2) Caro Vitaliano

Caro Vitaliano AnnaMaria lo sa, lo sa da sempre, lei stessa mi ha detto di farlo. Suo padre, il mio “mentore”, era figlio di un “n.n.”, abbandonato in periodo di guerra e di fame. Questo mio bisnonno ha sofferto tutta la vita la mancanza di radici, ha messo al mondo sette figli per poter dire di avere una famiglia. Mio nonno e i suoi fratelli hanno vissuto da vicino questo dolore, mia madre anche avendolo conosciuto. La mia Annamaria mi dice sempre che non siamo così diverse, ma lo so che ne soffre, comunque é un dolore inevitabile da entrambe le parti; molti cercano di nascosto, altri cercano dopo la morte dei genitori adottivi, altri decidono di non cercare affatto. Io ho scelto la mia strada per motivi che non starò qui a spiegare, ma so di non essere l’unica. Ti dirò però che proprio per la sofferenza dei miei adottivi e in particolare della mia Annamaria avevo addirittura deciso di rinunciare. Ho aspettato 16 anni prima di dire “vado a cercare chi sono”, perché mia madre un bel giorno é venuta da me e mi ha detto “andiamo”.

apenna

Prima di quel suo “si”, ho elaborato nel silenzio i miei pensieri, le mie delusioni e sopra ogni cosa la violenza… quando é successo avevo dieci anni, e la convinzione che nonostante fossi stata adottata ero pur sempre una bambina. Pur sempre un essere umano. Purtroppo non é andata così. Devo sapere chi sono per sapere se c’era un’alternativa peggiore a questo, se c’é miseria voglio affondarci lo sguardo dentro finché posso, se c’è abbondanza e ipocrisia melensa invece vorrà dire che sono destinata a sopravvivere a qualsiasi cosa, anche a questo… e forse allora apprezzerò un po’ di più me stessa e le cose che ho fatto. Amare significa anche soffrire, sebbene a volte “la sofferenza” ti viene inflitta e in lei, ti assicuro, non c’é ombra d’amore. So che alcuni non condividono ciò che faccio, ma non posso fermarmi perché rifiutata o contestata. Sono ciò che sono, e i “no” non mi hanno mai spaventata. Finché sarò in grado di battermi per ciò in cui credo, continuerò ad andare avanti; finché potrò aiutare chi amo e chi ne ha bisogno lo farò. Faccio il possibile per essere una persona “utile”, poiché sono viva, perciò responsabile di me stessa e di coloro che amo. E poiché amo, automaticamente sono responsabile di coloro che mi chiedono una mano o che decidono d’ intraprendere un tratto del cammino con me. Sarei un’ipocrita se vivessi indifferente la mia vita e curassi soltanto i miei propri interessi senza dare uno sguardo agli altri. Io vengo dal nulla, conosco l’angoscia che deriva dal non avere mezzi a sufficienza per realizzare desideri e aspirazioni, vivo in una realtà difficile, ho conosciuto un certo aspetto della vita quando non ero ancora pronta ad incontrarlo (questo se vuoi te lo chiarirò privatamente), perciò ho il dovere di rendermi disponibile a quanti hanno vissuto le stesse cose per fare qualcosa – qualsiasi cosa. Non sono nessuno, ma posso dare voce a chi non riesce a parlare, perché persone così ci sono purtroppo, lo sono stata io stessa per anni, ma è tempo di cambiare. Qualcuno deve pur iniziare. Che cambia se lo faccio io? Dopotutto non ho nulla da perdere. Grazie per avermi risposto, la tua opinione mi sta a cuore e spero questo mio commento non ti annoierà, mi sono un po’ dilungata. Saluti cari.

Novembre 2006

Caro Vitaliano

Ricordi il messaggio che mi lasciasti sul blog del faro dell´adozione? Era la “lettera aperta” a cui non riuscii a risponderti avendo perso la connessione da casa. E´ passata molta acqua sotto i ponti da allora, molte cose mi sono capitate, ma alla tua lettera ci ho pensato spesso. Eccomi qua, a dedicare queste mie “riflessioni” al tuo cuore.

