Bellissimo il gattino che ho trovato stasera

Ci eravamo incontrati una prima volta in Corso Porta Nuova. Io con la bici. Lui a piedi. Ci era bastato un reciproco sguardo, per capire, ambedue, che tre più tre fa sei, ma non mi sono fermato. Di capodimonte maschili è pieno il mondo. E’ ben vero che ho occhi per tutti, e forse anche la mente, ma non per tutti la vita. L’ho lasciato proseguire con un po’ di rimpianto, però. Sapere cosa si guadagna, (in sicurezza e/o tranquillità) non sempre consola il sapere sul piacere che, al caso, si perde. E, lì, c’era di che perdersi, anche se, tutto considerato non c’è più nulla di nuovo nella recita amorosa: a parte un orgasmo che si sa quello che dura. Proseguo col mio giro: via XX Settembre, piazza S. Toscana e ritorno in Bra. Vado verso la Stazione. Giracchio. Decido di tornare a casa. In un incrocio nei pressi, ci rivediamo. Questa volta lo saluto. Risponde. Pensava che mi fermassi subito, invece, proseguo di una cinquantina di metri e lo aspetto. Si ferma. E, mo’? E mo’ tiro fuori le sigarette. Fumiamo. Di dove sei? Indiano. Dice di essere a posto con i documenti, ma non ha lavoro, non ha casa, non ha mangiato. Mah! Mi chiede un favore. Ci risiamo. La solita questua. Sempre di più pellagrosa. Faccio la faccia di chi ne ha piene le palle. Non voglio soldi, mi dice, solo una coperta per la notte. Ossignur! Questa è una novità. Non mi sarebbe costato nulla, fargli una pastasciutta, e neanche farlo dormire da me, come neanche dargli soldi che mi hanno più o meno estorto più di una volta mi lamento. Mi lamento delle rapine che ha subito la mia fiducia; e così patiamo in due: lui perché perde quello che ancora potrei, ed io perché non perdo quello che non ho più. I casi sono due, gli dico. O mi aspetti qui, o vieni sino a casa mia. Decide di farsi la scarpinata. Andiamo. Arriviamo. Lo faccio aspettare in cortile. Poco dopo scendo con una coperta ed un impermeabile: c’è tempo da acqua. L’impermeabile è un Levis. Indossato molto poco. Non ci sto più dentro. La coperta è etnica. L’avevo comperata da Frette. Costata una follia, date le mie tasche. E’ stata follia anche metterla in lavatrice. Ne era uscita stinta, e una volta asciutta, come pressata da uno schiaccia sassi. Liberarmene per giusta causa, è stato un piacere. Meglio a quel ragazzo che a un cassonetto. Gli faccio vedere un giardino illuminato. Per dormire, più sicuro di altri. Gli faccio vedere anche dove prendere un qualcosa da mangiare. Diceva di avere mal di testa. Prima di lasciarlo, lo faccio sedere su una panchina e gli faccio un po’ di abbracadabbra. Lo vedo sorpreso. Non capisce come gli sia passato, ma lo accetta. Si alza, prende la borsa, mi ringrazia con un gran sorriso, (non di certo per il deca che gli ho allungato che è somma da non smuovere proprio nulla) e mi dice: prega per me. Ossignuuuur! Non mi mancava che questo nella vita: esser preso per un santone.

Maggio 2008

Ambasciator non porta pena

ladritaCaro sior: de sta letera so solo ambasciator. Su chi pol averghela mandà el ghe pensa lù. Mi, cossì la gò ciapà e cossì ghe la gò girà!

“Le parole chel gà scrito le xe cossì bele, che le gò leto anche a le stele, ma, anche quele le sa meraviglià del fato che nol gà capìo che da quela posission no podevo miga fare na lession! Vedemo se con questa spiegassion, riesso a cavare i dubi ne la so ragion. Se, Padre, è la vita che origina la vita, ciò vol dire che anca la vita l’è genitore, quindi, gavevo inteso dire: vita, parché te me ste par abbandonare? Di fronte a la paura de morire, l’è vera che la me umanità la sa’ piegà, ma, sull’amore del Padre, no go’ mai dubità!”