Il tempo di riparare è nel tempo di pagare

Vincenzo A. che ho conosciuto con il fratello Marco negli anni 75/80 (ambedue marginalmente eppure significativamente) non si sarebbe mai sognato di scrivere la lettera che le ha scritto perché troppo preso, a suo tempo, nella costruzione di una identità basata sul carisma che l’ha portato ad essere quello che è stato ed ha fatto.

afinepag

A cosa addebitare la decennale inversione esistenziale, che più a “U” di così non saprei proprio dire? A mio vedere, è stata la presa d’atto di chi si è reso conto che il percorso iniziato non dava nulla alla sua vita, se non una fama da dover costantemente rinnovare (costi quello che costi!) per non essere “sepolto” da più nuovi o più giovani affamati di potenza. Le dinamiche del male e del potere sono banali, signor Direttore; ed è frase grande anche se svilita perché pare fatta, però, non a chi come l’A. ha visto il male ed il potere come suoi prossimi. Sono più che convinto che non ci sarebbe l’A. di ora se l’A. di allora non avesse pagato la sua esperienza; pagato, non, nel più o meno vendicativo senso sociale che è diventato quel verbo, ma pagato nel senso di chi ha appreso con fatica ciò che è il vero, nel senso di chi ha appreso con dolore ciò che è il bene. Si può riparare una informazione se prima non la si è appresa? A mio avviso, no. Prima del riparare, pertanto, non ci può non essere il pagare. Fatica e dolore possono piegare le ginocchia, possono piegare l’animo. Nella lettera dell’A. si avverte la presenza sia della fatica che del dolore, ma non è della sua fatica e/o del suo dolore che parla. Direi che parla, invece, della necessità di riparare la vita là dove c’è fatica, la dove c’è errore, la dove c’è dolore. Per farlo, il Vincenzo dice che basta anche “un granello di pietà”. Di quella che non paia debolezza, però, che i detenuti sanno ben distinguere ciò che è della Giustizia, da ciò che non lo è, cosi’, dove non siamo in grado di soddisfare il loro bisogno di giustizia, tutto diamogli fuorché della melensa carità.

C’è voluto il suo tempo

C’è voluto il suo tempo ma ho dovuto rendermi conto che, salvo eccezioni, le mie lettere erano impubblicabili. In più casi non a torto. Non mi era possibile non scrivere quello che sentivo, e quello che sentivo ha imperato sulla mia ragione per anni: ero straripante! L’ho travasato negli scritti (e in giro, non so più dove o presso chi) più di quanto mi piaccia ammettere. Me ne rendevo conto ma riuscivo a fermarmi, solo quando la mente aveva raggiunto il silenzio. Dovrei rivederli tutti, ma per farlo dovrei tornare a immergermi nelle emozioni che li hanno motivati: generalmente indebolite dalla mia scolastica ignoranza, oltre che dalla caterva di dissidi: personali e no. Non me la sento. Non ancora. Non so quando. Certamente un po’ alla volta. Constato, intanto, che ci sono delle copie. Lascio tutto come sta. Con la memoria che mi ritrovo potrei togliere anche quelle che non lo sono.

apenna

La Natura de na volta

Cara Drita: la Natura de na volta la gaveva l’età de l’omo. Adesso, invesse, la sembra chel pomo che i dixe “invernale” parché el par maturà con quel che xe restà.

ladritaCara la me vestìa de na stagion finìa. La to opinion l’è anca vera, tuttavia, la me par massa nera se solo te pensi che par fare chel fruto, anca Lù el ga impiegà non meno del tempo che lè bastà.