apenna

Ricordo che mi hai scritto di aver cercato tua madre, che lei ti ha scritto di essere discreto, e poi ti ha detto di sistemarti. Cose assolutamente ingiuste dal mio punto di vista, in quanto non è stata decisa da te la tua nascita né l´evoluzione del vostro rapporto culminato nell´abbandono, per cui “sii discreto” sembra una presa in giro che non sta né in cielo né in terra. Una madre che lascia il suo bambino o la sua bambina, certamente ricostruisce una nuova esistenza: non lo trovo neanche sbagliato. Ciò che trovo inammissibile è nascondersi dietro la nuova immagine ripulita di sé, e cancellare la vecchia anche nella mente degli altri, se non addirittura celarla per sempre, o almeno, finché non arriviamo noi (forse sarebbe meglio dire ritorniamo). Come può una madre naturale condividere il letto e la vita con un uomo (o una donna perché se c´è una madre c´è anche un padre naturale, anche se a volte non lo sanno nemmeno di aver messo incinte delle donne) sapendo che una creatura sangue del suo sangue si aggira per il mondo portandosi addosso ciò che lei stessa le ha dato?

apenna

E soprattutto come può nasconderlo, se mette al mondo altri figli? Non le capiterà mai, crescendo questi ultimi da buona e brava genitrice, di pensare a quel figlio mai conosciuto? Posso capire che nell´incontro con i propri parenti biologici ci sia una sorta di imbarazzo, autodifesa, istinto di preservazione di ciò che si ha ecc, perché nonostante si abbia lo stesso gruppo sanguigno, alla fine si è estranei, e per questa ragione non condivido affatto ciò che tua madre biologica ti disse in un secondo momento, ovvero “devi sistemarti”. Non aveva “l´autorità”, in un certo senso, per fare una simile riflessione in quanto era appunto un´intrusione come hai scritto tu, ma ciò riconferma quello che ho scritto io sopra (intrusione = intrusa). La mamma è colei che si cura della tua crescita e tutela il tuo percorso nel mondo quando da solo non ce la puoi fare, perciò per te la mamma è stata la Cesira, come per me è l´Annamaria (la mia mamma adottiva). Trovo comunque giusto cercare la madre naturale perché è quel pezzo mancante al quale si rinuncia solo per paura. Perdona la mai durezza, onestamente riconosco di essere troppo giovane per trarre conclusioni definitive su questioni così delicate, dopotutto io non sono ancora riuscita a trovare la mia famiglia d´origine ma ci sto provando da molto tempo, per cui non so come mi comporterei una volta di fronte a chi mi ha dato la vita. Le cose le capisci davvero solo quando ti succedono, prima di allora puoi però tentare di entrare in empatia con l´altro e chiederti perché fino a trovare una risposta. Spero comunque di averti dato spunti utili per ulteriori riflessioni, mentre se ho peccato in qualche punto ti prego di farmelo notare e di dirmi ciò che ne pensi. Ti abbraccio e ti chiedo nuovamente scusa, mi è costato molto perdere il contatto giornaliero con te e gli altri amici del blog. Un saluto da Valentina (o Nat84, scegli tu)

Novembre 2006

Vitaliano Perdamasco Vitaliano

Mi firmo così perché ogni ideale non può non separarsi dal suo reale o deve tornarvi nel caso l’abbia fatto. Separando e non vivendo parti di sé dalla vita totalizzata che siamo, si pongono dissidianti scelte fra le parti del nostro vivere. In ciò, alterando la conoscenza che dobbiamo sia alla nostra vita che alla vita nel Tutto. Motivata da sublimazioni comunque intese e agite, la scissione fra parti di sé idealmente preferite, e parti rifiutate perché non corrispondenti alle idee che vogliamo essere, se da un lato può agire una elevazione del pensiero, dall’altro può motivare esaltanti fanatismi e/o, formare esaltati fanatici. Per opposto caso, a quella svalutazione di sé, e/o della vita altra, e/o della Vita, che nella depressione del proprio spirito trova la sua febbre.

apenna

Vitaliano: il de_scrittore.

A decenni di distanza mi chiedo ancora dove ho trovato la conoscenza di quello che non avevo coscienza di sapere prima di scriverla. In un altro stato della mente? In un altro stato della vita? Mah!

