di una nuvoletta. Alcolica direte, ma giudicando di fretta. Certo, è digestivo quattro passi sul rivo. Così, pensando me ne vo’ scalinando giulivo ma, con la serietà che si deve a dei passi sulla neve.

Nudi i rami dei propri discorsi parole d’inverno lasciano ai prati.

Così, non sono un montone stupendo! Ti avevo chiesto di colpire il petto ma come al solito non hai badato alla mira.

Temevo la tua figura memore di bruschi risvegli, invece, sfogliati pochi casini, sono giunto subito al cuore.

Gira e rigira non riesco ad averti. Per farlo ho tentato con tutte le rime. Niente! Ti direi evanescente se non avessi visto che baciavi un amico dietro una tenda.

Come un giunco sfidi la mia artrosi e te ne fai un vanto. Con che fatica, invece, io vado sul selciato. Ma non è per l’età o per la diversità come può sembrare. E’ che io sto, e tu vai ad amare.

afrecce

E dagli! La solita sveglia: sono le otto! Sotto la coperta ti stiri mugugnando contro il freddo della stanza. L’odore del corpo che impregna le lenzuola, è come placenta che ti lega al tutto che la notte ha creato a tuo scopo. Fuori, i rumori tenderebbero a stracciare questa pienezza di gatto contento, ma, tu rifiuti il suo canto. Zittendo la voce che ti chiama, stacchi la sveglia e ti rimetti a dormire pur sapendo che al risveglio tornerai il bambino che marinava la scuola.

Vorrei vivere l’amore come prima per questo simulacro di cosa vera che giace impronta di lenzuolo al fianco indifferente a tutto questo.

Ho girato le rive. Ho pescato una vecchia ciabatta, delle risate con un girino, una tenerezza con uno straniero, e questo pensiero.

Da dove vieni? Dalla Russia. Hai trovato una sistemazione? Mi risponde la desolazione. Non è ancora uscito di prigione.

Chissà per quali sentieri è giunto a Verona questo giovane Pakistano. Come neanche fosse il caso, gli passo pianino, una mano sul sedere: ci trovo rovine.

Il ragazzaccio tunisino che sta russando sul mio letto mentre scrivo queste righe ha la pelle di seta. In tanta delicatezza, una voce da contrabbasso! A suo modo è un sasso venato d’oro. Più volte del mio.

Sulla pagina vaga una pena in cerca d’inchiostro.

Questa sera girano come le pazze. Gli alberi non fanno una piega! Neanche fossero giunti per caso.

Domenica è musica che stona se il numero dato il sabato non suona.

Sono stato un mostro di scienza davanti ai tuoi occhi. Quale pavone, più di così!

Ti ho sentito delicato come un forse rimandato. Il mio batterti sul vetro t’ha svegliato mentre guidavi veloce un’auto ferma.

La primavera è tornata. Non ha i tuoi occhi.

Vorrei legarti, prigioniero di un pensiero esternato a qualcosa di bianco. Invece, neanche un filo d’inchiostro ti ferma accanto.

Tornato dalla marca agitavi la patta in maniera gloriosa. Sistemavi chissà che. Chissà cosa.

Sorride come mignotta il bimbo pensandomi pera già cotta mentre lo lascio nel limbo dei chi va là.

E mentre te ne vai superando il fosso sento che mi scivoli di dosso, lieve come può stare la neve dentro un calore.

Alla mia sinistra mi raggiunge una voce affannata. E’ un giovane romeno. Mi dice: ti ho riconosciuto dalla pedalata!

Sono le quindici. Sono in terrazza. Residuato di idee da spiaggia, indosso un pareo. Sto leggendo. Il cielo è bello come un problema risolto. Un’idea di sesso mi viene incontro come cane di razza. Ha le pulci.

s. Valentino: chiaroscuri, promesse e ciance di speranza.

Te ne stavi sdraiato. Bello, come altre verità che ho amato, te ne stavi sdraiato. Attorno a te, l’aria si muoveva, piena di grazia. Sorridevi, mentre ti ondulava i capelli.

Nessun divino, nel mio giardino. Solo un poverello senza oggi e senza ieri. Cercava i suoi pensieri.

Tenero, il giovane pakistano. Mi dice: Vitaliano, a me piace far l’amore. Rispondo, hai trovato il tuo signore. Spengo la luce. Potrei arrossire.

