Sulle stimati di padre Pio

Solo recentemente ho saputo che le stimmate che avevano segnato grande parte della vita di padre Pio sono sparite dopo la sua morte. Non so che conclusione ne abbia tratto la Commissione deputata alla sua beatificazione. Quelle che ne ho tratto io sono queste. Le allego alla sua curiosità.

Lo Spirito è il principio della forza della Natura della Cultura della nostra vita. Poiché lo Spirito è vita non può essere e, conseguentemente dare che integrità. Se così non fosse, contraddirebbe il principio di cui è forza, appunto, la vita. Essendovi vita naturale quanto soprannaturale, lo Spirito della vita è la forza di ambo gli stati della vita. In ambo gli stati della vita, la vita è bene ed il Bene è il suo principio.

Le stimmati sono ferite e, come tali, un dolore naturale che non è detto che non diventi fonte di dolore.  Può lo Spirito della vita “donare” un segno che può portare al dolore? A mio avviso no, perché il dolore é male naturale e spirituale da errore culturale. Se non può essere stato lo Spirito della vita, allora, non può non essere stato che uno spirito nella vita. Ipotesi sia, le stimati non sono segno di spiritualità, bensì di spiritismo. Di quale vita ed in quale stato? Non essendovi possibilità di verifica, a questa domanda nessuno può rispondere con certezza.

Verso la fine della sua vita, padre Pio si lasciò sfuggire un “non ne posso più!” Concesso che anche i santi possano scorarsi, di cosa e/o di quale vita non ne poteva più? Se certamente possiamo escludere che abbia patito delle stanchezze verso la forza (lo Spirito) della vita divina, allora non ci resta che la sua o quella che occupava la sua sino al punto di stancarlo.

Se, come penso, quelle manifestazioni appartengono allo spiritismo, allora, che credibilità hanno e/o provano? Per quanto ha avuto modo di sapere e di capire per mezzo di personale esperienza (in certi momenti non ne potevo più tanto erano assillanti) tutte le manifestazioni dello spiritismo sono vere (ovviamente, quelle vere) ma nessuna attendibile per il semplice fatto che, se non si possono smentire, è anche vero che non si possono provare.  Ne consegue che in mezzo ci sta il dubbio. Ciò che non si può smentire (nel caso l’origine spiritica delle stimati) ma neanche provare che siano di origine spirituale, quanto può reggere una causa di beatificazione?

Il male può fingere il bene anche molto bene tanto quanto é male. Allora, quanto si può escludere che le manifestazioni di padre Pio siano dovute solamente ad uno spirito nel bene? Il fatto che anche siano sempre state un bene quelle manifestazioni, con quali sicurezze possiamo affermarlo, dal momento che, purché lo scopo primario sia quello di ottenere del male, non è escluso al male la possibilità di dare del bene? Non succede anche in questo piano di vita che ci si serva dei doni pur di giungere a dolerla? Non solo la malafede può giocare dei brutti scherzi, signor P., ma anche la buonafede. E’ anche per questo che mi fido solo della Vita e di nessun altro spirito. La prego di seguire l’esempio anche verso il mio.

a Marco P.

Chi principia la vita è padre

Così in Basso, così in Alto?

Se intendiamo il Principio della vita come Padre pensiamo secondo Cristo. Se abbandonati nella volontà di vita di un Padre più Grande pensiamo secondo Maometto. Se l’intendiamo secondo Buddha, pensiamo che la vita sia il viaggio di ritorno verso il suo culturale e spirituale principio. Se l’intendiamo secondo Spirito, pensiamo che il Principio sia la Forza e/o Potenza che ha originato l’essere in vita ma, vita,

è stato di infiniti stati

Si originano dalla corrispondenza fra tutti e in tutti i suoi stati.

Dal che ne consegue, che il Padre della vita non può non avere passi

in tutte le vie che ci hanno indicato le loro verità.

L’importanza del padre

L’importanza del padre biologico è superata (quando non annullata) dalla realtà. Un bambino, oggi, passa dal sapere chi è e cosa significa padre, ad altre forme paternali di cura e di magistero (asili, scuole, forme amorevolmente putative, parentali o no) in un fiat temporale rispetto agli anni che vivrà. Statisticamente parlando, almeno. Senza contare che l’importanza del padre è pressoché annullata dalle schizofrenie della società: padre culturale che forma, a sua immagine, il padre biologico. Per il crescente, il padre rimane solo il prevalente forte_fortilizio da conquistare, o da accantonare.  Edipo, oggi, non ucciderebbe il padre: gli manderebbe un’e-mail!