apenna

Mi vedo ancora mentre arranco verso un’idea della quale non avevo alcuna idea! E’ come se avessi dovuto disegnare un cerchio senza assolutamente sapere com’è fatto. Oltre che a casa, molte volte sentivo di dover scrivere anche quando non potevo farlo. L’introduzione ai discorsi sullo Spirito e agli annessi e connessi, ad esempio, l’ho pensata (di colpo e quasi completa) mentre stavo al secchiaio delle trattoria dove all’epoca lavoravo. Ridevano e scuotevano la testa i colleghi quando mi vedevano partire in tromba alla ricerca di carta e penna. Avevano capito, però, (e accettato) che in quei casi dovevo scrivere e che niente mi avrebbe fermato. Non m’ha fermato neanche la paura di non ricordare quanto sentivo di dover districare: le accavallate emozioni che mi giungevano. Certo! Hanno dato un senso a una vita da uomo senza più niente, e certamente ho avuto più di quello che ho dato! Nonostante questo, tutto voglio fuorché rifare quegli anni, ma siccome sento di doverlo, al mio posto ho messo un altro: lo chiamo “per Damasco”.  Da distante lo vedo mentre patisce quello che pativo: ora ambedue sempre meno. Lettere recenti a parte, ho scritto questi pensieri nel corso di un trentennio. Solo adesso la ragione di allora ha raggiunto quella di ora. La segue ancora con difficoltà, è vero, tuttavia, senza essere gravata oltre misura.

Se la testa c’è, nessuno è fuori.

Una psichiatra (amica che ho perso di vista e che ho sollevato dalle sue depressioni con vassoi di bignè) ad un suo collega (me presente) ebbe a dire che sono fuori di testa. No, gli ho ribattuto: io sono dentro la mia testa. Questo vale anche per te. Io non sono di parte: io sono dentro la mia parte. Convengo sul fatto che non sia la tua o come tu la intendi.

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E’ amore, Vitaliano?

Lui quarantenne. In attesa di divorzio è tornato da mammà. Terminato il lavoro allena una squadra di calcio maschile. Peste ti colga, Vitaliano, se solo osi pensare ad una qualche sensibilizzazione, verso (e/o in basso) a chi si fa la doccia dopo l’allenamento.

Lei, transessuale. Ragionando da maschio, la dico femmina dalla punta dei capelli a quella delle scarpe. Si incontrano ed è tutto un falò, poi, “ho qualche problema, mia moglie ha preso un investigatore, vuole addossarmi la causa di divorzio, sono costretto a non vederti con la frequenza di prima, ti amo; poi, telefonatine e messaggini enigmatico _ romantici. Questo, via, via distanziando, e stringi_stringi, tacendo. Ci resta male, lei, ma reagisce con classe: siamo grandi, que sera sera, “mandami tante rose ma non spinose” e chiude la linea.

Che ne pensi, Vitaliano? Mah, tesoro. I casi sono due, o lui si sta distanziando perché passata la scuffia sta riacquistando la sua vista (e tu, sei un’altra vista) oppure sta provando se la sua semina ha messo radici. Se gli fai capire che ha messo radici, prima o poi non mancherà di chiederti acqua. E, se non mi chiedesse acqua ma neanche si facesse rivedere? Mah! Direi, allora, che sta togliendo le sue radici dal tuo vaso. Ma dai, Vitaliano! Quarantanni e ancora manca il coraggio di sé stessi! Capita mia cara, a quelli che, molto più probabilmente, vogliono navigare su mari senza rive.

Novembre 2007

Correvano anni

Cortese signore: correvano anni d’esperienza in meno quando ho iniziato ad occuparmi di tossicodipendenze. Conscio dei miei tanti limiti, ho bussato a non si sa quante porte. Fra queste, a quella di un gruppo politico di Sinistra.

apenna

Sentite le mie necessità, un aderente di quel gruppo mi pone la classica domanda da cento milioni: la droga è un male, o fa male? Feci fatica, allora, a capire il senso della domanda. Non poca fatica mi ci è voluta per rispondere, non allora, adesso: la droga fa male, ma se non risolta, diventare un male. Ora, infatti, pur essendo usata per gli stessi motivi di allora, ha percorsi implicitamente più malevoli. Non tanto, o non di più, nel corpo del tossico, ma tanto e di più, nelle vene del mondo. Non è ignoto a nessuno, infatti, che vi sono culture che la vendono come arma, oltre per lo scopo di comperare armi. Per quelle culture, ogni pera è la pallottola che fiacca, quando non uccide, un alterno pensiero. Dal che ne consegue una necessità di difesa, che non può non procedere oltre una campata pretesa della libertà di farsi, se quella libertà è il cavallo di Troia che favorisce un generalizzato disfacimento: vuoi della personalità individuale, vuoi di quella sociale. Nelle tante e dispendiose campagne contro la droga, mai una volta ho visto trattato con evidenza, anche questo aspetto. A mio avviso, sarebbe ora di farlo.

