Occhio al fumo!

Terminato lo stramaledetto acquisto della quarta cam (con un programma di una ditta e la camera di un altra giusto per restar in tema di diversità) passavo davanti a s. Zeno. Sui gradini della chiesa adiacente (s. Rocco, mi pare) un ragazzo ed una ragazza, fumavano un cannone che non finiva più! Eravamo verso le 18. Il ragazzo dice qualcosa alla ragazza tirando un po’ la bocca. La ragazza risponde tirando un po’ l’orecchio. Da anni sono perseguitato dai messaggi trasversali di chi incuriosisco, non necessariamente per disprezzare e/o denigrare, devo dire. Fatto sta, che la ragazza mi grida dietro: fiiigo!! Il proverbio insegna che dove c’è fumo c’è anche dell”arrosto. Con questo voglio dire, che forse non sarà  stata tutta d’oro quell’affermazione, tuttavia, direi che un forse di giallo luccichio ci può essere stato, quindi, sorrido, accenno con la mano un che di noncurante, e forse, da stronzo, alla ragazza replico: occhio al fumo, invece! Perché mi capita sempre di allontanare le affermazioni a mio riguardo? Una pessimistica valutazione di me stesso? Può essere, ma può anche essere, che le rifiuto per una chiara visione di me stesso. Non da oggi sostengo che se mi danno dell’imbecille ci trovo più ragioni di quando mi dicono intelligente. E questo, è certamente vero per quanto riguarda la verità  che conosco di me, tuttavia, potrebbe essere certamente falso per quanto conosco della verità . Non di certo di quella divina che non è in oggetto, ma della complessiva di me. Se consideriamo infatti, che per la gran parte della nostra vita siamo formati dal mondo più che dal nostro, è chiaro che la conoscenza della nostra verità, è ben poca parte, rispetto alla verità  del mondo che ci è stato culla, casa, viaggio, ecc, ecc. Si può dire, quindi, che i parametri di giudizio, vuoi pro, vuoi contro, tutto sono fuorchè attendibili! Per tale pensiero, ogni giudizio di verità  (vuoi negativo e/o positivo, vuoi nei nostri riguardi, vuoi verso altra vita) dovrebbe essere espresso, (da noi espresso) nel solo momento in cui chiuderemo il Capitolo che abbiamo scritto. Farlo prima, è indubbio bisogno di dare nomi alle cose. Si narra che anche Dio abbia sentito quel bisogno. Si dice anche, però, che sbagliasse di meno. 

Luglio 2008

cornice

Tossicodipendenza e violenza: sguardi.

La “spada” è l’arma che uccide i sogni alla vita.

La tossicodipendenza è il tocco che ferma i tuoi anni a quando li avevi.

La tossicodipendenza ripete all’infinito trenta denari di tradimento.

L’eroina sta agli eroi come una mattina se non ci sei.

Se hai bisogno di un nemico per sentirti amico povero quell’amico che non ti è nemico.

La violenza è estranea agli animali ma non quando si dicono persone.

Le mani che urlano fanno male al cuore.

La violenza è il braccio armato della miseria.

Come l’Ignoranza, l’Intolleranza separa vita da vita.
L’Intolleranza verso se separa da noi stessi ciò che ci è proprio.
L’Intolleranza verso l’altro separa ciò che ci è prossimo del se altrui.
L’Intolleranza verso se uccide l’amore di se.
L’Intolleranza verso l’altro uccide l’amore dell’altro.
L’Intolleranza uccide l’amore fra se e l’altro.
L’Intolleranza uccide l’amore perchè uccide la comunione.

Le affermazioni su l’intolleranza, prese alla lettera, hanno un risvolto che non mi piace per niente, in quanto rischiano, nonostante l’eccellenza nei propositi, di essere sentite come un carcere. All’epoca non me n’ero accorto, ma all’epoca tiravo la vita coi denti. Tutto potevo, allora, fuorchè lasciare la presa! In effetti, la dove una ricerca di comunione genera una reciproca intolleranza, la divisione può anche diventare questione di una sopravvivenza psichica, la dove non fisica e/o culturale. Come per le tossicodipendenze, allora, si tratta di operare per la riduzione del danno.

Gennaio 2009

Noi, guardiani nello zoo che ci ritroviamo.

Le scrivo, non perché spinto da una fame di giudizio sul caso Cucchi e/o gli analoghi che sono stati e che ancora succederanno, temo, ma per un cercar di capire che ha sempre mosso la mia vita. Mi sono occupato di tossicodipendenze per anni, e di quel problema conosco l’emerso (la loro vita e quanto di collegato al recupero a sé stessi ed al sociale) come il sommerso: la violenze che si ritrovano a subire da quanti sono deputati al contenimento (quando non all’impedimento) di un agire illegale verso sé stessi ancora prima che verso lo Stato. Dei deputati al loro contenimento nelle carceri, quanti, sono effettivamente idonei all’incarico? E, quanto la normativa che li guida all’incarico li rende idonei operatori? A fronte del rifiuto di rientrare in una cella, cosa effettivamente possono fare gli operatori carcerari, qualora una dialettica persuasione non bastasse per un detenuto in preda di sconclusionate emozioni, provocate magari da un rifiuto del personale destino di “tossicco”, più che di una cella come provvisorio destino? O preda, magari, da deliri da astinenza, inscindibilmente ammalgamati con i deliri psicologici che in genere colpiscono (vuoi perché lasciati a sé stessi, vuoi perché la tossicodipendenza altro non lascia che l’esser presi da quegli infernali gironi) tutti i fuoriusciti dall’alveo sociale, principalmente per motivi di droga. In soldoni: un operatore carcerario che non può, e/o se non è messo in grado di agire secondo una professionalità che non può essere scissa da umanità, cos’è e/o cosa diventa, se non il cinico guardiano di un bestiario (a suo giudizio) da contenere comunque, in ogni caso, e/o in ogni modo?

Novenbre 2009