Regione, Datori, e Decreti flussi

In oggetto: contro il delinquenziale favoreggiamento dell’immigrazione da parte di datori di lavoro italiani e/o stranieri e personale considerazione sui Decreti flussi.

afinepag

Nella mia associativa e personale esperienza ho ricevuto richieste di aiuto da non pochi immigrati, che sedotti da immagini di ricchezza e possibilità lavorativa sono giunti a pagare somme da capogiro pur di poter venire in questo paese. Mediatori fraudolenti della speranza di un miglior vivere, sono stati, e tuttora continuano ad essere, dei datori di lavoro italiani ma anche dei datori di lavoro di origine extra nazionale. A questi, si possono aggiungere tutti quegli “amici”, che, promettendo inserimento e lavoro, li inducono ad emigrare. Direi quasi ovviamente, ma le promesse di inserimento e di lavoro spariscono man mano spariscono i risparmi dell’incauto emigrante che si è fatto incantare. Mi rendo conto che per questi casi il suo Ufficio non può nulla. Al più, lo potrebbero le Regioni con apposite campagne alla fonte.

Se la delinquenziale situazione che denuncio tutt’ora prosegue ne ricavo che nel percorso “Ditte costituite da italiani, o Ditte costituite da immigranti”, c’è più di una falla.

Ai controlli attuali, quindi, voglia accogliere (e se possibile, attuare) anche i seguenti:

*) le ditte che chiedono il nullaosta che autorizza il visto d’ingresso in Italia, dovrebbero dimostrare all’Ufficio dell’impiego (e/o ad attinente ufficio) l’effettiva necessità dell’operaio richiesto: non verrà accolta la domanda se non lo possono.

*) l’operaio richiesto deve dimostrare (per titoli di scuola professionale, e/o accertabili referenze) di essere in grado di svolgere l’attività richiesta dalla Ditta assuntrice;

*) qualsiasi sia la forma costituente, le Ditte che chiedono il nulla osta alla Prefettura, devono dimostrare di aver pagato l’aliquota Iva e quanto dovuto ALL’INPS da almeno 5 anni;

*) le Ditte devono garantire un alloggio dignitoso ma, non nella stessa abitazione del Titolare; devono dimostrare quanto richiesto con il debito contratto d’affitto e/o atto di proprietà dell’alloggio contrattualmente concesso all’operaio in richiesta;

*) indipendentemente dai motivi, qualora avvenga cessazione del rapporto fra l’operaio con garanzia d’alloggio, e la Ditta tenuta ad alloggiare l’operaio, quest’ultima, comunque deve garantire alle (predette condizioni) almeno un semestre d’alloggio all’operaio licenziato.

Indipendentemente dai mondi culturali di provenienza, la povertà ha le stesse regole e le stesse finali condizioni, cosi’, la fuoriuscita dal mercato del lavoro non può non anticipare quella sociale. Un Decreto flussi che non tiene conto di questa realtà, altro non fa che sommergere i presenti difficoltati che sono, con i difficoltati che inevitabilmente saranno. A mio vedere, quindi, riserverei a immigrati già presenti nel territorio, almeno una percentuale del 50% dei flussi in futuro ordinamento. Nel rendermi conto che quanto le segnalo potrebbe non essere sfuggito alla sua attenzione, le porgo i miei più distinti saluti.

Datata

Se ne faccia una ragione

Cortese signore: la mia idea di Dio non alberga in nessuna delle parole usate dal papa: (“Dio non si rivela più, sembra nascondersi nel suo cielo quasi disgustato dalle azioni dell’umanità”) ma certamente hanno offeso la mia idea di Dio. La mia idea di Dio si regge su due basilari concetti: l’idea cristiana del Padre, e l’amore oltre ragione, (in questo senso mariano), che Pietro manifestò verso l’Umanità chiamata Cristo. Se ci manca il senso dell’accoglienza mariana e petrina della vita in ogni suo stato non può esservi la rivelazione di Dio. Questo papa se ne faccia una ragione.

Quando fissa la ragione

ogni potere è droga.

Sino a che non ci decideremo ad estirpare le piantagioni del potere,* rifiutandoci di concedere loro ogni delega a priori, non solo non ci potremo dire solamente vittime, ma renderemo vittima anche il futuro di chi non è in grado di scegliere il suo presente.

* Principato e Religione, secondo padre Aldo Bergamaschi, Ordinario di Scienza dell’Educazione all’Università di Verona.