Fra le frasche di quasi ottobre, incuranti di ogni polmonite, nudi! Mi dice: quanti anni hai? Gli rispondo: tanti. Lo vedo rovellar sui conti e poi mi bacia. Nulla dissente. A parte la notte.

afrecce

Ogni ombra del giardino mi bisbiglia: fuoco, o fuochino? Pur sentendomi un po’ cretino, passo la notte facendo l’indovino.

Non, perché non sei un uomo mi hai tolto il respiro ma perché mi hai chiesto: mi giro?

Onde sulla rena il tuo riso e mai marea così quieta.

Silenzi secolari nel giardino scocciati da un omarino che nonostante il pistolino si crede tutto lui.

Chi sei, tu, che passi fra i miei pensieri, modificando il mio oggi e celando il tuo ieri?

Di te non scriverò. Sei stato felicità.

Pur avendo risposto al mio saluto birichino l’indiano continuò a pulirsi i denti con lo spazzolino. Al che, messa via l’idea di bisboccia gli avrei offerto la doccia, invece, con tranquillità, è uscito per di là!

Un bandito m’ha strizzato l’occhio, (inizio di un amore, o di un mercato?) ed il mio, come ammutinato, subito gli ha risposto. Non c’è traccia di bellezza sulla sua faccia, ma, stupito, ho desiderato le sue braccia! Di quali pasticci non è capace il cuore, quando intruglia sesso con idee d’amore!

Potrei guarire l’anima se volessi. Basterebbe che dai miei pensieri t’allontanassi, ma, di che s’allieta un’anima guarita? Dell’ultima partita giocata allo stadio?

Ci siamo spogliati ieri sera e ci siamo spogliati oggi. Non è successo nulla. Se così la vita si trastulla meglio sarà fasulla vena fingersi a catena, e se lo star sé stessi è pena, unguento sia il silenzio alle ferite. Tempo verrà di cose trite e di risate, e sulle fosse, marmi e fiori secchi

Cercavo te. Ho trovato me.

Già da troppo ho le palle in nì! Sarà il tempo? Sono così, anche quando è bello! Poco sesso? Non è a bacchetta ma non manca. Poco amore? L’esclusione non è immediata. Più di qualcosa l’incaglia. Ci vuole uno zoom!

Trovo amanti, che spasimano talmente il sesso, che non so più se faccio l’amore la carità.

Chissà per quali sentieri è giunto a Verona questo giovane Pakistano. Come neanche fosse il caso, gli passo, pianino, una mano sul sedere: ci trovo rovine.

Come per vita propria passa la mia mano su di te. Ed è dolce percorrere i declivi. Giungere ai colli e al fiume. Ho bisogno di fiato.

Ti ho sentito, delicato come un forse rimandato.

Che bello il giardino stasera, illuminato da una piccola piccola bugia nera.

Onde sulla rena il tuo riso e mai marea così quieta.

Sei uscito con qualcosa di mio. Il senso. L’incompiuto.

Quello che agisco è mero accidente visto da distante, così, le pagine, girano appena il silenzio.

Piove. La goccia scivola sul vetro. Cade, diresti, invece si diverte.

Eri mio? Solo a metà! Eri tuo? Solo a metà! Così fra la metà di te e di me, si è inserito un tre. Si amava da sé!

Le guance hai fiorito alla brina. Sciolto l’inverno come grano di sale.

afrecce

Le tue labbra. Farfalle delicate. Sulle mie si sono posate giusto per riprendere il volo.

Ho amato un tossico. Lo sono diventato, ma, di sono, non, di ero. Così, nulla per la mia vita è stato più vero: siamo ciò che amiamo.

Il cuore ha un difetto: non è una batteria. Così, quello che hai dato ieri, si è perso per la via. Oggi, che di te avrei bisogno, nel nulla mi ritrovo. Ed è un andar di nuovo a prima dell’evento. E’ ricerca del sacchetto che hai posato subito dopo la porta: uscendo.

Vitaliano, Vitaliano, cosa cerchi nel Giardino? Cercavo risposte. Cercavo perché. Cercavo rami. Soluzione di problemi. Riposa, Vitaliano. A che vale il tuo discorso? Terra è il corso, e noi, anni e risposte ad affanni e nodi che non sciogli, o forza che non cogli fra radici e verità.