Desiderio di padre: a Silvana.

Ho accolto con tenerezza la tua manifestazione di simpatia ed il tuo affettivo abbandono nei miei confronti ma le occhialute occhiate destra – sinistra che ci dava Alberto (sembrava un ” carabbbiniere ” in servizio non stop quanto un granchio che ha occhiato un riccio) mi ha costretto ad una ritrosia che, oltre che forzosa, non mi è consona: tanto più, quando non giustificata. Siccome i galletti sono sempre sul chi vive anche quando non è l’evidente caso, per chiarire la situazione gli ho telefonato. Nel nostro colloquio (nella prima parte, personalmente imbarazzante perché da parte sua tendente al gnorresco) gli ho detto che la tua simpatia non segnava una voglia d’uomo ma di padre. Tanto per confermare che ogni tanto non dico sciocchezze m’ha detto che a te era mancato presto o, non ricordo, “che non l’avevi mai avuto”. In occasione degli assedi cui lo sottopongo per disperazione da mia computeristica ignoranza, gli ho chiesto se ne avevate parlato. Nel confermarlo, ha precisato che, per il motivo detto, anche tu escludevi la mia ipotesi. Alberto ha creduto che la voglia di padre che rilevavo in te fosse rivolta nei suoi confronti e non nei miei come gli avevo detto (lapsus freudiano?) e, siccome puoi averlo pensato anche tu, così, ho deciso di scriverti.

Mia cara, se è ben vero che con la tua affermazione hai inteso smentire la mia ipotesi, è anche vero che lo fa solo per un terzo. Infatti, sia pure naturale, un principio paterno l’hai ben avuto. Ciò che ti manca, allora, sono gli altri due terzi di padre: ossia, la parte padre fonte di cultura e quella che è fonte di forza, cioè, di Spirito. In genere, a provvedere all’assenza di questi due terzi vi sono figure putative. Possono essere una persona, delle informazioni culturali, (le cogliamo via via si cresce e ci aiutano o al caso impediscono a farlo) quanto, anche delle emozioni, che sono non meno importanti delle informazioni culturali. Pensa che anche degli odori quanto dei sapori o dei colori ci possono essere padri di informazioni cultuali e spirituali: lo sono, in particolare, per il nostro periodo infantile. Se la mia teoria ti persuade (talaltro, non scopre nulla di nuovo) non puoi non trarre la conclusione che di padri ne hai avuto di che stufarti, ma, forse, sia pure in abbondanza di padri culturali e spirituali, il tuo sentimento per la vita si sente ancora orfano dell’emozione visiva, vocale e tattile concessa dalla realtà umana del padre. Se fosse, è chiaro il tentativo che fai, (in identiche situazione lo facciamo tutti), di curare il dolore di quella mancanza attraverso figure che ti suscitano delle emozioni, (quanto consce o quanto inconsce è tutto da verificare), che desidereresti avere dal padre ideale che ognuno configura per se. Le emozioni sono il verbo del nostro Spirito. Lo Spirito si esprime con tre parole: depressione, esaltazione, pace. La pace è il verbo dello Spirito del Principio. Lo è perché pace è assenza di ogni dissidio e, dove non vi è nessun dissidio non può non esservi che verità. La dove vi è la Verità, non può non esservi che il silenzio. Per questo, la pace è l’unica parola dello Spirito del Principio e, per questo, è il suo Verbo ed il silenzio il Suo luogo. Ma scendiamo a piani meno spiritualmente rarefatti! Siccome la nostra vita è stato di infiniti stati delle parole ” depressione “, ” esaltazione ” e ” pace “, ne consegue che anche il verbo del nostro Spirito è stato di infiniti stati. Se in me hai colto emozioni di pace, anche al punto da consentire alla tua forza, (al tuo spirito), di adagiarti sul mio e, se la pace (silenzio per raggiunta verità data la cessazione dei dissidi), è ciò che tu desidereresti dalla figura del padre che ti manca, ergo, tu in me, hai sentito la figura di padre. Dico sentito e non ri – conosciuto, perché la Natura di una vita, ( il suo corpo), sa sempre ciò che non sempre sa la sua Cultura: la mente. Ciò è possibile perché non sempre la Cultura sente ciò che sa, mentre la Natura, che sente sempre, dunque, sempre sa anche se non sa ri – conoscere ciò che sente. Se, diversamente dalla Cultura, la Natura non sempre sa definire ciò che sente, tuttavia, ciò non toglie che gli manchi la sua parola, appunto, l’emozione data dalla forza della sua vita. Per ri – conoscere il padre che ti manca, allora segui le tue emozioni. Indipendentemente dalla figura e/o dal concetto e/o dal fatto che te le procurano, se te ne viene del bene naturale, del vero culturale e della giustizia spirituale, vuol dire che l’hai trovato. Siccome anche la figura di padre è uno stato che ha infiniti stati di vita, allora, ogni qual volta hai sentito uno stato di bene, di vero e di giusto, in mancanza del tutto che è il padre, comunque, hai trovato uno stato di padre. Come vedi, ragionando in questi termini nessuno può dirsi orfano che, in mancanza di figure, ad essergli padre e madre è la stessa vita. Lasciatelo garantire da me che una certa esperienza c’è l’ho. Non per niente ho avuto due madri e tre padri. Se da tanta abbondanza parentale comunque non me ne rimasto il senso di ” orfanità “, (d’abbandono), è appunto, perché mi sono sentimentalmente adagiato nella vita, così come tu ha sentito di poterlo naturalmente fare contro il mio fianco. D’altra parte, non potevi agire diversamente. Non per niente, come semplificazione del mio nome, mi chiamano Vita. Ora che ci ripenso: é molto bella l’idea di essere ” fianchi ” (sostenitori quanto difensori) della vita altrui.