Novembre 2007

Dalla Cesira in medium

Caro Graziano: numerosa, la compagnia che mi hai presentato. Stavo per dirti anche bella, ma mi sono fermata. Mi sono fermata, perché nessuno dei tuoi conoscenti, (neanche gli amici che hai detto senza virgolette!) m’ha detto: piacere, Cesira. Sono un amico di Vitaliano! Da dove mi trovo, la cose che sono riuscita a capire non sono poche, ma questa, proprio no! Ciao, tesoro! E, ricordate: “quando te ve’ a casa de qualcuno, porta sempre un cabarè de paste!” To’ mama!

apenna

No, Cesira non ha mai scritto questa lettera. Nei pochi contatti non rammento messaggi di nota: li ricorderei Spinto da una forte emozione l’ho scritta io: forse, perché avrei desiderato riceverla. Sapevo che era Cesira perché, sino dalla prima volta, si firmava disegnando il gatto che teneva in braccio quando l’ho fotografata.

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Nella firma il gatto stava seduto. La coda leggermente ondulata finiva a manico di ombrello. Il disegno del gatto aveva sempre la stessa posizione e sempre la stessa misura. Non c’era ombra di differenza: erano tutti eguali! Non credo ci sia nessuno che possa riuscirci. Non ho nessuna delle testimonianze di Cesira come anche in nessun altro caso. Le ha l’amico medium: ammesso che le abbia ancora. Io conservo quella del segno culturale.

Anni che furono

Anni che furono chiesi all’amato: perché mi racconti un sacco di balle. Non ne hai bisogno! Mi rispose: la falsità è sempre stata la mia difesa. Come considero la vita, uno stato di infiniti stati di vita, così, anche la follia potrebbe essere uno stato di infiniti stati di falsità per bisogno di difesa. A mio pensare, quindi, diventa patologica la difesa di chi non sa più uscire dal labirinto che il “malato” si è costruito per non permettere di essere ritrovato, e forse, anche per impedire di essere ricollocato nel luogo sfuggito. Ho gradito la vostra presenza. Cordialità, Vitaliano.

apenna

Scusi, disturbo?

I figli crescono come vita corrispondente all’ordine: a quale?

Quando scrivo della mia orfanità, mi vedo come l’esposto che in qualche parte ancora sono; come l’adottivo che sono stato, come l’adottante, che sia pure per vie non ufficiali ancora sono. Per associazione fra l’insieme degli aspetti e per l’ultimo amore/amante che sto “adottando”, mi è tornata alla mente la mia ricerca di radici. La morte della Cesira le avevano completamente divelte! Non è stato facile e neanche semplice (della madre naturale avevo solo una lettera datata Milano 1949) ma le ho trovate. Giusto per farla breve, non mi corrispondevano! Ho dovuto iniziare, allora, a farmi radice da me. Neanche questo è stato facile e neanche semplice, ma ora sono la mia pianta.

apenna

Ero agli Esposti di Padova, quando sono stato inizialmente affiliato alla Cesira. Non credo di essere stato il suo terno al lotto! Proprio per niente! Mi raccontava (ho pochissimi ricordi di bimbo e la Cesira era più incernierata di una cassetta di sicurezza!) delle volte che mi portava in braccio al pronto soccorso! Sia di giorno che di notte! Ero pieno di “buchi”, mi diceva. Sulla nuca ne conservo ancora uno: una specie di chierica.

Me la facevo addosso: dove capitava – capitava: il più delle volte in solido. Una volta, appena entrato nel Giardino del Castello di Este. Di Domenica per il gelato festivo. Coprì il tutto (ma non il gelato, ovviamente) usando la sua sottoveste! Vivissima, ho ancora l’immagine nella mente! “Merda fa schei!” mi diceva. Di merda ne ha vista tanta su di me, ma da me e/o dal Caso, di “schei”, lo stretto necessario; molto stretto, e non per mia mancata volontà. Per volontà del Caso non so.

Quando ci penso, mi domando ancora come mai non mi abbia riportato all’Orfanotrofio come merce non corrispondente all’ordine. Sarà stato perché a quei tempi, un impegno era un impegno, e una parola è una parola: ho preso dalla Cesira! Ho chiesto all’Orfanotrofio se sapevano dirmi qualcosa. Non possiamo, mi disse l’Amministratore, in pensione proprio quel giorno! Ho salutato e me ne sono andato. Ricordo ancora il magone che mi sono portato dentro per tutta via Ognisanti, ma, già in via Zabarella era pressoché sparito.