Pare vomito le foglie sui viali. Come se anche la stagione avesse problemi di stomaco.

Confesso d’averti spogliato. Anche violato. L’ho fatto per amore. Avevo fame. Avevo cuore. Anche tu me n’hai dato! Da riempire col mio. Da credere tuo.

Oppongo resistenza alla luce che mi tira per il braccio con voglia d’uscire perché aspetto una voce.

Acquartierato nel tuo sorriso ci sarei stato per anni. I ruderi non pagano gli assedi.

Un amante. Un poco nero. Colgo il dado. Non è vero.

Meraviglia mi sei stato, e da innumerevoli fogli, osanna vissuto. L’acqua è caduta. La terra non l’ha colta.

Mi fai sentire il bambino davanti al primo pollo della sua vita. Usare le mani?

Dove mi sono andate a finire le mille e una notte? Tutte, tutte, giacciono usate.

Puttana la vita se ti dice che la carne è gratis ma il sangue no.

E’ bello come un dio. Cancellalo, notte. Devo pur vivere.

Passa un piccolino pigiando sui pedali. Sono le cinque del mattino. Mi dice tutta la sua pena, la catena.

L’amante russa un pelo. Io guardo il cielo. Si sveglierà convinto d’aver dato chissà che. Gli spegnerò l’idea preparandogli il caffé.

Dell’amare ricordo quello che rimane: contesi pezzi di pena.

E’ giovane. Arabo. In bicicletta. Ciao, mi dice, mi dai una sigaretta? Mi guarda come se fossi la madonna pellegrina ma cerca eroina.

A Mao Miccin che m’ha lasciato. “Pane e vin non gli mancava. L’insalata era nell’orto. Dove mai, sei andato tu?” Caro il mio babbino: capirai che menù, pane e vino. Mica sono il Michelino! E neanche un leprotto da insalata come ultima portata. Io mi chiamo giovinezza! Vero, ma il fatto è, che non dipende da te. Mentre dipende da me, il fare in modo che non sia un senso che sterile si sfoglia fra voglia e voglia.

Si è girato l’ultimo amato verso di me. Tracce di fiele non ignoro.

Non essere stanco della blanda pena. A cena servirà la tentazione che hai di me.

I lampioni sembrano godere la fine delle foglie, ma è vittoria che non dura se quello che fanno vedere si chiama spazzatura.

Nudi i rami dei propri discorsi. Parole d’inverno lasciano ai prati.

Il gattino che m’è passato vicino a pelo alzato, ha miagolato: occhio! Nulla ho a che fare col Finocchio. Questo detto, è andato sotto una ginestra! Felino di Sinistra, o felino di Destra?

Mi è costato una caffettiera usata, e una qualche posata. Le amiche direbbero, il Vitaliano, è ridotto alla chincaglieria! Chi non osa un attimo di follia, ha larga la foglia ma stretta la via.

afrecce

Ve lo giuro! Era come d’una fiera l’occhiata che mi ha dato, e che mi ha portato come privo di peso in un isola di tigri e di pirati, ma ho riso all’idea di me, Perla di Labuan fra le braccia di un bucaniere sulla moto.

Sono stato un mostro di scienza davanti ai tuoi occhi. Quale pavone, più di così!

Quale sogno d’amore non avrei vissuto con te, se solo non avessero diviso la vita in tre.

Pensieri stracciati, come sacchi usati, girano in tondo, sul fiume.

Sto tentando di dirmi i motivi per cui mi hai sconvolto. Forse sono stati gli occhi. Così vicini all’anima.

Volerai falco più alto. Tua la visione del mondo ed il suo silenzio.

Eri convinto ti rubasse i soldi, invece, t’ha preso i giorni.

Che tenerezza quella molla da bucato. Stringeva la vestaglia su di te come se ti dovesse difendere da me.

Cosa non avrei fatto se solo avessi creduto più forte la tua carne!

Se fossi inseguito da un nemico pensiero e mi trovassi davanti ad un mare di dubbi, ancora non starei come ora sto: incapace Mosè davanti l’acqua.

Zavorrato da fessi pensieri percorro altri sentieri.