Credo nel Padre

capoverso

Credo nel Padre, nel senso di unico principio della vita. Credo nel Figlio, nel senso di Profeta del Padre, ma non di figlio di Dio, se non nel senso che lo sono tutti quelli che ci credono. Il fatto di esser stato più vicino al Padre, (più vicino nel senso di maggiorata coscienza dell’universale paternità di Dio) rende Cristo, “figlio prediletto”, ma non per questo, figlio di Dio, come ha detto sinora il cattolicesimo, o addirittura, come “Dio”, come pare si stia dicendo. Credo nello Spirito come forza della vita del Principio. Il fatto che lo si dica Santo, fa parte della pessima abitudine di “nominare invano”, al solo scopo, a mio avviso, di “spacciare” dell’autoreferenziale credito. Apro una parentesi: non vi è scontro fra religioni, o meglio, viene spacciato per scontro fra religioni quello che in effetti è scontro fra Profeti. Non di certo perché i Profeti hanno bisogno di scontri a scopo di supremazia (o perché ne abbia bisogno Dio) quanto perché ne hanno bisogno gli “esecutori testamentari” delle parole che dicono di Dio.

Agosto 2006

C’é un solo Padre!

Caro Francesco: senti un po’ cosa m’ha sparato la vita questa mattina: c’é un solo Padre! Invero l’ha fatto anche altre volte ma non così compiutamente. Te la mando pur sapendo che è un boccone non facilmente digeribile nonostante sia composto solo di fiato. Certo, lo si può dire anche flatus nel senso di anima, ma non vorrei apparirti più culturalmente vanesio più di quello che sono: spero, non invano! Sia come sia, mi permetto di proseguire lo stesso anche perché so di star parlando senza ascolto, e quindi, come in un deserto. Nel deserto, oltre alle palme, chi raccoglie i venti? Se nessuno, me ne farò una ragione! La troverò fra i matti, e pazienza se non sono sempre distinguibili dai saggi. Quello che un cattolicesimo dissociato da Cristo chiama Dio (il Principio della vita) Cristo (per la piena orfanità che aveva vissuto sino a prima) ha chiamato Padre. E’ padre il generante umano, ed è Padre il generante divino. Per saperlo, basta solo elevare le parole alla loro origine: la Parola. Quello che noi crediamo di Dio (crediamo per le ragioni della speranza in una fede, non di certo per quelle della conoscenza della vita e della Vita) l’Islam chiama Allah. Sia pur con altro nome, anche Allah possiede la proprietà di essere Generante primo, e quindi, quella di essere Padre. Crediamo altresì bene, che pur nei diversi nomi sono ambedue lo stesso generante, e quindi, lo stesso Padre. Cominci a capire adesso che se è vero che non possiamo non dirci cristiani (anche se non cristiani per idee e riti) neanche non possiamo non dirci islamici anche se non islamici per idee e riti? Leggo che stai passando momenti difficili: panta rei, Francesco! Manderò questa lettera anche alla Comunità Islamica Italiana. Lo faccio perché è fortemente necessario ritrovare la stessa Parola, ritrovando le stesse parole. Mal comune (questa lettera con i suoi intenti ) ti sia almeno di mezzo gaudio! Con questa speranza ti saluto.