Non c’erano Social, all’epoca! C’era, sì, chi ci chi finiva in qualche giornale. Ricordo casi di orfani in età matura, mossi, a dire dei giornalisti, “dalla voce del sangue”. Mai capita, e mai saputo cosa sia! Se ci penso mi vien da ridere a quella sorta di babbo natale! L’unica voce del sangue che ho mai sentito me l’ha fatta sentire la Cesira con le sue azioni e le sue cura; e quelle non ho mai dimenticato.

Riconosco di provenire dal Giurassico, così, mica posso fare confronti con la storia di un adottato di adesso e con le sue problematiche, tuttavia, sulla questione radice, forse si. Parlavo di fiori, nel precedente post. La vita insegna, che non tutti i fiori nascono e crescono sulla stessa terra. Così, può succedere, che la famiglia adottante si ritrovi con un fiore non corrispondente con il terreno che è. Mica lo si capisce dalla sera alla mattina, ovviamente. Lo capiamo (se riusciamo a capirlo) anche dopo anni, ma intanto, il fiore cresce.

Preso atto, da parte degli interessati, della non corrispondenza del terreno fra le due piante (adottato e adottanti) cosa porta l’adottato alla ricerca dell’originale invaso? Semplificando, un’idea di meglio, direi. Il più delle volte profondamente indistinta, o se distinta, con giustificazioni che ho trovato basiche pur nella loro legittimità. Le ho sentite, anche come una voglia di “paradiso” che da qualche parte c’è!

Perché mai l’adottato non le cerca più nel paradiso che veramente ha? Non ho mai cercato un altro “paradiso”, devo dire. No, un momento, non è vero! Se da un lato è vero che non ho mai cercato un alterno “paradiso”, vero è che l’ho pensato_immaginato per anni!

Sul mio certificato di nascita originale c’è scritto: nato il… in via Giustiniani, 5 a Padova. Non avevo idea, all’epoca, dove fosse via Giustiniani, ma lo stesso mi vedevo davanti un enorme portone. Mi vedevo suonare. Vedevo aprirsi una porta nel portone. Sulla porta, un’anziana serva. Entri mi diceva: la contessa l’aspetta! Sto ridendo da matti, ma i fatti sono fatti! Sempre alla ricerca di radice, sono infine andato a vedere se in via Giustiniani c’era proprio sto’ portone! Non c’era. Nella realtà c’era l’arco di un portone che ci sarà pur stato: era l’ingresso di ciò che restava del’originale Maternità! Ecco! Si rendano conto gli adottati presi dal desiderio di verifica, che ciò che conta non è il palazzo della Contessa che li ha messi in adozione, ma l’arco della maternità che li ha accolti. Si rendano conto gli adottivi, inoltre, che le emozioni (filiali o no) sono destinati ad attenuarsi, e che la ricerca delle originali radici, allora, può anche essere il bisogno di una nuova favola. Non la convertano in tragedia, i genitori! I figli devono crescere!

E se quello che diamo a Dio fosse di Cesare?

Per Cesare intendendo la Natura e la Cultura umana della vita?

arosadue

Del Padre, Cristo è il Figlio? Secondo credenza si. Secondo discernimento, no. Dio (essendo l’assoluto principio della vita) non puo’ “generare” nulla che non sia a sua assoluta Immagine. Assoluta immagine del Padre è il suo principio: la vita espressa dalla sua vita. Ne consegue che gli è figlio solo quello che la sua vita ha generato; e se ha generato la vita come assoluto (e per questo divino principio) ne deriva che ogni altro “figlio”, e’ esclusivamente “generato” dalla Cultura del Padre (la vita) per primo rivelata da chi gli fu spiritualmente somigliante perche’ divinamente corrispondente. Con l’opinione non intendo togliere fede nella figura di Cristo, ma solo restituire alla vita quello che è suo e a Dio quello che è di Dio.