Principe cialtrone non eri una volta. Ora, non mi dire che la vita ha distrutto il tuo regno. Dimmi, piuttosto, che ho sbagliato sogno.

La biro spinta nel giro, s’ingorga. Come un’anima sott’acqua s’avvinghia alla mano che l’aiuta. Non la regge il cuore.

Il sole attendo ma non viene. Le nuvole mi ha mandato (ambasciatrici di malinconie) con un pianto che è rimasto sospeso a mezz’aria.

Il bianco ti avvolgeva come un amante innamorato. Geloso t’ho spogliato e vestito a mio sonetto.

Fra le mie braccia, come uno stanco pensiero che riposi il vero su infinita pace, il tuo russare finalmente tace!

Ti ho circuito, accompagnato, consigliato, blandito, approvato, capito, rimboccato: come una nutrice. Mi hai lasciato ai ferri e ai ricordi.

Non c’è nulla da fare. Non mi può vedere. Sciagurato lui che non sa, che ad un qualsiasi condannato, prima si da, un pensiero d’amore.

Non vi deve essere stupore se roccia pare, eppure frana! La natura può dolere per infinite vie, e come crepa stare al cuore, del più bianco fra i Carrara.

Vorrei spogliare la tua mente e farle capire che anche attraverso la carne si può giungere all’anima.

Nella stanza priva di presenze scopro la sera mentre si aggirara senza senso fra i mobili.

Pensieri stracciati come sacchi usati girano in tondo sul fiume.

Da una parte hai messo la tua virilità e dall’altra la mia diversità, poi, (santa ingenuità), hai detto: beh! Che differenza c’è!

Il gioco è finito perché davanti ad un re di cuori ho potuto pochi fiori.

Dopo averti permesso di rovistare nei miei pensieri e di trattare me e loro come cose invecchiate in strane maniere, non potresti dirmi cosa cercavi?

L’Aids è il giusto castigo con il quale, Dio separando i buoni dai cattivi, rende i primi tutti eguali.

Sei arrivato a scoperchiare la mia tranquillità. Come un notturno sorpreso dalla luce, ho urlato per il dolore e per la meraviglia.

Fra l’erba del parco, come natura divina apparsa per mio desiderio a placare la terra.

Gira e rigira non riesco ad averti. Ho tentato con tutte le rime. Niente! Ti direi evanescente se non ti avessi visto baciare un amico dietro la tenda.

Temevo la tua figura memore di bruschi risvegli, invece, sfogliati pochi casini sono giunto subito al cuore.

Così, non sono un montone stupendo! Ti avevo chiesto di colpire il petto ma come al solito non hai badato alla mira.

Quante pagine ho truccato! Quante parole ho raschiato per metterti a nudo! Ora, il cuore si rifiuta di seguire i miei ripensamenti e stolido mi pianta per le solite funzioni.

inlavoro

Temo ci siano delle doppie ma lascio tutto come sta. Con la memoria che mi ritrovo potrei cancellare anche quelle che non lo sono.

Gayenna – La vissuta

aneolinea.

CERCANDO TE HO TROVATO ME

apenna

Non si basta. Entra affannato. Si mette a letto. Gli misuro la febbre. Gli faccio un brodo. Lo beve. Non ha alternative. Neanche chi ama.

afrecce

Sono in pista. Una ragazza mi offre del popper. Gli dico: mi basta alzare le ancore per avere lo stesso effetto. Mi guarda. Sorride. Si ritira. M’avrà preso per un eccentrico.

afrecce

Come i gerani finite le stagioni della fioritura si seccano, così, la mia sessualità di ora. Come non togliamo i gerani dal suo invaso per non farli morire, così, la mia sessualità di ora. Come ai gerani basta una primavera per farli rifiorire, così, la mia sessualità di ora.

afrecce

Sentimentalmente, e sessualmente parlando, bene o male, tanto o poco, sono sempre stato un gravitante. La notte dello scorso Capodanno, però, uno scontro con un asteroide m’ha divelto da l’orbita; e non riesco più a tornarci. O, meglio, lo potrei per ragione, ma, anche a botto passato, non lo posso per emozione. In attesa di sentire, e quindi capire in quale orbita ritrovar parcheggio (se nella passato, o in una futura, o in un diverso modo d’agire della passata) sto girando attorno a me stesso.