Il “delitto” del Padre e i delitti in Suo nome

Non sono bambino da un pezzo, ma anche allora non riuscivo a raffigurarmi un Padre che sacrifica il Figlio per amore. Sicchè, ho sempre visto il crocifisso come una domanda senza soddisfacente risposta. Diversamente, una risposta alla crocifissione la trovo, se penso che il Figlio venne ucciso perché un potere ebbe paura. Per questo aspetto, il Crocifisso è il memento che ricorda non solo la vittima ma anche chi fu il mandante. Secondo questo pensiero, i crocefissi saranno sempre pochi, e sempre troppo piccoli. Dio è assoluto. Come tale, non può concepire nulla di diverso dall’immagine che ha originato: la vita a Sua somiglianza.

L’Assoluto non può non essere senza tempo. All’assoluta Mente di un Dio senza tempo non può non essere estranea ogni idea di morte. Se gli è estranea ogni idea di morte, tanto più gli sarà estranea volontà, la morte del Figlio. Secondo questo pensiero, il crocifisso è l’immagine che dice quello che l’Amore divino non dice, pertanto, è contraddittorio messaggio. Per questo, sarebbe giusto deporre il Crocifisso da quel legno.

Precedenti, contemporanei, o seguenti che sia, altri figli dello stesso Padre, hanno amato la vita oltre sé stessi. Pertanto, anche a chi segue questi Maestri si dovrebbe permettere di esporre l’immagine della Vita che più considerano sovrana: vuoi come figura, vuoi come scritto. Impedire questa possibilità, significa affermare che il nostro potere di cristiani, nega alla Vita, la possibilità di farsi conoscere anche in altri modi, e/o in altra cultura. I Cristiani che rivendicano questo potere, mettono in croce la divinità che è in ogni umanità. Il violentato che diventa un violentatore, segue la lezione del dolore, non quella dell’amore del Figlio per il Padre.

Tanto o poco che sia, chi ama la Vita (nell’Uomo e per l’Uomo) è tentato di confermare la sua opera, confermando il potere che ricava dalla personalizzazione dell’Idea. Dove un servizio verso l’umanità può motivare la volontà di mettere l’umanità a servizio di un qualsiasi sé, la Croce è il monito che segnala la presenza di uno spirito, per molti modi e versi, omicida. Dove vi Umanità, quindi, l’esposizione della Croce, è necessario avviso di pericolo in corso!

Luglio 2006

Elementare, Watson!

Padre, è colui che origina la vita, quindi, al principio della vita vi è il Padre. Chi principia la vita, ha la vita come principio. La vita, quindi, è il principio di chi principia la vita. Lo stato della vita che principiamo dice l’attuazione dei nostri principi. Lo stato dell’attuazione dei nostri principi, dice che Padre abbiamo trovato.

Luglio 2006

“Molte sono le dimore del Padre”

In altri discorsi sostengo che c’è la Chiesa dell’Amore, e c’é la chiesa del Potere. Tu non abiti sopra il fico da dove è sceso un certo gabelliere, vero? Parto dal presupposto, quindi, che per quanto sai e puoi conosci questa realtà almeno quanto me. Per questa conoscenza, sai che la chiesa del potere ha fatto strame di infinita vita e di infinite verità. Questo non è un mio giudizio: è il giudizio della storia. Per quanto mi riguarda, allora, io non credo nella chiesa che si è fatta potere di vita sulla vita. Credo, invece, nella vita come universale casa di quanti amano, rispettano, e la perpetuano secondo una ragione, amante anche se completamente scollegata da ogni fideistica visione del Padre. Da questo universale punto di vista posso vedere che tutto è storia e storie, ma senza naufragare.