Gennaio 2009

Cesira aveva due sorelle

Cesira aveva due sorelle. Maria (quella che visitava) e un’altra che non visitava mai. Con la prima bicicletta avuta, su indicazioni della Cesira, ci andai io.

apenna

Aveva marito fruttivendolo, e tre figli mi pare. Dei tre, ricordo bene solo due. Zia Maria (probabilmente la maggiore e la più ricca tra le tre) abitava alla Lupia (o Luppia) di Saletto di Ospedaletto. Segalina, sempre vestita di nero, disponibile al sorriso. Era sposata con uno stradino dagli atteggiamenti padronali: lo ricordo ancora. Quand’era in casa (lo nomino per attività perché non ho mai saputo come si chiamasse) non doveva volare una mosca! Più che una casa era una colonica. Davanti aveva un grande cortile di mattoni. Alla destra del vialetto di ingresso alla proprietà, una grande vigna. Alla sinistra della casa, la stalla con sopra il fienile e il ricovero dei mezzi.  La porcilaia di fronte. Affiancata alla destra, la casa del figlio che si era sposato. Anche il figlio lavorava come stradino. Ricordo graziosa e simpatica quella sposa. Non so perché ma non correva buon sangue fra padre e figlio. L’avevo capito persino io! A lato della casa del figlio (si chiamava Armido ed era bellissimo!) un paio di campi: dietro anche. Per i campi, non poche le galline. Mi aveva preso il vezzo di andare nella vigna a cercare le uova. Trovate, le stringevo fra le mani sino a romperle! Maria e Cesira erano persino spaventate daconseguenze di quel gioco! Guai, se l’avesse saputo lo stradino! Quando vidi la zia arrabbiata e mia madre preoccupata, smisi! Per gli occhi e le mie fantasie circoscritte  dalle aride vie di Este, la casa di Maria (superlativi, i suoi fagioli in umido) era il luogo che nascondeva i cavalieri dei miei desideri: lo giravo, cercandoli! Mai trovati, ovviamente. Non per questo rinunciavo. La vidi per l’ultima volta quando andai a comunicargli la morte di Cesira. Mi disse che dovevo trovare una brava ragazza, che dovevo sposarmi, ecc, ecc. Cosa mai potevo dire di sincero a quella donna? Scelsi, così, di sparire. Solo dopo anni passai davanti a quella. C’era ancora! Raso al suolo tutto il resto: ho pianto!

Casa dolce casa

Ieri c’era il Mercatino dell’Antiquariato, qui in s.Zeno. E’ un antiquariato del pressappoco ma lo stesso attira un futtìo di persone. In quell’occasione vengono transennate le strade. Il Pccolo che non ha la residenza a casa mia è rimasto bloccato. Mi telefona, mette il vivavoce. La vigilessa sente quando gli dico il nome della via dove deve venire e lo fa passare. Giunto a casa me la racconta ghignando e mi dice: non so come farò quando non ci sei più! Sempre ghignando gli rispondo: quando non ci sarò più neanche tu ci sarai più! Rimane un attimo lì! Pensavo alla casa, mi dice. Il che mi conferma che è diventata come casa sua. Pensava alla casa ma ha pensato anche a me? Se sono diventato la sua casa, si.

Caro Perdamasco

La tua mail ha una straordinaria densità non solo di pensiero, ma anche di stile espressivo, nobile e antico, che mi avvince. Sono molto lontano ormai da un tipo di esperienza dell’assoluto così profonda come la tua, ma non così distanziato da non riuscire a sentirla e farmene affascinare. Non so se hai visto che ho pubblicato in uno dei miei blog l’inizio della tua mail, ma prima di procedere voglio chiederti il permesso di pubblicarne ancora via via dei pezzi che credo possano piacere ed interessare anche altri. Mi è rimasto un po’ misterioso il motivo dell’arresto, alla fine della risalita dal pozzo, davanti all’uscita. Mi è venuta in mente la storia dell’indiano Joe, nelle avventure di Tom Sawyer, che viene ritrovato morto proprio in una situazione di questo tipo, davanti all’uscita dalle miniere, ma era stato fermato da una grata insuperabile di metallo. Nel film di Bunuel “L’angelo sterminatore” i fedeli sono invece impediti dall’uscire dalla chiesa da un intimo divieto religioso. A queale delle due immagini assomiglia di più la tua situazione? Io non credo che per amare abbiamo bisogno di verità, credo, piuttosto, che l’amore, che già Platone aveva definito figlio della Povertà, sia anche umanissimo figlio dell’errore. Mi affascina che tu parli di “informazioni del piacere”, ma vorrei capire di più il senso di questa definizione.

“Per aver deciso di tornare al mio calice, mi ritrovo ora nella stessa posizione di partenza: quell’assolutamente normale, che sono stato e detto, dallo sciagurato che ho desiderato, con una passione talmente forte da poter sembrare amore, ma l’amore è comunione. Il mio “amore” verso di lui, invece, amoroso baratto”.