afrecce

Fatti recenti hanno messo dell’ulteriore disincanto nella mia voglia d’amare. Questo ha coinvolto un po’ tutto. Ora, devo verificare. Porre, nuove priorità, o, forse, solo decantare. Mi ci vorrà un po’ di tempo.

afrecce

Quando vengo impoverito anche della mia voglia d’amare divento distruttivo, ma, si può far crollare un tempio solo per schiacciare qualche filisteo? No. Non si può. Mi difendo, (e difendo il tempio, allora) ritirandomi nella mia realtà. In quella, aspetto che passi la piena. Solo per questo non ho ancora risposto al vostro pensiero. Lo faccio, solo adesso, perché mi pare stia calando il livello del fango; mi par di rivedere, ancora, possibilità d’acqua pulita. O, quanto meno, una rinnovata voglia di bere alla fonte, nonostante gli inevitabili inquinamenti da terra. Pur tornato sui miei passi, però, ancora non mi sono inginocchiato; ancora non ho avvicinato le labbra all’acqua. La bocca non ha ancora dimenticato il sapore di fango, che la mente, non da oggi conosce, ma che la mia vita, non da oggi rifiuta, se non quando si ritrova arida in gola.

afrecce

Secondo studiosi americani, la bisessualità non esiste come sessualità, se non come il girovagar sessuale di una identità non conformata. E, veniamo a me. Sessualmente parlando desidero l’uomo, ma, culturalmente parlando, non ho lo stesso suo principio culturale: la determinazione. Culturalmente parlando, il mio principio di vita è l’accoglienza. L’Accoglienza, è il principio culturale della Donna. Cosa t’ho sempre combinato, sessualmente e culturalmente! Ho sempre accolto l’uomo, come donna, per poterlo determinare, come uomo. Nei confronti della vita, invece, sono suo uomo tanto quanto la determino, e sua donna, tanto quanto l’accolgo. Me la fai tu, la mia insiemistica transitiva?

afrecce

Verona. Rione Filippini. Abitavo in un seminterrato. In lavanderia non mi applicavano il numero: tanto, la mia roba sapeva sempre di muffa! Giusto per dirvi, che non sempre sono stato baciato dal sole! Pomeriggio: ho una visita. Non se ne vuole andare. Non era cattivo. In quel caso, solo un po’ stronzo. Pensava di imporre la sua volontà su di me. Non ho mai posseduto muscoli. E, forse neanche tanta testa, ma, quanto mi è sempre bastato. Almeno della testa. Visto che non si decideva ad andarsene, mi sono girate le palle. Lo pianto nella poltrona dove si era sistemato. Vado nella vicina canonica. Mi dicono che il Parroco è su! Odio le scale. In particolare modo, quelle che hanno i gradini più bassi della misura usuale. Non mi sono reso conto d’averle fatte. Vedo il Parroco. Gli dico: ho un problema! Era la festa di S. Filippo Neri. Il Don Ottorino, (Prete al Cloro, nel senso di persona pulita) pianta tutto e tutti. El se alssa le cotole, (si tira su la sottana) e in un fiat siamo da me. Entro. Guardo il lui e guardo il Don Ottorino. Dico al Don: ho amato questo uomo, come un uomo ama una donna! Non fa una piega. Mi risolve il problema. Circolavano gli anni 80. Non ero nato da molto.

afrecce

Sono andato al bar. Fra gli amici, una Trans. Abbiamo parlato di ricordi. Raccontava delle botte che aveva preso dalle suore perché, giocando con le bambine, assumeva ruoli da bambina. “Non capivo perché!” Raccontava di quella volta che l’avevano chiusa, per ore, fra gli scuri ed i vetri della finestra: al terzo piano! Perdonare non è per niente facile. Neanche a quelli “che non sanno quello che fanno”.

afrecce

Si parla di amanti. Devono essere uomini, e passi! Devono essere maschi, e passi! Devono essere diversi dal gay, ma nella pratica sessuale eguale al gay. Questo non passa da nessuna ragione! L’amante etero generalmente sognato dal gay, è puro delirio. Certamente vi è l’etero che usa o si fa usare dal gay, ma non lo possiamo dire amante del gay (o amante gay ) bensì del piacere che ne ricava, o al caso concede. C’è a chi bastano i fantasmi.

