Volontariato, emigrante, emigrazione.

Squilibri e/o squilibrati di vario genere a parte, non credo che l’avversione verso una data umanità sia prevalente nell’italiano. Non prevalente ma indubbiamente presente, invece, l’avversione verso alterne forme culturali e/o di vita, indubbiamente motivata dalla nostra ignoranza sugli usi e costumi di popoli da noi emigrati. Motivata anche, però, dall’ignoranza in cui ci lasciano gli emigranti fra di noi.

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Ulteriormente motivata, la nostra ignoranza, anche da un isolamento, che se da un lato è necessario all’emigrante per preservare la sua identità di origine, dall’altro lo rinchiude in un errore perché contribuisce a mantenere la separazione fra umanità, e quindi, il proseguo della reciproca avversione che chiamiamo razzismo, che chiamiamo xenofobia; razzismo e xenofobia, che se infettano la mente italiana, non di meno (amara constatazione) infettano la mente straniera, rendendo l’infezione sempre più reciproca.

Tanto quanto l’emigrante sa rendersi in comune con il paese e la cultura che l’ospita, e tanto quanto contribuirà alla cessazione del razzismo e della xenofobia, non solo nella mente italiana, (come sostengo) ma anche nella sua, che vedendosi rifiutata, a sua difesa reagisce con razzismo e xenofobia.

L’emigrazione non può essere composta solamente da un trasferimento di una volontà di lavoro e di guadagno da un paese ad un altro, ma anche dall’interiore trasferimento di una volontà di vita da rendere comune cultura, comune paese. Se noi, Paesi ospitanti, abbiamo il dovere di pulire la nostra mente da multi motivate avversioni verso le culture altre, non di meno l’emigrante deve farsi carico del dovere di aiutarci (e non per ultimo, di aiutarsi) a pulire la nostra mente da quegli ostracismi. E’ un dovere, questo, che non può essere solamente delegato ai Centri ausiliari l’emigrazione e/o al Volontario; è un dovere che l’emigrante deve affrontare, anche semplicemente adeguando i suoi quotidiani bisogni e il suo quotidiano vissuto, ai quotidiani bisogni e ai quotidiani vissuti in cui si trova a convivere, e/o a lavorare. Lo deve fare per il suo presente, e non di meno per il futuro dei suoi figli; ed è al futuro dei figli degli emigranti che in questo momento penso, e che più pesantemente mi preoccupa. Chi ausilia l’emigrante (Centro o Volontario che sia) è come un medico. Capita ai Centri di Volontariato e/o ai Volontari, di non poter far nulla per una data situazione, così come i medici si ritrovano a non poter far nulla verso una data malattia, o verso il dato malato. Come un medico in inguaribili realtà subisce dei grossi moti di una impotenza che rischia di essere vissuta come un personale fallimento, così, anche il Centro assistenziale, così, anche il Volontario. E’ tutto fuorché facile dire di no ad un bisognoso; e se un no può essere talmente pesante da porre in sofferenza l’esistere di un emigrante, non di meno pone in sofferenza, quel no, l’esistere del Centro e/o di un Volontario. Sappia e ricordi, l’Emigrante, che un Centro assistenziale e/o un Volontario non è uno stipendiato passacarte, e buona notte al secchio se non ci riesce! Sappia e ricordi, l’Emigrante, che, con le carte che necessariamente passiamo, c’è il nostro amore per la vita, e non di meno, per la sua.

Volontariato e vanità

Corrispondenza di intenzioni fra quelle della vita (il tutto dal Principio) e quelle del Volontariato.

L’ultima volta che ci siamo visti, D. ha ampiamente dimostrato di essere un notevole messaggero di idee. A proposito di messaggi e di idee, vi racconto un mio brevissimo sogno. Frastornato stavo guardando l’enorme quantitativo di lettere (sino al ginocchio) che, all’apertura dalla cassetta, mi era caduta sulle gambe. Le buste erano di vari colori e di molte dimensioni. Per quanto collocate nella mia cassetta (ma come avevano fatto a starci?!) solo alcune erano indirizzate a me. Mi stavo domandando il perché, cosa ne avrei fatto e come recapitarle ai legittimi destinatari quando mi sono svegliato. A mio avviso, la spiegazione del sogno è questa.

Una cassetta postale è come una mente. Come cassetta postale, la mente ha la possibilità; di contenere moltissima corrispondenza (pensieri, relazioni, fatti, storie ecc.) sia personale che di altra vita. Da parte del titolare della data mente, dunque, ne consegue la necessità di vagliare quella che effettivamente gli corrisponde. Come? Direi, in ragione del suo indirizzo reale ed ideale personale. Come non confondere la corrispondenza che appartiene al mondo soggettivo (personale realtà e personali ideali) da quello che vorremmo fosse (l’ideale in assoluto) perché seguendo quella del Principio ne riceviamo l’idea? Come evitare delle più che possibili sovrapposizioni fra ciò che è e ciò che aneliamo? Per il reale, direi che potremo ricevere la giusta posta (la giusta idea) tanto più ci manterremo all’interno delle guide date da tutto ciò che è attinente all’io che nel suo tempo si manifesta nel corrente modo ma, come per l’ideale?