Qui forse comprendo di più, ma non fino in fondo. Il tuo discorso è un corrusco lampeggiare, accompagnato da lampi e scrosci nelle tenebre, ma la luce trascorre troppo rapida per consentire all’osservatore di riconoscere nelle frazioni di secondo i luoghi non noti che dischiude. Ti sento molto compenetrato da una cultura cattolica, dalla quale mi sono distaccato “or è gran tempo” e non riesco a condividere l’idea della pace come cessazione di ogni dissidio e assoluto, mortifero silenzio: identifico la pace in un conflitto misurato, ritualizzazo, perchè considero il conflitto (e il dolore) ineliminabile dalle cose umane. Certamente, se l’umanità ha zittito dio per le troppe parole, io sono tra quelli che hanno parlato e parlano troppo. Mi piacerebbe tuttavia che il nostro dialogo continuasse e aspetto di rileggerti presto. Un caro saluto.

Settembre 2006

Caro il mio fichissimo

Negarmi ai tuoi  inviti è come negarmi a un bellissimo figo. Come quel bellissimo figo non riuscirà mai a capire il mio rifiuto (ma come si permette sta’ vecia marantega in decomposizione!) così, non ci riusciresti tu, se la tua fichezza fosse estetica. Ci riuscirai, invece, perché è intelligenza. Non ti sarà sfuggito il fatto, che io sono uno strano coso (a livello identitario) è molto probabilmente, uno strano caso a livello psichiatrico. Fatto sta, che su queste pagine, scrivo quello che sento, non quello che so. Se dovessi scrivere quello che so, in Blogs.it avrei cazzate più che post! Per scrivere quello che sento, però, devo assolutamente restare quello che sono. Mi dirai: ma questo, che centra con il mio invito! Nessuno ti vuole cambiare! Centra, centra! Centra, come deviazione dalla strada che percorro: la mia come perdamasco. Centra per il ruolo che svolgo: tabella indicatrice di questo pensiero. Centra per quello che sono, perché, in un qualunque modo, sia pure anche minimo, un altro incarico può disturbare il mio equilibrio, inserendo un senso d’importanza che devo combattere come un nemico. Mi è chiaro che non è nelle tue intenzioni, il darmi quel senso, tuttavia, volere o volare, rischio di subire la tentazione di addossarmelo, al che: vade retro mi è l’usuale forma di scongiuro. Ricordi, il mio sminuire i complimenti che ricevo? Ecco, il motivo era quello, non, il perseguire una qualche forma di modestia.

Carissimo Vitaliano, così mi fai diventare rosso… Tu sei come quegli angolini tipici che si scovano in qualche mare della Grecia, o in mezzo alle montagne, e poi quando tutti ci vanno, per vedere gli angolini tipici, non sono più tipici. Tu stai difendendo il tuo diritto ad essere “tipico”, “fuori dal gregge”, “eccentrico” – tutte cose preziose, e utili. Hai un tuo cammino da seguire, un tuo percorso: io ci provo, ogni volta, a tirarti dentro, ma so già che non succederà… lo faccio per dirti: guarda che l’unico motivo per cui non ci sei, è perché sei tu, che non lo vuoi, quindi, non ti preoccupare, ti apprezzo – tanto, forse di più – sempre! Besos e a presto pablito

“… lo faccio per dirti: guarda che l’unico motivo per cui non ci sei, è perché sei tu, che non lo vuoi…”

Caro Pabloz: avevo capito che sentivi di dover lasciare a me la responsabilità di escludermi. E’ chiaro che escludersi non è mai un piacere, ma non è che lo voglio, o meglio, lo voglio perché lo devo. Non tanto per i motivi che dici (ci sarebbe dell’antipatico preziosismo, in questo) ma perché, se metto radici in altra terra, c’è il rischio che possa cambiare la natura del mio albero. E’ è un rischio che non posso permettermi di correre.