Giugno 2006 – Rivista, tagliata e meglio mirata nel Marzo 2020

Genesi – a padre Aldo Bergamaschi

Sgombrato il passo alla ragione dalla millenaria Cultura che in diverso modo dice la Genesi della vita, comunque, posso chiamare Adamo (“nato dalla terra” dall’ebraico Adamah) anche il solo primo stato maschile della vita originata e chiamare Eva (“la Madre dei viventi”) anche il solo primo stato femminile. Non solo: riferendomi ad uno stato di vita e non ad una data Persona (e, dunque, razza) comunque posso accettare qualsiasi nome maschile e femminile con i quali qualsiasi Cultura di qualsiasi popolo nomina i precursori della sua specie. Se non altro perché non vi possono essere contenuti culturali e spirituali se prima non vi è il corpo contenitore (la Natura) ammettiamo che, sia della vita maschile che della femminile, il loro primo stato sia il naturale. Dal momento che un contenuto culturale individuale non può sorgere da un contenitore estraneo al suo stato, ne consegue che la Natura del dato stato è via della sua Cultura. Dal principio naturale della vita, dunque, si originò il corrispondente principio culturale.

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Il principio del bene nella Natura è il sentire. Il principio del bene nella Cultura è il sapere. Lo Spirito è il principio della forza della vita del bene naturale e culturale che si origina dal sentire nel sapere se il prevalente principio di vita è diretto dalla forza della vita della Natura, o dal sapere nel sentire se il prevalente principio di vita è diretto dalla forza della vita della Cultura.

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Il principio della vita è corrispondenza di stati fra Natura, Cultura e Spirito non solo nello stato maschile e femminile della vita maschile e femminile. ma, necessariamente, anche fra di loro. Infatti, se non vi fosse integrazione fra i due stati, la vita avrebbe avuto un solo stato e, dunque, o eterno (ma di eterno vi è solo il Principio) o, per quanto lungo, necessariamente a termine.

Non necessariamente in ordine di tempo ma, necessariamente, secondo l’ordine dato dal convivere fra i suoi stati, la vita si evolse (come si evolve) secondo tre fasi: siccome in principio vi fu la Natura, in principio, l’unione fra gli stati della vita avvenne secondo le corrispondenze date dalla vita naturale: stato o persona che sia.

Mano a mano avvenne la coscienza (luogo di ogni conoscenza) della vita naturale propria quanto altra, alla Cultura della Natura della vita (quella indicata dalla vita del corpo dello stato e/o persona che sia) seguì la Natura della sua Cultura, cioè, quella indicata dal corpo culturale (la mente) dei perseguenti la vita loro all’inizio e, nell’evolversi della situazione personale e storica, della vita sociale. In ragione delle finalità di vita, al perseguimento naturale e culturale seguì quello spirituale; quello, cioè, della ricerca dei principi di vita e del Principio della stessa.

Mi dirà: come fa uno stato della vita ad avere il senso della vita della propria Natura se, essendo stato e, dunque, non ancora vita (secondo forza, Natura che corrisponde con la sua Cultura) non può avere quello della propria Cultura e, dunque, neanche quello del proprio Spirito? Lapalissiano, Padre! Perché qualsiasi stato naturale vi sia stato in origine, avendo lo Spirito che gli è forza ha la vita data dal Principio. Avendo la vita data dal Principio (il cui principio è vita) in ragione dello stato dello stato originato, necessariamente, ne ha Cultura. Quale? Ovviamente, quella della vita: corrispondenza di stati con quelli del Principio la dove i nostri, pur principiati, non si siano ancora formati al punto da essere coscienti di se. Quando si è coscienti di se? Questa è una domanda da infiniti miliardi tanto la risposta implicherebbe anche la conoscenza dell’infinitesimale. Limitandoci alle nostre dimensioni, direi che ogni stato di vita, avendo vita, necessariamente, ha la coscienza del suo stato.

Dati gli stati della vita, la coscienza, ha tre stati di conoscenza. Nello stato naturale quella data dal sentire. Nello stato culturale quella data dal sapere. Nello stato della vita, quella data dalla forza dello Spirito della vita che si origina dalla relazione fra il sentire ed il sapere.

