Terminato il lavoro

Terminato il lavoro sono andato a fumarmi un paio di sigarette in stazione. Il luogo non gode di buona fama, ma d’altra parte, dove operi il destino, a priori non è scritto da nessuna parte. Davanti la chiesa, due pattuglie a macchine accese, accertavano un giovane. Da una delle due, leggere ma continue accelerazioni. L’accertamento sarà durato una decina di minuti. Ho letto da qualche parte che la Polizia rischia di trovarsi di non poter pagare la benzina. Perché, allora, non spegnere le macchine? Mi si dirà, per essere immediatamente pronti per ogni eventuale urgenza. Vero, ma ragionando in questi termini non dovrebbero scendere dall’autopattuglia in nessun caso e per nessun caso.

Giugno 2008

Sono in ferie, signor Direttore.

Sono in ferie, signor Direttore. Lascio il cantiere alla responsabilità degli operai. Naturalmente, dopo averli ben guidati nei compiti che devono assolvere. Al proposito, credo di essere una buona guida perché sono riuscito a formare anche di quelli, che per via di lingua italiana glieli raccomando. Dei tanti che nel tempo ho fatto assumere, nessuno di loro si è qualitativamente elevato al punto da poter gestire autonomamente il lavoro. Così, anche se sono in ferie, mi ritrovo a dover fare come i carrettieri di una volta: battere sulle stanghe del carro ogni volta il loro passo operativo tende a procedere a livello sonnolenza quando non incuria. La situazione, non è solo degli operai stranieri: l’indolenza nella volontà, è carattere che non conosce confini. Se poi, a livello produttività, ci mettiamo il passo psichico della cultura di provenienza, dove basterebbe un operaio ce ne vogliono due. Le lascio immaginare che fine fanno gli appalti, che, in genere, sono proposte già economicamente ridotte all’osso. Che può fare un datore di lavoro che si trova ad aver a che fare con operai, generalmente convinti di dover essere pagati anche per il solo fatto di essere presenti sul cantiere? Nulla, se non iniziare delle guerre di posizione, il più delle volte interpretate come atti di razzistica rivalsa, più che delle battute sulle stanghe nel senso dell’esempio detto sopra. Sindacalmente parlando, proteggere i diritti degli operai è, ovviamente, più che giusto, ma ho potuto notare in più di un caso che i sindacati difendono l’operaio dicendolo grano per partito preso. Più di me, ne sa qualcosa la mia titolare: precisa nel pagare, e di tutto fuorché orco tiranno! Va indubbiamente dato atto ai sindacati di aver formato la classe operaia. Li vedo mancanti, però, perché non sono riusciti a formare l’operaio di classe. Non per questo non ci sono operai di classe. Sono operai, però, del genere fai da te, ed in genere, avviliti dal fatto che ben poco li distingue dalla categoria – faccio l’indispensabile e la do a bere per il resto.

Luglio 2008

cornice

Il lavoro nobilita l’uomo?

Per conoscenza: Direzione “(è fallita)”. – In oggetto: situazione sul lavoro che sfugge alle possibilità operative del vostro Ispettore e richiesta d’intervento della Direzione.

Non volermene se mando questo scritto anche alla Direzione, ma visto che non hai tempo per leggere quanto ti dico sul lavoro, e visto che il Cretino ci si “pulisce il culo”, altra scelta non mi resterebbe se non il silenzio: non è da me. Oggi (ovverossia, sabato) non stavo in piedi ma sono andato a lavorare lo stesso. A situazione non migliorata, mando un messaggio al Cretino dicendogli che avrei mandato avanti il servizio lo stesso, ma gli consigliavo, per il giorno dopo, di far venire prima una persona. Mi risponde: “Capisco, c’è troppo lavoro per fare 25 pasti. Ti aiuteremo.” Come si permette questo psicofarmacizzato imbecille, di lordare la mia sincerità con i suoi sospetti di mendacio? Verso le sette mi manca il fiato, avviso i responsabili mensa, mi scuso, e vado alla farmacia S. Luca a fare un controllo della pressione. C’è l’ho bassa: 105/78. Conservo il biglietto. Al commento del Cretino avevo risposto dicendogli che ai malati mentali non do retta. Capiamoci: in ambito lavorativo

matto sei tu che con tutto lo stress che ti ritroverai ad affrontare con l’anno a venire, hai fatto “ben sei giorni di ferie”;

matto sono io che vengo a lavorare non meno di una ventina di minuti prima dell’orario pur di presentare una mensa che non abbia di che farmi vergognare;

matto è un aiutante di cucina che sta a casa una settimana per un mal di denti, e che dopo aver fatto un sabato ed una domenica di riposo chiede pure il lunedi. A rifiutata concessione, poi, si rimette in malattia;

matto sono sempre io che per mesi sono venuto a lavorare (sedato da antidolorifici) nonostante non riuscissi a dormire per i dolori alla spalla sinistra. Dolori provocati dall’opera al secchiaio;

matto sono sempre io che sono riuscito a far dire ad un utente che “erano cinque anni che non si mangiava così bene”. Preso atto che il cucinante è sempre quello (il Cretino) porta pasienza se me ne prendo il merito.