Giugno 2007

Cari amici vicini e lontani

 salutava Nunzio Filogamo


Sono le 22. Ho appena finito di cerar pavimenti. Ho fatto un breve giro nella notte: da cerare anche quella. Ora, a casa, un piccolo mangiar di qualcosa ed eccomi da voi come trota finita non si sa come in un suo mar dei Sargassi! E che cazzo! Qualcosa di più mi par di sapervi dire, invece, mi sento eguale a dei pezzi d’orologio sparsi sul banco dell’orologiaio. Ci sono rondelle ma non vedo dadi. Ci sono due o tre corone: sono sdentate. C’è una molla senza ciò che la contiene, senza ciò che deve spingere o allentare. Insomma, se almeno puzzassero potrei direi che è un periodo di merda! Neanche quello! Con altra immagine mi direi giunto ad una stazione, dove sto in attesa di una coincidenza. Non so quando arriverà o da dove arriverà. Neanche so dove andrà. Un blogger mi dice: ben tornato! Grazie, ma non sono tanto sicuro di sentirmi effettivamente tornato. Insomma, sto come quelli che in sospeso stanno! Dantesca immagine mi par di ricordare. Grandiosa se non sapessi sospesi anche i salami. Mah!

ps. So bene che nel Mar dei Sargassi ci finiscono le anguille e non le trote, ma vi pare che a me possano capitare delle faccende normali?

Marzo 2008

Capodanno 1985

All’epoca avevo un furgoncino senza riscaldamento (giusto per non far mancare nulla al caso) ma lo stesso avevo deciso di festeggiare la notte andando in stazione a leggere un libro. C’era freddo, neve per terra, e nessuno a parte me (e l’Amato che è stato) sotto un albero davanti la chiesa della stazione. Era il suo compleanno: e se io non avevo voglia di festeggiare con amici e varie canonicità, lui altrettanto. Per cause di forza maggiore mi mancò nle febbraio del 91. Mancandomi l’Amato mi mancò tutto, ma l’assenza del tutto che si ama (faccio ancora fatica a dire morte) non è assenza di vita. Per quanto ferita, la vita ti obbliga a guarire, ameno che, non  ci diventi vivere la conservazione del dolore che c’è, come sostituto della conservazione dell’amore che non c’è. Non mi è mancata neanche questa fase, ma prima o poi si attenua se, così, è alla vita e non al dolore che rivolgiamo lo sguardo e gli intenti. Alla guarigione ha certamente contribuito il bisogno di raccontare una storia che ho chiamato “per Damasco” per similitudine di incontro (indipendentemente dall’identità che si è dichiarata, che comunque è inverificabile) con uno spirito della vita: quello dell’Amato nel mio caso; l’incontro fu medianico. Proseguendo la mia strada e l’amorosa corrispondenza, però, ho sentito che il mio fato (l’Amato) non aveva per niente cambiato il suo intendere la vita; a questo ci sono giunto con gli anni, e anche con i litigi (la sua forza sulla mia e il mio rifiuto di accettarla) che non sono mancati. Il mio procedere il percorso in compagnia dello spiritello ancora birbantello ma non più accettato come tale, m’ha portato a desiderare uno spirito più certo. L’ho trovato in quello della vita. E’ accaduto, come accade quando, delusi da un amore, se ne cerca un altro, o non avendo un padre se ne cerca uno. L’incontro è stato culturale, ovviamente. Quindi, niente tuoni, niente lampi, niente magie e alberelli che prendono fuoco; è stato tutto un discorso (e qualche volta un pianto) fra la mia vita e la Vita. L’incontro è stato anche spirituale, ma per quanto è possibile al mio spirito: ora tot, ora meno tot, ora più tot, ora niente tot. Adesso, sento il birbantello molto meno di prima e solo in certi casi. Avrà iniziato anche lui la sua strada, e visto che di litigi è da parecchio che non ne facciamo, suppongo che la stia percorrendo con la pace che in vita non aveva mai avuto se non da preso dal suo “vero” amore: l’eroina.

Vitaliano_”per Damasco”_Vitaliano

Mi firmo così perché ogni ideale non può non separarsi dal suo reale o deve tornarvi nel caso l’abbia fatto. Separando e non vivendo parti di sé dalla vita totalizzata che siamo, si pongono dissidianti scelte fra le parti del nostro vivere. In ciò, alterando la conoscenza che dobbiamo sia alla nostra vita che alla vita nel Tutto. Motivata da sublimazioni comunque intese e agite, la scissione fra parti di sé idealmente preferite, e parti rifiutate perché non corrispondenti alle idee che vogliamo essere, se da un lato può agire una elevazione del pensiero, dall’altro può motivare esaltanti fanatismi e/o, formare esaltati fanatici. Per opposto caso, a quella svalutazione di sé, e/o della vita altra, e/o della Vita, che nella depressione del proprio spirito trova la sua febbre.

apenna