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Già da troppo ho le palle in no! Sarà il tempo? Sono così anche quando è bello! Poco sesso? Non è a bacchetta, ma non manca. Poco amore? L’esclusione non è immediata. Più di qualcosa l’incaglia. Ci vuole uno zoom.

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Dopo il piacere, il pakistano mi dice: a me piace la donna! Ha troppo bisogno di quest’affermazione per star lì a piantar discorsi, però, avrei voluto dirgli: si ama la Donna per il comune progetto di vita; si ama l’Uomo, per un progetto di piacere, che, in comune, può durare una vita. L’importante, è sapere cos’è Scarpe e cos’è Zoccoli; non confondere Scarpe con Zoccoli; sapere quando indossare le Scarpe, e quando gli Zoccoli; non indossare una Scarpa e uno Zoccolo; non rimpiangere le Scarpe quando indossiamo gli Zoccoli, o non rimpiangere gli Zoccoli quando indossiamo le Scarpe, ma, in primo, non rinunciare a vivere le Scarpe, anche se qualche volta fanno male ai piedi, e non rinunciare a vivere gli Zoccoli, perché fanno rumore.

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Ho rivisto una vecchia passione non consumata. E’ più semplice saltarlo piuttosto che da girarci attorno. Intanto, i miei occhi hanno sempre vent’anni. Mi domando: se avessimo vissuto assieme, avrebbero vissuto assieme anche i nostri occhi?

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Cattiva alimentazione, alcool, fumo e canne stanno sfaldando il corpo di fanciulla del sri lanka che guardo dormire visto che il suo russare non mi lascia scelta. Quella dell’amarlo me l’aveva già concessa ma pare non basti. In quella del volersi desiderato sento che ci si crogiola ancora. Testa di moro la pelle, e nera l’unica concessione che mi permette di usare con prodigalità. Nel durante, sta. Passo. Come non farlo al ventisettenne che in terrazza sotto le stelle delle tre di mattino mi chiede cosa ci sarà dopo, e se si rinasce, e come si rinasce? Comunque stiano le cose, non dovevamo essere in altre faccende affaccendati? Giungono. Preparo il letto. Aspira ed espira Crusoe mentre gli rimando il domani.

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Andavo a trovare la sorella della Cesira in un paesetto in mezzo ai campi vicino a Este. Aveva marito e tre figli. Ad uno (banditesco il sorriso) stavo particolarmente simpatico. Anche se non mi mancavano le intuizioni (o desideri in albore) non provai quanto particolarmente: ero un ragazzino. Del minore lo ricordo biondino, monello, intrigante. Non colsi. Del marito, ricordo che aveva il vezzo di strizzarmi il petto sino a farmi male; e rideva, rideva. Ne ero imbarazzato ma anche compiaciuto. La zia sembrava averlo intuito. Il maggiore non mi piaceva più di tanto. Forse perché non mi badava più di tanto. Amava cantare

‘e a luna rossa me parla ‘e te

Guardava se lo guardavo. Nonostante l’emotiva distanza che mi faceva sentire da lui (penso non volutamente) ne ero compiaciuto. Durante il canto sembrava vedermi. Per qualcuno c’ero, quindi! Lo ricordo forse per questo. Non credo mi vedesse come l’agognata che non c’era sul balcone ma all’epoca che ne sapevo, mentre camminando affiancati, nei pensieri distrattamente  abbandonato, alla stessa luna domandavo si aspiett’a me. Nebuloso, il chi.

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Vado a prendere le sigarette. Dalla fine di via Roma arrivo in piazza Bra. Sul punto, la mia attenzione, prima distratta, si posa su due giovani. Li direi indiani. Uno è a cavallo della bici, e l’altro accanto. Quello accanto sta guardando il vicino con il sorriso che solo Eros sa dare a Cupido. Registro la frecciata e passo. Uscito dal tabacchino rifaccio la strada e li ritrovo. Il sorriso non c’è più.

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Già da come ha suonato sento che c’è qualcosa che non va. Entra affannato. Si siede velocemente sulla poltroncina vicino alla mia: come se temesse non bastante la forza nelle gambe. Dice che non sta bene. Scotta. Si spoglia. Si mette a letto. E’ arrivato. Gli misuro la febbre. Gli faccio un brodo. Lo beve ubbidiente. Non ha alternative.