Luglio 2006

La forza della ragione

contro la ragione della forza

Ci sono culture (soggettive e/o socialmente convenute) che in prevalenza non sentono la forza della ragione, bensì la ragione della forza. Solo se contenute da una forza quelle culture accettano, apprendono e vivono la forza della ragione. Ragionano così anche i bambini. Per questo, non da oggi le dico appartenenti al periodo storico dell’infanzia culturale dei crescenti: persone o popoli che siano. Secondo il mio pensiero, il poliziotto nel caso in questione ha applicato la pedagogia che un padre applica con l’intento di riportare entro lecite guide una ragione fuor di verità. L’imposizione di una forza che ha uno scopo magistrale è umiliante? Se il fine è umiliare, certamente si! Se il fine è far capire, invece, è una lezione di vita che certamente fa male a più livelli. Direi, infine, che il punto dolente dell’azione del poliziotto sta nella domanda: gli era lecito impartirla?  Come persona no. Come rappresentante di uno Stato che deve insegnare la ragione anche ai figli discoli propri oltre a quelli nolentemente adottati, sì. Naturalmente, l’opinione non vale quando i figli dello Stato si oppongono al Maestro secondo la forza della ragione: singola o collettiva che sia.

.

IL CASO IN QUESTIONE

Odio, aver ragione!

Odio, aver ragione! Dovrei forse gioire del fatto che vi sia dell’errore e/o del dolore in chi mi confronto così che possa dirmi: che bravo e che bello che sei Vitaliano?! Non mi ci vedo come fonte di ragione. Né parziale, né assoluta. Al più, mi vedo come il muro dove lanci la tua palla! Non è del muro il compito di dire il vero o lo sbagliato. Sei tu che te lo devi dire per il fatto che il lancio ti è tornato con angolazione non retta oppure retta. Se la palla ti cade per terra, al massimo ti concedo di dirmi: cazzo! Ogni altra visione di me (da quella di “muro”) non aggiunge nulla alla mia vita. O, meglio, aggiunge solo dello stronzo accumulo della mia già non poca vanità. Orrrrore!!!

apenna

Luglio 2006

Fra parola e ragione

altroinfinito

Come la ragione non basta a fermare la fame dello stomaco, così la parola non basta a fermare la fame di verità.

.

Fra parola e ragione, non sempre, il verbo amare, è corrispondente. Così, può capitarmi che il cuore debba confortare la ragione, o che la ragione debba confortare il cuore. Per tali conforti, però, è come se vivessi in una costante fase di lutto. In genere, insufficientemente curata dalla mediazione, (nei casi riusciti) o dal compromesso, nel sofferente sino a termine. Mi si dirà: così va il mondo, cara Marchesa! So bene, come procede il mondo. Far adeguare gli amici al mio senso dell’amicizia, è pretesa; è condizionare oltre misura, (può succedere) il sentimento altrui! Tutto voglio, fuorchè questo! D’altra parte, anche il condizionare i miei sentimenti alle aspettative altrui, è erroneo adeguamento. Lo è, tanto quanto alimenta la fase del lutto che dicevo prima. Come venirne a capo?! Vedo un solo modo: amare la vita negli amici, non, la vita degli amici. Quest’amore non ha bisogno di liste. Al più, di Felicitas. E’ certamente difficile mantenere l’equilibrio sentimentale fra il nostro mondo ed il mondo. Il più delle volte, ciò che lo rovina, non è tanto l’amico/a, ma uno snaturante senso del “possesso – gelosia” dell’amico o dell’amica, quando non una pretesa posizione da primo banco, nella valutazione che l’amico, o l’amica, ha nell’elencazione dei suoi preferiti sentimenti. Non ti risulti un’accusa, e se mai lo è, in primo la faccio a me stesso. L’aria di un’opera dice: “la Donna è mobile qual piuma al vento…” Bèh! L’amicizia, come d’altra parte il fratello maggiore, che è l’amore, lo è molto di più. E, non per leggerezza, o noncuranza, o quanto d’altro in enza o in anza, ma proprio perché la vita, (e così le realazioni) non hanno, e ne possono avere un valore fisso, se non fissando la vita e le relazioni. Al che, non di amicizia o di amore si dovrebbe parlare ma di una loro patologia. I valori sentimentali, (così come chi li porta) sono sempre il frutto di una prevalenza di risultati. Se un’analisi di un rapporto ti da un prevalente risultato di sofferenza, allora, è chiaro, che pur essendoci “dell’amicizia”, non è sufficiente. Al che, due sono i casi, o si retrocede quell’amicizia a più basse priorità, o a si chiude per mancata corrispondenza. Trovare l’amicizia verso sé stessi è fondamentale. Tale ritrovamento, però, è preferibile non arroccarlo in cima alla vetta dell’Io. Non possiamo dipendere solo da noi stessi, ed i libri, (pur ottimi sostituti d’amicizia per la virtù di far pulsare il cuore) hanno il “difetto” di non far pulsare anche le vene. Solo la felicitas, lo può.