Coniugare il reale con l’ideale senza andare fuori dei modi e dei tempi correnti a noi e al sociale (cioè senza andare fuori dal luogo della mente, o con altre parole, dalla testa) è tutt’altro che semplice: tanto più che restare dentro noi, i modi ed i tempi, non necessariamente vuol dire fermare la vita nostra e sociale. Vuol dire, però cercar di agire l’ideale secondo il reale. Collegare i due passi non può non implicare la necessità; (nonostante l’avversa tensione della nostra parte ideale) di rallentare il passo verso l’aspirazione che ci proponiamo. Lo dobbiamo rallentare dove si rischia (procedendo oltre noi, i modi e i correnti tempi) di separarci dalla vita che personalmente viviamo,  e/o da quella che nel reale ci accomuna ad altra, o da ambo i vissuti. In soldoni: l’idea deve suggerire il percorso ma la ragione personale deve suggerire l’ampiezza del passo.

Il male è dolore naturale e spirituale da errore culturale. Ogni volta mi succede di incontrare una realtà nel male (in genere nella tossicodipendenza) o di pensare ad una realtà di male mia od altra, poco prima sento una pressione sulla scapola destra.

Ogni volta mi capita di dover scrivere sento un interiore malessere: una sorta malinconia. Sentivo l’uno e l’altra, prima del vostro arrivo. Certamente non avevo motivo di collegare quel disagio con la vostra presenza, sennonché siete stati latori di non serene novità; al che, collegare il malessere con le novità mi è stato conseguente.

In effetti, nelle novità; che mi avete comunicato, più che errori vedo difficoltà di realizzazione, eppure, se malessere c’è stato, in quello che mi avete comunicato ci deve essere dell’errore. Lo sostengo con certezza perché anni di analoghi accadimenti, mi hanno confermato il collegamenti fra malessere interiore ed errore. Non è detto che l’errore stia nelle iniziative di bene che vi proponete di fare, ma, allora, dove? Pensa che ti ripensa sono giunto alla seguente conclusione. L’errore potrebbe consistere in un costo (umano? culturale? spirituale?) dell’ erroneo prezzo rivelato dalla difficoltà di realizzazione che ho ipotizzato.

Non è necessariamente detto che siate voi a dover pagare il prezzo dell’errore. A pagarlo potrebbero essere o i vostri assistiti, o, in parti o nell’insieme la vostra Associazione, o in parti o nell’insieme le vostre principianti finalità; culturali o spirituali, o in parti o nell’insieme i vostri collaboratori: i volontari.

Tutti noi, per qualche verso carismatici, aneliamo il Bene, non solo come principio della nostra vita umana ma anche della nostra vita spirituale. In genere, nei carismatici spirituali, l’anelito verso il bene non si principia dalla ragione bensì dal cuore: simbolizzato luogo dell’emozione (l’emozione è la parola dello Spirito) della Natura della vita: il bene. Nel vostro senso (ed io nel mio) ci stiamo occupando, non di quelli che si sono fatti ultimi ma, di quelli che sono ultimi appunto perché non sanno (e/o non fanno) più appropriata scelta.

Principalmente, fra quelli non portiamo la ragione (il bene della Cultura) ma sentimento di vita, cioè, il bene naturale che allevia la parte del bene che negli ultimi è provata dal male. Ebbene, pur non modificando il principio delle vostre scelte (ad ognuno il suo cuore)  adesso sentite il bisogno di elevarne la ragione, non tanto presso gli ultimi (che rimane) quanto presso il sociale. Quanto, con la stessa forza di spirito potrete nel contempo servire sia gli ultimi che il sociale, se, inoltrandovi in questo stato, potreste incorrere nell’errore di allontanarvi da quelli presso i quali la Vita vi ha collocato, e che voi volete collocarvi in altro modo?

Un cuore bilanciato quando non diviso fra due direzioni, riuscirà; a stare in ambo le mete, oppure, per questioni di forza (direi anche necessariamente) sarà costretto a dividersi per meglio fare fronte alle questioni che si è proposto? La divisione, potrebbe o no, indebolire la sua potenza e la corrispondente efficacia? Una forza divisa, quanto sarà integra motrice (integra perché unitaria) del principio della vostra vita (quello verso il Bene della Natura della Vita recando del bene alla Natura di questa) che vi ha sinora motivati?

Ambire, di per sé non è un male. male lo diventa, tanto quanto non tiene conto che di sé stessa. In qualsiasi azione, il desiderio di una meta che tiene conto solo di sè stessa porta in dote la vanità e quanto è necessario per dimostrarla: vuoi a sé vuoi ad altro da sé.

A questo punto, dirigersi verso la Cultura sociale (sia pure per servire meglio gli ultimi) è sempre ambire il Bene spirituale o può iniziare a diventare la vanitosa affermazione personale che ipotizzo? La vanità nell’opera può anche far giungere a violentare (sino allo squilibrio) gli originali intenti del vostro volontariato.

Nella contingenza in cui si ci trova ad operare, quanto è giusto modificare la nostra condizione? Modificandola (nel senso di ampliarla e/o diversificarla oltre le nostre effettive possibilità) siamo così sicuri che quelli ai quali daremo meno cuore perché occupati da altro “cuore”  si sentano sufficientemente compensati da più dotte e/o da più determinanti intenzioni?

Debi dice che intende, comunque, restare un povero. Al proposito non ho dubbi, però, suppongo che si riferisca ad una povertà economica. A fronte delle iniziative in atto (rendere il vostro Gruppo da “privato” a convenzionato) e di quelle arricchenti in cantiere, quanto Debi riuscirà a restare il povero di spirito che agisce con la sola forza della sua vita?

Miei cari, giunto al fin del letterone, comunque, non so dove sia l’errore che sospetto con sufficiente certezza, ma, sento che è nelle questioni che ho sollevato. E’ indubbio che non mi sarei sognato di farvi questo genere di discorsi se non sapessi che fra le vostre mete vi è la ricerca della spiritualità: rapporto di vita fra il nostro Spirito e quello della Vita: il Tutto dal Principio.