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Spaghetti alla carbonara, oggi per il piccolo. Poscia, insalata di pomodoro, aromatizzata con un leggero pesto di prezzemolo, aglio, origano. Capisco sempre di più quelle che si danno al gin.

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Lo vedo sul davanzale di una casa costruita in economia. L’avevo conosciuto qualche tempo prima. Ci aveva uniti una reciproca malia. Ogni tanto ci si vedeva. Ci si salutava. Sta parlando al cell. E’ in calzoncini. Aderenti. Tanto aderenti. Quasi superflui. E’ questione di un attimo. Di un giro di pedali. Non lo vedo più. Non con gli occhi. Potrei dirvene ogni linea. Se potessi farvele scorrere con le dita, vi commuovereste. Anche la bellezza può essere un pianto. Non da tutti. Non per tutti. Prassitele, forse.

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Ho ballato tutta le sera. Il piccolo no. Mentre io facevo Salomè se ne stava indeciso fra il due o il tre. Nessun senso d’abbandono! Sapevo, cosa facevo. Come sapevo, che deve crescere, e che, crescere, significa anche sacrificare chi ti fa crescere. Uscendo dalla discoteca mi sono scoperto ubriaco. O forse no, se il primo pensiero è stato: il Signore è il mio pastore. La notte non si cura se vado come i lampioni (seguendo le curve) perché in fondo c’è il Giardino. Non mi dispiace se non ci trovo amante: conosco il contante. Lungo la strada un ragazzo mi chiede una sigaretta. Non chiedetemi perché, in fine, ci siamo baciati: è questione di nettare.

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Aspettavo il tecnico del PC al cancello di casa. Un torsolotto dalla simpatica aria romeno zingaresca si avvicina. Mi chiede qualcosa che non capisco In quel mentre, arriva anche il tecnico. Il torsolotto che aveva ben capito me, nel guardarci ambedue (aveva fatto quattro) si tocca l’inguine. Quando un torsolotto si tocca l’inguine perché preso da quello che immagina, i casi sono prevalentemente due: o escludiamo le piattole, o manda un invito di partecipazione. La faccenda non mi scandalizza. Mi scandalizza non aver alcuna convinzione da farmi togliere.

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Assieme ad amici siamo ospiti, l’Amato ed io, di un amico di Merano. L’amico aveva prenotato il Cenone in un ristorante quasi in montagna. Saliti per non si sa quanta strada siamo giunti a un incrocio posto in cima a un non so dove. Sui clivi della sottostante vallata, una marea di luci: così in cielo, di un indaco così consistente da parer materia, e così basso (pareva) da farci piegare il collo per non batterci la testa. Incantati, saremmo rimasti lì non si sa per quanto, ma non potevamo tardare oltre. Come serata volle giungemmo al ristorante. Nella sala, clientela numerosa e chiaramente alticcia. Siamo stati dirottati in una sala a parte. Non credo per malizia. Nessuna di noi era scandalosa, né in qualsiasi maniera fatta di qualsiasi cosa. Non sino all’aperitivo, perlomeno. Molto birrato e non poco cannato ho doverosamente recitato un divertimento che proprio non sentivo, ma che all’Amato dovevo far sentire. L’ho fatto anche ridere quando m’ha visto ballare. Siamo tornati a casa venati di malinconia, ricordo. La stessa che colpisce gli angeli quando toccano il suolo con le ali, ricordo.

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Temporalone, stasera. Sono nei pressi della Camera di Commercio. Trovo rifugio nel suo porticato. In un angolo del pavimento, due, dormono. Sono vicini. Molto vicini. Sembrano amanti dopo l’amore, ma lo sono perché hanno una sola coperta. Su di uno, gli si è arrotolata attorno. L’altro, è pressoché scoperto. Anche Morfeo ha le sue preferenze.

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Solo il Signore sa quanto mi sono sentito vero e nel contempo falso, quando, all’Arabo dalla guancia con un taglio che gli donava non poco ho detto che preferivo fargli crescere la vita anziché l’uccello! Uscendo dal giardino non ho potuto non rammentare il detto, ogni lasciata è persa, ma subito dopo ho ricevuto un suo messaggio: buona notte angelo. ciao. Va bèh! E’ anche vero che gli ho promesso un telefonino.

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Eccetera, eccetera.