Matto, ancora, è quell’utente in atteggiamento da vescovo in visita pastorale, che ai tempi del rinnovo del contratto (c’era parecchia maretta in mensa) è venuto a dirmi, al mio rifiuto di permettergli di portar fuori il cibo avanzato, “che sapeva benissimo che noi portavamo via di tutto”, e che “una mano lava l’altra”.

Prego? A casa non ho il frigo, quindi, dove l’avrei messo il tutto che secondo quello avrei portato via? Non vedo, quindi, quale sarebbe la mano che la mia avrebbe dovuto lavare! Fatto sta, che da allora ha rarefatto la presenza, e quando viene non sorride più come prima. Non sarò mica l’incauto scornacchiato che disturba delle intese e/o delle amicizie, spero?! Sarà anche una coincidenza, ma da allora con il Cretino è andata cessando la mia. Apparentemente non c’è motivo, anche perché riesco a fare quello che per indicazioni non adatte a me non riuscivo; anche perché il mio modo di rapportarmi con gli utenti, ha finito col migliorare anche il loro. Tanto è vero che mi salutano anche fuori dal lavoro, e mi ringraziano tutte le volte che li servo. Preima lo facevano solo alcuni. Al mio messaggio, il Cretino mi manda questo: Non sei niente. Non sei nessuno. Frocio di merda. Muovi il culo pensatore stanco?” Che mai avrò fatto al Cretino oltre il non essere il suo tipo? Durante la tua assenza, mi ritrovo ad aver a che fare con delle braciole che da calde puzzavano. Colpo di caldo, probabilmente. Lo penso perché le ho trovate sul banco in cucina. Tampono la faccenda dicendo che è il caratteristico odore del carré di maiale affumicato (Il che, è anche passabilmente vero) ma puzzavano troppo, così le butto e servo della caprese in più. Non dimentico di lasciare un biglietto al Cretino dicendogli l’accaduto. Molto giustamente ed urbanamente, tu hai preteso di non essere disturbato durante i fine settimana. L’ha fatto anche il Cretino ma gridandomi “come mi permettevo di farlo!?” Neanche avessi disturbato chissà quale contessa solo per chiedergli dove era finito il rimmel. Il fatto delle braciole è successo di Domenica. Il lunedì sono di riposo. Quello che vale per il Cretino e per te, vale anche per me, suppongo, così, non rispondo alle sue chiamate. Tuttavia, gli mando un messaggino dicendogli che avrei letto i suoi solo il martedì pomeriggio. Anche perché non avrei saputo dire nulla di diverso da quanto detto nel biglietto che gli avevo lasciato. Il Cretino risponde dicendomi che “sono un maleducato di merda”. Prego? Quando, senza citare chi l’aveva fatto, ho avuto modo di dirgli che sono “considerato anche a Padova che pure non mi conoscono per niente”, il Cretino ha sospettato che avessi parlato di lavoro, (code di paglia?) mentre il soggetto della considerazione derivava solamente da una lettera in cui parlavo dei miei concetti sul lavoro. In quell’occasione ho avuto modo di dirti che, al caso, avrei fatto una cosa del genere solo dopo essermi licenziato. Se proprio decido di sputare sul piatto dove si mangia, è mia cura farlo solo quando non ci mangio più. Sempre in quell’occasione, (alterato dall’influsso del Cretino molto probabilmente) mi hai gridato che il mio responsabile è quello e che solo con lui, al caso, avrei dovuto parlare. Giusto, ma, per quanto detto sopra, il Cretino ha dimostrato, almeno a me, di non essere responsabile della sua testa, quindi, in quanto responsabile della Ditta, carente gestore delle risorse umane, a mio vedere e sapere. Te lo provo con un altro sintomatico fatterello. Come sai, padello tutti i primi. Ho avuto la malagurata idea di farlo anche con i ravioli burro e salvia. Sui fornelli ne è venuto fuori uno spruzzamento che non ti dico. Non è vero che non li ho puliti. Può esser vero, invece, che l’ho fatto con un detergente debole. Guaio è, che da bagnati i fornelli appaiono quasi nuovi, ed io non ho proprio di aspettare che si asciughino per vedere il risultato della pulizia. Visto la presunta mancanza, un responsabile intelligente, capace, ed equilibrato, in primo mi avrebbe chiesto se ho pulito i fornelli, poi, come, e poi consigliato il modo migliore. Perdurando l’insufficenza, mi avrebbe avvisato. Dal Cretino, invece, ricevo: “Se mi ungi ancora i fornelli ti sistemo una volta per tutte. Stai attento!” In tanti anni di lavoro mi è capitato di farlo anche con disonesti; erano intelligenti, però. Non avendo trovato alcun genere di contestuale intelligenza in quanto ti riporto del Cretino (brutta bestia la zitellesca checcagine!) e trovando spiritualmente infettivo il lavoro con degli psicologicamente alterati da frustrazioni sessuali, non restano che due possibilità d’intervento, a mio vedere. O la Ditta interviene a difesa del suo capitale (se capitale mi trova) o mi licenzia come non adatto a subire gli squilibri del suo locale responsabile. Certamente potrei facilitare le cose sia a te che alla Ditta se mi licenziassi io. Non vedo perché. Non sono io il deficente. Ciao, Vitaliano.

Non darò copia di questa lettera al Cretino. Non vorrei obbligarlo ad eccessive cagate. Passami la finezza. Non ne abuserò.
23 agosto 2009