La parola nella Parola

La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa Da ciò ne consegue che dico quello che sono: vita. Tuttavia, nessun Uomo è un’isola a vedere di quel Poeta (ed anche a mio vedere) il che significa che sono parte di un Tutto. Di conseguenza, nell’emozione della vita che dice sé stessa vi è anche parte di quel Tutto. Cogliamo parte di quel Tutto tanto quanto siamo coscienti dell’esistenza di quel Tutto. In ragione dello stato della corrispondenza fra noi e il senso del Tutto, si diventa in grado di cogliere anche la Sua emozione, e quindi, di cogliere nelle parole che dicono la nostra vita, anche la parola della Vita. Ora, volete essere degli illuminati, o profeti, o guru? Semplice! Altro non avete che da farvi vita della Vita. Problemi? Certamente! La mente che non procede, secondo i suoi passi, rischia di camminare sopra non pochi sassi: cammino avvisato, cammino salvato.

Fra parola e ragione

altroinfinito

Come la ragione non basta a fermare la fame dello stomaco, così la parola non basta a fermare la fame di verità.

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Fra parola e ragione, non sempre, il verbo amare, è corrispondente. Così, può capitarmi che il cuore debba confortare la ragione, o che la ragione debba confortare il cuore. Per tali conforti, però, è come se vivessi in una costante fase di lutto. In genere, insufficientemente curata dalla mediazione, (nei casi riusciti) o dal compromesso, nel sofferente sino a termine. Mi si dirà: così va il mondo, cara Marchesa! So bene, come procede il mondo. Far adeguare gli amici al mio senso dell’amicizia, è pretesa; è condizionare oltre misura, (può succedere) il sentimento altrui! Tutto voglio, fuorchè questo! D’altra parte, anche il condizionare i miei sentimenti alle aspettative altrui, è erroneo adeguamento. Lo è, tanto quanto alimenta la fase del lutto che dicevo prima. Come venirne a capo?! Vedo un solo modo: amare la vita negli amici, non, la vita degli amici. Quest’amore non ha bisogno di liste. Al più, di Felicitas. E’ certamente difficile mantenere l’equilibrio sentimentale fra il nostro mondo ed il mondo. Il più delle volte, ciò che lo rovina, non è tanto l’amico/a, ma uno snaturante senso del “possesso – gelosia” dell’amico o dell’amica, quando non una pretesa posizione da primo banco, nella valutazione che l’amico, o l’amica, ha nell’elencazione dei suoi preferiti sentimenti. Non ti risulti un’accusa, e se mai lo è, in primo la faccio a me stesso. L’aria di un’opera dice: “la Donna è mobile qual piuma al vento…” Bèh! L’amicizia, come d’altra parte il fratello maggiore, che è l’amore, lo è molto di più. E, non per leggerezza, o noncuranza, o quanto d’altro in enza o in anza, ma proprio perché la vita, (e così le realazioni) non hanno, e ne possono avere un valore fisso, se non fissando la vita e le relazioni. Al che, non di amicizia o di amore si dovrebbe parlare ma di una loro patologia. I valori sentimentali, (così come chi li porta) sono sempre il frutto di una prevalenza di risultati. Se un’analisi di un rapporto ti da un prevalente risultato di sofferenza, allora, è chiaro, che pur essendoci “dell’amicizia”, non è sufficiente. Al che, due sono i casi, o si retrocede quell’amicizia a più basse priorità, o a si chiude per mancata corrispondenza. Trovare l’amicizia verso sé stessi è fondamentale. Tale ritrovamento, però, è preferibile non arroccarlo in cima alla vetta dell’Io. Non possiamo dipendere solo da noi stessi, ed i libri, (pur ottimi sostituti d’amicizia per la virtù di far pulsare il cuore) hanno il “difetto” di non far pulsare anche le vene. Solo la felicitas, lo può.

Diritto di parola?

Leggo che titoli miserabile la signora Berlusconi. Fra motivi che non conosco, suppongo che tu l’abbia fatto per diritto di libertà nella parola. Non è certo su quel diritto che voglio entrare in merito, ma solo sull’uso. Non può essere diritto, infatti, quando una data libertà viene usata per diffamare una identità; è un “diritto”, infatti, che la legge censura e al caso punisce anche in solido. Ora, dove a livello umano esistiamo paritariamente, non paritariamente esistiamo a livello sociale e/o economico. Dal che se ne trae che la signora Berlusconi manco ci vede, e manco ti conosce. Di tutto sarà impensierita, quindi, fuorché dell’occuparsi di quello che noi due possiamo dire di lei. Può essere questa nostra insignificanza, l’impunito placet che ci autorizza ad offenderla senza pagare il debito scotto che è in ogni diffamazione? E se la signora in questione sapesse della tua diffamazione e ti citasse a giudizio, saresti in grado di pagare gli oneri che da sempre accompagnano il diritto alla libertà di parola? E se tu non fossi in grado di pagare quegli oneri, per quale altro prezzo e/o con quale altro capitale sostieni il diritto all’offesa? Avrai notato che non mi sono mai permesso di dare del miserabile al signor Berlusconi, eppure, molto fa pensare che lo possa essere, ma nella spada della verità, il diritto alla parola ne è taglio a filo, tanto quanto separa. Non a filo, tanto quanto lacera ciò che separa.