Se non si può operare in modo di interrompere una vita (errore contro lo Spirito) si può opere in modo di interromperne uno stato? Anche questa è una domanda da infiniti miliardi. Dal momento che uno stato della vita ha vita tramite quella del Principio, direi che non si può interrompere nessun stato di vita se non interrompendo il suo rapporto sia con il suo principio che con il Principio. Al proposito, è legittimo sostenere le proprie opinioni sulla vita altra al punto da sottometterla a ciò che si pensa? Fermo restando il fatto che ognuno può sostenere ciò che crede, si da il caso di ricordare che lo Spirito, essendo la forza della vita sia dell’Universale che del Particolare, in tutti gli stati della vita non può non essere il sovrano di quegli stati. Da ciò ne consegue che ogni giudizio non può non essere che secondo sé.

Secondo stati di infiniti stati di vita e secondo lo stato di quella vita, il giudizio del personale Spirito si manifesta per mezzo delle emozioni che comunica alla vita a cui da forza. Se una vita sente la sua Natura emozionalmente depressa o eccitata, allora, vi è errore ( proprio o derivato da altra vita ) contro quello stato; se una vita sente la sua Cultura emozionalmente depressa o eccitata, allora, vi è errore ( proprio o derivato da altra vita ) contro quello stato; se una vita sente la pace, stato che subentra alla cessazione dei dissidi naturali, culturali e spirituali, allora, in ragione dello stato di pace, vi è misura di verità e, dunque, giustizia nel giudizio. Per ciò che si sente nella forza dello Spirito, allora, ognuno è in grado rispondere in proprio. Non potendo sapere per altri perché non si può sentire Spirito diverso dal proprio, da ciò ne consegue che nessuno è in grado di rispondere per altri. Ciò significa che non si possono fissare dei comuni principi? No. Ciò significa che i comuni principi che si fissano non possono impedire al personale spirito di esprimersi anche secondo la sua voce.

L’atto dell’unione fra il maschile ed il femminile può anche avere molti stati e/o infinite manifestazioni, però, non può non avere che due tempi di azione. Nella prima, si determina con cosa, con chi e perché unirsi e nel secondo si accoglie cosa, chi ed i perché. Dal momento che il primo stato creato fu il naturale, va da se che, l’iniziale principio della determinazione della vita che è da protrarre (o da accogliere) è quello genitale. Lo è stato, il genitale, sia nel caso che il Principio abbia originato la prima figura maschile e femminile sia che abbia originato il primo stato maschile e femminile della vita. Non invalida ciò che credo, il fatto che non si sappia immaginare e/o non si sappia o possa conoscere la genialità naturale di origine; al punto, può esserlo anche un legame chimico che, comunque, nulla si toglie allo stato Originante.

Secondo il principio naturale – genitale, la vita di Adamo (stato o persona che sia) determina la sua volontà penetrando la Natura della vita di Eva: stato o persona che sia. Adamo, può penetrare la Natura della vita di Eva se questa l’accoglie, ed Eva l’accoglie, ogni qualvolta vi è corrispondenza di motivazioni. In assenza della corrispondenza delle motivazioni fra la determinazione di Adamo e l’accoglienza di Eva, è ovvio che vi è violenza tanto quanto i fattori non si corrispondono. Se la penetrazione naturale fa di Adamo il maschio e la determinazione culturale ne fa l’Uomo, così l’accoglienza naturale fa femmina Eva e la determinazione data dalla volontà su ciò che è da accogliere dell’Uomo la fa Donna.

L’Uomo (persona e/o stato della vita) penetra naturalmente e determina culturalmente e spiritualmente la vita che intende perseguire. La Donna (persona e/o stato della vita) accoglie naturalmente e, culturalmente e spiritualmente conserva ciò che ha determinato di perpetuare della vita di Adamo sia come stato, uomo o società.

Secondo il suo principio (il naturale) se è vero che la Donna accoglie la vita che ha determinato di perpetuare, non di meno è vero che anche l’Uomo accoglie ciò che ha determinato di perpetuare. Infatti, se l’Uomo non accogliesse nella sua mente (utero delle informazioni culturali che penetrano il suo pensiero) ciò che ha deciso di perpetuare, da parte sua non vi sarebbe evoluzione culturale ma solo una continua proiezione della volontà della vita naturale: al punto, l’animale.

