A Israele in Roma

Per conoscenza: Addetto Culturale dell’Ambasciata.

Cortese signore: più di una volta mi sono trovato con il capo appoggiato al mio muro del pianto. Dopo aver ripreso un po’ di fiato, però, sono sempre tornato daccapo: al principio dei miei principi. Se lo posso io, (certamente più ignorante dei signori Amos Oz e David Grosman) ben di più lo potranno loro, mi sono detto. Dalla loro intervista, invece, vedo che la possibilità di tornare daccapo, (al principio di un Israele persona, popolo, nazione), non è ancora passata fra i loro pensieri. Per la mente del signor Oz, invece, è passata una speranza. Un po’ messianica e un po’ pilatesca: verrà chi attuerà il gesto, la ricerca, il coraggio di saper dire e perseguire parole nuove. Per la gran parte del nostro tempo, le nuove parole sono sempre state dette dagli ignoranti (tali, anche solamente perché fuori da legittimati pensieri) oppure dai folli: fuori, questi, perché, nel vero come nel falso, (nel bene come nel male), legittimati solo dalle idee che li occupano. E’ amaro, dirlo, ma gli intellettuali non possono dire nulla di nuovo. Non lo possono, perché sono occupati dalle loro verità. Diversamente possono gli ignoranti e/o i folli perché occupati dal mistero nei casi degli ignoranti, o dal Mistero nel caso dei folli. Una ipotesi non esclude l’altra. Sono passati non so quanti secoli ma tutt’ora Israele è di “dura cervice”. Non ha ancora capito, infatti, il suo Mistero: la promessa di terra si attualizzerà nel momento stesso che prenderà coscienza di essere il corpo, dove la Vita, dando vita, ha mantenuto la sua promessa già dal principio della terra. Ne consegue che vi è terra promessa dove vi è vita permessa. Ascolterà questo pensiero, Israele? Non lo so. penso di sapere invece, che continuando ad ascoltare la forza della sua vita più che la forza della Vita, ancora una volta si ritroverà a camminare per luoghi deserti.

Cazzi acidi per tutti

se fossi in Palestina


Nell’ultimo viaggio turistico che ho fatto (era anche il primo, e mi sa che sarà anche l’ultimo) sono capitato a Roma. Per un paio di notti ho alloggiato in una casa diroccata in cima al Monte dei Cocci, al Testaccio. Giusto per dirti che quando si tratta di classe non mi faccio mancare nulla! Mi aveva alloggiato un piccolo (piccolo per i miei sentimenti materni, non piccolo per età) che avevo trovato al Colosseo fra un infinito odore di piscio di cavallo. Chiedo al piccolo di farmi fare un giro per Roma. Mi carica su di un paio di tram, è oplà, accontentato nel giro di manco due ore. Preferiva andare a Ostia, lui! Per fartela corta, su di uno dei tram, il guidatore mi dice: qui non si fuma! Giusto! Quello, però, aveva in bocca un sigaro acceso! Non saprei dirti da dove mi sia saltata fuori quell’arroganza da Romoletto a Castro Petrorio, fatto stà, che l’ho sfidato, (lui, un armadio a tre ante rispetto a me) accendendo immediatamente una sigaretta! Morale della favola: lui non ha buttato il sigaro ed io non ho buttato la sigaretta. Punto! Piccolezza, mi si dirà. Vero, ma, quell’atteggiamento mi è saltato fuori anche in altri più seriosi casi. Capitano, nei gironi della notte.  Non sono forte fisicamente. Cosciente di questo rifuggo lo scontro fisico. Sono certo, però, che saprei trovare anche della forza per affrontarlo (mi è capitato) ma, generalmente, mi manca il detonatore principe: l’odio verso l’altro. In Palestina non è che manchi. E se fossi palestinese, anche mio malgrado mi ci troverei alimentato. Non avendo forza fisica (come dicevo) ho dovuto supplire. Così, sono sempre uscito dai miei guai usando due armi che conosco bene: la parola, e la maniera di porla. Cazzi acidi per i miei avversari, se fossi in Palestina, armato di odio, di parola, e di maniera di porla.

Giugno 2007