Cazzi acidi per tutti

se fossi in Palestina


Nell’ultimo viaggio turistico che ho fatto (era anche il primo, e mi sa che sarà anche l’ultimo) sono capitato a Roma. Per un paio di notti ho alloggiato in una casa diroccata in cima al Monte dei Cocci, al Testaccio. Giusto per dirti che quando si tratta di classe non mi faccio mancare nulla! Mi aveva alloggiato un piccolo (piccolo per i miei sentimenti materni, non piccolo per età) che avevo trovato al Colosseo fra un infinito odore di piscio di cavallo. Chiedo al piccolo di farmi fare un giro per Roma. Mi carica su di un paio di tram, è oplà, accontentato nel giro di manco due ore. Preferiva andare a Ostia, lui! Per fartela corta, su di uno dei tram, il guidatore mi dice: qui non si fuma! Giusto! Quello, però, aveva in bocca un sigaro acceso! Non saprei dirti da dove mi sia saltata fuori quell’arroganza da Romoletto a Castro Petrorio, fatto stà, che l’ho sfidato, (lui, un armadio a tre ante rispetto a me) accendendo immediatamente una sigaretta! Morale della favola: lui non ha buttato il sigaro ed io non ho buttato la sigaretta. Punto! Piccolezza, mi si dirà. Vero, ma, quell’atteggiamento mi è saltato fuori anche in altri più seriosi casi. Capitano, nei gironi della notte.  Non sono forte fisicamente. Cosciente di questo rifuggo lo scontro fisico. Sono certo, però, che saprei trovare anche della forza per affrontarlo (mi è capitato) ma, generalmente, mi manca il detonatore principe: l’odio verso l’altro. In Palestina non è che manchi. E se fossi palestinese, anche mio malgrado mi ci troverei alimentato. Non avendo forza fisica (come dicevo) ho dovuto supplire. Così, sono sempre uscito dai miei guai usando due armi che conosco bene: la parola, e la maniera di porla. Cazzi acidi per i miei avversari, se fossi in Palestina, armato di odio, di parola, e di maniera di porla.

Giugno 2007

Mia cara: la parola è l’emozione della vita

che dice sé stessa.


Dalle parole, quindi, si ricava l’identità emozionale di un dato momento di vita: quello che racconti. Domanda: come senti quel momento? “Molto vivo, però, dibattuto fra tante parole.”

Domanda: piluccando fra tanti piatti (fra tante emozioni) comunque puoi dire d’aver fatto un pasto completo? Se no, scegli una parola e cibati di quella.

Giugno 2006

Quando canto la Parola

Cara Drita: quando canto la Parola in gregoriano vedo la tera così da lontano.

ladritaNon ghe cito l’esempio par fare un paragone irrispettoso, ma, anca mi, vedevo la vita distante quando avevo la mente ciapada dal moroso. Le’ da un tòco che non canto più – Fiorin fiorello – e le’ da un tòco che non me ricordo più se l’era belo parché, adesso, tutto tace. Nol ghe credarà, caro padre, ma no ghe’ canto che valga sta pace.

Caro Francesco: o permetti alla Parola di dire il suo Verbo

O permetti alla Parola di dire il suo Verbo, oppure morto un papa l’altro ti seguirà. Intanto che ci pensi senti un po’ questa. Per Spirito, intendo sia la forza della vita sino dal principio che la forza della vita dello stesso Principio. Lo Spirito del Principio non è tanto né poco: lo Spirito è vita, e il suo spirito (la sua potenza) vitalità. Questo scritto è il cappello di decine di stesure sullo Spirito e su quanto correlato, nel tempo viste e riviste non so più quante volte. E’ la base (la stesura sullo Spirito) di tutti i discorsi che ne ho ricavato. Mi vedo ancora mentre sto scrivendo un’idea della quale non avevo alcuna idea. E’ come se avessi dovuto disegnare un cerchio, senza assolutamente sapere com’è fatto, ma punto dopo punto, alla fine l’ho visto. Non sempre quando stavo scrivendo a casa. Qualche volta in giro, e non poche volte sul lavoro. Giusto per dire un caso, il pensiero introduttivo ai discorsi sullo Spirito e agli annessi e connessi, l’ho pensato mentre stavo al secchiaio delle trattoria dove all’epoca lavoravo. Ridevano e scuotevano la testa i colleghi quando mi vedevano partire in tromba alla ricerca di carta e penna. Avevano capito, però, (e accettato) che in quei casi dovevo scrivere, e che niente mi avrebbe fermato!

 

Poesia: parola e verbo.

Può il linguaggio della poesia essere portatore di una carica universale e non contestualizzata? Direi che lo è sempre stato. Avevo letto, da qualche parte (concordando), che poesia&profezia. Vuoi perché un poeta reca nuova parola, (nel senso di nuove emozioni) vuoi perché reca nuovo verbo: nel senso di ambasciare nuovi principi. Naturalmente, (almeno a mio avviso) Poesia è massima Dea: ma non sempre è massima “messa”, e messe, quella che un poeta eleva, (quando non trascina) lungo gli scalini dove, alla fine, siede la Musa. Ma, pare, che anche la Poesia si sia democratizzata, per non dire desacralizzata. Infatti, oggi ci accoglie, anche senza chiedere particolari studi, o titoli. Purché, gli si dimostri che il suo credente sa vedere più avanti, o sa vedere più dentro. Non per questo, non riserva il suo alloro, anche a quelli che dicono Parnaso, la punta del loro naso.

Dicembre 2006