Il principio di vita (maschile o femminile, stato o persona che sia) che emana la sua vita ma non accoglie ciò che ha emanato è come quello che pur avendo capacità di parola non ha quella dell’udito. Con altre parole, è come se pur avendo capacità di sapere (il bene della Cultura) non avesse quella del sentire: il bene della Natura.

Se il principio che determina la vita non può non accogliere ciò che ha determinato, allora, nell’emanare la sua volontà la Natura della Cultura della sua vita non può essere che maschile, mentre, nell’accogliere ciò che ha determinato non può essere che femminile, ma, il Principio è vita: di per sé, né maschile e né femminile ma forza del suo Spirito.

Se data la forza dello Spirito, la vita è il principio che ne consegue e se la vita è corrispondenza degli stati della Determinazione e dell’Accoglienza in tutti gli stati della vita, allora ciò significa che al principio, come presso il Principio, lo Spirito è forza determinante quanto accogliente. Se lo Spirito è forza determinante quanto accogliente, allora cessa il primato maschile sulla vita femminile. Non per questo, però, cessa a favore del femminile ma ambedue cessano a favore del loro Spirito: nella reciproca corrispondenza di vita, forza data dalla vita della loro Cultura e della vitalità data dalla vita della loro Natura.

Se è vero che vi è una netta divisione dei principi fra l’identità maschile (quella che determina di proiettare la vita) e la femminile (quella che determina di accoglierla) è altresì vero che vita è corrispondenza di stati. Allo scopo della vita, dunque, necessariamente, anche i principi dei rispettivi stati non possono non unirsi in uno stato nel quale ciò che è maschile (la determinazione) non può non avere anche del femminile (l’accoglienza) e ciò che è femminile (l’accoglienza) non può non avere anche del maschile: la determinazione. Dove si uniscono gli stati maschili e femminili della vita? Direi che i due stati si possono unire (nel senso di con – fondere la loro identità per acquisire quella della vita) nella reciproca forza che l’attua: lo Spirito. Data la forza dello Spirito, se il principio iniziatore della corrispondenza, fra il maschile con del femminile che è dell’Uomo ed il femminile con del maschile che è della Donna è la vita, ecco che, con – fusi nella e dalla reciproca forza, la comunione degli stati li fa diventare un unico principio, cioè, il corpo di un unico stato, con altre parole, di “un’unica carne”. In quello stato di unione, necessariamente, la rispettiva sessualità è in subordine (non certo per negazione e/o esclusione ma per elevazione degli scopi di vita) a quella data dalla corrispondenza fra il reciproco Spirito. Tanto quanto la naturale e culturale sessualità viene posta in subordine alla comune forza dello Spirito e tanto quanto la comune forza dello Spirito diventa la spirituale sessualità di chi è giunto a questo stato di elevata ed elevante comunione di intenti con il Principio della vita.

Siccome la vita naturale si origina attraverso l’unione sessuale fra gli stati maschili e femminili della vita e siccome lo Spirito è il principio della forza che lo permette, allora, lo Spirito della vita è principio della vita anche dell’unione sessuale che si origina dalla corrispondenza fra i due caratteri della sessualità.

Può una forza comunicare ciò che di sé stessa non è? Se non lo può (e non lo può) ciò significa che anche la vita dello Spirito ha carattere determinante e carattere accogliente; ed è questa forza “binario_unitaria” la sua “sessualità”. Quando la sessualità dello Spirito è forza determinante e forza accogliente, o con altro dire, maschile o femminile? Direi che è determinante quando origina una creazione, ed è accogliente, quando permette l’evoluzione di quanto ha determinato la sua forza.

Apro una parentesi. Se la sessualità dello Spirito è data dai due caratteri della sua forza, così non può non essere per la sessualità degli spiriti, perché, pur nel rispettivo stato di vita (suprema forza nello Spirito, e a somiglianza negli spiriti) sono lo stesso stato di vita.

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Ho rivisto questo scritto nell’Agosto 2013. Ha avuto bisogno di più di qualche aggiustamento. Quando l’ho scritto al Bergamaschi non ero totalmente libero dall’influsso religioso canonico come pensavo. Dal decondizionamento cercato ed ottenuto, la nuova vista m’ha permesso questa versione. Dicembre 2019